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giovedì, 10 luglio 2008

LETTERATURA È DIRITTO, LETTERATURA È VITA (di Simona Lo Iacono)

Simona Lo Iacono la conoscete molto bene, perché è di casa qui. Scrittrice dalla penna lirica e immaginifica, è la creatrice, la mente e il braccio di un importante salotto letterario che ha sede in casa sua, a Siracusa. Ma Simona Lo Iacono è anche un valente magistrato (dirige il Tribunale di Avola).
Ho pensato di intestare a Simona una nuova rubrica di Letteratitudine dove confluiranno talento letterario ed esperienza di giurista.
Il titolo è: Letteratura è diritto, letteratura è vita. Piuttosto evocativo, vero?
Qui potrete leggere storie nate nelle aule di Tribunale, articoli sulle “implicazioni giuridiche” della scrittura (soprattutto quella in rete), considerazioni su romanzi che incrociano la sfera del diritto e molto altro (perché letteratura è diritto… ma è, soprattutto, vita).

Intanto vi invito a gustarvi il pezzo omonimo della rubrica (lo trovate di seguito) e a interagire con l’autrice.

Vi ricordo che è disponibile, on line, il bellissimo racconto I semi delle fave, firmato – appunto – da Simona Lo Iacono.

Auguri, Simona!

Massimo Maugeri

_______________

Letteratura è diritto, letteratura è vita

di Simona Lo Iacono

Ci sono albe che si somigliano. Che si sovrappongono. Che ci appartengono anche se le chiamiamo con nomi diversi.
Sono le albe in cui l’uomo ha immerso lo sguardo in se stesso. In cui si è contemplato e ha scoperto che era un’eredità. Che aveva un passato. Una storia da ricordare.
Le origini del diritto si confondono con le origini della letteratura. Con l’esigenza di raccontarsi e di codificare regole per migliorare la convivenza. E sebbene l’alba della parola sembri non avere assonanza con quella della norma, l’uomo le ha viste nascere insieme. Ha posato lo sguardo su di esse nello stesso momento.
Perchè raccontandosi e non perdendo memoria della propria storia, l’uomo la esaminava e formulava ipotesi per disciplinarla. Perché narrazione e regolamentazione fanno parte della stessa necessità: sopravvivere.
E perché laddove una smarriva la strada, l’altra sopravveniva a colmarla. Dove l’una perdeva la pietà, l’altra riesumava lacrime e dolori.
Letteratura e diritto sono sorelle.
Sono sorelle nel rappresentare l’uomo e i suoi errori. Nel raccoglierne i lamenti. Sono sorelle nell’identificarne la voce, nell’interpretarne i desideri.
Nessun intreccio è più complementare: diritto e letteratura. Rimandano l’uno all’altra lambendo un unico e misterioso continente: quello della natura umana.
Perché la legge non è un abito che dall’esterno ci vesta. Non è forma – indurita da precetti – che ignori la fragilità umana. La legge è frutto di quella fragilità. E’ sintesi della sua precarietà. E’ la stessa occhiata stupefatta su quell’alba. E nasconde lo stesso incanto nell’interrogarsi.
La pratica giudiziaria lo dimostra. Le norme più rispettate sono quelle percepite come conformi all’identità di un popolo. Alla sua esigenza di essere interpretato nei propri bisogni. Al risuonare della sua anima.
E le storie seguite con più passione sono quelle che nascono da una norma violata. Da un’esigenza di riparazione. Da un cambiamento che si concluda con una risposta. Non con un’altra domanda.
Perché la vita è già domanda. E’ già viaggio e cambiamento. Affastellarsi di umori sovrapposti che esigono giustificazione.
Il processo è una giustificazione. Così come il romanzo.
Io credo che il miglior processo sia quello che si conclude dopo aver scavato dolentemente e sinceramente nella ricerca di una giustificazione al mistero di esistere. E che tale sia anche il miglior romanzo.
Se entrambi conciliano pietà e fantasia, verità e desiderio di sottoporsi a questa verità, nessun imputato né alcun lettore potrà pensare di non avere avuto giustizia.
Simona Lo Iacono


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Scritto giovedì, 10 luglio 2008 alle 22:06 nella categoria LETTERATURA È DIRITTO... È VITA (a cura di Simona Lo Iacono). Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. I commenti e i pings sono disabilitati.

140 commenti a “LETTERATURA È DIRITTO, LETTERATURA È VITA (di Simona Lo Iacono)”

Sono molto lieto dirientrare dalle brevi vacanze presentando questa nuova rubrica.
Ne leggerete delle belle. Vedrete!

Postato giovedì, 10 luglio 2008 alle 22:09 da Massimo Maugeri


Fate gli auguri a Simona, su!

Postato giovedì, 10 luglio 2008 alle 22:09 da Massimo Maugeri


@ Simona
Trovi il link alla rubrica sulla colonna di destra del blog.
Per esigenze grafiche ho dovuto accorciare il titolo in “Letteratura è diritto… e vita.”
Ma il titolo vero è quello indicato sul post.

Postato giovedì, 10 luglio 2008 alle 22:11 da Massimo Maugeri


Simona, cosa ti aspetti da questa rubrica?

Postato giovedì, 10 luglio 2008 alle 22:12 da Massimo Maugeri


@Giudice Lo Iacono.
Hanno appena approvato il Decreto-Schifani, detto anche decreto salva premier o decreto salva- pene (sempre quello del Nostro), non credo oggi sia un bel giorno per la nostra democrazia, forse anche la Costituzione traballa. Passiamo dai labirinti mostruosi kafkiani nei quali la Giustizia aveva spire tentacolari, a quelli più soft e goderecci della nostra Italietta.

Postato giovedì, 10 luglio 2008 alle 22:58 da Salvo zappulla


Grazie Massimo, mi offri un’opportunità meravigliosa.
…Cosa mi aspetto da questa rubrica?
Mi piacerebbe che fosse un’occasione di vicinanza. Rispetto a un mondo -quello giudiziario – che nasconde parole non dette e lamenti. Mi piacerebbe che fosse un ponte. Tra sguardi e posizioni che si pensano contrapposte e che invece sono il riflesso della medesima esigenza: indagare la verità, ma anche raccoglierla pietosamente, umilmente, flebilmente.
Perchè la forza della norma non è la riparazione ad una violazione. E’ il fatto che esista come esigenza di armonia. Che nasca dalla necessità di interpretare un bisogno.
Il momento di rottura è sempre lo specchio di una patologia. Di uno sviamento dalla forza originaria della regola. Che è sacrale, così come la intendevano i cives romani, e rispecchia la sacralità stessa dell’esistenza, il valore di essa come ideale di vita e comunione.
Io ho sempre pensato che tutto ciò che non può entrare tra i verbali di udienza – gli sguardi degli imputati, delle vittime, delle loro famiglie, l’assillo della difesa, la foga dell’accusa – possa essere raccolto dalla letteratura.
E che la letteratura al tempo stesso possa offrire al giudice uno sguardo. Diverso. Abituato alla ricerca della verità. Soprattutto assuefatto alla complessità del reale, alla necessità di andare “oltre”.
E’ così che ho spesso scoperto storie, incavato solitudini, sperimentato scambi. E’ così che imparato a non giudicare – mai – l’essere umano.
La sentenza finale, la pronuncia in nome del popolo italiano, l’assioma che mi porto alle spalle e dietro la toga : “la legge è uguale per tutti”, presuppongono una totale assenza di giudizio sull’uomo.
Il processo scava fatti.
La letteratura racconta gli uomini.

Postato giovedì, 10 luglio 2008 alle 22:59 da Simona


@ Salvo:
La dea della giustizia in greco veniva definita “Dike”,appunto Giustizia. La Dike era una delle tre Ore, personificazione mitica e divina delle stagioni presso i Greci. Le Ore avevano la funzione di sottrarre il divenire umano all’arbitrio e al disordine. Al concetto di ordine, infatti, si rifanno i nomi delle tre Ore: Diche=giustizia; Eunomia= buon governo; e Irene= pace.
La Dike é la giustizia del gruppo, la giustizia dello Stato. Dike è quella che i latini chiamavano anche Iustitia, e che diffondeva agli uomini la giustizia e la virtù.
Ecco, io credo che il mito ci insegni che è la stessa Dike a infondere agli uomini il senso dell’equità. E ci suggerisce anche – legando la sua essenza al tempo e alle ore – che è nel fluire dei giorni che va cercato il suo senso. Non in momenti storici contingenti.

Postato giovedì, 10 luglio 2008 alle 23:09 da Simona


Notte a tutti e grazie, Massi.
Ci vediamo domani!

Postato giovedì, 10 luglio 2008 alle 23:18 da Simona


Grazie a te, Simo.
Davvero.
Sono sicuro che da questa rubrica darà luogo a spunti interessantissimi.

Postato giovedì, 10 luglio 2008 alle 23:30 da Massimo Maugeri


Queste tue frasi, Simo, mi sono piaciute moltissimo.
Le riprendo:
La sentenza finale, la pronuncia in nome del popolo italiano, l’assioma che mi porto alle spalle e dietro la toga : “la legge è uguale per tutti”, presuppongono una totale assenza di giudizio sull’uomo.
Il processo scava fatti.
La letteratura racconta gli uomini.
.

Davvero belle.

Postato giovedì, 10 luglio 2008 alle 23:32 da Massimo Maugeri


E grazie per la lezione sulla dea Dike.
:)

Postato giovedì, 10 luglio 2008 alle 23:33 da Massimo Maugeri


Bene. Per stasera chiudo.
Buonanotte a te, Simona… e a tutti voi.
A domani!

Postato giovedì, 10 luglio 2008 alle 23:36 da Massimo Maugeri


Buonasera, Simona. Il tema mi interessa molto, tanto che ho scritto un romanzo, pubblicato dal Foglio, nel quale faccio parlare Santippe, la moglie di Socrate, che reclama il suo diritto di avere pari dignità con l’ uomo. Dalle recensioni che ho avuto ho capito che il maschilismo non è morto del tutto. A molti uomini è piaciuto ma qualcuno ha cercato il pelo nell’ uovo, rimproverandomi di avere sminuito la figura di Socrate, cosa, a mio giudizio, non vera. Franca Maria Bagnoli.

Postato giovedì, 10 luglio 2008 alle 23:55 da Franca Maria Bagnoli


Cara Simona,
mi sarebbe piaciuto parlare con te anche a proposito di Torquato Tasso (oibo’: attesi invano), ma colgo tuttavia l’occasione di questa benvenuta nuova rubrica per farti i miei piu’ profondi auguri, poiche’ mi sembra che uno spazio ”in rete” in cui Letteratura, filosofia e Diritto, si fondino, e’ un’iniziativa alla quale andrebbe tributato il massimo dei nostri sforzi e delle nostre speranze. Prima speranza fra le quali e’, a mio avviso, quella di realizzare in Italia uno Stato che sia propriamente tale. A questo fine, mi sembra che attingere alle Arti piu’ tipicamente nostrane possa essere un viatico eccellente e ”innovativo”, ovvero vecchio ma da riscoprire, come quasi sempre e’.
Saluti Cari
Sergio

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 00:58 da Sergio Sozi


Erratum: ‘’si fondano”, cong. pres. di ”fondere”. Pardon.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 01:09 da Sergio Sozi


@Franca,
trovo che la posizione della donna richiami quella della giustizia, come ho già detto a proposito della dea Dike, che per il mito era infatti una divinità femminile. Ciò perché la posizione della madre, della moglie, della figlia, bilanciavano con un apporto di pietas l’idea “maschile” della giustizia, originariamente incentrata sul “taglione” (da Talio est, tale è, ossia :o cchio per occhio, dente per dente).
Oggi la giustizia è in gran parte donna. E sebbene sia ancora molto difficile per noi conciliare lavoro e famiglia, aggiornamento, studio e figli, è un dato statistico che i tribunali registrino in numero crescente una presenza femminile in aula, soprattutto in uffici (come il tribunale dei minori) in cui l’affioro del sentimento di custodia della prole e della sua fragilità è sentito in modo molto forte.
Trovo dunque che Santippe sia l’alter ego di Socrate, semplicemente l’altro – e necessario- lato della giustizia.
Che è poi completezza di sguardo su entrambi i sessi. Sulla dimensione del vivere. Del morire.
E’ proprio Socrate – una volta subita la condanna in uno dei più famosi processi della storia – a ricordare :
“Ma ecco che è ora di andare: io a morire , e voi a vivere. Chi di noi due vada verso il meglio è oscuro a tutti fuori che al dio”.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 07:58 da Simona


Mio caro Sergio,
purtroppo “i giorni del Tasso” sono coincisi per me con un periodo molto impegnativo e non ho avuto la possibilità di partecipare alla discussione.
Tuttavia ti ho seguito e ho condiviso il piacere di rileggere i classici, di annodarli all’esperienza attuale.
Sì, rispolverare anche da un punto di vista letterario e filosofico la concezione di “Stato”, ci aiuterebbe a rivivere la passione e lo struggimento con cui l’uomo è arrivato a concepire lo “Stato di diritto” in contrapposizione allo Stato assoluto.
Una rivoluzione che a mio avviso è sempre latente non solo nelle forme di governo mondiali ma nell’identità stessa dell’essere umano, nel suo oscillare tra apertura e chiusura, tra scambio e paura – o difesa.
Credo però che già la definizione di Stato di diritto possa far riflettere. Perché è tale quello che trova nel diritto un proprio limite. Una modalità dell’essere.
Non a caso è la tipologia di Stato che codifica la costituzione in un documento scritto e che attinge più direttamente alla filosofia (alla divisione dei poteri del Montesquieu , per esempio, ma anche a Platone che ne parla ne “La Repubblica”, ad Aristotele nella “Politica”, a Polibio nelle “Storie”).
Forse non ne siamo coscienti ma l’essenza del nostro modo di vivere nello stato attuale deve tutto ai poeti, ai filosofi, ai sognatori…

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 08:02 da Simona


Complimenti e auguri. Seguirò con molto interesse.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 10:15 da Anonimo


bravissima Simona. ti leggo sempre con interesse.
in bocca al lupo per questa nuova rubrica e bravo a Massimo che offre sempre spazi e spunti per dialogo e confronto. un abbraccio a tutti e due. M.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 10:48 da Morena Fanti


Ciao Simona
ti faccio i complimenti per questa discussione “gravida” su arte e giustizia ed esordisco con un quesito: può un giudice essere anarchico?
Quando nel 1993 mi accinsi a diventare il referente letterario dei giudici scrittori d’Italia (ora ne siamo oltre 130) mai avrei pensato di trovare il senso della giustizia non nelle aride sentenze ma nella calda letteratura dei giudici scrittori.
Ho imprato da loro(in coro) che per aversi giustizia bisogna proclamare la… fine della giustizia!
Io ho vissuto la legge non come luce ma come oscurità e patologia dell’uomo. Solo l’arte può dare la salvezza in un mondo in cui la regole dei comportamenti umani sorgano spontaneamente e non vengano imposta. Sì, ripeto una frase di Dostoevschij che riporto nella mio teatro che gira in questi tempi. Ne “La cella di Alessio” il delinquente Fedor proclama: “La bellezza salverà il mondo”.
Echi che riemergono come da un chaos significante nella home page di EUGIUS http://www.antiarte.it/eugius/): “L’Associazione Europea dei Giudici Scrittori ha lo scopo di associare i giudici-scrittori d’Europa al fine di diffondere un messaggio universale di giustizia e arte nel presupposto che ciò che è bello è anche buono e giusto. Ergo si può contribuire all’unione delle persone, alla crescita dell’umanità e della solidarietà in nome di una giustizia intesa non come mera punizione ma come ricerca dei sistemi creativi per rendere l’uomo retto, mediante l’arte, la cultura, lo spettacolo, l’informazione, la cooperazione culturale e sociale”.
Auguri Simona. Che Melpomene, Talia e consorelle ti aiutino a sopportare la bilancia disumana della Diche Formale.
Toto corde sine lege
Ianuarius

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 10:59 da Gennaro Francione


@Morena ed anonimo: GRazie!
@A Gennaro Francione, presidente dell’EUGIUS (associazione europea dei giudici-scrittori), magistrato e drammaturgo:
No, Gennaro, un giudice deve credere. Sempre. E già credere nella bellezza, nell’oscurità che traspira in luce, nella patologia che evolve in guarigione è avere una fede.
Io – personalmente – credo nello Stato. Sento di servirlo. Penso che chi approda innanzi al mio banco d’udienza merita il mio sacrificio, il mio sorriso, la mia fatica.
Soprattutto penso che merita le mie ferite.
Perchè lo stato è un corpo che ha anima nelle nostre anime. E bisogni nei nostri bisogni.
Quando scrivo una sentenza non penso mai di redigere un documento formale. Ma di incidere nella vita di un uomo. Ed è per questo che affronto la redazione dei provvedimenti con un misto di amore e paura. Perchè i fascicoli e le carte mi proiettano addosso molti sguardi. Molte voci. Molti sorrisi dimezzati.
La sentenza solo in apparenza è il regno della forma.
Così come la legge non è che il nostro stesso rimando. Uomini che lottano con la precarietà. E che cercano di darle un senso.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 11:27 da Simona


Ringrazio Simona per la sua risposta al mio post, risposta gentile ed esaustiva. I due sessi si compensano l’ un l’ altro ma spesso entrano in conflitto. Per la donna che, generalmente, non ama la guerra e i conflitti
si crea una situazione di sofferenza, accompagnata da un senso di solitudine. Grazie ancora. Franca Maria Bagnoli.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 12:40 da Franca Maria Bagnoli


@Gentile Simona,
la seguo sempre con grande curiosità, per l’interesse che risveglia in uno come me, sempre alla ricerca della verità nell’equità dei diritti e doveri.
Le sue risposte escludono ogni nuova domanda di chiarimento, perché provengono da una personalità colta, cosciente e perspicace.
Non mi resta di auspicare, che la giustizia italiana sia maggiormente affidata nelle menti colte ed umane come la sua, onde recuperare il senso d’intesa comune, nel suo senso più stretto e riconosciuto, che la legge sia uguale per tutti, e che ogni punizione inflitta sia assunta dal trasgressore come una nuova occasione di poter e dover riesaminare i moventi che lo hanno spinto a trasgredire una norma o legge.
Egli è sempre il perdente, per cui è compito della società e dei suoi rappresentanti di sostenerlo, offrendogli migliori possibilità educative, accompagnate da corsi istruttivi e provvedimenti miranti al suo reinserimento nel mondo del lavoro.
Una società funziona solamente, quando i suoi membri si rispettano e sostengono reciprocamente, possibile solamente nella riconoscenza che ogni membro è utile e indispensabile per il suo funzionamento.
Bisogna fare molto di più, affinché l’alba della parola, come ha indicato lei nella sua introduzione, trovi maggiore assonanza con quella della norma. Questo è il cammino del progresso sociale da seguire, e di esso deve appropriarsi la letteratura, intesa come mezzo di comunicazione, per istruire, ammonire, e infine accusare ogni qualvolta si noti uno sviamento dalle norme di equità e giustizia, riconosciute ed accettate dalla società.
Complimenti per la sua introduzione, della quale sento ancora l’eco poetico, e veggente passionale della sua compositrice, sognatrice, e speranzosa che giunga all’orecchio di ognuno, e sia assunto come verità, perché frutto della storia comune, da riconoscere e seguire per un migliore futuro comune.
Con i miei migliori saluti, ed auguri per i sui impegni che sostiene con serietà ed eleganza di pensiero.
Lorenzo

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 13:00 da lorenzerrimo


Cara Simona, grazie per questo splendido spazio e per questo tuo contributo. Notevole come sempre, oltre che poeticissimo. In te davvero scrittura e consapevolezza sposano magistralmente la parola, che diventa testimonianza. Poesia. Vita. Pertanto, i miei più vivi complimenti. Quello della giustizia è un tema assai difficile, senza il quale non ci sarebbe probabilmente umanità, senso del rispetto altri, sentimento di coesione alcuna, democrazia. Democrazia. Termine tabù. E’ un momento difficile per la democrazia di questo paese. Forse il più tremendo che l’Italia abba avuto negli ultimi decenni. E proprio in questo momento bisogna urlare a gran voce il bisogno di giustizia, il bisogno di pulizia e di trasparenza provenienti dal fondo della nostra indignazione. Ignorare l’importanza della legge e la sua sacralità in questo preciso momento storico significa consegnare la nostra libertà di cittadini nelle mani di una dittatura invisibile. Forse non più tanto invisibile, purtroppo. Forse non più tanto incomprensibile. Insomma, ormai evidente. Da cui dobbiamo per forza di cose prendere le necessarie distanze e trovare delle possibili difese, dei rimedi salvifici. In tal senso: approdiamo al concetto di bellezza. Io credo che davvero, come su ribadito, la bellezza salverà il mondo. Ma dobbiamo cercare di metterci d’accordo su cosa intendiamo per bellezza. E’ una dimensione infinitamente grande e infinitamente complessa. Forse non bastano realmente le parole di tutti i vocabolari per contenerla e definirla. La bellezza del mondo. La mostruosa immane bellezza dell’universo. Bellezza nell’altro. Nelle sue infinite culture. Nelle sue imprescindibili diversità. Bellezza nei suoi silenzi. Bellezza nelle sue contraddizioni. In città nuove, mai viste, che ci vengono addosso col loro alone di struggimento e desiderio inespresso. Bellezza che trasuda da libri, da monumenti, da pagine aperte di natura mai raccontata. Bellezza dei colori e delle forme. Bellezza del non avere radici né legacci. Del sentire tutto quanto intorno – e tutti quanti – come radice irrinunciabile della propria umanità. Chi garantisce questa bellezza? L’educazione all’altro, ai suoi spazi, alla sua eterogeneità. Ai suoi linguaggi. L’educazione ai diritti dell’individuo. L’educazione a un concetto nuovo di “cultura”, che non proviene dalle pagine accumulate sullo scaffale polveroso di una biblioteca ma dal calore dei visi, dei sorrisi, di coloro che incontri sul tuo cammino e di non conosci assolutamente nulla. L’educazione alle storie del mondo. Il rispetto per il passato che insegna ma per l’avvenire che risarcisce, ricordando. Il rispetto per i valori degli altri, fossero anche contrapposti ai nostri. Il rispetto di poter esprimere la meravigliosa diversità della terra e delle sue accensioni. Se ci allontaniamo da questo senso di democrazia e di diritto, finiremo per approdare in un orizzonte di “apparente” bellezza. Quello in cui la parola democrazia finisce per coincidere con la parola utopia, senza diventare SOGNO. Dobbiamo lottare per il nostro SOGNO, per quello individuale e per quello collettivo. Dobbiamo lottare per il rispetto che l’altro ci chiede, prima di essere schedato, condannato, inquisito e giudicato per culture che forse non ci siamo mai interessati davvero di conoscere. E approfondire. Ma che siamo stati pronti a respingere, con l’arroganza razzista di chi sta al centro del mondo e lo giudica possibile soltanto alla luce dei propri angustissimi parametri. Io credo che sia questo il concetto di bellezza a cui tendere. Da cui lasciarsi vincere. Assolutamente paragonabile alla bellezza che ci regala una pagina della Yourcenar o un frammento del Requiem di Mozart. E quel busto di Antinoo, simbolo di un amore senza tempo e senza confini sessuali. Senza il rispetto e il senso del diritto, questo non ci sarebbe stato. E’ questa la grande lezione della letteratura, che questo paese non può, non deve permettersi di dimenticare, come invece ci sembra stia accadendo. Grazie ancora per i contributi e un saluto caro a tutti quanti i partecipanti e a Massimo, sempre vigile sui nostri interventi.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 13:03 da Luigi La Rosa


Ciao Simona!
Per te è un periodo da primadonna e ti porgo i miei auguri.
Spesso ho letto quanto scrivi e spesso oso dirti la mia: d’altra parte, lo sai, la sottoscritta è un artista e come tale non deve aver paura di esprimersi liberamente. Con rispetto e senza urtare l’altrui suscettibilità, comprese toghe e le rispettabilissime figure di cui un ordinamento necessita.
Quindi la letteratura apre la sorellanza alla legge, ma anche alla pittura, alla musica, all’ingegneria, alla matematica, alla filosofia, alla chimica, alla medicina, non c’è alcun campo che escluda la ricerca della verità, se di Verità vogliamo parlare. Di conseguenza non esistono scuse, nè difese, nè accuse, nè sentenze: solo la PRESA DI COSCIENZA di un errore sana l’errore stesso, lo elimina senza possibilità di ripetizione e, spiacente d’esser più dura di un magistrato, ma questo coinvolge una parte dell’uomo dove gli altri uomini, se hanno interagito con lui per riportare il bene, sono solo aiutanti di quanto chiameremo, in rispetto di un processo esistenziale che con i tribunali a poco a che fare, LA PARTE CELESTE.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 13:41 da Rossella


E’ semplicemente fantastica l’idea che hai avuto, caro Massimo. Perche’ Simona se lo merita, perche’ il tema e’ bellissimo e perche’ in questo modo arricchisci e rendi sempre piu’ prezioso e bello il tuo blog, vero luogo di incontro per chi ama la scrittura e la lettura dei libri. Grazie davvero e un caro saluto.
Maria

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 13:42 da Maria Di Lorenzo


Cara Simona,
ti scrivo poche cose, con l’intenzione forse di intervenire in modo più approfondito. Il tema invita a una vastissima discussione. Ho per ora qualche disaccordo in quel che dici. Per esempio dici: “La vita è già una domanda”. Non so, forse per me la vita è già una risposta, o forse semplicemente un mistero da vivere nel modo più intenso e consapevole possibile, e da lasciare tale – un mistero.
Dici poi, rispondendo a Salvo, che “è nel fluire dei giorni che va cercato il suo senso. Non in momenti storici contingenti”. Per me, non vi è differenza tra l’eterno fluire dei giorni e il momento contingente. E poi mi piacerebbe parlare del concetto di pena giuridica, della riforma carceraria del 1975, la legge Gozzini (che vogliono modificare restrittivamente) e d’altre, tante, cose in merito, ma il discorso si fa troppo lungo.
Ti mando un abbraccio e i miei complimenti per la tua ricerca sincera e appassionata d’armonia in una professione così ardua, e l’augurio di buon lavoro e d’una carriera letteraria felicissima,
Gaetano

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 14:08 da subhaga gaetano failla


@ Simona:
“Forse non ne siamo coscienti ma l’essenza del nostro modo di vivere nello stato attuale deve tutto ai poeti, ai filosofi, ai sognatori…”
Due sono le professioni che mai e poi mai avrei concepito come prossime, come mie: il medico e il magistrato. Forse sul medico, potrei anche rivedermi; nel senso che ne ho conosciuti di bravissimi e di assurdi e quindi, e in un qualche modo, avrei anche potuto contribuire con il perfezionamento di una specifica disciplina, magari la fisiatria. Ma il magistrato no! In questi ultimi anni è stato investito da una mole immensa di cose e problemi, da vanificarne, assurdamente, l’importante ruolo.
Abito a Lecco, e conosco da vicino tutta la triste storia della famiglia Englaro… penso al/ai magistrati e al compito che si sono assunti. Non entro nel merito, dico solo, che, a mio parere, il Testamento biologico è un diritto civile: con sicurezza saprei come disporre di me, assolvendo famigliari e medici da ogni responsabilità. Dieri no agli accanimenti terapeutici, di ogni tipo. Chiederei un anestetico dolce e me ne andrei nella pausa di un caffè, fra il cambio di turno delle infermiere. E la chiarezza dei miei pensieri sarebbe lì con i dati anagrafici (così freddi e che mai “corrispondono” al vero): non insistete, vi prego, ho già dato molto. Salvando tutti dal peso della scelta e allegerendo, in primo luogo il carico del magistrato.
I sognatori e i poeti ,forse, continuano a sognare, ma è certo, che, soprattutto in questi ultimi anni, abbiamo appesantito i magistrati delegando loro la dissoluzione degli incubi.
Cosa ne pensi?
Un grande bacio, Miriam

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 14:42 da miriam ravasio


@Simo. Premesso che da te mi lascerei affibbiare l’ergastolo senza battere ciglia( lo so che non sei penalista). Riprendo la breve frase estrapolata dalla tua risposta, a sua volta ripresa da Gaetano (che casino). Io credo che amministrare la giustizia degli uomini abbia poco di poetico e molto di materiale. Ergersi a giudice, a giustiziere sui propri simili senza lasciarsi condizionare dai sentimenti, rimanendo freddi e imparziali, richiede uno sforzo supremo. Io per esempio al Berlusca qualche decina di anni in più glieli darei volentieri. Questione d’istinto. “Non in momenti storici contingenti”. La storia degli uomini è un insieme di momenti storici contingenti, è da sempre la giustizia degli ultimi non ha coinciso con quella dei primi, proprio perchè l’uomo è imperfetto e lunica Giustizia che si speri equa è quella Suprema. Ma forse anche lì ci sarà qualche raccomandato. Ha ragione Luigi, “Questo è il decennio più tremendo per la democrazia italiana. E proprio in questo momento bisogna urlare a gran voce il bisogno di giustizia, il bisogno di pulizia e di trasparenza provenienti dal fondo della nostra indignazione”. Si vuole ridurre in ginocchio la magistratura, si vogliono abolire le intercettazioni telefoniche che hanno contribuito a sventare tanti attentati di mafia, si vuole imbavagliare la stampa, si vuole impedire ai cittadini di scendere nelle piazze per protestare. Il potere politico pretende libero arbitrio. E’ un momento durissimo per L’Italia e occorre che tutte le forse sane scendano in campo per fare fronte.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 15:05 da Salvo zappulla


e da sempre (errore)

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 15:07 da Salvo zappulla


Non avevo mai riflettuto su questa intima connessione letteratura-diritto. Forse perche’, mia profonda colpa, non amo il diritto. Ne ho una visione rigida, restrittiva, asettica. Tutto il contrario di Simona che ci ha mostrato l’aspetto passionale della legge. Quindi la ringrazio e mi consento di ricordarle una piccola promessa: un parere su quel libercolo che abbiamo sottoposto alla sua attenzione ;-) ))
Laura

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 15:13 da Laura Costantini


@Lorenzo e Rossella
grazie.
La trasgressione, l’errore, la falla. Sono i temi dei processi. E sono spesso i temi della nostra vita. O della vita che prorompe nei romanzi.
La norma ha una funzione di riequilibrio perché ha una dimensione collettiva. Perché affiora da forze contrapposte (chi danneggia, chi è danneggiato). Perché deve proteggere. Calibrare. Se è possibile, lenire.
Ma c’è sempre – a mio avviso – un campo che la norma lascia scoperto. Che non può prendere in considerazione. Che è nel cuore dell’uomo.
Ed è la sofferenza per l’inciampo. O la pietà nel constatarlo. Soprattutto, la speranza di trasformarlo.
Ecco. Io penso che questi “buchi neri”, queste stramature, questi mondi di mezzo tra ciò che si deve e ciò che si sente, siano il campo dell’arte.
E concordo con Rossella nel pensare a un campo vasto, non necessariamente letterario, ma “celeste” come dice lei con un’amabilissima espressione. Dell’anima e delle stelle. Di tutto ciò che palpita in un “altrove”, in un mondo di mezzo forse invisibile ai più. E che l’artista afferra. Riempie. Vede. Vede. Vede.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 15:30 da Simona


@Luigino mio, sì. La bellezza. Cos’è. Come farla entrare nelle nostre vite. Come farne una dimensione “giusta”.
Ecco. Iustitia ha in sé una desinenza “ius”, che non è – nelle lingue indoeuropee dalle quali deriva – solo “diritto”.
E’ piuttosto un’espressione che indica un’unione. Un connubio.
Non a caso la ritroviamo in “coniuigio”. E in altre parole che evocano l’idea della fusione e della rinascita.
E’ così che io penso alla bellezza e alla giustizia.
Come a valori che devono sgorgare da un’appartenenza.
La bellezza deve rispecchiarsi in infiniti rimandi, comunicarsi, contaminarsi. Da uomo a uomo. Da sguardo a sguardo. Deve svolare su solitudini, minorità, diversità, esilii. A tutto deve fondersi. In tutto confondersi. In tutto riconoscersi.
Così pure la giustizia. Quando guardo il suo simbolo (la bilancia che regge due piatti in equilibrio perfetto) io fisso lo sguardo sul braccio che unisce i due opposti, sull’asta che li sostiene. Non sul vuoto in cui vacillano.
Perché anche la giustizia – come la bellezza – è raccogliere la differenza. La minorità, la fragilità e l’esilio. Anche la giustizia è – prima di tutto – condivisione col destino dell’altro.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 15:32 da Simona


@Salvo, in questo senso, mio caro Salvo, la iustitia è immanente a ogni periodo storico. E bisogna credere nella sua immanenza, al suo essere. Perché è questo suo assurgere a “valore” a giustificare lo sforzo dei magistrati, degli avvocati, di tutti gli operatori del diritto.
A Siracusa ho avuto per anni un collaboratore di cancelleria (che oggi non c’è più) che faceva il “corriere”, cioè spingeva un pesante carrello colmo dei fascicoli d’udienza. Era malato (ci ha infatti lasciati dopo qualche anno), claudicante, quasi cieco.
Ma quando è morto hanno trovato in casa sua i codici di diritto e procedura civile perché, pur non dovendo fare altro che spingere un carrello, mi diceva sempre di amare il diritto. Mi diceva che la legge era la sua consolazione. Che era grazie ad essa che aveva potuto lavorare (in quanto portatore di handicap era stato agevolato nell’assunzione in tribunale).
Si chiamava Giuseppe Messina. Mi ha offerto i caffè più divertenti e gustosi che abbia mai bevuto in ufficio. Gli ho chiesto molti consigli, soprattutto nei primi tempi del mio lavoro, quando non avevo ancora maturato una lunga esperienza.
Mi ha sempre risposto col suo sguardo vacillante e malfermo. Con sorrisi di compiacimento e intesa.
Sorrisi innamorati dei corridoi e delle aule di giustizia.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 15:35 da Simona


Cara Simona, complimenti per la tua cultural-competente ecletticità e creatività in tutti i campi dello scibile umano umanistico: e l’attenzione sulla relazione tra empatia ed etica, questo è quello che io ho percepito leggendoti: “capire gli altri per comprendere se stessi”, cioè a dire, la nozione di empatia come strumento di conoscenza, mettendo a confronto la teoria secondo cui l’empatia è alla base dell’altruismo, con la teoria che ne sostiene la natura egoistica. Una finestra sul mondo dell’empatia, da cui mostrare la funzione fondamentale che essa ricopre nel predisporre alla comprensione altrui ed al rispetto dei principi etici. Sei tu Cara Simona, – con la tua forte energia vitale-,forse?
Un abbraccio forte,Luca

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 15:45 da luca gallina


@ Gaetano Failla.
Sì, concordo nel fatto di vivere la vita non perdendo il gusto del mistero, dell’intraducibile.
Però sento che lo sforzo che anima il magistrato e lo scrittore è trovare una risposta. O, anche (come dici bene tu) , formulare una domanda – la domanda giusta, quella che corrisponde a un’esigenza.
Sento che la verità sfugge. Proprio quando la cerchiamo affannosamente, proprio quando allestiamo l’istruttoria, articoliamo prove e controprove, ascoltiamo testi e parti.
Sento che per quanti sforzi l’uomo faccia, è la stessa ricerca della verità a incarnare un mistero. A porgere domande . A esigere risposte.A richiedere, forse, strumenti. Come un processo. O un romanzo.
La legge che citi(la legge Gozzini), nel prevedere un sistema di misure alternative alla detenzione, si basa su un’idea di “rieducazione” del reo. Di chi ha sbagliato. Di chi è caduto.
Offre una risposta.
E formula una domanda. Alla società. “Ve la sentite di dare un’altra chanches a chi ha sbagliato?” “Ve la sentite di scommettere su chi ha pagato un errore?” “Ve la sentite di offrirgli un lavoro, di parlare con lui, di istruire i suoi figli, di accoglierlo nelle vostre case?”
A volte anch’io mi pongo la stessa domanda. Ma non rispetto ai detenuti. In famiglia, tra le persone che amo.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 15:50 da Simona


@Maria Di Lorenzo , grazie mia cara.
@Luca: hai capito benissimo! Un bacio
@Laura: grazie anche a te, tesoro mio. Ho già letto il vostro libro. La recensione uscirà dopo l’estate!

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 15:56 da Simona


P.S. e per te che ami i classici:

Anche quando un tiranno si impadronisce dello Stato
e prescrive ai cittadini ciò che essi devono fare
anche questa è legge?

La domanda, fatta da Alcibiade a Pericle (in Senofonte, Detti memorabili di Socrate, I, 2), oggi è di straordinaria attualità. Qual’è fondamento di legittimità sul quale il diritto moderno, positivo e coercitivo, poggia la sua validità?
E’ (anche) il tema della relazione tra diritto e morale, che si analizza in relazione ad uno dei filosofi contemporanei più fecondi: Jürgen Habermas. Egli propone una versione del rapporto tra diritto e morale che ne impedisce la pericolosa assimilazione.
Al di là delle opposte intenzioni e risultati, sono infatti proprio le clausole di giustizia e di valutazione morale delle strutture giuridiche dei totalitarismi del novecento, che consentono, a causa della loro indeterminatezza, agli apparati dello Stato di trasformarsi in terroristici amministratori della morale. Oggi questa situazione si ripete nei paesi islamici, nei quali è la sharia, la legge morale, a fungere da criterio di legittimità,forse. Segue%

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 15:56 da luca gallina


La letteratura si muove nel cammino sospeso dell’anima,dove buio e luce,partenza ed arrivi,bugie e verità,lasciano una traccia inconscia prima di tutto a chi scrive. Forse è la ricerca di una verità perduta che induce a scrivere. Pensando di giustificarla ancora.E invece,quando vai a leggerti, scopri che è stata soltanto ’scoperchiata’.E ne ritrovi un’altra;ancora più profonda,adesso nuova,ma stimolante.Un altro percorso sconosciuto, o conosciuto soltanto a metà(la partenza).Ti senti più ricco: hai assimilato un’altra verità. Ma è pericolosa.Perchè,come tutte le verità,chi sa comprenderle veramente capisce che non saranno mai certe,mai definitive,mai dogmatiche. Penso che la Legge sia proprio uguale:trovare il giusto equilibrio tra chi ha arreca “danno” e chi lo subisce.Ma, anche nelle sentenze più evidentemente chiare,non si può prendere in profonda considerazione tutto il soggettivo e il relativo dell’imputato e la dinamica del reato.Quindi,il processo deve seguire soltanto i suoi canoni.E la condanna,per un “giudice-letterato” che la emetterà,potrà sembrare comunque un macigno che rintuzza la sua coscienza. Ma la giustrificazione è lì, pronta a salvarci: una decisione bisognava pur prenderla. E già…Perchè nel cammino sospeso dell’esistenza, le verità sono tante e infinite;e chi sbaglia e porta danno è giusto che paghi.Ma un “giudice-letterato”, che ’sente’ la vita,sa bene che un giudizio è soltanto una verità parziale. E l’altra parte,quella che si è condannata, è giusto non menzionarla. P.s. Approfitto per fare un saluto a Massimo( era molto tempo che non m’ “intromettevo”,spero di non essere stato prolisso). Un saluto a tutti.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 15:58 da Gianni Parlato


Lo “Stato di diritto” come si deve o come si vede? E l’Economia politica dello “Stato di diritto” dove sta andando?

Con lo svilupparsi del “processo di globalizzazione” le difficolta dello stato nazionale di operare un controllo sulla propria economia si infrangono contro l’influenza del mercato globale e anche i concetti di ordine, di produzione legislativa e di politica economica necessitano di una profonda revisione, la realtà occidentale, incentrata sulla sovranità popolare e sullo stato-nazione liberal-democratico, diviene sede di molteplici dibattiti filosofici riguardanti i diritti umani, la teoria politica e la teoria economica e finanziaria. Sono, quindi, le diverse correnti liberali (Classical Liberalism, Liberal e Libertarianism) evolutesi dal pensiero lockeano che, riconoscendo il carattere naturale e inalienabile dei diritti dell’individuo e negando ogni forma di potere assoluto, si interrogano e si confrontano sulla legittimità dell’attuale forma di stato. Pertanto, se come emerge dal dibattito tra le antitetiche posizioni dei Liberals e degli anarcocapitalisti, lo stato come oggi lo conosciamo sopravviverà o estenderà le sue competenze, o se invece, diventerà uno stato minimo o addirittura scomparirà completamente, dipenderà – perlomeno in parte – anche dallo sviluppo del dibattito filosofico-politico (occidentale) e dallo sviluppo del processo di globalizzazione.
Perché l’Italia è entrata in Europa, vero?
Luca

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 16:03 da luca gallina


@ Miriam: mia cara, non è una novità che ai magistrati si deleghi lo scioglimento di un nodo. Di un dubbio. Di un incubo o …di un mistero.
O del senso stesso di un’epoca e dell’esistenza (pensiamo al processo a Gesù).
Corrisponde alla medesima esigenza che spingeva i primi cives a correre dal pater familias. Dall’anziano. Dal saggio.
Da qualcuno che avesse uno strumento per offrire un rimedio.
E’ umano. Ed è umano anche lo sforzo dei giudici. E’ umana anche la complessità dei tempi.
Quando giuriamo fedeltà, nell’assumere le funzioni, la toga ce la mette in spalla un collega ai limiti della pensione.
Non ci dice neanche una parola. Ci guarda.
E ci dà solo una pacca sulla spalla.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 16:06 da Simona


@LUCA, le tue riflessioni sono molto stimolanti, mio caro.
Ma la forma dello stato di diritto di Montesquiana memoria non è incompatibile – di per sè – con le spinte pressanti verso l’unificazione di stati, di realtà ordinamentali differenti.
Proprio perchè oltre ad offrire un “sistema”, coglie anche un’idea. La subordinazione persino dello Stato alla legge.
E’ – ancor più a monte – l’enunciazione di un principio, di un ideale.Che ha natura plastica. Assimilabile anche da forme di organizzazione più complesse. Finanche da più stati membri molto differenti per origine storica, tradizioni, provenienza.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 16:25 da Simona


@Gianni, è proprio ciò che penso anch’io!
A volte scrivendo ho l’impressione di moltiplicare lo sguardo. Di aprire infiniti cassetti. Di scoprire in essi altri cassetti, altre ante, mille, infinite e barbaglianti schegge di luce. E poi altre luci e ombre e annaspi di chiaroscuro.
Ancora desideri.
Anche nel processo si intravede spesso questo infinito rimando ad altro e poi ad altro e poi ad altro.
Uomo su uomo. Verità contro verità. Specchi incastrati e sovrapposti, questo sono. Questo, siamo.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 16:35 da Simona


Cara Simona, non invidio la terribile responsabilità di quella toga, che da sola pesa quanto il mondo sulle spalle di Atlante. Concordo con te nel ritenere il diritto come una delle forme che assume lo sforzo umano, la tensione verso l’armonia, che è riflesso di quell’ordine universale cui ogni coa creata è sottoposta. Onore e onere, ecco il tuo lavoro. Dante pone a giudice infernale il re-magistrato Minosse, che avvoltola la sua coda per significare in numero del cerchio cui il dannato è destinato. Le spade degli angeli del Purgatorio hanno le punte quadrate, segno che la giustizia divina è temperata dalla misericordia. Foscolo ci ricorda che gli uomini uscirono dallo stato di ferinità quando vennero istituiti “nozze, tribunali ed are”… Pensiamo all’Orestiade appena conclusa qui al Teatro Greco di Siracusa. Oreste verrebbe dilaniato dalle Furie (simbolo della ferinità, della legge del taglione, delle offese da lavare col sangue) se non fosse per Atena che istituisce un tribunale da cui il reo verrà assolto, grazie anche ad un principio modernissimo. In caso di parità dei voti, la causa pende a favore dell’imputato. Le Furie divengono Eumenidi (le Benevole) e l’umanità si incammina verso il diritto e la civiltà.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 16:43 da Maria Lucia Riccioli


Simona…
Sono stato particolarmenete colpito dall’inizio del tuo pezzo.
Affrontare un parallelo letteratura-giustizia, ed esordire con l’immagine dell’alba, lo trovo di una sottile e profonda poesia. Ma non quella decantata in versi o che ci fa trasognare abboccanti scene amorose,ma la poesia che si muove in ognuno di noi.Tutti,chiunque,anche chi commette a volte atroci errori.
L’alba, è quell’orizzonte catartico in cui ognuno vorrebbe definitivamente approdare. E restarci.
Personalmente non ho a che fare con la giustizia,in entrambi i fronti.
Ma c’è un sottile anelito,in ognuno di noi, che sembra muoversi nel buio e cercare quella luce che acclari la nostra esistenza .
Talvolta,invece,quel buio sembra ancora di più oscurarsi e sfociare nell’orrido.Allora è la fine di ogni slancio vitale,di ogni positività.
Ma in ognuno di noi,c’è sempre la speranza di incontrare un’alba.
Ecco, tu l’hai lasciato intendere.
Anche a me -soprattutto assistendo certi politici e alla becera inerzia di molti- spesso verrebbe vogli di…Bè, lasciamo stare, io sono un mediocre…
Ma la giustizia, per essere tale, dovrebbe far riconoscere i propri errori a chi li ha commessi, e non, giustiziarli.
Anzi, l’ ‘orizzonte’ saggio della Legge, sarebbe far intravvedere la luce a chi si muove nell’oscuro. E magari, fargli recuperare la speranza di perdersi in un’alba.
P.s. Ciao Massimo

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 17:32 da Gianni Parlato


Grazie Simona,
ancora un mio rapido passaggio.
Berlusconi vuole intervenire sulla legge di riforma carceraria Gozzini del 1975 limitando permessi, semilibertà e affidamento al servizio sociale. Il carcere è già una risposta, in concreto è la vendetta sociale, e l’umanità del futuro, se dovesse per fortuna evolversi, guarderà con disprezzo alla nostra società odierna, guarderà ad essa come ad una umanità immersa in un’epoca buia, dove l’istituzione carceraria è il simbolo primo di tale oscurità.
L’Italia (e la legge penale) purtroppo ha già ulteriormnete risposto alle domande che tu poni (sul perdono, l’accoglienza dei detenuti, ecc.), alla fine degli anni Ottanta mi pare, in un referendum, rigettando la possibilità di abrogare l’ergastolo. Altro che perdono cristiano! E ci si continua ad appellare (specie da parte degli attuali governanti) alle “radici cristiane” della nostra civiltà…
@ Salvo
Totalmente d’accordo con te sull’allarme che lanci relativo ai pericoli di tracollo democratico incombenti sulla nostra povera Italia. L’Italia soffre d’una profonda narcosi delle coscienze, e a volte si continua a tergiversare troppo parlando d’altro. Mala tempora.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 17:37 da subhaga gaetano failla


Cara Simona,nelle tue risposte devo riconoscere una facile e competente dimestichezza con il diritto, ma, altresì un legame profondo con la dottrina o filosofia del diritto che limita la visione dello scenario futuro in Europa, faccio un esempio: mettiamo il caso che la Turchia ne entri far parte: credi davvero che la legge erga omnes possa imperare sullo Stato di diritto di qualsiasi Stato? Perché converrai che un Parlamento Europeo legiferante esiste già, così pure la sua Corte confederata, pur fatta salva la sovranità degli Stati membri e quel sistema a cui accennavi tu che tutto accoglie e tutela nella loro diversità gli appartenenti, che in questo caso, nel futuro prossimo farà la differenza,forse.In buona sostanza come faremo con i musulmani alle porte?
segue%

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 17:42 da luca gallina


Segue%
Leggasi – Al di là delle opposte intenzioni e risultati, sono infatti proprio le clausole di giustizia e di valutazione morale delle strutture giuridiche dei totalitarismi del novecento, che consentono, a causa della loro indeterminatezza, agli apparati dello Stato di trasformarsi in terroristici amministratori della morale. Oggi questa situazione si ripete nei paesi islamici, nei quali è la sharia, la legge morale, a fungere da criterio di legittimità,forse -.Il mio precedente intervento: E’ (anche) il tema della relazione tra diritto e morale, che si analizza in relazione ad uno dei filosofi contemporanei più fecondi: Jürgen Habermas.
Ciao, cara Simona,pensavo di fare con il mio primo intervento di sostegno alla tua rubrica solo una toccata e fuga: e invece,povero me!Luca

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 17:46 da luca gallina


@ Simona
Gentile Simona,
Quando parliamo di diritti dell’individuo, non dobbiamo dimenticare di includere anche i suoi obblighi, perché solo così riusciamo a farci un’idea più precisa della giustizia.
È dal loro confronto che sorgono le norme e leggi che regolano il nostro comportamento con il prossimo, di modo che ognuno non subisca un torto da un altro.
È dal loro confronto, che le norme e le leggi devono adattarsi alle nuove forme di vita, in un mondo che varia sempre più freneticamente di giorno in giorno.
Il concetto di giustizia assume così un valore svariato, secondo dello stato evolutivo della società nella quale viene applicata.
In un mondo sempre più variabile e complicato, abbisogna la giustizia sempre più del sostegno delle altre scienze umane, come la filosofia, la sociologia, la psicologia, la medicina, la psichiatria.
Sono scienze all’avanguardia del progredire umano e per questo capaci di spiegare i differenti moventi che precedono una trasgressione delle norme e leggi da parte dei membri della società che si trovano al margine delle loro possibilità d’esistenza, o ai livelli più elevati e per questo più indotti a sopravalutarsi e poi trasgredire, come se esso fosse un diritto acquisito.
La migliore forma di giustizia è, ipoteticamente parlando, quella che si regge da sé, senza norme, se non quelle dettate da una coscienza elevata e comune di tutti i membri della società.
Questo rappresenta il fine finale da perseguire, e sul quale raggiungimento dovrebbero essere emesse le leggi e norme e decise le pene, e le prescrizioni in sostituzione delle stesse nei casi possibili.
Una giustizia, senza educazione ed istruzione, continue ed adeguate, del cittadino, così come senza l’agire di un’economia equa e giusta non raggiungerà mai l’obiettivo di minimare le sentenze e raggiungere così un minino di maturità e coscienza sociale.
In questo contesto descritto, dovrebbero cooperare tutti i responsabili della società in ogni nazione, come nel loro insieme, affinché un futuro migliore diventi probabilità è non un mito.
In questo contesto ancora, dovrebbe agire la letteratura ed ogni altra forma di espressione elevata dell’uomo, affinché l’educazione popolare progredisca e con essa la formazione di una coscienza comune più coltivata e sana.
La democrazia rappresenta il sistema più idoneo per aggiungere i risultati finali migliori, ma anch’essa fallisce quando i sistemi di controllo diventano strumenti del potere e la coscienza popolare tace, davanti alla propria e temuta precarietà economica primaria.
Il futuro dell’umanità risiede nelle sue menti migliori, di certo non nella politica corrotta e al servizio di un sistema economico che trascura il fabbisogno dei ceti minori.
Le faccio, quindi, i miei complimenti per il lavoro che svolge con vocazione. Il trasporto delle sue qualità letterarie, nelle quali domina una profonda sensibilità per la sorte dell’uomo, sia vittima, che trasgressore, con quelle delle sue mansioni giudiziarie, arricchisce il mondo della sua realtà quotidiana. Gli sforzi che compie, nel trasportare i suoi ideali evoluti e fini nel mondo dei contrasti più gravi ed oscuri immaginabili, ammorbidisce il suo ambiente operativo, donandogli una speranza, quella che è il filo conduttore della sua vita stessa.
Cari saluti.
Lorenzo

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 17:52 da lorenzerrimo


@ Lorenzo , Gaetano :
La previsone della pena si basa su due corollari. Ha una funzione di “prevenzione generale” e una di “prevenzione speciale”. Infine non è intesa come pura e semplice retribuzione.
Mi spiego.
La pena ha una funzione di prevenzione generale perchè nel comminarla, lo Stato (come diceva Lorenzo) esplica una tipica funzione educativa e di “orientamento” dei consociati. In parole povere avverte: comportati secondo diritto altrimenti incorrerai in questa sanzione.
Nel far conoscere la punizione, lo Stato impone contemporaneamente un obbligo. L’obbligo, ancora più a monte, è dettato a tutela di quelli che vengono definiti “beni giuridici primari”, ossia i valori base di un ordinamento giuridico (vita, salute, lavoro, diritto alla casa, allo studio ecc..).
Ma la pena ha anche una funzione di prevenzione speciale poichè la Costituzione recita che deve servire a “rieducare il condannato”.
Non è una vendetta. Non è un contrappasso. Non è un puro calcolo matematico applicato a un errore. E’ – dovrebbe essere – un’opportunità di riflessione. Di reinserimento sociale. Di “guarigione”.
Ovviamente per stimolare un tal tipo di trasformazione in chi ha sbagliato, il carcere dovrebbe essere il luogo dell’incontro. Del sostegno. Della creatività e della speranza.
Tutte qualità per le quali sarebbe necessario – oltre al meraviglioso spirito di sacrificio di molto personale che opera negli istituti penitenziari – anche il sostegno di una riforma strutturale con la creazione di ambienti adatti e progetti di recupero adeguati.
Molto è già stato fatto, ma moltissimo resta da fare.
Infine, la giustizia, l’errore, lo sconto della pena, la parola detenuto, sono parole che appartengono a noi tutti.
Sono ferite di tutti.
Sono lamenti di tutti.
Non c’è nessuno che possa dire: “non mi riguarda”.
E anche la giustizia non è affare dei soli giudici o dei soli tribunali. E’ un’alba perchè è una necessità nella quale viviamo a collo pieno.
Nella quale respiriamo ogni giorno.
Non ce ne accorgiamo, perchè non siamo consapevoli che il limite con l’incognita, coll’errore è spesso alla nostra portata .
Ed è un’eredità a cui nessuno ha mai pensato di rinunciare.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 18:10 da Simona


@Gianni: l’alba è infatti ai limiti di un mondo che resta e di uno che si compie. Di un nascere e morire. Di un lambire il giorno con riflessi nuovi, lasciandosi alle spalle la notte.
Grazie, caro.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 18:14 da Simona


@Maria Lucia,
Mari cara, com’è bello il tuo riferimento alla misericordia! Alcuni dicono che la parola venga da miserere + corda. Ossia cuore pietoso. Ma non è semplice pietà.
Non è pura commozione.
La misericordia non ignora la giustizia.
La adempie.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 18:17 da Simona


@Mio caro Luca, grazie per tutti questi spunti!
Ci sono teorie sociologiche che spiegano la deviazione verso le forme terroristiche e gli stati eversivi in modo scientifico. Queste teorie vedono nell’uso dela violenza, della cosciente disapplicazione della legge, del perseguimento di fini dittatoriali, non un’evoluzione patologica da alcune forme governative ad altre, ma il perseguimento di un vero e proprio metodo. Di un obiettivo. La strage, la soppressione, la tortura, l’oppressione, sono nient’altro che strumenti.
Ma si tratta di ipotesi che – naturalmente – non potrebbero neanche aspirare ad essere definite giuridiche. Se per ordinamento giuridico intendiamo un’ordine, appunto, un’armonia basata non solo su regole, ma più a monte su quello che si chiama “diritto naturale” , e che rappresenta l’adesione di tutti gli uomini a valori condivisi, nascenti dalla necessità di vivere in pace.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 18:27 da Simona


Mi voglio prodigare a stabilire la differenza fra un codice un regolamento ed il tipo di “processo” che fa cambiare un uomo, cosa genera il lui la trasformazione. La mistica ai livelli più alti si è occupata di questo ed anche la narrativa dei più grandi scittori.L’eroe è colui che con il suo cambiamento interiore ribalta le trame.
Chiaro che i fattori che contribuiscono a questa presa di coscienza dell’errore hanno a che fare con la morale ed ai doveri che l’Essere ha nei confronti dei suoi simili e da cui non può esimersi. C’è comunque anche un grado di responsabilità oggettiva dell’individuo, stabilita in base alla carica ricoperta a livello piramidale, per cui risponderà in proporzione per quanto riguarda i doveri e, molto probabilmente, anche diritti e riconoscimenti.
Stabilito che ognuno è responsabile della propria vita, altrimenti l’uomo non si chiamerebbe tale, nel contesto sociale, familire e comunitario ovviamente un adulto è maggiormente responsabile di un bambino, un ministro di Stato nei confronti del popolo di cui possiede il governo, un padre di famiglia non è il domestico, un manager non è un operaio, chi ha incarichi spirituali non conosce il carnevale.
Le leggi, quelle fatte dagli uomini, aiutano la convivenza e che la bestia si sappia regolare! L’innominato di Alessandro Manzoni, il protagonista dei Miserabili in Victor Hugo o ancora le colossali trasformazioni nei roamnzi di Dostojeskji spiegano molto bene cosa intendo per processo interiore, voglio dire che il pentimento dell’uomo è l’unico ad avere un valore reale per cambiare ad un livello superiore.
Comprendo anche che il pentimento non è per tutti, non ha un tempo ben definito e non è detto che sopraggiunga. Nel frattempo chi ha bisogno di giustizia è giusto che si rivolga ai codici ed alle leggi su quanto è stato stabilito fare o non fare. Ecco cosa intendo per valore temporale (peraltro di massima utilità) di quanto chiamiamo “la legge” in netta distinzione all’intervento divino dal valore Eterno.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 20:42 da Rossella


Ma certo , cara Rossella.
L’esistenza della legge e della risposta all’errore , non è messa in discussione dalla necessità di recuperare il reo.
L’antecedente , come si diceva prima, è l’obbligo. La violazione dell’obbligo genera la sanzione. La sanzione l’espiazione.
Ma l’espiazione genera la pietà.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 21:01 da Simona


Cara Simona,
grazie per la tempestiva risposta. La mia osservazione sullo Stato ”assente” in Italia nasce da una mia comparazione empirica, esperienziale, fatta vivendo in altre Nazioni europee – esattamente Inghilterra, Germania e Slovenia. Ebbene, confrontando i servizi pubblici di questi Paesi con quelli offerti dal nostro, vediamo che, appunto, in Italia lo Stato e’ una presenza eccessivamente modesta in seno alla societa’ italiana.
Cosa ne pensi?
Ciao, cara
Sergio

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 21:01 da Sergio Sozi


P.S.
Dico questo perche’ altrimenti discutere di Stato di Diritto, di Diritti e di Doveri, eccetera, si capisce bene, diviene inutile. Prima uno Stato deve essere forte e condiviso dal popolo di una Nazione, la popolazione deve avere fiducia nello Stato insomma; poi si puo’ decidere cosa fare.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 21:05 da Sergio Sozi


Mio caro Sergio,
il grado entro il quale uno stato può assicurare dei servizi è strettamente legato alle modalità con cui ha organizzato la propria economia.
C’è uno stretto legame tra libera economia di mercato e risposta dello stato attraverso l’erogazione dei servizi.
In linea di estrema sintesi gran parte dei c.d “diritti di libertà” e “diritti sociali” non può essere garantita da un libero mercato che – per sua natura – non tollera limiti all’autonomia privata.
E ciò perchè quanto più viene espansa la possibilità del singolo di essere, tanto meno lo stato può porre limitazioni. L’erogazione del servizio pubblico, invece, implica limitazioni alla libertà economica e di autonomia privata.
Ora, il nostro è uno “stato sociale” almeno tendenzialmente, poichè tende ad assicurare la partecipazione dell’entità pubblica alla vita dei cittadini attraverso l’erogazione di servizi essenziali per la loro vita, ma risente di molti ibridismi, di scelte a cavallo tra capitalismo e assistenzialismo, e l’erogazione del pubblico servizio patisce moltissimo la mananza – alla base – di una programmazione economica costante sul lungo periodo.
Ecco perchè le potenzialtà sarebbero ottime e anche le risorse umane, ma ogni capacità è come zavorrata dall’incompiutezza del sistema economico, dalla sua ormai risalente mancanza di identità.
E’ ovviamente un discorso molto complesso, che affonda le proprie radici in considerazioni anche di politica economica…
Ti faccio un esempio da “tribunale”…
Ad Avola ogni anno mi viene concesso – in qualità di dirigente dell’ufficio – un budget massimo di spesa per acquistare ciò che necessita alle attività giudiziarie: carta, carpette, toner e quant’altro. La somma annua è 300,00 euro. Solo la rilegatura degli atti giudiziari da conservare in archivio e le custodie dei fascicoli d’ufficio ne costano annualmente 630,00. La carta per il computer la porto da casa. Così le penne, i fogli protocollo per i verbali d’udienza, le pinzettatrici, finanche l’inchiostro per la stampante.
Il territorio della mia giurisdizione è talmente vasto che richiederebbe l’ausilio di almeno altri tre giudici togati.
Sono invece sola a gestire tutto il contenzioso civile, la volontaria giurisdizione e la materia cautelare perchè i concorsi per reclutare altri magistrati sono fermi e la carenza di organico è cronica.
Tutto questo dipende da una mancata programmazione – a monte – delle spese per la giustizia. Con un rallentamento dei processi e un logoramento graduale della forza lavoro.
I diritti sociali ( giusto processo, celerità, adeguatezza) sono in astratto enunciati.
Semplicemente ci mancano i mezzi.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 22:29 da Simona


Avevo già avuto modo di apprezzare la scrittura della dott.essa Lo Iacono e tra gli interventi in Letteratitudine e col suo racconto “I semi delle fave”. Qualche giorno fa, però, ho avuto anche il piacere di conoscerla de visu e di apprezzarne la dialettica che, non sempre, vanno di pari passo con la scrittura e viceversa.
Con molto piacere ho letto la denominazione della nuova rubrica che le è stata affidata dall’ospite del blog, Massimo Maugeri e, difilato ho letto tutti gli interventi: interessanti e attuali anche in relazione al clima politico del momento.
@Simona Lo Iacono scrive testualmente: Il processo è una giustificazione. Così come il romanzo.
Io credo che il miglior processo sia quello che si conclude dopo aver scavato dolentemente e sinceramente nella ricerca di una giustificazione al mistero di esistere.
E qui, non ho potuto fare a meno di richiamare alla mente le bellissime pagine, vecchie ma ancora così attuali, quali sono quelle de “Corruzione al Palazzo di Giustizia” di Ugo Betti. Ho trovato frasi bellissime, anche se crude, sul concetto di giustizia e condizione umana: “lasciamo che il corpo almeno sia soltanto dei vermi, pei quali tutti i volti sono uguali” dice il personaggio Erzi o, come più in avanti sottolinea Cust, “anche le mura diventano crudeli con chi è caduto”. Mi è venuta voglia di rileggerlo…

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 22:38 da maria catena bennici


Scusate l’assenza… sono di nuovo qui.
Intanto, come sempre, grazie di cuore a tutti per i vostri commenti.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 22:59 da Massimo Maugeri


Un ringraziamento specialissimo a Simona per la competenza e l’abnegazione con cui ha replicato ai vostri interventi

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 23:00 da Massimo Maugeri


@Maria Catena Bennici:
Sono davvero lieta di incontrarla nuovamente anche se in rete! E la ringrazio per aver richiamato la figura di un grande drammaturgo, scrittore, poeta e magistrato, Ugo Betti.
“Corruzione al palazo di giustizia” fu scritto in un momento storico gravido di tensioni. Era il 1944, il secondo conflitto mondiale volgeva al termine e la giustizia viveva un momento convulso e drammatico.
La rappresentazione teatrale del palazzo di giustizia nell’opera del Betti è simbolica: un incavo d passi, luci e ombre che si smorzano. La scena dominata da un intrico di corridoi, budelli accroccati gli uni sugli altri e risuonanti di bisbigli, congiure, affaracci e corruzione.
Un mondo al rovescio, quasi carnescialesco, affatato da beffardi rivoltamenti di ruoli.
Eppure, nonostante il periodo storico, nonostante l’affatellarsi di interessi umani e giochi poco chiari, la giustizia scava proprio in chi dovrebbe rinnegarla:il colpevole. Che la sentirà pressare e andrà a costituirsi.
Un magistrale specchio deformante, questo dramma del Betti. Dove l’accusato svolge le funzioni del giudice e il giudice quelle dell’accusato.
Una simbiosi di rimandi in cui a emergere è l’adesione del cuore umano a un’intima convinzione, a un bruciante bisogno di redenzione e pentimento. All’immanente esistenza di un’intima giustizia.
Il processo è anche – come il teatro – un gioco delle parti. Ma non è detto che chi subisce la condanna non sia anche un giusto giudice. E che chi giudica non sia – al tempo stesso – bisognoso di redenzione.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 23:14 da Simona


Ciao Simona!
:-)

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 23:20 da miriam ravasio


Una precisazione.
L’idea di questa rubrica è mia. Così come il titolo: “Letteratura è diritto, letteratura è vita”.
Ho pensato che potesse essere molto stimolante per tutti noi avere la possibilità di mettere in relazione letteratura, diritto e vita. E in tal senso, la presenza della nostra Simona mi è parsa una grande opportunità.
Così le ho proposto l’idea. E lei ha accettato con il grandissimo entusiasmo che la contraddistingue.
Mi è piaciuta moltissimo questa frase dell’ottima Maria Lucia: “Cara Simona, non invidio la terribile responsabilità di quella toga, che da sola pesa quanto il mondo sulle spalle di Atlante.”
L’ho ripresa perché la condivido. E perché so che, per certi versi, nel momento in cui Simona ha accettato il mio invito – dati i tempi “particolari” che viviamo – si è assunta una responsabilità di non poco conto… “esponendosi”.
Ecco perché la ringrazio di cuore e ringrazio tutti coloro che le hanno fatto gli auguri.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 23:22 da Massimo Maugeri


Cara Simona,
vedo che sei on line.
Be’… aggiungo il mio saluto a quello di Miriam.
Ciao
:-)

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 23:35 da Massimo Maugeri


Mi piacerebbe interagire con tutti, ma credo sia inutile. E poi lo ha fatto benissimo Simona (credo sia meglio che rimanga dietro le quinte).
Facciamo così… mi limiterò a salutare coloro che mi hanno citato…

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 23:37 da Massimo Maugeri


Ciao Massi, ciao Miriam!
Grazie , Massimo, per questa meravigliosa opportunità. E per le tue parole. Nonostante i tempi difficili penso che “esporsi” sia anche un dovere. Se può offrire una chiave di lettura, o anche solo uno sguardo.
Ancora grazie di tutto, vado a nanna!

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 23:40 da Simona


Grazie a te, Simo. Davvero.
Ti autorizzo ad andare a dormire.
Riposo meritato, direi.
:-)
P.s. è bello “autorizzare” un magistrato a fare qualcosa.
;-)

Scherzi a parte… ancora grazie, Simona.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 23:44 da Massimo Maugeri


Il magistrato non regala verità ma giustizia. I codici, le prove dibattimentali, i gradi del processo che arrivano addirittura alla Cassazione che rinvia all’Appello. Insomma i gradi del processo possono essere addirittura 5 (sbaglio Simona?) salvo revisione che è fatto rarissimo. Ecco il dramma del giudice: avere certezza di fare giustizia ma non quella di fare verità.
E la letteratura? S i può avere la certezza di scrivere una cosa in buona fede, ma non si può essere certi di comporre un’opera assolutamente e indiscutibilmente valida. Perché l’opinione di chi legge è “giudice” supremo.
ps: a miriam:
ovemai a staccarti i tubi ci penso io. non mi impressiono.
:-)

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 23:45 da enrico gregori


Intanto saluto Enrico.
Il tuo riferimento (“pennacchiano”) del lettore giudice supremo calza a pennello con il titolo del post. Bravo.
Ovviamente condivido.
Credo anche Simona (lo scopriremo domattina).

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 23:56 da Massimo Maugeri


Un saluto e un ringraziamento a Morena Fanti.

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 23:57 da Massimo Maugeri


@ Luigi
Grazie per il tuo bellissimo intervento, caro Luigi.
Scrivi: “un saluto caro a tutti quanti i partecipanti e a Massimo, sempre vigile sui nostri interventi”.

È vero Luigi, vigilo sempre.
Ma la famosa “avvertenza” (colonna sinistra del blog) in pratica non la uso mai (o quasi). Siete troppo bravi.:)

Postato venerdì, 11 luglio 2008 alle 23:59 da Massimo Maugeri


@ Maria Di Lorenzo
Hai scritto: “E’ semplicemente fantastica l’idea che hai avuto, caro Massimo. Perche’ Simona se lo merita, perche’ il tema e’ bellissimo e perche’ in questo modo arricchisci e rendi sempre piu’ prezioso e bello il tuo blog, vero luogo di incontro per chi ama la scrittura e la lettura dei libri.”

Be’, che dirti? Grazie di cuore a te, cara Maria.
E in bocca al lupo per il tuo sito/rivista.

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 00:03 da Massimo Maugeri


@ Gianni Parlato
Un caro saluto di bentornato!!!
Caro Gianni, come stai? Quand’è stata l’ultima volta che ti ho Parlato?
Scherzi a parte, grazie per il tuo commento. E torna a intervenire più spesso. Considera letteratitudine come casa tua.

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 00:09 da Massimo Maugeri


Bene.
Auguro buonanotte a tutti.

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 00:13 da Massimo Maugeri


@Enrico: io credo che la giustizia , per essere tale, debba affondare nella verità, scavare in essa quanto più è possibile. Non sarebbe gustizia una condanna che non fosse sostenuta da una ricerca. Profonda, meditata, spassionata.
Nè verrebbe percepita all’esterno come equa un’assoluzione superficiale.
IO credo quindi che la verità (per quanto umanamente accertabile) sia un imprescindibile presupposto per dire “iustictia facta est”.
…Ma concordo. Il giudizio del lettore è insindacabile. NOn ammette appello nè ricorso in cassazione.
Di più.
Non è neanche necessario che si impegni in una ricerca di verità.
Almeno nei mondi letterari , è consolante pensare che chi porta la toga sia la fantasia.

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 08:11 da Simona


La parola deve rompere il silenzio, la peggiore ingiustizia che io riesca ad immaginare. Quella di Simona lo farà con il garbo e la competenza che le sono propri. Ne sono sicuro.
E’stato già detto molto e bene. Non aggiungo altro sia per manifesta incapacità, sia per esercitare il primo diritto del lettore, quello di leggere.

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 09:09 da eventounico


Finalmente una Persona( Simona Lo Iacono)a mettere il punto sul gioco della Vita.La Vita s’incontra con il gioco nell’identico karaktér aggettivale:oscillante, indecisa, mai conclusiva, mascherata,attraente e respingente,ove ogni pedina si muove nel rispetto della realtà che l’accoglie. Ed ecco la domanda:quella forma che la realtà assume deve essere assoluta perchè gli uomini s’incontrino nel rispetto del nomos o le forme-eidola-immagini,nel loro susseguirsi,nel loro presentarsi eternamente sfocate e sovrapponenti, sono la verità che andiamo cercando(solo se intendiamo verità-aletheia nell’accezione di togliere il velo(ri-velare)al nascosto per rimetterlo in un divenire costante, cifra del nostro orizzonte esistenziale)?Bene i Greci che, diversamente dai barbari,seppero legiferare per la comune convivenza. Bene l’Areopago, ove la legge pattuita lascia trasparire la natura doppia dell’uomo: luce-ombra e accusa-difesa e vittima-carnefice.Bene il carattere sacro(e non santo)e perciò ambiguo e fluttuante dell’origine del tribunale, ordinato dalla dea Atena, (paradigma di doppiezza come del resto tutti gli dei olimpici), la quale ci rammenta l’esistenza di un Altrove che ordina,quell’Altrove( dentro o fuori di noi) che ci veste.E a ri-velare il tutto è la Narratio di chi sbircia nel palazzo della Memoria,ove albergano sensazioni percezioni; di chi sa ritrovarsi per il semplice fatto che si è perso nel labirinto del continuum vitale.In quel Palazzo della memoria auguriamoci che naufraghi( in verità dovrebbe!)il Regolatore della Giustizia, perché possa essere onesto, saggio e Utile. Grazie, Simona! A risentirci, Lucia Arsì

Finalmente una Persona( Simona Lo Iacono)a mettere il punto sul gioco della Vita.La Vita s’incontra con il gioco nell’identico karaktér aggettivale:oscillante, indecisa, mai conclusiva, mascherata,attraente e respingente,ove ogni pedina si muove nel rispetto della realtà che l’accoglie.Ed ecco la domanda:quella forma che la realtà assume deve essere assoluta perchè gli uomini s’incontrino nel rispetto del nomos o le forme-eidola-immagini,nel loro susseguirsi,nel loro presentarsi eternamente sfocate e sovrapponenti sono la verità che andiamo cercando(solo se intendiamo verità-aletheia nell’accezione di togliere il velo(ri-velare)al nascosto per rimetterlo in un divenire costante, cifra del nostro orizzonte esistenziale?Bene i Greciche, diversamente dai barbari,seppero legiferare per la comuneconvivenza

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 13:29 da Lucia Arsì


Cara Simona,
ti ringrazio per i tuoi interventi e per la discussione davvero ricca, affascinante e stimolante che riesci a guidare con grande equilibrio, ed è bello sentire la compassione, oltre che la ragione, che traspare dalla tua esperienza professionale.
Spero di approfondire le tue opere letterarie.
Un abbraccio,
Gaetano
A Massimo,
bentornato. Chissà se ci si incrocia nell’amata Sicilia. Dovrei fare un giretto lì a fine mese.

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 13:33 da subhaga gaetano failla


Il diritto, la letteratura. All’inizio ho pensato che avessero molto poco in comune: tanto rigoroso l’uno tanto insofferente a ogni regola l’altra, tanto granitico il primo tanto evanescente la seconda. Il diritto è la pietra, il fondamento della società, la base per una ordinata convivenza. Ma è anche l’utopia, perché tra la regola e l’osservanza di essa intercorre il fiume largo della vita. Ecco, è all’interno di questo fiume che letteratura e diritto si scambiano il sangue e s’apparentano. Perché l’una coglie il disordine e lo racconta, l’altro perde la sua ingessatura e si piega alla varietà del quotidiano. Detto così sembra solo un assioma. Ma non è un assioma. Nel momento in cui ho cominciato a scrivere, il diritto che avevo studiato e che ho praticato, si è incarnato nella pagina, nei personaggi che spontaneamente sono venuti ad abitare le mie storie. Si è fatto habitus mentale, modo di rapportarsi al presente, tentativo di comprendere i comportamenti degli altri. I miei giudici hanno fatto del diritto la scorza del loro essere, ne hanno tratto lucidità e capacità di scandaglio. Dentro quella scorza hanno nascosto il cuore pulsante, felice o dolente della vita: la letteratura?

Sono d’accordo con te, Simona, quando scrivi che raccontandosi e non perdendo memoria della propria storia l’uomo formula ipotesi per disciplinarla. Questo vale per le collettività, ma anche per i singoli individui. Nel racconto c’è già un’operazione di disciplina: si scelgono dei fatti, li si considera sotto l’ottica della conseguenzialità, si formula un giudizio di liceità o illiceità, ci si sofferma su un’idea di Bene o di Male. Il passo successivo, appunto, è quello di capire come neutralizzare il Male, come potenziare il Bene.
In quanto al romanzo come giustificazione, avrei qualche dubbio. Credo piuttosto che nel romanzo più che alla giustificazione si tenda alla mistificazione, sia nell’accezione perversa di “trarre in inganno abusando della buona fede”, sia in quella meno dannosa della “deliberata alterazione dei fatti con astuzia e sottigliezza di argomentazioni” (Devoto Oli). Il romanzo è mistificatore, non racconta mai la vita così com’è, non tenta di considerare i fatti dall’alto di una visione che li compendi e fornisca strumenti di comprensione. Un romanzo, quando funziona davvero, rompe, altera, inganna, si serve di un dettaglio vero e poi lo distorce. Altrimenti sarebbe cronaca. Altrimenti sarebbe poco credibile. Perché la realtà spesso supera di gran lunga l’invenzione ma, per diventare un romanzo credibile, deve uniformarsi alle aspettative dei lettori. Che cercano comunque una plausibilità che la vita spesso non è in grado di offrire.
Sei d’accordo?

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 13:35 da Tea Ranno


@ Massimo…
Bene,bene,sto bene grazie…
Ho considerato da subito Letteratitudine casa mia,perchè si sta in ottima compagnia e c’è denso movimento di idee e pensieri(veri!). Con la simpatia e l’intelligenza di tutti, quì s’impara sempre qualcosa.
Un saluto a te e a tutti.
Gianni Parlato

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 13:37 da Gianni Parlato


Cara Simona, so che perdoni la ripetizione dello scritto e correggerai….Grazie,Lucia

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 13:41 da Lucia Arsì


@ Enrico:
chi ci vuole bene, si vede al momento (ovemai) del bisogno. Ciao :-)

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 13:44 da miriam ravasio


Gentile Simona,
Prendo spunto dalla sua risposta a Luca che condivido pienamente.
Credo però che il diritto naturale, da lei giustamente indicato, necessiti di un sostegno reale, per essere preso in considerazione e tutelato.
E qui ritorno a ciò che tra l’altro ho già espresso nella mia ultima e che riassumo brevemente: uno stato serio ha il dovere primario di definire i limiti da concedere ad una economia privata, di modo che i diritti naturali siano garantiti.
Il progresso, che s’identifica nel riconoscimento dei diritti naturali umani, si fermerebbe e perderebbe il suo senso che lo definisce, se essi non fossero anche difesi energicamente.
Dato che nella realtà quotidiana non è possibile rilevare un tale riscontro, ritengo fantasioso e illusorio parlare di giustizia equa, e ancor meno di vederla praticata.
L’economia liberale di mercato come oggi è riconosciuta e sostenuta è di per sé una forma primitiva di realizzazione dell’uomo.
Riconosco che senza l’iniziativa privata la convivenza umana non sarebbe ancora possibile, ma ritengo anche che si faccia poco o niente per favorire veramente il suo progredire.
Un giorno, la storia c’indicherà gli errori che facciamo; io, per me e grazie alla mia età, li riscontro giornalmente e mi chiedo di quanto tempo abbia bisogno la razza umana per salvarsi, cioè evolversi, o per distruggersi definitivamente.
La ritengo una persona saggia e colta, cosciente e coraggiosa, come ho sempre espresso in questa sua rubrica; mi duole che ci siano poche persone come lei, perché´allora la piccola speranza diventerebbe un barlume di luce ed infine un fuoco ardente e liberatore di tutta la falsità ed avidità che tormenta questo mondo.
Sentiti saluti,
Lorenzo

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 13:57 da lorenzerrimo


@ Simona:
dal “magistrato” ci si aspetta giustizia e già sarebbe una cosa “giusta”. La verità dovrebbe esserne parte, una verità relativa al fatto. Di più no: la magistratura è al servizio dello Stato, di quell’insieme sociale, istituzionale e politico che si esprime nelle leggi e nei vari ordinamenti. Investire la magistratura di un ruolo idealmente al di sopra delle parti mi sembra un arcaismo, un pensiero antico e inconciliabile con la complessità del nostro mondo. La Magistratura dovrebbe essere la parte sana e integra della società; una parte, non di più. (per il bene dei magistrati e nostro)
Simona: baciotti al magistrato più simpatico che conosco! (ne conosco anche altri, ma sono tutti antipatici)
:-)

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 14:07 da miriam ravasio


@ Simona,
le allego un mio scritto, per invitare i frequentatori di Letteratitudine a riflettere sull’importanza che la letteratura ha avuto fin dai tempi di Omero, e che essa dovrebbe assumere anche oggi per la formazione di una società solidale e civile.
La giustizia, non diversamente deve essere intesa che come fine verso l’emancipazione dell’essere umano, perché solo così è equa e liberatoria per l’individuo e la società intera.
Mi scuso per la lunghezza dello scritto che rappresenta una mia libera interpretazione.
Lorenzo
Mie riflessioni sulle vittime delle guerre e violenze umane.

Le avventure e disavventure della vita: qual è lo scopo del nostro vagabondare e scoprire?
(testo ispirato dalle disavventure d’Ulisse)
Dieci anni impiegai a ritornare a casa da mia moglie.
Non altro fu possibile. Come potermi avvicinarmi a lei, con tutte le colpe che io mi attribuii in forma d’inganni, tradimenti e molte, molte altre ancora?
Il mio spirito avvelenato dal mio carattere e destino fu incapace di ritornare là dove vissi sano e puro d’animo.
La lunga guerra mi mise alla prova, in essa scoprii che i miei difetti erano molto superiori ai miei pregi.
Dopo la guerra, vissi dieci anni di disavventura verso l’ignoto, per dimenticare quello che feci ed ero diventato.
Solo dopo aver superato la mia crisi personale, potei ritrovare la mia assoluzione e ritornare dove vissi giovane e poi marito felice.
Le lunghe disavventure senza destinazione mi fecero capire l’orrore della guerra, l’errore compiuto da me e da tutti gli altri, senza distinzione di parte, nell’uccidere le vittime della nostra presunzione, diventata poi nel momento dell’azione una necessità senza rimedio per prevalere o soccombere.
Ora, riconosco nelle vittime la parte debole dell’uomo, la mia e la loro, e l’inganno nel nostro riflettersi nel prossimo, amico o nemico secondo dei nostri timori e necessità che dettano la nostra volontà d’azione e reazione.
Le vittime, tutte, mi perseguirono per dieci anni, perché rappresentarono quella parte che è comune in tutti gli esseri umani, l’appartenenza alla stessa specie e destino.
Non più accecato dalle proprie debolezze, mi ritrovai in loro e la pace dei loro sguardi inermi e rasserenati subentrò anche in me e mi fece riflettere.
Il tempo ci sembra trascorre così lentamente come noi impieghiamo a comprendere le assurdità delle nostre decisioni, quando sono sostenute dai pregiudizi e necessità che ci spingono a combattere e uccidere, invece di cercare l’accordo e spartire equamente il fabbisogno per vivere.
Dichiariamo nemico chi provoca in noi i timori, dietro i quali si nascondono le nostre debolezze e i nostri difetti.
Eliminandolo, perdiamo questa possibilità di controllo, i pregiudizi agiscono di nuovo in noi e facciamo fatica a riconoscerli e ancor meno a controllarli.
Li temiamo più d’ogni altra cosa e ci liberiamo di loro accusando gli altri, invece di affrontarli e impegnarci a superarli; troppa fatica per chi sceglie la via più semplice che scagiona ogni propria colpa e difetto.
Ulisse sta per l’essere intelligente e astuto nei suoi anni migliori alla ricerca di sé stesso nel groviglio della vita.
L’avventura, l’appagamento delle proprie necessità, la conquista della fama, il bisogno d’esplorare l’esterno, non immaginando che è simile al proprio interno, sono i pericoli della vita, e dimostrano che anche oggi siamo incapaci di riconoscere le proprie debolezze, se non trasferendole nel prossimo che diventa la vittima di turno.
Il confronto pacifico, invece, svelato nella sua natura e origine, crea la possibilità di maturare e alla fine comprendere, e così l’Ulisse rappacificato con sé può ritornare alla sua Itaca, ricongiungersi con la moglie rimasta fedele e costante nell’animo e godere i frutti delle cognizioni raggiunte.
Ulisse rappresenta quindi l’uomo che si dà alla vita per riconoscersi nelle vittorie e sconfitte, nel guadagno della gloria e nel perderla di nuovo. Attraverso questo processo cognitivo riesce a creare armonia tra gli elementi opposti della sua esistenza e raggiungere lo stato di serenità e saggezza.
Cos’è che rende la vita interessante, se non il desiderio di mutarla per il nostro meglio?
La mutazione rappresenta lo stimolo che ci dona la coscienza d’essere e poter intraprendere qualcosa.
Dalla guerra nasce la pace, quando dopo tante sofferenze e privazioni diventa una necessità primaria, e da questa ultima sorgerà di nuovo la guerra, quando non abbiamo saputo costruire una pace duratura, cioè non siamo stati capaci di risolvere i problemi della convivenza pacificamente e per il bene di tutti.
Si traccia così un sistema basato sulle cause ed effetti e agente sulle loro probabilità.
Diversi elementi messi in gioco danno luogo a diverse combinazioni e probabilità (le nostre realtà) che aumentano e variano con l’aumentare e variare degli elementi.
A causa della complessità del sistema, ogni successo raggiunto mette alla luce nuovi problemi prima non riconoscibili, così che abbiamo sempre qualcosa da temere, scoprire e regolare.
Le vittime dei nostri errori sopravvivono nei superstiti, così che si delinea un percorso unico e continuativo della specie umana fino al momento dove tutto muterà e ………
Saluti,
Lorenzo Russo lì, 29.10.07

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 15:22 da lorenzerrimo


Mio caro Evento…com‘è vero! Il silenzio è un’ingiustizia. Vivere senza parole, senza assillo del dire, del guizzare tra il miraggio che la parola evoca…Trovo che sia come denudarsi. Come allestire bracieri di lutto.
Freud l’aveva intuito. E ha delineato un interessante parallelo tra silenzio e sacrificio. Tra assenza e vittima. Fino a concludere che sì, ciò che è muto, ciò che non balbetta, ciò che non comunica , muore.

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 17:43 da Simona


Carissima Professoressa Arsì,
che gioia incontrarla in rete!
Condivido il richiamo all’areopago, al luogo in cui le idee fermentavano dalla passione politica, etica, artistica!
Nessun luogo è più simbolico: la civiltà greca ci precede nel respiro e nella compiutezza. Ha elaborato le idee giuridiche più evolute, le più seducenti, le più radicate nei bisogni dell’uomo, nella sua ricerca della felicità.
Riporto a seguire alcune frasi dell’orazione funebre a Pericle, dove è possibile cogliere l’attualità dello spirito greco, della sua apertura spregiudicatissima all’uomo, alle sue oscillanti azioni e alla sua ostinata vocazione alla libertà.
Tra le righe, è possibile leggere gli stessi principi che ispirano la nostra costituzione:
“… Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: per questo è detto una democrazia.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana: noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo il nostro prossimo se preferisce vivere a suo modo.
Ma questa libertà non ci rende anarchici. Ci è stato insegnato di rispettare quelle leggi non scritte la cui sanzione risiede solo nell’universale sentimento di ciò che è giusto”.
E ancora.” La nostra città è aperta al mondo; noi non cacciamo mai uno straniero [ . . . ] Noi amiamo la bellezza senza indulgere tuttavia a fantasticherie e benché cerchiamo di migliorare il nostro intelletto, non ne risulta tuttavia indebolita la nostra volontà [ . . . ] Riconoscere la propria povertà non è una disgrazia presso di noi; ma riteniamo deplorevole non fare alcuno sforzo per evitarla.
“… un uomo che non si interessa dello stato non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e, benché soltanto pochi siano in grado di dar vita a una politica, noi siamo tutti in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla strada dell’azione politica, ma come indispensabile premessa ad agire saggiamente .
Noi crediamo chela felicità sia il frutto della libertà e la libertà il frutto del valore.
…Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in se una felice versatilità, la prontezza a fronteggiare le situazioni e la fiducia in se stesso”.

Ora, questo è la famosa orazione funebre di Pericle, leader della democrazia ateniese.

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 18:03 da Simona


Cara Tea, che bello leggerti qui! Nei tuoi romanzi ci sono delle figure di magistrati che incarnano perfettamente quello che vuoi dire: Corselli e il protagonista di “In una lingua che non so più dire” vivono i conflitti tra il loro ruolo e l’esistenza complessa e in fondo ingiusta in cui si trovano immersi, alla ricerca di una verità scandagliata nei codici, trascritta in una sentenza, verità sempre illusoria, parziale. La verità di un romanzo è diversa, perché è il romanzo in sé ad avere uno statuto di verità che attende solo di essere riconosciuto e accolto da chi legge…

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 18:05 da Maria Lucia Riccioli


Saluto anch’io la professoressa Arsì… e Maria Catena Bennici…
Visto che bello scambio in rete?

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 18:12 da Maria Lucia Riccioli


Un caro saluto anche ad eventounico alias Pasquale: ho letto 2 volte il tuo libro, molto poetico e dolente…

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 18:14 da Maria Lucia Riccioli


Grazie Maria Lucia. Un abbraccio

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 18:20 da eventounico


Mia cara Tea,
che meravigliose considerazioni proponi! Oltre tutto vivi come me a metà strada: diritto e letteratura. Laurea in giurisprudenza e narrativa, lama da intaglio l’una, lama di luce l’altra.
E so com’è doloroso a volte conciliarne le voci…che contrasto intimo, che pena pensarle contrastanti! Dura , la norma. Elastica, la parola. Restia alla commozione la prima, aperta agli spasmi del cuore la seconda.
Poi, come me , la scoperta….
La sorpresa nel viverle insieme. Nel sovrapporle, nel capire che si completano e si rincorrono. Si abiurano solo per gioco. Si respirano addosso gli stessi dubbi, le stesse domande. La stessa ricerca.
Concordo quando dici che il romanzo è il luogo della mistificazione. Dell’elaborazione. Dell’approdo.
E sorrido nel pensare anche di più: lo scrittore è un seduttore. E’ un incantatore di anime. E’ uno sfrenato manipolatore, che ti inganna e ti lusinga.
Lo scrittore è un dannato brigante, diciamolo pure. Uno di quelli che le madri di famiglia sconsigliano ai figli d’amare. E per i quali si perde invece la testa.
Lo scrittore è un tentatore.
E però. Ciò non esclude che cerchi una giustificazione. Al perchè scrive. Al perchè vive. Al perchè senta l’assurda voglia di dire.
E’ la stessa domanda che pongo ai miei testi. Agli imputati. Ai loro difensori. Perchè. Perchè. Perchè.
Io credo che la risposta sia capire chi siamo. Trovarci. Trovare gli altri.
E che in questa risposta sia contenuta un’altra domanda, e poi un’altra e un’altra ancora.
Io credo che si scriva per imparare a non perderci, un pochino, tutti i giorni. Che si incida la carta seminando tracce, pietosamente chiedendo a quelle tracce di non dimenticarci.
Di suggerire alla morte che ci siamo stati.
Chi dice , chi narra, chi legifera, sa che abbiamo una scadenza. Che siamo una scadenza.
E’ nell’arco di pochi minuti che scommette, con ferocia, disperazione, coraggio: ricordatevi di me.

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 18:23 da Simona


Mio caro Lorenzo,
condivido le sue parole e la ringrazio per il calore delle sue riflessioni.
Tengo però a dire che magistrati accorti, pazienti, coraggiosi ce ne sono moltissimi.
Che gli uffici straripano di colleghi appassionati e silenziosi, che combattono tutti i giorni con perseveranza la battaglia dei riti, dei codici che mutano, delle norme che assediano, della fatica che incalza.
E che, per parafrasare il suo bellissimo scritto, sperimentano, come Ulisse, l’ansia di non approdare, di non intravedere la riva, di essere offuscati dallo scoraggiamento.
Di essere abbandonati persino dai nemici.

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 18:32 da Simona


Mia dolce Miriam,
no. Non credo che alla magistratura si affidi un compito così arduo.
Dico solo che è facile pensare che possa essere un rimedio. E concordo con te. Guai a delegare a un solo potere dello stato tutta la gravosa mole di aspirazioni e necessità di un popolo.
Non a caso lo stato di diritto prevede tre poteri, il cui rimando l’uno all’altro è sintomatico di un equilibrio pur nell’assoluta indipendenza di ciascuno di esso.
Però non concordo quando dici che investire la magistratura di un ruolo al di sopra delle parti sia un arcaismo.
Al contrario, il giudice deve essere terzo. Deve essere al di sopra delle parti. Deve coltivare il senso di questa estraneità rispetto a ciò che giudica. Deve sentire di avere un solo padrone: la legge.
Altrimenti non potrebbe equilibrare le tesi contrapposte, nè formare liberamente il proprio convincimento.
Il che non vuol dire – come sopra detto – investirlo di un ruolo totalizzante. Al contrario, dargli proprio il ruolo che gli spetta.

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 18:44 da Simona


Un abbraccio (commosso) a Gaetano Failla e a Gianni Parlato.
A Maria Lucia (con la quale ho trascorso tutta la giornata al mare):…..brucia la tintarella?

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 18:48 da Simona


Un poco brucio… ma son colorata e rilassata!!!
:-)

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 18:52 da Maria Lucia Riccioli


Cara Simona,
abbiamo dunque focalizzato insieme un problema di fondo da risolvere: l’utilizzo dei fondi pubblici. Tu mi dici che sono inadeguati alle esigenze dell’amministrazione normale della Legge (ti cito: ”Il territorio della mia giurisdizione è talmente vasto che richiederebbe l’ausilio di almeno altri tre giudici togati.
Sono invece sola a gestire tutto il contenzioso civile, la volontaria giurisdizione e la materia cautelare perchè i concorsi per reclutare altri magistrati sono fermi e la carenza di organico è cronica.
Tutto questo dipende da una mancata programmazione – a monte – delle spese per la giustizia. Con un rallentamento dei processi e un logoramento graduale della forza lavoro.”).
Ecco: insomma mancano i soldi per la carta e per tre giudici da assumere in Sicilia. Bene. Cioe’ male: come mai esistono invece decine di migliaia di auto blu e di scorte a funzionari che non corrono pericoli terroristici? Ed esistono nuove carceri ed ospedali, scuole, centri sociali, strade e marciapiedi, acquedotti, fogne, case popolari, caserme, avviati e finanziati ma MAI TERMINATI, con lo spreco di tanti milioni di euro?
Non credo si tratti di ”programmazione economica nazionale”, no, scusami, Simona, ma di alcuni motivi causali chiari:
1) La mancanza di coscienza statale in molti funzionari statali;
2) L’evasione fiscale concessa e anzi incentivata;
3) La proficua collaborazione fra criminalita’ esplicita e… criminalita’ con la cravatta e il titolo prima del nome e cognome.
4) Il coincidere in Italia dei concetti di ”Stato” e di ”famiglia”, che e’ il danno maggiore e pertinente alla mentalita’ comune.
A dimostrazione di cio’, ti dico che lo Stato funziona molto meglio in Nazioni molto piu’ povere e sprovvedute della nostra, in Paesi che si stanno evolvendo economicamente ma dove un pezzo di pane non manca a nessuno, come per esempio quello in cui vivo.
E’ questione, a concludere, di volonta’. Cattiva volonta’. Italiana.
Ciao, cara
Sergio

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 22:33 da Sergio Sozi


@ Simona…
Ricambio l’abbraccio con uguale emozione.
Tra le tue righe ho sentito che camminiamo sullo stesso orizzonte.
Anzi,audacemente, lo abbiamo varcato e proseguiamo sospesi nell’infinito: dove tutto è uguale a sè,ma proprio perchè “tutto”, è anche il suo identico contrario.
Non aver paura, io non ne ho.
La verità e la bugia,la luce e il buio, come la notte e il mattino,sono così delineatamente opposti.E sembra che ci sia soltanto un invisibile confine a separarli; ma questo è facile crederlo, se ci si affida alle apparenze. In realtà non è un confine: è una commistione, un’evoluzione, o talvolta addirittura una ‘commorbilità’ di ‘guasti naturali’. E se sono naturali, quando riguardano l’uomo,probabilmente nessuno può sentirsi esente da colpe.
– ” …Chi è senza peccato scagli la prima pietra…”- disse Qualcuno
che ha senz’altro qualcosa di Grande che la Divina Provvidenza Gli ha donato, e lo disse ad uomini assetati di “giustizia”.
Certo è molto più facile giudicare quando si tratta degli altri,ancora di più quando si sente ‘l’istinto giustizialista’.
Io cammino di “quà”, e non perchè sono un indeciso,anzi. E non mi sento nemmeno la più piccola parte di Gesù. Ma mi sforzo di sentire.
Nel mezzo di questo ‘infinito’.
Se c’è una strada che congiunge Gesù e l’ Anarchia.
Nel mezzo, ci trovo soltanto ‘giudizi’ di tanti uomini.

Ti riabbraccio, Gianni Parlato.

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 22:47 da Gianni Parlato


P.S.
Ho servito lo Stato anch’io, come te, per sette anni. Sono per lo Stato, dunque, ci credo e gli sono fedele. Ecco perche’ sarei piuttosto imbestialito, costruttivamente spero: vedere gli insegnanti che pensano a compilare i registri e a fare le riunioni invece che studiare le loro materie mi ha fatto aumentare la pressione del sangue.

Postato sabato, 12 luglio 2008 alle 22:48 da Sergio Sozi


Mio caro Sergio,
certamente anche le carenze di programmazione economica sono frutto di scelta. Di volontà, dunque. La mia riflessione non lo escludeva. Lo presupponeva.
Sono d’accordo con te, caro.
-
Mio caro Gianni, l’orizzonte è in effetti una linea misteriosa e naturale. In apparenza separa cielo e terra. In realtà è un confine mobile che si sposta..si sposta…, sol che cambiamo posizione. Sol che ci avviciniamo o arretriamo.
Forse non esiste. Forse lo immaginiamo. Forse , semplicemente, lo desideriamo.
Così quegli spazi in cui bene e male si confondono o evolvono. In cui colpa e desideri sfollano gli uni sugli altri. In cui si colloca il giudizio di un uomo su un altro.
Solo che giudicare un altro essere umano non è più facile che giudicare se stessi. Non è meno coinvolgente. Non è meno doloroso.
Non se l’altro bussa in te. Non se l’altro – pur nella sua apparente estraneità -ti riguarda. Non se l’altro ti somiglia.
Siamo accusatori con molte pietre nelle tasche. Siamo giudici con molti sassi rimasti a mezz’aria.
Niente di diverso dagli accusati.

Postato domenica, 13 luglio 2008 alle 00:36 da Simona


Vi ringrazio di cuore per i nuovi commenti.
Tutti.

Postato domenica, 13 luglio 2008 alle 00:53 da Massimo Maugeri


Un ringraziamento specialissimo a Simona per la presenza e per le splendide risposte.
Grazie, Simo.

Postato domenica, 13 luglio 2008 alle 00:54 da Massimo Maugeri


Piccolo aneddoto.
Come ho già detto (vedete commenti sopra), quando ho proposto questa rubrica a Simona… lei ha accettato con entusiasmo.
Poi, però, mi ha domandato: “Ma pensi davvero che alla gente possa interessare leggere qualcosa del genere?”.
Le ho risposto: “Ne sono certo”.

Be’… credo di non essermi sbagliato.
Grazie ancora a tutti per i vostri interventi.

Postato domenica, 13 luglio 2008 alle 00:57 da Massimo Maugeri


Un saluto speciale all’amica scrittrice Tea Ranno (pubblica con la E/O).
Tea ha accolto la mia richiesta di predisporre la recensione a un libro molto particolare (e molto “in voga”).
La troverete presto qui…

Postato domenica, 13 luglio 2008 alle 01:08 da Massimo Maugeri


Cara Simona,mi devi spiegare, se credi, come è possibile che i tuoi interventi siano sempre così esaustivi e pertinenti all’argomento posto, che assimila il diritto e la letteratura, entrambi, paradigma della vita? Certo, dal punto di vista dialettico, se me lo consenti.
Senza alcun dubbio da parte tua manifesto, riguardo il piatto della bilancia che si sposti – inevitabilmente e verosimilmente – verso il basso, e cioè,il dubbio sulla giustezza della giustizia degli uomini?
Allora io mi chiedo e Vi chiedo : Lo “Stato di diritto” come si deve o come si vede?
Perché secondo me lo Stato di diritto non è mai come dovrebbe essere – anche nel nostro bel Paese dove la commistione potere politico e Magistratura è sulla bocca di tutti -,e senza voler dimenticare i detenuti da cinque anni, nelle patrie galere, ancora in attesa di giudizio o la decadenza dei termini nei processi di mafia: mentre riempiamo le nostre prigioni italiane di spacciatori,drogati,extra-comunitari e quant’altro;segue%

Postato domenica, 13 luglio 2008 alle 12:06 da luca gallina


segue%
certo, ci rimane come consolazione lo Stato di diritto come si vede: l’utopia attraverso l’uguaglianza dei popoli e dei diritti civili – la civis che ci affascina tanto tutti Noi – e poi la letteratura come consolazione e monito per le nostre coscienze: che l’ingiustizia degli uomini non accada e non colpisca più, su questa terra – in previsione della giustizia divina e che tutto risorga mondato dal peccato dell’orrore et errore umano -,forse!
Questo è il diritto che si vede e c’è, anche, chi soccombe ingiustamente!
E la letteratura, forse, ci spiegherà i veri motivi scatenanti, meglio delle sentenze, non sempre però.Questo è il mio ragionevole dubbio: LETTERATURA E’ DIRITTO:LETTERATURA E’ VITA Cara Simona,grazie per l’opportunità che ci hai offerto in questa tua rubrica; ed è per questo che io ho seguito il mio istinto: ché la ragione porta a giustificare-giudicare e alle strategie del bene e del male riguardo gli atti delle gens tutte; nel mentre il sentire ti fa reagire alle minacce, alle ingiustizie, qualora si palesassero erga omnes: certo, non in questo blog.
Un abbraccio forte,con sincera empatia
Luca
P.S. Caro Massimo, grazie anche a te per l’ospitalità, come stai?
Lex dura lex sed “letteratitudine”

Postato domenica, 13 luglio 2008 alle 12:10 da luca gallina


“Da un cambiamento che si concluda con una risposta. Non con un’altra domanda”: mi soffermo su questa frase che trovo assolutamente perfetta per descrivere una situazione che è caratteristica, spesso, del nostro bel paese…

Postato domenica, 13 luglio 2008 alle 14:10 da fabioletterario


@ Simona – Lucia Arsi e gli altri interessati

ho letto con interesse l’intervento di Lucia Arsi e mi preme di aggiungere alcune mie osservazioni personali.
Leggo dal suo che ogni pedina si muove nel rispetto della realtà che la accoglie.
Non crede che questa realtà sia solo quella che essa riesce a percepire?
Esistono così infinite realtà fondate su altrettanto infinite verità. Ognuno se ne costruisce una sua, secondo delle sue capacità percettive, cognizioni raggiunte e disposizione ad affrontare i rischi del gioco, usando il suo termine che piace anche a me.
Sopra queste realtà personali e quindi relative dovrebbe sempre stare quella che si sostiene sui diritti umani, unici e irrevocabili, perché la salvezza del singolo dipende da quella di tutti gli altri.
Il passaggio delle cognizioni umane, a incominciare dai barbari fino a oggi, segna sempre una spinta verso il progresso e un’altra verso il regresso, così che il progresso rimane una percezione vaga e soggettiva.
Sappiamo che gli dei dell’antichità greca erano il riflesso della psiche umana, vacillante nella ricerca di un fondamento vero e reale, al confronto con la finalità della sua vita e in speciale della sua fine, certa e temuta.
A loro è subentrata la fede in un Dio unico, segno, che abbiamo fatto un passo in avanti sulla via delle cognizioni che reggono e rafforzano la nostra psiche, rendendola più libera, perché più cosciente dei suoi valori e capacità.
Il risultato è che le forze contrarie al progresso dell’uomo reagiscono con uguale intensità, per cui di un vero progresso non si può parlare, ma e solamente di maggiori possibilità create da noi stesse di progredire come di distruggerci più facilmente, perché concesse da una forza che ci ha creato.
Il ricorso alla memoria ci aiuta a capire il meccanismo che regge tutto l’universo, e quindi anche noi, ed è segno che un piano superiore ci offre sempre la possibilità di creare un rimedio, ma fino a quando lo farà?
Non sarà che un giorno, sia per avidità, come per presunzione di essere diventati uguali a Lui, perché simili lo siamo sempre stati, dato che siamo a Sua immagine e quindi intelligenti e creatori, Lo aboliremo e perderemo, con questo atto, l’unica identificazione che ci ha permesso di essere più equilibrati e prudenti nelle nostre azioni, da aver potuto sopravvivere fino ad oggi?
Il gioco continua, ma le decisioni importanti vengono, a mio parere, decise altrove, dove sarà meglio non cercare per scopi propri, e non solidali con il prossimo, nella sua funzione di rappresentare la prova e la coscienza del nostro agire, come con Lui stesso.
È un Lui, che si identifica in noi, per cui siamo noi a dovergli ubbidire, capendo la messa in gioco e non azzardando di poterLo sostituire, perché senza di Lui non saremmo più noi.
Ringrazio entrambe per l’ospitalità che mi offrite, per il livello elevato che riscontro sempre di nuovo e naturalmente anche Massimo, il giocoliere del circolo letterario, che ci permette di manifestarci liberamente.
Un caro e sentito saluto
Lorenzo

Postato domenica, 13 luglio 2008 alle 14:38 da lorenzerrimo


Cara Simona,
ero certo che saremmo stati in sintonia. Dubito infatti che qualche tuo collega francese, tedesco o sloveno, possa dire mai che in ufficio gli manca la carta per la stampante. A proposito: hai avuto mai contatti con altri giudici europei? Cosa ti dicono loro della situazione della Giustizia nel proprio Paese? E comparando l’Italia alle altre Nazioni dell’UE, cosa potresti dirci?
Ciao, cara
Sergio

Postato domenica, 13 luglio 2008 alle 20:41 da Sergio Sozi


P.S.
Sono un giudice mancato: a tredici anni avevo cosi’ tanta ammirazione per i ”giudici d’assalto” che desideravo diventarlo!

Postato domenica, 13 luglio 2008 alle 20:43 da Sergio Sozi


P.P.S.
…e sai perche’? Perche’ avevo letto un romanzo che parlava di giudici coraggiosi!

Postato domenica, 13 luglio 2008 alle 20:45 da Sergio Sozi


@Luca, Lorenzo , Fabioletterario: grazie per le vostre osservazioni! Mi è molto piaciuto il richiamo di Lorenzo alla memoria, che è anche la nostra identità e una modalità dell’essere.
Così come mi sono piaciuti gli interrgativi di Luca…Lo Stato di diritto è quello che tutti i giorni cerchiamo di realizzare, mio caro. E’ un’aspirazione costante, oltre che un ideale.
@Sergio…No, purtroppo non conosco giudici di altri paesi. Ma l’eugius, l’associazione europea di giudici – scrittori di cui si è parlato più su ne riunisce moltissimi! Li troverai elencati nell’apposito sito! Grazie, caro.

Postato domenica, 13 luglio 2008 alle 21:54 da Simona


Vi ringrazio ulteriormente per i vostri nuovi commenti…

Postato lunedì, 14 luglio 2008 alle 00:10 da Massimo Maugeri


E soprattutto… grazie a te, Simona. Ancora una volta.
Sei stata bravissima!

L’ho detto e lo ripeto: qui ne leggeremo delle belle.

Postato lunedì, 14 luglio 2008 alle 00:11 da Massimo Maugeri


Un saluto speciale a Luca e a Lorenzo.
E un grazie per i vostri ringraziamenti. E per i vostri commenti.

Postato lunedì, 14 luglio 2008 alle 00:12 da Massimo Maugeri


IL TEMA TRATTATO E’ STATO DAVVERO AFFASCINANTE!
SE NE RILEVI L’ABBONDANTE PARTECIPAZIONE DEGLI AMICI DI LETTERATITUDINE…PER RAGIONI DI RISONANZE INTERIORI CONCORDO CON GLI INTERVENTI DI LONRENZERRIMO ED, IN PARTE, DI TEA RANNO.
Alla base degli scritti di Lorenzo vi è una chiara propensione verso L’Alto, egli scrive “la migliore forma di giustizia è, ipoteticamente parlando, quella che si regge da sè, senza norme, se non quelle dettate da una coscienza elevata ecomune a tutti i membri della società”, ed ecco che il rispetto come fatto di buon senso prevale sugli istinti, li regola, incrementando il senso civile degli individui, primo gradino di una scala che invita a salire ad altri livelli di perfezionamento. Appare di limpida logica che chi è arrivato a gradini più alti ha dovuto abbandonare quelli iniziali.
Lorenzo approfondisce l’argomento ulteriormente ed anche Tea, in un certo senso lo fa, quando scrive ” raccontandosi l’uomo non perde la memoria della propria storia e formula ipotesi per disciplinarla: si scelgono i fatti, li si considera sotto l’ottica della conseguenzialità, si formula un giudizio di liceità o illeceità, e ci si sofferma su un idea di Bene e di Male. Il passo successivo è quello di far capire come neutralizzare il male e potenziare il Bene”.
Aggiunge il concetto di scrittore mistificatore.
Che giudizi!!!!!!! Ricordiamoci che il lògos è un dono, saper raccontare, è saper catalizzare l’attenzione del lettore, dell’ascoltatore, si può essere narrativi anche con i pennelli, con il pianoforte, con gli spartiti, importante è che quel lògos si faccia ricordare e che ne rimanga traccia indelebile.
Questi ricordi di solito non servono solo a dilettare lo spirito.
La giustizia dà una mano alla letteratura, e viceversa, ma per che cosa?
Confido solo in colui che in un giorno inaspettato, mentre sta facendo qualcosa che non aveva previsto di fare, venga colto da una folgorazione speciale, uno stato dell’essere dove si ripensa con orrore a sè stessi ed ai propri atti, a volte alle parole dette, ai gesti, per qualcuno basta poco (a volte anche un pensiero sbagliato) mentre per altri ci vuole molto (sanzioni, pene), ed è un tempo senza tempo, non si può scappare da questo “processo interiore”, non si può fuggire in nessun altro luogo e soprattutto non si può scappare da sè stessi, non ci si può rivolgere ad altro Superiore se non al Padre Eterno, non ci sono scuse, nè pietà, l’espiazione non è un tribunale d’inquisizione, ed anch’io che sto scrivendo non oso ulteriormente sprecare parole. Chi ha avuto la fortuna di avere la sua muta così, sa molto bene di cosa sto parlando.

Postato lunedì, 14 luglio 2008 alle 10:18 da Rossella


Mia cara Rossella, grazie per le tue riflessioni.
Ma grazie soprattutto a Massimo che ha creduto in questa commistione tra letteratura e diritto e ha pensato di farne un percorso.
Un abbraccio a tutti.

Postato lunedì, 14 luglio 2008 alle 13:33 da Simona


@ Rossella,
grazie di aver preso in pieno i miei concetti. Penso, che insieme potremmo scrivere un manuale, su come liberare la psiche umana dai fardelli degli stimoli nocivi e inutili.
È piaciuto anche a me l’intervento di Tea, che ringrazio di averlo presentato e infine le risposte pazienti di Simona, dotte e chiare, calde e incoraggianti, così come credo che sia lei stessa.
Sto portando a termine la lettura del libro di Canetti, intitolato: die Blendung (l’abbagliamento).
Ho provato pietà e rabbia per la sorte del suo personaggio principale: Dr. Peter Kien.
Pietà per aver dovuto sopportare così tante soppressioni, al confronto con un mondo grezzo e incolto, rabbia per la sua incapacità di controllare la realtà esterna, di modo da non essere distrutto da lei.
Ho intenzione di scrivere una mia interpretazione sugli effetti derivanti dal loro confronto inevitabile, e mettere in risalto la necessità di conservarle entrambe stabilendo un equilibrio tra di loro.
Saluti sinceri.
Lorenzo

Postato lunedì, 14 luglio 2008 alle 17:01 da lorenzerrimo


@Simona
la congratulo per il successo che ha conseguito con questo tema, da lei presentato e condotto con maestria, eleganza e calore umano.
Credo che siano state anche le sue risposte pazienti e chiare, dotte e speranzose a indurre i partecipanti a ripresentarsi di nuovo, approfondendo il vasto rapporto tra la giustizia e la letteratura.
Entrambe si abbisognano, perché si completano, allo scopo di migliorare la convivenza umana in un mondo esterno ancora grezzo e violento.
Mi permetto di informarla che ho letto con piacere il suo racconto: i semi delle fave, lasciando un commento personale, che spero incontrerà la sua approvazione.
La saluto calorosamente.
Lorenzo

Postato lunedì, 14 luglio 2008 alle 17:17 da lorenzerrimo


Non ho finito.
Sono le facce di culo quelle che non sopporto.
Coloro che hanno commesso l’errore, lo hanno ammesso privatamente, pubblicamente, e non hanno fatto nulla per porvi riparo pur avendone le possibilità.
Che fare?
Rivolgersi alla legge quando si può, quando non si può (evitare gli scandali) e aspettare pazientemente che arrivi Gesù Cristo e li svegli con un colpo di croce sulla testa, affinchè comprendano il dolore che hanno procurato con i loro sbagli, con la stessa intensità con cui hanno fatto soffrire il loro prossimo.
Ecco la giustizia dovrebbe avere anche questa funzione, di rabbonimento per le anime colpite, poichè un equa sentenza umana evita il propagarsi dell’errore e la sua ripetizione (almeno si spera), ma l’ intervento divino
blocca l’ascesa alla finzione.

Postato lunedì, 14 luglio 2008 alle 18:40 da Rossella


@ Lorenzo
Di Canetti anche Auto da Fè è un ottimo libro. La fine è molto interessante.
Saluti. A presto

Postato lunedì, 14 luglio 2008 alle 18:46 da Rossella


Mio caro Lorenzo, le ho risposto su “la poesia e lo spirito”. Mi ha molto commossa che lei abbia letto il mio racconto. E le sono infinitamente grata.
Mia cara Rossella, intravedo nel tuo sentire molto dolore. Mi dispiace, tesoro mio. Tuttavia spero per te – come per tutti noi – che il cuore di molti sia toccato, cambiato, istruito anche dal male commesso.
Può succedere. Un bacio grande.

Postato lunedì, 14 luglio 2008 alle 19:48 da Simona


@Rossella-Simona

Mia cara Rossella, intravedo nel tuo sentire molto dolore. Mi dispiace, tesoro mio. Tuttavia spero per te – come per tutti noi – che il cuore di molti sia toccato, cambiato, istruito anche dal male commesso.
Può succedere. Un bacio grande.

Postato Lunedì, 14 Luglio 2008 alle 7:48 pm da Simona

Certo che può succedere, e sarà sempre una revisione personale cosciente, perché nata dalla vita, intrapresa per scoprire sé stessi e rimediare.
Nessuno può ritenere l’essere umano fatto come l’altro lo vorrebbe avere.
Tradimento e perdono non devono escludersi, quando l’amore è più forte. Le sofferenze sostenute per amore creano gli stessi effetti del naufrago che alla fine trova la salvezza.
Ciò che poi nasce è più forte di prima, perché acquisito dopo aver superato insieme gli ostacoli incontrati.
Non perdere mai la speranza Rossella, è lei che ti sostiene nel dolore e mantiene una porta sempre aperta al recupero della tua serenità e felicità.
Un saluto caro ad entrambi. I vostri cuori sono caldi e saldi, forti e decisi ad affrontare l’impresa. Scusatemi per l’intromissione.
Lorenzo

Postato lunedì, 14 luglio 2008 alle 23:17 da lorenzerrimo


In questo momento storico in cui è in atto un attacco al diritto. in Italia (ma in tutto nel mondo, direi) è necessaria una nuova alba.
Questo straordinario mezzo che è internet consente a tutti di lasciare qualcosa di scritto e, anche se spesso son solo messaggi di SOS racchiusi in una bottiglia sperduta nel grande oceano del web, chi può e, a maggior ragione, chi sa ha il dovere civico di raccontare la giustizia e la verità.
Ce n’è un gran bisogno, come dimostrano le 150.000 firme in difesa della Costituzione raccolte da Repubblica.it
Grazie, perciò, a Simona Lo Iacono (e a Massimo Maugeri) per quello che fanno gratuitamente, per quello che scrivono e per come lo scrivono.
Grazie di cuore. :P

Postato mercoledì, 16 luglio 2008 alle 06:23 da rick


E grazie a te, rick. Soprattutto per l’immagine degli sos racchiusi in una bottiglia e lanciati in mare.
Bel metodo.
A volte le bottiglie approdano sulla spiaggia e vengono raccolte.

Postato venerdì, 18 luglio 2008 alle 09:43 da Simona


a Lorenzerrimo, che mi ha interpellata.
Noi pedine nella scacchiera del mondo, ove il gioco si rivela assurdo (nella polis i politai sono in lotta con Dike), intrigante, spesso necessariamente scandaloso( lo scandalo dell’imprevedibilità)ed inevitabilmente enigmatico.Sì, si tratta di sapere leggerei segni sgrammaticati del linguaggio metaforico,l’unico che immette nel sentiero giusto e veritiero della doppiezza umana.Sentiero che solo gli artisti frequentano.Il gioco della vita, in cui il regresso(male)oggi ha la meglio sul progresso,vede protagonista l’uomo con/contro l’uomo o l’uomo e Dio?Unde malum?L’uomo emancipato, l’uomo di oggi, relativista,ipertrofico mentalmente, titano nel senso di caotico e smisurato,sta distruggendo l’universo. Non sarebbe il caso di tornare al pensiero socratico, alla riflessione costante, all’agire costante,al fine di intervenire(non più guerre-fame nel mondo- sperequazione fra gli uomini- ambiente sporco- diffamazione ) e agire attraverso i valori che una mens bona ci offre ossia attraverso la comunicazione, la comprensione, la consapevolezza che tutti siamo nati dalla terra(per dono di Dio) e ad essa dobbiamo tornare?. Grazie per l’attenzione. Lucia Arsì.
A Simona, congratulazioni per lo spirito audace che ti sorregge, e per la passione per le opere letterarie, che della parola fanno uso per disvelare l’essere. Grazie e a risentirci. Lucia

Postato sabato, 19 luglio 2008 alle 21:30 da Lucia Arsì


@ Lucia
Sarebbe il caso.
Soprattutto quando si riconosce l’urgenza di uscire dall’equivoco. Questo comporta rinunce ed io non so se per l’artista fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… nel senso che quel che hai scritto è quasi sempre la chiave del successo personale, questione complicata Lucia, a volte anche di ignoranza.

Postato domenica, 20 luglio 2008 alle 13:27 da Rossella


cara Rossella,d’accordo con l’urgenza.Urge sopratutto che l’uomo esca dall’ovile in cui i potenti l’hanno cacciato, nutrendolo di pane e svago e non di saperi.Del resto, se vengono meno gli strumenti per scavare rocce,oltre le quali potrebbe esserci un tesoro, come può l’essere umano ravvedersi, comprendere,migliorarsi?E’ un fatto di cultura pervasiva, collettiva, essenziale per la svolta epocale.E senza coscienza, che viene dall’esperienza personale o degli altri che offrono testimonianze, nessuna svolta, nessun pentimento,nessuna domanda sul senso del nostro essere qui. Rimaniano nuvole sballottate dal vento, ignari della direzione del nostro viaggio.Non c’é rinuncia alcuna, se sei privo di desiderio, speranza, fede.E, a proposito dello scrittore, reputo che la forza del dire,quando il suo dire é onesto, sentito, calibrato, smuove macigni. Non dimenticherò mai Seneca che scrisse: Vindica te tibi= riappropriati di te stesso. Ossia: non ti distruggere, uomo. Sappi che la vita, come la nave, ora ondeggia ora scivola tranquilla sul grande mare dell’essere.Ricordare é conoscere(Platone) e la conoscenza avviene attraverso il dolore(Eschilo).Ciao, Lucia

Postato domenica, 20 luglio 2008 alle 15:40 da Lucia Arsì


Ho scoperto quest’ open blog per caso, leggendo venerdì l’articolo su “La voce della Sicilia” di Simona Lo Iacono “Desiderio di comunicazione e realtà oltre il sogno”. L’introduzione all’intervista a Massimo Maugeri, pura poesia!!! Complimenti! E’ un trasporto eccezionale immergersi in tanta arte. mi sono emozionata tantissimo. Grazie per queste straordinarie iniziative!

Postato lunedì, 21 luglio 2008 alle 16:15 da Mari


@Lucia, Rossella e Mari: grazie di essere intervenute!
Mari torna a trovarci!

Postato domenica, 27 luglio 2008 alle 17:21 da simona lo iacono


la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho letto l’argomento del post è stata un microscopico ma delizioso libricino: “Dieci processi” di Alberto Savinio, Sellerio.

PS: cavoli, ho scoperto da pochi giorni il blog…i commenti sono sempre tantissimi, ma come faccio a starvi dietro? :)

Postato martedì, 29 luglio 2008 alle 12:52 da lanoisette


@ Lanoisette:
tranquilla è solo una questione di frequentazione abituale; sei già con noi.
:-)

Postato martedì, 29 luglio 2008 alle 13:43 da miriam ravasio


Complimenti, è la prima volta che mi affaccio ad una lettura così profonda e intensa sull’ intreccio di due elementi che sento molto vicini.
Da appassionata di arte e letteratura e da neolaureata in giurisprudenza, posso assicurarle che le sue parole non solo si leggono, ma si vivono.
distinti saluti
Giulia Polesello

Postato mercoledì, 13 agosto 2008 alle 15:55 da giulia


[...] e processo”. Fu per questo che le proposi di condurre, su questo blog, una rubrica intitolata Letteratura è diritto, letteratura è vita (era il 10 luglio del 2008). (E le dissi che, secondo me, avrebbe dovuto cercare di approfondire [...]

Postato lunedì, 22 giugno 2009 alle 10:47 da Kataweb.it - Blog - LETTERATITUDINE di Massimo Maugeri » Blog Archive » TU NON DICI PAROLE di Simona Lo Iacono


[...] una nuova pagina della rubrica Letteratura è diritto, letteratura è vita che ho affidato a Simona Lo Iacono, presentando un romanzo forte, duro, per certi versi terribile – [...]

Postato domenica, 2 agosto 2009 alle 16:18 da Kataweb.it - Blog - LETTERATITUDINE di Massimo Maugeri » Blog Archive » CELESTE AIDA di Marinella Fiume


[...] una nuova puntata della rubrica Letteratura è diritto, letteratura è vita – affidata alla scrittrice e magistrato Simona Lo Iacono – dedicandolo a un argomento spinoso e [...]

Postato lunedì, 7 dicembre 2009 alle 10:21 da Kataweb.it - Blog - LETTERATITUDINE di Massimo Maugeri » Blog Archive » CORPI… DA GIOCO


[...] questo post diventa un nuovo appuntamento della rubrica che ho affidato a Simona: “Letteratura è diritto, letteratura è vita“. Più in basso, potrete leggere un suo articolo sul tema. Prima, però, vorrei invitarvi a [...]

Postato martedì, 3 maggio 2011 alle 21:48 da Kataweb.it - Blog - LETTERATITUDINE di Massimo Maugeri » Blog Archive » NARRARE I DIRITTI UMANI


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