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Archivio di giugno 2008

domenica, 29 giugno 2008

PRESTO TI SVEGLIERAI. Incontro con Francesco Costa

In quali circostanze potresti uccidere qualcuno?
Conosci qualcuno che sarebbe disposto ad uccidere pur di realizzare i propri sogni?

Due domande che emergono dall’ottimo – e divertentissimo - romanzo di Francesco Costa (nella foto) “Presto ti sveglierai”, edito da da Salani.
Due domande sulle quali si potrebbe discutere a lungo.
Vi invito a interagire con l’autore, che parteciperà al dibattito.

Di seguito potrete leggere le recensioni di Maria Lucia Riccioli – che mi darà una mano a moderare il dibattito – e Antonella Cilento (il suo pezzo è già apparso sulle pagine culturali de “Il Mattino”).

Subito dopo… una bella intervista rilasciata all’inesauribile Simona Lo Iacono (che si presenta all’intervistato nei panni di… Pulcinella)

E poi, sinceramente (e magari con un pizzico di sana ironia)… provate a rispondere!
In quali circostanze potreste uccidere qualcuno?
Conoscete qualcuno che sarebbe disposto ad uccidere pur di realizzare i propri sogni?

Mica facile!

Massimo Maugeri

———–

Francesco Costa, Presto ti sveglierai, Salani Editore, Milano 2008, pag. 222

recensione di Maria Lucia Riccioli

Presto ti sveglierai è uscito pochi giorni fa per Salani dalla penna oraziana di Francesco Costa.
Oraziana, sì, perché al di là, infatti, della scrittura serrata, del ritmo indiavolato, sostenutissimo della pagina – e qui si avverte il tocco del Francesco Costa sceneggiatore per la televisione e il cinema – serpeggia una malinconia disillusa, che è l’altra faccia della medaglia di quella solarità che connota – ma è proprio così? – i napoletani.
Di oraziano c’è anche il gusto per la battuta arguta, mai veramente cattiva, il dono dei ritratti indovinatissimi, tracciati in punta di penna, un senso morale fatto di sano buonsenso e di bonomia nient’affatto superciliosa.

«In quali circostanze potresti uccidere qualcuno?» (p. 7).

La domanda dell’incipit non potrebbe più perentoria.
Suo malgrado, Laura questa domanda dovrà porsela, lei che sembra essere, proprio come il suo minuscolo amatissimo giardino con un pino centenario, un’oasi integerrima e diciamocelo pure un po’ fessa in un mondo di strafichi furbastri arrampicatori fotticompagnisti.
A partire proprio da casa sua: la figlia Gemma cambia look – bonza, dark, intellettuale… – a ritmo vertiginoso ed è convinta di poter sfondare come scrittrice con un romanzo intitolato nientepopodimeno che Rebecca la porca; il marito Stefano la ignora, la tradisce forse con la bellissima Clara e non perde occasione per rimproverarle l’attaccamento alla morale kantiana ritenuta muffosa e fuori moda.
Per non parlare di colleghi e alunni, di Regina Saporito, vicina di casa tutta invidia e falsa cortesia…
C’è persino un surreale Gesù a vegliare, a suo modo, sulle vicende di Laura.

«Conosci qualcuno che sarebbe disposto ad uccidere pur di realizzare i propri sogni?» (p. 7).

Morale, certezze, valori vacillano di fronte all’ipotesi ventilata dal tubo catodico.

«… Allora raccontalo a Miriam!» (p. 8).

Miriam è la quintessenza dello sfasciume televisivo che ha inquinato le intelligenze e le coscienze di tutta Italia e conduce l’ennesimo reality, volto ad indagare sulle fantasie omicide che infettano anche gli animi più insospettabili, come quello di Laura.
Mite e persino goffa nella sua ingenua semplicità, la nostra sprovveduta protagonista si troverà coinvolta in un complotto che include camorristi, professori in piena crisi d’autorità, vaiasse e persino un poliziotto dall’augurale nome di Speranza.

«Per salvare la vita alla persona che ami, per eliminare un ostacolo tra te e una ricca eredità, per conquistare l’uomo o la donna dei tuoi sogni, per impadronirti di un’automobile…» (p.11).

Il marito di Laura è stato rapito ed è tenuto in ostaggio. Solo la moglie può salvarlo impegnandosi a compiere ciò che il pavido, imbolsito, distratto Stefano non è stato capace di portare a termine: l’omicidio dell’avvocato Morris, un cattivo, un vilain della peggior specie, che l’umanità tutta vorrebbe veder sparire dalla faccia della terra. Chi esiterebbe?
Laura, combattuta tra il residuo amore verso un marito che pur non apprezzandola sempre il padre di sua figlia è, il cielo stellato sopra di lei e la legge morale dentro di sé, verrà catapultata in una sarabanda esilarante di colpi di scena fino allo scoppiettante finale, che lascia anche uno spiraglio di speranza per le sorti di Napoli.
Una Napoli devastata dall’inciviltà, dal cinismo, dall’ignoranza cafona, dalla speculazione edilizia, subissata dall’onnipresente monnezza.
Francesco Costa, con profetico tempismo – o forse è Napoli ad essere tragicamente sempre uguale a se stessa? – fa muovere Laura Belmonte in un presente quanto mai attuale.
E noi ci ritroviamo a tifare per lei e per la sua città, sperando che entrambe finalmente, il più presto possibile, come Francesco Costa si augura nel titolo del libro, si sveglino e trovino la via più “giusta” per il loro riscatto.

«È notte fonda, certo, ma prima o poi si sveglierà anche lei» (p. 222).

Maria Lucia Riccioli

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recensione di Antonella Cilento

«In quali circostanze potresti uccidere qualcuno?»: questa è la frase che lampeggia lungo le pagine di Presto ti sveglierai (Salani, pagg. 222, euro 13), brillante settimo romanzo di Francesco Costa. A pronunziare la temibile frase è un’attempata conduttrice televisiva restaurata di fresco, che si affaccia da ogni media ad inquietare una Napoli messa a ferro e a fuoco dalle emergenze: camorra, spazzatura, campi Rom (una notevole preveggenza dell’autore, considerando che questo libro è stato scritto ben prima dei recenti fatti di cronaca: ma questo, ovvero anticipare i fatti del mondo, alla buona letteratura capita). E certo il diktat televisivo in una città già così facile agli ammazzamenti, turba, o quanto meno infastidisce, la vita della quarantenne Laura Belmonte, insegnante sposata a un professore, che per conservare la sanità mentale in un mondo allo sfascio ha scelto un imperativo kantiano da ripetersi come un mantra: «Il cielo stellato sopra di me. La legge morale dentro di me». Laura vive in una piccola isola, una casetta a Fuorigrotta dove fa crescere a fatica un minuscolo giardino che la separa da una vicina invadente con un figlio che crede d’essere Gesù – le cui apparizioni esilaranti, ma anche visionarie, sono una delle punte di diamante della narrazione – fra il cimitero, che manda miasmi di morte, e un campo Rom, che di miasmi ne manda di vitali. I problemi di Laura sarebbero molto comuni: un marito che si è stancato di lei e non l’ama più con la stessa passione, una figlia adolescente assai stramba, che passa da una moda all’altra e da un’identità all’altra senza troppi imbarazzi (ora bonzo meditativo, ora autrice di Rebecca la porca, non celata satira dei romanzetti trash di giovanissimi autori analfabeti), una collega di scuola bellissima e con casa a Posillipo, amante di suo marito. Tuttavia le cose si complicano: una sera, di ritorno da una disgustosissima e trendy cena, Laura e Stefano, suo marito, vengono assaliti. Il giorno seguente Stefano scompare. Laura lo cerca invano fino a che non le viene detto che la camorra lo tiene in ostaggio e che lei lo potrà riavere solo a patto di uccidere un certo avvocato americano. Dunque, la realtà non è come appare. Cos’è finto e cos’è vero? Di più non diremo della trama, che si avvolge come una spira attorno al lettore, complice la scrittura elegantissima di Costa, fatta di composta ironia e di situazioni esilaranti, sullo sfondo di luoghi napoletani non usurati dal copione letterario ma consueti all’autore, che di Fuorigrotta e dei Campi Flegrei ha già molto narrato nei precedenti romanzi. Presto ti sveglierai è un noir pieno di comicità e di ritratti impietosi della borghesia televisiva dei nostri giorni, un libro che scorre rapido e restituisce un’aria estiva: promette e mantiene le qualità narrative già note, con in più il dono della commedia di qualità.

Antonella Cilento

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INTERVISTA A FRANCESCO COSTA

di Simona Lo Iacono

simona_lo_iacono.JPGEcco… Ho sempre pensato che ci siano scrittori che affondano tra le maglie di una città. Che le rotolano accanto col respiro. Con i propri sogni.
Scrittori di sogni e di città, diciamo allora. Che sfiatano gli stessi sboffi del vulcano che li domina. E che ne condividono il destino fatto di precarietà e sorrisi. Quella leggerezza che solo chi vive a contatto con una terra prossima a tremare e a spaccarsi sotto il passo, è in grado di raccontare.
E allora facciamo per un attimo finta di essere a Napoli.
Andiamo incontro a Francesco Costa, edito in questi giorni da Salani con “Presto ti sveglierai”.
Pur avendo un passato da fine sceneggiatore e da romanziere di successo ( abituato – tra l’altro – alle trasposizioni per il cinema delle sue storie), Francesco è, soprattutto, un uomo aperto alla meraviglia. Al raspo repentino di un entusiasmo. All’infallibile fiuto dei veri sognatori: lo stupore – sempre rinnovato – per la vita.
Uno stupore a cui di tanto in tanto non sfugge uno strappo di malinconia. Un sobbalzo di inquietudine. Ma non per intima adesione.
Più che altro, per lo scontro con un mondo strano, che ha perduto il senso della curiosità per il proprio mistero. Per l’assurda felicità di vivere.
A volte, sebbene i mascheramenti non siano il suo forte, me lo sono immaginato come un Pulcinella. Ma diverso dagli altri. Dai mille altri Pulcinella che ci si assiepano intorno.
Il “suo” Pulcinella lo immagino a capo di una banda di bambini moccolosi, arrangiato, con scarpe di due misure più grandi, il vestito sgualcito… e un libro in mano.
Si ferma. Lo guarda. Mi toglie le parole di bocca…
Sarà lui a condurre questa intervista…

“Francesco – gli domanda, infatti, Pulcinella – ma tu cos’hai in comune con me”

F: Perdonami, ma non credo che abbiamo qualcosa in comune. Mi ha messo sempre tristezza l’idea che la tua arguzia sia per te un modo di dimenticare che hai fame. Di Napoli ricordo sempre una gran fame, tutti quelli che conoscevo (adulti e bambini) parlavano sempre di quanto avessero fame. Io covavo un’idea di fuga, che poi ho messo in atto. Pulcinella non medita di scappare: è legato da sempre alla sua Napoli. Io per poterne parlare ho dovuto mettermi a debita distanza da lei.

“E con Napoli cos’hai in comune?”

F: Napoli la rivedo ogni mese per visitare la mia famiglia. Che dire? La ami e la maledici, e questo è quanto. Ho l’impressione che non ricambi mai l’amore che le porti. Perfino i recensori napoletani se la prendono comoda nel recensire i tuoi libri quando dovrebbero quantomeno meravigliarsi ed esser grati a chi, da lontano, abbia ancora la voglia di scrivere di questa stranissima, meravigliosa e tremenda città. Inseguono il potere, pure loro, e non si rendono conto che, osservati a distanza, annaspano in una situazione emergenziale che ha dell’incredibile.

“E allora, quanta parte ha la napoletanità nei tuoi libri?”

F: Credo che se fossi nato a Nairobi, parlerei di Nairobi. Parlo di Napoli perché la conosco meglio ed è un fondale adatto alle storie che mi vengono in mente. Il fatto, anzi, che il fondale sia sempre lo stesso dovrebbe a mio avviso mettere in risalto l’inesauribilità dei registri stilistici con cui posso narrare la tragicommedia umana.

“E questa amarezza che affiora tra una risata e l’altra? Questa ricerca della salvezza in una leggerezza apparente, sempre velata da meraviglia? Forse non è della sola Napoli. Forse è oggi – non credi? – l’unica via d’uscita per sopravvivere al mondo senza rinunciare alla fantasia”.

F: L’amarezza non mi appartiene, perché ho un temperamento naturalmente gioioso. Se la si sente venir fuori dai miei libri è perché i miei personaggi devono confrontarsi con qualcosa che ha dell’incredibile. Una città pazzesca, priva di alberi, seppellita sotto la spazzatura. Dominata da gente senza scrupoli. Il contesto in cui vivono metterebbe ansia pure al serafico Oblomov.

“La fantasia. Questa nemica che ti fa credere possibile l’impossibile. Che ti precede, ti perseguita e ti condanna a barricarti tra parole a cui non puoi rinunciare. Che rapporto hai con lei?”

F: La fantasia è tutto. La vita non può essere semplicemente vissuta. Va anche raccontata, per capirci qualcosa, altrimenti l’uomo impazzirebbe.

“E il tuo ultimo libro? Perchè questo titolo?”

F: E’ il mio romanzo più dichiaratamente umoristico. Volevo far ridere. Riuscirci è per uno scrittore un dono divino. Sapere che un lettore ha riso sulle tue pagine è il massimo. Mi arrivano sms ed email di lettori (anche colleghi) che mi ringraziano per le risate che si stanno facendo. Ne sono fiero. Il titolo attiene al sonno e ai sogni. E’ musicale. Ho una ricca scorta di titoli, ai quali devo appioppare un romanzo dotato di intreccio e sensi riposti. Uno scrittore parte generalmente da una storia a cui poi dare un titolo, io parto da un bel titolo e poi vi aggiungo una storia: esattamente il percorso inverso. “Presto ti sveglierai” è un titolo che mi piace, che è piaciuto all’editore, che piace a molti lettori.

“Da quale esigenza interiore è nato?”

F: Dalla voglia di far conoscere ai miei lettori la mia abilità nel registro comico. Tutti i miei libri sono percorsi da una vena ironica, ma questa black comedy, questa commedia con delitto ha costituito per me uno sforzo ulteriore nella direzione dell’umorismo più diretto, più schietto. Presto mi misurerò invece con l’horror e con il noir: dimensioni narrative che non ho ancora affrontato. Lo sfondo sarà sempre Napoli.

“E se anche da questa tua ultima fatica fosse tratto un film, com’è accaduto per altre tue opere (ultimamente rappresentate dal meraviglioso viso di Maria Grazia Cucinotta), che volti sovrapporresti a quelli dei tuoi personaggi?”

F: Ho sempre pensato a Laura, la protagonista di “Presto ti sveglierai”, come a una donna bionda e smarrita, fragile eppur energica, con occhi azzurri stupefatti, e ogni volta mi è venuta in mente Margherita Buy: sarebbe una magnifica Laura!

“Un’ultima cosa, Francè… se ti prestassi il mio vestito, lo indosseresti?”…

F: Non mi piace travestirmi. Ho già il mio bel daffare a entrare e a uscire dalle menti dei miei personaggi. E’ sufficientemente faticoso (e spesso doloroso) inventarli e poi abbandonarli, visto che quando scrivo io divento esattamente loro, al punto che entrano nei miei sogni e mi procurano a volte perfino dei terribili incubi. Quando non scrivo, preferisco il silenzio, e dispormi all’ascolto di quella specie di mood che mi fa arrivare l’eco delle prossime storie…

—–

Francesco Costa è nato a Napoli. Già sceneggiatore cinematografico e televisivo, ha esordito con il romanzo La volpe a tre zampe, cui s’ispira l’omonimo film di Sandro Dionisio con Miranda Otto e Angela Luce.
Sono seguiti L’imbroglio nel lenzuolo (1997), da cui è tratto un film con Maria Grazia Cucinotta, Anne Parillaud e Geraldine Chaplin – attualmente in produzione, di cui Costa ha firmato anche la sceneggiatura – Non vedrò mai Calcutta, Se piango picchiami, e Il dovere dell’ospitalità.
I suoi libri sono tradotti in Germania, Giappone, Spagna e Grecia.

Pubblicato in L'OMBRA E LA PENNA (con il contributo di Antonella Cilento), LETTERATURA È DIRITTO... È VITA (a cura di Simona Lo Iacono), SEGNALAZIONI E RECENSIONI   160 commenti »

giovedì, 26 giugno 2008

MA COM’ERA IL ’68?

muro_1968.JPGCos’è stato il 1968?
Wikipedia Italia lo definisce così:
“un anno particolare, nel quale grandi movimenti di massa socialmente disomogenei (operai, studenti e gruppi etnici minoritari) e formati per aggregazione spesso spontanea, attraversarono quasi tutti i paesi del mondo con la loro carica contestativa e sembrarono far vacillare governi e sistemi politici in nome di una trasformazione radicale della società. La portata della partecipazione popolare e la sua notorietà, oltre allo svolgersi degli eventi in un tempo relativamente concentrato ed intenso, contribuirono ad identificare col nome dell’anno il movimento, il Sessantotto appunto”.
Per poi precisare quanto segue:
“Il Sessantotto è stato un movimento sociale e politico ancora oggi controverso: molti sostengono che sia stato il movimento che ci ha portato ad un mondo “utopicamente” migliore e molti altri sostengono invece il contrario ovvero che sia stato un movimento che ha spaccato e distrutto la moralità e la stabilità politica mondiale”.

Per voi… cos’è stato davvero il 1968?
Cosa ne rimane oggi… quarant’anni dopo?

E com’era, al di là dei luoghi comuni?

Vi invito a dire la vostra.

Ospite speciale di questo post di Letteratitudine è Italo Moscati: scrittore, regista e sceneggiatore.

Italo ha condotto su Radio1Rai, svolgendo anche il ruolo di regista, una trasmissione in otto puntate (andata in onda alle 13.20 di ogni sabato dal 19 aprile al 7 giugno 2008) dal titolo: “MA COM’ERA IL ’68? Un anno che non si dimentica”.

Le suddette puntate torneranno in onda dal 26 agosto al 5 settembre 2008 (dal martedì al venerdì alle 11) sempre su Radio1Rai.

Chi volesse ascoltarle adesso può farlo collegandosi al sito di RadioRai.

Di seguito, invece, troverete un articolo dello stesso Moscati (nella foto in basso) e le sinassi delle trasmissioni.

Siete tutti invitati a partecipare al dibattito.

Massimo Maugeri 

__________________

MA COM’ERA IL ’68?

di Italo Moscati

italo-moscati.jpgQuarant’anni dal 1968. Se ne parlerà per tutto l’anno, in questo 2008, fino al 31 dicembre. Quindi, stop.
Le commemorazioni qui da noi vivono lo spazio di un mattino, anche se vengono diluite nel tempo, e subito dopo ricondotte nel loculo nel cimitero delle memorie labili (ma nello stesso tempo condannate a essere presentate come zanzare ronzanti per sempre).
31 dicembre 1968. Una data significativa. Non solo per me. Quella notte, la notte di Capodanno, ci fu una contestazione davanti alla Bussola, un locale famoso della Versilia, dove si esibivano grandi cantanti come Mina, in cui si ritrovavano i ricchi e i notabili dell’epoca. Vecchi e giovani, personaggi noti o sconosciuti, poi, negli anni Settanta, presi in giro dai film dei fratelli Vanzina: sesso, soft rock, drug, fili di cocaine.
Quella notte ci fu uno scontro fra polizia e giovani che protestavano contro la esibizione di benessere e di mondanità. Non era una novità. Giorni prima, il 7 dicembre, altri giovani, non solo studenti universitari, si erano presentati all’apertura della Scala muniti di altoparlanti e di uova o di pomodori. Volarono parole grosse e gli ortaggi verso le signore in pelliccia. Intervenne la polizia e il sipario alla Scala si alzò come sempre.
Alla Bussola accadde qualcosa di drammaticamente diverso. Ci fu lo scontro violento tra giovani e polizia che reagì con le armi. Un colpo di pistola raggiunse un ragazzo, Soriano Ceccanti, che rimase ferito in modo grave. Sopravvisse ma rimase per sempre seduto su una sedia a rotelle.
Per sempre. I suoi occhi ci guardano. Soriano vive nel silenzio. Ce lo dimentichiamo volentieri. Coloro che se lo ricordano si contano sulle dita.
Nel mio racconto ho inserito la cronaca di quel giorno. Avevo già in mente di farlo. La voce di un giornalista diceva per filo e per segno quanto era accaduto. Punto e basta. Nel racconto sono partito dal fatto e da quei sonori (agitazione, vociare, spari) per andare a ritroso e ritrovare – o meglio cercare di ritrovare – un senso di quel ’68, anzi del Sessantotto come ormai si scrive, in lettere, forse perché le cifre sono troppo corte mentre le parole nei libri e nei convegni riempiono fogli e bocche, con esiti ogni volta da verificare.
La trasmissione è composta di voci, sonori, canzoni, pezzi di musica presi dalla radio, dalla tv e dal cinema. C’era nei massmedia (la Rai era monopolio, non aveva alcuna concorrenza) una grande prudenza, un attento riserbo nel dire del ’68. A poco a poco, però, il mezzo mutismo cedette il posto a interventi sempre più circostanziati. La contestazione non pulsava soltanto in Italia, in Francia o in Germania, tra gli studenti in protesta anche contro la guerra nel Vietnam; ma si era propagata rapidamente in tutto il mondo. Il ’68 si accendeva in Asia, in America Latina, dovunque.
Di tutto ciò, ovvero di una cronaca vera che parla più dell’ideologia, c’è una labile traccia nei libri e nelle numerose pubblicazioni che escono con regolarità ogni dieci anni.
(Dieci anni: le tante tappe di un tema che si esaurisce e che si chiarisce lentamente. Si spera).
Però. Tutti si concentrano sulla contestazione e sui suoi sviluppi. In questo modo, a parte il gusto storico di rivisitare un anno fatto poi di anni seguenti molto importanti, ci si dimentica di quel che è avvenuto, al di là della contestazione, nella cronaca di tutti i giorni, nel cinema, nella tv, nello spettacolo, nella cultura e nell’arte.
Per la cronaca per quanto riguarda l’Italia, basta ricordare il terremoto del Belice, il caso Sifar e del generale De Lorenzo, la nuova legge sulle pensioni, la vittoria della nazionale italiana di calcio nel campionato d’Europa, il processo alla banda Cavallero, la condanna di Aldo Braibanti per plagio, la morte di Giovanni Guareschi (l’inventore di don Camillo e Peppone)…
Il ’68 è anche l’anno delle “Humanae vitae” l’enciclica dl Paolo VI sulla regolazione della nascite e i contraccettivi, del viaggio del Papa in Bolivia, della morte di Padre Pio. Il ’68 è l’anno in cui la corte costituzionale stabilisce che l’adulterio non è più un reato…
I fatti del mondo sono importanti e spesso decisivi: come ad esempio gli interventi del generale De Gaulle con le successive elezioni politiche che il 23 giugno posero fine al Maggio parigino; gli assassini di Martin Luther King e di Robert Kennedy; i carri armati del Patto di Varsavia che soffocarono la cosiddetta “primavera di Praga” e tanti altri fatti e lutti… Cadevano a migliaia guerriglieri vietcong e giovani americani intorno a Saigon. Cadevano giovani di sinistra e di destra in Europa, e non era che il principio.
E poi tv. Il ’68 è l’anno della “Freccia nera”, dell’ “Odissea”, del “Cristoforo Colombo”…
Per l’arte, il ’68 è l’anno di Schifano, Tano Festa, Franco Angeli…
Per il cinema, Stanley Kubrick realizza “2001-Odissea nello spazio”…
La terra vista dal cielo. E, come specchio, la terra che guarda ai cieli delle utopie. Davanti agli occhi di Soriano, paralizzato.
Nel racconto radiofonico troverete questo e altro. Qui di seguito riporto una sintesi delle otto puntate.
Davvero, come poche volte può capitare: buon ascolto!
Italo Moscati


Conduzione e regia di Italo Moscati

1^ puntata
APERTURA

Prima puntata di un viaggio tra le voci, i sonori, le musiche, i rumori di un anno che ha compiuto i 40 anni: il Sessantotto. Italo Moscati lo racconta prendendo spunto soprattutto dai programmi radiofonici e dai giornali radio dell’epoca. Il racconto comincia con una citazione di Enzo Tortora che, invitato a fare un bilancio dell’anno, parla con ironia di un “anno non semplice” che ha attraversato lo spettacolo, la cronaca, la politica, il costume della società italiana. Da lontano, dall’America, erano venuti già i venti della contestazione universitaria che si era diffusi dal 1964 in tutta Europa, prima a Berlino e poi a Parigi. La prima puntata ricorda l’inizio di un sceneggiato famoso “La freccia nera” e poi passa al seconda trapianto di un cuore in Sud Africa, il primo riuscito; quindi ricorda Giuseppe Ungaretti che compiva ottant’anni. Fra questi fatti, le prime occupazioni delle università italiane, i cortei di protesta per la guerra del Vietnam, gli scontri con la polizia. Due mesi, gennaio e febbraio, molto intensi e soprattutto carichi di tensione e di creatività giovanile.

2^puntata
VERSO PRIMAVERA

La seconda puntata, “Verso primavera”, comincia dall’ultima notte del 1967, e cioè di una manifestazione che si svolse davanti alla Bussola, un noto locale in cui si esibivano famosi cantati come Mina. I giovani contestarono le persone che si era recati nel locale per attendere il capodanno. Intervenne la polizia e lo scontro fu lungo e duro: alla fine, rimase sul terreno, ferito, il giovane Soriano Ceccanti che purtroppo da allora siede su una sedia a rotelle. La violenza si presentava in modo allarmante e ricordava che altri giovani erano morti per scontri fra ragazzi di sinistra e di destra. La contestazione aumentava di intensità. Nel mondo, intanto, a Mosca, venivano celebrati i funerali di Yuri Gagarin, uno dei primi astronauti sovietici; a New York ,il pugile italiano Benvenuti diventava campione del mondo; a Roma, Federico Fellini cominciava a preparare le riprese del “Satyricon”.

3^puntata
PRIMA DI MAGGIO

La terza puntata, “Prima di maggio”, registra fatti ed emozioni della vigilia del mese più caldo del Sessantotto, il Maggio di violente manifestazioni e di sfida al potere politico. In Italia scendevano in piazza, accanto agli studenti delle università, i ragazzi dei licei. Il racconto di Moscati ricorda anche i film che più suscitavano scandalo e quelle strade, come via Margutta e via Veneto, stavano perdendo quel sapore di leggenda artistica e di costume di vita che le aveva fatte conoscere subito dopo la seconda guerra mondiale. L’autore ricorda che proprio in quei giorni veniva ucciso Martin Luther King, il leader nero capo della protesta contro il razzismo e la guerra nel Vietnam. Inoltre, a Berlino, Parigi, Londra, Roma e Milano un’altra importante città si univa alle città scosse dalla contestazione: Madrid, in cui gli studenti organizzarono cortei contro la dittatura del generale Francisco Franco. Come nelle altre puntate, anche la terza è densa di canzoni e musiche di quel periodo.

4^puntata
IL MAGGIO

Il Maggio francese si dice sempre quando si vuole indicare il mese più caldo del ’68, l’anno della contestazione. E Parigi fu, in effetti, sconvolta dagli scontri tra studenti (a cui si unirono ma non in piazza milioni di operai in sciopero) con la polizia; ma, dovunque, non solo in Europa, l’ondata della contestazione non solo giovanile si estendeva e conquistava straordinari consensi, dal Brasile all’Argentina, dal Perù al Giappone. Sembrava che tutto fosse scattato come un piano ben organizzato, in realtà non era così: si trattava di iniziative spontanee germinate da una spontaneità dilagante. Moscati racconta tutto questo con voci, sonori, rumori, canzoni. Ricorda anche si preparavano le Olimpiadi del Messico con una protesta studentesca soffocata dalla polizia, protesta narrata alla radio da Oriana Fallaci. Ricorda ancora la contestazione ai festival del cinema: a Cannes che venne sospeso, mentre in Italia parte dei cineasti attaccavano la Mostra di Venezia in programma per agosto.

5^ puntata
UN’ESTATE CHE SA DI MAGGIO

La quinta puntata di “Ma com’era il ’68?- Un anno che non si dimentica” è intitolata “Un’estate che sa di maggio”. Il racconto presenta spunti di grande interesse. Il maggio parigino, punto di riferimento per la contestazione in Europa e nel mondo, divampa ancora ma si esaurirà a poco a poco dopo l’intervento deciso di Charles De Gaulle che vieta cortei e manifestazioni degli studenti e degli operai ,e dopo le elezioni del 23 giugno in cui vincono i gollisti. La gente si prepara per le vacanze. C’è voglia di dimenticare. Grande successo del Disco per l’Estate in Italia e per le canzoni, è l’anno di “Azzurro cantato da Adriano Celentano. Intanto, la protesta giovanile continua. Parlano alla radio i leaders studenteschi come il tedesco Rudy Dutscke, sfuggito a un attentato, il francese Cohn Bendit, il cecoslovacco Jan Kovac . La Cecoslovacchia viene invasa dai carri armati del Patto di Varsavia e nelle strade di Praga si scatena la rivolta. Si avvicinano le Olimpiadi di Città del Messico e la contestazione degli studenti cresce impetuosa, si preparano sanguinose repressioni (raccontate alla radio da Oriana Fallaci). La contestazione colpisce i festival cinematografici, dopo Cannes, la Mostra del cinema di Venezia, la Biennale d’arte sempre a Venezia; e provoca ritirate clamorose dai premi letterari più prestigiosi.

6^ puntata
AUTUNNO INVERNO

La sesta puntata di “Ma com’era il ’68?”, “Autunno inverno”, comincia con il racconto della contestazione alla Mostra del cinema di Venezia con una intervista a Pier Paolo Pasolini, regista di “Teorema” che fu proiettato contro la volontà dello stesso regista. Pochi giorni dopo, a Praga, la contestazione dei giovani e la cosiddetta “primavera di Praga”- una richiesta di democratizzazione del regime comunista- vennero soffocate dall’invasione delle truppe del Patto di Varsavia comandate dall’esercito sovietico. Fu una pagina drammatica, forse una delle più drammatiche, in quell’anno che in tutto il mondo registrava continue proteste e rivolte soprattutto da parte delle nuove generazioni. In ottobre ripresero le imprese spaziali con una gara fra americani e sovietici in vista della conquista della Luna. Ci fu, sempre in ottobre, l’apertura delle Olimpiadi di Città del Messico. La giornalista Oriana Fallaci descrisse alla radio la violenta repressione della polizia della protesta degli studenti che contestavano per sottolineare povertà e bisogni dei paesi latino americani. Nelle stesse Olimpiadi, due atleti neri americani furono protagonisti di una clamorosa protesta. In Grecia, il poeta Panagulis, avverso al regime dei colonnelli, fu condannato a morte.

7^ puntata
LA TERRA VISTA DALLA LUNA

Settima e penultima puntata di “Ma com’era il ’69- Un anno che non si dimentica” intitolata “La terra vista dalla Luna”. Sono i giorni dei viaggi spaziali dei sovietici e degli americani per sperimentare la spedizione sulla Luna. Tra ottobre e dicembre, riprendono le manifestazioni e i cortei in Italia e nel mondo. La contestazione si rifà viva dopo la pausa estiva segnata dalla protesta giovanile e di numerosi attori e registi alla Mostra del cinema e alla Biennale d’arte di Venezia. In televisione comincia una nuova edizione di “Canzonissima” dopo una sospensione di sei anni dello spettacolo per le scene di Dario Fo e di Franca Rame sul pericolo nei cantieri e sulle morti sul lavoro. La presentano Walter Chiari, Paolo Panelli e Mina. Nei cinema esce il film di Stanley Kubrick, “2001- Odissea nello spazio”. Per la cronaca, alluvione nel Biellese. Ma il fatto più importante, sul piano sociale, è la morte di due braccianti ad Avola, in Sicilia, durante un intervento della polizia per rimuovere un blocco stradale dei dimostranti. La rivolta, la protesta studentesca è raccontata dallo psicologo Mitscherlich che, con Marcuse, fu uno degli ispiratori della protesta stessa con il libro “Verso una società senza padri”; e da Mauro Rostagno, che dalla contestazione verrà ucciso anni dopo il ’68 per le sue trasmissioni di una sua tv privata contro la mafia. Altre interviste inedite perché dimenticate sono quelle a Mastroianni e a Gassman che ricorda Totò che era morto nel 1967. Poi, canzoni e musica dell’ “anno che non si dimentica”.

8^ puntata
VERSO NUOVE PRIMAVERE

Ottava e ultima puntata di “Ma com’era il ’68?”, intitolata “Verso nuove primavere”. Il programma ,condotto e diretto da Italo Moscati , si conclude con un bilancio dell’anno della contestazione e dell’immaginazione al potere, attraverso voci, sonori, documenti, canzoni. Il Sessantotto fu un anno di svolta e indica la comparsa sulla scena della società- in tutto il mondo e non solo in Europa o in America- dei giovani studenti e operai con istanze ed esigenze capaci di sorprendere i poteri nei diversi paesi. Tra pro e contro, il Sessantotto resta come una stagione di idee (pacifismo, giustizia sociale, libertà individuali, diritti) e di sensibilità (immaginazione, creatività, fantasia, desideri) che ha avuto un lungo effetto anche attraverso le generazioni successive. Moscati racconta nell’ultima puntata delle molte primavere che suscitarono la vitalità del Sessantotto: la primavera studentesca, quella vitale gioiosa della musica e dello spettacolo; la primavera del maggio francese; la primavera di Praga, schiacciata sotto i cingoli dei carri armati sovietici; la primavera triste della uccisione di Martin Luther King e di Robert Kennedy. Primavere in attesa di altre primavere. La ottava puntata racconta il finale dell’anno con gli ultimi sussulti e i risvolti drammatici, mentre dal cielo gli astronauti americani descrivevano la luna…Un’utopia- quella della conquista della luna- che verrà realizzata, a differenza di altre utopie, a volte disastrose e a volte esaltanti. Un anno che non si dimentica. In un programma che ha avuto un grande successo di critica e di pubblico.

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lunedì, 23 giugno 2008

QUOTE ROSA IN LETTERATURA? IL CASO CAMPIELLO

La giuria del Campiello, presieduta da Gianni Letta, ha selezionato i cinque libri che si contenderanno l’ambìto premio letterario:
- Eliana Bouchard, con Louise. Canzone senza pause (Bollati Boringhieri)
- Benedetta Cibrario, con Rossovermiglio (Feltrinelli)
- Paolo Di Stefano, con Nel cuore che ti cerca (Rizzoli)
- Chiara Gamberale, con La zona cieca (Bompiani)
- Cinzia Tani, con Sole e ombra (Mondadori).
La giuria, all’unanimità, ha indicato Paolo Giordano per La solitudine dei numeri primi (Mondadori) come vincitore del riconoscimento Opera Prima. Si dovrà attendere il 30 agosto per conoscere il vincitore assoluto del Premio Campiello che sarà scelto da una giuria di 300 lettori nel corso di una cerimonia al Teatro La Fenice di Venezia.

Questa, la cronaca.
Ora… pare che, in prima istanza, la giuria del Premio avesse deciso di selezionare una cinquina di sole donne. E che la presenza di Paolo Di Stefano non fosse – come dire – prevista.
Insomma… polemiche.
Seguono un pezzo caustico di Nico Orengo (pubblicato su Tuttolibri) e un altro di Giuliano Zincone (pubblicato sul Domenicale del Sole24Ore) dove l’autore si finge uno scrittore disposto a cambiar sesso pur di rientrare nella cinquina del Premio.

Mi domando (e vi domando)…
Il mondo della letteratura italiana necessita, forse, di “quote rosa”?
Ritenete che le scrittrici siano state (e siano tuttora) penalizzate?
Se sì, cosa fare per assicurare un maggiore “equilibrio”?
Siete d’accordo con le scelte della giuria del Campiello?

A proposito: Chi vincerà il Campiello 2008?

Massimo Maugeri

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Dalla rubrica FULMINI di Nico Orengo (pubblicato su Ttl del 14/6/2008)

Campiello affonda la critica

Mentre allo Strega si attende la vittoria di Rea con «Napoli Ferrovia», sul Campiello ci sono acque volutamente agitate. Volutamente perché la nuova gestione cerca scandalo e visibilità. Lo si è visto nelle due ultime edizioni con la retrocessione di Buttafuoco e Fruttero. Ora, parte della giuria, quella più lontana dalla letteratura, ha deciso che i finalisti fossero solo donne. C’è scappato un maschio ma è decisamente un Campiello al femminile. Strano criterio che lascia fuori scrittori come Vitali e Longo. Ci si chiede cosa ci stiano a fare critici come Nigro, Beccaria e Mondo.
Nico Orengo

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L’oppossum di Giuliano Zincone (pubblicato sull’inserto “Domenica” de Il Sole24Ore del 15/6/08)

Alla Spett. Giuria Tecnica del Premio Campiello. Sede.

Gentile Giuria, apprendo dalla stampa che avevate deciso di scegliere una cinquina femminile per il vostro stimato premio letterario. Poi, forse per sbaglio, avete nominato anche un maschio, uno solo. Quote rosa o dittatura rosa? Adesso si spiega la mia esclusione. Mi chiamo Fabio Zumbo e vi avevo sottoposto il mio ultimo romanzo, “Gino & Daniela” (ed. Fichidindia). Sono sicuro che non l’avete nemmeno guardato. E’ la storia forte e delicata della relazione tra una signora cinquantenne (Daniela) e un opossum di nome Gino. La scintilla è innescata dalla noia esistenziale aggravata dalla solitudine urbana e dai guasti dell’anomia capitalistica. Entra in gioco l’ottusa e violenta gelosia del marito di lei, Ugo, del tutto insensibile all’ansia di libertà della moglie, e al suo diritto a vivere la propria vita. Gino, invece, è single e, come spesso accade ai “diversi”, s’impegna in compiti che gli italiani rifiutano. Qui appare la necessità di contemperare il dovere dell’accoglienza con la necessità della sicurezza, oltre all’eterno conflitto tra solidarietà ed egoismo. Tolleranza e dialogo. Queste cose, insomma.
In una drammatica sequenza, il mio romanzo non manca di sottolineare che anche i nostri connazionali furono discriminati, quando la miseria li spinse a viaggiare verso lidi stranieri. Gino, del resto, è perfettamente integrato e produttivo. Grazie alla sua coda prensile, l’opossum è capace di esercitare mille mestieri e, nella seconda metà del libro, si riscatta dalla sua condizione sottoproletaria, associandosi con il procione Fabrizio (detto anche Orsetto Lavatore), nella gestione precaria della lavanderia “Stira & Ammira”. Non vorrei sembrare immodesto, ma credo proprio che il mix degli incontri clandestini tra gli amanti, la robusta denuncia della xenofobia, dell’inettitudine della casta politica, della sostanziale assenza delle istituzioni e della carenza di strutture (palestre e piscine) adatte agli svaghi degli opossum e dei procioni, facciano del mio romanzo non certo un banale thriller, ma soprattutto un documento che spiega la violenza/indifferenza che deprime la nostra società e che la condanna alla decadenza morale. C’è una via d’uscita? Mistero. Un barlume s’accende quando, nel libro, Monsignor Martinho (Teologia della Liberazione) sorride all’opossum e alla signora, benedicendoli: “Amor omnia vincit”. Sarà proprio così? La mia opera è aperta.
Signori della Giuria, voi avete bocciato il mio libro perché sono un maschio. Rimedierò. Vi scrivo da Casablanca, dove sono in lista d’attesa, ascoltando canzoncine tipo “You must remember this”, per diventare una Ingrid Bergman che si chiamerà Fabia Zumba, e che potrà concorrere senza handicap al prossimo premio letterario. Ho già in mente lo scoop: Sansone era femmina, per questo aveva i capelli lunghi. E Dalila era maschio, per questo glieli ha tagliati. Io mi rassegno e mi adeguo, qui a Casablanca. Però voi riflettete un momento, rispettabili Giurati. Ve la immaginate una Oriana Fallaci che accetta di entrare in cinquina soltanto perché è donna? Lo sapete che cosa vi avrebbe abbaiato e dove vi avrebbe mandati? Io aspetto il delicato intervento, accanto al pianoforte del vecchio Sam. Però mi ricordo un pomeriggio del 1966, a Mantova. Si consegnavano i premi “Isabella d’Este”, riservati a dodici donne eccezionali. C’era anche la principessa-sarta Irene Galitzine, che non disprezzava affatto i maschi. E c’era Maria Bellonci: un drago, una vipera. Qualcuno osò chiamarla Signora. E lei si ribellò: “Macché signora e signora! Io sono Maria Bellonci e basta!”. Domani avrò il mio bisturi, qui a Casablanca. Ma non diventerò come la grande Maria. Anzi, perderò qualcosa.
Giuliano Zincone

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venerdì, 20 giugno 2008

ORACOLO STREGHESCO 2008

Come sapete la nuova edizione del premio Strega è gia partita. Nei giorni scorsi sono stati diramati i nomi dei dodici candidati alla vittoria. Cosa è cambiato rispetto agli scorsi anni? Intanto la direzione… affidata a Tullio De Mauro (che sostituisce Anna Maria Rimoaldi). E qualcosa nella formula del premio stesso.

Ecco i componenti dell’ambita dozzina:

Ruggero Cappuccio con “La notte dei due silenzi” (Sellerio), Cristina Comencini con “L’illusione del bene” (Feltrinelli), Carlo D’Amicis con “La guerra dei cafoni” (minimum fax), Giuseppina De Rienzo con “Vico del fico al Purgatorio” (Manni), Diego De Silva con “Non avevo capito niente” (Einaudi), Paolo Giordano con “La solitudine dei numeri primi” (Mondadori), Ron Kubati con “Il buio del mare” (Giunti), Giuseppe Manfridi con “La cuspide di ghiaccio” (Gremese), Cristina Masciola con “Razza bastarda” (Fanucci), Emiliano Poddi con “Tre volte invano” (Instar Libri), Lidia Ravera con “Le seduzioni dell’inverno” (nottetempo) ed Ermanno Rea con “Napoli Ferrovia” (Rizzoli).

Alcune domande.

Avete avuto modo di leggere uno o più dei suddetti libri?

Cosa ne pensate?

Tra quelli citati, chi è l’autore che preferirete?

Chi è che merita di vincere?

E chi è che invece vincerà? 

Mentre ci sono vi propongo un gioco. Il vincitore si aggiudicherà il titolo di oracolo streghesco 2008.

Dovete individuare i cinque titoli che andranno in finale e disporli in ordine: dal primo (il vincitore) al quinto.

Per ogni posizione indovinata corrisponderà un punteggio, sulla base di quanto segue.

Prima posizione = punti 5

Seconda posizione = punti 4

Terza posizione = punti 3

Quarta posizione = punti 2

Quinta posizione = punti 1

Facciamo qualche esempio. Se Tizio indovina la prima e la quinta posizione otterrà 6 punti (5+1), se Caio azzecca il secondo e il terzo classificato si aggiudicherà 7 punti (4+3), se Sempronio riesce a “spiattellare” la cinquina con ordine esatto otterrà 15 punti (il massimo) e si aggiudicherà il titolo. Ovviamente i vincitori potranno essere più d’uno.

Per darvi una mano nella scelta vi propongo l’articolo che mi ha cortesemente inviato l’amico Stefano Salis  della redazione del Domenicale del Sole24Ore.

Possono partecipare al gioco anche gli scrittori facenti parte dell’ambita dozzina. Si potrà giocare fino al giorno prima della proclamazione del vincitore.

Partecipate?

Massimo Maugeri 

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Selezionati, stregati, premiati

(articolo pubblicato su l’inserto “Domenica” de Il Sole24Ore del 18 maggio 2008, pag. 36)

di Stefano Salis 

Ci siamo: con l’arrivo della bella stagione non ci sarà borgo d’Italia senza il suo bel premio letterario. Un catalogo, qualche anno fa, ne aveva contati centinaia: da quelli in cui si vince la scultura dell’artista locale a quelli dove i soldi e i riscontri di vendita successivi non mancano. I premi che contano davvero, però, sono pochissimi: meno di dieci. Lo sanno tutti.

Partirà il Mondello, che, per non essere ultimo (veniva assegnato a novembre) ha sparigliato le carte, cambiando statuto e decidendo di diventare il primo della stagione. Appuntamento a Palermo il 23 e 24 maggio. Con convegno su «Il senso in-civile della scrittura» e contesa per il super-vincitore. Gli italiani in gara sono Andrea Bajani (Einaudi), Antonio Scurati (Bompiani) e Flavio Soriga (Bompiani); tra gli stranieri ha vinto Bernardo Atxaga (Einaudi).Poi ci saranno le selezioni del Campiello (finalissima a settembre e un’estate per leggere…), le premiazioni del Grinzane, mentre in settimana è stata scelta la dozzina del premio più noto, lo Strega, giunto alla 62a edizione. La prima senza Anna Maria Rimoaldi e la prima diretta da Tullio De Mauro che, per succedere a cotanta eredità, ha già cambiato il regolamento. I 12 libri scelti diventeranno 5: a luglio, al Ninfeo di Villa Giulia, il vincitore. La compagine iniziale, al solito, è variegata: oltre a 4 big come la più gettonata di “radio-premio”, Cristina Comencini (Feltrinelli), Diego De Silva (Einaudi), Paolo Giordano (Mondadori) ed Ermanno Rea (Rizzoli), c’è un outsider come Lidia Ravera (nottetempo). Poi ci sono editori più piccoli o meno noti come Sellerio, Giunti, minimumfax, Fanucci, fino alle sorprese Instar, Manni e Gremese. E se c’è già la prima polemica (la Newton Compton, che concorreva con il romanzo di Mario Lunetta, si è vista esclusa, in nome del turn over tra gli editori, a due giorni dalla selezione e non ha gradito…), lo Strega sarà ancora una volta una contesa tra i «big fish» editoriali, che ne hanno fatto un solido feudo, contando su molti amici, della domenica e non. Non è una previsione, la nostra, ma una semplice constatazione. Dati alla mano: dal 1980 al 2007 hanno vinto 10 volte Mondadori, 4 Bompiani, 3 Einaudi, Feltrinelli e Rizzoli. Intrusi, una volta Rusconi (nel 1983), Longanesi (1984), Leonardo (1993 con Domenico Rea) e Garzanti (con Magris nel 1997). Negli ultimi anni, poi, c’è stato una sorta di tacito “patto di spartizione”: l’ultima doppietta consecutiva di un editore risale al 1990-91 e fu di Einaudi. Mondadori punta oggi molto sul suo Giordano e il fatto di aver candidato un esordiente premiato già dalla classifica la dice lunga. Dopo la vittoria, l’anno scorso, di Ammaniti, magari, pensano a Segrate, è tempo di ripetersi subito e… al diavolo la spartizione. Poi magari ci sbagliamo e vince un piccolissimo editore e uno degli autori semisconosciuti giunti in finale e allora tanto di cappello. Ma se dovessimo scommettere…

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AGGIORNAMENTO DEL 20 GIUGNO 2008

Aggiorno questo post con l’elenco dei cinque finalisti del Premio Strega 2008. Il vincitore verrà scelto la sera del 3 luglio a Villa Giulia.
1. Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi (Mondadori), 71 voti
2. Ermanno Rea, Napoli ferrovia (Rizzoli), 68 voti
3. Diego De Silva, Non avevo capito niente (Einaudi), 58 voti
4. Cristina Comencini, L’illusione del bene (Feltrinelli), 51 voti
5. Livia Ravera, La seduzione dell’inverno (Nottetempo), 35 voti.

Primi esclusi a pari merito Ruggero Cappuccio con ‘La notte dei due silenzì (Sellerio) e Ron Kubati con ‘Il buio del marè (Giunti), con 16 voti.

Massimo Maugeri

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martedì, 17 giugno 2008

ADDIO, SERGENTE DELLA NEVE

Mario Rigoni Stern.jpgMario Rigoni Stern ci lascia.
È morto ad Asiago, all’età di 86 anni. È accaduto ieri, ma i familiari hanno reso noto l’evento luttuoso soltanto oggi.

L’agenzia di stampa Reuters ha divulgato la notizia così:
“Lo scrittore Mario Rigoni Stern – divenuto famoso per la sua opera autobiografica “Il sergente nella neve” – è morto ieri sera ad Asiago, sua città natale. I suoi funerali sono stati celebrati oggi.
Ne danno notizia i media.
Rigoni Stern era divenuto famoso grazie alla sua opera prima, l’autobiografico “Il sergente nella neve”, pubblicato dalla casa editrice Einaudi nel 1953, che raccontava la sua esperienza come soldato durante la ritirata di Russia, nella seconda guerra mondiale.
Lo scrittore era molto amato da ogni parte politica. Lo testimoniano i commenti diffusi in seguito alla notizia della sua morte.
“Se ne va con Mario Rigoni Stern uno dei grandi vecchi della letteratura italiana”, afferma in una nota il segretario del partito democratico Walter Veltroni, che lo definisce “un uomo straordinario che avevamo imparato a conoscere nelle sue pagine realistiche e incantate”.
“Divenuto famoso per i suoi racconti sulle tragedie della guerra amava raccontare che la cosa più importante che aveva fatto non era stato scrivere, ma portare vivi al di là delle linee di guerra in Russia i settanta alpini la cui sorte gli era stata affidata”, ricorda Veltroni, che aggiunge: “Ecco, in questa confessione c’era la sua umana grandezza, il segno del suo impegno civile mai interrotto e insieme il segreto della sua scrittura nitida e affascinante”.
Come si apprende da un altro comunicato, il Presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini ha inviato un telegramma alla famiglia di Rigoni Stern, nel quale esprime il cordoglio per la “scomparsa dello scrittore che ha raccontato con realismo, verità e grande umanità la drammatica pagina della ritirata dei nostri soldati in Russia durante la seconda guerra mondiale”.
“Quella di Rigoni Stern – si legge ancora nel telegramma – è una generazione di narratori che ha lasciato opere di grande forza letteraria e di intensa passione civile vivendo in presa diretta le tragedie del nostro popolo”.
“Lo scrittore scomparso – conclude Fini – è stato uno dei testimoni della storia nazionale del `900 e dei valori di solidarietà di cui la gente italiana ha sempre dato prova anche nei momenti più difficili della sua vicenda passata”.

Avevamo incontrato Rigoni Stern anche qui a Letteratitudine tramite questa intervista rilasciata al “nostro” Andrea Di Consoli (che vi consiglio di rileggere).
Ecco cosa scrive Di Consoli in merito all’incontro con questo grande vecchio della nostra letteratura: «penso allo strano destino critico di Mario Rigoni Stern, uno scrittore che è sempre rimasto schiacciato tra due categorie abbastanza anguste (“scrittore di guerra”, o “di testimonianza”, e “scrittore della natura”; eppure “guerra” e “natura” non sono sempre topoi logori e prevedibili); penso, invece, alla durezza della sua narrativa poetica, al suo guardare sempre in faccia il dolore e, direi, il controdolore – non c’è niente di “naif” nella sua scrittura, anche perché la natura non dà mai davvero risposte consolatorie, anzi, è più “muro” del “muro” del pensiero filosofico – anche la guerra è un “muro” nel pensiero.»
Quando Andrea gli domanda della guerra, Rigoni Stern ricorda: “fumavo le ‘Makorka’, le sigarette dei kulaki. Ho fumato tantissimo, ma poi ho smesso, perché ho avuto problemi di cuore. Ho avuto un arresto cardiaco. Quel giorno sentivo i medici che dicevano che ero morto. Non è stata una brutta sensazione. La morte non è brutta. E’ la sofferenza che fa paura”

E quando, infine, Di Consoli gli domanda della morte… lui risponde lapidario: “I giovani muoiono meglio dei vecchi, perché i giovani hanno tanta vita. I vecchi, invece, sono attaccati fino alla fine all’unico barlume di vita che rimane”.
Addio, sergente della neve.
Vi chiedo, se vi va, di lasciargli un saluto.

Massimo Maugeri

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AGGIORNAMENTO DEL 18 giugno 2008

Aggiorno il post inserendo due video.

Il primo (qui sotto) si riferisce a un’intervista che Mario Rigoni Stern ha rilasciato a Fabio Fazio (programma “Che tempo che fa”, Rai Tre) in occasione dell’uscita di “Stagioni”.

… il secondo (qui sotto) “incrocia” la figura di Rigoni Stern con quella di Primo Levi

Vi invito a guardarli e a commentarli.

Massimo Maugeri

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lunedì, 16 giugno 2008

LE DONNE E LE SOCIETÀ DIFFICILI: SALMA E ABEEDA

donne-velo.JPGSalma e Abeeda sono due personaggi letterari.
Due donne che vivono in contesti sociali difficili e che reagiscono alle avversità in maniera diversa.
Salma è condannata a morte nel suo villaggio di beduini per essere rimasta incinta prima del matrimonio.
Per sopravvivere lascia la sua piccola, appena nata, in mano agli abitanti del villaggio e fugge in esilio in Inghilterra, dove si costruisce una nuova vita… in un mondo completamente diverso. Un mondo dove tutto è permesso, dove il sesso è addirittura incoraggiato, dove niente le dovrebbe far rimpiangere il suo passato arabo e musulmano. Eppure…
Abeeda è una donna musulmana che conduce una doppia vita: divorziata, madre di quattro figli, invischiata nel luccicante mondo dei casinò dove sviluppa una vera e propria dipendenza dal gioco.
Abeeda, sotto il velo, nasconde l’ardore di una donna mentalmente libera e indipendente: la sua personalità, per certi versi, scardina una serie di cliché sull’identità culturale e religiosa delle donne musulmane e della società che le circonda.
Salma e Abeeda sono due personaggi simbolo. Due donne a confronto con società (a esse) avverse. Due donne che, in un modo o nell’altro, lottano per la loro emancipazione.
Un tè alla salvia per Salma” di Faqir Fadia (edito da Guanda) ci viene presentato da Silvia Leonardi.
Salvo Zappulla ha recensito “Confessioni di una giocatrice d’azzardo” di Rayda Jacobs (edito da Del Vecchio editore): cliccando qui potrete leggere il primo capitolo del libro.
Silvia e a Salvo mi daranno una mano a moderare questo post.
Colgo l’occasione per invitare Pietro Del Vecchio a presentare il progetto editoriale della casa editrice che dirige.
A voi chiedo di discutere sull’argomento “donne e società difficili”.
Vi domando:
Le società che ospitano donne come Salma e Abeeda sono davvero così opprimenti nei confronti del genere femminile? O la nostra visione risente, almeno in parte, di stereotipi (come ci suggerisce il personaggio Abeeda)?
E in ogni caso, quale dovrebbe essere la strada perché queste donne possano beneficiare di una maggiore emancipazione?
E quante, tra queste donne, desiderano davvero una maggiore emancipazione?
E poi… fino a che punto è possibile generalizzare? Quante sub-società esistono all’interno di una società?

Massimo Maugeri

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UN TE’ ALLA SALVIA PER SALMA di Faqir Fadia

recensione di Silvia Leonardi (nella foto)

silvia_leonardi.JPG

Un romanzo dolceamaro, in un ossimoro che non può essere separato. Un periodare che intreccia presente, passato, immaginario e vissuto senza confondere né spiazzare. Come essere nella mente della protagonista, filtrare la luce attraverso i suoi occhi, osservare immagini tremolanti corrotte da lacrime in bilico.
“Un tè alla salvia per Salma” è la storia di una donna beduina e della sua fuga dalla Giordania all’Inghilterra. Un passaggio tra due culture in cui Salma difende se stessa e il suo diritto ad essere donna a dispetto di tutto.
Condannata a morte per aver amato un uomo prima del matrimonio, è costretta a farsi arrestare per aver disonorato la sua gente e la famiglia. Minacciata di morte dallo stesso fratello che vuole lavare col sangue la vergogna, la sua salvezza sarà prima l’umida cella che la ospita e poi la fuga in una cittadina inglese. Qui Salma prova a inventarsi una nuova vita, annaspa alla ricerca di un appiglio e capisce, ogni giorno sempre meglio, che dimenticare è impossibile. Un vento freddo, un pianto lontano, un segreto pesante come un macigno sul cuore, troppe sono le cose e le persone che ha lasciato e che non può dimenticare.

Personaggio contraddittorio e malinconico, Salma si nutre delle sue incertezze e nello stesso tempo cerca e trova appigli nella solidarietà delle donne. Quelle che ha perso e quelle che incontra nella sua nuova vita. Fortissimo in lei il sentimento di estraniazione, il suo sentirsi “aliena” in un paese così diverso dal suo, dove essere libera e occidentalizzata non vuol dire altro che adattarsi a nuove regole.
Così ogni tanto Salma si spreca, si butta via, convinta di non valere niente e di meritare il disprezzo della gente. E mentre impara a leggere riviste di moda, a parlare inglese, a camminare sui tacchi, continua a sentirsi inadeguata. Fuori posto. Una pastora nera in un mondo di donne bionde, belle e chiare.
Ma Salma, a suo modo tenace, conquista piano il suo spazio senza fare rumore. Tutto quello che ha è tutto quello che nel tempo si è guadagnata e finalmente – dopo tanti anni – nella sua vita così diversa comincia a farsi spazio l’ombra lieve della felicità.
Sentimento fuggevole per Salma, colomba scura che vive in bilico perenne tra ricordi, pianto e sorrisi. Tra amori che ha lasciato e amori nuovi.
Adesso che potrebbe fermarsi a riposare, Salma sente che quello che ha lasciato nella sua terra di “capre, vigne, ulivi, e prugni e mandorli e fichi e meli” è molto più che un ricordo. E sarà questa la spinta di un viaggio in cui Salma ritroverà se stessa.

Un brano tratto dal libro:
“Nel buio della notte o alle luci dell’alba, restino i tuoi petali serrati, strette e chiuse le gambe! Io invece ricevetti Hamdan come un fiore avventato che si spalanca al sole.
Salma, adesso sei una donna… Sei mia, sei la mia schiava.»
«Sì, sì, sì» gli dicevo. Niente fazzolettini di carta, preservativi o spermicidi, solo l’odore della terra fertile arata di fresco. Mi lavai i calzoni nel ruscello e tornai a casa stordita. Da quel momento, notte dopo notte lo aspettai distesa sotto il fico.
«La mia puttana è ancora qui!» mi diceva, poi mi prendeva in fretta.
«Ancora» gli sussurravo.
Quando Hamdan non girò più su se stesso e io smisi di baciare cavalli, capre e alberi, le nostri madri cominciarono a insospettirsi. «Piccola sgualdrina, che cosa hai fatto?» Mia madre mi trascinò per i capelli.
«Madre, ti prego…»
«Hai ricoperto di pece il nostro nome! Tuo fratello ti sparerà in mezzo agli occhi.»
«Madre!»
I miei petali vennero strappati a uno a uno. Mi tirò i capelli, mi diede morsi, cinghiate finché non fui tutta chiazze e sprofondai serena nell’oscurità.”

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CONFESSIONI DI UNA GIOCATRICE D’AZZARDO di Rayda Jacobs

recensione di Salvo Zappulla (nella foto)

salvo_zappulla.JPGAbeeda, la protagonista di questo avvincente romanzo, è una donna musulmana praticante, divorziata, madre di quattro figli, di cui uno omosessuale (il minore) muore per AIDS. Abeeda porta il velo nel rispetto delle tradizioni ma le vicissitudini della vita, le frustrazioni accumulate sviluppano in lei un senso di ribellione, un desiderio furente di scardinare cliché religiosi e culturali da farla assurgere a simbolo dell’emancipazione femminile. Il suo miraggio di libertà è il casinò dove dilapida il suo patrimonio; si libera dei pesanti fardelli psicologici inebriandosi nella trasgressione, nel vizio, in definitiva nel peccato.
Rayda Jacobs manipola con sapiente tecnica narrativa una storia dal forte impatto sociale, gioca con i sentimenti contrastanti di una protagonista sempre sull’orlo del baratro: la tresca con il cognato, la storia di sesso con il proprio datore di lavoro, il rapporto ambiguo con la sorella, le amicizie perdute e poi ritrovate, le affannose corse al casinò, i conflitti interiori con se stessa, i brevi lampi di lucidità, lo spasmodico desiderio di vita, le debolezze proprie dell’umanità.

 

Questo romanzo è la storia di un’ infinita solitudine, che trova sfogo nei bagliori pirotecnici e ammalianti delle macchinette da gioco, nell’abisso vorticoso della dipendenza dal gioco d’azzardo in cui Abeeda precipita senza più trovare la via di uscita, fino a escogitare il falso furto della propria auto per cercare di risanare i debiti. Il ritmo incalzante, gli intrecci conturbanti, la prosa limpida e accattivante ne hanno fatto un best-seller tradotto in diverse lingue, e ottimo fiuto ha avuto Pietro Del Vecchio ad accaparrarsene i diritti per l’Italia. Il film sudafricano tratto dallo stesso romanzo Confessions of a gamber (Les confessions d’une joueuse), di Rayda Jacobs e Amanda Lane, in concorso al Dubai International Film Festival, è ambientato nella comunità indiana di Lape Town e vede protagonista la stessa Rayda Jacobs la quale interpreta il ruolo di Abeeda.

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sabato, 14 giugno 2008

GUIDA PRATICA ALL’ETERNITA’. Racconti tra cielo e terra di Fabrizio Centofanti

Vi presento una raccolta di racconti.
Il titolo è al tempo stesso dolce e ambizioso: Guida pratica all’eternità, racconti tra cielo e terra.
L’autore è Fabrizio Centofanti: poeta, scrittore, ma anche sacerdote diocesano che opera a Roma dal 1996, soprattutto nel campo della spiritualità e dell’approfondimento della Sacra Scrittura.
Remo Bassini ha firmato la prefazione della raccolta. Potrete leggerla di seguito insieme al racconto Agatino.
“Donne e uomini piccoli ma ingombranti, da buttare nel cassonetto. Da rimuovere. Perché scomodi, a volte puzzano. Andate via, via”.
Così Bassini descrive i personaggi di Centofanti.Persone da buttare.
E forse, da buttare è pure Agatino.
Mi piacerebbe dibattere su questo volume, partendo dalla prefazione di Remo. E mi piacerebbe discutere di Agatino: “un losco figuro mascherato da becchino del vecchio west con tanto di cappello a larghe tese.”
La presenza di Agatino crea paura, imbarazzo, diffidenza. Soprattutto nei confronti di chi si ferma alle apparenze, di chi guarda il nero (esteriore) degli uomini senza riuscirne a cogliere la luce… che pure, quasi sempre, c’è.
Ecco, vorrei che discutessimo anche delle apparenze. Quelle che ci condizionano. Quelle che sono capaci di far pendere le nostre decisioni da una parte o dall’altra.
L’apparenza inganna, dice il proverbio. Inganna nel bene, come inganna nel male.
Mi domando (e vi domando):
Fino a che punto bisogna fidarsi delle apparenze?
E fino a che punto è lecito abbassare le proprie barriere per tentare di vedere l’altro, oltre il nero della sua esteriorità, fino a coglierne la luce?

Massimo Maugeri

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PREFAZIONE di Remo Bassini

Pare di vederli, leggendo. Vanno a capo chino, hanno lo sguardo di chi è solo, disperato, affamato. Sono i personaggi-protagonisti di questi racconti. Sono donne e uomini piccoli ma ingombranti, da buttare nel cassonetto. Da rimuovere. Perché scomodi, a volte puzzano. Andate via, via.
Siete gli “ultimi”, accontentatevi del regno dei cieli.
Non c’è spazio per voi in questo tempo di usa e getta, di computer dell’ultima generazione e di generazioni cresciute tra computer, line e la tivù “dei belli” e dell’effimero.
Ha fatto un lavoro storico e narrativo, don Fabrizio Centofanti, con questi frammenti di disperazioni e speranza.
Il lavoro storico – ma che compete (o così dovrebbe) a ogni intellettuale – è stato quello di annotare fatti e persone, cercandone il cuore, magari nascosto da un cappotto ricuperato chissà dove. Sono storie, queste, più vere del vero, che fanno male anche.
Sono microstorie – che tanto piacerebbero alla scuola delle Annales di Le Goff – che Fabrizio Centofanti ha scritto con tempi e ritmi di una narrazione a volte secca e dura, a volte, invece, vicina al lirismo.
Non ha usato la fantasia, Fabrizio Centofanti, ché la fantasia in certi casi depista e distorce. Ha usato i suoi ricordi, i suoi appunti, perché la memoria, si sa, è capricciosa. Ed eccoli, ora, questi racconti toccanti, che arrivano al lettore, lo commuovono, lo fanno pensare. Ci fanno pensare: ai disperati, certo, ma anche alla speranza; e il trait d’union tra questi due aspetti si chiama don Mario, la cui figura, sebbene mite, caritatevole, francescana, si staglia prepotente in questo mondo, sì, mondo di lacrime, ché è questa la dicitura adatta, giusta.
E ha saputo fondere, Fabrizio Centofanti, in queste sue scritture ri-pescate dalla memoria, le sue due anime: quella di chi vive pensando al Vangelo come un’altra Storia di disperazione e speranza da mettere in pratica, e quella dell’umile testimone che trascrive e racconta. Sono venuti fuori, da questa doppia anima, questi racconti: che trasudano umanità e che ci insegnano. Ci insegnano che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” non sono solo versi di una canzone di successo.
Perché la dignità “degli ultimi” sia per davvero. E non parole vuote, dell’usa e getta.

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AGATINO

Agatino aveva la barba nera e vestiva di nero. Questo gli era costato una pessima fama, a volte, come quando andò a trovare don Mario in ospedale, il quale don Mario, però, quando Agatino varcò la soglia della porta, non c’era. Chi c’era, e cioè un vicino di letto, vedendo entrare un losco figuro mascherato da becchino del vecchio west con tanto di cappello a larghe tese, chi c’era, dicevo, si spaventò. Assai.
Ma Agatino si preoccupava poco della sua fama, anzi pareva che facesse di tutto per avere aspetti e modi che potessero provocare paura, imbarazzo, diffidenza. In più, parlava da solo. Per strada, alla fermata dell’autobus, dovunque si trovasse, non mancava mai di fare rapidi botta e risposta con se stesso, come se dovesse trovare un accordo su difficili questioni che unicamente lui poteva capire e sviscerare.
Agatino era solo. Viveva in giro per le incombenze che raccoglieva qua e là per la metropoli e la sera andava a riposare nel dormitorio della Caritas di via Marsala, insieme con tipi come lui, neri e barboni, come ci fosse una specie di cittadinanza a parte, il lato oscuro di Roma, nerovestito e barbuto; come se tutti i lustrini e i sorrisi e i dialoghi a due o più persone avessero un loro rovescio di sguardi cupi, appesantiti dalla sommaria pulizia, e di discorsi tra sé e sé come i pazzi del paese.
Agatino era un uomo del buio, e veniva nel mondo della luce solo per causa di forza maggiore, per sbarcare il lunario con le sue incombenze da fattorino fuori sede. Nel territorio luminoso si sentiva straniero, come un topo in trappola; forse per questo parlava da solo, per esorcizzare un disagio invincibile, l’impressione di essere l’unico estraneo in una riunione famigliare. Gli altri, in generale, lo confermavano in questa sensazione. Perché a vederlo così, nero e barbuto, immagine cupa che farfugliava con se stessa, veniva veramente da considerarlo di un’altra famiglia, se non di un altro mondo, sconosciuto e inconoscibile, da cui sarebbe stato meglio, molto meglio, tenersi distanti.
Lui lo capiva, e ne soffriva. Pur stando dalla parte del buio, si rendeva conto che l’altra parte presentava dei vantaggi: innanzitutto un dialogo a due o a tre, più ortodosso del suo parlare da solo. Poi, la varietà dei colori, che poteva distrarre dalla nota scura che era la sua vita, sempre uguale a se stessa, con le incombenze raccolte in giro, le fermate dell’autobus, i sonni inquieti nel dormitorio della Caritas.
Ma i suoi colori li trovava altrove: le storielle che scriveva dappertutto, sulle ricevute postali, le pagine dei giornali, la carta in cui avvolgeva i modesti regali che non mancava mai di confezionare per i committenti. Barzellette, poesie, dialoghi in due battute, che finivano col riempire il vuoto della vita, col trasfigurare in sfumature sempre diverse la massa nera del vestito e della barba, degli stivali e del cappello. Questo, naturalmente, dal suo punto di vista. Gli altri continuavano a vedere, invece, l’Agatino scuro e cupo di sempre.
Un giorno, una beghina della parrocchia chiese di una persona che potesse lavorare nel giardino. Don Mario si rivolse ad Agatino, nella speranza che potesse farcela; lui si mise a dormire su una sedia a sdraio e pretese, alla fine, di essere pagato, senza aver mosso un dito. La donna s’infuriò e cominciò a urlargli sulla faccia. Agatino le rispose per le rime: “Zoccola, zoccola!”. Lei, figùrati, che zoccola non gliel’aveva detto mai nessuno, andò di corsa dal parroco a gridare: “O lui o io!”. Don Mario disse: “Lui”. Quando don Mario rispose “Lui”, l’anziana signora sbiancò, incredula.
La figura di quest’uomo nero rischiava, giorno dopo giorno, anno dopo anno, di trasformarsi in mito. Andava a pagare anche le bollette della nostra chiesa. Il prete gli consegnava le montagne di soldi spicci delle questue, che lui infilava in una cartella rigorosamente nera. Una volta, quando don Mario era stato bruciato ed era in coma in ospedale, l’uomo nero mi disse che mancavano dei soldi per pagare le fatture. Io mi infuriai, perché avevo contato le monete a una a una, e gli dissi di non provarci più, se non voleva essere cacciato. Lui se ne andò via, offeso. Non sapevo che l’avrei rimpianto, e tanto anche, quando fu sostituito da gente senza scrupoli che cercò in ogni modo di rubare il poco che avevamo. Non disse mai più che mancavano dei soldi; tornava con le ricevute piene di poesie e di barzellette, che a poco a poco tendevano a specializzarsi e a concentrarsi in serie tematiche.
La cosa strana è che quando cercammo qualche testo per ricordarlo degnamente, non trovammo più neppure un verso o una battuta, come se l’opera sconfinata che aveva composto giorno dopo giorno fosse misteriosamente evaporata. Lo trovarono seduto su una sedia del dormitorio della Caritas di via Marsala, morto. Volevamo organizzargli il funerale, ma i parenti, che non conoscemmo mai, non furono d’accordo.
Se ne andò così, senza una messa, a pagare le bollette della vita in un ufficio postale tutto nuovo, dove il nero del cappello, del vestito, degli stivali da becchino del far west è un colore come un altro, che non spaventa nessuno, dove si può parlare con se stessi senza essere pazzi, dove uno è finalmente libero di spendere la sua felicità di uomo del buio, ma segretamente amante della luce e dei colori del mondo, fosse anche l’altro mondo, un ufficio postale che non avrebbe mai immaginato, Agatino, così bello.

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mercoledì, 11 giugno 2008

L’INDECENZA di Elvira Seminara: una moglie, un marito, una colf straniera

Elvira Seminara fa la giornalista e vive ad Aci Castello (in provincia di Catania). È docente di Storia e tecnica del giornalismo nella facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania. Ha curato diverse trasmissioni radiofoniche per la Rai ed è redattrice del quotidiano “La Sicilia”. Ha pubblicato il racconto lungo Bayt al-rih – Casa del vento (Siciliano, 2004) e Sensi. Donne sull’orlo dell’isola (Sanfilippo, 2005), un libro-inchiesta sulle donne siciliane.
Ho il piacere di presentarvi Elvira Seminara qui a Letteratitudine in occasione dell’uscita del suo romanzo d’esordio L’indecenza (Mondadori, 2008, pag. 181, € 17).
Una moglie e un marito abitano in una villa circondata da un giardino rigoglioso dove, in lontananza, si vede “l’Etna che si staglia contro il cielo limpido e il mare scintillante”. A un certo punto una ragazza dagli occhi azzurri e le trecce bionde suona alla porta: è Ludmila, la nuova colf ucraina. Giovane, innocente, piena di speranze, Ludimila vivrà con loro e diventerà parte della famiglia.
Questi i personaggi.
Per capirne di più potrete leggere, di seguito, la recensione realizzata in esclusiva da Sabina Corsaro e un’intervista, pubblicata su Repubblica, che l’autrice del libro ha rilasciato a Silvana Mazzocchi.
Avrete modo di ascoltare l’incipit del libro, e saggiare gli effetti della bella penna della Seminara, collegandovi a Radio Alt (una volta aperta la pagina cliccate su su “ascolta l’incipit”).
Il libro affronta diversi temi.
C’è il tema della follia, di cui abbiamo discusso altre volte. C’è il tema della precarietà degli equilibri famigliari. E poi c’è il tema dell’ambivalenza: come sostiene la stessa Seminara nell’intervista, si tratta di ambivalenza “non solo del genere umano. Viviamo in un mondo sempre più ibridato, mescolato, contaminato. Ambivalenti sono i nostri sentimenti, ma anche la natura intorno, sempre più irriconoscibile, malata, insidiata dai virus della contaminazione, e non solo simbolica purtroppo”.
E poi si innesta l’argomento “colf straniere”.
Insomma, potremmo affiancare alla discussione sul libro una serie di dibattiti collaterali.
Per esempio…
Ritenete che, oggi, gli equilibri famigliari siano più precari rispetto a un tempo?
Viviamo davvero in un mondo sempre più ambivalente, ibridato, mescolato, contaminato?
E come fare per uscire dal circuito dell’ambivalenza?
E poi… avendo la necessità di beneficiare dei servizi di una colf… sarebbe meglio assumerne una italiana o una straniera? E perché?

Vi ringrazio anticipatamente per l’attenzione e per la cordialità che riserverete a Elvira Seminara, che parteciperà a questo dibattito.
Sabina Corsaro mi darà una mano a moderarlo.
Massimo Maugeri

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L’INDECENZA di Elvira Seminara

recensione di Sabina Corsaro (nella foto)

sabina-corsaro.jpgL’indecenza può essere intesa come una lunga e graduale involuzione verso la non comunicabilità; il contatto della protagonista con il mondo oggettivo subisce una graduale alterazione attraverso un viaggio su binari costantemente in bilico tra sensazioni elegiache e stati d’animo cupi. L’alternarsi dei sentimenti e delle emozioni della protagonista si riflettono nel graduale alternarsi delle stagioni, con descrizioni minute, rese impeccabili da una scrittura ‘pittorica’. Lo sguardo di Elvira Seminara è attento, acuto; uno sguardo che si posa senza remore sui pensieri ingarbugliati, sull’animo imperscrutabile e insondabile. Le idiosincrasie della protagonista, le sue allucinazioni esistenziali, il confine tra l’opacità e la trasparenza in cui è posto il suo animo inquieto, emergono lentamente attraverso un linguaggio che si amplia e intensifica con climax, enfasi psicologiche e danno vita ad una spirale espressiva che risucchia i personaggi e i lettori in un unico vortice.

Le stagioni vengono descritte attraverso il linguaggio delle cose, dello spazio, con espressioni umanizzate, mediante una continua osmosi tra aggettivi e sensazioni, tra oggetti e stati d’animo: “C’era un silenzio, ad esempio, che tessevamo come un filo, trasparente e teso, come quello della biancheria. Ci appendevamo i nostri pensieri ad asciugare al sole, a sventolare” oppure: “Erano a volte pensieri umidi e vecchi, specialmente i miei, un poco mesti come calzini spaiati, oppure sfatti come stracci”. Le stagioni, il tempo, si personificano: “Ci eravamo distratti. Mentre pioveva, l’autunno si era stabilito a casa nostra con tutti i suoi bauli”.

La violenta passionalità che aleggia nell’animo della protagonista è inizialmente latente e solo alla fine del libro si intuisce che essa era celata dietro un presagio: la descrizione della scena della gabbia dentro la quale i piccoli criceti si mostrano col capo mozzato, perchè appena divorato dalla mamma criceto. L’inquietante scena della gabbia dei criceti preannuncia un’altra tragedia che si compirà; la microrealtà dei piccoli esseri irromperà oltre le sbarre della gabbia e si amplierà fino ad innescare nuovi tragici ingranaggi nelle esistenze delle due spettatrici inebetite.

Ed ecco comparire le ombre: “Ci sono ombre che a loro volta fanno ombra, oppure si mescolano tra loro… ombre in movimento, più svelte delle cose da cui nascono, ombre a grappolo, trappole, che sembrano ombre di cose invisibili. Ombre spezzate, ma originate da cose intere… Le cancellavo con lo straccio, quelle per terra, e ricomparivano”. E mentre la luminosità dell’estate accoglie la ‘bambina’ dai grandi occhi azzurri, l’autunno sprigiona la viscida infelicità, da tempo compressa, entro la quale poco per volta annegano i personaggi.

L’indecenza assume diverse sembianze: ora quelle di ciò che non è adeguato socialmente, ora del non corretto linguisticamente: “incedente”. Ma l’indecenza è, paradossalmente, nella complessità del libro, soprattutto lo scontro tra lo stato innocente della ragione e la sua parte forzata che diviene accondiscendente alle norme della vita. Può essere inoltre l’istintività smaliziata di Ludmila, macchiata dall’adattamento alle regole quotidiane ed esistenziali all’interno di una casa che mostra crepe profonde.

La lettura è resa accattivante da un linguaggio che oltrepassa i caratteri del genere noir e trascina il lettore in un affascinante gioco di forme e pensieri. Scrittura pittorica dicevo, perché il linguaggio descrittivo dell’autrice pone i riflettori sull’essenza delle cose, sullo spazio e ne umanizza le immagini che in esso si generano.
Sabina Corsaro

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Intervista su Repubblica
di Silvana Mazzocchi

Elvira SeminaraUNA donna che rimane prigioniera del dolore per il suo bambino mai nato. E un marito che non riesce a dissolvere la rabbia e la sofferenza che consumano un amore ormai alla fine. Tra loro Ludmila, una ragazzina con trecce bionde e occhi blu. E con un’innocenza più destabilizzante di un uragano. Ludmi è ucraina, arriva in Sicilia, non è abile nei lavori domestici, non sa fare nulla con professionalità. Ma basta che lei appaia con la sua svagata bellezza per riempire la casa e il giardino di nuova vita. La sua è una presenza che innesca calore dove c’era freddo, luce dove c’era ombra. E, con lei, nulla sarà più come prima. Un noir intimo, tessuto di sensualità e grazia.
E’ L’indecenza, il romanzo d’esordio di Elvira Seminara (nella foto), in libreria per Mondadori.

Un romanzo ha sempre un perché?
“Non so per gli altri, per me sì. Più che nell’ispirazione, io credo nella cospirazione. A un certo punto della vita, è come se tutto congiurasse perché tu scriva quella storia, un albero, una certa luce che ci sbatte sopra, un fiume di parole che devi arginare e incanalare in ragionamenti o immagini, se no rischi di esserne travolta, e sragionare. Ma questo è il perché a monte, diciamo fisiologico. Poi c’è un perché più strutturale, e di solito lo ritrovi dopo, alla fine del romanzo. Alla parola fine, ho pensato di aver scritto questa storia perché da un po’ sono coinvolta e impaurita dal tema dell’ambivalenza. Non solo del genere umano. Viviamo in un mondo sempre più ibridato, mescolato, contaminato. Ambivalenti sono i nostri sentimenti, ma anche la natura intorno, sempre più irriconoscibile, malata, insidiata dai virus della contaminazione, e non solo simbolica purtroppo”.

Ludmila, la protagonista, è luce, eppure crea ambiguità
“Lei è multiforme, come gli altri, e per questo crea ambiguità. Anche la sua bellezza è pericolante, insidiosa, e la sua grazia è instabile. Oscura. E’ insieme prodigio e sgomento. Anche i suoi sentimenti per l’uomo e la donna sono ambigui, carichi di innocenza e malizia. E’ un’adolescente, impara presto a esercitare potere sulla coppia grazie alla sua giovinezza, ma lei stessa è ignara del suo potenziale di rischio. Di fronte alla sua ambivalenza naturale, affiorano ed esplodono le inquietudini della coppia che la ospita. E’ ambivalente la donna, che guarda a lei confusa e intimorita, con un sentimento fatto di eros e tenerezza materna, è ambivalente l’uomo che la vuole proteggere sino, forse, a possederla. Ambivalente è la casa, insieme trappola e nido. Ambivalente è l’amore senza più corpo fra marito e moglie, fatto di silenzi senza abbandono, di ricordi senza più forme, di colpe senza imputazioni, di amore senza più amore”.

Qual è L’indecenza richiamata dal titolo?
“Questa parola la pronunciano tutti e tre i personaggi, ma ciascuno in un senso diverso, e addirittura Ludmi lo fa sbagliando. Indecente è la natura ma anche la casa, che qui è un personaggio a tutti gli effetti, è un organismo che soffre, geme, si spoglia, si infetta. Indecente è il dolore quando non gli dai un nome, è il nostro difetto di comunicazione, è la perdita della fiducia, dell’armonia”.

Quanta Sicilia c’è nel libro?
“C’è l’Etna che ricopre tutto, uomini e cose, con un sudario di polvere nera che toglie l’aria e i contorni. E’ una metafora ma anche un fenomeno “naturale”. C’è un mare che fa perdere i sensi a Ludmila, c’è una natura feroce ed eccessiva, cannibalesca, che insidia le fondamenta stessa della casa, con le radici che spingono sotto il pavimento, e i rampicanti che premono per entrare. Una natura fortemente erotica ma ambivalente, fatta di piante che si incrociano sino a produrre improbabili innesti. Una natura carica di una vitalità furiosa ed esorbitante, che tuttavia non genera vita e slancio, ma piuttosto morte e detriti”.

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lunedì, 9 giugno 2008

IL SUCCESSO DEL RICCIO

L’abbiamo detto altre volte. Costruire un best seller a tavolino è cosa assai difficile, praticamente impossibile. È più agevole ragionare in direzione opposta, con il “senno di poi”. Partire, cioè, da un caso di successo, magari inatteso, e interrogarsi sui motivi che tale successo, in un modo o nell’altro, l’hanno determinato.

In Francia, per esempio, c’è stato un libro che sul campo si è guadagnato il titolo di caso letterario del 2007 vendendo centinaia di migliaia di copie grazie a un impressionante passaparola. Il libro ha poi vinto il Premio dei Librai assegnato dalle librerie.

Il suddetto successo è stato sostanzialmente replicato anche qui in Italia.

Mi riferisco a L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, tuttora in top ten, e che qualche settimana fa ha raggiunto la cima delle nostre classifiche dei libri più venduti segnando il più importante successo editoriale nella storia della casa editrice romana e/o (che al libro ha anche dedicato un apposito forum).

Vi propongo: un articolo di Daria Bignardi, la recensione della “nostra” Simona Lo Iacono (che mi darà una mano a moderare il post) e l’opinione di Giovanna Bentivoglio (editor e/o per la letteratura italiana).

A voi domando:

Cosa pensate del libro in questione? Vi ha sorpreso? Vi ha deluso? Vi aspettavate di più? Di meno? (Mi rivolgo, chiaramente, a chi ha letto il libro).

Quali sono le ragioni di tanto successo?

E poi… chiudersi a riccio, nascondersi, nascondere i propri sogni, le passioni, le aspirazioni, e coltivarle in segreto… è giusto o sbagliato? È bene o male?

Quali sono i pro e i contro?

Massimo Maugeri

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L’articolo di Daria Bignardi

L’eleganza del riccio di Muriel Barbery è in classifica da parecchio, in Francia è stato il successo dell’anno scorso e sta diventando un caso anche qui: mentre scrivo è al primo posto della narrativa straniera. L’ho letto a Natale e non mi ha deluso, era dai tempi di Quella sera dorata di Peter Cameron che non m’imbattevo in un romanzo tanto romantico. In Internet se ne discute con foga: chi lo trova un romanzetto pretenzioso pieno di difetti, chi un libro delizioso. Io sono d’accordo con entrambe le curve, anche se, dovendo votare col maggioritario, do il mio voto al partito del delizioso. Voglio dire che L’eleganza del riccio non è certo un grande romanzo contemporaneo come, che so, La versione di Barney di Mordecai Richler, ma è un libro piacevolissimo che induce sane riflessioni. Riflessioni e ricordi: di quando da ragazzi si viveva d’arte e d’amore, letteralmente, e si pensava che sarebbe stato così per sempre. Chi prima e chi dopo, quasi tutti a un certo punto abbiamo scoperto quanto i bei libri, il buon cinema, l’arte possano dare piacere.Noi l’abbiamo scoperto alle superiori, o giù di lì; la portiera Renée, il Riccio, l’ha intuito addirittura da bambina, poi però la sua vita è andata in un modo che non prevedeva scuole né teatri né biblioteche. Ma il germe di quel piacere Renée l’ha coltivato da sola, di nascosto. Il motivo per cui decide di nascondere a tutti le sue buone letture, camuffandosi da persona ignorante, è uno dei limiti del romanzo: non molto credibile e un po’ di maniera.
Ma se l’artificio letterario non è riuscitissimo, lo è invece il suo personaggio: tutti ci nascondiamo. O, almeno, tutti crediamo di farlo. I più sensibili e irrisolti di noi si sentono sempre in incognito, come Renée, e passano la vita a cercare di non farsi notare mentre coltivano in segreto passioni, speranze, sogni. Renée non spera, ma in segreto coltiva il Bello. Finge di cucinare piatti grevi che dà al suo gatto (che si chiama Lev come Tolstoj) mentre lei si nutre di piatti semplici ma raffinati, finge di guardare programmi stupidi in Tv ma in segreto studia l’anti-cinema di Ozu, legge solo classici e saggi, ascolta Mahler.
Tutto questo mentre lavora per gli inquilini ricchi di un palazzo parigino di rue de Grenelle, uno più stupido e superficiale dell’altro tranne Paloma, figlia dodicenne di un deputato, così lucida e disperata che ha deciso di uccidersi il giorno del suo compleanno. Sarebbe la coprotagonista del romanzo, ma, per quanto simpatica, scompare di fronte alla forza del personaggio del riccio Renée.Quando in rue de Grenelle 7 trasloca un ricco ma sensibile vedovo giapponese, la storia prende un ritmo cinematografico incalzante e, improvvisamente, la cultura giapponese diventa la personificazione del Bello assoluto. Non è difficile capire che sia così anche per l’autrice e lo diventa immediatamente anche per il lettore: come non averlo capito prima? È bello tornare ragazzi e credere al potere salvifico dell’arte e dell’amore: deve essere questo il motivo del successo dell’Eleganza del riccio di Muriel Barbery, insegnante di filosofia.

Daria Bignardi

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La recensione di Simona Lo Iacono

simona_lo_iacono.JPGUn condominio. Una portinaia. La vita che s’innesta su ritmi lenti, scrutati da una guardiola. E uno sfilare innanzi a essa distratto, veloce, già preso dal pensiero del  dopo, delle scale che si abbarbicano su,  o dell’ascensore lussuoso che svetterà fino all’attico di rue de Grenelle numero 7.

Da questo andirivieni che la sfiora soltanto, che a stento la lambisce come onda che rallenti sulla schiena di un pesce, la portinaia è separata da un cortile, da piante curate con concimi e spray, da pochi passi scalpiccianti su un marmo levigato, incerato di fresco.Eppure è come se in questo brevissimo spazio si dilatassero terre e continenti. Come se Renée – anni 54, vedova, pantofole ciabattanti nel sottoscala – per gli abitanti di rue de Grenelle  non esistesse.Sarà perché è mattina di afa. E sudori svaporano dai seni delle signore imbellettate. Sarà perché nell’aria naviga l’odore acre di un profumo costoso e cani di razza ticchettano per i corridoi.Renée osserva dalla guardiola. Torna a lucidare gli ottoni delle maniglie. Di nuovo solleva lo sguardo. Alle sue spalle, l’ultimo libro letto pare occhieggiarla e sussurrarle un invito. Dopo, pensa, dopo.

E dopo, quando la guardiola serra gli usci, quando  lo scuro prende ad assediare l’atrio, le vetrate, le porte su cui splendono le targhette degli interni, Renée esiste. Esiste nelle speculazioni filosofiche che le balenano in testa con raffinata spavalderia. Nella lettura di  Tolstoj. Nell’assetata conoscenza della musica classica, dell’arte contemporanea, dei film d’autore.Allora è come se da un fodero consunto guizzasse fuori una lama d’argento.  Come se dal guscio di un riccio venisse allo scoperto un corpo elegante. Come se la portinaia svaporasse dal grembiule che la  cinge ai fianchi  e intonasse un canto.Un canto ironico, colto, contemplativo. Quello che la sua autrice – Muriel Barbery (“L’eleganza del riccio” ed. e/o) – le affida impavidamente, rompendo gli schemi dell’apparenza. Quello che stranamente si incrocia – in ondeggiante riflesso – a un altro canto.

Paloma. Figlia di un ministro. Disincantata abitante  del condominio. Contestatrice silenziosa delle amicizie che contano, della lingerie di lusso, dei cibi dell’aute cousine rosolati in essenze orientali. Paloma che scrive un diario. Che tesse riflessioni e poesie. Che programma di dar fuoco alle vacuità del suo mondo in un rogo infestante.

Paloma. Che ha 12 anni e che vuole morire.Una morte di cui riempie le pagine. Di cui organizza i particolari. Di cui  recita la parte con distacco, fingendosene disinteressata. Attendendo – disperatamente attendendo  – che qualcuno  la salvi.

Ecco. E’ forse in questa inconsapevole attesa della  salvezza che le due voci si somigliano. In questa sospensione senza dolore, senza speranze. Nell’immobilità che precede lo scroscio di un acquazzone, il saettare di un fulmine, il rombare di un tuono.Questa salvezza, Renèe e Paloma non sanno neanche di vagheggiarla. Di desiderarla. Di lambirla in notti stanche, cullate dal ronfare di un gatto o dal cicaleccio della  tv. Non sanno che è prefigurazione di un viaggio. E che è anche paura di essere salvate.

Quando questa salvezza irromperà nelle loro vite – e avrà volto di uomo e di poeta – forse al lettore sembrerà tardi. Forse penserà che il destino riscuote troppi interessi e che  Renée meritava più tempo. Penserà: non ora. Non ancora.

Ma non è beffa. Né malasorte. Tu, lector, ricorda che la rivincita sta nel far affiorare assonanze. Nel lasciare che il battito del cuore illanguidisca, che il respiro si riappropri di uno spazio, che qualcuno ci sradichi dalla guardiola. Dopo, sarà come andare – finalmente andare –  a fiato pieno. Allungare  il ricordo  sul passato. Tornare a ripercorrerlo, il passato, a farne un polverio da sfarinare, ormai, tra le dita.

Simona Lo Iacono

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L’opinione di Giovanna Bentivoglio 

Il romanzo di Barbery è sicuramente un caso letterario interessante da analizzare e a parer mio verte sulla straordinaria coincidenza di una mutazione nel comune sentire di una società, quella francese, che ha comportato la rottura di luoghi comuni con la conseguente insofferenza per quello che era ritenuto il politicamente corretto corrente, e il “tempismo” dell’autrice nel coglierne e rappresentare in un romanzo la mutata sensibilità. La scrittrice ne ha avvertito i segnali e li ha trasposti in una storia abitata da uno spirito sarcastico pungente, da un’ansia di riscatto per coloro che – per una ragione o per l’altra – restano emarginati o schiacciati e dall’insofferenza per una certa casta dominante ma in rovinoso declino politico sociale (quella della cosiddetta “gauche caviar”). Il grande successo registrato anche in Italia è a mio avviso il sintomo che, al di là del valore letterario specifico del romanzo (che pure c’è), esso corrisponda a una stessa mutazione nella sensibilità comune, una stessa insofferenza nei riguardi di una rappresentanza politica e culturale che ha durevolmente detenuto il primato dell’egemonia culturale ed etica e che, come si è visto, non corrisponde più a un sistema di valori e a una identità sentita e condivisa.

Giovanna Bentivoglio

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martedì, 3 giugno 2008

LA LETTERATURA È PIU’ ARTE O ARTIGIANATO? ALTRI TRUCCHI D’AUTORE di Mariano Sabatini

La letteratura è più arte o artigianato?
Si basa più sul guizzo creativo o sull’affinamento dei ferri del mestiere?
È più ispirazione o… “trucco”?

Queste domande mi sono venute in mente dopo aver visionato l’ottimo libro di Mariano Sabatini Altri trucchi d’autore”, edito da Nutrimenti.
Si tratta della seconda puntata di un viaggio alla scoperta dei segreti dei grandi scrittori. Dopo il primo, fortunato Trucchi d’autore, Sabatini ci presenta qui cinquantadue nuove interviste che svelano costumi, riti, ossessioni di molti nomi di punta della narrativa italiana e internazionale. L’indagine entra questa volta anche nelle scelte più proprie della scrittura: come si costruisce un personaggio o una storia. E ancora il rapporto con gli editori, il racconto degli esordi, i consigli agli aspiranti scrittori. Un avvincente percorso esplorativo che va da Brizzi a Moccia, passando per Cunningham, Mazzucco, Orengo, Parrella, Buttafuoco, Camon, Ferrante, Deaver, Santacroce, Lansdale, Veronesi e molti altri.
Vi invito a rispondere alle domande poste all’inizio del post e a interagire con l’autore del volume, che parteciperà al dibattito.
La “nostra” Maria Lucia Riccioli, che conosce Sabatini e ha letto il libro, mi aiuterà a condurre e a moderare il post.
Di seguito potrete leggere l’introduzione e due interviste ad autori doc: il premio Pulitzer Michael Cunningham e il premio Strega Sandro Veronesi.

Massimo Maugeri

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Mariano Sabatini, 36 anni, giornalista, in passato ha firmato programmi di successo (Tappeto volante, Parola mia, Unomattina) e lavorato per quotidiani e periodici. È critico televisivo del quotidiano Metro e rubrichista per Eva Tremila e Affari Italiani. Scrive su Italia Oggi. Partecipa come opinionista in tivù e collabora con varie radio. Nel 2001 ha pubblicato La sostenibile leggerezza del cinema (Esi) e nel 2005 Trucchi d’autore (Nutrimenti).

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LA CARICA DEGLI SCRITTORI
di Mariano Sabatini

Se anche lontanamente avete a che fare con il mestiere di scrivere, foste pure scrivani di strada, statene pur certi: ci sarà sempre qualcuno che, pur di lusingarvi, vi definirà scrittore.
Mi è capitato sovente, partecipando a numerose trasmissioni radiofoniche e televisive per parlare dei precedenti Trucchi d’autore, che presentandomi al pubblico, mi definissero scrittore; oppure che tale dicitura apparisse nel cosiddetto sottopancia, testo che si materializza in sovrimpressione sul piccolo schermo quando le telecamere inquadrano un qualunque professionista. Non è vero: non mi ritengo uno scrittore, almeno per il momento mi basta considerarmi un giornalista, un cronista, uno che scrive insomma. E che, per somma ammirazione nei confronti degli scrittori puri, si mette al loro servizio per raccontarli nei loro aspetti più intimi legati al mestiere.
Mi sono convinto a collazionare Altri Trucchi d’autore, confortato dal piccolo successo del primo volumetto sui metodi di lavoro dei più grandi, apprezzati, letti, amati romanzieri italiani e non solo. “Un libro sul mestiere di vivere da scrittori”, come ha scritto a proposito di Trucchi d’autore Antonio D’Orrico sul Magazine del Corriere della Sera. L’attenzione che la precedente pubblicazione ha suscitato, tanto presso i lettori quanto presso la stampa, testimonia la larga diffusione del sogno della scrittura. Chi, oggi, non ha un romanzo o un racconto nel cassetto!? Cassetto inteso come reale o anche solo immaginario. Tutti scrivono e tutti credono di aver diritto al titolo. Se è vero che “L’arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati”, come sosteneva Leo Longanesi, chi ha il famoso romanzo sul desktop del pc è il primo a gridare: “Presenteeee!”.
Il nostro, per parafrasare un antico modo di dire, è un Paese di santi, poeti navigatori e… scrittori, romanzieri, novellieri della domenica. Ma essere scrittori, oltre alle interviste e alle presentazioni mondane (quando, però, si tratti di creatori di best seller, beninteso), comporta anche grandi sacrifici, una vita ai limiti del monastico, solitudini dolorose, la sottomissione a una rigida regola, a una disciplina e a un rituale a cui non tutti sono in grado di sopravvivere.
Che cos’è un rituale, lo spiega meravigliosamente la volpe al piccolo principe, nel celebre passo sull’addomesticamento nel libricino di Saint Exupery che ha fatto sognare generazioni di lettori: “Se ogni giorno arriverai alle quattro, io dalle tre comincerò ad aspettarti…”. E allora, a cosa giovano e a cosa servono i rituali per chi scrive? Il rito è, dal punto di vista etimologico, un ordine che si fa, un ordine in divenire: non un ordine dato, immutabile, finito, ma un ordine che si autoproduce. Immaginiamoceli, dunque, i nostri scrittori preferiti, mentre ogni giorno, nel momento a ciascuno più congeniale, si apprestano ad iniziare il lavoro: scelgono la musica o spengono il cellulare, aprono una finestra o guardano una scultura… Alcuni sono superstiziosi, come Giorgio Faletti, un romanziere che con Io uccido ha venduto oltre un milione e mezzo di copie e che, rivelando di lavorare a un romanzo ambientato in Arizona, una storia sugli indiani Navajo, ha dichiarato: “Il titolo lo rivelo solo quando l’ho finito, per scaramanzia”. Il titolo sarà poi, come ben sanno gli appassionati, Fuori da un evidente destino.
Dovendo credere al grande Georges Simenon: “Scrivere non è una professione ma una vocazione all’infelicità”. Allora pubblicare e avere visibilità significa inghiottire rospi grossi come lattonzoli. Il quotidiano La Stampa, commemorandone la scomparsa, ricordava il rapporto problematico di Oriana Fallaci con il suo lavoro: “Ogni mio libro è un urlo di odio per la morte e un grido di gioia per la vita. (…) Non chiedetemi il perché di tutte le cattiverie che hanno scritto sui miei libri. Ogni volta che succede io mi chiedo, smarrita, sgomenta, incredula: ma perché? Non appartengo a nessun partito, non appartengo a nessun gruppo o meglio a nessuna mafia letteraria. Non parlo mai di nessuno, non insulto mai i libri degli altri. Se sono brutti, non dico mai che sono brutti. Non dico nemmeno: non mi piace. Non lo dico perché conosco la fatica tremenda che ogni libro, bello o brutto che sia, costa. E mi riconosco in quella fatica, rispetto quella fatica. (…) Scrivere è il mestiere più faticoso del mondo. Io a scrivere mi stanco, anche fisicamente. Mi stanco come un facchino, come un minatore, come quelli che fanno un mestiere pesante. Eppure non posso fare a meno di scrivere”.
E già, chi scrive e ne trae soddisfazione (notorietà o addirittura fama, soldi, autorevolezza, inviti nei salotti, sconti nei ristoranti o chissà cos’altro…) deve fare i conti con gli aspetti meno noti, o più onerosi, del mestiere. In molti ricordano Thomas Harris, quando durante le udienze contro il presunto mostro di Firenze, Pietro Pacciani, prendeva diligentemente appunti, come l’ultimo dei praticanti giornalisti locali. L’ autore del celeberrimo Silenzio degli innocenti è infatti uno che usa approfondire la materia trattata nei suoi romanzi. Per scrivere Black sunday, storia di un attentato terroristico contro gli States organizzato durante la fine del campionato di football, studiò il terrorismo islamico ben prima dell’attacco alle torri gemelle.
Non temete, cari aspiranti scrittori, di dover svolgere altri mestieri per assemblare il pranzo con la cena. Oggi vanno più che mai di moda i romanzieri pescati dalle professioni più disparate: magistrati (Carofiglio, De Cataldo…) o avvocati (Filastò, Agnello Hornby…), insegnanti (Oggero, Scurati, Perissinotto…), registi (Camilleri, Comencini…), giornalisti (Augias, Colaprico, Varesi, Soria…), e via dicendo. La letteratura non dà il pane, sostenevano i latini, e più che mai nel Novecento, secolo poveri di mecenati. Alla ricerca dell’agiatezza, o magari solo per campare, gli scrittori del Novecento si sono indaffarati nei mestieri più vari. Il mestiere più prestigioso lo ha praticato Malraux, che è stato ministro, dopo aver rubato statue kmer in Cambogia. Jack London ha collezionato infiniti mestieri e fu, per esempio, fiociniere su baleniere dell’Artico. Colette aprì nel 1932 un istituto di bellezza. Lawrence d’Arabia fu, oltre al resto, scaricatore di carbone a Porto Said e trasportatore di cammelli sull’Eufrate. Céline fu a Ginevra e nel mondo Technical Officer della società delle Nazioni. George Orwell dalla Polizia Imperiale in Birmania passò a miserrime condizioni, come lavapiatti e barbone. Saint-Exupéry riteneva che il suo vero mestiere fosse l’aviatore e questo lo portò, tra l’altro, alla morte. Italo Svevo, per fare il grande industriale, smise di scrivere: gli bastava una riga per renderlo inetto al lavoro pratico per una settimana. E l’ingegner Gadda, per la revisione del Pasticciaccio, fu mantenuto da “mamma Rai”. Il reporter Frederick Forsyth, ex collaboratore di Reuters e Bbc, ha scritto Il giorno dello sciacallo mettendo a frutto il lavoro di corrispondente da Parigi, e Dossier Odessa servendosi delle informazioni raccolte in Cecoslovacchia su alcuni gerarchi nazisti. Scott Turow ha inventato il legal thriller ma non ha mai smesso di indossare la toga. E a Chicago, al 77esimo piano della Sears Tower, il grattacielo più alto del pianeta, manda avanti un importante studio legale: “I codici, i processi, le aule di giustizia sono le cose in cui credo. Non potrò mai abbandonarli”, dice. Tra un’arringa e l’altra, Turow sta preparando il sequel del suo primo thriller di successo, Presunto innocente. Ma la sua vera anima qual è: quella di scrittore o di avvocato? Gli chiede Francesco Fantasia del Messaggero: “Il cuore mi spinge verso la letteratura, la mente verso i codici”. Il nostro Alberto Bevilacqua arrivato a Roma da Parma, avendo oltretutto già cominciato a scrivere narrativa, lavorò alla cronaca nera del Messaggero e, prima di passare alla redazione cultura, dovette indossare per sei mesi gli scomodi panni dell’inviato nella guerra del Congo.
Le vie della narrativa, si può dire, siano infinite. Tanto che sempre Forsyth per esorcizzare la sua claustrofobia ha scritto Il vendicatore in cui agisce un veterano del Vietnam, abile tunnel-rat, uno di quei militari che percorrevano i cubicoli sotterranei scavati dai vietcong.
E’ nato a Parigi, il seguitissimo Christian Jacq, ma la sua patria d’elezione è l’Egitto. Fin da adolescente ha amato questo Paese sopra ogni altro, tanto che decise di laurearsi in archeologia ed egittologia alla Sorbona. Più tardi, nel 1995, la sua passione per le piramidi e i faraoni lo ha spinto a scrivere Ramses, romanzo incentrato sulla figura di Ramsete, best seller in tutto il mondo. Da adolescente comprò La storia dell’Egitto antico, un’opera in tre volumi che comprendeva anche traduzioni di poesie, leggende e molte fotografie. Per lui fu una rivelazione: “Sarei assolutamente incapace -racconta – di scrivere storie fantascientifiche sul tipo del film La mummia, completamente avulsi dal contesto realistico. Anch’io attingo all’immaginazione, ma se descrivo un dialogo tra Ramses e un dignitario so che si sono parlati in quel modo perché mi rifaccio ai documenti in cui questo è descritto. Lo stesso vale per le cene, i riti e le scene di vita quotidiana”. Questo il suo metodo, ognuno ha il suo.
Per creare la protagonista di Pura vita , Andrea De Carlo ha osservato molto sua figlia, oggi ventenne, ha ascoltato i suoi discorsi. Lui finisce per lavorare nelle ore in cui gli altri sono in ufficio. A parte il lavoro di preparazione, scrive due ore di mattina, due di pomeriggio. Nella casa in campagna vicino Urbino ha una stanza con una bellissima finestra ad arco che gli consente di allontanare lo sguardo dalla pagina. Si veste comodo e, se non fa freddo, ama stare a piedi nudi. “Mi dà un senso di libertà”, dice. Esce, cammina per mezz’ora, un’ora nella natura oppure taglia legna. Torna con energia rinnovata. Ogni tanto mangia cioccolato amaro. Persino la tivù “a volte è fonte di ispirazione su certi ambienti o personaggi”. Non tiene musica in sottofondo perché nelle interruzioni suona la chitarra. Scrive al pc portatile (“La penna permette la riflessione, la macchina da scrivere obbliga a dei passaggi che non corrispondono al modo di pensare, il pc è plastico, garantisce un’infinità di elaborazioni”) e a fine giornata ha pronte tre pagine in media. A volte una, a volte cinque. Per gli appunti: ”Scrivo sul retro dei fogli usati. Sono contento che la Einaudi e poi la Bompiani abbiano aderito ad un’iniziativa in cui sono coinvolto con Greenpeace e hanno pubblicato i miei romanzi su carta riclicata”. All’inizio si accaniva, era assalito dall’ansia, ora rispetta l’istinto, “Due di due l’ho iniziato e, dopo due capitoli, lasciato per due anni”. E non riuscirebbe a finire un libro lasciandolo tutto nel computer. Deve avere la pagina su cui lavorare a penna: ”E’ un lavoro di stratificazioni, in media riscrivo tutto quattro volte, a ogni passaggio dialoghi e personaggi acquistano nitidezza. Di solito la prima stesura è come un legno sbozzato. Lavoro sulle parole, sottraggo aggettivi”, racconta.
Sottrarre sembra essere la parola magica di chi vuole scrivere per mestiere. Potremmo, per convenzione, ribattezzarla la legge del taglione. Talvolta gli scrittori o, meglio ancora, gli aspiranti tali si affezionano più a una frase o a un intero paragrafo dei propri elaborati che al loro fedele cane scodinzolante. E mi riferisco al “migliore amico dell’uomo” per non spingermi fino a mettere in dubbio l’attaccamento al fidanzato o alla compagna di vita. Sta di fatto che la sintesi, oggi, appare indispensabile a chiunque voglia avere un futuro editoriale degno del nome. Marilù S. Manzini (già autrice di Io non chiedo permesso, protagonisti ricchi mostruosi, tra stupri, sesso e droga) per Il quaderno nero dell’amore ha dovuto sforbiciare molto le iniziali seicento pagine del dattiloscritto, tagliando molte scene di sesso, poi riproposte sul sito della Rcs.
Nessuno, neppure i trapassati, potrà sottrarsi a un severo editing e alla già citata legge del taglione. Pensate infatti all’inarrivabile Lev Tolstoj: la potente casa editrice Harper&Collins ha pensato bene di togliere seicento pagine delle originarie millequattrocento circa di Guerra e pace, per alleggerire la nuova edizione proposta al pubblico. Il lavoro di riduzione, come racconta Enrico Franceschini su Repubblica, “elimina tutte le pagine in cui l’autore fa parlare i suoi personaggi in francesce, la lingua dell’aristocrazia russa del tempo, ed elimina pure i capitoli, spesso intervallati a quelli di azione sulla campagna di Napoleone per conquistare Mosca, in cui Tolstoj filosofeggia sulla guerra, sul destino dell’uomo, sulla fede e sull’amore. Risvolti secondari e trascurabili, per quelli della casa editrice londinese. E pensare che oltre centoventi scrittori americani, inglesi e australiani avevano inserito il capolavoro russo del 1865 tra “i dieci migliori libri di tutti i tempi”. Certo quelli di Harper&Collins avranno pensato però che dovendo scegliere un romanzo da portare su un’isola deserta (magari frequentata dai famosi…), meglio che sia leggero. Avvisati, dunque. Siate severi con voi stessi, cari scrittori, tagliatevi senza pietà o, purtroppo, ci penseranno altri. Anche dopo centoquarant’anni.
Siate severi, ma giusti. Non trastullatevi nel vagheggiamento di un futuro da narratore. Solo scrivere può insegnarvi a scrivere. In Altri Trucchi d’autore, troverete, a tal proposito, tante testimonianze di romanzieri in piena attività che dimostrano verso se stessi un’obiettività ai limiti dell’intolleranza, grazie alla quale possono consegnare alle stampe storie apprezzate da schiere di lettori.
Individuare il proprio metodo di lavoro è fondamentale, e magari si può cominciare proprio imitando gli scrittori che ce l’hanno fatta. Come l’ormai mitica J. K. Rowling, ideatrice del maghetto Harry Potter, che ha incassato ben ottocento milioni di euro in diritti d’autore, tra editoria, cinema e merchandising.

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LE RISCRITTURE INFINITE DI MICHAEL CUNNINGHAM

Vive a New York, lavora in uno studio che è a quindici minuti circa dal suo appartamento, Michael Cunningham. “Quando sono a New York, ci vado ogni giorno, faccio le scale fino al sesto piano, cosa che aiuta a mantenere la flessibilità dellle ginocchia”, racconta. “Nel palazzo abitano solo vecchie signore, nel cortile si vedono stesi dei panni di biancheria piuttosto impressionante!”.
Lo scrittore è volato a Roma per promuovere Giorni memorabili (Bompiani), la storia di un dodicenne costretto a prendere il posto del fratello Simon nella fonderia in cui ha perso la vita. È un ragazzino dotato della capacità di sentire la voce delle macchine e decifrarne i messaggi.

Il suo studio?
La mia stanza è molto comoda, senza vista, piena di cose, oggetti, ci sono libri ovunque. Le persone mi regalano cose di tutti i tipi, compresi i souvenir a forma di palla con la neve.
Scrivo su un enorme tavolo di legno, molto rovinato.

Computer o macchina per scrivere?
Uso il computer. Amo il mio pc, non sono in generale molto tecnologico, ma lo schermo del pc mi sembra fantastico, un punto di mezzo quasi magico tra la pagina e la mia consapevolezza. Lì, di fronte a me, piccole parole liquide e blu, che esistono e non esistono, malleabili. Per me sono molto meglio di una penna che gratta il foglio, o delle dita che martellano i tasti di una macchina da scrivere.

Fa delle pause?
Quando lavoro, lavoro, quando non lavoro, non lavoro. Non faccio pause, non c’è tv, tolgo la suoneria al telefono e lascio la segreteria: mi possono lasciare un messaggio. Non guardo le e-mail se non dopo tre o quattro ore, quando ascolto anche i messaggi.

Metodo di scrittura?
Riscrivo all’infinito, scrivo una frase e la riscrivo, e la riscrivo. Alla fine del giorno, ho bisogno di stampare, qualunque cosa abbia combinato durante la giornata. Altrimenti, non mi sembra vero. Uso carta molto economica.

Musica di sottofondo?
Ascolto musica nel mio studio. Ogni giorno, quando arrivo, metto su qualcosa. Spesso ascolto, quando scrivo, cose diverse a seconda di quello a cui sto lavorando. Può essere il Requiem di Mozart, può essere Laurie Andreson, i White Stripes, Anthony and the Johnsons… Il ritmo, la musica delle parole è importante, per me, quanto il loro significato.

Le idee migliori dove nascono?
Ho bisogno di preservare un minimo di stato di isolamento. E quando ho finito, ho finito, esco, penso ad altro, non prendo appunti, se sono in un caffè, non mi metto alla ricerca di un tovagliolo sul quale scrivere idee che ho paura di dimenticare.

I suoi personaggi sono presi dalla vita reale?
Ma certo, sì! E le dirò di più… un po’ tutti i miei personaggi c’est moi. Se un personaggio non fosse almeno in parte autobiografico, non so se riuscirei a scriverne.

Cosa ruba dalla realtà?
Io sono gay e sono uno scrittore. Voglio usare la mia esperienza per scrivere i libri migliori, per quanto mi è possibile. E credo di avere una prospettiva più ampia, perché, stando un pochino al di fuori del mondo, riesco forse a vederlo meglio. E quindi proprio la mia esperienza come gay forse mi permette di scrivere di persone molto diverse tra di loro.

Libri per ispirarsi?
Leggo continuamente. A volte gli scrittori dicono che devono stare attenti, per non farsi influenzare. Io penso invece che se leggo Garcia Marquez e ne vengo influenzato… va bene. Ascolto e leggo più che posso.

Come usa i libri?
Non ho mai collezionato libri, non sono un bibliofilo, non mi importa dell’aspetto esteriore di un libro. Se i libri vengono usati, macchiati, annotati, per me va bene.

Scrive come agli esordi o il suo approccio al lavoro è cambiato?
È cambiata la mia vita, non ho più ansie legate alla sopravvivenza. Il rapporto con la scrittura non credo possa cambiare davvero. Del resto, non esiste un modo di scrivere definitivo e statico, per un artista. Si impara sino all’ultimo giorno, e la nostra scrittura non è che un continuo perfezionarsi, pagina dopo pagina.

Anche lei confida nella disciplina?
Non esistono segreti fondamentali per diventare grandi autori, tutto si scopre lavorando con costanza, con sofferenza, con passione. Il pittore Monet, quando morì, stava lavorando a cercare di riprodurre il suono delle canne spinte dal vento. È una cosa che mi commuove. Quando penso a me come scrittore, vorrei poter dire lo stesso e poter vivere come visse Monet: affamato di imparare ogni giorno di più il mio mestiere.

Con quale stato d’animo legge le recensioni?
Non le leggo. L’ho fatto per lungo tempo, e ho smesso. Non saprò mai raccomandare abbastanza questa scelta. Le recensioni buone sono utili, gratificanti. Quelle negative scoraggianti. Per me tutto ciò è fuorviante. Non bisogna badarci.

I suoi lettori?
Il tuo libro, buono o cattivo che sia, vive soprattutto grazie ai lettori, e grazie a loro durerà molto più a lungo dei suoi critici.

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L’ALAMBICCO DI SANDRO VERONESI

Il grosso del lavoro è avvenuto, come sempre, nell’inconscio di Sandro Veronesi: “Io posso solo dire che il romanzo ha cominciato a esistere nella mia testa quando si sono incontrate un’idea e una reminiscenza”. L’idea, che rappresenta il nucleo di Caos calmo (Bompiani), di un uomo che passa tutto il giorno davanti a una scuola e la reminiscenza di un remoto salvataggio in mare compiuto veramente dallo scrittore e dal fratello. Veronesi, che sostiene di non avere il privilegio di poter scegliere, scrive la mattina, perché può solo la mattina. In camera da pranzo, poiché non ha uno studio ma solo tavolino inglese molto bello “che mi ha regalato tanti anni fa Vincenzo Cerami e rimane il pezzo d’arredo più prezioso della mia casa”.

Macchina per scrivere o computer?
Computer. Navigare su Internet mi aiuta in vari modi. Mi permette di perdermi, e da persi si scrive meglio.

Fa delle pause quando lavora?
Ne faccio tantissime, con tutte le scuse possibili. Soprattutto quando sta filando tutto liscio.

Sfizi, generi di conforto?
Quando fumo, sigarette.

Musica di sottofondo?
Di continuo. Ascolto la roba scaricata da Internet. A volte scarico mentre scrivo.

Le idee migliori come nascono?
Per me nascono scrivendo, evocate dall’atto stesso di scrivere.

Disciplina o ispirazione?
La disciplina è ispirazione.

La creatività si esaurisce?
Non ne ho idea.

Blocchi, incubo della pagina bianca?
Non mi fa più paura. Le pause sono forse meno dolorose dello scrivere.

Libri per ispirarsi?
Evito accuratamente di leggere i libri che m’influenzerebbero negativamente, per una questione di stile. Per esempio, scrivendo Caos calmo ho evitato di leggere Carver.

Per quale scrittore prova invidia?
David Foster Wallace.

A cosa sta lavorando?
A un romanzo.

Metodo di scrittura?
Lavoro molto per decidere tempo e persona di narrazione,nel senso che faccio prove e prove. Poi, quando ho deciso, vado avanti il più regolarmente possibile, senza struttura, senza sapere bene cosa scriverò. Però di solito so più o meno dove voglio andare a parare.

Quando un personaggio può dirsi ben delineato?
Quando comincia a venirmi a noia.

Ha mai ‘rubato’ ad altri?
Sì. In genere si tratta di ritmo compositivo, stacchi dialogo/didascalie, eccetera. Ci sono dei maestri, nel mondo.

Hanno mai ‘rubato’ a lei?
Non ne ho idea.

Le capita di rileggersi?
No.

In quanto tempo è pronto un suo romanzo?
Parecchi anni, in genere.

Hai mai buttato un intero dattiloscritto che non la soddisfaceva?
Intero no. Metà sì.

La semplicità nello scrivere: meta o punto di partenza?
Le cose difficili, semplificale. Quelle semplici, complicale.

Meglio tagliare una frase inefficace o tagliarsi un dito?
Le frasi inefficaci non dovrebbero nemmeno esser scritte. Se sono davvero inefficaci e non si riesce a non scriverle, tagliarle è facile. Il problema è che le frasi non sono quasi mai inefficaci.

Quante pagine produce in un giorno?
0,75 circa, di media.

Scrivere è faticoso?
Doloroso, più che altro. Per me.

A chi fa leggere in anteprima?
Prima avevo una persona, ma non l’ho più. Ne devo trovare un’altra.

Lo stile?
Intervengo su tutto. Ci vogliono parecchi passaggi all’alambicco della correzione, perché una mia pagina diventi buona.

La correzione delle bozze che momento è?
A quel punto il mio lavoro è già fatto.

Accetta i consigli dell’editore?
Sì, li accetto. Nel primo romanzo l’editore mi disse che il romanzo cominciava a pagina cinque, e io tagliai le prime quattro pagine.

I critici?
Credo di avere avuto abbastanza fortuna, con la critica. Ma dinanzi a una recensione non mi stupisco, né lusingo, né tanto meno offendo più da molto tempo. Mi piace quando qualcuno trova qualcosa che stava nascosto nel mio libro e che nemmeno io avevo trovato.

Sa chi sono i suoi lettori?
Quelli a cui non piace quello che scrivo sono lo stesso miei lettori? Perché ovviamente non vengono a dirmelo, e io non ho mai modo di conoscerli. Conosco solo i lettori che si fanno avanti per farmi i complimenti, ma non è che posso considerare miei solo quelli. No, non so chi sono.
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AGGIORNAMENTO DEL 6 GIUGNO 2008


INTERVISTA A MELANIA MAZZUCCO, vincitrice del premio Strega 2003 (per gentile concessione di Mariano Sabatini e della casa editrice “Nutrimenti”)

LA STANZA CHIUSA DI MELANIA MAZZUCCO

Il suono di una sirena che squarciava il silenzio di una notte, a Roma, parecchi anni fa: Melania Mazzucco si è chiesta che cosa gridasse. Se chiedeva aiuto, se qualcuno stava morendo e si poteva salvare, se qualcuno aveva solo fretta di tornare a casa. Stava passando un’ambulanza o era la volante della polizia? E cosa era successo? “Tutto era accaduto in una stanza chiusa, sigillata contro di me come sempre le vite degli altri – spiega l’autrice di Un giorno perfetto (Rizzoli). – E io volevo entrare in quella stanza. Gli scrittori non fanno altro. Sono io l’intruso, il poliziotto scelto che sfonda la porta dell’appartamento di via Carlo Alberto”.
Per lei la scrittura ha qualcosa a che fare con la notte, col buio che libera i demoni e restituisce la libertà ai sogni. Perciò di solito comincia a scrivere nella seconda metà del giorno. Nel riquadro della finestra, alla sinistra della scrivania, vede appassire il sole e scendere l’oscurità. “A poco a poco è come guardare un quadro interamente nero. Questa essenzialità mi riconcilia con le parole, e con il loro significato più vero. Scrivo finché vado a letto, molto tardi”.
Il suo studio è di una semplicità totale. C’è un tavolo col ripiano di vetro, la scrivania dove si affastellano quaderni, agende, fogli volanti e microscopici brandelli di carta su cui appunto liste di parole, aggettivi e nomi. Ci sono due librerie rigurgitanti libri e carte, una piattaia da cucina che ha riconvertito in archivio e un vecchio mobile-grammofono degli anni Quaranta, l’unico oggetto che ho ereditato dalla nonna. Per terra, c’è una colonna friabile, sempre sul punto di franare. Sono lettere, alcune vecchie anche di un anno o due o perfino di più: “Il ritardo con cui rispondo è sempre scandaloso. Sono una pessima corrispondente”.

Il tavolo che storia ha?
Quadrato, col ripiano di vetro. Nero. Anni fa, era il mio tavolo da pranzo. Quando sono andata a vivere da sola, mi sono concessa il lusso di comprarmi solo due cose: il letto, un tremendo letto di legno, di quelli che si montano con la sparachiodi, e quel tavolo con sei sedie, dallo schienale altissimo. Ancora oggi, non ne ho altre.

Usa il computer?
Fin dal 1986. Il computer, peraltro, non l’ho mai cambiato ed è ancora quello – col sistema operativo dos. La mia prima macchina da scrivere, una vecchissima Olivetti M40 che mi regalò mio padre e su cui scrissi la mia prima sceneggiatura nel 1975, è diventata un soprammobile.

A mano non scrive niente?
Ho scritto il mio primo racconto a mano, e tutti i miei appunti li prendo a mano, come una copista medievale. Però ho scelto presto il computer. Ci siamo piaciuti al primo istante. Solo lui aveva la velocità dei miei pensieri. E in effetti lo considero un’estensione della mia mente. Ma questo non ha niente a che vedere con la creatività. Se non lo avessero inventato, avrei continuato a ticchettare sulla Olivetti, o a scrivere a mano, con la matita. L’unica differenza, forse, riguarda i filologi: per loro sarà difficile lavorare sulle varianti dei romanzi scritti al computer. I computer hanno la memoria corta.

Le pause dalle sessioni di scrittura?
Mai. Mi incollo alla sedia come una conchiglia allo scoglio. L’immobilità mi libera la mente, mi consente una specie di beatitudine zen. Un giorno, però, mi metterò a contare quante sigarette si è aspirato Un giorno perfetto. Grosso modo, per quattrocento pagine, direi uno scaffale del duty-free. È una considerazione allarmante.

Musica di sottofondo mentre scrive?
Sempre. Di solito la radio, per la precisione Radio Globo o RDS, le uniche che, nella zona della città oscurata dai ripetitori di radio più potenti, riesco a captare. La musica techno mi è congeniale. Però metto anche i miei cd preferiti – Moby, Portishead, Radiohead, Primal Scream, Fat slim boy, Amalia Rodriguez, Cecilia Bartoli, qualche volta anche musica da camera di Fauré e Franck. I musicisti italiani, che pure amo, non posso ascoltarli per via delle interferenze che la comune lingua provocherebbe. Nei giorni di mood malinconico, metto anche Le nozze di Figaro e la Norma.

Il telefono e il cellulare?
Accesi, ma non rispondo mai. Una vecchia storia dice che uno scrittore romano… chi era, Orazio? Ovidio? Petronio?… faceva dire alla sua schiava: non sono in casa. E se la schiava non c’era, lo diceva lui stesso: “Non sono in casa”. Beh, faccio qualcosa del genere.

Le idee migliori dove nascono? C’è un modo per evocarle e favorirle?
Non saprei rispondere. A volte in sogno. A volte nel dormiveglia, a volte parlando con qualcuno, ma anche nei momenti morti della giornata, su un autobus, aspettando davanti a un cinema, guardando fuori dalla finestra, camminando su un sentiero di montagna. Forse le idee nascono dal vuoto, per una sorta di effetto di osmosi. Io mi concentro molto anche quando corro sul tapis-roulant: mi guardo nello specchio davanti alla macchina e non vedo me stessa, ma i miei pensieri.

Rituali di inizio e fine lavoro?
Non ne ho nessuno. L’unico gesto che compio sempre è accendere il computer, all’inizio. Mi piace il suono di quel click. È come accendere la mente.

Disciplina o ispirazione, cosa serve di più?
L’ispirazione è disciplina e viceversa. L’una favorisce l’altra, l’una sabota l’altra. Bisogna essere abbastanza sconsiderati per ignorare le trappole della disciplina, e abbastanza umili per accettare i limiti dell’ispirazione.

La creatività si esaurisce?
Fatemi di nuovo questa domanda fra dieci anni.

Blocchi, incubo della pagina bianca?
Siccome non sono una che si mette a scrivere perché deve timbrare il cartellino, non mi metto mai davanti allo schermo se non ho una storia da raccontare, una frase da correggere o un personaggio cui trovare un corpo e un nome. Eludo i periodi vuoti semplicemente non scrivendo. A volte questi periodi di astinenza durano mesi, perfino un anno.

Libri per ispirarsi?
No, è impossibile. Il ritmo e lo stile delle frasi degli altri può restare in mente, e influenzare il proprio. Nei periodi in cui scrivo leggo pochissimo, e spesso solo di argomenti attinenti a quello sul quale sto scrivendo, per studio diciamo. Mi rifaccio nei lunghi mesi di astinenza dalla scrittura. Allora sono una belva onnivora, divoro mattoni in pochi giorni, affamata.

Prova invidia per qualche collega?
L’invidia è l’unico peccato capitale che non ho praticato mai. Invidiare qualcuno significa ammettere una propria mancanza e sono troppo orgogliosa per stimarmi tanto poco. L’ammirazione invece è un sentimento che mi assale spesso. Perciò potrei nominarne tantissimi. Tutti gli scrittori che ho amato da quando ho cominciato a leggere, perciò da sempre. Alla fine, per non farla tanto lunga, posso dire che ammiro la creatività anagrafica di Dumas e Balzac, la concisione di Jane Austen, la leggerezza di Stendhal, il genio di Bulgakov, lo sterminato periodare di Proust, i personaggi bambini di Elsa Morante, i malvagi di Dostoevskij e, per nominare qualche vivente, la cultura di Ghosh, l’ironia di Esterhazy, la stralunata visionarietà di Ransmayr.

A cosa sta lavorando?
È uno di quei periodi in cui non scrivo. Sono in archivio da quasi due anni, sto inseguendo, a volte rintracciando e a volte perdendo, una bellissima storia dimenticata, che sarà il mio prossimo romanzo.

Vuole provare a descrivere il suo metodo di scrittura?
Riempio dozzine di quaderni, taccuini, foglietti, anche se non sempre utilizzo ciò che annoto. Del resto spesso semplicemente non lo trovo, perché gli appunti non hanno un indice. C’è un aggettivo che mi piace tanto – coriaceo – che volevo inserire in Un giorno perfetto.

E non l’ha fatto?
Credo di averlo dimenticato, perché è ancora lì, appuntato su un foglietto che ancora mi guarda da sotto il portacenere.

Fa delle scalette?
Scrivo la prima versione di un romanzo senza scaletta, senza conoscere il destino dei personaggi, e mai in ordine cronologico, dall’inizio alla fine. Ma sequenza per sequenza, a seconda della tensione del momento, di solito molto rapidamente. Per evitare equivoci, chiarisco che rapidamente per me significa cinque, sei mesi.

Quante pagine produce in un giorno?
Non produco niente, è una parola che non mi piace. Comunque non vorrei mai produrre pagine. Non sono una macchina né un’industria, semmai un artigiano geloso che cura con amore gli oggetti che escono dal suo laboratorio. Non sono regolare, non mi impongo obiettivi.
Allora, diciamo quanto riesce a scrivere.
Nei momenti “dionisiaci” posso scrivere anche quaranta pagine tutte di seguito, come in una sorta di scrittura automatica. Nei momenti “apollinei”, quando correggo, rivedo e sono per così dire in fase di montaggio alla moviola, in un giorno è già tanto se ne limo una.

Per lei, scrivere è faticoso?
Per me è un’attività fisica e naturale come respirare. Coinvolge tutti i cinque sensi… per non parlar del sesto. Scrivere è il tatto delle dita sulla tastiera, l’olfatto teso alla ricerca mentale degli odori di cui stai parlando, la vista delle parole che galleggiano sullo schermo e delle cose che vedi davanti a te e in realtà non ci sono, e così via. Perciò è faticoso, sì, ma anche meraviglioso, come vivere.

Scrittori si nasce o si diventa?
Chi era che disse “diventa ciò che sei”? Forse era Socrate, o Epicuro o sant’Agostino, e se non era nessuno di loro, chiedo loro perdono di averli scomodati per tanto poco. Credo non si possa comunque spiegare meglio il percorso che ognuno di noi deve seguire per conoscersi. Bisogna trovare dentro di noi la cosa che ci appartiene, ed è solo nostra. Se è la scrittura, prima o poi, emergerà, e diventeremo ciò che siamo sempre stati, senza saperlo.

A chi fa leggere in anteprima?
Alla persona che ho scelto e che è la parte migliore di me.

Per raggiungere lo stile desiderato?
Intervengo su tutto. Il ritmo di una frase, l’aggettivo attaccato a una parola come un parassita, un verbo inappropriato, una descrizione generica, un dialogo che non suona, una digressione che bisogna proprio sopprimere.

Rilegge molto?
Mi rileggo ossessivamente per mesi, anni a volte, ma poi, quando ho pubblicato un libro, non mi rileggo mai senza vero disagio. Il testo diventa quello di un altro. Ovviamente, se mi rileggessi, continuerei a trovare qualcosa che mi è sfuggito, sbavature ed errori: la scrittura è un processo potenzialmente infinito.

Nel senso che potrebbe lavorare su un testo anche a distanza di anni?
Nel senso che anche lo stile cambia: ciò che a vent’anni mi sembrava stupendo, non mi pare più così oggi. Io vivo e cambio, e i miei libri vivono e cambiano con me. Però l’imperfezione rende vivo un libro. Le sue asperità, i suoi stridori, lo restituiscono al mondo.

Rilegge ad alta voce?
Sempre. Ho imparato a farlo fin da ragazzina, essendo cresciuta nella casa di un uomo di teatro. Guardavo gli attori leggere il copione, e le parole cadono subito nel vuoto quando la battuta è sbagliata. Così oggi se una pagina non suona, non funziona e la elimino.

Idiosincrasie linguistiche?
Sono ossessionata dai luoghi comuni. Non mi perdono quando ne scrivo uno non intenzionalmente, per farne parodia.

Come sceglie le parole?
Ah, sono avida di parole, le colleziono, le riesumo e a volte le invento. Mi piacciono gli strafalcioni e gli slittamenti di senso, i dialetti, i gerghi specialistici. Con una passione per quello medico. Scandaglio le lingue straniere, le parole in agonia che nessuno usa più e quelle celibi, che sono state usate una volta sola. Nessuna parola mi pare inutile, brutta o indegna. Aspiro all’orecchio assoluto per le parole.

Alla correzione delle bozze interviene molto?
Sono il terrore dei redattori. Sono stata una redattrice anch’io, perciò sono rimasta una cacciatrice di sviste e refusi. Ma continuo a correggere il testo anche stilisticamente, e strutturalmente, fino all’ultimo momento, quando sta per andare in stampa.

Accetta i consigli dell’editore?
Ho tagliato di seicento pagine il mio primo romanzo, Il Bacio della Medusa, che nella versione originale ne contava millecento e giustamente nessuno lo avrebbe mai pubblicato. Ho soppresso alcuni capitoli di Lei così amata, perché troppo digressivi rispetto alla vicenda. Mi confronto volentieri con l’editore, non ho la pretesa di avergli consegnato un testo sacro.

Legge gli articoli e le recensioni su di lei?
Le leggo sempre con molto ritardo, le lascio decantare in modo che il loro potere di offesa o lusinga sia attutito dal tempo. Così, a memoria, posso ricordare che mi piacque quando mi definirono “eccentrica” rispetto al panorama della narrativa contemporanea, quando scrissero che ero nata per narrare e che avevo uno stile fluviale. Una critica tedesca disse che ero come un uragano e mi divertì questa definizione perché sono nata l’anno dell’alluvione di Firenze e sento di avere qualcosa a che fare con l’acqua.

Offese?
Mi sentii ferita quando scrissero che avevo uno stile cinematografico, che mettevo troppi dettagli, consolandomi perché a Mozart dicevano che metteva troppe note, che ero troppo brava e questo mi avrebbe impedito di scrivere un bel romanzo. Mi ha piacevolmente sorpresa leggere delle belle recensioni uscite in paesi stranieri – Canada, Spagna o Olanda – e scoprirmi capita da qualcuno che vive realtà molto diverse dalla mia, che non mi conosce né mi conoscerà mai, che mi valuta solo attraverso le mie parole, alla fine la parte più vera di me.

Chi sono i suoi lettori affezionati?
Le persone più disparate, e questa mi pare la meraviglia della letteratura. Ragazze e pensionati, insegnanti e detenuti, professionisti e operai. C’è stato anche qualche lettore eccellente, il cui apprezzamento mi ha profondamente emozionato, ma non ho la volgarità per fare il suo nome. Finora, la mia lettrice più giovane ha dieci anni, è una ragazzina sensibile e speciale a cui auguro ogni bene. La più anziana ha compiuto ieri cento anni, è una vispa signora di favolosa arguzia, che sa tutto della vita. Non dimentico mai le parole che mi dicono i lettori, e alcune le tengo per me, come i miei ricordi più belli.

Com’è arrivata a farsi pubblicare?
Quando ho cominciato a far leggere il manoscritto del mio primo romanzo, tutti mi dicevano che avrei dovuto pubblicarlo. Io ho esitato, perché avevo paura di espormi, e sapevo quanta gioia e quante ferite mi sarebbe costato diventare per il mondo una scrittrice.

E quando si è decisa?
Poi hanno esitato anche gli editori. Mi hanno respinta con convinzione per tre anni. Alla fine, qualcuno mi ha apprezzato e mi ha fatto un’offerta. Siccome non sono vile, dopotutto, ho trattenuto il fiato e mi sono lanciata. È cominciato così.

Consigli a un giovane o vecchio aspirante scrittore?
Essere se stessi e non credere che conformarsi alle attese degli altri serva a qualcosa. Non demoralizzarsi per i rifiuti che inevitabilmente verranno, e saranno dolorosi, come se qualcuno ti accoltellasse un figlio. Né soffrire per i tempi lunghissimi, epocali, perché può essere interminabile l’attesa prima che un libro trovi la sua strada.

L’umiltà è utile?
Certo, bisogna accettare, a volte, il rifiuto, e comprenderlo. Imparare dall’errore e non avere paura di riscriversi, di cambiarsi, anche di rinunciare a una storia che ci sta a cuore per scriverne un’altra, completamente diversa. I manoscritti a volte si perdono, ma non muoiono: il parere sferzante di un lettore può diventare l’entusiasmo di un altro, e dalle ceneri di un romanzo che morirà inedito può nascere un romanzo che troverà migliaia di lettori.

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