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lunedì, 4 dicembre 2006

COSA RESTA DEL NOVECENTO

Sul numero 64 di novembre/dicembre 2006 della rivista Pulp Libri trovate uno stimolante articolo di Renzo Paris. Se potete vi consiglio di leggerlo.

Il titolo, un po’ provocatorio, è: "Spegnere le luci del Novecento."

Renzo Paris

Vi propongo alcuni stralci, come al solito, per avviare un dibattito; ma l’articolo è da leggere per intero.

"Da più parti si sente l’esigenza di spegnere le luci del Novecento, come se quel secolo appena trascorso fosse un circo dove lo spettacolo è finito da un pezzo e non rimane altro che spegnerne le luci per andare a dormire. Mi viene in mente che un allievo di Craxi disse che a lui non rimaneva altro da fare che spegnere le luci del socialismo. Come se quel movimento fosse durato troppo e fosse finito, come è finito, nella corruzione più nera.

Ma il Novecento è finito come il socialismo, il comunismo, il nazismo che lo hanno attraversato? È tutto venato di autoritarismo avanguardistico, di un concetto borghese di rivoluzione sia a destra che a sinistra? È qualcosa di cui vergognarsi, di cui si sente il fastidio, persino la nausea?"

(…)

"Quando però proviamo a spegnere le luci del Novecento ci accorgiamo che quelle di Céline rimangono accese, sono indistruttibili. E Marcel Proust dove lo mettiamo? Vogliamo spegnere anche lui? Se entriamo nel parco dei nostri autori, come spegnere Italo Svevo, Luigi Pirandello, Alberto Moravia, Carlo Emilio Gadda, Pier Paolo Pasolini? Dobbiamo lasciare le luci accese anche per Marinetti, per Quasimodo, per Calvino, per Giuliani? E Levi e Fenoglio li spegniamo?"

E allora, partendo da queste frasi estrapolate dall’articolo di Paris, vi domando (e mi domando):

Cosa resta del Novecento?

Cosa è "da buttare"?

Cosa è assolutamente da salvare?


Scritto lunedì, 4 dicembre 2006 alle 16:51 nella categoria EVENTI, INTERVENTI E APPROFONDIMENTI. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. I commenti e i pings sono disabilitati.

32 commenti a “COSA RESTA DEL NOVECENTO”

Come è possibile “Spegnere le luci del novecento”?
La storia non si cancella.
Non possiamo buttare via il secolo più significativo dell’intera storia dell’umanità.
Anche se è stato caratterizzato da fatti da condannare (le guerre e le dittature) ha anche portato benessere, innovazione e ha contribuito a creare la nostra società.
Mi chiedo come possa Paris solo pensare di scordare il novecento.

Postato lunedì, 4 dicembre 2006 alle 17:56 da francesco


Francesco, non ho letto tutto l’articolo di Paris. Mi pare evidente però che titolo e contenuti abbiano intenti provocatori. Dunque è esattamente il contrario. Si tratta di un j’accuse di Paris rivolto a coloro che avanzano la discutibilissima esigenza di spegnere il Novecento.

Postato lunedì, 4 dicembre 2006 alle 18:02 da atzeco63


Che dire del Novecento se non che è stato un secolo essenziale per la storia dell’umanità da ogni punto di vista. Chiedo venia per la brevità di questo commento; purtroppo ho pochissimo tempo. Mi riprometto tuttavia di ritornare sull’argomento giacché mi interessa particolarmente. Aggiungo ai nomi proposti da Paris i due seguenti: Musil e D’Arrigo. Due giganti del Novecento. Vogliamo spegnere anche questi?
Due parole in più su D’Arrigo. Io sostengo che sia stato uno dei più grandi geni della letteratura mondiale del Novecento ed è ancora in gran parte da scoprire (o riscoprire) adeguatamente nonostante i recenti sforzi di validi intellettuali come Walter Pedullà. Se la grande opera di D’Arrigo non è ancora giunta in “cima delle nobildonne” letterarie a livello mondiale, ciò è dovuto solo a l’obiettiva difficoltà di tradurre un capolavoro assoluto e complesso come “Horcynus Orca”. Una traduzione infedele o non all’altezza, peraltro, rischierebbe di annientare, fino alla mortificazione, gli spunti di assoluta originalità e i fenomenali neologismi della scrittura del grande narratore messinese.
Propongo a Maugeri di aprire, in futuro, uno specifico argomento dedicato a Stefano D’Arrigo.

Postato lunedì, 4 dicembre 2006 alle 23:10 da Spartacus


Accolgo di buon grado la proposta di Spartacus. Prossimamente proporrò un post dedicato al padre letterario di ’Ndrja Cambrìa.

Postato martedì, 5 dicembre 2006 alle 00:11 da Massimo Maugeri


Del Novecento ci resta l’ “evoluzione” dell’era industriale diventata capitalismo imperante. Ci resta tale evoluzione dei “cafoni arricchiti”(che a Napoli chiamiamo “pezziente sagliut’ “letteralmente “pezzenti saliti”) che ostentano i loro ‘averi’ e offendono qualsiasi cosa non identifichi tale ‘valore’. Ci restano i dittatori, che solitamente in quel secolo vestivano di divise militari e oggi, invece, vestono doppio petto blú e cravatta a pois, e che cercano di manipolare tutto attraverso il potere dei media. Ci restano gli effetti negativi di una Storia dimenticata (la Seconda Guerra Mondiale) ma soprattutto perché mistificata. Ci restano vecchie lobbies che ancora gestiscono il Potere. Ci restano ancora molte persone che, come un gregge, aspettano lo “schizofrenico” di turno che li proietti in momenti di allucinatoria felicitá. Ci resta la Fame nel Mondo, con lo sfruttamento di bambini in diversi Paesi, soprattutto asiatici, e l’Africa, dove i bambini non si possono sfruttare perchê muoiono troppo presto. Peró, in cambio, ci possiamo consolare con le signorine della tv che ci mostrano contente le loro grazie, e per farlo, “addirittura” hanno dovuto far gavetta nel letto di qualche bavoso; alla faccia del talento, la dignità e le femministe, che con la loro ‘aggressivitá’ rompevano solo i …!!! Ci possiamo consolare con internet che ci rende sempre più questa vita virtuale, compreso il lavoro, ma soprattutto la comunicazione e il sesso. Anzi, più che virtuale, ormai stiamo sfociando nello psicotico. Salverei, del Novecento, le tante scoperte nel campo della medicina e della scienza in generale. Lo sbarco sulla Luna, anche se ancora non ho capito a cosa è servito. Le invenzioni che hanno facilitato gli spostamenti e i trasporti. Quello che di buono ha prodotto l’era industriale e tecnologica, almeno nei principi e non nelle sue speculazioni consumistiche. Salverei Hemingway, le poesie di Neruda e di Brecht, H.Hesse, Pasolini, Nietzsche e Oscar Wilde(anche se entranbi sono morti nel 1900, sono fondamentali per capire il Novecento). Salverei Eduardo De Filippo e Totó, Troisi e C.Chaplin. E poi Kennedy, don Sturzo, E.Berlinguer, Moro e rivoluzionari come Che Guevara (anche se non sono comunista). Ghandi e il ragazzo di piazza Tien a Men. Salverei il ‘68, per la sua onda culturale-rivoluzionaria. La musica dei Rolling Stones e dei Pink Floyd, ma anche i cantautori italiani. E poi salverei milioni di persone che non compariranno mai sui libri di Storia, però sono prorio loro, con la propria dedizione nelle cose semplici del quotidiano e della vita, che fanno veramente girare questo mondo. Sembro un po’ nostalgico? (in fondo ho ’solo’ 39 anni…). Probabilmente, sto solo cercando di salvarmi…

Postato martedì, 5 dicembre 2006 alle 09:10 da Gianni Parlato


Buon Dio: del novecento credo proprio che rimanga tutto, perfino gli errori: le rivoluzioni mancate, l’avanguardia (sperando che non ne venga mai un’altra), le guerre (idem)…
E’ del 2000 che dobbiamo preoccuparci: delle porcherie che sfilano in libreria (e parallelamente in televisione) in questi giorni, dei lanci di scrittori senza talento, delle batterie di scrittori fantasma che producono un libro come si produce uno sceneggiato televisivo, del fatto che oggi nella classifica dei bestsellers del New York Times fra i primi dieci ci siano 5 thriller e 5 romance… (nel ‘900 c’erano i Nobel e gli aspiranti Nobel che oggi fanno fatica a pubblicare)…
Buon Dio: e si domanda?

Postato martedì, 5 dicembre 2006 alle 09:49 da Renato Di Lorenzo


il novecento ha avuto un peso così importante, nel bene e nel male, che non può essere spento. è successo di più nel novecento che nei 5 secoli precedenti. se potessi, del novecento cancellerei le nefandezze, lasciandone immutato il loro ricordo… anche se l’umanità che sbaglia è sempre recidiva e la Storia finisce con l’inseguire se stessa riproponendo schemi ciclici. dal punto di vista letterario secondo me il novecento ha visto esplodere il genere romanzo che assume un ruolo che passa dall’intrattenimento all’impegno, fino al tentativo di leggere il proprio tempo con maggiore introspezione che in passato. e ciò, nonostante i discutibili vaggiti di certe avanguardie autoreferenziali che non hanno lasciato segni evidenti al di là della voglia disperata di protagonismo fine a se stesso.

Postato martedì, 5 dicembre 2006 alle 11:04 da gigi


Tra le milioni di cose che del Novecento non potremo mai dimenticarci o fare a meno, ne galleggia una, sempre viva ma sempre da far affogare senza riuscirci mai del tutto: la censura!!!

Postato martedì, 5 dicembre 2006 alle 15:44 da gabry conti


Prima cosa a Spartacus: d’accordissimo su D’Arrigo.
Cosa salvare del Novecento? Il welfare, il voto alle donne, la pillola, il rock, il jazz, i Peanuts, Julio Cortazar, Stanlio e Ollio, Primo Levi, Simenon, Carver, Mohammed Alì, Corto Maltese, Philip Dick, Fenoglio, Pirandello, Martin Luther King, Mandela, Salvo D’Acquisto, Vargas Llosa, la Pantera Rosa, Previti in galera. Ma potrebbero essercene tantissime/i altri.

Postato martedì, 5 dicembre 2006 alle 17:52 da luciano / il ringhio di Idefix


Anche se il linguaggio è orribile, ti comunico che: “ti ho linkato con un post sul mio blog”

Postato martedì, 5 dicembre 2006 alle 18:16 da luciano/il ringhio di Idefix


Ehi Luciano. Grazie per link e per il tuo ottimo contributo.

* * *

Inserisco il pensiero dell’ottima scrittrice napoletana Antonella Cilento (che presto coinvolgerò qui a letteratitudine) sull’eredità del Novecento letterario.

“Credo che l’eredità più consistente sia nella frammentazione e nell’univocità delle esperienze: soprattutto in Italia, ogni autore del Novecento risulta autoconclusivo, penso a Gadda, a Calvino, a Landolfi, a Svevo, giusto per fare i primi nomi che mi vengono in mente. Per ciascuno di loro il concorso era definito e definitivo: niente più spazio alla sperimentazione linguistica, niente più spazio all’invenzione… Mentre nei paesi di lingua inglese, per esempio, grazie all’antica tradizione del romanzo, più gli autori sono grandi e maggiore è il lascito in termini di tradizione e di ampliamento di spazi, in Italia la tradizione risulta angusta perché non si propone di allargare le possibilità ma di esaurire gli spazi narrabili. Ovviamente, ti sto parlando solo di una forma, quella narrativa, diverso sarebbe ma con altrettanti problemi parlare della poesia: mi attengo all’ambito che mi interessa davvero. Dopo Stevenson, che è stato forse uno degli autori più grandi della modernità, uno che era capace di passare da Lo strano caso del Dottor Jekill a L’isola del tesoro senza imbarazzi narrativi, per intenderci, c’è stato comunque spazio per autori straordinari. L’Ottocento italiano ha lasciato invece molto meno al nostro Novecento e il Novecento lascia ancora meno a noi. Paradossalmente, le esperienze d’inizio secolo forse hanno un peso più grande nella formazione generale delle idee narrative: se leggo Svevo ho un’impressione di contemporaneità assai maggiore che se leggo un autore recentissimo o contemporaneo. Il rischio dell’eredità novecentesca è di produrre maniera e non ampliamento di spazi. D’altro canto, tendono ad essere dimenticate grandi esperienze narrative come quelle di Riccardo Bacchelli, per esempio, o di Elsa Morante e Anna Banti, che finiscono in certe letterature ancora nello spazio “femminile” (vedi Ferroni), mentre in certi casi l’unico vero romanzo italiano nel Novecento lo hanno fatto le donne che per tradizione sono quelle che lo leggono di più, dal Cinquecento ad oggi.
E’ impossibile essere esaustivi su questo argomento…
(…)
Sono tre le letture più importanti della mia formazione: Pier Vittorio Tondelli, letto a vent’anni, e su cui ho finito per scrivere anche la mia tesi di laurea in tempi in cui Tondelli non era ancora una moda afflitta da epigonismo; Anna Maria Ortese, letta a scuola ad undici anni, la cui scrittura è un marchio a fuoco, indelebile; Anna Banti, letta più tardi, verso i tredici, ma molto, molto amata.
Sono tre nomi molto distanti per esperienze e idee di letteratura ma credo che siano le tre voci italiane del Novecento che mi interessano di più: Tondelli per la ripresa capacità affabulatoria del romanzo che alla fine degli anni Settanta giaceva dimenticato e per la sensibilità sottilissima del suo libro più bello, Camere separate; l’Ortese perché le sensazioni, le emozioni e le parole che ha raccontato e detto su Napoli sono tutto quello che c’era da dire e non si può che farle eco: la Napoli tragica, quella sotterranea e spaventosa, quella dei piccoli e dei deboli, quella vicina al Romanticismo tedesco anche se immersa nel sole, quella che insomma viene dalla grande tradizione di Boccaccio e di Basile, è l’unica che veramente mi interessi raccontare e continuare a leggere; la Banti, infine, perché è una grandissima narratrice d’ambiente, la nostra Yourcenar, di cui dopo anni continuo ad amare sopra ogni altra cosa “Tela e cenere”, un racconto lungo che narra di un quadro sconosciuto del Caravaggio che passa di casa in casa portando disgrazia attraverso i secoli, fino a finire incenerito nello studio di un miliardario texano. Mi accorgo di non riuscire a scrivere altro nei miei racconti e nei romanzi che questa storia, quella della Banti letta appunto a tredici anni.”

Fonte: il sito web “Parola di donna”: http://www.paroladidonna.net
Link completo: http://www.paroladidonna.net/CilentoA.html

Postato martedì, 5 dicembre 2006 alle 20:21 da Massimo Maugeri


Molto bene, Luciano Comida.
Allora attendiamo che Maugeri apra l’argomento su Stefano D’Arrigo e poi potremo dare fiato alle trombe.

Postato martedì, 5 dicembre 2006 alle 22:30 da Spartacus


Del 900 ci restano e continuano anche le filastrocche-barzelletta di Totti…che finiscono anche con l’uso del sinonimo di fondo schiena…e tutti ridono…ma se quelle si vendono e da qui sfamiamo gli extracomunitari e molti affamati,ben venga un tipo di “letteratura” simile. Che male fa?
Ecco, senza limite indicare i nomi di coloro che hanno fatto grande il 900, senza limiti i limiti che ogni secolo porta con se’ e senza limiti i vantaggi. Difficile riuscire a fruire dei vantaggi che le tecnologie più avanzate ci consentiranno di ottenere.Se non si fosse capito, c’è una cosa grande da considerare: vincere le malattie dello scorso secolo e di questo ha nuove orizzonti, nel ‘900 si combattevano i tumori e i processi neoplastici contrastando anche ciò che non era nemico della vita, cioè anche le cellule buone soccombevano alla devastante sterminio di alcune terapie in uso, oggi si è capito e sta sempre più individuando la nuova strada per cure che individuano il male nell’essenza, il modo di esistere delle cellule cancerogene studiandone ed individuandone il processo evolutivo e contrastarlo al massimo. E vi sembra poco come eredità, ma credetemi se non ci fossero state tanti vittime sul cammino della medicina oncologica non saremmo approdati a queste soluzioni. Quindi del ‘900 sicuramente portiamo dentro di noi la massima riconoscenza per chi sottoponendosi a cure anche sperimentali ha aiutato il progresso scientifico in tal senso.Ecco perchè una volta, tanti anni, mi venne da dire, che si impara molto più da un morente che da tante persone che vivono senza saperlo.Il ‘900 non è stato un secolo buio, ma un tempo di semina, del buono e del meno buono…ma tutto da ricordare e da considerare.

Postato martedì, 5 dicembre 2006 alle 23:21 da gabry conti


Del 900 ci restano e continuano le filastrocche-barzelletta di Totti…che finiscono magari con l’uso del sinonimo di fondo schiena…e tutti ridono…ma se quelle si vendono e da qui sfamiamo gli extracomunitari e molti affamati,ben venga un tipo di “letteratura” simile. Che male fa?
Ecco, senza limite indicare i nomi di coloro che hanno fatto grande il 900, senza limiti i limiti che ogni secolo porta con se’ e senza limiti i vantaggi. Occorre riuscire a fruire dei vantaggi che le tecnologie più avanzate ci consentiranno di ottenere.Se non si fosse capito, c’è una cosa grande da considerare: vincere le malattie dello scorso secolo verso nuovi orizzonti. Nel ‘900 si combattevano i tumori e i processi neoplastici contrastando anche ciò che era nemico della vita, anche le cellule buone soccombevano al devastante sterminio di alcune terapie in uso, oggi si è capito e si sta sempre più individuando la nuova strada per cure che individuano il male nell’essenza, il modo di esistere delle cellule cancerogene studiandone ed individuandone il processo evolutivo e contrastarlo al massimo. E vi sembra poco come eredità, ma credetemi se non ci fossero state tanti vittime sul cammino della medicina oncologica non saremmo approdati a queste soluzioni. Quindi del ‘900 sicuramente portiamo dentro di noi la massima riconoscenza per chi sottoponendosi a cure anche sperimentali ha aiutato il progresso scientifico in tal senso.Ecco perchè una volta, tanti anni, mi venne da dire, che si impara molto più da un morente che da tante persone che vivono senza saperlo.Il ‘900 non è stato un secolo buio, ma un tempo di semina, del buono e del meno buono…ma tutto da ricordare e da considerare. E un grazie ai tanti ricercatori che incuranti degli ostacoli e delle rinunce continuano il cammino per il quale ognuno di noi dovrebbe tifare.

Postato martedì, 5 dicembre 2006 alle 23:29 da gabry conti


La storia, intesa come disciplina di studi, è fatta anche di definizioni: espressioni sintetiche che consentono di illustrare con poche parole le peculiarità di un’epoca. È quindi sua consuetudine cercare di catturare i tratti salienti di un determinato periodo e riassumerli in una formula il più possibile esplicativa. Nessun secolo è stato però oggetto di definizioni così numerose e spesso discordanti come quello appena trascorso. Forse a causa dell’accelerazione che la Storia, questa volta intesa come succedersi di eventi la cui concatenazione determina il cammino dell’uomo sulla terra, ha indubbiamente subito negli ultimi cento anni, gli studiosi che hanno dedicato la loro attenzione allo scorso secolo hanno sentito il bisogno più di altri di condensare in “fotografiche” definizioni l’interpretazione da loro attribuita al turbine di avvenimenti che ha rivoluzionato il mondo in un così breve arco di tempo. Tra le molte proposte, una di quelle che ha certamente fatto maggiormente parlare di sé e acceso i più infervorati dibattiti è stata quella dello storico inglese Eric Hobsbawm che ha creduto di poter sintetizzare la caratterisitica qualificante del Novecento nell’ormai celebre espressione “secolo breve”. Convinto del preminente ruolo del comunismo per una corretta indagine sul secolo passato, egli ne limita cronologicamente i termini tra il 1917, anno della rivoluzione bolscevica in Russia, e il 1991, anno della definitiva scomparsa dell’impero sovietico. Marxista di formazione, comunista non pentito, Hobsbawm ha ricevuto numerose critiche principalmente basate sull’accusa di un eccessivo soggettivismo che sarebbe alla base della sua analisi. A chi desiderasse sapere come risponde l’ottantacinquenne intellettuale britannico, consigliamo la lettura della sua autobiografia, da pochissimo pubblicata in Italia da Rizzoli, dal titolo “Anni interessanti”: un viaggio che ripercorre le tappe cruciali della sua lunga esistenza, per altro così intimamente legata ai grandi eventi del secolo da trasformare il libro in un altro volume della sua opera di studioso, in cui, senza alcun atteggiamento autoassolutorio, chiarisce le scelte e le posizioni di tutta una vita.

Molte altre tuttavia sono state le denominazioni che gli storici hanno utilizzato per descrivere il nostro recente passato. Numerosi sono per esempio coloro che individuano la tipicità del XX secolo nelle sue laceranti ambiguità. Marco Revelli, nel suo saggio “Oltre il Novecento”, lo definisce come “secolo dell’ambivalenza”: si noti però che, pur muovendo da un punto di partenza diverso da quello di Hobsbawm, anch’egli finisce per riconoscere, sebbene con ben altra valenza, l’assoluta centralità dell’esperienza comunista. A suo giudizio, infatti, il comunismo può essere assunto a simbolo del XX secolo, in quanto, in un’epoca di antinomie, esso incarna il massimo paradosso della storia contemporanea: nato dall’aspirazione a riscattare l’uomo dalla natura di merce, ha finito per generare un universo composto da uomini sostanzialmente ridotti alle loro funzioni produttive. Su una linea interpretativa simile si colloca l’analisi di Lucio Villari che, nel suo volume “L’insonnia del Novecento”, parla di “secolo delle contraddizioni”: tra le molte da lui individuate, quella a suo giudizio più significativa è la simultaneità del trionfo dei valori del capitalismo e dell’industrialismo e al contempo dello sviluppo di una forte riflessione critica su tali valori proprio da parte dei loro stessi sostenitori e divulgatori, vale a dire i borghesi. Villari sottolinea poi come tale forma di autocritica si sia però estremamente ridotta sul finire del secolo, lasciando spazio a un predominio incontrastato del nuovo ideale del mercato e della mercificazione dell’esistenza, ed evidenzia il rischio del pericoloso abisso verso cui l’uomo si sta dirigendo se non vi saranno segnali di risveglio di quell’autocritica borghese.

A giudizio di altri eminenti studiosi, il secolo da poco trascorso si caratterizza invece per un costante e progressivo accentuarsi della dimensione globale della storia. Così Marcello Flores, nel saggio dall’esplicativo titolo “Il secolo-mondo”, individua i primi segnali della globalizzazione che caratterizzerà tutto il Novecento fin dai primissimi anni: istituisce infatti un parallelo tra l’odierna situazione di conflitto tra l’Occidente e l’Islam radicale e quella di inizio secolo quando un’analoga contrapposizione si verificò tra l’Occidente e i Boxer, la setta oltranzista che tentò, fallendo, di sottrarre la Cina all’influenza occidentale. La progressiva interdipendenza nella storia dei cinque continenti è anche il tratto caratteristico dell’analisi di un altro importante studioso italiano, Giuliano Procacci: nella sua “Storia del XX Secolo” l’autore, con un impianto analitico fortemente originale, strettamente ancorato alla sequenza diacronica degli avvenimenti e scevro da pregiudizi interpretativi, ripercorre gli ultimi cento anni della nostra storia dimostrando come l’attuale e tanto discussa globalizzazione sia un fenomeno con origini lontane.

Se in questi ultimi autori non troviamo espliciti riferimenti critici all’opera di Hobsbawm, c’è invece chi apertamente dissente dalle tesi dello storico inglese. Così Valerio Castronovo che nel suo “L’eredità del Novecento”, approfondito saggio di taglio prevalentemente economico, ribalta il giudizio di Hobsbawm e parla del Novecento come di un secolo “più lungo” e “più largo” dei precedenti, che sta anzi trasmettendo i propri lasciti anche all’inizio di questo terzo millennio. Così anche Jean-Jacques Rosa – “Il secondo XX secolo” – che propone un’originale suddivisione del secolo in due periodi che non rispettano i tradizionali limiti cronologici: il primo XX secolo – che parte dalla seconda rivoluzione industriale degli anni Ottanta dell’Ottocento e giunge fino alla Seconda guerra mondiale e alle sue drammatiche conseguenze – e il secondo XX secolo, che lo studioso racchiude tra gli anni Sessanta e il crollo dell’URSS con il conseguente generalizzato declino della grande organizzazione a vantaggio della piccola dimensione.
In aperta polemica con Hobsbamw è anche l’impostazione del volume “Storia, verità, giustizia. I crimini del XX secolo” che, sottolineando la superficialità di un’indagine che identifichi nella sua supposta brevità la caratteristica del Novecento, mette in risalto invece l’inedita intensità e complessità degli avvenimenti che lo hanno contraddistinto. Quest’antologia di saggi si pone così come una sorta di libro nero del secolo che ne raccoglie, a futura memoria, gli indicibili orrori: non solo quelli generati dai due massimi totalitarismi, il nazismo e il comunismo, a cui è dedicato il bellissimo saggio di Todorov “Il secolo delle tenebre”, ma anche tutti gli altri perpetrati in ogni angolo del pianeta.
Questo volume rappresenta per altro una tendenza diffusa nella storiografia: quella di esaminare il passato da un’ottica specifica. Sulla stessa linea possiamo citare, tra gli altri: “Il secolo dei campi”, a proposito di definizioni, che traccia una storia del Novecento attraverso la storia del sistema concentrazionario; “Dagli imperi militari agli imperi tecnologici”, storia del XX secolo dal punto di vista delle relazioni internazionali che ben evidenzia, pur con un occhio di riguardo eccessivo nei confronti degli USA, il progressivo declino delle potenze europee e l’irresistibile ascesa statunitense; “Il Novecento. Un’introduzione”, testo di Massimo Salvadori che rinuncia all’impostazione diacronica e si focalizza invece sull’analisi di alcuni nodi problematici dello scorso secolo.
È certamente impossibile esaurire in poche pagine un argomento così ampio, speriamo tuttavia di aver suggerito dei validi testi per avviare una riflessione sul nostro recente passato per essere così meglio preparati ad affrontare il prossimo futuro.

Alessandro de Virgiliis

FONTE: BOL.IT: http://www.bol.it/libri/ms?id=000561

Postato mercoledì, 6 dicembre 2006 alle 10:54 da cicerone


Del Novecento letterario si potrebbe tranquillamente fare a meno della “gioventù cannibale” (e derivati) sulla quale propongo di spegnere al più presto la luce e stendere un velo pietoso.

Postato mercoledì, 6 dicembre 2006 alle 12:26 da Mark


Mark, guarda che dalla gioventù cannibale (intesa in senso lato e non solo con riferimento alla celebre raccolta di racconti Einaudi) sono usciti nomi di un certo rilievo: come Ammaniti, Nove, Scarpa, Culicchia, Santacroce, Vinci, Nori, Pinkets. Probabilmente nessuno di questi vincerà mai il Nobel per la letteratura, ma spegnere la luce e stendere un velo pietoso mi pare un po’ eccessivo.

Postato mercoledì, 6 dicembre 2006 alle 13:59 da Elektra


Del Novecento,contando sulla Memoria,resta tutto. Da buttare la politica e il pensiero Facile. Da salvare quel che resta di Dio.

Postato mercoledì, 6 dicembre 2006 alle 15:26 da Miriam


Spartacus: qua la mano e viva D’Arrigo. E se ti va passa a trovarmi sul mio faziosissimo blog.

Postato mercoledì, 6 dicembre 2006 alle 16:42 da luciano / il ringhio di Idefix


Spartacus: qua la mano e viva D’Arrigo. E se ti va passa a trovarmi sul mio faziosissimo blog.

Postato mercoledì, 6 dicembre 2006 alle 16:43 da luciano / il ringhio di Idefix


Ho letto con interesse il contributo di Paris sull’inutilità o meno del novecento e i vs. appropriati commenti.
Condivido tutto, ma perchè pensare di cestinare un periodo della propria Storia? No, nulla va perso, nulla rinnegato il novecento dal punto di vista letterario per esempio ha avuto grande rilevanza (penso a verga pirandello jovine ungaretti etc…)e questo solo per fermarsi ad un aspetto. Io credo che ogni periodo della storia come ogni periodo della proprua vita serbi grandi potenzialità, forse quello che ci si può rimproverare ma col senno di poi e di non averle sfruttate al massimo.E poi miei cari nel novecento ono nata io…grande secolo!!!!
Alina

Postato mercoledì, 6 dicembre 2006 alle 16:58 da alina


Più che il Novecento, che per altro è l’unico scritto di Baricco che apprezzo, cancellerei questi primi sei anni di inizio millennio. Mi viene in mente la commissione
Mitrokhin. Questa sì, che sarebbe una pagina da ripassare tutta col Bianchetto. E’ vero che il così detto ‘edonismo reganiano’ ha radici più antiche, nasce infatti negli anni ottanta, però dal duemila in poi ci ha soffocato di presenze disposte a tutto pur di apparire, di esserci, di blaterare a vanvera. Mai come dagli inizi di questo secolo i nostri politici sono stati più qualunquisti, mai come adesso i nostri intrattenitori tv più ‘mezzecalze’, mai come adesso i ‘Padroni del mondo’ più impenitenti ed assassini. Per parafrasare il simpatico Mark di questo blog, direi che sì, possiamo tranquillamente fare a meno della gioventù cannibale, a patto però di fare i conti con la senilità della malafede. La politica attempata del nostro paese, tranne alcune rare eccezioni, sembra indicare una via assai oscura, fatta per lo più di piccoli interessi egoistici, capelli trapiantati a dura forza, e biacca da saltimbanchi atta ad occultare le magagne.
Personalmente ricordo con affetto quella minuscola fetta di Novecento cui ho preso parte. Dell’altra parte, quella precedente, quella più sostanziosa, ho un enorme rispetto ma non solo questo. Mi sorprendo a pensare che dagli anni sessanta in poi qualche ‘matto scriteriato’ si era messo in testa che la guerra non andava fatta, che l’Africa dovesse appartenere agli africani, che il power andasse indirizzato to the people. Ecco, mi basta pensare a questo per buttare la gomma da cancellare e sperare che alla gente torni presto la memoria.

Postato mercoledì, 6 dicembre 2006 alle 19:49 da Nessie


per me il Novecento e` tutto buono o tutto cattivo a seconda che si guardi il gigantesco progresso tecnico-scientifico (buono), le realizzazioni artistiche (buone) o il detestabilissimo e tristissimo avanzare dello strapotere dei governi nazionali.
Fascismi, nazismi, comunismi, tasse, censura, propaganda, restrizioni di ogni tipo alla liberta`.
Si esulta per Schenghen che ci fa viaggiare in tutta Europa senza formalita`. Ma quali formalita` vi erano nel 1899? Si esulta per il WTO che ci permette bonta` sua di commerciare con tutto il mondo o quasi. Ma ce lo ricordiamo che nel 1700 la Gran Bretagna investiva piu’ all’estero che in patria?
Da questo punto di vista il 900 e` stato esecrabile.
L’avanzata mostruosa degli stati nazionali. Speriamo tanto che il 2000 ne veda un drastico ridimensionamento.

Postato mercoledì, 6 dicembre 2006 alle 20:47 da andrea


Cara Elektra, perché sei così pessimista sulla possibilità che un cannibale ( o ex cannibale ) possa vincere il Nobel? Mai dire mai, cara. Mi immagino già la scena. Un’Isabella Santacroce vestita in maschera da cat-girl (o se la vede lei come) che si avvicina all’accademia svedese per ricevere il alto riconoscimento mondiale in ambito letterario.
A proposito… chi è Pinkets?
Forse Andrea G. Pinketts?

Postato mercoledì, 6 dicembre 2006 alle 21:57 da Mark


Estraggo un brano dalla bella antologia “L’anno che verrà”, curata da Luigi La Rosa e appena pubblicata dalla Bur. (Prossimamente coinvolgerò Luigi La Rosa qui a Letteratitudine, come già preannunciato per Antonella Cilento).

Il brano si trova a pag. 120 ed è di Margherita Hack, tratto da “L’amica delle stelle”.

“È stato il secolo della conquista dello spazio, dell’uomo sulla Luna, dell’avverarsi delle fantasie di Verne e Wells. Siamo passati dalle carrozze a cavalli ai Concorde, dal giro del mondo in ottanta giorni a quello in venti ore. È stato il secolo dei progressi della medicina e della biologia, dei trapianti, delle madri ultrasessantenni, delle clonazioni. Siamo apprendisti stregoni che potranno fare un gran bene a tutti i viventi o addirittura distruggere il pianeta. Nel bene e nel male abbiamo vissuto in un secolo straordinario”.

IMPORTANTE
Vi anticipo che domani rivelerò l’identità della fantomatica Nessie (e lo farò sull’altro post: quello sulla grande distribuzione). Ebbene sì; ho sguinzagliato i miei investigatori letterari (veri e propri 007 della carta scritta, stampata e pubblicata) e sono arrivato a delle conclusioni inoppugnabili. Tanto per cominciare conosco il titolo del suo libro e il nome dell’editore che l’ha pubblicata (sì, vi confermo che Nessie è donna). Ma ne riparliamo domani.

Postato giovedì, 7 dicembre 2006 alle 00:36 da Massimo Maugeri


Cosa salvare del Novecento? Il novecento tutto, a cominciare da “Novecento” di Bertolucci;la “novecentesca Oceano Mare” di Baricco; Baricco, il nuovo barbaro che avanza; Eco, il vecchio barbaro, la più dolce cariatide che un secolo abbia avuto come sostegno; Gramsci, una deità che senza il fascismo sarebbe stato un grande poeta e un narratore finissimo, sicuramente avrebbe diretto il “Corsera”; il fascismo, senza il quale non ci sarebbe stata la catarsi (avremmo fatto a meno dei morti)e la scoperta che i traditori della storia sono come un pettine di discrimine, senza il quale è difficile comprendere bene e male;”Le ragazze di San Frediano”,senza dimenticare i “ragazzi di Firenze del ‘66″ e quell’”Umida bellezza in bianco e nero”; quel che restava del “Bianco & Nero e i film’s dal colore immaginario. Il Novecento…diavolo ma ci rendiamo minimamente conto di quale pentolone ha scoperchiato il nostro amico? Il novecento. Marcello Mastoianni, la poesia della voce e del viso unita in un sogno collettivo;Pavese-Pivano; la “Beat Generation” di Allen Ginsberg e i beat generator: I Beatles,Eleanor Rigby e lo spinello fumato nei w.c. di Bukcingham alla proclamazione di quattro rockettari, come Sir alla corte di San Giorgio!
Un giullare comunista premio Nobel dei buffoni e dei guitti,cosa potrebbe fare di fantastico questo inizio di millennio? Nominare Dario Fò presidente della repubblica o segretario generale dell’Onu?:se il secolo primo del secondo millennio, dovesse solo ripetere alcuni di questi fatti sarebbe un successo strepitoso.
Poi qualcuno cerca l’aulicità, il barocco (e qui ha ragione Baricco)senza rendersi conto che noi, che già ci identifichiamo coi “Nuovi Barbari” del piemontese mediatico, stiamo volando in superfice nel definire “Poesia” Faber (…anche se non ve ne siete accorti, siete lo stesso coinvolti…)o De Gregori (…io unico figlio biondo quasi come Gesù…avevo pochi anni/e vent’anni sembran pochi…), abbandonando quello che di brutto avevamo ereditato del ‘900, le sue cornici similoro, la sfrontatezza inutile dell’avagarde “Pittorico/musical/linguistica, sovrapponendone la bellezza della comunicazione in internet, che in questo momento ci permette di cazzeggiare, commentare,sfruguliare la storia, mentre una cronaca feroce ci gira intorno e domattina sarà anch’essa storia.
Ora ho sonno, al resto ci penserò domani, domani è un’altro giorno:ma, qualcuno si è permesso di buttare “Via col vento?

Postato giovedì, 7 dicembre 2006 alle 00:54 da Francesco Di Domenico


Ringrazio tutti voi di cuore per i vostri contributi e ne approfitto per augurarvi un buon fine settimana.
Credo che difficilmente riuscirò a proporre un nuovo post prima di domenica. In ogni caso, questo sul Novecento rimane aperto. È un argomento che mi sta molto a cuore, dunque vostri ulteriori contributi sarebbero graditissimi.

Postato venerdì, 8 dicembre 2006 alle 12:56 da Massimo Maugeri


Carissimi amici,
in questi vostri interventi è stato detto moltissimo su questo argomento d’importanza così capitale, salvo forse una cosa, che mi sta particolarmente a cuore:nel Novecento la forma letteraria che più di tutte ha fatto le spese del processo di frammentazione della realtà e di graduale perdita delle grandi certezze condivise (l’avvento del cosiddetto “pensiero debole”) è stata, secondo me, la poesia. Prima di dire come la penso io, mi piacerebbe leggere la vostra opinione in merito.
A presto

Postato venerdì, 8 dicembre 2006 alle 14:50 da Elio


Carissimo Elio, il tuo spunto mi pare davvero molto interessante.
Rilancio il post inserendoun po’ di “informazioni” sul c.d. pensiero debole. Dopodiché se non dovessero esserci interventi da parte di altri mi piacerebbe molto conoscere il tuo punto di vista. A presto!

PENSIERO DEBOLE
Il pensiero debole è un’accezione usata in filosofia per indicare una crisi dei valori di grande riflessione nel modo in cui è stata riscontrata a partire dalla metà del XX secolo.
ORIGINE DEL PENSIERO DEBOLE
La definizione di pensiero debole, in opposizione al pensiero forte tipico di concezioni politiche (marxismo) o religiose (cristianesimo) particolarmente permeanti, è stata introdotta da Gianni Vattimo, uno dei maggiori esponenti del pensiero filosofico postmoderno in Italia e in Europa.
Il pensiero debole è figlio della crisi delle ideologie e della razionalità storica (il marxismo in primo luogo), e prende le mosse dall’interpretazione tradizionale introdotta da Friedrich Nietzsche e Martin Heidegger.
MOTIVAZIONI DEL PENSIERO DEBOLE
Il pensiero debole si presenta come una forma particolare di nichilismo e parte dall’assunto che con le filosofie di Nietzsche e Heidegger (in particolare del secondo Heidegger) si sia attuata una crisi irreversibile delle basi cartesiane e razionalistiche del modo di filosofare, stravolgendo quindi il pensiero così come si era sviluppato durante l’età moderna.
Tratti comuni delle filosofie dell’era moderna, tutte figlie della tradizione del pensiero greco e della Weltanschauung (visione del mondo) giudaico-cristiana (razionalismo, empirismo, kantismo, idealismo, positivismo, marxismo, storicismo nonché le loro ultime filiazioni moderne, come il pragmatismo, il positivismo logico, la filosofia analitica, il razionalismo critico, lo strutturalismo), sono caratterizzate a seconda di pensatori e correnti:
• dalla presenza di un ruolo forte del soggetto, sia sul piano dell’etica, sia sul piano della conoscenza;
• dal binomio essere-verità, intendendo l’essere come fondamento forte di tutto ciò che è e la verità come sua manifestazione e autoevidenza;
• dall’ottimismo di fondo circa la governabilità, la prevedibilità, la logicità e la teleologia (fine ultimo) della storia, destinata a incanalarsi lungo tendenze e stadi ben definiti e trasparenti all’occhio del filosofo e dello storico, fino al compimento ultimo della sua finalità intrinseca;
• dalla distinzione (tipica dello storicismo), in ambito scientifico, fra la spiegazione razionale (in tedesco, Erklärung) basata sul riscontro empirico del fenomeno (propria delle scienze naturali) e l’interpretazione (Verstehung) basata sull’idem sentire, sulla congenialità, sulla “simpatia” (tedesco mitfühlen, greco sym-patheia), sul coinvolgimento comunicativo, sull’interesse rispetto all’oggetto di cui si occupa (propria delle cosiddette scienze dello spirito come la filologia).
Un primo caposaldo del pensiero debole è fornito dall’interpretazione vattimiana del concetto nietszcheano di Übermensch, citato nell’opera fondamentale Così parlò Zarathustra (Also sprach Zarathustra): esso viene per tradizione inteso come “Superuomo”, ovvero un uomo superiore che si è liberato dall’asservimento alle etiche tradizionali del perfezionamento e dell’obbedienza a Dio, considerate da Nietszche un “equivoco”. Vattimo, con sottile operazione filologica, ridefinisce l Übermensch come “Oltreuomo”: si concepisce un soggetto diverso, non più sobbarcato dal peso della responsabilità, potenzialmente colpevolizzato da etiche intolleranti, totalizzanti o totalitarie. Con Nietzsche si è andati oltre la definizione tradizionale di uomo e di umano, e il soggetto è indebolito sul piano dell’ontologia e dell’etica.
L’Übermensch non è più il soggetto forte del Cristianesimo, estraniandosi dunque dal concetto di uomo dotato di libero arbitrio, sempre capace di scegliere, sempre potenzialmente colpevole e sempre punibile da Dio come peccatore. L’Oltreuomo assume, accetta e fa proprio, col suo amor fati, il destino e la destinazione (Geschick) di tutto ciò che accade nella natura e nella storia, e in generale nella sua esistenza.
Di qui il concetto di deriva destinale dell’essere, concepito non più come base solida, fondata e fondante, come il monolite autoevidente di Parmenide; l’essere, per Vattimo, appare esso stesso indebolito e poroso, sempre reinterpretabile e sempre diversamente reinterpretato. La necessità assoluta dell’universo di Nietszche, soggetto all’eterno ritorno, viene indebolita con Vattimo, mediante l’intersezione con il pensiero filosofico dell’ultimo Martin Heidegger.
In Essere e Tempo (Sein und Zeit), Heidegger infatti:
• definisce l’esistenza umana, cioè l’esserci (Da-sein) come una progettualità determinata da qualcosa che le è esterno, cioè dalle circostanze esteriori dal suo essere e dal suo esistere (“L’esserci è il progetto gettato in cui a progettare non è l’esserci ma l’essere stesso”);
• caratterizza l’essere come connotato di una sostanziale deriva imprevedibile, un’erranza che connota l’essere stesso come una causalità negativa.
Secondo Heidegger le ideologie dei grandi progetti storici quali marxismo o cristianesimo sono fondamentalmente inautentiche, in quanto eludono il problema dell’annullamento finale dell’esserci come deriva ed erramento propri della condizione dell’essere. La deriva destinale di Vattimo nasce in fondo a un ripensamento incrociato della necessità dell’universo di Nietzsche e dell’erranza proprie dell’ultimo Heidegger.
Strettamente collegato all’indebolimento del soggetto (de-responsabilizzato e de-colpevolizzato, in una tollerante accettazione della deriva destinale dell’esistenza) e all’indebolimento dell’essere (considerato come poroso, contraddittorio, policentrico, fondamentalmente privo di univocità, abbandonato al suo corso, al suo destino e alla sua destinazione), è l’indebolimento della teoria della conoscenza.
Già Nietszche, nelle Considerazioni inattuali (in particolare in Sull’utilità e il danno della storia per la vita e in Verità e menzogna in senso ultramorale) aveva annullato la spiegazione razionale (l’erklären, il conoscere chiaro e distinto delle scienze naturali) e ridotto il conoscere all’interpretazione. Lo stesso Heidegger identifica la conoscenza con un processo interpretativo circolare virtuoso, proprio dell’ermeneutica. Conoscere diviene pertanto una paziente e reinterpretabile lettura del tramandarsi del percorso dell’essere fino a noi (quindi, di ciò che l’essere in deriva destinale ci consegna – una tra-ditio, una paràdosi una Überlieferung), lungo un cammino segnato dalla complessità e dall’intreccio di eventi che si originano da una molteplicità di centri e si intersecano secondo principi di causalità che non sono mai unidirezionali, e appaiono di conseguenza circolari e imprevedibili.
Pertanto si comprende in che modo, storicamente, il pensiero debole si ponga come confutazione degli ottimismi storici eurocentrici, (vedi illuminismo, positivismo, marxismo), attraverso i loro risvolti di intolleranza. L’assunzione della prospettiva secondo cui l’essere è indebolito, poroso e plurivoco, porta ad ammettere che ognuno dei punti di vista esistenti (i punti di vista degli individui come quelli delle diverse civiltà) è legittimato internamente, in quanto voce di un determinato percorso storico e/o esistenziale. In altre parole, «Caduta l’idea di una razionalità centrale della storia, il mondo della comunicazione generalizzata esplode come una molteplicità di razionalità “locali” – minoranze etniche, sessuali, religiose, culturali o estetiche – che prendono la parola, finalmente non più tacitate e represse dall’idea che ci sia una sola forma di umanità vera da realizzare, a scapito di tutte le peculiarità, di tutte le individualità limitate, effimere, contingenti.»
Recentemente Vattimo ha definito il suo pensiero anche in rapporto alla rinascita dei culti religiosi, all’insegna dell’aforisma: “credere di credere”. Rifiutando l’aspetto intollerante dell’universalismo delle fedi religiose, così come le loro più radicali pretese sapienziali, le fedi stesse vengono intese come assunzioni regolative dell’esistenza, come indirizzo e destinazione delle scelte di vita dei singoli individui. Vattimo identifica, nell’idea cristiana di incarnazione di Dio nell’uomo, un’avvisaglia dell’idea di porosità, indebolimento e consunzione dell’essere.
POSIZIONI CONTRARIE AL PENSIERO DEBOLE
Nell’ambito della filosofia italiana dei giorni nostri, si oppongono alla filosofia di Gianni Vattimo e al pensiero debole diversi pensatori.
Uno di questi è Carlo Augusto Viano, fautore di una filosofia più vicina al razionalismo critico – fra l’altro, la stessa definizione di “pensiero debole” nasce dalla polemica metodologica fra Vattimo e Viano, che stigmatizza la “ragione debole” propria della postmodernità e della filosofia dell’indebolimento dell’essere e della conoscenza.
Una posizione alternativa in toto, rispetto a Vattimo, è espressa da Emanuele Severino, il quale propugna un ritorno integrale alla filosofia di Parmenide.
Quanto ai rapporti fra pensiero debole e cristianesimo, la proposta teorica di Vattimo, di una connessione fra l’incarnazione di Cristo e la porosità e l’indebolimento dell’essere, ha inoltre lasciato piuttosto freddi gli ambienti della teologia tradizionale, che accusa il pensiero debole di creare una sorta di Dio minore.
Il dibattito filosofico sul pensiero debole è ulteriormente complicato dalle implicazioni politiche che si possono estrapolare dall’indebolimento della ragione e della concezione della storia, o meglio, dalla sua volgarizzazione e dal suo uso strumentale.
Un assunto facilmente ricavabile dalla visione che il pensiero debole ha della storia e dell’interpretazione del dato storico, è ad esempio che ogni gruppo (politico, sociale, etnico etc.) può reinterpretare e riscrivere il suo passato in base all’indirizzo e alla destinazione di fondo delle sue scelte d’azione e dei suoi valori. Perciò, all’interno degli stessi movimenti filosofici della postmodernità, il pensiero debole viene criticato per il fatto che talvolta rischia di favorire, direttamente e indirettamente, alcuni dei miti deteriori affacciatisi sulla scena della storia durante l’era moderna, buttando via il bambino (quanto di positivo l’era moderna ha portato in termini di illuminismo, valori di tolleranza etc.) con l’acqua sporca (degenerazioni e deformazioni totalitarie).

FONTE: Wikipedia, l’enciclopedia libera
(http://it.wikipedia.org/wiki/Pensiero_debole)

Postato sabato, 9 dicembre 2006 alle 15:25 da Massimo Maugeri


Per me il superuomo è, per dirla con il vecchio Terenzio, un “Heautontimoroumenos”. Quanto alla poesia, essa è in grado di scavare dentro il suo nulla , in quanto strumento capace di superare la ragione e quindi di rivelare percorsi inediti e sorprendenti, come accade sempre quando si percorrono le infinite vie del cuore umano. Per questa via essa potrebbe tornare ad essere quello che era, mutatis mutandis, nell’era del pensiero forte, pur nell’estrema frammentazione delle voci poetiche nel mondo di oggi.

Postato domenica, 10 dicembre 2006 alle 09:10 da Elio


Grazie per il tuo prezioso contributo, caro Elio.

Postato domenica, 10 dicembre 2006 alle 14:29 da Massimo Maugeri


Mi piace la ricerca di un giudizio sul novecento. E’ un secolo che ho percorso quasi tutto.
Ho dedotto tante cose ma non è sulle cose che rifletto perché nel campo delle cose il cambiamento è un fatto permanente in qualsiasi epoca storica.
Nel ‘900 sono cambiate le categorie mentali. E’ cambiata la categoria “libertà” che oggi ci costringe a programmare e riprogrammare continuamente il nostro cervello ed i nostri comportamenti ed ha preparato l’uomo della contraddizione di oggi. Prima la libertà era una concessione oggi è “essere” anche se in fondo è sempre la stessa cosa perché se la libertà ci viene concessa, quando l’abbiamo ottenuta non sappiamo che farne
se invece siamo libertà è come trovarci in alto mare e non sapere dove si trova il nord.

Postato domenica, 22 giugno 2014 alle 20:36 da Anonimo



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