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Archivio di maggio 2007

giovedì, 31 maggio 2007

BALENE BIANCHE di Sabrina Campolongo

Credo che Sabrina Campolongo sia una delle abitanti del regno degli esordi letterari felici. Il suo primo libro “Balene bianche”, Di Salvo editore, sta riscuotendo un buon successo. Vi propongo, di seguito, per gentile concessione dell’autrice e dell’editore, un brano tratto dall’opera. (Massimo Maugeri)

.Balene_bianche

.

Da:  “Lei dev’essere Erica”

[…]

Trent’anni dopo. Una sera qualunque. Avevo capito subito, dalla voce di mia madre, che era successo qualcosa di grave. Anche se le sue prime parole, “Mi ha appena telefonato una sconosciuta” mi avevano portato totalmente fuori strada.

— Ha detto che Isabella è morta.

Strano, a ben pensarci, come non le fosse venuto in mente di fare alcuna precisazione.

Né che a me fosse venuto di chiedere: — Isabella chi?

Eppure, era una persona che aveva smesso di fare parte della nostra vita, oltre trent’anni prima.

Non avevo detto proprio nulla, all’inizio. Non mi era sembrato di provare alcuna emozione, come se quell’evento non riuscisse a fare breccia nella mia coscienza. L’unica sensazione era che mi si fosse asciugata la bocca.

— Come? — avevo chiesto poi.

— O…ver…dose. — aveva singhiozzato mia madre.

Solo allora la mia mano che reggeva il telefono aveva preso a tremare.

— Quella donna mi ha detto…— aveva poi ripreso, a fatica, — Che domani spargeranno le sue ceneri… Alla…alla…

— Mamma…

— Scusa… è che… Alla casa al lago, tesoro.

Dopo un’altra crisi di pianto lei riuscì a dirmi, e io a capire, che la donna stava cercando di riunire alcune persone alla casa al lago, che aveva trovato il mio numero – che era ormai soltanto quello di mia madre – tra le cose di Isabella, che lei le aveva spesso parlato di me.

— Io non ce la faccio ad andarci, Erica — aveva concluso.

Io invece in qualche modo ero lì, accanto a una donna che si era appena presentata come Lucia, e che era stata qualcosa, nella vita di Isabella, con i piedi sul prato che tante volte avevo calpestato da bambina, a guardare il tetto sfondato, le mura scrostate di quella casa che conoscevo come la mia e che ora sembrava aspettasse solo che ce ne andassimo tutti per morire come chi l’aveva occupata.

Avevo detto a mio marito che andavo al funerale di una vecchia amica. Marco mi aveva chiesto se volevo che mi accompagnasse; gli avevo risposto di no.

— Non avrebbe una sua foto recente?

Lucia scosse la testa.

— Le ho cercate, in casa, ma non le ho trovate. Immagino che le abbia bruciate prima…

Vidi che la commozione stava per avere la meglio sul suo autocontrollo.

— Mi scusi. É solo che così mi sembra di essere al funerale di una bambina. L’ultima volta che l’ho vista aveva nove anni.

La donna annuì.

— Lo so. Quella era la sua casa, vero?

— Sì. — dissi, guardandola.

Sembrava vuota, al momento, ma era in condizioni molto migliori di quella di Isabella. I nuovi proprietari l’avevano tenuta con cura. Mi chiesi se fossero sempre gli stessi: la giovane coppia alla quale mia madre aveva venduto, quell’inverno.

Non mi aveva mai dato una spiegazione soddisfacente per quella vendita. Non era stato bisogno di soldi, credo. Ho sempre pensato che non volesse rivedere Lori, dopo che era successo quello che nessuno avrebbe mai potuto immaginare. Dopo che era stato il suo, di matrimonio, a perdere l’equilibrio e a cadere, nonostante il nostro giardino perfetto, incurante dei manicaretti che lei preparava per noi, infischiandosene della sua assennatezza.

Era accaduto soltanto pochi mesi dopo quell’ultima estate.

Fu una doccia gelata per me.  Compresi troppo tardi che per un periodo avevo vissuto nel riflesso abbagliante dell’esistenza di Isabella, così accecata da non vedere più nient’altro.

La scomparsa di suo padre era tanto più eclatante del lento allontanarsi del mio, come più sfrontato era stato il suo amore; la tristezza di Lori, la rabbia di Isabella: era tutto così visibile, così drammatico. Le lacrime di mia madre, se c’erano state, erano cadute fuori dalle luci della ribalta; non ricordo di aver mai sentito i miei litigare ma, per quanto poi mi sia sforzata da allora, non riesco a ricordare una sola conversazione avvenuta tra di loro quell’estate.

La vita di Isabella aveva inghiottito la mia.

.

.

Registrai la presenza di un’auto che non conoscevo, quel pomeriggio, rientrando dalla spesa, però non mi chiesi di chi fosse, sul momento. I miei pensieri immediati gravitavano attorno al sacchetto di liquirizie che tenevo stretto in pugno come un trofeo, dopo essere riuscita a estorcerlo a mia madre. Volevo soltanto trovare Isabella (e Tomas?) per spartirci il frutto del mio lavoro.

Dirigendomi a casa sua la vidi sgattaiolare in veranda. Feci per chiamarla, ma qualcosa nel modo in cui aveva chiuso la porta dietro di sé, avendo evidente cura di non fare rumore, mi dissuase dal farlo. La vidi correre via, verso il lago e la seguii, cercando di abbreviare la distanza che ci separava. Feci in tempo a scoprirla infilarsi nel capanno dove era custodita l’attrezzatura per la pesca, nonché la famosa canoa – il capanno stesso era stato costruito per metterla al sicuro da noi, ma, dopo i primi tempi in cui era rimasto diligentemente chiuso, il lucchetto era andato perso e mai più sostituito.

Entrai nella penombra surriscaldata appena in tempo per sentirla urlare:

— Tuo padre ha messo la lingua in bocca a mia madre!

Il destinatario di quella che aveva tutta l’aria di essere un’accusa era in piedi in fondo al capanno, con un piombino in una mano e la canna da pesca nell’altra.

Accortasi del mio arrivo, Isabella mi ripeté l’accaduto. Forse restai a guardarla interdetta, forse cercai aiuto nello sguardo di Tomas. Comunque fu chiaro che non avevo capito.

— Tu non sai niente. — disse Isabella. Non come se volesse prendermi in giro, o farmelo pesare. Sembrava sconsolata, raffreddata all’improvviso dal mio mancato supporto alla sua indignazione.

— L’ha baciata con la lingua. — provò a spiegare.

— Evidentemente, anche lei ha baciato lui. — ribatté Tomas, in tono accademico.

— Non è vero!

Isabella sembrò di nuovo cercare il mio appoggio. Dovette rendersi conto, però, che ancora non avevo messo a fuoco la situazione.

— Dammi un bacio con la lingua! — ordinò allora a Tomas, spazientita. — Così può giudicare!

Tomas non sembrò troppo sconvolto dalla richiesta. Più tardi riflettei sul fatto che in quello si assomigliavano. Potevi proporre a Isabella le imprese più assurde, certa di non sentirla pronunciare frasi come “Sei pazza?”. Non che accettasse qualsiasi follia, ma quantomeno era sicuro che avrebbe analizzato la cosa.

Lo stesso fece Tomas quella volta.

— Non posso baciarti. Sei mia sorella.

— No che non lo sono!

— Va bene, sei la mia sorellastra. In ogni caso non posso baciarti. Abbiamo la stessa madre.

— Bacia lei allora.

Non ricordo se e cosa replicai. Le mie parole sono andate distrutte nell’incendio che divampò in quel momento dentro la mia testa.

Vedo però nitidamente Tomas che appoggia gli attrezzi per la pesca. Che si toglie il berretto che portava calcato sugli occhi – un particolare questo che ancora mi fa sorridere – e che si avvicina.

Ricordo le sue mani posate con fermezza sulle mie spalle. Le sue dita che stringono un po’, attirandomi verso di lui. Il suo viso inclinato che viene sempre più vicino. Poi devo avere chiuso gli occhi.

Le sue labbra erano saline del sudore che ci ricopriva tutti, nell’aria immobile e arroventata del capanno, e calde. La sua lingua ancora più calda era per un attimo scivolata sopra la mia. Per reazione le mie gambe si erano fatte di burro.

Poi era di nuovo a un palmo da me. Le sue mani erano ancora sulle mie spalle, ma non stringevano più.

— Sai di liquirizia — disse.

E, per la prima volta, mi sorrise.

Sorrisi anch’io.

Per un attimo ci dimenticammo di Isabella.

— Fate schifo!

L’offesa ci colpì come uno schiaffo.

Avremmo dovuto sentirci sdegnati, avremmo dovuto reagire con le armi che ci dava il buonsenso – dopotutto non avevamo fatto nient’altro che quello che lei aveva voluto – invece, di fronte a tanta ferocia, alla voce strozzata dal disgusto, a quegli occhi affilati d’odio, sia io che Tomas finimmo con l’abbassare lo sguardo.

Il nostro silenzio sembrò scatenare una reazione ancora più violenta. Per la prima volta da che la conoscevo la sua lingua non seppe essere tagliente. Restò a fissarci ancora qualche istante a bocca aperta, rossa in viso, stringendo spasmodicamente i pugni serrati contro i fianchi. Poi scappò via.

Tomas e io la seguimmo fuori dal capanno. Nessuno dei due credo avesse in mente di andare a cercarla. Semplicemente il fatto di restare soli ci imbarazzava.

Tornammo verso le rispettive case. Io tenevo ancora in mano il mio sacchetto di liquirizie. E sorridevo. Il fatto che Isabella ce l’avesse con me mi avrebbe gettato nello sconforto più nero, in un altro momento. Ora invece mi sentivo gonfia di qualcosa di dolce e frizzante. E avevo voglia di restare sola nella mia camera, per ripensare a quello che era successo.

Non potevo immaginare che quel tempo passato sul mio letto a ridere da sola e a guardare il soffitto era tutto quello che mi sarebbe rimasto, per fare la pace con Isabella. E per stare con Tomas.

Mia madre mi chiamò poco prima dell’ora di cena – le avevo detto che avevo un po’ di mal di pancia e lei aveva dedotto che ci fossimo mangiate tutte le liquirizie che invece avevo nascosto in tasca – dicendomi che Isabella voleva salutarmi.

La notizia mi sorprese piacevolmente. Non mi interrogai sull’uso del verbo salutare, lo intesi come se avesse voluto dire “parlarmi”. Mi precipitai giù per le scale.

Mi bloccai nell’atrio, vedendoli tutti e tre: Lori, ben vestita e truccata e Isabella e Tomas, con addosso gli abiti da città.

— Erica, Isabella deve tornare a casa prima, quest’anno. — spiegò mia madre, leggendo il mio sconcerto — É venuta a salutarti.

Isabella abbassò lo sguardo, come a smentire quell’affermazione. Lori provò a spingerla verso di me, inutilmente. Poi venne ad abbracciarmi, sfoggiando un sorriso teso.

— É solo arrabbiata perché non vuole tornare a casa. — mi sussurrò, sempre china su di me.

Poi si avvicinò Tomas. Lori gli scoccò un’occhiata sorpresa, prima di farsi da parte.

— Ciao.

— Ciao.

Per un attimo restò ancora davanti a me, forse chiedendosi come poteva salutarmi. Io abbassai il viso, terrorizzata all’idea che pensasse di abbracciarmi, o, chessò, di baciarmi, davanti a mia madre.

Ovviamente non lo fece.

La sua mano si tese a stringere la mia, un gesto che le due madri trovarono molto divertente. — Come siamo formali!

Tomas approfittò della distrazione generale per farmi scivolare una carezza leggera sul palmo.

Prima di andarsene, Lori mi porse un pacchettino infiocchettato.

— É per il tuo compleanno. Mi spiace che non possiamo fermarci abbastanza per festeggiare assieme, quest’anno. Spero ti piacerà lo stesso. L’ha scelto Isabella sai… L’ha visto in vetrina e non ha voluto prendere in considerazione nient’altro!

— In realtà, anch’io penso che sia perfetto per te. — aggiunse.

Poi non c’erano più. Partiti. Sopra l’auto sconosciuta cui avevo dato così poca importanza, quel pomeriggio. Con lo sconosciuto che aveva baciato Lori in quel modo – e che, a quanto pareva, era il padre di Tomas – che li aspettava già seduto al posto di guida.

Seguirono giorni di dolorosa inerzia. Un’altra volta mi ritrovavo sola nella casa al lago, quell’estate, ma se la solitudine iniziale era stata illuminata dall’attesa dell’arrivo di Isabella, questa nuova portava i colori tetri di un abbandono.

Ogni filo d’erba mi parlava della loro assenza. Bastava una buca abbandonata, il rumore del vento tra le canne, l’odore dolciastro dell’acqua bassa sulla sponda, a spingermi un peso sul petto che mi mozzava il respiro. Mi trascinavo di qua e di là tentando di sfuggire allo sguardo e alle domande di mia madre, in cerca di angoli inesplorati, di luoghi che non portassero il ricordo di Isabella, o di Lori, o di Tomas. Alla fine trascorsi i miei ultimi giorni di vacanza chiusa nella mia stanza. Guardando il braccialetto che mi tintinnava al polso, il regalo di Isabella che mia madre aveva deciso di darmi in anticipo, sperando di alleggerire il mio umore. Una semplice catenella d’oro. Appesi c’erano un orsacchiotto, una stella, un cuoricino e due lettere. Una E e una I.

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Non riuscivo più a portarlo al polso. Era un braccialetto da bambina che ora tenevo in una tasca della giacca invernale.

— Se vuole ho preparato un piccolo rinfresco dentro, — mi stava dicendo Lucia.

— No, grazie. Non credo di volere entrare.

— Capisco. Se ha sete posso portarle qualcosa fuori.

— Sto bene, non si disturbi.

— Ho dato una ripulita alla casa. Era in condizioni tremende. Del resto lei, da sola, non poteva fare più quasi nulla.

— Per colpa della droga?

Vidi che l’avevo sconcertata.

— Droga? Isabella non si drogava. Chi le ha detto una cosa del genere?

Ora era il mio turno di essere sgomenta.

— Mi scusi. Credevo fosse morta di overdose.

Lucia sospirò. Annuì, stirando le labbra in un sorriso triste.

— Capisco. Mi scusi lei. Avevo avuto, in effetti, l’impressione che sua madre non avesse colto gran parte di quello che le riferivo. Comprensibilmente, mi è sembrata molto scossa.

— Cos’è che non ha colto?

— Isabella è morta a causa di un’overdose di farmaci. Non accidentale. Si è suicidata. Aveva ben chiaro come farlo. Era infermiera, lo sapeva?

— No. Non lo sapevo.

— Ha preso tanta di quella roba che una lavanda gastrica sarebbe stata inutile.

La domanda “perché?” mi rimase sulla lingua. Che senso poteva avere chiederlo a lei? E dubitavo in ogni caso che avrei potuto comprendere: non sapevo nulla della vita adulta di Isabella.

— Aveva un cancro. Incurabile.

Spinsi quest’ultima informazione in un angolo della coscienza. Avrebbe dovuto rendere le cose più facili, forse. Però pensare a Isabella malata faceva male.

É perché la vedi ancora bambina, mi dissi. Questo pensiero ne trascinò un altro.

— Dov’è Lori? Non l’ho ancora vista.

Lucia aggrottò le sopracciglia, guardandomi  con aria interrogativa.

— La madre di Isabella.

— Ah. Mi scusi, non sapevo si chiamasse così. Nessuno sa dove sia, comunque. Se ne è andata quando Isabella aveva una decina d’anni. É sparita dalla sera alla mattina, come aveva fatto con il primo marito, in Svizzera.

Questa volta cercai di non farle capire che non sapevo nulla nemmeno di quella vecchia storia. Pensavo all’uomo che avevo intravisto in macchina. Lei intanto continuava a parlare.

— Isabella ha vissuto per un po’ con il padre, poi è andata a vivere con il fratello. Lui è l’unico che le sia rimasto vicino fino alla fine. Sarà Tomas a spargere le sue ceneri.

Il mio cuore prese un’accelerata non prevista.

— Tomas? Tomas è qui?

— Sì certo. É stato lui a darmi il suo numero di telefono.

A malapena ascoltai quell’ultima informazione. E in seguito dimenticai di chiederne spiegazioni.

— E… dov’è adesso? Sa dov’è?

Ora mi stava guardando in modo strano, o era solo frutto della mia paranoia? E perché diavolo mi sentivo in colpa? Tomas era l’unica persona che conoscevo, lì in mezzo.

— Credo sia andato giù al capanno. Mi ha detto che c’era una canoa, una volta, voleva vedere se era ancora in condizioni di portarlo in mezzo al lago.

Mentre scendevo verso la riva mi venne in mente che non sapevo nemmeno se fosse solo. Poi mi chiesi che differenza avrebbe mai potuto fare e mi sentii sciocca per quel pensiero. Intanto ero quasi arrivata al capanno. Potevo sentire i rumori di roba spostata che giungevano dal suo interno.

Mi affacciai, e per poco non venni colpita dalla prua della canoa. Mi sfuggì un gemito di sorpresa.

— Oddio, ho fatto male a qualcuno?

La voce era quella di un uomo.

— No. Sto bene — mi sforzai di replicare. — …Tomas?

La canoa venne abbassata.

— Erica?

Era stato un ragazzino alto – alto per la sua età, si dicevano le madri – ma a un certo punto doveva essersi fermato. Ora aveva una statura assolutamente nella media. Era sempre molto magro, ma aveva imparato a tenere le spalle diritte. Portava i capelli più lunghi e una sottile peluria bionda sulle guance. Gli occhi però erano quelli che ricordavo.

Vidi che anche lui mi stava studiando, mentre mi avvicinavo. Gli tesi la mano, per fare qualcosa.

— Come siamo formali.

Anche il suo sorriso con gli anni non era cambiato.

Gli strinsi le braccia attorno al collo. Lui mi serrò forte contro di sé. Accarezzai i suoi capelli e le sue guance, cercai con foga le sue labbra.

Furono i singhiozzi a obbligarci a staccarci. Restammo ancora abbracciati, piangendo.

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Eravamo in tre, sulla canoa. Lucia teneva l’urna sulle ginocchia. Più tardi pensai che mai prima di allora mi ero sentita così vicina a qualcuno che non fossero i miei figli. Eppure, ero con una donna che avevo visto quel pomeriggio per la prima volta e con un uomo che avevo più che altro ammirato da lontano, quando entrambi eravamo bambini. E sentivo che avrei potuto fare qualsiasi cosa per loro, se solo me l’avessero chiesto. L’avrei fatto per lei. Era tutto per lei, per Isabella. Lo era sempre stato.

Ci fu un momento – Tomas aveva smesso di pagaiare e la canoa aveva fatto un lento mezzo giro su se stessa – in cui mi colse la melodrammatica certezza che saremmo caduti e annegati nell’acqua gelida. Che saremmo finiti sul fondo del lago con lei, che era per quello che ci trovavamo lì.

Invece, ognuno di noi affondò le mani nella cenere fredda che era stata Isabella e la lasciammo cadere e danzare sulla piatta superficie verde scuro, la lasciammo precipitare, lentamente, verso il fondo.

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— Mia moglie non è voluta venire. A lei Isabella non è mai piaciuta, e non le è mai andato giù che occupasse tanto spazio nella mia vita.

Non mi sorprese che Tomas parlasse della moglie, ora che eravamo rimasti soli, davanti alla mia auto. Non cercai parole gentili o frasi di circostanza. Mi parve che fossimo andati oltre quella necessità. Lo salutai con un bacio leggero sulle labbra.

Lucia ci raggiunse prima che andassi a cercarla.

— Sono felice di averti incontrata, — disse. Eravamo passate spontaneamente al “tu”.

Non provò nemmeno a dire “restiamo in contatto”. Sapevamo entrambe che con tutta probabilità non ci saremmo riviste più.

Anche lei mi salutò con un bacio, sulla guancia.

— L’ultima volta che Isabella mi ha parlato di te, mi ha detto che sei stata il suo primo amore. — fu quello che mi disse, prima di indietreggiare, chiudendomi la portiera.

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Sabrina Campolongo – Balene Bianche

Michele Di Salvo editore

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Sabrina Campolongo è nata il 16 agosto del 1974, nel milanese. Dopo aver conseguito un diploma linguistico, ha lavorato come impiegata fino al 2003, quando ha deciso di concedersi il  tempo per occuparsi dei suoi due bambini e per scrivere.

Nel 2000 il suo primo romanzo giallo, tuttora inedito, è stato scelto tra i sei finalisti del premio Alberto Tedeschi (giallo Mondadori).

Nel 2005 uno dei  suoi racconti è apparso sulla Writer’s Magasine Italia, edita da Delosbooks e un altro ha vinto il concorso letterario Ore contate ed è stato pubblicato sulla relativa antologia, curata da Ibis edizioni.

Nel marzo 2007 pubblica, con Di Salvo Editore, il volume di racconti Balene Bianche.

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mercoledì, 30 maggio 2007

CENTOCHIODI: LA SILENZIOSA NARRAZIONE DELLE IMMAGINI (di Gabriele Montemagno)

Il fiume Po

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Può sembrare alquanto contraddittorio scrivere su Centochiodi, l’ultimo film di Ermanno Olmi,  in un blog letterario. Il motivo è ben presente a chi ha visto la pellicola. L’immagine di questo film che colpisce maggiormente lo spettatore è proprio quella dei tanti libri aperti e inchiodati al suolo di una biblioteca da grossi chiodi. A realizzare questo “sacrilego” gesto è un giovane e brillante docente universitario, protagonista del film. Egli ha compiuto tale atto simbolico dopo essere giunto alla conclusione che i libri sono stati incapaci di togliere il male dal mondo, pur essendo detentori di culture e saggezze millenarie. “Tutti i libri di questo mondo non valgono un caffé con un amico”, affermerà poi verso la fine del film, quasi a volere suggellare il suo gesto compiuto contro i libri.  A cui segue la sua decisione di fuggire via dall’università e dalla sua città. Una fuga che ha termine  in un piccolo paese alle rive del Po, abitato da gente semplice con cui il docente stringe profonda amicizia, divenendo solidale con loro e con i loro piccoli problemi. Proprio per questo verrà da loro ritenuto un novello Cristo. Di fronte a tutto ciò, quanti amano i libri (compreso chi scrive) potrebbero giustamente insorgere.

Eppure non sembra essere il rifiuto dei libri, tout court, ciò che il regista ha voluto comunicarci attraverso la sua ultima pellicola. Olmi, infatti, ha affermato di non essersi voluto scagliare contro i libri, che ama, bensì contro quella cultura (anche religiosa) che, esclusivamente libresca, può imprigionare, “inchiodare”, ciascun uomo, incasellandolo in codici precostituiti e privandolo della mutevolezza e sacralità della sua vita vissuta. E tuttavia tale affermazione può costituire motivo di riflessione (e di turbamento) ogni qual volta ci si accosta ai libri ed al loro mondo.

Ad un esame più attento, però, in questo film Olmi pare volerci principalmente narrare la storia di un profondo cambiamento, di una “conversione”, che scaturisce da una crisi interiore. E lo fa partendo dal contatto col  buio esistenziale del suo protagonista. Ad un certo punto del film, un primo piano dal basso racchiude il volto del giovane professore mentre, in silenzio, osserva da un ponte l’acqua del Po fluire di sotto: il suo volto è profondamente serio e intento, ed è illuminato dalla fioca luce crepuscolare che richiama la fioca luce del suo animo. Sembra la scena di un suicidio. Eppure, dopo qualche istante di silenzio, il professore getta la sua carta d’identità nel fiume insieme al suo lussuoso giubbotto e li osserva allontanarsi, trascinati dalla corrente. Abbandona poi ogni altro suo avere e, dopo aver trovato una piccola casetta diroccata posta sulla riva, in mezzo alla vegetazione, la elegge a sua dimora, ristrutturandola. Inizierà così la sua nuova esistenza in una solitudine agreste alternata dal contatto con gli abitanti del piccolo borgo della Bassa mantovana. Però da qui la trama sembra proseguire verso sviluppi scarsamente efficaci, perché la “morale” diviene didascalica e un po’ di maniera. A conclusione del film si ha l’impressione che quanto era stato promesso non sia stato mantenuto e sia ancora lì, irrisolto. Peccato. Eppure restano le immagini. Il fiume, la campagna, i tramonti, la vita quotidiana del borgo, i balli nella balera al fresco della sera: tutto questo è osservato e narrato con cura, attenzione e rispetto dall’obiettivo della macchina da presa. Non semplice “sfondo” scenografico o esercizio calligrafico, bensì –appunto- narrazione. Narrazione silenziosa. Giacché silenziose sono le immagini che raccontano questo piccolo mondo osservato e vissuto dal giovane professore. Viene da pensare ai film di Terrence Malick.  Viene anche da pensare che, forse, quanto c’è di poco convincente ed irrisolto in questo film, troverà una sua continuazione nelle realtà raccontate dai futuri documentari a cui Olmi vuole interamente dedicarsi, avendo deciso di abbandonare il cinema di finzione. Non resta, allora, che augurargli di mantenere quel suo sguardo carico di sensibilità verso la realtà profonda delle cose.

Gabriele Montemagno

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lunedì, 28 maggio 2007

IL LIBRO DEL DECENNIO

Luigi Malerba, giornalista, sceneggiatore cinematografico e televisivo – nato a Berceto (Parma) nel 1927 – è considerato uno dei maggiori e più tradotti scrittori italiani del Secondo Novecento.

Luigi Malerba

Su Tuttolibri di sabato 26 maggio, in un’intervista rilasciata a Mirella Serri, ha fornito il suo personale elenco dei nuovi veri talenti della letteratura italiana: «Eccoli, sono tutti qui: Simona Vinci, Niccolò Ammaniti, Silvia Ballestra, Rossana Campo, Tiziano Scarpa, Aldo Nove». (…) «Da uno di loro dunque mi aspettavo il libro non dico del duemila ma del decennio. Sono ancora in attesa. Nessuno lo ha ancora scritto. Ma non ho perso le speranze».

E allora (con la speranza che le speranze di Malerba non si perdano del tutto) il gestore di questo blog vi propone uno dei suoi soliti vacui – ma si spera divertenti – giochini.

Intanto… siete d’accordo con Malerba?

E poi… chi sono, a vostro avviso, i nuovi veri talenti della letteratura italiana? Chi scriverà il libro del decennio che verrà? E ancora… chi ha scritto il libro del decennio trascorso?

Mica facile rispondere! O no?

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lunedì, 28 maggio 2007

“CUORI DI PIETRA” E “LA PIETRA, LA LUCE E IL LINGUAGGIO VISIVO”

Ci tengo molto a segnalarvi l’uscita di un libro intitolato "Cuori di pietra" (AA. VV., Oscar Mondadori, pag. 281, euro 9).

Si tratta di una raccolta di 22 racconti di scrittrici firmati da: Maria Pia Ammirati, Alessandra Appiano, Stefania Bertola, Anna Carugati, Luisa Ciuni, Maria Corbi, Geppi Cucciari, Donatella Diamanti, Tiziana Ferrario, Barbara Garlaschelli, Laura Laurenzi, Lorenza Lei, Loredana Lipperini , Elena Mora, Gabriella Piroli, Emanuela Rosa Clot, Nicoletta Sipos, Rosa Teruzzi, Annamaria Testa, Laura Toscano, Silvia Vaccarezza, Nicoletta Vallorani, Mariolina Venezia. I proventi per diritti d’autore saranno devoluti a sostegno di una campagna promossa dall’Unicef a favore del Malawi, in particolare per combattere la piaga dell’AIDS che colpisce i bambini.

Il Malawi è uno dei paesi maggiormente colpiti dall’HIV/AIDS. Su una popolazione totale di circa 12 milioni di persone, 900.000 sono sieropositive, di cui 70.000 sono bambini. Quasi tutti hanno contratto il virus attraverso la loro madre, durante la gravidanza, il parto o l’allattamento. Senza un trattamento adeguato, un terzo circa delle madri rischia di trasmettere il virus al proprio figlio.

Credo sia importante sostenere l’Unicef e questa campagna. E poi… leggere è sempre un investimento. E in questo caso c’è la possibilità di investire non solo per noi, ma anche a favore di un’iniziativa lodevole. Dimostriamo a noi stessi di non avere cuori di pietra acquistando e leggendo questo libro.

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Per gli amici di Catania e dintorni.

Non so se avete saputo, ma in questi giorni  – fino al 15 giugno – presso la libreria Cavallotto di Corso Sicilia, 91, avrete la possibilità di ammirare  una bellissima mostra intitolata: La pietra, la luce e il linguaggio visivo.

Io ho avuto la possibilità di visitarla il 25 maggio durante l’inaugurazione. Ve la consiglio. Si tratta, a mio modo di vedere, di una felice e virtuosa commistione tra forme, immagini e parole.

Mostra_cavallotto

L’esposizione raccoglie sculture di Carmelo Candiano (gruppo Scicli) e fotografie di Mira Cantone, immagini che interpretano attraverso la luce la pietra di Candiano. Sculture e fotografie raccontano l’affinità di questi due artisti lunga 15 anni. Il commento poetico è di Angelo Scandurra. Le opere verranno esposte fino al 15 giugno 2007.

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info: libreria cavallotto
info@cavallotto.it
tel. 095 310414 – 095 539067
corso sicilia, 91 – viale ionio, 32 – Catania

www.cavallotto.it

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sabato, 26 maggio 2007

ERESIA PURA di Adriano Petta (recensione di Miriam Ravasio)

“Va dunque e colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini.” Dal libro di Giosuè.

Ho letto Eresia Pura, di Adriano Petta; un romanzo storico ben ambientato, “un percorso che riconduce alle radici stesse della cultura occidentale”, una storia che lascia inquieti.

Sullo sfondo della tragedia dei catari e del genocidio occitano tra il XII e il XIII secolo, si svolge la lotta di un uomo per la libertà di pensiero. La tragica vicenda di Giordano Nemorario anche Giordano Palis o Giovanni del Sacrobosco, che sono la stessa persona. Eresie, roghi, fughe, lotte disperate, tanta fede, violenze , massacri e infinito amore per l’uomo alla continua ricerca della Via del sole.

La prima edizione uscì nel 1996 edita dalla EDIS di Brescia, proprio con questo titolo: "La via del sole"; molto prima che in Italia si diffondesse, nella letteratura di genere, l’interesse per il filone fanta-storico-religioso. Uscì anche prima di Q di Luther Blissett e, se lo stile e la precisione della ricostruzione storica possono indurci a ipotizzare la partecipazione di Adriano alla stesura del testo collettivo, la differenza fra i libri è netta, benché entrambi straordinari nel testimoniare il loro periodo storico di riferimento. Protagonista in Q è il potere in tutte le sue manifestazioni e l’uomo comune, che con una o mille identità, attraversa complotti, corruzione politica, religiosa, organizzazione economica, classi sociali. La lotta, sia per l’uomo che per la Chiesa, è per l’affermazione: storia moderna.

Tema di Eresia è il bisogno religioso; e protagonisti sono gli umili; sottomessi per innocenza, per idealità, per classe sociale, o piegati alla forza del male: storia antica, terribile e sanguinaria storia delle origini. Dio c’è, e la sua presenza offusca, acceca, giustifica e distoglie; Cristo, invece, è morto sulla croce. Sospirando, come scrisse Saramago: “Uomini, perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto”.

Se l’uomo, come scrive l’autore, ” è un piccolo campo di battaglia”, la Bibbia, il libro dei popoli, non è, come sostiene mons. Ravasi “Il grande codice” che con la forza del suo messaggio e la sua adattabilità è riferimento imprescindibile della storia occidentale. La Bibbia è il grande e terribile testo degli uomini antichi; un testo ancestrale, bello e struggente, ma causa, nella storia, delle più ardite e crudeli manipolazioni. Pagina per pagina, l’autore ci propone un itinerario alla ricerca dello stupore che gli antichi provavano davanti al mistero della natura, della vita; stupore che l’uomo medievale ha ormai quasi perso. Il medioevo di Adriano profuma di Grecia, di Platone, di Kosmos che tutto intero vede, tutto intero pensa, tutto intero ode: la forza della mente. La conoscenza che colma la meraviglia distoglie dal pensiero di Dio e allora “l’ordine si trasforma – Musil – in un bisogno di morte”. Per scrivere questo romanzo, che di genere ha solo il titolo, Eresia, Adriano non solo ha letto, fatto ricerche e raccolto documentazioni; ha guardato, osservato con amore le sculture, i bestiari, i capitelli; le grandi pareti di pietra che, come monoliti urlanti, per secoli, hanno testimoniato agli uomini la terrena fugacità. I protagonisti del romanzo sono “piccoli” come le figure dell’Antelami e dei Pisano; sono uomini e donne puri, grandi bambini che non conoscono la rassegnazione al peccato, perché il peccato non è un bene. Perché il mistero della vita è sacro, l’uomo è sacro ed è un dono di Dio; al di là di questa dimensione è impossibile esprimere il senso della loro visione della realtà: sproporzionati dal Bene. La sacralità del creato, scardinata da un potere terreno che la Umana Chiesa impone con roghi, torture e forza delle armi, è il canto di dolore che dalla metà del libro si alza sempre più alto, più rassegnato. L’uomo “moderno” dell’anno mille, è ritornato al sangue, al bisogno del rito, del sacrificio; la sofferenza salvifica che monda il mondo e giustifica. Quella di Cristo non basta più!

Penso agli affreschi , di quel periodo, che illustrano martiri e martirii, artisticamente belli, ma “turbano”: trafitture, decollazioni, graticolazioni. Il fascino del Noir ha una lunga storia, come il kitsch, che nell’arte è il male perché è imitazione, pseudo-evento.

Termino, perché mi sono dilungata troppo, riservandomi di intervenire, se Adriano lo vorrà, con domande a tema, per approfondire, con i lettori del blog, parte degli aspetti storici, letterari, teologici e artistici del libro. Non mi soffermo sulla trama, ne’ sulla descrizione dei personaggi, perché non voglio privare il lettore della sorpresa narrativa, ricca di storie e notizie, curiosa per le ambientazioni e pregnante, come raramente capita, per i sentimenti: una via del sole.

Miriam Ravasio

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ERESIA PURA, LA DISSIDENZA E LO STERMINIO DEI CATARI

di Adriano Petta

Nuovi Equilibri, 2006

pag. 318, euro 13

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giovedì, 24 maggio 2007

MAGNIFICAT MARSIGLIESE di Francesca Mazzucato (recensione di Gordiano Lupi)

MagnificatFrancesca Mazzucato è una scrittrice che stupisce sempre, ogni volta che esce un suo libro è un piccolo evento, perché sa rinnovarsi e affrontare argomenti letterari legati all’immaginario femminile. Non saprei parlare del suo ultimo lavoro meglio di come ha fatto Anita Miotto sul sito http://scritture.blog.kataweb.it/francescamazzucato dove è stata pubblicata la recensione. Mi limiterò a sottolineare alcuni passi per me più importanti di altri, quelli che mi hanno fatto dare una scossa al cuore. Il libro è composto di tre racconti lunghi. Magnificat marsigliese è una sorta di omaggio a Marsiglia e a Jean-Claude Izzo, ma va letto soprattutto per le stupende descrizioni di luoghi e sentimenti, mai banali e scontate. Cose come questa: “La solitudine, qualche sera arriva verso il tramonto, la percepisce dentro le ossa, è un fremito, un tarlo, la schiaccia, la stringe, la piega e non è piacevole”. Marsiglia è nel cuore dell’autrice, vero luogo dell’anima: “Marsiglia che sei città e sei frattura, con le labbra schiuse dagli arrivederci (che bello!), con le case dalle terrazze dove ci puoi mangiare che aprono le braccia ai nuovi arrivati come alle spezie e al buon vino, Marsiglia con le mani serrate dagli addii, le facce spalancate dai ritorni, Marsiglia che sei di mare, di Corniche, di saliscendi, ma anche di carne e di pelle e di sangue e di labbra, di odori e di merci, di navi e di asfalto…”. Bisognerebbe andare avanti, bisognerebbe far parlare le parole di Francesca Mazzucato, piuttosto che parlare a vuoto di una scrittura che non si può raccontare ma va apprezzata e letta come si gusta un buon vino d’annata. Ecco, questa è la differenza tra chi scrive romanzetti finto noir e chi fa letteratura. Non è poco. Magnificat marsigliese si ispira a Izzo, ma pure a Louis Brauquier, Samuel Beckett e Fabrice Plas. È un racconto originale che segue gli istanti di una donna in crisi, malata di anoressia, in una città di mare che fa da suggestivo scenario ad amori, fallimenti e sogni. Las Cruces, New Mexico è un racconto ispirato da fotografie di Kurt Nimmo e da una poesia, che avrei riportato anche nella traduzione italiana a beneficio di quanti non conoscono l’inglese. Pure qui c’è la vita di una donna attraverso una storia di adozione, l’amore per il fratello, i giorni sempre uguali e la solitudine interrotta da rapporti sessuali senza amore. E pure qui farei parlare le parole di Francesca Mazzucato che sono musica per chi sa ascoltare: “Ha un senso il silenzio con lui, profuma di mandorle e di panini. Di birra buona. A volte per qualche motivo batte un dito sul tavolo, tiene il tempo o è solo nervoso, allora il silenzio con lui acquista un ritmo jazz, il silenzio resta silenzio ma è un silenzio differente da tutti gli altri e vorrei mettermi a ballare”. Il racconto è scritto in prima persona, la protagonista racconta l’amore per il fratello, unica persona capace di capire i suoi sentimenti. Quando lui non c’è restano solo “giornate lunghe come crepuscoli di giugno, giornate troppo dilatate tutte da riempire…”. E ancora: “L’intimità fa parte di un patto che ho stretto con mio fratello, l’intimità la condivido solo con lui. Gli altri uomini, quelli che ogni tanto porto a casa, quelli a cui mi abbandono quando la solitudine brucia, sono corpi senza volto e senza nome, sono ombre che vengono a medicare le ferite della solitudine”. Non serve commentare.

La raccolta termina con Grande male, racconto già apparso su internet al sito citato e che affronta il tema della epilessia, ma lo fa con classe ed eleganza descrivendo tormenti e paure di una donna che deve affrontare la malattia insieme al suo uomo. “Il grande male è diventato me e io sono diventata lui. Un denso grumo di bava, intimità, sguardo e contorcersi. Di arti mischiati, di arti diventati doppi e uniti”. Complimenti a Gianluca Ferrara di Edizioni Creativa, un piccolo e combattivo editore napoletano, che adesso ha in catalogo un nome come quello di Francesca Mazzucato, scrittrice raffinata e sensibile a cogliere i cambiamenti di una società in evoluzione. Francesca Mazzucato dirige la collana Declinato al femminile di Edizioni Creativa che si propone di raccogliere storie importanti scritte da donne. Spendo due parole per la prima uscita della collana, l’ottimo Derubata d’innocenza di Sara Tarantino, un romanzo che ogni madre dovrebbe leggerle perché affronta con delicatezza il dramma della pedofilia in famiglia. Non leggete sempre i soliti scrittori senza sangue, non vi fermate alle veline di D’Orrico e soci, cercate tra i piccoli editori che hanno ancora il coraggio di portare alla luce le ferite della vita.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Francesca Mazzucato

Magnificat marsigliese

Tre storie di donne, frammenti e amori

Edizioni Creativa – pag. 132 – E. 10,00

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giovedì, 24 maggio 2007

UNA LEGGE PER LEGGERE

Ho ricevuto una mail da parte di Pierluigi Defendi, uno degli amici librai, in cui mi chiede di dare visibilità all’appello "Una Legge per Leggere" e di invitare voi frequentatori di Letteratitudine ad aderire (cosa che farò anch’io) scrivendo una mail a librai.indipendenti_to@fastwebnet.it

Di legge-libro, in effetti, avevamo già avuto modo di parlarne qui.

Vi propongo di seguito il testo dell’appello e quello del Disegno di Legge N. 957 presentato al Senato nel settembre 2006 (in seguito al quale è stato poi redatto l’appello).

Cosa ve ne pare di questa iniziativa? Mi piacerebbe conoscere le vostre opinioni in merito.

(Massimo Maugeri)

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Finalmente si parla di nuovo di Legge del libro.

Il disegno di legge Ripamonti sul prezzo fisso è un’occasione da non perdere per il nostro settore. La legge è una priorità da mettere in agenda non solo per le organizzazioni dei librai e i librai tutti, ma per tutti coloro che hanno a cuore il futuro del settore editoriale librario.

La necessità di mettere ordine nella giungla degli sconti non è più rinviabile. Il panorama è ormai quello di un’ininterrotta campagna promozionale. Anche le politiche di promozione della lettura, annunciate in più occasioni dal Centro per il libro, rischiano, senza una legge, di favorire i soliti noti e non tutto il settore.

Noi librai indipendenti vorremmo misurarci sul servizio, la competenza, l’assortimento e non sullo sconto. Se siamo bravi deve dirlo il mercato e i nostri lettori. Non deve dirlo lo sconto.

È importante che, come si è fatto in paesi di lunga tradizione culturale come Francia e Germania, al lettore non sia imposta la continua ricerca dello sconto più elevato.

Il libro, in quanto strumento di civiltà, richiede l’attenzione del mondo politico e di strumenti di promozione e regolamentazione per non essere vittima della semplice logica del massimo profitto. La fine della stagione della rincorsa agli sconti e delle campagne significa anche definire una volta per tutte prezzi di listino ragionevoli e adeguati e non soggetti alla pratica del ribasso promozionale.

Mentre in Francia festeggiano i 25 anni della legge sul prezzo fisso e si parla di come migliorare la legge, da noi si continua ad indugiare. Non si può più perdere neanche un giorno. Le librerie devono impegnarsi con determinazione per una legge che le tuteli e che regoli in modo serio il nostro settore. Serve una legge sul prezzo fisso e politiche di promozione che valorizzino i luoghi della lettura.

Proponiamo quindi ai colleghi di aderire a questo appello inviando l’adesione all’iniziativa «per Leggere vogliamo la Legge», allegando la nostra firma a quella dei nostri clienti, bibliotecari, scrittori, insegnanti. Le adesioni raccolte saranno inviate entro fine maggio al Ministro Rutelli e al senatore Ripamonti.

Claudio Aicardi, Carla Bernini, Tonino Bozzi, Massimo Citi, Roberto Denti, Alberto Galla, Luca Nicolini, Anna Parola, Rocco Pinto, Mario Schiavi, Marco Vola

Legislatura 15º – Disegno di legge N. 957

SENATO DELLA REPUBBLICA

     ———– XV LEGISLATURA ———–

N. 957

DISEGNO DI LEGGE

d’iniziativa del senatore RIPAMONTI

COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 15 SETTEMBRE 2006

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Norme per la vendita del libro a prezzo fisso

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Onorevoli Senatori. – Garantire per legge ai libri un prezzo fisso, con sconti concordati e controllabili, significa dare al mercato librario una regola fondamentale in grado di porre tutti i soggetti (editori, autori, distributori) sullo stesso piano. È ciò che avviene, da anni ormai, in Francia e in Spagna con leggi specifiche. È ciò che manca invece in Italia, dove la grande e grandissima distribuzione sta operando una concorrenza alle librerie con sconti e supersconti (il 20 per cento normalmente sul prezzo di copertina, talora anche il 30 per cento), che trattano il libro – essenzialmente i soli best-seller – alla stregua di un detersivo o di una confezione di pomodori pelati.

    Le leggi sul prezzo fisso del libro favoriscono invece il pluralismo delle imprese editoriali, tutelando anche quelle minori e minime, le più impegnate spesso nella ricerca di nuovi autori e nella riscoperta di opere dimenticate, mantenendo quelle stesse imprese indipendenti le une dalle altre, libere comunque da catene editoriali. Favoriscono, inoltre, il mantenimento di quella distribuzione tutta speciale costituita dalle librerie, essenziali sia per gli editori meno potenti che per gli acquirenti, i quali trovano in esse un servizio insostituibile, un luogo tradizionale di incontro e di scambio culturale, tanto più importante per i quartieri delle grandi città e per i centri di provincia. L’attuale regime di sconti e supersconti praticati selvaggiamente da grandi case editrici (magari in catene di ipermercati e supermercati, collegati alla loro stessa holding) favorisce la monocultura dei best-seller, condannando tutto il resto della produzione libraria e dei librai qualificati, col sostanziale rattrappimento della già così debole rete culturale italiana.
    Nel nostro Paese, infatti, la propensione all’acquisto di libri è molto più bassa delle medie europee: nel 1990 si calcolava che, a fronte dei 121 dollari spesi da un tedesco nell’acquisto annuo di libri, stavano gli appena 48 dollari spesi da un italiano. Cifra che ci poneva al quattordicesimo posto nelle graduatorie mondiali, contro il quinto o sesto posto nella graduatoria del prodotto interno lordo per abitante. Il 10 agosto 1981, l’allora ministro francese della cultura, Jack Lang, iniziò con la legge omonima sul prezzo unico del libro una battaglia per «la libertà del libro», considerato un prodotto, anzi il prodotto, di consumo culturale più durevole. Tale legge venne approvata dai parlamentari francesi all’unanimità. Meno di dieci anni dopo, la Spagna – giovandosi dell’esperienza maturata in Francia grazie alla legge Lang – scelse la stessa strada col Real decreto 30 marzo 1990, n. 484 (che faceva seguito ad una prima misura di tutela del libro assunta dal governo spagnolo nel 1975).
    Col presente disegno di legge ci si propone dunque di seguire la via battuta, con risultati positivi, da due Paesi europei fra i più affini al nostro sul piano socio-culturale. Esso prevede tutta una ragionata serie di eccezioni al vincolo del prezzo fisso di copertina e punta ad arricchire, e non certo ad impoverire, il panorama degli editori e dei punti specializzati di vendita.
    Gli italiani acquistano pochi libri e ancor meno riviste. È un dato allarmante della crisi culturale in cui ci troviamo e da cui sarà possibile risalire se saremo in grado di dare al mercato librario regole chiare, equilibrate, davvero uguali per tutti; e se non priveremo i lettori e gli aspiranti lettori di un servizio insostituibile qual è la libreria moderna, attrezzata, completa di ogni offerta, guida consapevole e informata alle novità, soprattutto a quelle meno pubblicizzate e pubblicizzabili.
    La crisi del libro è pesante, la stagnazione del mercato è grave e grave si mantiene il divario fra Sud e Nord: Campania e Sicilia infatti sommano una popolazione residente superiore a quella della Lombardia, ma non arrivano a conquistare il 9 per cento del mercato librario nazionale contro il 21,64 per cento della Lombardia. Non serve, quindi, che altri punti di vendita qualificati vengano costretti a chiudere. Serve semmai l’esatto contrario.

 

DISEGNO DI LEGGE

Art. 1.

(Obbligo di vendita a prezzo fisso)

    1. Ogni editore o importatore di libri stabilisce un prezzo fisso di vendita al pubblico, ovvero al consumatore finale, per i libri che sono pubblicati o importati, indipendentemente dal luogo in cui è effettuata la vendita o dalla procedura con cui essa è realizzata.

    2. Il prezzo di vendita al pubblico fissato ai sensi del comma 1, nel caso di pagamento in contanti, può oscillare tra il 95 per cento e il 100 per cento del prezzo fisso.
    3. Per consumatore finale si intende la persona fisica o giuridica che, senza assumere obbligazioni di acquisto o di determinati pagamenti di rata, acquista i libri per proprio uso o li cede a terzi senza che ciò costituisca una transazione commerciale.
    4. Quando il libro è venduto congiuntamente a dischi, nastri, cassette, pellicole, fotografie, diapositive, microfiches o qualsiasi altro bene, costituendo un’unica offerta editoriale, il prezzo fisso è determinato per l’insieme dei beni.
    5. Per la vendita di collane l’editore può stabilire un prezzo fisso diverso e inferiore a quello risultante dalla somma del prezzo dei singoli volumi che costituiscono la collana stessa.
    6. Nei casi di vendita a rate o a credito, possono essere stabiliti dei prezzi diversi rispetto a quelli previsti per la vendita con pagamento in contanti.
    7. Sono esclusi dall’obbligo di vendita a prezzo fisso:

        a)  i libri per i bibliofili, cioè quelli pubblicati in tiratura limitata per un ambito ristretto, numerati e di elevata qualità formale;

        b)  i libri d’arte, cioè quelli stampati, totalmente o parzialmente, con metodi artigianali per la riproduzione delle opere artistiche, quelli con illustrazioni eseguite direttamente a mano o quelli che sono rilegati in forma artigianale;
        c)  i libri antichi o quelli di edizioni esaurite;
        d)  i libri usati;
        e)  i libri fuori catalogo. Per libro fuori catalogo si intende quello che non appare più nell’ultimo catalogo dell’editore, ovvero il libro di cui l’editore ha comunicato per iscritto ai suoi canali di distribuzione e di vendita l’uscita dal catalogo. L’offerta e l’esposizione dei libri di cui alla presente lettera avvengono separatamente e in modo sufficientemente differenziato da quelle dei libri a prezzo fisso;
        f)  i libri pubblicati o importati da più di due anni, per i quali può essere applicato un prezzo inferiore a quello fissato originariamente, purché siano stati messi in vendita dagli stessi librai o venditori al dettaglio per un periodo minimo di sei mesi. L’offerta e l’esposizione dei libri di cui alla presente lettera avvengono separatamente e in modo sufficientemente differenziato da quelle dei libri a prezzo fisso;
        g)  le opere prenotate prima della loro pubblicazione.

Art. 2.

(Vendita con sconti)

    1. I libri possono essere venduti, con gli sconti massimi specificati alle lettere a) e b), nei seguenti casi:

        a)  nella Giornata del libro e nelle fiere del libro, o nei congressi o esposizioni del libro, sempre che ciò sia stato stabilito dagli enti organizzatori e purché questi appartengano ai settori dell’editoria e della commercializzazione del libro; nei casi di cui alla presente lettera lo sconto massimo può essere del 10 per cento del prezzo fisso;

        b)  quando il consumatore finale, come definito dall’articolo 1, comma 3, è costituito da biblioteche, archivi, musei, centri docenti legalmente riconosciuti ovvero istituzioni o centri con finalità scientifiche o di ricerca; nei casi di cui alla presente lettera lo sconto massimo può essere del 15 per cento del prezzo fisso.

    2. Un’offerta annuale con sconti concordati in precedenza tra editori, distributori e librai, attraverso le loro associazioni professionali rappresentative, può essere stabilita per fondi specifici, per periodi determinati e limitati nel tempo.

Art. 3.

(Edizioni speciali)

    1. Gli esemplari delle edizioni speciali destinate a istituzioni o enti ai sensi del comma 2 riportano chiaramente tale indicazione.

    2. Qualora le edizioni di cui al comma 1 siano commercializzate, esse possono essere oggetto di vendita solo ai membri delle istituzioni o degli enti ai quali sono destinate e al prezzo fissato dal loro editore.
    3. Le istituzioni o gli enti culturali di tipo associativo che agiscono come editori possono fissare un prezzo speciale per gli esemplari destinati ai loro membri o associati, purché su questi esemplari figuri chiaramente tale indicazione. L’eventuale altra parte dell’edizione è sottoposta al regime generale del prezzo fisso di vendita al pubblico stabilito dalla presente legge.

Art. 4.

(Obbligo di indicazione del prezzo fisso)

    1. L’editore o l’importatore indicano sui libri da essi pubblicati o importati il prezzo fisso, stampandolo sul libro, o mediante l’applicazione di etichette adesive, o con apposito allegato, o mediante la diffusione dei cataloghi, dei listini dei prezzi o di qualsiasi altro documento commerciale che riporti il prezzo fisso di vendita al pubblico.

    2. Su richiesta del consumatore, il libraio o il venditore al dettaglio è obbligato a mostrare il catalogo o il listino dei prezzi, le fatture o le bolle di consegna, o qualsiasi altro documento commerciale che riporti il prezzo fisso di vendita al pubblico.
    3. Il libraio o il venditore al dettaglio è responsabile del fatto che l’indicazione del prezzo figuri sui libri che sono in vendita nel suo negozio, nel rispetto delle disposizioni vigenti in materia.
    4. Il libraio o il venditore al dettaglio espongono altresì, in luogo visibile del loro negozio, un estratto delle norme contenute nella presente legge, secondo i termini e le modalità fissati con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri.

Art. 5.

(Azioni legali contro la concorrenza sleale)

    1. Le responsabilità amministrative per inadempienza degli obblighi stabiliti nella presente legge non sono di pregiudizio alle azioni legali che possono essere esercitate nell’ambito della legislazione specifica sulla concorrenza sleale, ove si siano verificati i presupposti del conseguimento di vantaggi competitivi acquisiti mediante l’infrazione di una norma giuridica.

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martedì, 22 maggio 2007

IN SICILIA CON LIA LEVI, CRONACA DI UN VIAGGIO CIVILE

Cari amici di Letteratitudine, inauguro questa nuova rubrica (LETTERATITUDINE TV) con un video che vede come protagonista la scrittrice Lia Levi. Il video risale al mese di marzo e l’occasione è la presentazione – presso la libreria Megastorie di Catania – del suo romanzo “L’amore mio non può“, edizioni E/O (pag. 148, euro 14,50).

Nel video Lia ci parla di questo libro e ci racconta un aneddoto relativo ai suoi esordi di scrittura. A un certo punto vedrete comparire un baldo giovane. Costui è Luigi La Rosa, il responsabile del viaggio della Levi in Sicilia (nonché l’autore dell’articolo che potete leggere di seguito).

Buona visione! E buona lettura! (Massimo Maugeri)

IN SICILIA CON LIA LEVI, CRONACA DI UN VIAGGIO CIVILE (di Luigi La Rosa)

Il viaggio recentemente compiuto con Lia Levi in Sicilia costituisce uno di quei ricordi che sono certo resteranno a lungo scolpiti nella mia variopinta memoria di scrittore-itinerante.

Messina, Catania, Siracusa: scuole, università, appuntamenti in libreria, tutta una costellazione di eventi piccoli e grandi che hanno avvicinato la narratrice ai lettori dei suoi romanzi, punteggiando una settimana ricca di eventi, di suggestioni, di emozioni, occasioni preziose come tessere di un raro mosaico nel ricomporre le coordinate della sua poetica di scrittura e del suo pensiero letterario.

L’occasione del viaggio è dettata dall’uscita del suo ultimo romanzo: L’amore mio non può (edizioni e/o). Storia di formazione e presa di coscienza, all’interno della quale, Elisa, la giovane protagonista ebrea del racconto, deve di colpo far fronte al suicidio del marito, causato dall’emanazione delle leggi razziali. Questo, annunciato da un incipit magistrale, toccante, che rappresenta la prova indiscussa di un talento affabulatorio e una profonda sapienza narrativa.

L’uomo vola giù dal muraglione del Pincio, come un poeta, ma è solo un impiegato di banca, cacciato dal proprio posto di lavoro per motivi di razza. Un’apertura che raggela, che suggella, che incatena il lettore al romanzo. Che scandaglia già con passione e foga l’animo dei protagonisti, sui quali la morte dell’uomo riverbera attese, delusioni, rimpianti, contraddizioni. E’ una morte che ricade sulle pagine, che traccia riverberi accidentali e sotterranei, che improvvisamente qua e là torna fuori tra le pieghe psicologiche degli accadimenti.

Elisa è giovane, sola, e ha una bambina da crescere, da sfamare. Si trova a lottare contro un mondo disumano, sempre più disattento all’uomo, dove persino le leggi più elementari e ordinarie dell’esistere sembrano di colpo macabramente stravolte dal fosco incombere dei tempi e della storia.

Adesso le regole sono nuove, tutte da inventare: regole assurde, dure, difficilmente comprensibili. Ma rappresentano il solo modo che gli individui possiedono per sopravvivere al caos, alla follia imperante, cercando di arginare un mondo in totale decomposizione. Un universo retto dalla dittatura, dalla violenza, dal sopruso dell’ignoranza assunta a scandaloso regime di governo.

La scrittura di Lia Levi è semplice, diretta, amabile, schietta nel rifiutare categoricamente orpelli e maniere espressive di qualsiasi tipo. Punta direttamente al cuore del dramma rappresentato, osservandolo da più angolazioni, col suo registro vivo, leggero, che non perde quel candore che gli è innato: una grazia, una dolcezza, una leggerezza e quell’incanto su cui la scrittrice ha composto la sua rigorosa partitura narrativa.

Leggere le pagine di Lia Levi significa in qualche modo rispolverare quella fantastica lezione americana di Calvino sulla leggerezza. Siamo nella geografia di una letteratura fatta di cose, non di parole. Una letteratura che racconta fatti, non rappresentazioni cerebrali. Lia Levi ci trascina nelle viscere della vita reale, ci getta nel suo inferno senza negarci però la traiettoria di una fuga che si tramuti in comprensione del mondo, in capacità di sintesi, interrogazione esistenziale aperta e consapevole dell’altro.

Non è una scrittura che fornisce chiavi di lettura, soluzioni, risposte definitive ai problemi dell’essere. Semmai l’esatto contrario: un’arte realistica, curiosa, umanissima, che alimenta interrogativi e momenti di struggente poesia.

Dopo le giornate messinesi approdiamo a Catania – città che colpisce moltissimo la scrittrice per le sue bellezze architettoniche e per il mistero delle sue notti. Catania è davvero una dimensione dell’anima. Lia Levi viene accolta alla libreria Megastorie, dove ha modo di confrontarsi dapprima con un pubblico di lettori appassionati, poi con gli allievi di un vivace laboratorio di scrittura creativa.

Infine, inaugura un affollato convegno pieno di studenti alla facoltà di Scienze Politiche. Il titolo: “Ebraismo e modernità”. Gli eventi continuano a succedersi a ritmo frenetico, ma la scrittrice dà prova di professionalità e grande infaticabilità: la sua parola è sempre precisa, misurata, composta, e rivela un’attenzione all’uomo che tocca, da cui potrò dire un giorno di avere appreso molte cose.

Averla accanto, insieme al marito Luciano Tas, è un piacere, oltre che un onore. Lia Levi non nasconde la volontà che ha mosso la scrittura del suo romanzo: l’intento di creare un’opera nella quale la salvezza della protagonista giungesse per mano del destino. Ma tutto questo dopo una difficile odissea che la porterà ad affrontare le crude umiliazioni della sua epoca e quelle imposte dalla ricca famiglia ebrea presso la quale troverà impiego come domestica: casa Anguillara.

Quali sensazioni, quali ricordi voglio serbare di questa indimenticabile esperienza? Il sorriso di Lia Levi, anzitutto: la sua giovinezza, il suo candore. E l’ironia che anima quel sorriso pieno di luce e di vitalità. Un’ironia che in parte deriva da uno dei suoi grandi amori letterari: Singer, autore a cui deve una delle sue massime più apprezzate: “Non conosco paradiso per il lettore annoiato”.

Anche Lia Levi, come Singer, ritiene la capacità del sorriso una qualità suprema. Come darle torto? Ritiene che la vita sia fatta di piccoli impercettibili istanti, che le consentono varietà, ricchezza, armonia nella diversità, e questa vita è come una filigrana costruita su trame di fili intrecciati che la sorte talvolta muove per noi, senza che si sappia mai se il filo che stiamo seguendo ci porterà verso qualcosa di buono o ci scaraventerà tra le scoscese di un indescrivibile abisso.

Tutto sta nel compiere il cammino. Nella volontà di farlo. Nell’avere la forza di non arrendersi prima della fine. Nella capacità di non voltarsi indietro con rimpianti o paure inutili. Come Elisa, affrontare il chiaroscuro dei giorni nella speranza che qualcosa di buono, di bello, di veramente rivoluzionario possa finalmente accadere e ribaltare il prospetto delle nostre attese.

Nel frattempo voglio dire personalmente grazie al coraggio e alla testimonianza di chi come Lia Levi ha il coraggio di affermare i valori della vita e del rispetto contro un’epoca storica – quella fascista e nazista – che rimane la vergogna più imponente del ventesimo secolo.

Luigi La Rosa

Luigi La Rosa, siciliano, vive a Roma, dove insegna scrittura creativa e dove opera come curatore editoriale della casa editrice Bur. Per la stessa casa editrice ha già pubblicato i volumi “Pensieri di Natale”, “Pensieri erotici” e “L’anno verrà”. Collabora con varie testate, tra cui il settimanale siciliano “Centonove”. E’ inoltre presidente dell’associazione culturale “Parole sulla Corda”. Sta attualmente lavorando al suo primo romanzo.

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lunedì, 21 maggio 2007

LETTERATITUDINE TV

Letteratitudine_tv

Nasce LETTERATITUDINE TV, nuova rubrica di questo blog destinata a svolgere il ruolo di contenitore di video più o meno collegati al mondo della letteratura, della cultura, dell’arte (ma anche della musica, dello spettacolo, ecc.).

Avrete la possibilità di vedere e commentare video pescati dalla rete e video autoprodotti dal sottoscritto (messi on line con il supporto di YouTube o Google Video). Molto spesso questi video saranno accompagnati da articoli o da spunti per dibattiti.

Spero che questa nuova iniziativa possa essere di vostro gradimento e possa contribuire a unirci di più e a fungere da stimolo per aiutarci a mettere in comune impressioni, idee, punti di vista (anche contrastanti).

Il tutto sempre nell’ottica dell’open blog che è il leitmotiv di Letteratitudine.

Il primo post della rubrica (lo troverete on line domani) sarà dedicato alla scrittrice Lia Levi, autrice del romanzo “L’amore mio non può”, edizioni E/O.

A presto. E buona Letteratitudine TV a tutti!

(Massimo Maugeri)

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domenica, 20 maggio 2007

UN SOGNO DA STREGA

Ne aveva già parlato venerdì Lipperatura.

L’inserto domenicale de Il Sole24Ore del 20 maggio lancia anche una sorta di gioco.

Di cosa stiamo parlando? Ma del Premio Strega, amici.

Vi riporto alcune parti dell’articolo di Giovanni Pacchiano dal titolo: “Cari lettori, il premio datelo voi!”, pubblicato in prima pagina del Domenicale.

“È alle porte uno dei premi più prestigiosi e chiacchierati della cultura italiana, lo Strega, giunto all’edizione numero 61 (cinquina nota il 14 giugno, premiazione a Roma il 5 luglio).

Prestigioso anche perché promotore di ricche vendite per il libro premiato. Chiacchierato, perché attorno al ghiotto boccone del business vendite si scatenano, ogni anno, gli appetiti e le grandi manovre degli editori, le migrazioni dei voti – dopo la pubblicazione della cinquina dei finalisti – dati in precedenza agli esclusi, le pressioni amichevoli sui singoli votanti (…), i contatti fra le case editrici, le promesse per il futuro… (…)

Date anche voi, cari lettori, il vostro voto “stregato” (…) inviando il titolo del vostro libro preferito e il nome del relativo autore”.

Ed ecco l’elenco dei libri candidati:

-          Mal di pietre (Nottetempo) di Milena Agus, presentato da Jacqueline Risset e Marino Sinibaldi;

-         Come Dio comanda (Mondadori) di Niccolò Ammaniti, presentato da Ernesto Ferrero e Margaret Mazzantini;

-          Gli ultimi figli (Avagliano) di Silvia Bonucci, presentato da Lidia Ravera e Clara Sereni;

-         Le stagioni dell’acqua (Longanesi) di Laura Bosio, presentato da Tullio De Mauro e Giorgio Ficara;

-          La casa dei gusci di granchio (Baldini Castoldi Dalai) di Maria Stella Conte, presentato da Nadia Fusini e Walter Pedullà;

-          Un certo senso (Marsilio) di Francesco Fagioli, presentato da Sandra Artom e Enzo Bettiza;

-          Passaggi di tempo (Fazi) di Andrea Ferrari, presentato da Stefano Giovanardi e Paolo Ruffilli;

-         I giorni innocenti della guerra (Bompiani) di Mario Fortunato, patrocinato da Dacia Maraini e Elisabetta Rasy;

-          Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar) di Fabio Geda, presentato da Diego De Silva e Valeria Parrella;

-          Il profumo della neve (Newton Compton) di Franco Matteucci, presentato da Giuseppe Leonelli e Giorgio Montefoschi;

-          La stanza di sopra (Neri Pozza Bloom) di Rosella Postorino, presentato da Filippo La Porta e Silvio Perrella;

-          Pecore vive (Minimum fax) di Carola Susani, presentato da Francesco Piccolo e Domenico Starnone;

-          L’economia delle cose (Fandango) di Elena Varvello, presentato da Melania G. Mazzucco e Rossella Vodret.

Vi anticipo che – secondo indiscrezioni – il favorito è Niccolò Ammaniti… ma non si può mai sapere (Niccolò fai i debiti scongiuri e tocca pure dove ti pare).

Se volete partecipare al “gioco” del Sole 24Ore potete scrivere le vostre preferenze e inviare una mail a: premiodeilettori@ilsole24ore.com

Io vi invito a fare altrettanto qui a Letteratitudine. Anzi, come al solito vi pongo qualche domanda.

Siete d’accordo con la lista? C’è qualche titolo che secondo voi andava incluso (e che invece non è stato preso in considerazione)? Chi rientrerà nella cinquina? E chi vincerà?

E soprattutto… chi merita di vincere il Premio Strega 2007 tra gli autori della quindicina?

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venerdì, 18 maggio 2007

IL MANIACO (racconto di Sergio Sozi)

Il racconto che vi propongo in questo post è tratto dalla raccolta "Il maniaco e altri racconti" di Sergio Sozi. Vi invito a leggerlo e a lasciare i vostri commenti. L’autore sarà lieto di partecipare alla "discussione". Ringrazio ancora una volta l’editore Valter Casini per la gentile concessione.

Il maniaco

Rem tene, verba sequentur

Primo capitolo

Qualcuno gli avrebbe dato una medaglia, in altri tempi. Ne era convinto, il capitanone impomatato della Compagnia Trieste II. Poi, Euterpe Santonastasio, non è che usasse tanta gelatina, a dir la verità: era una questione di splendore naturale, riverberantesi da ogni pelo nero sulla ”clientela” di quell’affollato distretto. Così, oltre al nome sbagliato, il povero Benemerito aveva anche una fama immeritata, quella di ”cicalone”, ovvero ‘’sciccoso” e ”fotogenicofilo”. Tutte menzogne delle malelingue – bastarde e fors’anche prezzolate! – che spargevano unzioni all’uscio di ogni palazzo ceccobeppiano del circondario, senza risparmiare gli edifici d’epoca fascia o postquam. Questa ultima sarebbe in realtà la postmoderna:

«Ma poiché l’Epoca Postmoderna non esiste, bisogna contentarsi di un Postquam.»

Ragionamento quadrato, ineccepibile, caro capitan Santonastasio. Però gli untori imperversano, premono, spingono e scalciano. E perché tanta agitazione da parte della cosiddetta ”maggioranza morale” triestina, in quell’Anno Domini di post-finemillennio (secondo)?

«Ve lo dico io, gentilissimi utenti: perché i belli meridionali non devono beccare i delinquenti, ma fare le sfilate di moda sul Viale, o anche verso le Rive, quando ogni capello neropece attira raggi solari per accecare le pupille autoctone! E io, invece, ’sto disgraziato mariuolo, lo voglio proprio caccia’ in gattabuia. Be’.. mica ne sarei tanto sicuro, di volerlo; insomma, vedremo.»

Il mariuolo, secondo Euterpe II (”il Dialogante Solitario”), doveva esser ingabbiato da qualche sbirro fisionomicamente più idoneo alla bisogna: uno col viso oblungo e le lentiggini, la sparuta parrucca cinerea, e in allegato anche tanto di gestualità repressamente nervosa. Questo tipo umano garantisce fedeltà lavorativa, se si tratta di risolvere casi eclatanti. Casi come quello di un… un…

«…Un fottutissimo maniaco alfabeticodepressivo, Bedda Matri!»

Gli sbirri rudi e tarchiati vadano a risolvere furti di banane ai depositi portuali o rapine. Ecco: ladrocinî e rape d’ogni tipo, col taglierino o l’ascia a mezzaluna, con la falce fienaia o il piede di porco, con i moschetti e le mosche-al-naso. Basta che si freghi, si sottragga, si faccia sparire qualcosa. Anche le risse e i regolamenti di conti vanno bene. Ma…

«…Ma quel coglionazzo del mio maniaco triestino non borseggia e neanche s’interessa di sghei, non malmena, non violenta, né – Dio l’abbia in gloria! – procura dolore in giro a chicchessia!»

Però lo deve acchiappare lui. Inutile che Euterpe ”nomedafemmina” Santonastasio discuta col maggiore. Ed effettivamente aveva provato ad opporre resistenza, sperando nell’affidamento di un’altra indagine. Il maggiore si chiama Vlado Novak e durante la belle époque suo padre aveva rinunciato a diventare un Novacchi o un Novaco.

«Testone che non è altro, il capo. Tale e quale a me. E mai nessuno che dia le medaglie a chi se le merita, qui. Eh, in altri tempi l’avrebbe ottenuta sì, quello, l’onorificenza!»

Ma in quali altri tempi, capitano Santonastasio? E a chi daresti il premio? Lascia stare queste menate e tienti pronto, piuttosto, ché fra poco il primo querelante entrerà nel tuo ufficio: vorrei consigliarti di evitare i ricordi, ora, ma so che non ascolti.

Secondo capitolo

Quel giorno del benedetto affidamento, il maggiore Novak era nero come la fuliggine vista dalla cokeria durante il turno di notte. Quindi, svolgendosi il colloquio alle nove di un’assolata mattina estiva, la rabbia dell’ufficiale acquisiva, assieme alla sua folta peluria castano-bionda, un contrasto piuttosto inconsueto: crema e cioccolato, come nelle migliori gelaterie.

«C’è qualcosa che fa per lei, Santonastasio.»

Porca l’oca: ho sbagliato l’esordio. ”Che fa per lei… ” con lui non va bene. Si corresse mentalmente: ”C’è un caso raffinatissimo per lei… ”. Si corresse facendo sforzi di petto anche se sapeva di essere malumoroso: l’autocritica crea il consenso coi subordinati, si dice. Mannaggia… Troppo tardi!

«Sissignore: il prepensionamento, fa per me.»

Oddio, che giornataccia. Ormai non posso ricominciare da capo:

«Stavo scherzando. Indovini un po’ cosa sto per comunicarle?»

«Che me lo hanno concesso, mica.»

Di male in peggio.

«Spingo nelle alte sfere, spingo, capitano.»

«E intanto io non ne posso più di giocare a guardie e ladri, maggiore. Che, per caso hanno rubato un altro carico di granturco al Terzo Molo? Non guardi me. Io, il grassatore della Barcolana l’ho ammanettato personalmente ieri, in mezzo alla folla. Adesso vorrei un bel truffatore di matusalemmi, per stimolare la creatività investigativa. Ma non si stanchi, lei; spinga comunque. Grazie.»

Creatività investigativa, bene, bene. Stavolta lo incastro:

«Fuor d’ironia, capitano: la fantasia le servirà veramente, stavolta! Ho fra le mani un tizio che crea scompiglio, in città, senza far altro che discorrere con le sue vittime. Non le deruba, non le rapisce, non le picchia. Ci parla e anche a proprie spese, sembra.»

«Capito: è un maniaco che prende appuntamenti con femmine ingenue e intellettuali per fottersele, scusi l’espressione, dopo, in luoghi appartati.»

«Lui non fotte.»

«Logorroico parolacciaro e sporcaccione, zozzo maschio vecchio stampo?»

«Castigato quanto Giovanna d’Arco.»

«Femmine pazze e ninfomani mitomaniacali?»

«Le denuncianti sono sane mentalmente come noi due. Nessuna di loro ha a che fare con psicanalisti eccetera.»

«Lasci stare l’esempio, la prego, signore. Checcazzodiuomosarebbe, questo qua?»

«Un caso di coscienza.»

Lo accettò: evidentemente pensava che i suoi occhi grigiochiaro lo legittimassero al caso insolubile, nonostante la brunaggine tricomica da pesca-scippatori. Presto ne conobbe i dettagli, grazie (o malgrado?) al voluminoso fascicolo che un soddisfatto maggior Vlado Novak gli fece recapitare nello studio:

«Ecco… E guarda un po’… So’ sei mesi che ’ste poveracce fanno gli esposti. Niente indagine fino alla prima denuncia contro ignoti… Ah! Ma c’è anche un uomo. No: tre uomini e sette donne. Chissà perché. Tutti perseguitati. Il maniaco scrive lettere. Niente imèil, non ciatta, non va col telefonino. Niente telefonia fissa. Cazzo: addio tabulati. Rimangono le impronte sulla carta… robba diffficile!»

Santonastasio si allentò la cravatta con mossa di studiata decadenza, nel concludere la lettura dei verbali dai quali ogni fastidio sarebbe derivato. Solo e appoggiato coi polposi gomiti alla scrivania d’ordinanza, iniziò a pensare che era inutile atteggiarsi in presenza di un semplice mazzo di carte. Beh… semplici per modo di dire. Una bella grattata alla nuca lo riportò in fase concettual-meditativa:

«Bisogna reperire ancora i molestati per interrogarli.»

Le lettere anonime erano presenti solo in fotocopia. Alzò la cornetta e, mentre formulava le tre cifre dell’interno, parlava con se stesso a voce alta:

«Eppercheccazzo non ci hanno consegnato gli originali? Mi chiami Buritovič, per favore, Elsa? Sì, subito, subito. Come il maresciallo non c’è. Elsa, lo devi rintracciare immediatamente. D’accordo, chiamalo a casa e digli che mandi un fischio appena può, qui in ufficio. Sai per caso se i giornali hanno parlato di un maniaco alfabeticodepressivo, in questi giorni? Al-fa-be-ti-co-de-pres-si-vo. Un maniaco strano.»

No. Niente stampa né televisione. E allora, a un tipo come Novak, cosa gliene importa? Perché tanta fretta? Stai a vedere che qualcuna delle denuncianti fa l’amore con lui e… la gelosia triestina… ecco il caso fatto per me. Stronzetto. Ah, ah. (Pausa breve). Ennò: il maggiore xe molto pulito, xe candido come Voltèr. Stronzetto son mi. Sarà perché mancano i furti di carichi navali. Incredibile.

Il giorno stesso spedì il povero maresciallo Buritovič a rintracciare di persona i famosi denuncianti, tutti. Ecco come si trovò a dover pensare alla medaglia al merito d’altri tempi, una settimana più tardi. Ed infatti è ancora lì che aspetta di interrogare dieci persone; lo abbiamo conosciuto proprio mentre attendeva il primo di costoro. Questi ha appena salutato e chiede permesso, aprendo prudentemente la porta dell’ufficio.

Terzo capitolo

«Il fatto che lei non voglia consegnare ai carabinieri gli originali delle missive anonime, signor Bellini, a noi sembra… ecco…»

Un vero triestino, Clemente Bellini. Nato a Palermo e vissuto tra Figline Valdarno, Genova ed altre sett’otto città europee, espone disinvoltamente un naso molto insinuante. Fronte piatta e vasta come il lago Trasimeno. Impermeabile grigetto per un mite inizio di settembre; quarantott’anni spesi male a coprire un’evidente avarizia intellettiva, egli, inoltre, tace con gran classe.

«Se queste… cinque lettere autografe la infastidiscono veramente, perché non ce le dà? Sono prove.»

«Lo devo proprio fare… subito?»

«Naturalmente. Altrimenti, come potremmo indagare?»

Pausa imbarazzata del Bellini. Il capitano prosegue paternalmente:

«Perché… lei forse ci tiene, a queste lettere?»

La sfinge prende vita.

«Un poco io ci tengo.»

            «Eh, ma… a che gioco giochiamo. Prima lei fa l’esposto, poi… siamo coerenti.»

            «Mi fanno compagnia, ’ste lettere, signor capitano.»

            «Allora ritiri l’esposto, così sospendiamo tutto e… arrivederci.»

            Ancora un’istantanea fiammata di vivacità dell’interrogato.

            «No. No. Vorrei sapere chi è.»

            Santonastasio sta per collassare dalla rabbia (sangue bollente ch’avvampa gli occhi), ma si contiene, pensando alla imminente risoluzione del pasticcio. Mo’ lo metto ai ferri corti, ’sto frocetto.

            «L’Arma non è un’agenzia per cuori solitari, scusi. Io la querelo per falso esposto. E meno male che i giornali non ne hanno parlato, altrimenti ci sarebbe anche la turbativa di ordine pubblico; il procurato allarme!»

«Capitano, io sono sposato e le assicuro di non essere… Il discorso va messo in altri termini. Non c’è morbosità, non c’è sesso.»

«Dica, allora, e presto, su, Bellini.»

«C’è che mi disturba profondamente, questo scrittore anonimo, ma anche mi aiuta a vivere. È profondo… ha letto queste lettere?»

«Qualche riga. Diciamo la metà di ogni sua lettera; perché non scrive solo a lei, lo sapeva?»

«Ah no?»

«Esistono altri nove destinatari, per un totale di… una sessantina di lettere, tutte scritte a mano e lunghe almeno cinque pagine. E questo, ammettendo che sia solo lui, il mittente: sa, prima di consultare un grafologo, noi vorremmo individuare un profilo giuridico. Un reato da Codice Penale. A mio avviso la grafia ha evidenti tratti somiglianti in tutti gli scritti: stesse grazie (gli abbellimenti dei caratteri corsivi), stesse aste per le ”d” e le ”t”. Occhielli identici nelle ”e” e nelle ”l”. Credo che sia un unico individuo.»

«Maschio o femmina?»

«Non sono uno psicologo e lui evita magistralmente di scoprirsi, da questo punto di vista. Certo, scrive bene. Le righe sono ordinatissime quasi sempre, prive di sbalzi e cancellature.»

Attento, capitano! Ti stai lasciando andare troppo. Oltre un certo limite, inizi a sognare.

«Ha fantasia, il suo piacevole persecutore. Se conservasse le brutte copie, dovrebbe pubblicarle. Ieri ho letto quella parte in cui tratta della personalità in chiave sociale: ”ogni uomo scompare nel suo relazionarsi con gli altri”. Più avanti, ritorna sull’argomento, spiegando anche che ”l’individuo, però, acquisisce un’irrinunciabile – ”irrinunciabile” diceva, mi sembra – chiarezza, solo quando è costretto a porsi in rapporto dialogico con altri enti.”. Bello, tutto ciò, signor Bellini. Ed anche vero.»

La curiosità, vecchio Santonastasio. Se eccedi in curiosità, l’intuito svanisce. E tu ti sei fatto soffiare dei clamorosi successi investigativi proprio per esserti interessato personalmente ai casi. Le linguacce sussurrano che saresti portato per natura ad assolvere chiunque, a causa del ”risvolto umano” delle vicende criminali. Ma adesso, perché non continui a cercare di appurare se ci sia qualcosa di punibile in tutto ciò?

Sarebbe possibile che il capitano si fermasse, se non ci fosse il primo interrogato a rispondergli prontamente:

«Dunque le sembra giusto, che io voglia conservare per me ’sta roba disturbante.»

«Se tutti i disturbi stessero in queste righe, io sarei orgoglioso che il maniaco avesse scelto me per conversare. Ma ora arrivederci. Ci faremo sentire noi.»

”Bravo il fesso. Domani pomeriggio, una bella passeggiata nella zona pedonale non me la leva nessuno: la farò per espiare.”

E si accese, a mo’ di anticipatorio fioretto, pure la sigaretta penitenziale, quella per lo stomaco vuoto. Poi prese l’inguattata bottiglia di brandy e si versò una abbondante coppa di rimorsoso liquore. Così qualcuno sostituisce ceri e mea culpa.

Quarto capitolo

Noi stiamo qui, in divisa con filorosso sulle gambe, per impedire ogni disagio alla popolazione: Deus nobis haec otia fecit! Peccato che il sereno volgo italico sia, a volte, leggermente masochistico. Se un autolesionista denuncia un sadico dopo averlo autorizzato a picchiarlo, come la mettiamo? Conta più il momento in cui quello ha deciso in piena libertà di farsele dare o il fatto che l’altro abbia accettato? Se non ci fosse plagio, naturalmente. Mandare una lettera anonima non è, di per sé, un reato, a meno che non vi sia intento persecutorio… anche solamente psicologico. Ma è il mittente, in questo caso, che si sta affidando alla benevolenza di chi riceve, poiché scrivere per motivi interiori produce sempre incertezza nel lettore. E un lettore (cioè anche un uomo qualsiasi) incerto, prima o poi opta per il peggio, immagina il marcio, lo schifo negli intenti altrui. Questo fenomeno, presumo che abbia origine dalla profondità, che toglie facilità di interpretazione all’espressione grafico-verbale.

Santonastasio, celibe e nottambulo, rifletteva sul suo fottutissimo caso, al termine del decimo colloquio con i denuncianti e non riusciva a decidere. Ancora evitava di capire se avesse perso l’ultima settimana guadagnandosi il pane, o, piuttosto, in un privato esercizio intellettuale sulle orme di quell’epistolario. ”A due passi dalla pensione, sono: se non due, massimo tre anni ancora e… la pace dei sensi.”. Brutta strada, imboccano i pensieri, alle due di notte. Bisogna indirizzarli meglio.

Colmato nuovamente il bicchierino di grappa croata, l’uomo si rimboccò le maniche, al fine di riordinare i dialoghi tenuti in caserma. Era tornato a casa da poco. Nel salotto liberty, il rombo delle macchine triestine sembrava esser quanto di meno pertinente ai mitici Roaring Twenties – atmosfera eccitante a cui lo rimandavano gli ereditati mobili scuri. Quelle persiane verde smeraldo, poi, lasciavano che anche certi sporadici miagolii interrompessero i soliloqui prodotti dai veicoli. Peggio ancora: annoiati i guidatori sgommanti e in calore i felini… il contesto, a modo suo armonico, non richiede tutori dell’ordine.

«Saremmo noi ad aver bisogno di silenzio. Anzi, sarei io.» Disse.

Beh, tutti i ”perseguitati” avevano in fondo espresso la medesima incertezza, fra il sentirsi in colpa per aver chiamato i carabinieri e la volontà di esprimere a qualche essere umano, neutrale come un gendarme, il proprio disagio interiore. Una serie di interrogativi sembravano esser affiorati alle coscienze di costoro, per via delle lettere. Era gente alquanto sola, o solitaria, per quanto oggi si possa considerare pienamente solitaria o sola la generazione fra i trenta e i cinquant’anni. Infatti, la solitudine è così diffusa che forse nessuno la vuole ma tutti non possono starne senza. Come ’sto maniaco: va ricercato e preso o… È un caso di coscienza, certo. Quel cazzo di Novak me lo ha spiattellato sulla scrivania per farmi impazzire. La gente parla, comunque. Presto andrà a finire tutto sui giornali, è questione di giorni. E dopo Bellini, ho parlato con quella grassoccia, la Ortolano, o con la Cosulich? Sì, era la Cosulich, la più giovane. L’unica che abbia sporto denuncia contro ignoti. La più strana ed incomprensibile, ’sta Marialisa Cosulich. Carina, magra, truccata, sprofumata, vestita alla moda. Orecchino al naso, ovviamente, senza che sia una rom. Aria germanica, eccetto la struttura ossea, la complessione. Forse uno dei suoi cento antenati era proprio italiano. Oh, che voce sottile e limpida:

«È un criminale, un arrogante. Dovete aiutarmi.»

«Ho visto le quattro lettere a lei indirizzate, signorina. Non contengono insulti, contumelie, minacce… voglio dire… mi è sembrato, leggendole, che si trattasse di poesie, con qualche osservazione in mezzo. O sbaglio? Mi dica, prego.»

Ero fresco come un giglio di campo, quel pomeriggio con la Cosulich, poiché l’angoscia del tormentone, al secondo colloquio, ancora non m’aveva riempito lo stomaco. La biondina sembrava in preda ad un panico sottocutaneo, che penso credesse di nascondere bene. Quasi tremava, mentre le pupille scoppiettavano nervose, inquadrando istantaneamente ora me, ora i muri dell’ufficio, la finestra, il pavimento di vecchie maioliche cilestrine.

«Ho bisogno della mia riservatezza, signor capitano. E la legge la garantirebbe, giusto?»

Ero tentato di mandarla a fare in culo; così, a pelle.

«Certo, certo. La garantisce, entro certi limiti.»

Quasi mi interruppe:

«Allora cerchi di evitare che questo sconosciuto mi importuni per via postale. Io non lo conosco, né l’ho invitato a scrivermi. Cosa c’entrano le poesie? Io non le desidero e questo basta. I limiti di cui lei parla, capitano, credo che prevedano il rispetto della mia volontà di vivere a casa mia senza essere bersagliata da lettere anonime. Se cerco qualcuno, io, prima mi presento con nome e cognome.»

«Ma la legge prevede l’accertamento preventivo, da parte nostra, di almeno una sola vera e propria offesa, di un turpiloquio esplicito o molto probabile, prima di avviare indagini e prove calligrafiche, eccetera. Non posso arrestare un tizio solo perché le scrive dei biglietti non richiesti.»

In procinto di ribattere acidamente, la Cosulich si esibì in una smorfia che non dimenticherò mai, sempre che riesca a non farmi seppellire da questa cazzutissima storia meta-investigativa. Ecco: allargò le narici come un negro senza strabuzzare gli occhi o arricciare le labbra carnose. Difficile a vedersi, roba da circo Barnum.

«Lei non può? Ed io chiedo al mio avvocato di procedere contro l’Arma per interpretazione ingiustificatamente estensiva del Codice Penale, a questo punto.»

Stava per andarsene senza salutare.

«Ma cosa la infastidisce, di quelle lettere, scusi? Mica pensa che quell’uomo tenterà di avvicinarla?»

«E perché non dovrei, capitano? Sono sicuro che lo farà, prima o poi!»

«Dopo un anno che le scrive? E usando quei toni delicatissimi, elegiaci, direi?»

«Anche il mio ex fidanzato mi ha rivolto la parola dopo due anni che mi vedeva all’università. Chi sa, cosa agita la mente dei matti?»

«Magari stavolta non si tratta di un matto.»

«Non raccolgo l’ironia; poca confidenza, signor carabiniere.»

Che facesse pure quello che voleva: denunciasse me per libidine mentale, la stronza. Poco me ne importava. Volevo vedere chiaro nella faccenda e quello era proprio il momento di capire qualcosa di più… scommisi tutto sulla Cosulich:

«Gli altri nove che hanno ricevuto analoghi dispacci dallo stesso individuo – e le assicuro che è lo stesso, ché di scrittura autografa ne so qualcosa – non sono stati ancora avvicinati. E la prima lettera risale addirittura a due anni e tre mesi fa. Il maniaco è più paziente del suo ex fidanzato, signorina.»

«Lei sta dalla sua parte. Solidarietà maschile.»

«Non sono sicuro che si tratti di un uomo.»

«Meno male che lei è esperto di scrittura corsiva.»

«Un navigato grafologo le confermerà la mia incertezza: l’anonimo potrebbe tranquillamente essere una donna.»

Dio, che nervi. Ripresi subito senza lasciarmi irretire dal gesto di sfida che mi fece (una rigida manina agitata nell’aria, come a dire:  ”tu sei fuori”): «Il contenuto di una, fra quelle lettere, mi ha stupito.»

«A me invece tutte, mi hanno stupito. Ma finisca il suo discorso. Dica perché non cercherà il maniaco, su. Così lo potrò riferire a mio zio, il generale Aulenti.»

«Ossequi al signor generale. L’ho incontrato al comando regionale l’altro ieri. La lettera, però, è quella dove l’anonimo paragona una aurora sul Carso triestino alla solitudine di un granchio fra i neri scogli dalmati. Bellissima immagine.»

Attento ancora. Santonastasio, la subdola mano dell’aerea fantasia ti sta nuovamente arpionando, per sottrarti al dominio della razionalità mediterranea!

«Bellissima immagine,» continuò a ricordare nel salotto liberty, «che egli ottimamente precisa, considerando il crostaceo ”un brutto anatroccolo del nostro semisoffocato pelago adriatico”. L’alba, così, viene ad assumere la valenza di ‘’sole triste fra desolati anfratti carsici”, se non ricordo male.»

La ventisettenne tacque. Socchiuse gli irrequieti occhi. Credevo che stesse proprio, addirittura, riflettendo.

«Il maniaco, secondo lei, la desidera carnalmente, signorina?»

«No.»

«E questo… cosa le fa pensare?»

«Che la sua maniacalità sia ancora più spaventosa di quella che muove i violentatori, i bruti.»

«E perché lo dovrebbe essere?»

«Perché vuole scavare dentro di me.»

«E… ci riesce.»

Marialisa Cosulich così lasciò il mio ufficio, cinque giorni or sono che mi sembrano una vita. Questa indagine mi piaceva sempre di più, respingendomi al contempo: pioggerella salutare dopo l’afa, che diventa bufera, grandine, poi ancora nevischio, bailamme.

Dopo vennero la quarantenne Rosa Ortolano, vedova da un decennio, negoziante in centro. Il trentatreenne Goran Colarich, impiegato in una ditta di importazione alimentari che lavora al Molo Settimo. Agata Vascotto, trentacinque anni, dipendente sovraffaticata di un’azienda di intermediazione finanziaria – boh, chissà di cosa si occupa? Ed ancora: Sergio Tosi, quarantuno anni, impiegato portuale; Giovanna Servi, cinquantatré anni, insegnante con la mini-penzion, divorziata; Elsa D’Ambrosio, trent’anni esatti, piccola industriale della Zona Est; Catia Pannese, disoccupata laureata in Lettere Moderne, trentadue anni; Giulia Corsani, quarantuno anni, buona carriera fra tante ditte, libera professionista, cioè consulente aziendale.

Tutti apprezzavano il persecutore, l’ossessivo grafomane alfabeticodepresso, nonché mascherato. Eroe o eroina da ingabbiare quanto prima.

Fuorilegge? Questo spetterà ad un uomo dal nome femminile deciderlo. Intanto nessuno dei dieci aveva manifestato a chiare lettere la volontà di lasciar cadere tutto nel dimenticatoio. L’iter era libero di iterare.

Quinto capitolo

Sospettati zero. Inutile scavare sulle conoscenze dei dieci soggetti. In circostanze simili, abitualmente interveniva Euterpe III (”l’Astuto”). Ne sarebbe stato propriamente il caso? Se Euterpe Santonastasio lo avesse desiderato, Euterpe III si sarebbe posto sull’attenti in un battibaleno, certo. Ma dopo… vàllo a fermare! Quello si sa dove comincia e non si sa dove né come finisce: tre anni prima era riuscito a sbattere dentro una ghenga di contrabbandieri specializzati in mandarini extracomunitari e tuberi vari (eccetto i tartufi) privi di documenti. Euterpe II (”il Dialogante Solitario”) ricordò ad Euterpe I (”il Capitano Filantropo”), quanto dispiacque a tutti e tre mettere in gattabuia quelle famiglie di poveracci – tre italiane, due bosniache, una albanese ed una cinese. Era gente così sana che neanche fumava o beveva alcolici. Avevano solo il vizio di masticare e vivere sotto un tetto triestino.

Un’alternativa ci sarebbe… Vediamo. Il quattordici settembre del Duemilaedue, Euterpe Santonastasio prese dall’agenda mentale di Euterpe III solamente un numero telefonico che nessuno chiamava da tempo. Poi lasciò l’Astuto nel cantuccio a sonnecchiare intorpidito e mosse l’indice sulla tastiera dell’apparecchio di casa.

«Buonasera, professore. Mi riconosce?»

Dall’altro capo della linea giunse un farfuglio. Poi la rauca voce dell’interpellato:

«All’una di notte, o è san Dionigi o un suo adepto. Salve capitano… ha finito di leggere le Onoranze postume di Pandurovič?»

«Un paio di semestri or sono.»

«E adesso è in procinto di scusarsi per l’ora. Non lo faccia o abbasso la cornetta.»

«Lungi da me. Peccarità!»

«Continua a dare gli esami?»

«Ehm.»

«Le ho consigliato spesso di lasciar stare i titoli, capitano. Alla sua età… eh, eh, eh…»

«Alla nostra età, lei fa conferenze ed io carcero.»

«Con la laurea in Lettere, continuerà a carcerare come prima. A cosa debbo il piacere? Ne avrei una mezza idea.»

«Allora io le svelo l’altra metà, la prima: se il professor Ernesto Spitella ricevesse una serie di lettere anonime, contenenti poesie, elucubrazioni filosofico-morali, opinioni, eccetera, dopo un anno, cosa farebbe?»

«Andrei da lei e denuncerei il fatto.»

«Veramente l’hanno denunciato direttamente in Procura, poi il maggiore Novak mi ha passato il fardello. Come fa a saperlo, professore?»

«Verba volant. Ne parlano anche nei bar. Ma io non denuncerei nessuno, Santonastasio.»

«Già: lei fa le conferenze. Io regolo i tragitti delle manette sulle strade di Trieste.»

«Come fa a carcerare se non sa chi sia il colpevole?»

«Tra le varie mezze idee che ho, Spitella, qualcuna potrebbe farmi arrivare a quel tizio. Basterebbe… non so se mi spiego… farle camminare, svilupparle.»

«Oh… finis coronat opus! Dunque le sviluppi, esimio.»

«Devo prima decidere se c’è il reato.»

«E c’è?»

«Le segnalazioni giunte in Procura dicono di sì. Io…»

«Lei dice di no.» Spitella lasciò uscire in un sospiro, fra i denti, qualcosa di simile ad un sorriso: «Ecco. Scrive bene?»

«A volte. Provoca riflessioni utili: sulla natura dell’infanzia sostiene che i genitori trattano da deficienti i bambini, li viziano senza dar loro un vero aiuto per risolvere i propri enigmi. E tutti i destinatari, eccetto uno, hanno prole.»

«Ah… Sai che fastidio!»

«Ovviamente. Però le vittime sono ormai dipendenti dal carnefice. Quindi tocca a me decidere se acchiapparlo. Posso anche far scivolare il fascicolo nel limbo dei casi insoluti: nessuno si scandalizzerebbe, visto che una persecuzione postale raramente fornisce indizi validi.»

«Però lei, se ci si mette proprio di buona lena, lo becca nel giro di una settimana, vero?»

«Sì. Dopo due anni, saranno in molti a sapere; basta ungere le ruote dei miei migliori informatori.»

«Capìto. Continui a parlarmi di lui, non ho sonno.»

«Un’epistola contiene esclusivamente la descrizione del monologo interiore di un bambino immaginario. È dolcissima, struggente: il movimento del nascituro, visto nel corpo della madre quando inizia appena, rappresenta il suo chiedersi se vorrà effettivamente nascere. I movimenti di questo essere privo di nome sostituiscono la sua voce. Non è un embrione, un feto, ma un essere completo, perfetto, cosciente, che teme di sporcarsi col mondo esterno. L’anonimo presta alle movenze tutta la potenza dei suoni. Un’intuizione spiritualmente paragonabile al puer aeternus.»

«Lasciamo perdere i classici, capitano. A mio avviso lei dovrà prima rintracciare questo scrittore, con molta discrezione. In secondo luogo…»

Verso le tre, Santonastasio si rimise a studiare le lettere. Non avrebbe dovuto portarsi le incriminande fotocopie a casa. E ora non dovrebbe esaminarle nello studiolo, immagina, però…

Euterpe Santonastasio raramente ha visto i suoi tre gemellini interiori collaborare tanto proficuamente: il filantropo seleziona quel che i dialoghi propongono, mentre l’astuzia sbirresca si prodiga per scansare problemi d’ordine professionale. Come una troica fra i coriacei ghiacci moscoviti, egli approfondisce gli autografi passando, anzi sgusciando, fra le nervose mani dell’opinione pubblica. Ostinato a non darla vinta ad altrui convinzioni.

Quanto amore esiste, sparso, perduto, inclassificabile per la moltitudine! L’organizzazione umana demolisce quanto ogni singolo vorrebbe edificare. Sforza gli stanchi occhi, Euterpe, e si ferma con l’indice sopra delle frasi:

”Il silenzio dètta alla parola usando caratteri eterni. La parola, se non naufragherà nella propria abissale indecisione, saprà scegliere i più armoniosi vestiti per evitare all’uomo i lutti infiniti del silenzio. Ma senza silenzio non v’è parola che tenga. Ed io avverto quel primo linguaggio tacere: è fuoco sotto la cenere, covo di animali errabondi e selvatici, imprevedibilità dell’empireo. La parola resiste solo se c’è un solido tacere alle sue spalle.”

In trent’anni di carriera nessuno mi ha consolato mai quanto costui: che sia eruttato direttamente dalle fiamme dell’Etna? Quanto dignitose siete, pagine, laddove vi curviate alla tremula fiamma di una necessità:

”…Sempre il silenzio ha bisogno di qualcuno che parli per suo conto.”

E tu, anonimo, riesci a dargli voce, a questo pericoloso, incontrollabile animale mitologico? Non starai mica tentando di dominare il silenzio? E… come io so che tu esisti, forse anche tu saprai di me, sulle tue tracce.

”Tutto esiste perché esiste. Solo l’uomo esiste se qualcun altro lo fa esistere.”

Crollando addormentato sulla seggiola dello studiolo, Euterpe trae il suo dado:

Anche se fosse l’ultima scelta della mia vita, lo identificherò.

Ma nel corso della notte – questa breve notte di fine settembre ancora tormentata dall’afa estiva – un sogno giunge al suo capezzale. Sembra aver le fattezze del vecchio pieno di dubbi che gli appariva a Siracusa, quando aveva sedici, diciassette anni. Un pazzoide mezzo sdentato, canuto, quattr’ossa appena vestite di tunica logora e giallastra. È in piedi, fra le alte gramigne di un campo di ghiaie, argilla e pozzanghere, fra le lievi ondulazioni. Il cielo non si mostra, probabilmente farcito di cirri o nembi, chissà. Quanto parla, sghignazzando, e gesticola semiartritico, curvo, eccitato per oscuri motivi! È frenetico come un burattino:

«E dàgli, dàgli! Eeeeh. Scemo, illuso. Fatti gli affari tuoi, cosa ti manca? Lasciami scrivere, no? Cosa ti manca, che cerchi di incastrarmi?!»

Te ne stai approfittando perché non riesco a parlare, adesso, gobbaccio.

«Va be’ che sei solo come una serpe, come – ah ah – un sasso di fiume fra i sassi. Ma lasciami parlare, no? Ho capito, mi vuoi mettere nel sepolcro. Ti sono scomodo. Giovinastro aguzzino; perbenista che senza regolette scialbe e sociali crepa. E crepa, vaffanculo! Intanto io continuo a cantare nella palude. La vedi, la palude? Mi ci hai infilato proprio tu.»

Non è vero, brutto rimbamb…

«Ma io, qui, ci sguazzo. Vedi come sto bene? Canto come un grillo, un’allodola, un…»

Un pazzo.

«Un flutto del Tevere!»

Bevi meno.

«Volevi crearmi una solitudine soffocante e invece: tié! Faccio le corna alla facciaccia tua! Fra le rane ed i coleotteri, i girini, qualche gatto selvatico, sto bene: canto, io! La-so-li-tu-di-ne-è-un’in-ven-zio-ne-bor-ghe-se. Scialalalalà! La-so-li-tu-di-ne-ti-ren-de-caccia-to-re, scialalalalà! Sogna-sem-pre-e-non-ti-svegliare, scialalalalà! Lasciami predicare, scrivere e amare, sciallalà!»

Eppure anche le notti agitate scorrono via. Lo si constata il giorno successivo, quando la fisica assurdità delle cose torna.

Sesto capitolo

Egregio capitano Euterpe Santonastasio,

Alleluia: mi sta cercando! Non c’è problema. Chi si voleva nascondere? Le scrivo qui sotto il mio indirizzo (spiacente, ma non ho telefono, lo odio). Mi trova in casa tutti i giorni tra le nove e le dodici. Sono convinto che non chiamerà i paparazzi… o almeno hoc est in votis (scriptoris).

Cordiali saluti

Romolo Testa.

Sì… (uffa: ’ste sentenze latine iniziano a farmi degenerare la pressione!) e la mamma si chiamerà Capitolina. Il babbo Ascanio.

Come girano le voci, in questa città! O forse è la città che gira e le voci stanno ferme, considerando la Storia. Meno male che non mi ha scritto addirittura a casa, Romoletto. Speravo almeno di far in tempo a ricevere un paio di rapporti dagli informatori… Va be’, questi si tratterà di utilizzarli per altre faccende, chissenefotte degli informatori: la pappa è pronta ed io vado a servirmi direttamente nella cucina dello chef.

Alle dieci del mattino, il capitanaccio (capelli scarruffati per via della notte passata con il vetusto anarchico onirico, lingua a mo’ di pastafrolla, cravatta d’ordinanza stortina) richiude la missiva dell’ex anonimo carnefice-gentiluomo. Alza la cornetta e seleziona la linea dell’autorimessa. Il cielo pregno di pioggia non lo conforta come dovrebbe, ed un mutismo tutto siciliano s’è impossessato del vecchio feudo; quando Euterpe tace e non si rallegra nemmeno per la pioggia vuol dire che sta succedendo qualcosa di più importante: qualcosa tipo un dialogo fitto fitto bloccato a livello di cervice:

”E adesso che je dico a iddu, a quello?”

”Digli che sei un suo affezionato lettore.”

”Stolto e bestia: si vede che non studiasti. Sbrigati a parlare seriamente, che fra due minuti arrivo a casa sua.”

”Stanotte, parlai, no?”

”Parlasti.”

”E tu, caruso che non sei attro, nulla capisti?”

”Caruso dillo a… Insomma… pochino, capii.”

”Bogghese, sei, non studioso! Devi rrinsavire, sennò è inutile che io parli e palli, e palli sempre! Anzi ammo’ taccio e te lascio alle tue rrogne. Ciao, pronipote ddeficiente. Lo stagno m’attende.”

”Ma…! Aspetta! Scusa nonnuccio! Ecco s’è arraggiato e dde sicuro non lo vedrò più fino a stanotte. Lui sta lì a parlare in dorico coi rramarri ed io… ”

Quasi non s’accorge dello scrostato palazzo di via Trissino, ovverosia la meta. Meno male che almeno ha cominciato a piovere e non c’è un filo di vento, pensa, mentre, lasciato l’autista in un baretto nei dintorni, si sta pressando il cappello flàmmeo sul capoccione crucciatissimo.

Che zucca che ho stamattina: sembro una testuggine… testa… caput… Cinque rampe di scale… Eccolo lì, Testa: nomen omen?

I saluti durano poco, in certe occasioni, come sovrabbondanti fronzoli rococò. Corta capigliatura con scrimo a destra e frangetta appena accennata, naso vittimisticamente penzoloni, statura alquanto elevata e corpo plastico ma non longilineo, Romolo Testa vanta una cravatta…

…non troppo estesa, che è un bigiù: ornata alla pompeiana, stile architettonico con quadrati che sembrano stanze vermiglie. Una figurina maschile in peplo appena accennata vicino all’orlo. Seta pura. Sei elegante, criminale! Sei una Citazione antropomorfa! Sei un…

«È stato un vero piacere per me, signor Testa, leggere quanto ha fatto avere a quei signori.»

«Spedito, preciserei. Sessanta lettere in due anni e tre mesi. Tutte con la postacelere.»

Bella voce, hai, criminale letterato, italianista di sicuro: morbida voce. Ettidicocriminale pecché altrimenti te ne approfitteresti.

«Ma, scusi, perché le ha spedite in forma anonima?»

Occhi color dell’uva passa, Romolo.

«Secondo lei, capitano?»

Dignitoso, Romolo Testa.

«Non lo so proprio. Una domanda è una domanda.»

«Per non mettermi a declamare mostrando la faccia. Anche per questo.»

«Così ha provocato vomiti di angoscia a mezza Trieste.»

«Più angoscia di quella che già c’è? I mali di Pandora prima o poi si esauriscono: è umanamente impossibile aggiungerne altri, a meno che lei non creda che io sia Mefistofele.»

Oddio, mi sta scappando da ridere. Autocontrollo, Euterpe.

«Sp… spiritoso, signor Testa. Le conosce personalmente le vitt… i destinatari?»

«Vittime va bene. No: mai mangiato il brodin con loro.»

Deciso e caustico. È proprio autoctono.

«Ed io la arresto immantinente.»

«Dura lex.»

«Fuma?»

«Favorisce?»

Bisogna ammettere che in questa città – benedetto il Millenovecentottantanove quando arrivai – ci si prodiga meglio nel condensare il brodin di manzo che sulle elaborate variazioni maccheroniche. Niente di scotto, sciatto, anonimo… il brodin xe propio una delle cose che lori fanno ben e bon:

«Scusi, Testa, ma il vinello bianco dove lo ha preso?»

«Mio cugino, che el ga un campisel fora città.»

«…Ed il soffritto per il brodo…»

«Ghe go meso anche el batudin finofino. Le piaxe?»

«Quasi quasi chiamo anche l’autista. Posso permettermi… professore?»

«Go la matura media, mi. La terza media e stop.»

«No!»

«Certo, leggo in biblioteca, ogni tanto… quasi un paio di volte all’anno un libretto: a Natale e a Pasqua; però a volte salto Pasqua. E chiami il suo commilitone, chiami prima che si freddi tutto quanto. Ma, scusi… volevo dire… sa… avrei un appuntamento e forse sarebbe meglio che ci sbrigassimo. Così lo rimando a data da destinarsi.»

«Ha fretta? Vada, vada. Tanto io devo tornare in caserma verso le tre. E sono già le due.»

«Come vada vada, capitan.»

«Ah, già, l’arresto. Magari domani.»

«E se fuggo?»

«Lasciamo stare. Piuttosto: come fa a scrivere lettere come quelle?»

«Penso.»

«E le citazioni?»

«Vocabolario Campanini e Carboni. Ne ho uno ch’era di mio nonno.»

«Perbacco… E le figure retoriche, le parafrasi, le forme ellittiche, eccetera?»

«Che roba sarìa, questa, capitan?»

«Sarìa… sarebbe il parlar forbito, l’eloquio ricco e significativo.»

«Che ne so: mi, scrivo quel che go dentro.»

Santonastasio fece un fischio dalla finestra al sottoposto guidatore, alzandosi piuttosto frastornato dalla comoda seggioletta di casa Testa. E non era in quelle condizioni per effetto del vinello.

«Rimanga reperibile. Se non le dò fastidio torno domani verso la stessa ora. Forse. E… volevo prima chiederle (pausa e grattata di cervice): gli indirizzi dei destinatari, come li ha avuti?»

«Elenco telefonico, sior capitan. A caso.»

Naturalmente. Domanda stupida. Addio, caro.

Santonastasio, tirando giù il finestrino per accendere una sigaretta senza procurare smorfie all’attendente, si sente chiamare. Preferirebbe restare in assoluto silenzio fino alla caserma, ma la voce non ammette dinieghi:

«Cogghjone e bborghese sei, fosti e rramarrai pe’ ssempre, figghiu. Però io parlo e pallo. Pallo sempre, così li dubbi tuoi almeno fugghiono. E dopo, senza dubbi stupidi, tu cerchi de vivere cchiù serenamente. E ascolta anche queddu llì, RRomolo, pecché co’ iddu io ci parlo tutte le notti da quando nascette.»

P.S. E nessuno diede a qualcuno una medaglia, bisbigliano le anonime oralità triestine.

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giovedì, 17 maggio 2007

VITA SPEZZATA

Ho ricevuto poche ore fa una mail dal collega scrittore Adriano Petta (nella foto in basso), autore – tra l’altro – di questo articolo. Facendo affidamento alla sensibilità di tutti riporto il testo della mail di Adriano aggiungendo, di seguito, il contenuto del file word allegato.

Massimo Maugeri

AdrianoPetta.gif

Massimo carissimo,

sono tornato da poco da Barcellona dove ho partecipato alla Giornata Mondiale del Libro sia come cittadino che come autore: oltre un milione di persone per il centro storico della città, si sono venduti – solo a Barcellona – oltre un milione di libri e circa due milioni di rose. Non posso descrivere a parole l’arcobaleno di emozioni provate. Mai visto niente di simile per i libri… credimi.

Ma appena tornato, giovedì scorso il destino spietato si è portato via il mio coautore Antonino Colavito, 60 anni, per un infarto, di notte, come un fulmine a ciel sereno, senza che mai ci fosse stata una benché minima avvisaglia: con lui avevamo scritto e pubblicato il romanzo storico "Ipazia, scienziata alessandrina". Era un uomo speciale, la cui perdita impoverisce non solo chi aveva la fortuna di ricevere la sua amicizia, ma la società intera.

Alla mia mailing list ho inviato un allegato ("Vita spezzata"), e molti mi hanno risposto, e si è scatenato un dibattito serrato, sul problema più importante della vita: questa maledetta spietata ingiusta morte. Naturalmente i non razionalisti, i sognatori che si rifugiano nelle varie religioni, tentano di dare una giustificazione a questa sporca faccenda della morte… ma io credo che non esista alcuna spiegazione o giustificazione. Siamo venuti al mondo come delle foglie di un albero, e appena soffia un alito di vento ce ne andiamo. Stop. Niente altro. Unica differenza: forse le foglie non si rendono conto di questo… mentre noi esseri umani abbiamo sviluppato una coscienza così forte e sensibile che lo sappiamo, ce ne rendiamo conto.

Ti mando questo messaggio e l’allegato nel caso tu lo dovessi considerare adatto a "Letteratitudine": io mi sono proposto di fare di tutto per far conoscere il pensiero del mio amico scomparso, ma non perché era mio amico… ma perché era un grande scrittore e originale pensatore.

Ti abbraccio.

Adriano

Amici carissimi,

tocca a me questa triste parte di messaggero.

La vita del nostro amico Antonino Colavito è stata spezzata l’altro ieri notte da un infarto.

Perdonatemi per non essere riuscito ad avvertire tutti voi per il funerale che si è svolto ieri qui a Roma, al tempietto Egizio del Verano: il saluto tributato al corpo del nostro amico imprigionato nella bara della morte è stato così forte… che una nostra amica quasi ci scongiurava di tenere un po’ a freno il nostro dolore, così forse lui poteva andarsene in pace in quell’altra dimensione che lo aspettava. Ma non ci siamo riusciti, perché Tonino, il nostro Tonino… non era un uomo qualunque, era una creatura speciale, e noi tutti da oggi siamo più poveri perché abbiamo perso una voce pulita, profonda, dolce, educata, disponibile, proiettata verso confini che noi non riuscivamo nemmeno ad immaginare, innamorata del sole.

Io farò di tutto perché i suoi pensieri giungano a quanta più gente possibile: tutte le mie forze serviranno per promuovere il nostro «Ipazia, scienziata alessandrina» e il suo romanzo incompiuto. Tonino diceva che “vivere con sofferenza e morire non è buono o cattivo, giusto o sbagliato o inevitabile, come ripetono in modo incessante sovrani e sacerdoti, è soltanto semplicemente inutile. È andare contro la creazione di nuova materia, di nuovi spazi, è ostacolare l’aumento del numero incalcolabile delle stelle e delle galassie della volta celeste”.

Il mio saluto di ieri è stato quello di leggere l’ultimo suo “sogno” del nostro “Ipazia” («ma io sono in cammino»), sogno tristemente profetico, riflessioni provate da Tonino un giorno al funerale di un’altra vita spezzata.

Ve lo ripropongo per porgergli un ultimo saluto, così lo lasciamo libero affinché lui possa finalmente incamminarsi lungo la sua via del sole.

Adriano

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ULTIMO  SOGNO

«ma io sono in cammino»

È giorno. Lentamente mi avvicino alla moderna facciata dell’anonima chiesa aggettante su una stradina, stretto passaggio che scorre a senso unico tra due file di palazzine che sembrano sparpagliate da una mano irriverente. Il cielo, opprimente con le sue basse e umide nubi, copre la pretenziosa scenografia di una moderna periferia romana. È agosto, un dì in piena estate che rimembra un autunno un po’ afoso, in un anno in cui le stagioni si susseguono in modo casuale, con siccità e maltempo che reciprocamente scambiano i ruoli, in un gioco pazzo e ir­rispettoso delle altrui umane ragioni. L’auto con il lungo cofano mano­vra faticosamente per potersi liberare del carico ingombrante, la pesan­te cassa di legno che nasconde il corpo di una giovane donna, uccisa da una malattia rapida e indifferente. Emozioni, storie, sorrisi, sguardi sor­nioni da gatto ronfante e con gli artigli a portata di mano, intelligenza, progetti, bimbi da accompagnare nel loro cammino, ecco tutto ciò ch’è stato spento dalla morte, evento indubitabile di tutte le vite.

Ma ecco, nel momento stesso che il carro funebre si ferma dinan­zi alla porta della chiesa, grosse gocce bagnano la terra asciutta ormai da molti giorni, e l’autista che è sceso per aprire il portello posteriore, e i parenti e gli amici in attesa, e la mia giacca scura e il mio viso im­bronciato, calde e pesanti gocce che come lacrime bagnano di un dolce saluto l’appuntamento della giovane donna con coloro che son venuti a incontrarla: il cielo e le nubi piangono per lei, amata mia, essi dicono, sei tra noi e con noi, corpo e pensieri e passioni e idee e amore… E le gocce di pioggia smettono di cadere quando la bara viene trasportata dall’auto nell’interno della chiesa, e non bagnano di lacrime un corpo già consunto da troppe lacrime. E durante la funzione, e dopo gli ulti­mi saluti, e ancora con il carro funebre che riprende la sua marcia ver­so l’ultimo riposo, e io, povero spettatore, sono sicuro che gli occhi del cielo hanno asciugato le proprie lacrime, per permettere ad una giova­ne donna di non soffrire più e di addormentarsi finalmente per sognare il suo destino.

È notte. Dolce come seno di donna, amara per un bacio perduto. E il cuore, ucciso da un sospiro d’amore, e la nostalgia di un mondo che non è più, e la solitudine nell’immensità dello spazio, e la luna bianca di luce che narra a colui che la mira una storia di tanto tempo prima… Vagando nel buio, io chiedo alle tenebre, dov’è il mio amore perduto? Forse è negli occhi e tra i bruni capelli di una donna un giorno incontrata, di passione piena e di sogni, che chiamava, voleva e bruciava. Io le parlai in una vita trascorsa, le dissi, dove vai, fermati e parla­mi del cielo e delle stelle, il mondo è un’immagine di quello che siamo, e se tu lo vorrai la tua strada sarà la mia strada.

Tu andasti invece a morire in un giorno di primavera, a seguire il corso di una vita impetuosa. La violenza senza speranza degli uomini fu l’ultima visione dei tuoi occhi, adusi ad osservare le stelle e le lontane galassie, le grida roche e inumane di esseri che non sono mai stati vivi furono l’estremo suono che percosse le tue orecchie, avvezze ad ascol­tare e misurare nuove e complesse combinazioni musicali. E tu divenisti vento e sabbia e acqua, seme di coscienza sparso sulla terra. E io rimasi e attesi, per anni, per secoli, avvinto al muro della mia solitudine, cor­roso dal sole e dal gelo, mentre la grande menzogna della morte si im­padroniva implacabile, ormai senza più remore, del mondo intero.

È l’alba. E il grande tempio che vedo sfumare nel lento tralucere dell’aurora ha sembianza intensa e drammatica ai miei occhi, al mio corpo stanco, alle lacere vesti, alla mano ferma che stringe una corta spada rossa del sangue nemico, in quanto le sue innumerevoli pietre ricorda­no, devono ricordare l’efferata uccisione del mio amore. Io, compagno nella ricerca e vano guerriero, ho assistito impotente alla morte della mia maestra, di Ipazia, della mia donna, di una scienziata protesa ver­so lontani e palpitanti confini, io sono parte di un piccolo pubblico che esce dal teatro perché la commedia è finita e non verrà più replicata.

Il sole precipita bruscamente verso l’alto, ed io, Shalim, figlio di Isidoro fabbricante di papiri, uno tra gli ultimi della Scuola alessandri­na, lascio cadere il pugnale, e mentre la porta della vita si chiude alle

mie spalle, lentamente scendo verso la valle dove dimorano gli uomini alla ricerca della mia verità.

Adesso corro terre e oceani, la tagliente luce del sole non navera la tenebra che avvolge la mia mente come nero sudario, il tempo è una strada infinita, che porta lontano, ad un mondo impossibile. Dove sei, mio sogno perduto, forse un giorno tra infiniti altri sentirai uno stanco passo sulla polvere arida di un sentiero nascosto. Chiama, che il nome mio risuoni una volta nel silenzio che tutto invade, o voce mia, afferra il suono e rimanda l’eco a lei, al suo corpo mio da sempre, allo sguardo velato da lunghi capelli, allo spolverìo d’oro che ammanta le bianche e sensuali membra, di atomi, materia, forza, fuoco, freddo, vulcanica vo­luttà da sterminati universi.

Fermati allora, e parlami del cielo e delle stelle, fa che la polvere si levi verso l’alto, che il mio cuore riprenda a pulsare, che il mio corpo diventi luce.

L’attesa è infinita, ma io sono in cammino.

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Antonino_colavito

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mercoledì, 16 maggio 2007

IL MANIACO E ALTRI RACCONTI di Sergio Sozi

Ci sono autori che anziché indirizzare la propria scrittura sui percorsi definiti da mode, tendenze ed esigenze di mercato preferiscono impegnarsi per trovare una personale strada narrativa che possa essere, dunque, ben identificabile. Ritengo che Sergio Sozi rientri nella suddetta categoria.

Nato a Roma il 3 marzo del 1965, Sozi ha trascorso buona parte della sua vita in Umbria per poi trasferirsi in Slovenia, dove attualmente risiede. Dal 1989 si occupa di letteratura, giornalismo culturale, insegnamento e traduzioni. Ha esordito come poeta con la raccolta ”Oggetti volanti” (Perugia, 2000. L’omonima silloge venne segnalata dal Premio Sandro Penna nel 1999 – presidente prof. Walter Pedullà).

In questi giorni Sergio Sozi torna in libreria con la raccolta “Il maniaco e altri racconti” dove figura come protagonista il capitano Euterpe Santonastasio, sessantenne siciliano, dipendente della Compagnia Trieste II, in attesa della pensione. I casi in cui Santonastasio si trova coinvolto, però, non sono casi ordinari. Tutt’altro. Non tragga in inganno il titolo del primo racconto: “Il maniaco”, dove non troverete serial killer, né atti di stupro, né violenze fisiche.

Ma al di là dei contenuti e delle trame dei racconti occorre sottolineare che la scrittura di Sozi è il frutto di un riuscito mix tra narrativa realistica e letteratura grottesca (se non dell’assurdo), dal quale è facilmente ravvisabile una tendenza alla sperimentazione linguistica e all’uso di neologismi. Una scrittura ricercata e coraggiosa, lirica e umoristica, attraverso la quale lo scrittore si mette in gioco nel tentativo di proporre, come già accennato in premessa, un proprio marchio letterario. L’ascendenza gaddiana, quella che trae origine proprio dal noto pasticciaccio, è qui facilmente riconoscibile; ma Sozi è bravo a gestirla in maniera oculata e personalizzata evitando di cadere in una delle più diffuse trappole letterarie che, di fatto, riducono l’autore a semplice epigono.

Vi propongo di seguito parte di un curioso dialogo (tratto da pag. 55) tra il già citato Euterpe Santonastasio e la Storia. Come ha dichiarato l’autore della raccolta: “si tratta di un colloquio a metà strada tra la riflessione monologante e il colloquio propriamente detto. Forse si tratta in verità della Storia che parla di sé in terza persona, o forse è tutto nella mente di Santonastasio”.

La Storia è l’Amore, quando preghi il Tempo: ella cambia la falce in un braccio desioso di baci. Onusta di sofferenza, chiede perdono e ti fa sentire quanto ogni creatura abbia voce e soprattutto lei, per il suo passar senza requie, sia ricorsa a certi ritrovati poco umanamente comprensibili per farsi ascoltare da te.

Be’, a me pare proprio originale!

Massimo Maugeri

Sergio Sozi collabora con il quotidiano L’Unità ed il settimanale Avvenimenti, con il mensile triestino Trieste Arte e Cultura, il mensile lubianese Nova revija, il quotidiano sloveno Dnevnik, la Radio Tre slovena e la casa editrice Studentska Zalozba – per la quale ha curato nel 2005 il volume antologico di racconti italiani (1989-2003) ”Carta e carne” (”Papir in meso”, SZ-Beletrina, Ljubljana 2005). Suoi pezzi culturali sono presenti su diversi siti letterari. Da ricordare la pubblicazione di colloqui con Dacia Maraini, Sebastiano Vassalli, Diego Marani e Claudio Magris.

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Nei prossimi giorni, qui a Letteratitudine, avrete la possibilità di leggere la versione integrale del primo racconto della raccolta di Sozi: quello che dà il titolo al libro. Si ringraziano anticipatamente autore ed editore per la gentile concessione.

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lunedì, 14 maggio 2007

PERCHÉ LE DONNE LEGGONO PIÙ DEGLI UOMINI?

Tempo fa un frequentatore di Letteratitudine (non ricordo chi e chiedo venia all’interessato) dichiarò in un commento di essere un grosso acquirente di libri. Aggiunse, però, che era la moglie a leggere la maggior parte dei libri acquistati. Quel frequentatore scrisse anche di avere la netta sensazione che, in generale, il numero delle lettrici fosse superiore a quello dei lettori e mi propose di pubblicare un post/sondaggio per verificare se la sua fosse una percezione condivisa e dunque veritiera.

Pochi giorni fa ho appreso da Repubblica.it che non solo la percezione del nostro amico era – ed è – condivisibile, ma coincide addirittura con una realtà basata su dati statistici.

Ebbene sì! Secondo i dati forniti dal rapporto "I cittadini e il tempo libero", svolta dall’Istat a maggio 2006 sulla lettura di libri e il ricorso alla biblioteca, le donne leggono più degli uomini.

Quest’indagine Istat, peraltro, ci fornisce informazioni ulteriori non del tutto entusiasmanti (nulla di particolarmente nuovo, per la verità). Ve ne elenco alcune:

-         sono più di 20 milioni coloro che non hanno letto nemmeno un libro in un anno

-         leggono di più laureati, dirigenti, imprenditori, liberi professionisti e impiegati

-         si legge di più nel Nord-ovest e nel Nord-est

-       tra le cause principali della non-lettura figura in testa la noia; seguono la mancanza di tempo libero, il preferire altri svaghi, i problemi di vista, i motivi di salute, l’età anziana, il preferire altre forme di comunicazione, la troppa stanchezza dopo aver lavorato, studiato o svolto le faccende di casa.

Tornando al post, però, la domanda è: perché le donne leggono più degli uomini?

Hanno forse più tempo libero? Più voglia di apprendimento? Più interesse all’analisi? Hanno meno problemi di vista? Sono meno allergiche alla carta? Gli uomini sono troppo intenti a scrivere per poter anche leggere?

O forse le donne riescono ad apprezzare di più la lettura perché sono più in grado, rispetto agli uomini, di leggere con leggerezza?

E ancora: se è vero che più lettura equivale a più conoscenza, e se ha un fondamento il motto che dice “chi sa cavalca chi non sa”, potrebbe – il dato di cui trattiamo – essere l’indizio di una silenziosa rivoluzione in atto?

E le donne che leggono sono davvero pericolose, come recita il titolo provocatorio di questo libro edito da Rizzoli?

Mi viene in mente una frase di Daria Bignardi, che ha scritto la prefazione del suddetto libro: “Le donne che leggono sono pericolose soprattutto per se stesse. Ci sarà un motivo se la storia dell’umanità ha ritardato la lettura alle donne”.

Che abbia ragione la Bignardi? Non è che le donne, oggi, leggono più degli uomini per compensare i ritardi imposti dalla storia?

Voi che ne dite?

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domenica, 13 maggio 2007

L’OCCHIO ALATO: STORIE DI DISUMANIZZAZIONE SCOLASTICA (di Miriam Ravasio)

Tempo fa Miriam Ravasio mi fece pervenire un articolo dal titolo: “La disumanizzazione scolastica”. Fui ben lieto di pubblicare quel pezzo mosso dalla consapevolezza che la scuola, di ogni grado e livello, riveste – o, quantomeno, dovrebbe rivestire – un ruolo di primaria importanza nello sviluppo di una società (nella fattispecie la nostra).

Miriam ha scritto un libro basato sulla sua esperienza scolastica: pagine pregne di pensieri, aneddoti e considerazioni di chi ha visto con occhio di artista dell’immagine e poi ha raccontato con considerevole capacità letteraria.

Una nuova rubrica – “L’Occhio Alato: storie di disumanizzazione scolastica” – ospiterà, a puntate, il lavoro di Miriam. È mia convinzione che ben presto queste pagine troveranno ulteriore collocazione nell’ambito di una pubblicazione cartacea.

Di seguito potrete leggere il testo dell’ipotetica quarta di copertina e una breve introduzione dell’autrice e curatrice della rubrica.

(Massimo Maugeri)

Covermaneducimmag14x205 Occhio, è un manuale, un quaderno di lavoro, un diario intimo, ma soprattutto è un’opera, un vero manufatto artistico; azione creatrice che interagisce con gli altri per rigenerarsi e riformularsi. Chi scrive è un’artista, che all’arte ha dedicato la sua vita: arte figurativa, arte applicata e didattica dell’arte. Soggetto del libro sono la scuola primaria e i progetti di educazione all’immagine che l’autrice ha realizzato nel corso degli ultimi anni nel territorio lecchese, nei paesi che stanno ai piedi del monte Resegone. Miriam Ravasio, che per la scuola “era solo la zia di…”, racconta la sua esperienza, descrivendo con precisione le lezioni e i procedimenti, illustrando tecniche e metodi come in  un vero manuale tecnico, annotando al contempo riflessioni, sentimenti e impulsi che il rapporto con la cristallizzazione didattica  le muovono. Lo fa con passione e amore e la tensione narrativa, che nei capitoli centrali si espande con sicurezza, ricorda altri diari, altre esperienze totalizzanti che hanno influenzato i sistemi educativi del Novecento, in Italia e in Europa: Il poema pedagogico di Anton Makarenko e Lettera ad una professoressa dei ragazzi di don Milani.

Occhio, è un testo pedagogico, che nasce dall’arte e dalla determinazione di chi non si arrende al brutto, all’educazione del brutto, che nelle nostre scuole è diventata sistema. Seguire, pagina dopo pagina, le avventure di questa “piccolissima donna davanti al mistero” è una preziosissima opportunità per afferrare al volo il senso educativo. È una lettura che stupisce, diverte e commuove, perché nella scuola ci sono i bambini, le maestre, i programmi didattici, gli intenti educativi; nella scuola c’è la società, soffocante, incongruente, fragorosa. Occhio, straborda di verità.

Non volevo scrivere un diario, né tanto meno un saggio, semplicemente, sentivo il bisogno di mettere in ordine il lavoro, appuntando cose fatte e da fare. Il bisogno di capire questo nuovo mondo, conosciuto solo in parte, ha fatto il resto. Durante le vacanze  di Natale o di Pasqua mi sedevo al computer e, ricostruendo le lezioni, riflettevo battendo i tasti. Mi ritrovavo a scuola dopo un attività artistica, svolta nell’assoluta solitudine del mio studio, che mi aveva impegnato per anni, e questo coincideva con un rinnovamento interiore che, per letture e altri interessi, si stava manifestando come una benefica catarsi. Vedevo tutto con occhi diversi. Occhio, infatti, è il titolo che raccoglie queste mie riflessioni. Annotazioni di lavoro quotidiano, note tecniche di attività artistica, che s’incrociano con riflessioni nate dalle letture e dalle nuove conoscenze: Platone, Kant, Hegel, Novalis, Spinoza. A quei tempi frequentavo il sito, Raizoom,  di Nanni Balestrini e Maria Teresa Carbone, con avidità leggevo e approfondivo. Affioravano pensieri, domande, smarrimenti. Perché la scuola non ci aiuta a crescere? Perché l’arte non parla più agli uomini? Perché il bello non ci conforta? Questo “manuale di educazione all’immagine”, è un po’ tutto questo.

Miriam Ravasio

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Miriam Ravasio abita a Lecco, si occupa di educazione all’immagine nelle scuole; un lavoro a cui è arrivata “per caso”, dopo una vita dedicata alla moda e alla ricerca di immagini per abiti, tessuti e ricami. L’impatto con la scuola, e in particolare, con il frastuono pedagogico  della didattica, è stato così forte e violento da indurla a scrivere.

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venerdì, 11 maggio 2007

CUBA SECONDO IL NIPOTE DEL CHE (di Gordiano Lupi)

CUBA SECONDO IL NIPOTE DEL CHE

La Rivoluzione cubana è un volgare capitalismo di Stato

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Fa un po’ impressione aprire La Nueva Cuba dell’8 maggio e leggere un articolo firmato da Máximo Tomás che riporta le impressioni sulla Rivoluzione Cubana di Caneck Sánchez Guevara, nipote maggiore del Che. Caneck è nato a Cuba trenta anni fa da Hildita, primogenita di Ernesto e della prima moglie Hilda. Oggi vive a Oaxaca, è cittadino messicano, lavora come disegnatore grafico e scrittore.  Le sue parole sono dure come il marmo e gettano alle ortiche quel poco che sembrava di dover salvare della esperienza rivoluzionaria.

“La Rivoluzione a Cuba non è mai stata democratica e neppure comunista, ma ha sempre rappresentato un volgare capitalismo di Stato chiamato fidelismo” afferma senza mezzi termini.

L’intervista di Caneck è stata pubblicata dal settimanale messicano Proceso e suona come una critica aspra e una condanna senza appello alla politica di Fidel Castro, definito “un vecchio tiranno che ha falsificato un nobile ideale”.

“La Rivoluzione è sempre stata antidemocratica, ha prodotto solo una borghesia corrotta, degli apparati repressivi e una burocrazia incredibile che l’hanno allontanata dal popolo” prosegue Caneck. Il suo ragionamento continua con accusa ancora più pesanti e circostanziate. Fidel è il responsabile della trasformazione di un’idea rivoluzionaria in una sorta di religione della quale sembra il sommo sacerdote. Il leader maximo ha appoggiato l’installazione di una rigida borghesia socialista, fintamente proletaria, che ha sempre perseguitato omosessuali, hippyes, liberi pensatori, sindacalisti e poeti.

“La Rivoluzione ha fallito i suoi obiettivi da molti anni, è stata assassinata da chi doveva difenderla, proprio per evitare che il popolo si rivoltasse contro il potere. La borghesia rivoluzionaria è asfissiata dalla burocrazia, dalla corruzione e dal nepotismo imperante” continua Caneck.

Il nipote del Che non esita a definire il regime di Castro come una dittatura e accusa il comandante di aver tradito gli ideali originari della Rivoluzione.

“È vero che Fidel ha liberato Cuba dalla tirannia di Batista, ma con il passare del tempo si è rivelato anche lui uno spietato dittatore” continua Caneck.

“Tutte le mie critiche a Fidel Castro partono dal suo allontanamento dagli ideali libertari, dal tradimento commesso contro il popolo cubano e dalla spaventosa vigilanza stabilita per difendere lo Stato dalla sua gente” afferma.

Il nipote maggiore di Che Guevara segnala che la repressione che si vive a Cuba è soffocante, perché gli individui vengono controllati in maniera rigida e le associazioni sono proibite.

“La Rivoluzione è soltanto un volgare capitalismo di Stato che morirà con Fidel” afferma Caneck.

(Non sono ottimista come Caneck, speriamo che i fatti gli diano ragione, mai come adesso vorrei sbagliarmi… nda)

“Un giovane ribelle come in passato è stato Fidel Castro, nella Cuba di oggi sarebbe immediatamente fucilato” aggiunge.

La conclusione è ancora più amara.

“Il marxismo è soltanto una materia scolastica che nella realtà cubana non viene assolutamente messa in pratica”.

Niente di nuovo sotto il sole per chi come noi va dicendo e scrivendo queste cose da anni. Se Che Guevara fosse ancora vivo sarebbe il primo a imbracciare il fucile contro una Rivoluzione tradita sin dai principi fondamentali che animavano la guerriglia sulla Sierra Maestra. 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Capo redattore de Il Foglio Letterario e Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz: "Machi di carta" (Stampa Alternativa, 2003), "La Marina del mio passato" (Nonsoloparole, 2003), "Vita da jinetera" (Il Foglio, 2005), "Cuba particolar – Sesso all’Avana" (Stampa Alternativa, 2007). I suoi lavori più recenti sono: "Nero Tropicale" (Terzo Millennio, 2003), "Cuba Magica – conversazioni con un santéro" (Mursia, 2003), Cannibal – il cinema selvaggio di Ruggero Deodato (Profondo Rosso, 2003), "Un’isola a passo di son – viaggio nel mondo della musica cubana" (Bastogi, 2004), "Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura" (Stampa Alternativa, 2004), "Orrore, erotismo e pornografia secondo Joe D’Amato" (Profondo Rosso, 2004), "Tomas Milian, il trucido e lo sbirro" (Profondo Rosso, 2004), "Le dive nude – vol. 1 – il cinema di Gloria Guida e di Edwige Fenech" (Profondo Rosso, 2005), "Serial Killer italiani" (Editoriale Olimpia, 2005), "Nemici miei" (Stampa Alternativa, 2005), "Il cittadino si ribella: il cinema di Enzo G. Castellari" – in collaborazione con Fabio Zanello – (Profondo Rosso, 2006), "Filmare la morte – Il cinema horror e thriller di Lucio Fulci" (Il Foglio, 2006) e "Orrori tropicali – storie di vudu, santeria e palo mayombe" (Il Foglio, 2006). Il suo ultimo libro è il saggio "Almeno il pane Fidel – Cuba quotidiana" (Stampa Alternativa, 2006). Di prossima pubblicazione: "Dracula e i vampiri" (in collaborazione con Maurizio Maggioni – Profondo Rosso, 2007), "Il cinema di Luigi Cozzi" (Profondo Rosso, data da stabilire) e "Il cinema di Sergio Martino" (in collaborazione con Fabio Zanello – Profondo Rosso, da stabilire). Pagine web: www.infol.it/lupi. E-mail per contatti:  lupi at infol.it Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come Cominciamo bene le storie di Corrado Augias (libro Serial killer italiani), Uno Mattina di Luca Giurato (libro Serial killer italiani), Odeon TV (trasmissione sui Serial killer italiani) e La Commedia all’italiana su Rete Quattro (dove ha parlato di Gloria Guida e di commedia sexy). È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche per i suoi libri e soprattutto per il saggio su Cuba intitolato Almeno il pane Fidel che sta facendo discutere. I suoi libri sono stati oggetto di numerose recensioni e segnalazioni che si possono leggere al sito www.infol.it

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giovedì, 10 maggio 2007

LA VENTESIMA EDIZIONE DELLA FIERA INTERNAZIONALE DEL LIBRO DI TORINO

Al Lingotto si festeggia la cifra tonda. Già. Vent’anni non sono mica pochi.

Sinceri auguri e complimenti agli organizzatori!

Quest’anno non salirò. Preferisco seguire l’evento a distanza, rimanendo buono e cheto dalle mie parti.

Però consentitemi di dedicare alla XX edizione della Fiera Internazionale del libro di Torino (che si svolgerà dal 10 al 14 maggio) questo post. Tutti i frequentatori di Letteratitudine sono invitati ad alimentarlo. È ovvio che sarebbe interessante leggere i commenti di chi avrà la possibilità di varcare i cancelli ed entrare nella bolgia libresca; ma saranno altrettanto graditi gli interventi di tutti coloro che avranno voglia di dire semplicemente la loro. Scrivete considerazioni, commenti, segnalazioni di qualunque tipo purché, s’intende, connessi alla Fiera.

Di seguito potete leggere un mio articolo che scrissi e pubblicai su un magazine letterario in occasione della diciannovesima edizione. Ho il vago presentimento che parte delle considerazioni scritte allora potrebbero riciclarsi per commentare la Fiera di quest’anno.

Un caro saluto!

Considerazioni sulla 19^ Fiera Internazionale del libro di Torino

di Massimo Maugeri

Le cifre sono da record e il direttore, Ernesto Ferrero, ha colto tutte le occasioni possibili per esternare la sua incontenibile soddisfazione. Intanto sono aumentati gli editori presenti (che hanno raggiunto la ragguardevole quota di 1.263 unità), mentre i visitatori hanno sfiorato il tetto delle 300.000 presenze. Gli incontri sono stati più di 800 e hanno coinvolto all’incirca 2.500 relatori. Secondo Ferrero (come è riportato in una delle note divulgate dall’ufficio stampa della fiera), il successo del 2006 nasce da una combinazione di fattori: "La qualità del programma, la convinzione degli editori, la straordinaria copertura mediatica, perfino la bellezza degli stand". .

Anche gli espositori pare abbiano esternato grande soddisfazione. Ci basiamo ancora sulle informazioni divulgate dal succitato ufficio stampa: "In quest’edizione della Fiera abbiamo venduto il 25% in più rispetto all’anno scorso. Era da tanto che non registravamo un dato così importante" afferma Renzo Ginepro, direttore commerciale di Adelphi, il cui titolo più venduto è "David Golder", il nuovo romanzo di Irène Némirovsky. "Siamo ancora più soddisfatti che nella passata edizione" esclamano i responsabili dello stand Einaudi. Per lo Struzzo il libro che ha ottenuto maggior successo è "La differenza cristiana" di Enzo Bianchi. Fabio Volo con il suo "Un posto nel mondo" è campione di incassi allo stand di Mondadori, dove sono tutti contenti per l’esito della Fiera e da buoni milanesi non risparmiano la battuta: "È ormai un appuntamento consolidato bisogna fare i complimenti ai torinesi che sono riusciti a non farsela portare via". "La Fiera è più ricca, ci sono più stand e più incontri" fanno eco allo stand Rizzoli, dove Paulo Coelho è lo scrittore più gettonato. Pollice in su anche presso lo spazio Feltrinelli: qui i più venduti sono "Tre metri sopra il cielo" e "Tutto il Grillo che conta”. Più 20% di venduto rispetto allo scorso anno per Giunti Editore: tra i titoli più richiesti, "Atlanti di Voyager" di Roberto Giacobbo. Prima volta a Torino per il neonato Gruppo Mauri Spagnol, formato da Garzanti, Longanesi, Guanda, Corbaccio, Ponte alle Grazie, Vallardi, Tea, Nord, Pro libro e Salani: lo stand ha visto come campioni di incassi i libri di e su Tiziano Terzani. Per finire, un gradito ritorno dopo sei anni di assenza: Mursia. "La Fiera è cambiata in meglio. Agli organizzatori riconosciamo il merito di svolgere ruolo importante per la diffusione della lettura – affermano i responsabili della casa editrice. E ancora: "La Fiera ha tolto la polvere ai libri e ne ha fatto uno spettacolo vivo". In cima alla vendite per Mursia, il "Il manipolatore di sogni" di Dario Camillotto. Soddisfazione, in alcuni casi, anche da parte della piccola editoria. Salta all’occhio quanto sostenuta dalla Pendragon: "Abbiamo venduto il 75% in più dell’anno scorso".

Ma lasciamo le cifre e abbandoniamoci a considerazioni personali; anche perché sono molte le cose che ti possono capitare nel corso di una megakermesse di libri come quella di Torino.

Ti può capitare, ad esempio, che nel corso del viaggio d’andata (sul volo Catania – Torino, via Roma) all’aeroporto della capitale si verifichi un problema all’impianto idraulico del velivolo Alitalia dove ti hanno appena fatto imbarcare e che il tuo disappunto si unisca, con casuale cacofonica concomitanza, a quello della persona che ti siede accanto (nella fattispecie un distinto signore di una certa età che ti pare di aver visto da qualche parte ma non ricordi dove). A quel punto ti può capitare che ti facciano scendere e ti rispediscano al gate in attesa dell’arrivo di un nuovo aereo. Magari perdi quasi due ore, però nel frattempo hai la possibilità di conoscere Corrado Augias e di scambiare con lui un paio di battute. Poi ti fanno risalire, ti rituffi in poltrona e accanto a te vedi accomodarsi il distinto signore di prima. Solo una volta atterrati a Torino, però, dopo che il distinto signore ti saluta garbatamente e si allontana, lo riconosci: era Asor Rosa.

La prima volta che metti piede nei locali della Fiera ti può capitare di doverti districare, con un certo imbarazzo, in mezzo a una fiumana di ragazzini ipereccitati che sembrano provenire da ognidove e da ogniquando (appunto per i visitatori della prossima edizione: evitare la giornata dedicata alle scuole!). E lo fai cercando di non soccombere al peso elencotelefonichesco del volume che ti hanno appioppato all’ingresso contenente la lista degli espositori con informazioni annesse. Così caracolli tra uno stand e l’altro compulsando il programma al fine di identificare luoghi, date e orari di conferenze e tavole rotonde che più si confanno ai tuoi interessi. Ce n’è per tutti i tipi e per tutti i gusti, con il coinvolgimento di tutti gli spazi appositamente adibiti all’interno del Lingotto: Sala Gialla, Sala Azzurra, Sala Blu, Sala Rossa, Sala Bianca, Sala Arancio, Caffè letterario, Spazio autori A, Spazio autori B, Piazza Italia, Spazio per i libri, Arena Piemonte. Provi a memorizzare la planimetria della fiera che trovi stampata alla fine della brochure. La fissi, la ri-fissi, la ri-ri-fissi. Poi però rinunci perché se provi a recarti, senza aiuto della guida, alla Sala Rossa finisci con il ritrovarti dinanzi alla Sala Blu e se qualcuno ti domanda a bruciapelo dove si trova Piazza Italia ti viene istintivamente di rispondere: “All’interno del padiglione 2”, anziché del padiglione 3. Ti rassegni, allora, a camminare con programma e planimetria in tasca (che è sempre bene avere a portata di mano anche perché – a dire il vero – la scelta del convegno “giusto” non è impresa da poco considerando che, spesso, gli eventi che ti interessano sono programmati alla stessa ora).

Di tanto in tanto decidi di andare in giro miscelandoti tra i visitatori e gli operatori che vagolano da un capo all’altro della fiera come formiche impazzite. Lo fai scegliendo percorsi alternativi, forse inconsapevolmente ispirato da cacofonici sottofondi capaci di causare un fastidioso senso di ottundimento. In un modo o nell’altro, però, ti ritrovi sempre allo stesso dannato punto. E ti viene il sospetto che qualcuno, esperto in stregoneria applicata agli itinerari, ti abbia inflitto la maledizione (ineludibile e angosciosa) della circolarità dei percorsi libresco-culturali.

Nell’ambito delle tue peregrinazioni ti può capitare di imbatterti nello stand della Fazi e notare una ragazza bassina dal visino d’angelo e dai molteplici ruoli: dà informazioni sui libri, firma autografi, si fa fotografare e… batte cassa. “Nove euro e cinquanta, grazie”, dice. Si chiama Melissa P. e non si capisce bene se sia un’impiegata schiavizzata o la padrona della baracca.

Ci sono altre cose che non ti sono del tutto chiare. Non capisci – ad esempio – perché la gente si affanni ad accalcarsi con particolare ostinazione all’interno degli stand dei grandi editori per trovare gli stessi identici libri disponibili in ogni comune libreria o negli ipermercati. Non solo. Vedi uscire da quegli spazi sovraffollati uomini, donne e bambini con buste ricolme di volumi e sorrisi indecifrabili non di certo attribuibili ad alcuna sorta di sconto o agevolazione. Perché i grandi editori si guardano bene dal praticare sconti alla Fiera del libro di Torino. Solo i piccoli (e alcuni dei medi) hanno spinto la loro generosità in direzione di sconti rivolti per lo più a libri che hanno tutta l’aria di meritarsi l’appellativo di “invendibili” o di “mere scorte di magazzino”.

C’è di tutto, dicevamo, alla kermesse libresca torinese. Dai convegni di alta letteratura agli incontri popolari, dalle tavole rotonde di addetti ai lavori ai ritrovi adolescenziali; come quello ha coinvolto un cospicuo nugolo di ragazze trepidanti e l’autore del già citato bestseller “Tre metri sopra il cielo”; autore che – con un disdicevole gioco onomatopeico – potremmo etichettare come rappresentante principe della letteratura “mocciosa”.

Poi ti possono capitare anche vicende alla “what if… ?” (cioè “Cosa succederebbe – o cosa faresti – se… ?”). Può accadere – per esempio – che un noto scrittore (e amico), nel corso di un convegno che si svolge durante la mattina del secondo giorno di Fiera, ti sussurri a un orecchio: “Pare sia morto Garcìa Màrquez”, e che tu risponda: “Caspita! Che terribile notizia”, e che lui commenti: “Be’, che era malato si sapeva da tempo!”. Poi inizi a riflettere e a considerare che con la dipartita di Garcìa Màrquez viene meno uno degli ultimi pezzi della letteratura con la elle maiuscola e che è un vero peccato che l’ultimo libro (che stai leggendo proprio in quei giorni) del grande autore colombiano, “Memoria delle mie puttane tristi”, non sia altro che – paragonato alle opere precedenti – una triste puttanata. E il senso di sconcerto ti rimane anche ore dopo, quando scopri che la notizia della morte del premio Nobel era un balla bella e buona.

Passano le ore e i giorni e all’improvviso ti ritrovi all’aeroporto per tornare a casa. Pensi sia il momento giusto per fare una sorta di bilancio dei tuoi quattro giorni torinesi senza farti condizionare dal sopravvenuto senso di nausea per la folla e per qualunque cosa assomigli a un libro. Arrivi alla conclusione che, in fondo, non è che la Fiera abbia aggiunto chissà cosa alla tua vita. Ma sai già che, all’avvicinarsi della ventesima edizione (che si svolgerà tra il 10 e il 14 maggio 2007) la tentazione del ritorno sarà troppo forte. Anche perché il paese ospite sarà la Lituania. Non te ne frega nulla, ma è bene cominciare a lavorare sulle motivazioni a giustificazione del futuro viaggio.

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martedì, 8 maggio 2007

DOLLÌRIO opera teatrale di Nino Romeo (recensione di Sabina Corsaro)

Nino Romeo

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Graziana Maniscalco e Nino Romeo

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Definirlo il dramma di una donna appare riduttivo; sembra, invece, più idoneo considerarlo il flusso inesorabile di una coscienza che fa i conti con la sua memoria, scevra, per sua natura, di un anestetizzante raziocinio.  Mara, la protagonista, (Graziana Maniscalco) è una donna che vacilla tra la piena coscienza di sé e la consapevolezza di un’esistenza da ricostruire; conosce il dolore, sordo, viscerale che penetra profondamente fino a ledere persino le articolazioni e la fuoriuscita dei suoni vocali ma gradualmente lo trasforma in arma subdola e poi manifesta per poter agire contro i colpevoli della sua disperazione. La scena iniziale si apre quando fuori di sé  si rivolge a Dollìrio (Nino Romeo) il boss del quartiere. Il trauma per l’uccisone dei genitori è alimentato in lei da una rabbia che la scuote violentemente fino ad ostacolarle l’esplicazione delle parole. La pièce si divide in sette scene che rappresentano le fasi principali dell’evoluzione della protagonista, ma quel susseguirsi di fasi non equivale ad un progresso e ad una maturazione formativa ma ha la valenza di un’acquisizione di sé, di un’esistenza in funzione di un’unica grande causa: quella del nulla. Smarrimento e dislocazione, quindi, sono gli unici punti fermi, e l’amara espressione della protagonista nell’ultima scena del dramma: “io ho fondato la mia causa sul nulla”. Il Boss è l’emblema di un sistema apparentemente irraggiungibile fino a quando non si è in grado di addentrarsi negli intrecci e nel linguaggio di quello stesso sistema, scoprendone abitudini: familiari, domestiche, intime. Mara spia i punti deboli di Dollìrio, ne prende coscienza e si fa sempre più forte, ma dietro ai due personaggi si celano i due aspetti di uno stesso elemento: il potere. Quello muto, continuo, rappresentato dalla tradizione, dal codice antico, e quello dinamico, in continua metamorfosi, che si mimetizza con la legalità e con i tempi. Entrambi convivono e si oppongono e quando il potere nuovo va a demolire quello vecchio, improvvisamente esso prende coscienza del vuoto della sua essenza. E’ questo il senso della frase di Mara? Nino Romeo lega i pezzi sparsi dell’interiorità della protagonista  attraverso l’elemento linguistico, è questo a dare un’identità e una misura ai cambiamenti della personalità di Mara nel tempo, ai fatti sociali che si svolgono attorno a lei, e il dialetto siciliano si alterna ad espressioni (brevi ma intense) di alta liricità.  Ed ecco la frase di Mara, così come la sottolinea Nino Romeo, che funge da unico elemento strutturale che ricompone quel mosaico di pezzi che è la coscienza della  stessa donna:“Ripassare questi trentanni al setaccio di una coscienza rinnovata”, è questa la redenzione per Mara o, al contrario, è l’inferno verso cui la conduce la disperata e avida sete di vendetta? Forse entrambe le cose. Lo spettacolo è caratterizzato da un gioco di luci e musiche suggestive, grazie alla professionalità e creatività di Franco Buzzanca e Franco Lazzaro e andrà in scena fino al 6 maggio presso il teatro Angelo Musco di Catania.

Sabina Corsaro

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Sabina Corsaro, laureata in lettere con tesi intitolata "Proust e le porte della lettura" (considerazioni di Proust e Ruskin sull’estetica, sulla critica e sulla lettura), è attualmente impegnata nello svolgimento di un dottorato di ricerca in Storia Moderna (in particolare sulla Sicilia Post-Risorgimentale attraverso un percorso tra Storia e Letteratura). Ha fatto parte dal 2003 della redazione del magazine letterario "Astratti Furori". Attualmente modera (con Barbara Mancuso) il forum (per la facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Catania) "Univers’arte", dedicato alle immagini. È co-autrice del volume "Dicono di Bruno Caruso" (Lombardi editori, marzo 2007).

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domenica, 6 maggio 2007

A CHE (A CHI) SERVE LA LETTERATURA?

Alessandro Piperno

Chi glielo dice ad Alessandro Piperno che questa sua presa di posizione – mantenuta con pervicacia – sulla presunta inutilità della letteratura a qualcuno fa un po’ sorridere?

Chi glielo dice che, pronunciata da lui, la frase “la letteratura non serve a niente” suona – alle orecchie dei più cinici e superficiali – un po’… irriverente? Della serie: da che pulpito… ?

Non so se vi ricordate, ma tempo fa – esattamente il 13 novembre 2006 – scrissi un post su Piperno e sulla sua inutilità della letteratura (che, badate bene, non significa sulla sua letteratura dell’inutilità… non fatemi dire cose che non ho detto, eh?).

Anzi, vi invito a rileggere quel post cliccando qui.

La questione, in verità, diciamolo (anzi, scriviamolo), non è poi così nuova – forse è vecchia come quella relativa alla cosiddetta morte del romanzo – ed già stata ampiamente dibattuta in altri tempi e in altre sedi.

Piperno – però – persevera, si fa paladino della suddetta tesi. La riporta in auge rispolverandola da vecchie incrostazioni e lucidandola – in ottica post-ideologica – con considerazioni che qualcuno potrebbe considerare quantomeno poco convincenti.

Piperno persevera e "lancia", o meglio, "ri-lancia" sulle pagine de L’Espresso. Scurati "raccoglie" e replica sulle pagine de La Stampa. Ne viene fuori una similpolemica che, al di là degli intenti promozionali (Piperno e Scurati si sono incontrati a dibattere sul palco, e sotto i riflettori, di "Officina Italia") merita di essere presa in considerazione come polemica vera, sebbene amicale.

Per quanto mi riguarda, quando sento parlare di inutilità della letteratura e morte del romanzo in genere sorrido. Sorrido e penso che, in fondo, la vacuità di questi dibattiti ha (forse) un valore apotropaico (termine caro a Piperno): fin quando si parlerà di inutilità della letteratura e morte del romanzo, letteratura e romanzo avranno, rispettivamente, utilità e vitalità.

Chiedo venia per il tono scanzonato – forse canzonatorio – e dissacrante delle mie parole. Rimedio subito, però, cedendo la parola ad Antonio Scurati che pochi giorni fa, come già accennato, ha ben replicato allo scrittore dandy (così è stato anche definito Piperno) sulle pagine de La Stampa.

Vi riporto, dunque, l’articolo pubblicato su Tuttolibri del 28 aprile 2007.

Antonio Scurati

Il borghese è l’uomo che ha trovato una sedia. Così parlò, a metà ‘800, Victor Hugo. Per questo motivo, è sempre esistito un romanzo borghese ma mai uno scrittore borghese. Almeno non mentre scriveva. Se mi si passa la boutade, stando a Hugo, un vero scrittore non scrive mai da seduto.

O, almeno, ciò è rimasto vero fino a qualche tempo fa. Lo scrittore, come figura distinta nell’ambito delle professioni intellettuali, nasce proprio nell’800, con il delinearsi del «campo letterario». Dapprima, questo nuovo soggetto serve gli interessi di classe della borghesia all’apice del suo trionfo: le fornisce un capitale culturale, uno strumento di autorappresentazione con il romanzo, un discorso di legittimazione. Molto presto, però, scaricato dalla borghesia, al cui mercantilismo è superfluo, quando non d’intralcio, lo scrittore passa all’antagonismo sociale. Viene marginalizzato e per questo fa del margine la propria collocazione d’elezione. Si separa dal corpo sociale – la sua «sacralità» è funzione della sua separatezza – per poterlo sottoporre a critica costante. Per più di un secolo e mezzo ogni scrittore sarà, perciò, il veleno del suo ambiente sociale. Ma ne sarà anche l’antidoto, proprio grazie alla sua strutturale anti-socialità.

Passata la buriana della lotta per la Storia, l’onda di riflusso del secolo appena estinto lascia sulle nostre rive lo «scrittore borghese». Riconciliato con la società se non con se stesso, beato, compiaciuto, comodo. Al giro del XXI secolo, lo scrittore sembra aver trovato una sedia. E ci si è seduto.
Se rispolvero il vecchio arnese ideologico della polemica antiborghese è perché sono stato tirato in ballo da Alessandro Piperno in un articolo, apparso ieri su
L’Espresso, nel quale si sostiene l’inutilità della letteratura. L’inedito verrà letto il 4 maggio a Milano nel contesto di un nuovo festival letterario – Officina Italia – da me organizzato (www.officinaitalia.net). Forse è per questo che Piperno, nel sostenere che la letteratura non è mai servita a niente, mi parodizza nelle vesti di un rabbino delle lettere che, con prediche persecutorie, lo richiama alla responsabilità sociale di ciò che va scrivendo. Accolgo volentieri la polemica personale come espediente per drammatizzare uno scambio di idee. Piperno ricorre al repertorio classico del disimpegno: azzeramento della coscienza storica (le cose sono sempre andate così), apparentamento della letteratura ai lussi spirituali (la letteratura condivide la sublime irrazionalità della passione amorosa), autodissacrazione dello scrittore (la letteratura come patologia psichica), autocommiserazione crepuscolare («la letteratura è un ripiego per infelici che il tempo ha cronicizzato in vizio»). Tutto questo, però, va a maggior gloria dello scrittore: un «palpito di eroismo» accompagna l’intrinseca moralità della letteratura che, pur rifiutandosi di distinguere il bene dal male, si «configuri come tensione verso l’autentico».
Ora, al di là del fatto che l’autenticità – come Samuel Johnson ebbe a dire del patriottismo – è spesso l’ultimo rifugio delle canaglie (e non mi riferisco certo a Piperno ma, per esempio, agli spacciatori mediatici di real tv, reality show etc. etc.), trovo significativo che a farsi paladino dell’inutilità della letteratura sia proprio chi, in seguito al successo del suo romanzo d’esordio, è divenuto una sorta di incarnazione del nuovo idealtipo di «scrittore borghese», con tanto di servizi sui suoi luoghi di svago esclusivi e cravatte abbinate ai calzini. Lo trovo significativo perché, come tutti sanno, la superiore ideologia del ceto borghese è proprio l’utilità a ogni costo: l’utilità, l’efficacia, la capacità che le cose hanno di funzionare, di produrre reddito, l’autocrazia del successo sono l’unico metro di valore per la cultura borghese. Stando così le cose, o la letteratura non vale niente perché inutile o la tesi della sua inutilità è anti-borghese. Oppure, terza posizione, questa confessione d’impotenza, questa professione di inutilità sono, in verità, del tutto funzionali, sono utili e redditizie per chi le pronuncia, perché agevolano una pacifica reintegrazione dello scrittore all’ordine sociale, qualunque esso sia, e una piena identificazione con l’ordine simbolico delle logica culturale dominante. Come dire: accoglieteci, amateci, divertitevi con noi, fateci guadagnare un sacco di soldi; perché tanto noi scrittori siamo inutili, dunque innocui, non possiamo far bene ma non possiamo nemmeno far male, lasciateci ai nostri giochini e non vi recheremo nessun disturbo, le nostre piccole trasgressioni verbali sfiateranno in flatus vocis, siamo dei bambini che piangono, siamo dei bambini che cercano l’applauso del papà mentre fanno la cacca.

Considero Piperno un autentico scrittore, dunque non gli farò il torto di confonderlo con il suo protagonista, Bepy Sonnino – un commerciante ebreo, estetizzante ed edonista, che nel secondo dopoguerra accumula fortune illecite dopo aver rimosso la tragedia del suo popolo, considerato alla stregua di un imbarazzante parente povero – il cui universo mentale è il regno del kitsch, un cosmo da cui il male è del tutto assente non perché sia stato estirpato ma perché ne è stato espunto. Ma al Piperno ideologo dell’inutilismo cripto-borghese vorrei dire che non ci si può limitare ad affermare l’inutilità della letteratura, bisogna anche testimoniarne l’antiutilità, la disfunzionalità radicale, il suo essere irredenta e irredimibile, sconsolata, disturbante piuttosto che conciliante, struggente piuttosto che compiacente. E’ vero: la letteratura ha sempre preso partito per l’infelicità. In ogni epoca. Ma la sua infelicità non è ripiego, non estensione di una nevrosi ma esercizio di una specifica intelligenza del mondo, agone nel quale lo scrittore scende per la lotta. Nella sua stessa nevrosi d’uomo, d’altronde, lo scrittore legge la diagnosi clinica del proprio tempo. L’autoesilio dello scrittore sull’orlo della società non deve essere cuccia ma pulpito: lì è la fonte della sua autorità a parlare di essa e contro di essa. Antonin Artaud proclamava: io sono un uomo che ha molto sofferto. Poi però aggiungeva: ed è per questo che ho diritto di parlare.

Tutte queste cose lo scrittore Piperno le sa ma l’ideologo le dimentica. «La letteratura non serve a niente», ripete. D’accordo. Ma solo se il verbo «servire» significa «essere servo di». La letteratura non serve perché è sovrana.

A testimone dell’inutilità della letteratura, Piperno chiama la suprema autorità della morte. Dinnanzi a essa, dice, tornano più utili una preghiera, o una bestemmia. Ma la letteratura è quella bestemmia, caro Alessandro. Una bestemmia fervente. Piperno trova il suo campione in Nabokov, il parnassiano, l’inutilista. Lolita sarebbe un grande romanzo d’amore che ha avuto il merito di chiudere in bellezza la tradizione occidentale dell’amore romantico, giunta al capolinea «nell’abitacolo d’una macchina all’interno della quale si sfidano all’ultimo sangue Humbert e la sua ninfetta». Sottoscrivo, caro Alessandro, non ho bisogno di opporti altri campioni. Va bene Nabokov. A patto di ricordare che, come insegna Denis De Rougemont, nella tradizione Occidentale, l’amore romantico non è un insulso sdilinquimento, non uno squittio ma una protesta contro un mondo regolato dal male. Un mondo contro il quale la brama di assoluto degli amanti si scontra con furia ereticale. E vale anche per la letteratura.

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Il post è aperto per i vostri commenti.

A che (a chi) serve la letteratura?

A voi la parola.

Pubblicato in PERPLESSITA', POLEMICHE, PETTEGOLEZZI E BURLE   30 commenti »

giovedì, 3 maggio 2007

DOVE SONO I CRITICI LETTERARI CON CUI CONFRONTARSI ? (articolo di Antonella Cilento)

A chiedersi per primo dove fossero finiti i critici con cui gli scrittori potessero confrontarsi era stato, sul finire degli anni Ottanta, Pier Vittorio Tondelli. Se ne lamentava in un bel libro-intervista curato da Generoso Picone e Fulvio Panzeri, all’epoca giovani critici come giovane era il compianto Tondelli, di lì a poco scomparso. Dov’erano finiti, si chiedeva Tondelli, i critici con cui dibattere e confrontarsi sul proprio percorso creativo?

A distanza di oltre vent’anni la questione sembra irrisolta.

E un convegno di studi tenutosi a Venezia presso l’Università Ca’ Foscari, coordinato da Anna Maria Carpi, scrittrice, con l’intervento imprevisto di uno scrittore della generazione di Tondelli, Enrico Palandri, e con il contributo (previsto) di Alfonso Berardinelli, Giorgio Ficara, Roberto Galaverni, Franz Haas e Emanuele Zinato, ha cercato di fare il punto.

Ci finisco un po’ per caso, in vacanza a Venezia per una lezione di scrittura presso il laboratorio tenuto da Annalisa Bruni e Lucia De Michieli, invitata da una delle organizzatrici, docente, poeta e amica, Anna Toscano.

E’ una magnifica giornata di sole, sembra luglio e sulle Fondamenta delle Zattere si mangiano gelati. Dall’afa esterna entro nella saletta universitaria a convegno già avviato. Il pubblico interno, studentesse volenterose, in piccola parte resisterà fino alla fine. Il grosso, lettrici di varia età, curiosi, forse altri docenti, pian piano svanirà, come l’orizzonte del discorso critico sviluppato dai critici.

Mi armo di succo di frutta e resisto, anche per il piacere di ascoltare e conoscere per la prima volta Franz Haas, che ha prestato le sue foto azzurrine scattate per l’Ortese in occasione della scrittura del Cardillo addolorato, a me e a Sandro Dionisio per scrivere un corto metraggio dedicato alla grande scrittrice (a un certo punto evocata: dice Haas che anche il Porto di Toledo uscì nel 1975 nel silenzio assoluto della critica italiana, vedendo qualche centinaio di copie e ora vive invece la grande riscoperta dell’Adelphi). Haas ha scritto un articolo, riportato anche su Nazione Indiana non so da chi, dove si accusa la critica italiana di omertà. Si dice che questa critica non veglia, non legge e non discrimina. Perché?

Dice anche, ma questo dal vivo, che a lui spesso tocca di fare il poliziotto e che un suo articolo assai deciso ha impedito che in Germania uscisse con clamore la Fallaci della Rabbia e l’orgoglio, o meglio, è uscito il libro ma con un battage ridotto e per un editore minore. Dunque, negli altri paesi se il critico parla, poiché si assume delle responsabilità, viene anche ascoltato e ha un effetto.

La discussione viene portata avanti da Berardinelli che segna alcuni punti intorno a cui si ruota: il primo è che, a suo avviso, i critici sono scrittori come gli altri. E cioè fanno un lavoro creativo come gli scrittori ma di un genere differente. Sono insomma autori di uno specifico genere letterario. E sono anche, sostiene sorridendo (ma convinto) scrittori più generosi degli altri perché si preoccupano di leggere gli altri autori.

Secondo punto: oggi i giornali sono invasi da recensori, cioè da persone prezzolate che obbediscono alla legge di mercato imposta dall’editoria e che lanciano scrittori come patatine, senza alcuna competenza critica ma limitandosi a fare rumore. Questi signori sono pagati dai giornali e tolgono spazio ai critici. L’editoria è senz’altro imputata principale perché tesa solo a fare numeri e per niente impegnata a stabilire meriti o valori. E infatti il convegno s’intitolava: “I critici: solo intrusi, o il sale della terra?”.

Berardinelli chiedeva, in conclusione, un vero spazio, cartaceo, dove i critici potessero confrontarsi e fare il punto di quel che vale e di quel che non vale (annualmente, bimestralmente, ecc..).

Palandri diceva invece: ma voi, signori critici, li leggete gli autori che accusate di non valer nulla? Come si fa a discriminare l’esistente senza conoscerlo? Leggete e cercate.

Giorgio Ficara commentava i “giovani scrittori”, non meglio identificati, sostenendo che sono colpevoli di non desiderare il confronto, di scrivere ignorando la tradizione cui appartengono e insomma di non valere granché.

Il dibattito con la sala è stato limitato: un signore chiedeva ragione della comprensione, di cosa significhi oggi comprendere; una lettrice incaricata di rappresentare tutti i lettori dichiarava di guardare smarrita in libreria l’enormità e la confusività dell’offerta e di non saper scegliere; la signora Zanzotto, comparsa in tarda mattinata, lamentava vari disservizi, fra cui l’inutilità e la pericolosità delle scuole di scrittura (!).

Ora, per descrivere i convegni universitari ci vogliono penne acuminate e rimando perciò alla lettura di David Lodge, ad esempio. In breve, ci si è scagliati contro i troppo famosi, da Umberto Eco a Niccolò Ammaniti, si è fatta un’operazione “non ti curar di loro  ma guarda e passa” rispetto a  nomi ancora più venduti, ma, di fatto, non si è stilata alcuna graduatoria o fornito alcun parere circa la produzione contemporanea, quale essa sia.

Peggio: si è detto che gli autori vogliono essere riconosciuti dai critici e chiedono le loro recensioni, ma disprezzano la categoria. Inoltre, si è anche detto che forse oggi nessuno scrive niente di degno (e in passato, proprio a una lezione di scrittura tenuta presso il mio laboratorio, Berardinelli aveva dichiarato che dopo la Morante aveva scelto di non leggere più nulla e che i nuovi autori gli sembravano un trucco).

Poiché autori in sala che potessero dibattere, difendersi, dire qualcosa oltre l’equanime Anna Maria Carpi e il già citato Enrico Palandri non ce n’erano, io e il mio succo di frutta ce ne siamo stati zitti, un po’ arrabbiati, in verità e ce ne siamo andati.

Perché il nostro parere contava (e ha sempre contato) poco, ma la fatica di scrivere e la consapevolezza, pesante, di appartenere a una tradizione invece esistono. Ed esiste anche la coscienza e la fatica di portare avanti, almeno per quanto mi riguarda, con onestà una scuola di scrittura.

Io e il mio succo di frutta rispettiamo moltissimo il lavoro critico e la saggezza di Alfonso Berardinelli e di Franz Haas, sia pure nella loro enorme diversità, e rispettiamo il fatto che non siano recensori ma critici, però ci chiediamo anche come mai una folla di autori di buona qualità quando vengono editi – e non sono soggetti al lancio hollywoodiano riservato a quei due o tre titoli all’anno che fanno il fatturato dei molossi editoriali italiani (cagnetti, in verità, rispetto all’editoria tedesca o inglese per non parlare di quella americana) – debbano chiedere la carità ai recensori per essere letti e spesso malamente riassunti sui quotidiani.

Perché debbano anche essere disprezzati dai critici che si mettono la maiuscola davanti, con ragione vista la loro storia, sfruttati da editori che danno anticipi ridicoli (Berardinelli sostiene che gli anticipi ai narratori siano epici: a me non è successo e a molti altri che conosco).

Perché debbano, in definitiva, scrivere per essere numeri di poco conto in case editrici i cui uffici stampa e editori e addetti ai premi li guardano come accattoni e, contemporaneamente, liquidati come ignoranti da critici che non li leggono.

Io e il mio succo di frutta ce ne siamo andati a prendere il sole sulle Fondamenta delle Zattere, portando sempre rispetto anche a chi il rispetto non ce lo porta e spesso viene ospite delle scuole di scrittura, ospite pagato e venerato, e poi si dimentica di considerare almeno l’umanità, se non l’impegno onesto,  del nostro lavoro.

I critici ci servono: servono ai lettori e servono agli scrittori. Ma non critici che s’illudano di essere artisti. Critici che leggano e facciano il loro mestiere (da sempre, per secoli, considerato parassitario della letteratura, ma che definisce il gusto, la storia, il tempo e, ahimè, ciò che resterà e ciò che passerà).

Critici che non si lamentino di essere degli esclusi, che innalzino l’attesa che il pubblico ha e che gli editori appiattiscono. Critici che smettano di puntare il dito contro gli altri e lo puntino verso se stessi. Perché ogni errore che facciamo parte prima da noi e la responsabilità della nostra vita e del nostro lavoro è personale.

Ci piacerebbe tanto, e so che parlo per molti autori amici, che qualcuno ci dicesse cosa va e cosa non va nel nostro lavoro, senza paura di offenderci e senza essere mossi da interessi personali o millantati, non per scambio di cortesie personali ma per autentica volontà di capire.

Agli scrittori, e parlo di me per prima, capita di essere in questa repubblica troppo lasca delle lettere nostrane, recensori. A volte anche di libri di persone che conosciamo e che cerchiamo di aiutare o a volte stronchiamo anche se sono amici, a rischio di perdere quell’amicizia.

In un corso di scrittura chi ha aspirazioni viene da me e mi chiede un parere onesto. Ha pagato per questo e io lo do, a costo di essere crudele. Lo do proprio perché conosco la mia fatica di essere autrice e il mio essere legata a una tradizione, perché so i miei limiti e ho piacere se altri me li mostrano, perché desidero superarli o accettarli, se non posso.

Così, è vero ed è avvilente che ormai farci un’intervista è la scappatoia per non leggere un libro in redazione, che mettere grandi foto significa non dover dire che schifezza sia questo libro oppure: magari è buono, ma non l’ho letto.

E’ vero che se leggo una recensione fatta bene mi faccio un’idea precisa di quel libro e che da lettore ho bisogno della critica. E mi sa che oggi gli scrittori leggono i loro colleghi assai più dei critici, per tante diverse ragioni: per spiarli, come qualcuno mi disse una volta, per vedere se fanno meglio di loro, oppure per il semplice piacere di leggere, che è ancora, caso mai si fosse dimenticato, la base di questi mestieri, lo scrittore e il critico.

Antonella Cilento

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Antonella Cilento (Napoli, 1970), ha pubblicato Il cielo capovolto (Avagliano, 2000), Una lunga notte (Guanda, 2002), Non è il Paradiso (Sironi, 2003), Neronapoletano (Guanda, 2004), L’amore, quello vero (Guanda, 2005), Napoli sul mare luccica (Laterza, 2006).

“Una lunga notte” ha vinto il Premio Fiesole e il Premio Viadana, è stato finalista al Premio Greppi e al Premio Vigevano. “L’amore, quello vero” ha vinto il Premo Vitaliano Brancati. E’ tradotta in Germania dalla Bertelsmann. E’ stata finalista al Premio Calvino 1998 con il romanzo inedito “Ora d’aria”. Ha pubblicato numerosi racconti su riviste.

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Conduce laboratori di scrittura dal 1993 a Napoli e in Campania, dal 2002 in tutt’Italia.

Ha realizzato:

per Cento Lire, a cura di Lorenzo Pavolini, i racconti radiofonici intitolati "Voci dal silenzio" (RAI, Radio Tre, 15-19 gennaio 2001). Attualmente, collabora con "Il Mattino", "L’Indice dei libri del mese". Dal 1998 al 2000 ha collaborato con il "Corriere del Mezzogiorno" (supplemento del Corriere della Sera), nel 2003 con "Il sole 24 Ore Sud", nel 2005 con "Il Riformista".

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mercoledì, 2 maggio 2007

L’INTUITO DELLA PICCOLA EDITORIA: IL CASO SZYMBORSKA

Sull’intuito della piccola editoria di qualità si potrebbe scrivere un trattato.

Io mi limito a fare solo un esempio citando il caso della poetessa polacca Wisława Szymborska, premio Nobel per la letteratura del 1996, e di Vanni Scheiwiller.

L’editore milanese si accorse della Szymborska in tempi non sospetti, ben prima dell’attribuzione del Nobel. Anzi, da un certo punto di vista si potrebbe dire che la pubblicazione di Gente sul ponte, per i tipi di Scheiwiller, avvenuta nel gennaio del 1996, ha avuto un ruolo di portafortuna.

Wisława Szymborska, nata a Bnin (oggi Kórnik) il 2 luglio del 1923, è oggi considerata la più importante poetessa polacca vivente e sarà in Italia fra il 5 ed il 9 maggio per un breve ciclo di conferenze (per dettagli vi invito a collegarvi a questo sito).

La sua recente raccolta poetica, Dwukropek (Due punti), apparsa in Polonia il 2 novembre 2005, ha riscosso un enorme successo. Il più recente saggio critico pubblicato in Italia su di lei è il volume Nulla due volte, di Marco Minghetti e Fabiana Cutrano (Libri Scheiwiller, 2006).

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Wisława Szymborska

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