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Archivio di agosto 2007

venerdì, 31 agosto 2007

ACLAS (racconto inedito di Massimo Maugeri)

Pronto?

Ehiiii. Sono io.

Sto bene. Tu?

Ottimo. È sempre un piacere sentirti.

Certo che c’è un motivo per cui ti chiamo! Ovvio, no? Volevo parlarti di qualcosa.

Sì, mi ricordo della riunione.

No, non credo che potremo parlarne stasera. Ecco… penso di non venire stasera.

Hai sentito bene. Penso di non venire alla riunione.

Penso di non venire alla riunione significa penso di non venire alla riunione. È chiaro, no?

La motivazione è più che valida. Era proprio di questo che volevo parlarti.

Senti, lo so che vai di fretta. Tu vai sempre di fretta. Comunque… non ci vorrà molto.

Ho detto che non ci vorrà molto.

N-o-o… stasera non vengo.

Senti, è inutile che insisti. Se ho detto che non vengo non vengo.

D’accordo. Sarò breve, anzi brevissimo. Allora… hai presente la barca che tengo al porticciolo? Bene, l’altro ieri avevo una giornata libera e ho deciso di scendere in mare. Sai, così, giusto per fare un giro e magari pescare qualcosa.

Sì, lo so che il tempo non era dei migliori. Ma…

Aspetta, fammi completare. Hai presente quella falla sullo scafo che avevamo riparato il mese scorso? Bene. L’abbiamo riparata di merda.

Esatto, ho cominciato a imbarcare acqua.

Senti, non sto dicendo che è colpa tua. Perché sei sempre sulla difensiva?

Mi fai completare?

Mi fai completare?

Ho cominciato a imbarcare acqua così ho cercato di rientrare e…

Senti, ho capito che hai fretta. Ti chiedo solo un paio di minuti, va bene?

C’entra. C’entra perfettamente con la riunione di stasera. E se mi fai completare ti spiego il perché.

Allora… provo a rientrare ma il mare è sempre più agitato. E continuo a imbarcare acqua. Così, a un certo punto, decido di tuffarmi. Mi tuffo e… sai che succede?

Indovina?

No. Non vinco la medaglia d’oro alle olimpiadi. Ti ho mai detto che sei il mago della battuta?

Sicuro. Sei divertente quasi come un’infiammazione alle emorroidi.

Senti, mi fai completare? Allora… mi tuffo e non mi accorgo che la fune dell’àncora mi si era annodata al piede destro. Capisci? Immagina la scena. Mi sono visto perso. Così provo a nuotare ma non posso perché le onde sballottano la barca e la fune mi tira il piede. Provo a liberarmi dalla fune e non ci riesco. Allora mi metto a gridare e nel frattempo ingurgito acqua e…

Cosa? Ma davvero? È sempre sconsigliabile scendere in mare con le acque agitate? Ma sai che sei una persona veramente saggia?

Che vuol dire che a te non sarebbe mai successo?

No. Silenzio. Non me ne frega niente delle tue strategie di sopravvivenza.

Senti, mi fai finire il racconto?

Allora… mi metto a gridare come un pazzo. Solo che nel frattempo la barca continua a prendere acqua e comincia a scendere giù. Capisci? A quel punto… guarda, non so neppure se dirtelo perché so che poi mi prenderai per il culo.

Ecco… mi è venuto in mente l’angelo custode.

Sapevo che avresti riso. Comunque è così.

Ma ce la smetti di ridere?L’hai capito che ci stavo restando fottuto o no?

Comunque… a un certo punto credo di essermi messo a pregare.

Sì, credo all’angelo custode, va bene? Sei contento così?

No. Non penso sia ridicolo credere all’angelo custode.

A Babbo Natale ci crederai tu, okay? E anche alla befana!

Senti, ora basta.

Mi fai completare?

MI FAI COMPLETARE?

Allora… mi metto a pregare l’angelo custode e, ci crederai o no, a un certo punto arriva un tizio.

Sì, arriva un tizio.

Non ho detto che arriva l’angelo custode. Ho detto che a un certo punto arriva un tizio.

Be’, per me è stato una specie di miracolo, va bene?

Allora… il tizio prova a liberarmi il piede, ma non ci riesce. Nel frattempo ingurgito altra acqua e vedo che metà barca è già affondata. Poi al tizio viene un’idea. Va sulla barca e nel mezzo della baraonda si mette a cercare qualcosa. Io lì per lì non capisco, così mi metto a gridare di nuovo. Dopo un po’ il tizio riprova a liberarmi e stavolta ci riesce.

( )

Be’, non dici nulla?

Te l’ho spiego io come ha fatto. È riuscito a scovare la cassettina degli attrezzi e a tirare fuori un cacciavite con il quale ha fatto leva per sciogliere il nodo della fune.

Che vuol dire che ti sembra fantascienza.

Certo che è andata proprio così! Come avrebbe potuto liberarmi dalla fune sennò? Con i denti?

Sì, la storia è questa e…

Aspetta, ci sto arrivando. Se non mi dài il tempo!

Allora… il tizio con un po’ di fatica riesce a portarmi a riva. Io mi sento mezzo rincoglionito, però la prima cosa che mi viene in mente è di ringraziarlo. Ovvio no? Così lo guardo in faccia. Per la prima volta lo guardo in faccia e mi accorgo che… be’, sì… è un negro.

Hai sentito bene. Un negro.

La vuoi smettere di ridere?

Senti, l’angelo custode negro lo fai sposare a tua sorella, va bene?

No, non me ne sono innamorato. La vuoi smettere?

Comunque… a quel punto ho preso il portafoglio, che era inzuppato come il resto, e ho estratto due carte da cinquanta. Sai, volevo sdebitarmi in qualche modo. Così gli allungo le banconote ma lui alza il palmo della mano e dice, no amico. Io dico, perché no? Be’, per farla breve lui mi dice che non vuole soldi da me. Mi spiega che lui avrebbe bisogno di soldi, ma non può accettarli. E mi racconta la sua storia. Dice che un suo fratello è morto annegato nel corso di uno sbarco a Lampedusa e quando ha visto che stavo annegando è come se avesse rivissuto quella scena. Così si è buttato senza pensarci due volte. Allora gli chiedo cosa posso fare per sdebitarmi. Lui mi guarda, mi sorride e mi dice qualcosa tipo: ogni volta che incontri un fratello che ha la pelle diversa dalla tua ed è nel bisogno, se puoi, aiutalo.

( )

Pronto?

( )

Pronto? Ci sei ancora?

Bene. Mi fa piacere che adesso cominci a capire.

Esatto. Questo è il motivo per cui stasera non parteciperò alla riunione dell’Aclas.

Per il futuro non lo so. Ci devo pensare.

Senti, non è una stronzata. Non è affatto una stronzata!

Va bene. Lo ammetto. Sto pensando di tirarmi fuori dall’associazione.

Cosa? Guarda che bastardo ci sarai tu, va bene?

Ehi, si può sapere perché ti scaldi tanto? L’associazione contro i lavavetri ai semafori può sopravvivere anche senza di me, no?

E allora? Non credo sia rilevante il fatto che io sia uno dei soci fondatori.

Senti… lo so perfettamente.

Lo so che sono aggressivi e costituiscono una piaga sociale.

Lo so che siamo costretti a intervenire perché il Governo se ne lava le mani.

Lo so che guadagnano anche cento euro al giorno… esentasse.

La vuoi finire? So benissimo che alle spalle c’è la malavita organizzata. Sono tutti miei cavalli di battaglia, questi!

Senti, non ho intenzione di trovare nessuna soluzione. Semplicemente l’associazione andrà avanti senza di me perché un negro mi ha salvato la vita e io ho promesso a me stesso che me ne sarei tirato fuori.

‘Affanculo ci andrai tu.

Non credo proprio che mi sentirò in colpa.

Ho detto di no.

Va bene. Se un giorno un negraccio con la pistola minaccerà mio figlio davanti a un semaforo per ottenere il permesso di lavare il parabrezza sarà colpa mia. Sei contento così?

Va bene. Pensa pure che sono uno che non si prende le sue responsabilità. Va meglio ora?

Senti, non è una cosa che meditavo da tempo. Te l’ho spiegato com’è andata.

Va bene, scrivi pure una lettera a tutti i soci. Non me ne frega niente. Non riuscirai mai a coprirmi di ridicolo.

Cosa? Ah sì? Farai partire la manifestazione proprio sotto casa mia? Brrr… tremo al solo pensiero.

Senti, ora stai cominciando proprio a rompermi le palle, eh? Sai che ti dico? Che tutta questa storia dell’Aclas è una vera buffonata.

Certo, è facile dare addosso ai poveri disgraziati. E sai una cosa? Tutte le tue idee strampalate e irrealizzabili, tipo tenere in macchina monete arroventate o impiastricciate con l’Attak… be’, sai dove puoi infilartele? Proprio lì. E ti dico un’altra cosa. Sai che farò? Fonderò una nuova associazione.

Già, la chiamerò Aflas. Associazione a favore dei lavavetri ai semafori. Qualcuno dovrà pur pensare a tutelare questi poveracci che hanno abbandonato la loro terra e rischiato la vita solo per sperare di sopravvivere.

No. Non sono diventato il paladino dei negri. La vuoi smettere di usare la parola negro? È incivile. Gente di colore, semmai. È così che si chiamano. E comunque la maggior parte dei lavavetri è gente mulatta. E a volte ci sono anche bianchi nel mezzo.

Slavi, per esempio. Gente dell’est. Hai presente?

Cosa? Quand’é che avrei detto che i lavavetri sono una feccia e che feccia è sinonimo di negro?

Ah sì? Per te sono negri punto e basta? E se ti dicessi che tu sei uno sporco terrone?

E allora? Che m’importa se anch’io sono meridionale.

Sai che faccio? Fondo l’Aflas e poi mi piazzo al semaforo vicino casa tua.

Esatto. Ti aspetterò al varco per lavarti il parabrezza. E quando ti rifiuterai di fartelo lavare te l’insozzerò con la schiuma. E poi ci sputerò sopra.

Ho detto che ‘affanculo ci andrai tu!

No, tu!

NO, TU!

( )

Pronto?

( )

Pronto?

( )

Ci sei ancora?

Pronto?

Nota di Andrea Di Consoli:

Nel suo racconto “teatrale” e iper-realista, Massimo Maugeri tenta la strada dei buoni sentimenti. Letteratura e buoni sentimenti sono spesso inconciliabili. Maugeri, invece, tenta questa strada.

In questo racconto si parla dei famigerati lavavetri. Il tono è grottesco ed esagitato. Ma la domanda sui buoni sentimenti rimane.

Voi cosa ne pensate?

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giovedì, 30 agosto 2007

IN RICORDO DI RAFFAELE CROVI

Raffaele Crovi: l'ombra del padre e il ritorno a casaUn altro grande autore della nostra letteratura ci ha appena lasciato. Noi di Letteratitudine vogliamo ricordarlo partendo proprio dai suoi esordi letterari.

Lo facciamo proponendo questo scritto di Andrea Di Consoli sul romanzo Carnevale a Milano, opera prima di Raffaele Crovi, pubblicato nel ’59 da Feltrinelli e riproposto recentemente da Avagliano.

(Massimo Maugeri)

* * *

E’ una boutade, ma ha qualcosa di serio: anche Raffaele Crovi è stato un “giovane scrittore”. Carnevale a Milano è il primo romanzo dello scrittore emiliano; scritto tra il 1956 e il 1957, è ambientato nella Milano del 1955. Fu pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli nell’aprile del 1959, in una collana che si pubblicizzava in questo modo: “E’ la prima volta che opere prime di giovani autori, non di rado alla prima loro esperienza letteraria, vengano presentate ad un pubblico vasto, popolare, con il criterio editoriale del basso prezzo e dell’alta tiratura”. Crovi, comunque, aveva appena venticinque anni, e a quei tempi aveva pubblicato una raccolta di poesie con il mitico Schwarz, e lavorava già con profitto nell’editoria.

Il risvolto non firmato dell’edizione feltrinelliana di Carnevale a Milano è una testimonianza preziosa della cultura degli anni Cinquanta. Leggiamone uno stralcio: “Raffaele Crovi, con un acuto e smaliziato esame, senza abbandoni sentimentali e con un attento rigore intellettuale, affronta qui il giudizio della gioventù italiana d’oggi, quella che usa, come strumenti di vitalità, il flipper, i gettoni del juke-box, e indossa i blue-jeans. Ragazze per le quali il pudore non è più una difesa, quindi una verità; ragazzi senza passione, senza illusioni, e tuttavia non cinici, non indifferenti”. Da notare almeno due cose: la moda del momento (i jeans, il juke-box) e la faccenda delle ragazze, che non considerano più il pudore una difesa, cioè una verità. Tutti i “giovani scrittori” dovranno attendere la prova della ruggine e dell’erosione, ché ciò che oggi è dirompente, forse domani strapperà un sorriso appena. Il mondo, purtroppo, galoppa; ma anche se galoppa, molte cose rimangono. Carnevale a Milano, sia detto con franchezza, è un romanzo che regge alla prova del tempo. Forse, addirittura, è uno dei migliori romanzi di Crovi, che pure ha scritto tanti libri importanti. Ma l’alta temperatura di questo romanzo rimane un unicum, una felice sorpresa. Si ristampa Carnevale a Milano con l’ovvio intento di rendere reperibile un testo introvabile. Però c’è anche dell’altro; per esempio ci piacerebbe sapere nei lettori di Crovi che “posto” andrà a occupare questo romanzo; e poi non ci dispiacerebbe una riflessione a più voci sui destini della “giovane letteratura” nel tempo. Un romanzo “giovane” è “giovane” per sempre?

Non era facile esordire nel 1959. L’Italia letteraria era nella sua fase dorata. In circolazione c’erano, giusto per fare qualche nome, Pasolini, Gadda, Moravia, Vittorini e Calvino. Si stava sotto lo schiaffo dei grandi. Eppure il Novecento è una miniera inesauribile. Basta affondare la mano nel suo fondo, e anche l’opera prima di uno scrittore venticinquenne risulta di grande importanza. Chi aveva la forza di esordire ai tempi dei giganti, poteva considerarsi un vero scrittore. Il giovane Crovi è nella foto di gruppo dell’epoca d’oro delle lettere italiane. Quanti “giovani scrittori” di oggi avrebbero ricevuto sberle sulla nuca dai giganti del ‘59?

Si parta dall’epigrafe, in questo caso di Tommaso Landolfi: “Perdo tempo come si perde sangue”. Epigrafe assai adeguata al senso del romanzo. Carnevale a Milano è un romanzo di giovani impiegati, operai, intellettuali nella Milano del boom economico, continuamente alla ricerca di un senso, di una “serietà” esistenziale, epperò eternamente risucchiati nell’inadeguatezza, nella noia, nella inconcludenza e nella malinconia. I personaggi del romanzo sono “senza soluzione”. La Milano del romanzo è invernale, coperta di neve. L’inverno di Crovi ferisce il cuore (“Nel buio, anche se ero nella grande Milano, non potevo impedirmi di sentire il freddo ferirmi”). E’ una Milano di studenti senza soldi, di pensioni periferiche e di latterie. Nella latteria di via B., Sergio, studente proveniente dalla provincia e voce narrante, trova per la prima volta degli amici. Dice Sergio: “Nessuno di noi aveva molti soldi (questo lo scoprimmo subito) e fu la prima ragione che ci tenne uniti”. Tutti i ragazzi di Carnevale a Milano cercano “un’occasione ancora per fare passare del tempo”. Tutti cercano compagnia, un pretesto per chiacchierare in latteria o per stringersi a una ragazza. Trovare degli amici significa “potersi commiserare insieme”, “trovare una scusa ai pentimenti”. Occhio ai dettagli. Quando Aldo propone di andare a donne, Sergio dice: “Uscimmo senza aggiustarci le cravatte”. E’ un’Italia di studenti ancora con la cravatta, epperò con l’anima già in rivolta, in apatica attesa di uno sconvolgimento. Nella Milano di Crovi ci si attacca a tutto pur di sentire un po’ di tepore; anche l’odore del caffè proveniente dal cortile può dare un po’ di calore a chi cerca la sua strada in una grande città. E’ una gioventù maliziosa che pure sente i morsi dell’impotenza. Tutti si prendono e si lasciano “con stanchezza”, e anche quando si beve e ci si diverte, la tristezza è in sottofondo, come un murmure. Carnevale a Milano è un lungo inverno, ma “l’inverno è sempre lungo” per chi cerca la sua strada.
Sergio ha fatto anche politica. Il suo compito era quello di trasformare in comizi le notizie dei giornali. Per questa ragione ha ben conosciuto Roma. Ma Milano gli piace di più, perché “a Milano, nonostante tutto, mi pareva di poter camminare più libero, raccolto in me stesso, capace di difendere il mio pudore d’uomo, in una città che ha un suo pudore”. Un giorno, con Gerardo, Sergio va a un comizio monarchico. Gerardo provoca una rissa e viene fermato dai poliziotti. Qualche pagina prima il triste presentimento: “Forse diventeremo deputati o segretari di partito: e saremo vecchi anche noi”. Non sognano a occhi aperti, i giovani di Carnevale a Milano, ma avvertono l’oscura minaccia della maturità, della vecchiaia, ovvero della inevitabile “serietà” delle responsabilità. Sergio sa bene che il mondo non è solo suo. In questo è di una maturità sconvolgente (“Il sole è fatto anche per gli altri, e così il freddo, il pane, la sera. Devi anche essere disposto a cedere, a ricompensare la gente della compagnia che ti fa, del credito che concede”). Il sole è anche degli altri.

Non si può correre a lungo senza stanchezza. E forse nell’inverno ci si può nascondere, perché il freddo “ti scusa se non hai voglia di parlare”. Sergio forse ama Giuliana; forse la sposerà. Ma Giuliana vive a Genova, e la distanza fiacca la sua vitalità sentimentale. Nell’attesa, gioca con le ragazze. Una sera, al cinema, tocca il seno di Delia. Lei si fa toccare. Solo, a un certo punto gli dice: “Perché tremi?” Sergio è giovane, cerca la sua strada, tira tardi con gli amici e con le ragazze, ma poi c’è sempre un dettaglio che lo tradisce; che tradisce il suo distacco, la sua inadeguatezza, il suo fragile tremore. Scappare, partire non serve (“Se lasci qualcosa, quando torni lo ritrovi. E’ un posto dove fermarsi che bisogna cercare”). E’ rimanere che conta, trovare una “serietà” nel proprio tempo.
Tutti sappiamo che Raffaele Crovi ha avuto un maestro d’eccezione. A Elio Vittorini ha dedicato un libro stupendo. Ed echi vittoriniani sono ben presenti in questo romanzo. Un esempio per tutti: “Ci sono giorni più tristi degli altri e venerdì d’inverno che sono i più freddi giorni dell’inverno. Pioggia per tutta la notte e la neve sporca”. Qui l’andamento è evidentemente poetico e sincopato à la Vittorini; la pioggia di Carnevale a Milano non è troppo diversa dalla pioggia nelle scarpe rotte di Conversazione in Sicilia. E la Milano di Crovi è piena di meridionali; tra di loro c’è sicuramente gente come Silvestro. La padrona del chiosco delle castagne dice: “Sono loro che comprano le castagne. Senza calabresi e siciliani, io qui ci morirei di fame”. E intanto si balla, tristemente; si beve cognac cantando “Oci ciornia, oh che sbornia”. E c’è malinconia, paura di non farcela, d’invecchiare senza essersi ancorati a nulla. Sergio ricorda con struggimento le parole del padre lontano: “Sta’ attento”, e quelle parole stringono il cuore. Il passaggio dalla civiltà contadina alla vita cittadina è in fase avanzata. La strada di Sergio è ormai una strada senza ritorno.
Intanto il carnevale si avvicina e il sole è come un miraggio lontano. Quando Giuliana, al telefono, chiede a Sergio notizie sugli esami, lui non risponde, ma domanda: “C’è il sole lì da te?” Spesso Sergio si trova “davanti al sole” come davanti a un miracolo, anche se poi passa e svanisce nel grigiore.

Nei giorni di Carnevale a Milano “Eisenhower aveva avuto un colloquio con Dulles, la Lollobrigida strava interpretando Trapezio, a Barcellona gli studenti disertavano i tram”. Nessuno, però, dice Sergio, “parlava del rumore delle nostre forchette, degli sbadigli di Paolo, della nostra noia”. C’è vento a Milano, tanto che per accendere una sigaretta si sprecano tanti fiammiferi. Il cielo è buio dovunque, e fa freddo. Sergio le sue mani le riscalda sulla stufa di terracotta. Nella sua stanza c’è odore di aglio e di biancheria stirata. Alla radio si ascoltano i valzer trasmessi dal “Notturno dall’Italia”, programma radiofonico oggi trasmesso in AM da Rai International per i soli nostalgici. Anche se annoiati, i giovani di Carnevale a Milano sono seri; in una lettera spedita a Giuliana, Sergio scrive: “Mi piaceva la tua umiltà, la tua serietà”. Si cerca una “serietà di vita”, anche se la modernità incombe con i suoi tanti dubbi e lusinghe. Ma si continua a perdere tempo “come si perde sangue”, e “ormai c’era l’abitudine di perderlo”. In questo romanzo tutti cercano “qualcosa d’imprevisto”, una scossa vitale; oppure un posto dove fermarsi. Sergio, probabilmente, trova la sua “fermezza” nel matrimonio con Giuliana. E anche se la modernità rompe gli schemi e disintegra le certezze, ugualmente i personaggi di Crovi cercano dei punti fermi. Non solo li cercano, ma li trovano, come testimoniano i romanzi successivi di Raffaele Crovi, uno scrittore che ha attraversato la modernità senza rinunciare alla costruzione di una “forma”, di una “serietà” esistenziale.

Andrea Di Consoli

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Aggiornamento del 30 agosto 2007, h. 21.20

Segue un articolo, firmato da Andrea Di Consoli, che sarà pubblicato sulle pagine culturali de L’Unità di domani (31 agosto). Lo offriamo, come anticipazione, ai lettori di Letteratitudine.

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Si è spento ieri pomeriggio, nell’ospedale “Umanitas” di Rozzano, in provincia di Milano, Raffaele Crovi, scrittore, poeta e intellettuale tra i più importanti degli ultimi anni. Era nato nel 1934 a Calderara di Paderno Dugnano, ma era cresciuto a Cola, paese dell’Appennino reggiano dove, soleva dire, “ho una casa, una biblioteca e una tomba”. Nel 1952 si trasferì a Milano, dove si laureò in giurisprudenza, mentre dal 1956 al 1960 collaborò con la casa editrice Einaudi in qualità di assistente di Elio Vittorini, prima come redattore della collana-rivista “I Gettoni” e poi della rivista-collana “il menabò”.

Raffaele Crovi non è stato soltanto uno scrittore; è stato a lungo uno dei grandi protagonisti dell’editoria italiana (vicedirettore della Mondadori, direttore della Rusconi, della Bompiani-Fabbri-Sonzogno, fondatore di Camunia e, dal 2000, direttore della casa editrice Aragno), della politica italiana (nella DC e nel Partito Popolare, collaborando con Mino Martinazzoli), della televisione e del teatro (è stato responsabile dei programmi culturali della Rai di Milano e ha diretto il teatro “Verdi” di Milano).

Eppure è nel campo letterario che Crovi ha riscosso i successi maggiori, sin dal suo esordio come narratore nel 1959 con Carnevale a Milano (Feltrinelli), recentemente ristampato da Avagliano. Tra i suoi romanzi ricordiamo: La corsa del topo (Mondadori, 1970), Il mondo nudo (Einaudi 1975, ristampato da Fanucci nel 2006), Le parole del padre (Rusconi, 1991), La valle dei cavalieri (Mondadori, 1993, Premio Supercampiello), L’indagine di via Rapallo (Piemme, 1996), Appennino (Mondadori, 2003), Cameo (Mondadori, 2006) e Nerofumo (Mondadori, 2007). Importanti anche la produzione poetica, da Fariseo e pubblicano (Mondadori, 1968) a Elogio del disertore (Mondadori, 1973), da L’utopia del natale (Rusconi, 1982) fino al recente libro struggente e gioviale La vita sopravvissuta (Einaudi, 2007). Importante, infine, l’attività saggistica. Ricordiamo il monumentale Il lungo viaggio di Vittorini (Marsilio, 1998), Diario del Sud (Manni, 2005) e Vittorini cavalcava la tigre (Avagliano, 2006). Sterminata la bibliografia critica sulla sua opera (per farsene un’idea basta leggere il volume monografico a lui dedicato dallo scrittore Giuseppe Lupo, Le utopie della ragione, Aliberti editore), nonché l’attività di Crovi sul versante della critica letteraria, come collaboratore di numerose riviste e quotidiani (da “Il Giorno” al “Corriere della sera”).

Con Raffaele Crovi scompare uno scrittore fortemente novecentesco (della letteratura del Novecento conosceva anche le pieghe più segrete), un intellettuale con forti motivazioni morali, nonché un romanziere che ha lungamente lavorato intorno a nuclei tematici ben precisi: il potere, il romanzo antropologico, il rapporto tra provincia e metropoli, la terra, la paternità, la memoria, la politica italiana. Uno scrittore che ha saputo dialogare con i “padri”, e che ha saputo indicare rotte precise a centinaia di scrittori italiani (dai “marginali” o “dimenticati” fino agli scrittori di genere, che lui ha sdoganato in tempi non sospetti). Da questo punto di vista si può parlare di un vero e proprio magistero, editoriale, letterario e umano. Fu lui, per esempio, a pubblicare I fuochi del Basento (Camunia, 1987) di Raffaele Nigro, aprendo finalmente le porte dell’editoria ai nuovi scrittori meridionali che fino a quel momento erano stati emarginati.

Raffaele Crovi ha lavorato sino agli ultimi giorni della sua vita, nonostante un tumore lo tormentasse da un paio d’anni; questo coraggio implacabile ha il sapore di un insegnamento fondamentale, ché la vita, nonostante tutto, deve trionfare fino alla fine (Crovi amava l’Italia, le cene con gli amici, i viaggi, scoprire gli angoli nascosti del nostro paese, e andare ai premi per stare in compagnia). Questo amore per la vita è la grande eredità che lascia ai figli, ai suoi collaboratori (il più stretto è Andrea Casoli, redattore della Aragno) e ai tanti scrittori e intellettuali che da lui hanno imparato qualcosa. I funerali si svolgeranno sabato mattina a Milano (messa di monsignor Ravasi) e sabato pomeriggio a Cola, paese nel quale verrà seppellito.

Per saperne di più si può visitare il sito www.raffaelecrovi.it

Andrea Di Consoli

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martedì, 28 agosto 2007

ANCORA GÜNTER GRASS: OVVERO, “SU COME RIAPRIRE UNA POLEMICA ORMAI SOPITA”

Chi si ricorda del caso Günter Grass esploso l’estate scorsa? Lo noto scrittore tedesco, Premio Nobel per la letteratura, aveva confessato di aver militato in età giovanile nelle SS. Una sorta di scandalo che aveva determinato un lungo strascico di polemiche. Avevamo avuto modo di discuterne in questo post.

Gunter Grass

La vicenda pareva conclusa, dato che non se ne parlava più da un bel po’ di Grass e SS. E invece no. Il caso è riaperto. E sapete perché? Perché c’è chi sostiene che Grass si sia inventato tutto, magari involontariamente o – meglio – inconsciamente.

Vi propongo una parte dell’ articolo di Javier Cercas, intitolato “La confessione di Grass: un atto letterario” apparso su La Stampa di oggi (28/8/2007). Chi lo desidera può leggerlo per intero cliccando qui.

La difficile arte di dire «fine»

Ormai eravamo tutti convinti d’aver ascoltato la parola fine sul tormentone della scorsa estate, ma ho il piacere di comunicarvi che ci sbagliamo. Il tormentone della scorsa estate è stato l’annuncio, avvenuto prima della pubblicazione delle sue memorie, che Günter Grass aveva militato, in gioventù, nelle SS; visto che buona parte dell’opera di Grass indaga sull’incapacità dei tedeschi di metabolizzare il proprio passato nazista e dato che buona parte della sua vita pubblica è stata consacrata a denunciare quest’incapacità, è naturale che alcuni abbiano pensato che Grass non fosse, poi, tanto diverso da una specie di Vito Corleone che avesse trascorso l’esistenza a denunciare le prepotenze della mafia. A un anno dalla confessione sembrava che su questo fatto fosse stato detto tutto il possibile, finché Timothy Garton Ash non ci ha tolto questa convinzione.

In un articolo pubblicato sul The New York Review of Books, Garton Ash ci racconta che quando, un anno fa, è scoppiato lo scandalo, un amico – un tedesco del quale non fa il nome e che ha quasi la stessa età di Grass – gli ha detto: «Sai, io su questa storia ho una teoria: in realtà Grass non è mai stato nelle SS; si è solo convinto d’esserci stato». La teoria fa luce, meglio di qualsiasi altra, su come sia impossibile, per i tedeschi, relazionarsi con il loro impossibile passato, a patto, però, che uno sia sufficientemente spericolato nell’immaginare le premesse dalle quali partirebbe.

Perché Günter Grass imputerebbe falsamente a se stesso un passato così orribile? Una spiegazione – la più povera, la più verosimile – sarebbe di carattere strettamente clinico: preso dall’ossessione di denunciare il passato nazista dei suoi compatrioti, Grass perde la ragione e ricorda un passato fittizio.
Esiste, indubbiamente, un’altra spiegazione: la confessione di Grass è l’atto più radicalmente letterario che lo scrittore abbia mai compiuto: stanco di denunciare vanamente l’ingannevole amnesia dei tedeschi, Grass inventa una propria ingannevole amnesia per dimostrare loro, con la sua vita, quanto non è riuscito a dimostrare con i suoi libri. Inutile dire che questa spiegazione è la più elegante, la più persuasiva e la più ambiziosa, ma la teoria non sarebbe perfetta se l’amico non avesse sconsigliato Garton Ash dal pubblicarla: «Se lo farai Grass ti denuncerà per aver sostenuto che non ha mai fatto parte delle SS». Del resto, forse, non è mai stato sufficientemente sottolineato lo humour che permea l’opera di Grass, anche se il miglior mot d’ésprit contenuto nelle sue memorie è involontario; Grass enumera una serie di motivi per i quali ha scritto il suo libro; l’ultimo è questo: «Per mettere la parola fine».

JAVIER CERCAS

Gunter Grass

Ora, non per pensar male, ma l’impressione è che qualcuno stia cercando di creare un nuovo caso riciclando i residui di quello precedente (per realizzare un disegno un po’ meno carino di quello riportato qui sopra… bello vero?).

C’è puzza di marketing, della serie… cosa non si farebbe per vendere qualche copia in più? O è solo un’ impressione frettolosa la mia?
Secondo voi?

Pubblicato in PERPLESSITA', POLEMICHE, PETTEGOLEZZI E BURLE   37 commenti »

lunedì, 27 agosto 2007

LA LEZIONE DI PANNUNZIO: “UNA VOCE NEL VUOTO” ? (di Giovanni Venezia)

Il Centro “Pannunzio”, a quarant’anni dalla sua fondazione, ancora oggi costituisce un ineguagliabile esempio di battaglie condotte all’insegna del pluralismo culturale per migliorare la società italiana

di Giovanni Venezia

Inquadrare la storia del “Mondo” di Mario Pannunzio nel contesto storico fra il dopoguerra e la fine delle pubblicazioni, da più parti, viene considerato un fatto necessario sebbene non se ne siano mai spiegate le ragioni del suo ruolo nella società del tempo fino al ‘66.
Ci pare, invece, poter affermare con certezza, che Pannunzio volendo dare forte continuità al “Risorgimento Liberale”, sia riuscito a fare emergere da un’oscuro scantinato, sepolto dal fascismo prima, dalla guerra, dalle violente battaglie politico elettorali svoltesi all’indomani della scelta della Repubblica poi, la necessità per la nuova l’Italia di intransigenza morale, di una cultura laica e soprattutto fuori da ogni becero provincialismo, con un linguaggio mai accademico, senza forzature linguistiche, ma chiaro, adeguato all’ intellegibilità postulata dall’Italia ancora semianalfabeta. E, ci pare, non essere solo questo il fondamento della originalità e dell’attualità pannunziana quanto essere riuscito a coagulare “formazioni e generazioni di intellettuali di diversa estrazioni con un punto fondamentale in comune: l’antifascismo”.
Senz’altro “Il Mondo” può essere annoverato come il più autorevole periodico culturale del secolo scorso. Un giornale che ha avuto “peso notevole” nella trasformazione della società italiana.

Sappiamo benissimo quale era l’obiettivo di Mario Pannunzio (ritratto nella foto accanto) attraverso il Mondo: tracciare per la nuova Italia la strada della cultura laica, liberale con un soffio sostanzioso di libertarismo dovuto alla necessità di riconoscere al cittadino la sua dignità individuale nell’agorà della democrazia.
Un cammino difficile che non sortiva quasi mai nelle “adunanze” redazionali quanto piuttosto dalla lettura del “Mondo”. E’ stato, in conclusione, l’unico vero antagonista, una potenza, per così dire, contrapposta alla cultura della sinistra comunista.
“Fra queste opposte potenze , però, Il Mondo” – scrive Nello Ajello – “riuscì a scavarsi un proprio sentiero realizzando il problematico connubio fra due maniere di intendere la società e due modi diversi di studiare la storia: quella di Croce e quello di Salvemini . E Bobbio sottolineava che esso interpretò gli umori di quei laici progressisti che rappresentavano ” un blocco di ghiaccio, compatto, preso fra due correnti di flutti…”
Obiettivo di fondo rimase sempre “la battaglia contro il comunismo in difesa della libertà dello spirito come era intesa dalla scuola crociana. Non fu mai dolce contro la Dc di cui, attraverso le inchieste del Salvemini condannò con forza il regime instaurato. Anche lo stesso Ernesto Rossi, percorrendone la scia, denunciò gli scandali dei Monopoli e del malgoverno. Questa lezione oggi, attualissima, fa testo. Ed è storia.
Insomma, la forza del “Mondo” consisteva nei numerosi convegni su cui inizialmente Pannunzio nutriva dubbi, ma, successivamente, dietro le insistenze di Eugenio Scalfari e dello stesso Ernesto Rossi, Pannunzio cedette.
Quei convegni, dettati dai fatti della quotidianità, portarono a successi di lunga gittata (soprattutto se si pensa che negli anni Cinquanta erano protagoniste la polemica sulla libera concorrenza “strozzata” dalle grosse imprese conniventi i sindacati e la lotta contro i monopoli). L’influenza de “Il Mondo” si riversa in un tempo molto più lungo dell’arco di tempo che scorre tra il 1949 ed il 1966 anno della chiusura del settimanale.
Gli insegnamenti di Pannunzio e dei suoi collaboratori, avevano già dato una lezione profondamente seria e competente per consentire all’Italia di incamminarsi sul sentiero della libertà e della democrazia. Si discusse molto su temi caldi ed ancora oggi attualissimi quali – tra gli altri – l’energia elettrica, il Concordato, riforma della scuola, libertà di stampa, speculazione edilizia. Un mare agitato che ancora oggi lo fa da protagonista nella società disgregata dalla politica senza freni e lontana dai cittadini.
La scuola e la lezione del “Mondo” non potevano essere ossidati dal tempo ma postulava continuità.
Continuità è ancora. Il prof. Pier Franco Quaglieni fu a fianco del “maestro”, ne raccolse l’eredità e nel 1967, con certosina pazienza, ideali sinceri e sacrifici, raccolse attorno a sé un gruppo di giovani studiosi.
Nacque ufficialmente il Centro di cultura “Mario Pannunzio”. Ebbe vita difficile soprattutto nell’area torinese ove l’attività culturale veniva anche boicottata con conati di emarginazione inqualificabile. La forza delle idee, della concretezza e dei valori laici-culturali pannunziani allignarono lentamente fino ad avere una vera esplosione grazie al lavoro e l’impegno costante, alle iniziative di successo, al disprezzo per qualunque tentativo di condizionamento politico in nome della libertà e dei suoi valori.
Quarant’anni di battaglie culturali laico-liberal-libertarie, per rinnovare, ancora una volta, una società declassata, hanno portato al Centro “Pannunzio” onori e fama per avere influito non poco sulla formazione dei giovani, sulla cultura dell’azione e sugli ideali mai teorici.
E’ lo stesso prof. Pier Franco Quaglieni, fondatore-condottiero del Centro ed oggi Presidente, a darci un quadro esaustivo- pur nella sua “concinitas” – del ruolo che la cultura e l’opera di Pannunzio influiscono, ancora oggi, sulla società.

- Pannunzio ed “Il Mondo” , protagonisti della democrazia italiana, quale eredità hanno lasciato? Quali, oggi, i valori ancora attuali cui ispirarsi?

“Ci hanno lasciato una grande lezione di indipendenza, di impegno civile e di rigore morale. Ed anche una lezione di eleganza e di stile che l’Italia di oggi non può neppure immaginare cosa sia stata. Un’eredità scomoda, difficile, di una minoranza che resta e vuole restare minoranza perchè sa che certe battaglie sono proprie di pochi. Pannunzio ed i suoi amici erano gente che si sacrificava, volendo restare minoranza per impedire alle maggioranze di lasciarsi tentare da derive maggioritarie, come già intravedeva Tocqueville nell’8oo. La democrazia, senza il lievito del liberalismo, può facilmente divenire democrazia totalitaria, dittatura della maggioranza . Solo la democrazia liberale garantisce a tutti i cittadini i diritti insopprimibili ,vedendoli anche, mazzinianamente, come doveri. Il ‘68 ha distrutto i doveri, noi dobbiamo ricostruire il concetto di diritto-dovere. Non è mai esistito il liberalismo di massa, così come non si può divenire liberali all’improvviso, provenendo dal comunismo o dal cattolicesimo. Il liberalismo è scuola di tolleranza e di equilibrio, richiede buone e faticose letture, ma soprattutto richiede quella che un grande storico, Adolfo Omodeo, definiva la “pratica della libertà”. Chi dice di essere liberale perché ha frequentato per qualche mese il Cepu della politica, non è in buona fede”.

- Il Centro “Pannunzio” di Torino, che da 40 anni di “ragionare laico” conduce con fierezza battaglie di elevata civiltà, di impegno culturale e sociale di notevole interesse, superando difficoltà non di poco conto soprattutto “scontri” contro ogni tentativo di soffocante condizionamento per imbrigliarne la voce, come riesce a trovare la vivacità, la coerente continuità e riuscire ad essere propositivo soprattutto verso i giovani per i quali costituisce un esempio di lealtà nell’ umana azione ?

“Noi abbiamo proposto un esempio ed indicato un percorso che è anche una scelta di vita. Senza mai fare i moralisti e senza mai volerci atteggiare a maestri. Se qualcuno vuole seguire il nostro esempio, ne saremo lieti. Ma non pretendiamo di convincere nessuno. Le scelte morali hanno significato solo se nascono dal profondo della nostra coscienza. Abbiamo provocato scontri, ma abbiamo anche sollecitato incontri perché non siamo persone faziose e non abbiamo un partito da difendere o da promuovere. Abbiamo anche commesso in quarant’anni tanti errori. Ma nell’insieme noi riteniamo le nostre scelte giuste: non per il consenso che oggi sembrano registrare, ma perché andavano fatte. A qualunque costo. Croce diceva che nell’Ottocento la parola liberale in Spagna aveva esattamente il senso opposto di “servile”. Ecco, questo è, in sintesi , il Centro “Pannunzio”.

- Quali riflessioni propone per dare lezioni di etica comportamentale politica a questa classe dirigente afona, ignorante ed opportunista e per far sì che gli italiani si riapproprino del diritto di cittadinanza e della democrazia?

“Noi, come ho detto, non vogliamo far lezione a nessuno, ma quello che è certo è che la classe dirigente che oggi abbiamo (in maggioranza e all’opposizione) è fatta in prevalenza da dilettanti, avventizi, ignorantelli, arroganti. Noi preferivamo la I^ Repubblica con tutti i suoi difetti , ma anche con uomini come De Gasperi, Einaudi, Croce, Sforza, Carandini, La Malfa, Saragat, Nenni, Almirante e persino Togliatti. Togliatti era meglio dei suoi attuali eredi che praticano un funesto cinismo togliattiano senza avere nè la cultura, nè l’esperienza di Togliatti. Non dimentichiamo che quegli uomini sono stati i protagonisti di una ricostruzione straordinaria dopo la sconfitta nella II^ guerra mondiale e la guerra civile che ha insanguinato il Nord Italia.
Non a caso, oggi, quegli uomini sono dimenticati. Provate a pensare agli omologhi odierni: c’ è da rabbrividire.”

Nel 40° dalla fondazione il Centro Pannunzio apre le pagine della riflessione sul passato nel presente e inizia un cammino – come progetto – per il futuro con uno sguardo soprattutto verso i giovani.
E’ quanto aveva previsto il “maestro Mario”: “il gruppo di amici e lettori non si sarebbe perso”.
Così è stato perché – scriveva Ignazio Silone – il vero continuatore del “Mondo” è il Centro “Pannunzio”.
Malagodi, con sdegno verso “i disobbedienti del Pli” abbe a dire che Mario Pannunzio ed il suo “Il Mondo”, sarebbe rimasta una “voce nel vuoto”. Il tempo ed i fatti lo hanno smentito.

Il Centro viene dal futuro con, alle spalle, un passato glorioso e la sua voce autenticamente laico-liberale, si rivolge ai nuovi giovani che numerosi si accostano alle lezioni pannunziane sulla insopprimibile funzione del pluralismo culturale. I suoi punti di forza.

Giovanni Venezia

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Giovanni Venezia è il direttore dell’e-magazine Il Pungolo.

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lunedì, 13 agosto 2007

PICCOLA PAUSA D’AGOSTO

Cari amici,

mi prendo qualche giorno di vacanza, ma vi invito – nei limiti del possibile – a continuare a essere presenti sul blog. Come? Magari raccontando le letture estive e – perché no? – riportando una o più frasi del testo con cui si è scelto di condividere tempo ed emozioni.

 Ombrellone

A proposito, che libro state leggendo adesso?

 Non so se avete notato. Sulla colonna destra del blog, in basso, trovate la dicitura “Post permanenti”. Si tratta di alcuni post/sondaggio che vi ho proposto (propinato?) in questi mesi. Molti di voi li conoscono già. I nuovi arrivati, però, potrebbero dare un’occhiata e partecipare con commenti. Naturalmente non è esclusa la partecipazione ai “vecchi”. Anzi. Tutt’altro. Insomma, se potete, aiutatemi a tenere vivo il sito. Come ho sempre scritto – e detto – sin dall’inizio Letteratitudine è un open-blog. La sua vera forza siete voi che ci scrivete, sia come curatori di rubrica che come commentatori. Io sto qui a dirigere il traffico. E lo faccio con vera gioia!

Buon ferragosto a tutti!

Massimo Maugeri

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giovedì, 9 agosto 2007

CLICK JEANS di Barbara Gozzi

Nuova puntata di Giovani scrittori crescono (selezione under 30)”. Stavolta vi presento Barbara Gozzi, che molti di voi conoscono giacché è una frequentatrice assidua di questo blog. Il brano che leggerete è un estratto di Click jeans, pubblicato da Arpanet nell’ambito di CONCEPTS Moda, AA.VV ( euro 15.00). Inoltre vi invito alla lettura di un inedito della Gozzi, intitolato L’altra fame, pubblicato recentemente sul blog “Books and other sorrows” della scrittrice Francesca Mazzucato.

barbara-gozzi.jpgBarbara Gozzi ha 28 anni. È nata a Modena e attualmente vive in provincia di Bologna con la famiglia. Ha pubblicato ‘Progetto Butterfly’ (Editing Edizioni, novembre’06); ‘La casa della nonna’ (Nicola Pesce Editore, aprile’07); tre racconti nell’antologia ‘Scrivi con lo Scrittore’ curata da Ettore Bianciardi (Giraldi Editore, Maggio’07); ‘Click Jeans’ racconto lungo pubblicato su ‘Concepts Moda’ (Edizioni Arpanet, giugno’07). Da giugno’2007 è anche possibile scaricare gratuitamente l’Ebook ‘Spicchi’ (romanzo breve inedito) realizzato dalle edizioni Kult Virtual Press. Collabora con il progetto ‘The Sleepers’ e cura la rubrica ‘Contorsioni’ presso il blog Caffè Storico Letterario e l’EMagazine Historica di F.Giubilei. Entro fine anno uscirà il seguito di ‘Progetto Butterfly’. Ha appena concluso la versione beta di ‘Experiment’, pubblicato in atti sul blog come sperimentazione narrativa flash e ha due testi nel cassetto che attendono revisioni spietate. Attraverso il suo blog (www.progettobutterfly.splinder.com) è possibile rintracciare testi, esperimenti, segnalazioni e composizioni scomposte. E- mail:gozzib@tiscali.it 

CLICK JEANS

di Barbara Gozzi

Ispirato da: i jeans che ho tenacemente portato nel corso delle scuole superiori come unica alternativa al nulla.

IV. Cinque mesi e un giorno dopo (l’inizio)

Quando riesco a tenere gli occhi aperti, l’orologio sul comodino segna le dieci e quaranta. Poco male. Oggi è domenica. Sbadiglio e mi rituffo tra il tepore rassicurante del piumone. Non ho voglia di alzarmi. In effetti, non mi va di fare alcunché. Ripensandoci, mi capita spesso, di recente. Sono stanca di essere stanca. Potrei abbandonarmi a una risata, per via del gioco di parole involontario, ma mi muore in gola. L’anno scorso, mi svegliavo alle sette per andare a correre con Lingualunga, il mio cucciolone la cui lingua perennemente a penzoloni ha fatto storia nel quartiere. Il nome è imbarazzante, me lo dicono tutti, ma non ho saputo dire di no alla bimba della mia vicina.

Mi sono ricordata di lasciargli da mangiare, ieri sera?

Mi alzo in fretta, con il pensiero del povero Lingualunga, affamato da più di dodici ore. Aspetto che la testa smetta di girare, poi mi avventuro lungo le scale per raggiungere il garage e lo apro. Lui è lì, davanti a me, con la coda che disegna figure geometriche e quell’aria felice, quella che ha sempre quando mi vede.

Come può essere contento, se l’ho tenuto a digiuno?

Gli verso una porzione generosa di bocconcini e lo accarezzo, mentre lui divora avidamente ogni pezzetto come fosse l’ultimo. Mi viene la tentazione di scusarmi ad alta voce, ma mi sento una stupida e desisto.

Non si parla con gli animali, è da suonati.

Eppure, ho la netta impressione che lui saprebbe capirmi molto meglio di tanti esseri umani. Quando rientro in casa, vedo la borsetta abbandonata sul divano e una luce si accende nella mia mente. Ieri notte, ero così stanca che mi sono addormentata, dimenticandomi del regalo.

Mi siedo con cautela tra i cuscini imbottiti. La testa mi gira ancora, appena un po’. Dovrei fare colazione, ma la curiosità è più forte. E poi, una tazza bollente con dentro un filtro di tè verde non è poi così allettante, stamattina.

Chissà cosa mi hanno regalato, quelle matte!

Lo libero dalla borsa e strappo la carta colorata, un po’ incerta. Le mie amiche non fanno mai niente per caso. Ma non è il mio compleanno!

Mi ritrovo tra le mani un mini album, di quelli che contengono al massimo dodici fotografie, ma che sono molto comodi perché si possono portare in giro senza ingombrare troppo. La copertina è morbida. Blu e azzurra. Nel centro, ci sono delle onde che si infrangono sulla spiaggia. Le osservo meglio alla luce del giorno e noto che, se cambio angolazione, le onde si muovono. Mi scappa un sorriso. Alzo le gambe e le incrocio sul divano, nel mezzo appoggio l’album e inizio a sfogliarlo. Il passato mi risucchia con la forza di un tornado.

Sono circondata dai compagni di classe e sorridiamo in modo scomposto. Dietro di noi, si intravede il Ponte dei Sospiri. E la prof. di italiano, la signora Rinaldi-tutto-a-memoria. Avevamo diciassette anni ed eravamo in gita. Le mie guance erano tonde.

Abbasso lo sguardo.

Mia sorella si nasconde dietro di me in modo goffo. Stiamo festeggiando il compleanno di mamma nel piccolo salotto di casa. Simona ha quattordici anni. Ed è già più alta e lunga e di me. Anche le sue guance erano tonde. Meno delle mie, ovviamente.

Volto pagina.

Sul lettino, le mie amiche sono sedute sopra di me. Facciamo delle smorfie strane all’obiettivo. Se non ricordo male, stava scattando Maria. Weekend lungo a Riccione. Io avevo superato i venti da un po’. Mia sorella è rimasta in piedi a fissare il mare. Il suo corpo sembra la metà del mio. O di quello di una qualsiasi delle mie amiche.

Abbasso lo sguardo.

Eleonora. Serena. Rossella. Maria. Io. Tutte attorno alla torta, con alcune candeline mezze storte. La mia faccia sbuca da dietro il quartetto con l’accendino, ma qualcuno scatta, prima che io riesca ad accenderle.

Quella sera ci siamo divertite come matte. Non avevo ancora compiuto i trenta.

Volto pagina.

Simona a capodanno. Con i jeans elasticizzati e un top aderente. Si vedono le ossa. Il seno e i fianchi sono scomparsi. Emergono solo i jeans, gli stivali col tacco, il top luccicante e il trucco pesate. Non riesco a trattenere le lacrime. Tre mesi dopo è morta. Aveva ventidue anni.

Abbasso lo sguardo.

Io, all’uscita del solito pub, due settimane fa circa. Un pugno in piena faccia. Non sapevo che le ragazze mi avessero scattato questa foto. Sto pagando il conto alla cassa. Si vede la camicetta corta che ho comprato per l’occasione. Le altre mi sono tutte troppo larghe. Il seno che spunta è il nocciolo di una prugna. C’è un fianco che sporge da dietro il tessuto dei jeans. E il resto della ciccia, dov’è? Sto piangendo e mi si appanna la vista. Ma c’è ancora un’ultima foto dietro. Tremo.

Volto pagina.

 Natale ‘94. Simona e io in giro per il centro con gli amici di allora. Abbracciate. Luccicanti. Spensierate. Bellissime. Le nostre guance sembrano assomigliarsi. Anche il luccichio negli occhi.

Il mio naso cola. Ho la faccia bagnata e i singhiozzi mi fanno sussultare.

Click.

Uno solo, ma sufficiente a farmi perdere un battito. Il secondo punto di svolta in pochi mesi.
Rivoglio quel luccichio. Subito.

E una brioche. Anche senza marmellata. Purché sia calda e croccante.

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martedì, 7 agosto 2007

EFFETTO ALBATRO di Fabio Cerretani (recensione di Miriam Ravasio)

effetto-albatro.jpg

Quando si fallisce nella vita? Può un’aspirazione giovanile non conseguita, condizionare il resto dell’esistenza? La predestinazione è un dato? Sono domande che nascono dalla lettura di Effetto albatro di Fabio Cerretani, un “vecchio” russo fra noi. Tre parti, due “intermezzi”, un epilogo che ci riportano al micragnoso mondo degli scrivani ottocenteschi. Ma il protagonista è un nostro contemporaneo, e gli anni “felici” della sua formazione, sono quelli caldi delle lotte civili e poi assurdi e criminosi dell’assassinio di Aldo Moro. Il protagonista però è avulso da tutto questo, impermeabile alle tensioni e poi alla svagatezza in cui negli anni Ottanta si stemperarono. Come un aratro versoio, la narrazione rivolta i giorni e il tempo nella ricerca della fertilità creativa, unico mezzo per il riscatto sociale di un “predestinato” alla Letteratura. E’ una lettura che stupisce e che scorre veloce alla ricerca di quel respiro, quella realizzazione, che sin dalle prime battute, sappiamo negata, parzialmente negata. Come molti, in quegli anni di scolarizzazione di massa, il protagonista di origini proletarie si ritrova in ambienti “non suoi”, il Classico e l’Università; dibattendosi fra doveri, difficoltà economiche, la meta di un successo o, almeno, di una realizzazione. Uomo di un moderno sottosuolo murato nella sua ostinazione, Genesio Tortolini si confessa cercando nei dati le cause dell’effetto mancato. Una scrittura abile, insolita che rende partecipi offrendoci in Taglia Unica la possibilità di un’autoanalisi, che ognuno può adattare o modificare da sé. Perché il tema del libro è il successo editoriale, come riconoscimento del proprio senso di vita. All’editore Pautassi (oh, potessi!) Tortolini, invia il suo lungo monologo; disincanto, commiserazione, pietà di sé, ironia, rabbia e desiderio impastati in una bella trama giocata sul doppio: Genesio, l’albatro che sta imparando a muoversi sulla terra e Clara Angrisani che come un passero fa mille voli. “La Letteratura però continuava a essere un’abitudine della quale non afferravo le motivazioni profonde, e leggevo nel modo in cui altri fumano: per vizio, per abitudine. Perché non riuscivo a smettere. Comprendevo che spettava alle lettere procurarmi la Gloria, ma capivo anche che era un ben remunerato impiego quello che invece poteva assicurarmi, se non la ricchezza, per lo meno un certo benessere nell’immediato”.

Miriam Ravasio

EFFETTO ALBATRO

di Fabio Cerretani

Robin, 2007 pag. 336, euro 14

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UPLOAD del 29 agosto 2007

Fabio Cerretani, previa autorizzazione del suo editore, mi ha inviato un testo estratto dal suo “Effetto albatro”. Lo pubblico di seguito invitandovi a leggerlo e a commentarlo. (Massimo Maugeri)

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28.
Il dramma del passaggio dalle soglie del successo al rientro nei ranghi non si consumò tutto in una volta, e la patina grigia della sconfitta tornò a discendere su di me un po’ per volta.
Il primo disinganno fu quando, giunto nell’albergo milanese del cui costo era l’Organizzazione a farsi carico, incontrai l’efficiente manager della cultura che mi aveva telefonato la seconda volta:
“Salve, io sono Cinzia Rebaudengo”, mi disse. Era una over fourty bruttina e priva della benché minima attrattiva, alta che mi arrivava a malapena alla spalla, e sì che io tutto sono fuorché un colosso. La dottoressa Rebaudengo era vestita come una bibliotecaria d’altri tempi, che al solo immaginarla intimamente paludata nella lingerie che le avevo cucito addosso mi faceva l’effetto di una caricatura, perché, tanto per farLe capire il tipo mediterraneo, ci sarebbe voluto un reggiseno della seconda e uno slip della sesta.
Insomma, lo so che è antipatico giudicare le donne prima di tutto, se non solo, dal loro aspetto fisico, e infatti questa qui era senza dubbio intelligente, era persona competente e lavoratrice e aveva letto molti libri, era laureata e tutto quello che vuoLe, però cosa dire, certe pessime abitudini maschili, anzi maschiliste, è difficile perderle, e devo ammettere che ci rimasi male. Solo la voce era rimasta quella che al telefono mi aveva spinto a sognare, e questo doveva dipendere dal fatto che nell’immagine ideale che di lei mi ero composto nella mente, il timbro efficientista e leggermente sadomaso da donna dominante era l’unico dato acquisito in maniera
definitiva.
“Lei?”, feci, e dovetti rimanere con la bocca un po’ spalancata, in una espressione facciale in netto contrasto con quella che dovrebbe essere l’espressione acuta e profonda di qualcuno che ambisca fregiarsi del titolo di scrittore; dovevo piuttosto sembrare una recluta del Reggimento Granatieri, uno spilungone cresciuto troppo in fretta fino ai suoi quasi due metri, con un corpaccione in cui gli impulsi in partenza dal cervello giungevano con molta lentezza alle estreme regioni dell’Impero, come messaggeri su strade poco praticabili e irte di pericoli. L’impulso destinato al mio braccio sinistro con un dispaccio che gli intimava di sollevarsi per stringere la mano che la donna già da un po’ mi tendeva dovette perdersi per strada, o essere assalito e trucidato dai briganti, e allora fu la Rebaudengo stessa, da donna energica e decisionista, ad afferrarmi la mano che pendeva inerte lungo il fianco e a stringerla in una di quelle morse che nelle terre settentrionali nemmeno le femmine ti risparmiano, e che a noi amanti prossimi al disarmo evoca a volte con un brivido l’immagine di ben altre strette possibili.
“Com’è andato il viaggio, tutto bene?”, mi chiese.
“Come può andare un viaggio in treno in seconda classe”, risposi con quel mio spirito poco salottiero, in un modo che voleva essere ironico e mondano e che invece inspiegabilmente suonò burbero e scontroso, tanto che lei lo prese per un rimprovero:
“Capisco. Ma purtroppo i fondi ricevuti dall’istituto bancario che patrocina la manifestazione non sono stati sufficienti per offrire l’aereo…”
“Per carità, per carità, non volevo dire questo. Anzi, è già tanto che… questo albergo – mi confusi, lasciando vagare lo sguardo in giro per l’alberghino sciccoso e dall’aria very expensive nel quale sarei stato ospitato gratuitamente per due notti – e anche a prescindere da questo, l’occasione è tale che…”
Vidi che Cinzia Rebaudengo annuiva pietosamente, guardandomi come i componenti della spedizione sul ghiacciaio avrebbero guardato l’Uomo di Similaun nel caso in cui questi, invece che farsi trovare ibernato congelato e perfettamente conservato, si fosse fatto loro incontro cercando di stabilire un dialogo per spiegare che cosa esattamente gli era accaduto migliaia di anni avanti.
“Bene – concluse quando i miei farfugliamenti le furono sembrati sufficienti per ristabilire un corretto funzionamento della dinamica incube/succube – per stasera la lasciamo libero.
Si riposi, che domani è il gran giorno. Ci vediamo qui nella hall alle dieci per l’intervista.”
Avvertii un brivido lungo la schiena, l’ennesimo di quel periodo, tanto che non ci facevo quasi più caso e tutto quello che riuscivo a fare era di attendere che si esaurisse disperdendosi nella regione lombo-sacrale come l’Okavango si perde negli acquitrini del proprio delta, mentre la goffaggine appena esibita mi sconsigliava di avventurarmi nella richiesta di una conferma, ufficiosa ma di fonte ufficiale, di quello che a quel punto mi sembrava ormai certo.
Libero, poi, non lo ero affatto, perché alle undici e mezza avevo appuntamento con Marcello Mascambruno. Il Piccolo Editore Onesto mi aveva cercato un paio di settimane avanti, e la sua telefonata era stato uno dei segnali che più mi avevano persuaso dell’imminenza del Successo, l’altra essendo la volta in cui, preso dall’ansia di non avere ancora nessuna certezza, mi ero provato a fare lo gnorri con quelli della reception dell’albergo: avevo chiamato con una scusa qualsiasi e mi ero qualificato, senza nome e cognome, come il partecipante al Premio Diogene Letterario, quello invitato alla premiazione, e allorché loro avevano fatto mente locale
senza nemmeno chiedermi “Quale, scusi, perché qui ne avremmo più d’uno…”, avevo acquisito la quasi certezza di essere il solo, quindi il vincitore. Ma la certezza, nei limiti ovviamente in cui uno come me può nutrire delle certezze che non siano suffragate da fatti conclamati, me l’aveva però fornita la telefonata del piccolo editore onesto. Il quale si era appunto presentato come tale, calcando il tono della voce sull’aggettivo onesto, come se una caratteristica che dovevano essere semmai gli altri a riconoscerti e che comunque almeno in teoria e salvo prova contraria tutti dovrebbero possedere fosse invece una sua peculiarità esclusiva, e mi aveva parlato in un settentrionale convulso e quasi incalzato dalla fretta di dirmi tutto quello che aveva da dirmi prima che la durata della telefonata interurbana si traducesse in un costo mal tollerabile dal bilancio di un editore delle sue dimensioni:
“Le dicevo che io sono una persona onesta, nel senso che non sono uno di quei… badilanti dell’editoria che si presentano come editori e che poi invece sono poco più che tipografi, disonesti anche come tipografi oltretutto, viste le cifre che riescono a estorcere a degli sprovveduti; quei cosiddetti editori, per capirci, che fanno stampare mille, duemila al limite anche tre o quattromila copie di qualsiasi romanzo venga loro sottoposto, e poi…”
“Ho capito quello che vuole dire, conosco il genere, e mi fa piacere che lei non appartenga a quella categoria, questo le risparmierà di sentirsi riappendere la cornetta del telefono in faccia. Piuttosto, mi faccia capire una cosa: lei come sa di me e del fatto che sono… ehm… che partecipo al Diogene Letterario?”
Mascambruno aveva fatto una risatina chioccia e furbesca, l’equivalente di quello che, se si fosse trattato di un dialogo a quattr’occhi, sarebbe stata una strizzatina d’occhio e magari anche un colpetto di gomito fra le costole:
“Lei è molto più di un partecipante, e lo sa benissimo. Ma sia chiaro, fa bene a mantenere il riserbo su una notizia del genere, che poi è quello che gli organizzatori del Premio si aspettano, a questo punto delle cose è meglio non rischiare, aspetti qualche altro giorno e potrà…”
“Ecco, appunto – lo avevo interrotto di nuovo, che ormai mi sembrava di essere io a tenere il coltello dalla parte del manico nei miei rapporti con gli editori – il riserbo: lei, allora, come ha fatto a…?”
“Ah, niente di poco pulito, sia chiaro; nessun intrallazzo. È che a Milano nell’ambiente tutti mi conoscono come una persona onesta, mi stimano anche se sono solo il proprietario di una piccola casa editrice di qualità, perché comunque sono pu-li-to, ed è una pulizia che io metto in tutte le cose che faccio e che…”
“Quindi?”
“Quindi…: un’indiscrezione – ammise, quasi a malincuore. – Ho delle conoscenze, all’interno del comitato e anche della rivista organizzatrice. Cosa vuole… viviamo in un mondo imperfetto”, concluse, lasciandomi il sospetto che, nonostante tutta la sua onestà, la nuovamente constatata imperfezione del mondo e dei suoi collaudati meccanismi offrisse a Marcello Mascambruno una comoda scappatoia per garantire alla sua piccola casa editrice di qualità la competitività sul mercato.
Un editore che mi telefona, che mi cerca! Certo non era Lei, dottor Pautasso, e non avrebbe nemmeno potuto esserlo, perché immagino che Lei più che scrivere o telefonare ami materializzarsi, andare per Annunciazioni o apparizioni soprannaturali; però era ugualmente un buon inizio, e il segnale di un’inversione di tendenza epocale: per questo non me l’ero sentita di dirgli né sì né no, potevo trovare di meglio ma potevo anche non trovare nient’altro e allora per una volta mi ero comportato saggiamente, prendendo tempo e proponendo una soluzione interlocutoria: sarei stato a Milano dalla sera avanti a quella della premiazione,
e allora avremmo potuto incontrarci e parlare con tutto comodo. Meglio non in albergo, però, perché al riguardo il regolamento era chiaro: colui che avesse pubblicato l’opera premiata prima della proclamazione del vincitore, o ne avesse ceduto i diritti, o anche solo ne avesse parlato con un editore o con persona da questi discendente o a questi ascendente entro i limiti del quarto grado di parentela, sarebbe stato eliminato dalla competizione, a nulla valendo la considerazione che l’editore in questione fosse piccolo e onesto.
E così, mentre i due che sarebbero risultati vincitori ex-aequo andavano a cena da Biffi con i direttori editoriali rispettivamente della Magnusson EdiItalia e della Moltricco & Bignola e poi nelle altrettanto rispettive sedi di rappresentanza in via Montenapoleone e via Solferino per le firme dei contratti di edizione, io mi apprestavo a inoltrarmi nelle vie più malfamate e postribolari della vecchia Milano, perché non solo l’ora ma anche il luogo che Mascambruno aveva scelto per l’appuntamento era quasi da cospiratori: alle 23,30 – chissà perché poi non aveva fatto cifra tonda, scegliendo di incontrarmi a mezzanotte in punto… – in un vicolo oscuro che per essere sicuro di trovarlo mi ero dovuto fotocopiare la relativa pagina della Guida Città della Telecom con la via evidenziata in arancione, e dall’albergo prendere un taxi il cui autista, dopo che gli avevo detto dove volevo che mi portasse, mi aveva guardato con uno sguardo lascivo dicendomi che ne sapeva lui di posti migliori di quello: “Roba dell’Est – mi fece l’occhiolino – carne giovane… anche vergini…”, e devo ammettere che per un paio di istanti l’idea di una vergine dell’est europeo mi aveva anche stuzzicato l’appetito, e se non si fosse trattato del fatto che ancora troppo recente era la delusione che avevo patito con la Rebaudengo, mi sarei fidato di più delle parole del tassista e delle mie suggestioni erotiche senza approdo e avrei accettato l’invito, mandando a farsi fottere il piccolo editore, la sua piccola casa editrice di qualità, la sua onestà e le sue arie da cospiratore, e con tutto questo ben poco per me sarebbe cambiato.
Invece quella sera il sogno di Gloria doveva essere ancora ben vivo in me, perché declinai gentilmente l’invito dicendo che un’altra volta avrei approfittato senz’altro della sua esperienza ma che per quella sera, dissi misteriosamente, c’era prima un’altra faccenda che dovevo sistemare, che era già troppo tempo che andava avanti e dovevo proprio darci un taglio. Il tassista meneghino parve favorevolmente impressionato: annuì con la testa senza chiedere nient’altro, e per tutto il resto del viaggio continuò a guardarmi di tanto in tanto nello specchietto retrovisore, come per imprimersi bene nella mente la fisionomia dell’autore del delitto; quando
mi lasciò nel vicolo male illuminato non volle né la mancia né il supplemento per l’ora notturna.
Anche io sembravo entrato nel personaggio, perché non avvertii nemmeno poi tanto quella paura che in altre occasioni, a sapermi solo, indifeso e nelle vesti di vittima ideale di una rapina, un omicidio o financo dell’estremo oltraggio di uno stupro, mi avrebbe letteralmente paralizzato, tanto che perfino quando dal buio avvertii provenire quella voce, quella roca domanda:
“È solo?” sobbalzai appena, mi voltai con naturalezza e osservai senza punto indietreggiare l’enorme massa scura che si staccava dal buio per venirmi incontro:
“Si è assicurato di non essere pedinato?”, chiese.
Solo quando mi decisi a fare sì con la testa, l’editore Marcello Mascambruno mi tese la mano per il riconoscimento ufficiale: il piccolo editore era un uomo enorme, due metri almeno per un altro di larghezza, ma la sua stretta di mano, dopo la morsa inflittami da Cinzia Rebaudengo, risultò singolarmente molliccia e femminea, e prima che mi immergessi totalmente in un fitto dialogo a base di diritti d’autore e copie da distribuire, mi attraversò la mente il sospetto che magari la donna manager, a dispetto della sua bruttezza, poteva avere delle qualità nascoste.
“È questa la possibilità di parlare con tutto comodo? – chiesi guardandomi intorno, con l’intenzione di fare dell’ironia per mettere l’omone a suo agio. – Non c’è nemmeno un bar aperto…”
“Non ho parlato io di comodità, è stato lei. Possiamo parlare qui, tanto è per pochi minuti, trattenersi di più sarebbe imprudente. E poi lei dovrebbe saperlo: scrivere è fatica, tormento interiore, spesso disagio materiale…”
“Guardi, scrivere non è niente. Sono arrivato a credere che siano sufficienti un po’ di pazienza e niente di meglio da fare – esagerai, e subito dopo mi corressi – oltre a un po’ di inclinazione, ovviamente. Il problema vero, mi creda, è riuscire a pubblicare.”
“Coraggio, lei è quasi alla fine del suo Calvario. Ci sono qua io”, mi fece, poggiandomi una mano sulla spalla. Di persona l’eloquio di Mascambruno, non più incalzato dai costi esorbitanti delle interurbane, fluiva calmo e rilassato, planando fino a me da quelle colossali altitudini come un messaggio di speranza.
“Che cosa ha da offrirmi?”, gli chiesi, senza l’ostilità di quella volta con Bellentani, il quale a ben vedere non aveva mai parlato di onestà, quindi almeno in questo era stato onesto.
Mascambruno non rispose subito. Nonostante la stagione primaverile in corso, a Milano era ancora piuttosto fresco, e in quei bassifondi l’umidità sembrava addensarsi come se vi giungesse seguendo una corsia preferenziale; l’editore doveva saperlo in anticipo, di poter contare su un contesto nebbioso degno di un vecchio film con Christopher Lee, e mentre io rabbrividivo nel giacchino di finta renna, lui era ben coperto da un impermeabile cerato di tipo inglese con tanto
di mantello corto come quello di Sherlock Holmes. Proprio in quel punto, nell’intersezione tra impermeabile e mantella, frugò a lungo come se cercasse qualcosa in una tasca così segreta che sarebbe rimasta tale anche ai segugi del Premio Diogene Letterario che lo avessero eventualmente intercettato e perquisito: “Tenga”, mi disse alla fine di quel lungo lavorio. Presi le carte che mi tendeva e le esaminai spostandomi alla luce di un lampione: erano un assegno della Banca Popolare di Milano di cinquecento euro e un contratto per l’edizione de “La circolare” in duemila copie iniziali.
“Non è molto, mi rendo perfettamente conto – disse. – Ma tenga presente che io non sono Arnoldo Mondadori. La cifra potrebbe addirittura sembrare offensiva, ma spero serva per dimostrarle la mia onestà, e il fatto che io non voglio ingannarla. Insomma, è il gesto che conta…”
“Per compiere un gesto simbolico immagino che un milione delle vecchie lire sia sufficiente”, dissi.
Cominciai a leggere le varie clausole alla luce del lampione, solo che, colto di sorpresa, non riuscivo a concentrarmi sui pro e contro e le eventuali contromisure da inserire, e ciò non solo per colpa dell’oscurità; cercavo soprattutto il punto in cui si dichiarava quanto e in che modo io avrei dovuto pagare all’editore pirata, perché senza dubbio di questo si trattava, e al vedermi curvo in quel modo su un fascicolo un ubriaco di passaggio si fermò dietro di me, mi appoggiò il mento su una spalla e cominciò a leggere anche lui. “Fila via”, gli disse Mascambruno quasi con tenerezza, e l’ubriaco si dissolse nella nebbia.
Insomma, dottore, una serata di quelle che si ricordano, di quelle per le quali da ragazzo mi sarei esaltato: ero solo, di notte, immerso nella nebbia della grande città del nord, in procinto di firmare il mio primo contratto con un editore galantuomo anche se misconosciuto, e alla vigilia della più importante affermazione della mia vita di sconfitto.
Eppure avvertivo che l’atmosfera non era quella che avrebbe dovuto essere, e questo è perfettamente comprensibile viste le modalità, dirà Lei; ma c’era dell’altro, forse qualche reminiscenza letteraria che prendeva corpo nel vicolo buio per trasformarlo in una cava di pietra abbandonata, nella quale io ero giunto seguendo senza ribellarmi i miei due carnefici:
“Come un cane” mormorai allora, citando un po’ a sproposito le ultime parole di Joseph K. Forse quel contratto non mi sembrava una conclusione degna del Sogno, ma solo un boccone di scarto datomi in pasto per pietà, per levarmi di torno, e mi parve che se lo avessi firmato lì, in quel modo, magari appoggiandomi sulla schiena di Mascambruno – ma come?, che era alto due metri – o sul tettino umido di una vettura in sosta… come dire?… la vergogna, proprio come a Joseph K., mi sarebbe sopravvissuta.
Sfumature di poco conto, che il piccolo editore onesto non poteva cogliere: “Come dice?”, mi chiese.
“No, niente. Dicevo che non mi sembra questo né il luogo né il modo. Non è così che ho immaginato la firma di un contratto con un editore” gli dissi, restituendogli l’assegno e il contratto che l’aria umida e misty della notte avevano già accartocciato, e ricordo che pensai che era davvero strano che anche per quanto riguardava l’editoria, quindi in definitiva i libri, tutto dovesse dipendere da imprenditori che vivevano e operavano in una città il cui clima gonfiava, ispessiva, deformava e imbruttiva la carta.
“Siamo un po’ idealisti e romantici, eh?”, mi rispose, ma non nel tono di un rimprovero, cominciando a tastarsi addosso in cerca della tasca segreta dalla quale li aveva estratti poco prima.
“Un po’, sì. Domani, lo prometto – dissi, come una vergine timorosa ma calcolatrice, che resista solo nella speranza di cedere a un miglior offerente l’esclusiva della deflorazione – dopo la premiazione. Lei verrà alla cena?”
“Certo. Sono un editore, e anche se piccolo, la mia fama di onestà è tale…”
“D’accordo-d’accordo-d’accordo – tagliai corto – domani a cena, allora, o anche dopo, tanto quanto potrà durare? Avremo modo di parlarne e, se del caso, trovare un accordo. Okay?”
“O-kay! Mi sembra giusto. E si ricordi: anche se non dovesse vincere, io sono ugualmente interessato al suo romanzo”, mi disse allontanandosi.
Mi toccai in basso, ma senza precipitazione, per dare l’impressione che fosse un gesto della stessa casualità involontaria con cui a volte si controllano il portafoglio o l’orologio o le altre cose preziose che si portano sempre con sé. Il gesto, del resto, non ebbe nessuna efficacia scaramantica perché la mattina seguente, quando dopo una notte fitta di incubi alle dieci in punto feci il mio ingresso nella hall dell’albergo esalando gli ultimi ruttini di assestamento gastrico conseguenza di una colazione a buffet nella quale avevo assaggiato perfino il porridge, vidi che Cinzia Rebaudengo sedeva già in un circolo di poltrone e divani, attorniata da una decina scarsa di persone, che immaginai giornalisti convenuti per una prima informale intervista al vincitore. Ma mentre timidamente cominciavo a girare intorno al consesso con volute dal diametro sempre più ridotto, in attesa che lei notasse che il vincitore era lì e lo invitasse a prendere posto tra di loro, mi resi conto che non era affatto
lei il centro dell’animata riunione, perché l’eminenza grigia… o meglio, il maestro di cerimonie sembrava piuttosto un’anziana signora con i capelli cotonati e virati nei toni di un tenue violetto da fata turchina, che osservava i vari interlocutori come se fossero tutti figli suoi, mentre disputavano animatamente su qualche argomento che doveva prenderli molto. Fu proprio lei che, pur senza conoscermi, a un certo punto dovette accorgersi di quello strano individuo che continuava a girare in tondo osservandoli con la coda dell’occhio, e che non poteva che essere o un emissario di un Premio concorrente, venuto a spiare l’informale cerimoniale per poi riproporlo pari pari in chissà quale oscura manifestazione del centro-sud patrocinata e sponsorizzata da qualche cassa rurale e artigiana di infimo rango, oppure quello degli invitati che ancora mancava all’appello. Per cui, dopo una breve consultazione con la Cinzia Rebaudengo, che interpellata al riguardo ebbe la bontà di riconoscermi quasi subito, la fata turchina mi fece con la mano un cenno regale e nello stesso tempo sbarazzino perché mi appressassi a lei:
“Sono Marisa Botto Ramella di Sanvigognano…”, mi confidò, quasi per spiegare il perché di tanta magnificenza, e per un attimo temetti che volesse proseguire illustrandomi la sua esatta collocazione nell’ambito della genealogia di famiglia; ovviamente rimase seduta, fatto decisamente scusabile in una signora per di più di quella età, ma che mi costrinse a interpretare il resto della conversazione con la schiena dolorosamente curva nella sua direzione, nell’atteggiamento del più servile dei camerieri o dei portaborse, per di più mostrando chiaramente di non sapere se a quel punto, udito nome e patronimico e feudo di provenienza si trattasse di genuflettersi o cosa.
“Ricorda? Ci siamo sentiti al telefono; fu nel febbraio scorso, credo”, e allora sì, allora compresi che era la signora che mi aveva chiamato la prima volta, per dirmi che ero rientrato tra i finalisti. “Ha fatto buon viaggio?”, si informò con sollecitudine e come se davvero gliene importasse qualcosa, e io, che avvertivo ancora vivo l’imbarazzo per la figuraccia del giorno avanti:
“Ottimo, – risposi – molto, molto meglio che in aereo”, intendendo in quel modo rassicurarla sul fatto che proprio non importava che l’Istituto Bancario più trendy della città nonché finanziatore della manifestazione avesse lesinato sulle trasferte degli invitati di seconda fascia.
“Molto bene. E la notte: trascorsa bene?”
“Meravigliosamente bene”, risposi, abbassando lo sguardo nel timore che le occhiaie da panda sconfessassero le mie asserzioni.
“E ha già preso la prima colazione?”
“Vengo ora dal buffet”, risposi, senza riuscire a trattenere la conferma fornita da un conclusivo singulto. Solo una volta esaurita l’intera rassegna di schermaglie di cortesia, la fata turchina si decise ad assestarmi la botta: “Aspetti, che le presento i vincitori.”
Io vacillai: “I vincitori?”, dissi, e lei interpretò male le ragioni del mio turbamento, sul quale per ora eviterei di soffermarmi perché tanto Lei è perfettamente in grado di immaginare quale e quanto possa essere stato:
“Certo, quest’anno c’è un ex-aequo, non lo sapeva? – trillò, come se quella trovata dei due vincitori che non scontentava nessuno tranne me fosse venuta in mente a lei personalmente.
– Allora, guardi: la signora – mi sussurrò, e con gli occhi mi indicò una giovane donna vagamente somigliante a Mariangela come appare nei film di Fantozzi – è un’assistente universitaria in odore di cattedra, per così dire, che ha partecipato e vinto con un’opera quasi sperimentale che innova fortemente il linguaggio. L’altro – e, anche stavolta senza parere, mi fece capire che si riferiva al trentacinquenne piuttosto distinto che ascoltava in silenzio la discussione in corso – è un giornalista free-lance di Milano, che ha scritto un romanzo dal forte impegno civile.”
Logico, sembrava sottintendere, che a lei che non ha scritto né opere di forte impegno politico e sociale né innovatrici sul piano del linguaggio, e che per di più come lavoro fa l’ispettore dell’Agenzia delle Reintroduzioni Contabili, sia toccata quella segnalazione della Giuria che, spero vorrà riconoscerlo, con un curriculum come il suo è anche troppo.
Io non glielo avevo detto che tipo di lavoro facessi, ma dovevano averlo scoperto ugualmente, dovevano avere spie e confidenti ovunque, e adesso si comportavano di conseguenza, tanto che la gentildonna non ritenne nemmeno opportuno interrompere la disputa in corso solo per procedere a delle regolari presentazioni: “Lasciamoli parlare – disse, con un gesto della mano come se scacciasse una mosca – tanto nel corso della giornata avrà più di una occasione per uno scambio di vedute. L’altro, infine – e mi indicò un quarantenne circa, piuttosto grasso e con un viso seminascosto da barba e baffi – è Mantellassi, un critico famoso che ha fatto parte della Giuria ed è qui stamani appunto in sua rappresentanza.”
Tra i membri della giuria, pensai, doveva essere il meno importante, se oltre che la cerimonia di premiazione e la cena che sarebbe seguita gli era toccato sciropparsi anche quell’incontro informale al mattino, nel quale stava sfogando contro il giornalista free-lance la rabbia che non poteva sfogare contro gli altri membri della giuria, contestando la mancanza di non so bene quale requisito di forma al romanzo che pure aveva vinto, e non mandando indenne neppure l’opera dell’assistente universitaria da una quasi complementare carenza sul piano del contenuto. Sembrava indiavolato contro i due ex-aequo, i quali da veri marpioni navigati nel giornalismo l’uno e nell’ambiente universitario l’altra, mi davano una lezione di vita nonostante fossero entrambi più giovani di me di dieci anni almeno, annuendo volonterosamente e incassando con il sorriso sulle labbra laddove io avrei morso, inveito e dilaniato. Quando infine la nobildonna di Sanvigognano lo interruppe per dirgli chi ero, Mantellassi mi tese la mano e la depose dentro la mia come se invece che stringerla si trattasse di baciarla, e non mi guardò nemmeno in viso.
“Ma venga, si accomodi qui”, mi fece la Botto Ramella, colpendo con un buffetto l’esiguo rettangolo di divano che residuava tra il ponderoso didietro della giornalista che prendeva appunti frenetici e le di lei scheletrite chiappe.
“Allora, è contento?”, mi chiese, quando mi fui sistemato.
“Di cosa, scusi?”
“Ma… di essere qui!”, mi fece, meravigliandosi di genuina meraviglia, e lì per lì, già alle prese con i miei meccanismi interiori di elaborazione della sconfitta, non compresi nemmeno se si riferisse all’essere comunque rientrato nell’elite di quella edizione del Diogene Letterario oppure semplicemente – ma meno verosimilmente – all’essere seduto tra l’alfa e l’omega in fatto di culi femminili, e forse fu per questo che la bassezza delle mie origini si fece sentire in maniera greve e inopportuna:
“Se devo essere sincero, io pensavo di aver vinto…”, le sparai a bruciapelo, e vidi subito che quella doveva essere la prima esperienza che la signora aveva di fenomeni paranormali come la spontaneità e la franchezza.
“Vinto? Noooo… oh mio Dio, noooo – mi fece, battendosi entrambe le mani sulle guance, inorridita e insieme divertita da quella mia assurda pretesa. – Ma è una fissazione la sua! Ma davvero non capisce l’importanza di una segnalazione al Premio Diogene Letterario? Gente come la Tandurro e la Chiavancini ottennero un piazzamento pari al suo e non se ne lamentarono mica! E poi, guardi che sui giornali comparirà anche il suo nome!”
“…Sai che novità, comparire sui giornali!” risposi, scrollando le spalle in un modo che persuase la fata turchina del fatto che con me non c’era niente da fare, che piuttosto che sprecare una prestigiosa segnalazione per un buzzurro irriconoscente come me molto meglio sarebbe stato segnalare quel torinese così compitino e dai modi di una squisitezza quasi sabauda, che era arrivato quarto di poco, in fondo non lo stava dicendo anche Mantellassi che le Lettere sono anche Forma? Magari era vero che ignorava i congiuntivi e che scriveva accelerare con due elle, però anche a basarsi unicamente sulle opere ecco che cosa succedeva, che un cafone
quasi meridionale si piazzava praticamente terzo in una manifestazione importante come il Diogene Letterario, rischiando di venire proiettato nella scena letteraria nazionale e di inquinarla in maniera forse irrimediabile.

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lunedì, 6 agosto 2007

MA SI PUO’ RIFIUTARE LA AUSTEN ?

Vi propongo un interessantissimo articolo pubblicato da Stefano Salis (nella foto) sul Domenicale del Sole 24Ore del 29 luglio, intitolato appunto: “Ma si può rifiutare la Austen?”. Oltre a essere interessante questo pezzo, a mio avviso, ha le potenzialità per innescare un acceso dibattito. Vi invito a leggerlo con attenzione e a dire la vostra. Ne approfitto per ringraziare Stefano che mi ha cortesemente inviato l’articolo per mail autorizzandomi a riprodurlo su Letteratitudine. (Massimo Maugeri)

salis1.jpgMa si può rifiutare la Austen?

Uno manda a 18, tra case editrici e agenti letterari inglesi, dei manoscritti. Poniamo che questi manoscritti citino, anzi, le prime pagine, parola per parola (con solo i nomi propri cambiati), di tre romanzi di una grande scrittrice: Jane Austen. I testi sono inviati in tre momenti diversi: prima “L’abbazia di Northanger”, poi “Persuasione”. Nessuna risposta. Silenzio. Allora, tutto per tutto: “Orgoglio e pregiudizio”. Risultato: gli editori (tranne uno, che riconosce il gioco) restituiscono gli scritti al mittente. Grazie, non ci interessano.
Segue pubblico dibattito. Ecco, denuncia ai giornali inglesi l’autore dello “scherzo”, tale David Lassmann – direttore del Jane Austen Festival di Bath –: oggi nemmeno la Austen troverebbe un editore. E sfido io, prosegue: tutti impegnati come sono a cercare il facile successo commerciale, il blockbuster da aeroporto, non sono in grado di riconoscerla la vera letteratura, nemmeno se leggono Jane Austen in persona!

Jane AustenMa l’esperimento, forse, dice proprio il contrario di ciò che vorrebbe dimostrare l’autore del gioco. Primo: molti editori non avranno nemmeno letto i manoscritti. Capita, amen. Ma quelli che li hanno letti – e qui sta il punto –, può darsi che abbiano fatto bene a respingerli. Perché se è vero che la Austen è in salute da due secoli, un conto è leggerla sapendo che si tratta di un classico già canonico, altro è scommettere che un romanzo, con “quello” stile e “quei” temi sia adatto ai nostri tempi. Fateci caso: ai classici, da lettori, concediamo sempre le attenuanti generiche. A volte ci annoiano, ma non osiamo ammetterlo. Facciamo bene? Di certo quando leggiamo un classico non siamo neutrali, gli vogliamo bene in partenza, fa già parte di noi, anche se non lo abbiamo mai ancora sfogliato.
Ma i classici non duravano per sempre? si ribatterà. Certo, tranquilli. Però, a parte che anche loro invecchiano, va detto che classici non si nasce, lo si diventa. I redattori sono tutti ignoranti? Può essere. Ma chi legge, anonimo, un grande del passato non è tenuto a riconoscerlo. E quanto alla qualità, un editor deve giudicare quel libro per il “qui” e “ora”. L’editoria, al contrario di quanto pensano i soliti beninformati che venerano testi e autori come fossero santini, è fatta da viventi per viventi. Un editore decide di pubblicare per il gusto del pubblico suo contemporaneo. E non stampa per soli laureati in lettere, ma per tutti: quelli che affollano la metropolitana, prendono l’aereo, guardano la tv. Un editore che rifiuta un testo, sia pure di pregio, per carità, ma scritto come si scriveva nell’Ottocento, fa bene il suo lavoro. O, per lo meno, valuta che avrà delle difficoltà a vendere il libro. I tempi e i gusti cambiano, in tutti gli ambiti della vita. Una squadra di calcio gloriosa negli anni 50 faticherebbe a reggere i ritmi del gioco di oggi, uno stilista non disegnerebbe una collezione anni 30 in pieno Duemila, e così via. Si consoli, dunque, il signor Lassmann e con lui gli indignati a tempo pieno. Jane Austen è già diventata Jane Austen, non ha bisogno di dimostrarlo. Piuttosto: non sarà il caso di smetterla di piangersi addosso e chiedersi, da lettori, chi è oggi la nuova Austen? Perché non ringraziare l’editore che ci ha fatto conoscere Zadie Smith o Margaret Atwood o chi altro volete voi? Anziché imprecare contro editori distratti, non potremmo leggere con più piacere i libri che abbiamo tra le mani e smetterla di fare inutili polemiche e scherzi da terza media? In libreria ci sono “ora” i classici del futuro. E qualcuno, magari, è pure meglio di Jane Austen.

Stefano Salis

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domenica, 5 agosto 2007

SALUTO A UN’INTELLETTUALE “STREGATA”

Nei giorni scorsi ci ha lasciato Anna Maria Rimoaldi, anima del Premio Strega. Desideravo “salutare” anche lei. Lo faccio proponendovi questo articolo pubblicato il 2 agosto da La Stampa. (Massimo Maugeri)

È morta a 83 anni, nella sua residenza estiva all’Isola d’Elba, in località Poggio, Anna Maria Rimoaldi, organizzatrice del premio letterario Strega e della biblioteca della Fondazione Bellonci. Il corpo è stato rinvenuto da un amico di famiglia, nel pomeriggio. Il decesso è avvenuto per cause naturali.
Ancora un mese fa era lì, vigile e partecipe, a Villa Giulia per la serata finale del premio Strega vinto da Niccolò Ammaniti, a coordinare tutto e fare un po’ la padrona di casa. Era il suo ruolo da quando, nel 1986 era morta Maria Bellonci, fondatrice del premio col marito Goffredo, di cui lei era intima amica e collaboratrice, tanto che apparve naturale prendesse in mano le redini di tutto.
C’è chi la ha, da allora, dipinta come «una burattinaia», una persona capace di condizionare i risultati delle votazioni dello Strega, controllando una certa quota di voti amici, attenta a selezionare i concorrenti e far sapere chi le piaceva o meno.
La verità è che con lei il premio ha ripreso quota, pur perdendo suspence, e la Fondazione Bellonci nata sin dal momento della scomparsa di Maria, è decollata, arricchendosi di iniziative legate alla diffusione della lettura e della narrativa italiana anche all’estero.
Anna Maria Rimoaldi si è data anche da fare per impegnare il comune a trovare i soldi per acquistare proprio la casa dei Bellonci ai Parioli, dove tradizionalmente si svolge anche la prima votazione del premio per la scelta della cinquina di finalisti e dove lei abitava, e farne la naturale sede.
Nata il 23 novembre 1924, studente di matematica, si laureò con una tesi sulle statistiche legate alla meteorologia, pur amando il teatro e occupandosene in modo amatoriale. Poi vinse un concorso all’Ufficio ecologia del Ministero dell’Agricoltura, di cui fu un funzionario sino all’età della pensione. Fu allora che cominciò a scrivere, radiodrammi e piccole sceneggiature per la Rai, compreso Il diario di un maestro da De Amicis, con la Borboni e Fausto Giachetti protagonisti.
Un giorno le chiesero di sceneggiare la vita di Isabella d’Este, su cui si ritrovò a lavorare assieme alla Bellonci per sette anni e finendo, dopo la morte della madre, per andare a abitare da lei. Inizia allora il suo rapporto anche con lo Strega, che in quella casa si realizzava ogni anno, dal 1947. Anche il giorno prima dell’ultima edizione del premio, ricoprì il suo ruolo ufficiale all’Accademia dei Lincei, per il convegno sulla lingua degli scrittori italiani, condotta attraverso i libri concorrenti negli anni al premio, realizzato in occasione della collana della Utet Cento capolavori della Collezione Premio Strega.
Per i suoi meriti, nel 2004, quando compì 80 anni, venne insignita da Ciampi della medaglia d’oro alla cultura, l’onorificenza assegnata ogni anno dal presidente della Repubblica ai benemeriti in questo campo. Ora il mondo delle lettere e quello editoriale in particolare si interroga su chi andrà a sostituirla al governo del maggior premio del nostro paese, o almeno quello che in genere più influenza le vendite di un libro.

- – -
Vi propongo anche questa intervista realizzata nel 2006 da Francesco Erbani per Repubblica

In occasione della sessantesima edizione del premio, parla la madrina Anna Maria Rimoaldi. La descrivono come una burattinaia, potente dispensatrice di destini letterari. Trattative, adulazioni pressioni, veti. Da Calvino a Calasso, da Pontiggia a Cerami

ROMA – «Ma lei lo sa o no che lo Strega fa male a chi se ne occupa?». Anna Maria Rimoaldi stringe le palpebre e riduce gli occhi a un’ esile fessura dietro le spesse lenti. Come fa male? Il prossimo luglio festeggerete la sessantesima edizione del premio – la prima la vinse Ennio Flaiano nel 1947 con Tempo di uccidere, grande romanzo.
A lei ha fatto male?

«Dopo parleremo anche di me. Ma le voglio ricordare che nel 1970 concorreva uno scrittore…».

Chi?

«Non glielo dico. Lui era sicuro che sarebbe arrivato quarto e invece si trovò quinto». Cose che capitano. «Maria Bellonci aveva un contratto con Il Messaggero, scriveva una rubrica».

E allora?

«Glielo stracciarono».
Dopo Maria Bellonci, la scrittrice di Rinascimento privato che inventò il premio più popolare e più discusso in Italia e che morì nel 1986, è Anna Maria Rimoaldi che si occupa dello Strega. La descrivono come una potente dispensatrice di destini letterari. Una burattinaia. Qualcuno la detesta. Qualcuno le è affezionato. I più la temono. Molti la blandiscono. Il premio lo vince chi vuole lei, si dice. Qualche volta non è accaduto, ma, assicurato che non è vero, che il suo potere è minimo, la Rimoaldi stringe ancora le palpebre e sibila: «Chi vince lo Strega male, mal gliene incoglie, il suo libro non vende mai bene».

Stavolta i nomi li fa: «Giuseppe Pontiggia, che nell’89 batté per un voto Roberto Calasso con un libro che non è il suo migliore. Fu per questo che l’Adelphi non ha più partecipato allo Strega, e mi dispiace molto. Il secondo caso è quello di Ernesto Ferrero, che vinse nel 2000 contro Fosco Maraini».
Anna Maria Rimoaldi ha ottantadue anni. Adora i camicioni larghi e i pantaloni, entrambi di colore tenue. Vive nell’ appartamento di via Fratelli Ruspoli, ai Parioli, dove a giugno i quattrocento Amici della Domenica, la grande giuria dello Strega, votano la cinquina di autori che il primo giovedì di luglio si contendono la palma al Ninfeo di Villa Giulia.

La sera della votazione questo appartamento rivestito di libri scuri e incombenti, con le scrivanie stile Savonarola, è un catino di scrittori accaldati, non c’ è un centimetro libero fra editori e critici affannati. Oggi è vuoto e una luce opaca ritocca i ritratti della Bellonci. La Rimoaldi non è una scrittrice come lei. Iniziò a starle a fianco nel 1965. Poi ne è diventata l’erede universale. Lei è un’outsider nell’ ambiente letterario.
«Fino a sedici anni non ho mai letto molto. Amavo il teatro. Poi mi capitò Lucrezia Borgia della Bellonci. Ha presente quel mondo? L’ anticonformismo, la libertà estrema, le donne raccontate senza convenzioni. Rimasi suggestionata».

Conobbe allora la Bellonci?

«No. Studiavo matematica e mi laureai con una tesi sulle statistiche meteorologiche. Ma continuavo a fare teatro. Poi demmo vita a un Istituto di ricerche teatrali e avemmo dei soldi grazie a Giulio Andreotti. Fu allora che conobbi Goffredo Bellonci, il marito di Maria».

E lei proseguì con il teatro?

«Era difficile per una donna. Vinsi un concorso all’ ufficio Ecologia del ministero dell’ Agricoltura e cominciai a occuparmi di meteorologia. Intanto scrivevo radiodrammi e sceneggiature per la Rai. Feci Romanzo di un maestro da Edmondo De Amicis, che andò in onda dopo il Musichiere, con Paola Borboni e Fosco Giachetti».
E la Bellonci?

«La Rai le chiese di sceneggiare la vita di Isabella D’ Este. E mi incaricarono di aiutarla. Lavorammo sette anni. Poi la Rai cambiò idea e non ne venne fuori nulla». E da allora non la lasciò più. Lei si trasferì qui, in questo appartamento. «Sì, quando morì mia madre». E cominciò a occuparsi dello Strega. «No. Grazie a Dio, no. Faceva tutto Maria, che ha sacrificato tanto allo Strega. Per quarant’ anni ha lavorato a un libro su Vespasiano Gonzaga che non è mai riuscita a completare».

Per colpa dello Strega?

«Ne era assorbita. E dire che quando nel 1986 decise di partecipare con il suo Rinascimento privato…» Come, la madrina dello Strega voleva partecipare allo Strega? «E perché no? Lei era una scrittrice, due Amici della Domenica, Geno Pampaloni e Giovanni Macchia, l’ avrebbero presentata, come prescrive il regolamento. Anche Umberto Eco e Lalla Romano la spinsero a presentarsi».

Come andò a finire?

«Molti l’ attaccarono e lei si dispiacque. Pochi mesi prima del premio Maria morì. Ma lo Strega andò a Rinascimento privato».

Da allora in poi fu lei la madrina dello Strega.
«Un momento. Maria mi aveva nominato sua erede e tutto quello che ricevetti è servito per costituire una Fondazione, che svolge tante attività alle quali tengo moltissimo. E che patrocina anche lo Strega».

Lo Strega è solo una delle “tante attività”?

«Non è una mia creatura. Abbiamo assunto l’ impegno a continuarlo. E infatti non cambieremo nulla. Lo difendiamo da chi l’ attacca. Ma la Fondazione fa altre cose molto importanti, convegni, promozione della lettura…». D’ accordo.

Ma lo Strega è lo Strega. è lei che sceglie i libri, è lei che…

«Ecco, vede. Anche lei sbaglia. Io non scelgo niente. Io cerco di fare in modo che ogni anno ci siano in gara i romanzi migliori della stagione. Voglio che lo Strega mantenga la sua alta qualità».

Che è un modo un po’ diverso per dire che è lei a scegliere.

«No. I libri mi arrivano e io vorrei che ce ne fossero tantissimi belli. E che si possa premiare il meglio. Purtroppo non è così».

Ma lei non influisce sugli editori? Si dice che dia suggerimenti, a volte sconsigli. è vero?

«Sarà accaduto qualche volta». Per esempio? «L’ anno scorso ho detto ai dirigenti della Mondadori che, avendo loro vinto nel 2002 e nel 2004, stessero un po’ più tranquilli».
E quindi fece saltare Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno a favore di Maurizio Cucchi, che è un poeta e aveva meno chanches? «Cucchi l’ hanno scelto loro».

Lei dice che lo Strega premia il meglio. Perché Calvino non ha mai vinto?

«Ancora con questa storia? Sa perché Calvino perse nel ‘ 66 con le Cosmicomiche? Alla prima selezione prese molti voti. In cinquina entrò anche Alessandro Bonsanti, ma con pochi consensi. Allora il critico Niccolò Gallo e Vittorio Sereni decisero di aiutarlo, tanto sapevano che Calvino avrebbe vinto. Alla fine prevalse Michele Prisco. Un’ altra volta, nel ‘ 52, Calvino aveva concorso con Il visconte dimezzato. Ma c’ era Moravia con I racconti».

Un’ accusa che le viene rivolta è che il vincitore dello Strega si può prevedere con molto anticipo. Che i giochi si facciano fuori, fra lei, gli editori…

«Tutti dicevano che avrebbe vinto Maraini e invece vinse Ferrero…». Contro la volontà della signora Rimoaldi. «…l’ anno dopo tutti dicevano che avrebbe vinto Vincenzo Cerami con Fantasmi e invece vinse Domenico Starnone». A lei Cerami non piaceva. «Fantasmi non è il più riuscito dei suoi romanzi. Se vuole possiamo andare anche indietro nel tempo. Nel ‘ 73 tutti davano per sicuro Piero Chiara. Lui si sentiva la vittoria in tasca. Ma poi Manlio Cancogni lo scavalcò. A me interessa che nello Strega ci sia l’ agonismo». E gli editori che raccolgono le schede dai giurati e poi le sistemano nell’ urna? «Un tempo si sarà fatto anche così. Ora non più».

E i giurati? Un buon numero di loro sono diretta espressione delle case editrici.
«Non è vero, sono un’ esigua minoranza». Ciò non toglie che alla vigilia del premio è tutto un fiorire di telefonate, pressioni. Raccontano di adulazioni, ricatti… «Sarà anche vero. Ma chi vuole può sottrarsi. E poi che cosa costa dire a tutti che si voterà per loro?».

L’ anno scorso l’ editore Roberto Parpaglioni era convinto che molti giurati avrebbero votato per un libro. Invece raccolse la metà dei voti promessi e accusò i colleghi delle case editrici più grandi. «E questo che vuol dire? A parte il fatto che l’ autore del romanzo, Beppe Sebaste, è venuto da me a scusarsi per le proteste del suo editore. Qualche anno fa è entrato in giuria Gad Lerner, che però non andò a votare. Mi disse che aveva ricevuto tante telefonate da restare ossessionato. “Ma che le importa?”, replicai. Lui ci ha riflettuto e la volta dopo ha votato».

Anche lei controlla voti? Quanti sono, venti, settanta?

«Fandonie. Mi immaginate molto più potente di quanto non sia». E quest’ anno? Si sa che sarà scontro fra Sandro Veronesi, a sostegno del quale c’ è tutto il gruppo Rizzoli, e Rossana Rossanda, che ha pubblicato per Einaudi ed è appoggiata dalla Mondadori. Per gli altri non c’ è storia. è vero che lei tifa per Veronesi? «Non è vero. Ho solo detto all’ Einaudi che una volta allo Strega ha vinto anche un diario, Quasi una vita di Corrado Alvaro. Ma che di solito vincono i romanzi».

(9 maggio 2006)

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giovedì, 2 agosto 2007

OMAGGIO A BERGMAN E ANTONIONI (di Gabriele Montemagno)

“Si può dire che la regia cinematografica consiste nel trasformare le visioni, le idee e i sogni, le stesse speranze, in immagini capaci di trasmettere poi questi sentimenti agli spettatori nel modo più efficace possibile. Si crea una sorta di veicolo: questa lunga striscia di pellicola che, tramite un complesso di macchine, trasmette sogni personali.”

“Il cinema è per me un’illusione progettata fin nei minimi dettagli, lo specchio di una realtà che quanto più vivo tanto mi appare illusoria. Quando il film non è un documento è un sogno”.

Ingmar Bergman

 

 

 

 

 

 

 

“ Penso che gli uomini di cinema debbano sempre essere legati, come ispirazione, al loro tempo, non tanto per esprimerlo e interpretarlo nei suoi eventi più crudi e più tragici… quanto per raccoglierne le risonanze dentro di noi, per essere noi registi sinceri e coerenti con noi stessi, onesti e coraggiosi con gli altri.”

“Detesto i film programmatici. Cerco semplicemente di raccontare, o meglio di mostrare delle vicende e spero che queste vicende piacciano, anche se sono amare”

Michelangelo Antonioni

Cari amici di Letteratitudine,

come tutti voi avrete certamente appreso, Bergman e Antonioni sono appena scomparsi. Vorrei che anche noi di Letteratitudine rendessimo omaggio a questi due grandissimi registi e uomini di cultura, la cui attività uscì spesso anche dai confini strettamente cinematografici. Mi sono chiesto cosa potessi scrivere su di loro, ma, alla fine, ho ritenuto più opportuno non aggiungere altro a quanto è scritto e detto su di loro altrove (e molto meglio di me) e lasciar parlare loro stessi. Ho quindi voluto riportare qui solamente alcune loro frasi prese da interviste; frasi che potessero dare un’idea della loro concezione del cinema. Un’idea certamente non compiuta, ma, spero, efficace. Cinema come visione, cinema e realtà, ispirazione, comunicazione con un grande pubblico, ecc. Che ne pensate? Sono molti gli spunti su cui riflettere; spunti riferibili anche a chi fa o legge letteratura. Per il resto, se non lo avete ancora fatto, vi invito a vedere quanti più potete dei loro film: forse sarà questo il migliore omaggio che si possa fare loro. Poi, se vorrete, vi invito ad esprimere qui qualche riflessione che le frasi su riportate, i film visti o altro vi suggeriranno.

Un saluto a questi due grandi e buona visione a tutti voi!

Gabriele Montemagno.

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UPLOAD del 5 agosto 2007

Integro il post con due video pescati da youtube. Il primo è dedicato a Ingmar Bergman, il secondo a Michelangelo Antonioni. Vi consiglio di vederli, sono piuttosto interessanti (fatemi sapere!). Massimo Maugeri

La morte di Ingmar Bergman – Tributo di RaiNews24

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La morte di Michelangelo Antonioni – Servizi TG1, TG3 e TG5

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OMAGGIO A ZYGMUNT BAUMAN

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Ricordiamo VIRNA LISI con un video che è uno "spot" per la lettura

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