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Archivio di dicembre 2007

domenica, 30 dicembre 2007

BUON 2008 IN… MUSICA E GIOCHI

Ed ecco l’ultimo post del 2007. Un post di fine anno e – in quanto tale – improntato su un’allegria goliardica e festosa.

Un post dove potremo scambiarci gli auguri per l’anno che verrà.

A proposito, come sarà secondo voi il 2008? Meglio o peggio dell’anno che ci lasciamo alle spalle?

Vi invito a scrivere citazioni, stralci di brani, poesie, racconti (di autori celebri o di vostra produzione), titoli di libri e di canzoni o quant’altro abbia a che vedere con l’ultimo giorno dell’anno e/o con l’anno che verrà.

Ciò premesso, questo sarà un post… molto musicale.

Del resto non è possibile pensare alla notte di san Silvestro senza musica, giusto?

E allora vi auguro di trascorrere un fine d’anno danzante sulle note delle musiche che più vi piacciono e vi si confanno (ciascuno col proprio gusto).

Se vogliamo restare in tema potrei proporvi un classico della musica leggera italiana: L’anno che verrà di Lucio Dalla; ma non mancano i successi internazionali come New year’s day degli U2.

Che altre canzoni in tema vi vengono in mente?

Comunque vada vi auguro di sopravvivere ai bagordi, soprattutto quelli mangerecci.

Non ingozzatevi, eh?

E mentre che ci sono, dato che parliamo di musica e sopravvivenza, ne approfitto per presentarvi la cover di un noto successo di Gloria Gaynor (I will survive). Quella che potrete ascoltare e sentire cliccando qui sotto è un’esecuzione live e acustica di un quartetto femminile: le Charlies Angels acoustic band (mi dicono di scrivere Charlies, anziché Charlie’s). Valentina (chitarra), Florinda (voce), Giorgia (basso) ed Erica (violino): band acustica che rinnova, nel nome e nel look, la celebre serie televisiva americana degli anni Settanta (con strumenti musicali al posto delle armi). La band, nata a Catania nel 2004, si esibisce con successo nei locali della città e della provincia, interpretando – con arrangiamenti propri – le cover più note del panorama musicale nazionale e internazionale degli anni Settanta e Ottanta.

E ora vi propongo un gioco. Siete tutti invitati a partecipare.

Si tratta di un giochino leggero e molto goliardico (va bene, lo ammetto: è un gioco stupido… ma siamo qui per divertirci e per chiudere l’anno in allegria, giusto?).

In sostanza è un gioco gemello di quello “carnascialesco” che vi proposi a febbraio: attrici e attori del vostro cuore. Vi ricordate?

Questa volta ve lo ripropongo con una variante musicale. Immaginate di dover dedicare una canzone (italiana o straniera… non importa) alla star del cinema da voi prediletta (del presente o del passato, vivente o scomparsa).

Dovete scegliere una canzone e spiegare i motivi della scelta. La combinazione canzone/star dev’essere inedita. Esempio: come molti di voi sapranno la celebre Candle in the wind di Elton John è dedicata a Marilyn Monroe (la canzone fu poi riciclata in memoria della principessa Diana). Ecco, questa combinazione non vale, poiché è già edita e dichiarata.

Dunque, presentate le vostre combinazioni inedite canzone/star precisando le motivazioni della scelta (è consentito modificare e/o adattare il testo della canzone prescelta). Poi la comunità sceglierà la combinazione “migliore”.

Comincio io.

Come scrissi nell’altro post ho una predilezione per l’attrice Jennifer Aniston. Alla Aniston dedico la mia canzone preferita che è Hey Jude! dei Beatles (scritta dall’immenso Paul McCartney), che all’occorrenza diventa Hey Jen!.

Motivazione della scelta.

La povera Jennifer (Jen) ha vissuto momenti di grande difficoltà dal punto di vista personale a causa della separazione dal marito Brad Pitt (poi accoppiatosi con Angelina Jolie).

La dedica di Hey Jude! (Hey Jen!) è una specie di esortazione… una sorta di invito alla riscossa (ma è anche un piccolo – piccolissimo – tributo alla canzone, al suo autore e all’attrice).

“Hey Jen, don’t make it bad / take a sad song and make it better (…) and any time you feel the pain, hey Jen, refrain / don’t carry the world upon your shoulders…”

Ovvero: “Ehi Jen, non farla difficile / prendi una canzone triste e rendila migliore (…) e ogni volta che senti il dolore, ehi Jen, trattieniti / non portare il mondo sulle spalle”.

Ora, siccome anche le Charlies Angels sono delle accanite beatlesiane, e anche loro apprezzano molto la Aniston,… be’, abbiamo deciso di conferire un carattere – come dire – realistico alla nostra dedica.

Cliccate sul video sotto e vedrete.

Ehi.. è un gioco, eh?

Partecipate anche voi!

E il 1° gennaio 2008 non dimenticate di gustarvi il concerto di capodanno, dove non mancherà di certo un’ottima versione di Sul bel Danubio blu dell’immortale Johann Strauss.

BUON 2008 A TUTTI!

Massimo Maugeri

Pubblicato in SONDAGGI, GIOCHI E SVAGHI   117 commenti »

domenica, 23 dicembre 2007

I VOSTRI NATALE 2007 E CAPODANNO 2008

Cari amici,

vi auguro di cuore di trascorrere un sereno Natale e uno splendido capodanno.

Per qualche giorno non pubblicherò nuovi post; però potremo utilizzare questo come una sorta di diario comune sul Natale e sul nuovo anno.

Vi propongo di:

- scambiarci gli auguri

- raccontare le vostre festività natalizie

- riportare citazioni sul Natale e sul nuovo anno (frasi celebri, stralci di brani, ecc.)

- pubblicare, tra i commenti, brevi racconti e poesie sul Natale e sull’anno nuovo (di autori celebri, ma anche di vostra creazione)

- raccontare aneddoti in tema

Vi offro due storie.

La prima è una storia vera e ce la racconta Massimo Gramellini (pubblicata su La Stampa di ieri 22 dicembre, rubrica Buongiorno).

L’altra è una breve narrazione (fiction) che ci viene elargita in anticipazione dal “nostro” Gordiano Lupi nella veste di direttore editoriale della casa editrice Il Foglio.

ANCORA AUGURI DI BUON NATALE E BUON ANNO A TUTTI VOI!

vostro Massimo Maugeri

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IL BENE CHE NON MUORE

di Massimo Gramellini

Da un cattivo esempio potrà mai nascere un buon esempio? La sera di Natale di tanti anni fa, il giovane disoccupato Larry Stewart entrò in una chiesa di Kansas City per chiedere l’elemosina. Tese la mano a una signora ingioiellata che stava pregando Dio con spettacolare fervore. «Torna domani», lo liquidò lei, sprezzante. Larry decise che non avrebbe più chiesto l’elemosina a nessuno ma che l’avrebbe fatta a chiunque, per evitare agli altri l’umiliazione di subire un rifiuto come quello che aveva appena incassato lui. Diventato un piccolo imprenditore televisivo, invece di gettarsi in politica si incollò la barba di Babbo Natale sulla faccia e cominciò a dispensare biglietti da 5 dollari ai miserabili della città. Intanto i suoi affari crebbero e con essi i bigliettoni del Babbo misterioso: da 10 e poi da 100 dollari. Finché un giorno gli trovarono un tumore all’esofago e Larry dovette dare fondo a tutti i risparmi per le cure. Il suo cruccio era di morire senza lasciare nulla. Perciò si svelò in pubblico: ammise di essere il Babbo segreto, implorando chiunque fosse ricco come un tempo lo era stato lui di prendere il suo posto, il prossimo Natale. Il prossimo Natale sarebbe questo. Larry adesso è una foto che sorride su una lapide del camposanto di Kansas City. Ma da alcuni giorni in città c’è un Babbo misterioso che si aggira fra i poveri, distribuendo banconote da 100 dollari. Morale della favola vera: il bene può nascere da un buon esempio come da uno cattivo. Perché la qualità dell’esempio è importante. Ma quella del cuore che lo osserva, di più.

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NATALE A CUBA

Janet ripensava a quel film americano che aveva visto la sera prima in televisione. Strade colorate di bianco e bambini carichi di regali. Negozi affollati e auto di grossa cilindrata. Genitori indaffarati tra pacchi di regali e provviste per casa. Alberi strani addobbati di luci e colori, che si accendevano e si spegnevano, decorando piazze e strade. In alto, da un palazzo all’altro, ghirlande fiorite e luci intermittenti completavano un panorama surreale. Era un film. Solamente un film. Strani personaggi vestiti di rosso, muniti di un buffo cappello e una vistosa barba bianca, si aggiravano per strada consegnando pacchetti a bambini della sua età. Si muovevano sopra carri trainati da animali mai visti, dotati di lunghe e nodose corna, portavano scatoloni colorati avvolti di nastro e fiocchi che debordavano dalle vetture.

A Janet il film era piaciuto molto, non tanto per la storia, quanto per l’atmosfera che descriveva e per le emozioni che trasmetteva. Narrava di famiglie senza problemi che potevano permettersi grande quantità di carne su tavole imbandite. Descriveva bambini allegri, pieni di giocattoli elettronici e libri colorati da sfogliare e disegnare. Parlava di coppie felici che si muovevano per le strade di una città coperta di neve (così avevano chiamato quella strana roba biancastra che le ricordava il cotone). E poi regali, musica, famiglie riunite a una tavola colorata di rosso, chiese affollate e dolci canzoni.

Tutto questo l’aveva distolta per un attimo dalla sua solita vita. Intendiamoci, non che la sua realtà quotidiana le dispiacesse. Non avrebbe cambiato per niente al mondo la libertà di correre a perdifiato tra palme e banani insieme ai bambini del villaggio. Non avrebbe mai voluto rinunciare a lunghi pomeriggi sulla spiaggia e neppure ai giochi sul piazzale, quando si schizzavano con l’acqua della cannella comune. Le sue bambole di pezza, che il padre costruiva con pazienza, non erano poco. Ci giocava da anni e ancora resistevano, compagne dei pochi momenti di solitudine, amiche della notte quando temeva il buio della campagna e il lugubre canto dei grilli.

Janet viveva a Cavaña, periferia dimenticata dell’Avana, insieme alle sorelle più grandi e ai genitori. Un piccolo campo dava loro da vivere. Frutta, verdura, qualche animale da cortile. In certi periodi dell’anno avevano persino un maiale da ingrassare. Come le piaceva quando veniva il tempo di ammazzarlo e in allegria dividevano le parti prelibate dagli scarti! Guardava suo padre intento nel lavoro e cercava di aiutarlo. Non temeva il sangue e neppure le grida dell’animale. Era un rito che riuniva tutta la famiglia e anticipava il grande evento. Janet sapeva che era Natale quando suo padre affilava i coltelli. L’animale doveva soffrire il meno possibile perché la lama sarebbe penetrata a fondo, fino a colpire il cuore. La cena di fine anno non si poteva celebrare senza una fetta di maiale. Nonostante le restrizioni. Nonostante il periodo speciale proclamato da Fidel. Certo, lo sapeva bene che il Natale non era una festa così importante e che le date fondamentali erano altre. Il primo giorno dell’anno, soprattutto, che ricordava il Trionfo della Rivoluzione, così le avevano detto al Circolo Infantile e così diceva sua madre quando raccontava storie prima di andare a dormire. Quello era il suo mondo di bambina. Colori decisi, verde dei campi e rosso dei fiori, ma anche azzurro intenso di un cielo scolpito da arcobaleni luminosi dopo piogge furenti. Cicloni che si abbattevano improvvisi portando via tetti e speranze. Corse nella polvere e giochi inventati con la fantasia dei ragazzini. Nascondino, una palla di stracci, bambole di stoffa e cenci.

Un film aveva sconvolto troppe certezze.

Janet aveva assaporato l’irrealtà di un mondo fatto di luci e si era immersa in un sogno. Babbo Natale, si chiamava quel personaggio vestito di rosso. Un vecchio dalla barba bianca, che portava doni ai bambini, cavalcando una slitta trainata da veloci animali a quattro zampe. Si chiamavano renne e assomigliavano un poco ai cavalli che aveva visto nelle campagne di Viñales e Pinar del Rio. Passava per il camino di notte, entrava non visto nelle case e depositava pacchi regalo sotto un luccicante albero di Natale.

Janet si avvicinò alla madre in cucina, come sempre intenta a separare i fagioli buoni da quelli cattivi per il piatto di riso del mezzogiorno. Era il pranzo della vigilia, di quel ventiquattro dicembre così uguale a tutti gli altri giorni della loro vita. Riso e fagioli non per tradizione o convinzione religiosa, ma per necessità. La carne ci sarebbe stata per la festa di fine anno. Era abbastanza.

“Mamma” domandò preoccupata “ma noi abbiamo un camino?”

“E per che farne, figlia mia?”

“Per far entrare Babbo Natale con i regali.”

La mamma guardò la bambina scuotendo la testa.

“Questi film americani…”

Da un po’ di tempo la televisione di Fidel aveva cominciato a trasmettere cose un tempo proibite. Voleva dare un segnale di cambiamento. Far capire che qualcosa si stava muovendo. In realtà riusciva soltanto a confondere le idee alla povera gente.

La mamma prese Janet in braccio.

“A Cuba non passa Babbo Natale, piccola mia…”

“Perché mamma?” chiese delusa la bambina.

“Babbo Natale viene dal freddo e si muove con slitte trainate da renne. I suoi animali sono abituati al rigido inverno dell’Europa e degli Stati Uniti. Deve attraversare tempeste di neve e tormente di vento glaciale. Da noi non potrebbe resistere neppure un minuto”.

“A me piacerebbe vederlo. Avrei tante cose da chiedere in dono”.

“Non si può, bambina mia. Non si può. Siamo fuori dalle rotte di Babbo Natale. Noi abbiamo già tanto. Tu pensa a quei poveri bambini europei chiusi nelle case d’inverno, mentre tu giochi libera nei campi. Tu vai al mare a tuffarti in ogni stagione e loro stanno in casa a ripararsi da tempeste di neve. Nella vita non si può avere tutto”.

La mamma era stata convincente.

Janet pensò che quei bambini erano veramente sfortunati. Facevano una vita da reclusi e non conoscevano la gioia di una corsa all’aperto se non in poche stagioni dell’anno. Molti di loro non avevano mai visto una vera spiaggia. Era giusto che avessero un Babbo Natale per esaudire desideri almeno un giorno all’anno.

“Io quello che voglio posso farlo sempre” pensò Janet.

Tra non molto sarebbe stato l’ultimo giorno dell’anno e avrebbero fatto festa. Il Natale non era importante. Sarebbe passato come sempre inosservato se non fosse stato per un film americano. Avrebbe atteso la festa del maiale squartato sul campo e la parata militare sul Malecón imbandierato a festa. Il primo giorno dell’anno le avrebbero dato una bandierina tricolore da sventolarla sul lungomare insieme alle compagne del Circolo Infantile. Janet non capiva bene il senso, ma sapeva che faceva parte della festa, di una tradizione di cose da fare. Probabilmente avrebbe ancora pensato a un vecchio dalla barba bianca che portava regali ai bambini, invece di ascoltare le noiose parole di un altro vecchio dalla barba nera, che indossava una divisa militare di colore verde.

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Tratto da Ricordano L’Avana – Taccuino avanero e storie cubane

Di prossima pubblicazione per Edizioni Il Foglio

www.ilfoglioletterario.it

collana Taccuini di viaggio diretta da Francesca Mazzucato

http://taccuinidiviaggioinsolitieobliqui.blogspot.com/

racconto offerto da Gordiano Lupi

 

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giovedì, 20 dicembre 2007

LIBRI NATALIZI

Lo sapete meglio di me. Quando si avvicina Natale quotidiani, riviste, allegati letterari fanno a gara per consigliare i titoli dei libri da riporre sotto l’albero.

Facciamolo anche noi.

Vi chiedo di indicarmi:

1. Il titolo di un libro che vi piacerebbe ricevere in regalo.

2. Il titolo di un libro che regalerete (o che vi piacerebbe regalare).

Magari potremmo specificare anche i motivi delle scelte.

Che ne dite?

Infine vi pongo una terza domanda. Quali libri pensate, o vi proponete, di leggere durante le vacanze?

Gli autori dei miei quattro “libri natalizi” sono i seguenti:

Ian McEwan (Chesil Beach), Philip Roth (Patrimonio), Ivan Cotroneo (La kryptonite nella borsa), Remo Bassini (La donna che parlava con i morti). Difficilmente riuscirò a leggerli tutti e quattro entro la fine delle feste (non è che per caso qualcuno di voi li ha già letti?).

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Un libro che ho letto e che vi consiglio è 1982. Memorie di un giovane vecchio del “nostro” Roberto Alajmo. Avremo modo di discuterne in dettaglio dopo le feste.

Un importante consiglio per l’acquisto ce lo fornisce qui di seguito Sabrina Campolongo e riguarda un’iniziativa meritevole di sostegno.

(Massimo Maugeri)

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Quelli che… invece di comprarti il solito regalo di Natale, ho comprato uno yak a nome tuo!

di Sabrina Campolongo

Dite la verità: avete letto il titolo di questo pezzo e vi siete sentiti un po’ infastiditi, un po’ incastrati?

Sì, perché se qualcuno, invece di pensare a un regalo per noi, ha deciso di fare beneficienza a nome nostro… sì, ecco, un po’ può anche roderci.

Uno si può anche dire: ma, scusa, non potevi evitare di comprarti il televisore nuovo, invece? Perché hai deciso che io potevo fare a meno del mio regalo di Natale, affinché tu potessi fare beneficienza?

Ma di certo questo non si può dire. E non si può nemmeno darlo a vedere: tocca sorridere a 32 denti, esclamare: “M-ma che splendida idea! Pensa, ne stavo proprio per comprare uno! Gli hai dato il mio nome, (allo yak ovviamente)? Ma guardalo (nella busta c’è anche la foto del ruminante che ora porta il vostro nome, giusto per non farvi mancare l’ emozione) ma quant’è cariino!”

Però.

Se invece siete voi quelli che stavano pensando di comprare yak a nome di tutti i vostri amici e ora siete inorriditi scoprendo quanto può essere piccola e meschina la mente umana

Oppure

Se invece il televisore nuovo non ve lo siete potuti permettere, e non potreste nemmeno permettervi di fare regali inutili e costosi ai vostri amici e contemporaneamente di donare a chi ne ha veramente bisogno,

se, insomma, vorreste fare un regalo di Natale che venga gradito, e allo stesso tempo aiutare il prossimo… credo proprio di avere pronta la soluzione al vostro dilemma.

Lo yak lo comprate a nome vostro (l’iniziativa, fuori di ironia, mi sembra lodevole) e ai vostri amici regalate un libro.

Non uno qualsiasi.

Innanzitutto un bel libro. Un libro che racchiude ventitrè belle storie per grandi e piccini, un libro che non vi farà fare brutta figura, piacevole da leggere e da guardare, un libro che fa bene all’anima, da leggere a voce alta, da recitare per appagarsi del suono delle parole, per tornare un po’ tutti bambini.

E poi un buon libro, un libro buono in ogni senso, perché il ricavato della vendita andrà a un bambino che ha un disperato bisogno di aiuto.

Un bambino ostaggio di una malattia feroce, di un mostro di quelli veri, che bisogna tenere a bada, nutrendolo con un cibo speciale e un farmaco più raro e prezioso della polvere magica di Campanellino.

State certi che i vostri amici vi ringrazieranno. E non solo loro.

Sabrina Campolongo

GLI AUTORI DI QUESTO LIBRO DEVOLVONO INTERAMENTE I LORO COMPENSI
ALL’ASSOCIAZIONE CITY ANGELS DI ROMA ONLUS (
www.cityangelsroma.it) , IN FAVORE DI GRAMOS GASHI, 11 ANNI, AFFETTO DA UNA GRAVE MALATTIA RARA.

LE FIABE DI GRAMOS” É ORDINABILE UNICAMENTE A QUESTO INDIRIZZO: https://www.lulu.com/content/1423738

Pubblicato in SEGNALAZIONI E RECENSIONI, SONDAGGI, GIOCHI E SVAGHI   112 commenti »

mercoledì, 19 dicembre 2007

ALI DI SABBIA di Valerio Aiolli

Non so se ci avete fatto caso, ma ultimamente pare ci sia stato un ritorno alla “letteratura di guerra”.

Giusto per farvi un esempio potrei citarvi il nuovo romanzo di Arturo Pérez-Reverte intitolato Il pittore di battaglie (tr. it. R. Bovaia, Tropea, 15 euro). Oppure Neven (tr. it. D. Brolli, Mondadori, 15,50 euro) la nuova graphic novel di Joe Sacco.

E il noto libro di Babsi Jones, Sappiano le mie parole di sangue (Rizzoli, 16,50 euro).

Ma questo post è dedicato soprattutto al nuovo romanzo di Valerio Aiolli: Ali di sabbia (Alet, 12 euro). Il romanzo è ambientato nel periodo storico della “scomoda” conquista italiana della Libia.

Ha recensito il libro Gianfranco Franchi, curatore di Lankelot e autore di questo libro.

Valerio Aiolli sarà “virtualmente” presente per partecipare al dibattito.

Alla fine del post potrete leggere un breve estratto dal testo.

Inoltre sarebbe interessante discutere di “letteratura di guerra” in generale (c’è qualche libro del passato che vi viene in mente?).

Altre due domande:

Siete d’accordo con chi sostiene che la guerra in Libia è stata dimenticata troppo in fretta? E se sì, è un bene o un male?

(Massimo Maugeri) 

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Recensione di Gianfranco Franchi

Sessant’anni dopo il folgorante esordio letterario di Ennio Flaiano, “Tempo di uccidere”, vede la luce una nuova allegoria dell’esperienza colonialista italiana: “Ali di sabbia” di Valerio Aiolli, narratore italiano classe 1961. È difficile assimilare, ma non comparare, le due opere: Flaiano trasfigurava la sua esperienza, virando dal particolare all’universale con una stupenda e drammatica metafora di quel che aveva vissuto; Aiolli appartiene a un’altra generazione, quella che ha testimoniato il progressivo oblio sui tempi dell’Impero, e scrivendo di Italo Balbo, delle condizioni dei soldati al fronte, delle cause dell’avvento del fascismo, non può altro che documentarsi e immaginare, congetturare e interpretare. L’interpretazione, mi sembra, è opportunamente equidistante; o almeno all’equilibro tende.

La qualità della ricostruzione andrebbe rigorosamente vagliata da uno storico, e non da un letterato; mi limito quindi a tracciare questa emblematica continuità tra romanzieri di classe, autori di due delle poche testimonianze letterarie italiane su un periodo così inspiegabilmente rimosso. Al contempo, sollecito gli studiosi del Fascismo e del Novecento a valutare la fedeltà della ricostruzione storica, e l’opportunità di salutare nell’opera un documento dalle valenze plurime. La mia impressione è che l’opera derivi da uno studio meticoloso delle fonti.

“Ali di sabbia”, strutturato alternando flashforward e flashback (la sequenza è: 1940 Libia, 1915 Italia, 1916-1939 Italia, 1940 Libia, 1911-1915 Libia, 1940 Libia, 1915 Libia, 1940 Libia), si sviluppa su due differenti binari, progressivamente convergenti: il primo è quello della vicenda dell’aviatore Italo Balbo, eroe della Prima Guerra Mondiale, Governatore della Libia, caduto a Tobruk nel 1940 probabilmente per via del fuoco amico; il secondo è quello d’un suo secondo, e diversamente romanzesco pilota, Settimio, nato da un aviatore caduto proprio in Libia, e da un amore proibito. Aiolli rivela progressivamente i destini incrociati del grande trasvolatore e del suo secondo, aviatore già miracolato, sopravvissuto a una caduta disastrosa da trecento metri, e figlio di chi sognava, per amore del volo, di scrivere una grande storia del volo.

Intanto leggiamo di eserciti male armati, privi – nel 1940 – di autoblindo, di pezzi anticarro; ci avventuriamo nella “biografia in terza persona” dell’ex Quadrumviro, già plurimedagliato al fronte, già repubblicano e massone, mazziniano convertito al fascismo; feroce oppositore dei bolscevichi (p. 18: “Che cos’è il bolscevismo? È disoccupazione, ozio, fame, furto, assassinio. Chi ama la propria casa, la propria famiglia, chi non vuole vedere i propri figli morire di fame, è nemico del bolscevismo. E D’Annunzio, a Fiume, è un magnifico suscitatore di energie sane e gagliarde”), idolo dei cittadini, esempio per i soldati.

E tramite la storia del padre putativo di Settimio, l’eroico Balbo, entriamo nella storia del suo perduto padre, e della fidanzata che lo aspettava invano. E così assistiamo, da spettatori, agli eventi che trascinano l’Italia dalla Prima alla Seconda Guerra; agli scontri tra fascisti e socialisti, alla fondazione del Partito Comunista (Livorno), al clima di violenza tra le fazioni in lotta per assumere il potere. Toccante il racconto – allegorico – della fine della Grande Guerra: la fidanzata “vedova” del pilota, e madre di un figlioletto che non era suo, lo accompagna a guardare i festeggiamenti:

“Sua madre gli teneva forte la mano e lui guardava in cielo. Passavano aerei che gettavano manifestini colorati con parole di vittoria e in fondo a destra era scritto Diaz, generale dei generali, salvatore dell’Italia, e lui guardava gli aerei e quanto gli sarebbe piaciuto esserci su quegli aerei non riusciva a dirlo ma sua madre lo capì e ne fu contenta” (p. 38).

Aiolli narra un seducente e tragico spaccato di quell’epoca, e dell’entusiasmo degli italiani per il clima che si stava vivendo. Inconsapevoli, forse, degli stenti e delle difficoltà di chi si trovava al fronte. Si percepisce, qua e là, memoria dell’orgoglio di essere italiani, della dignità riservata ai morti caduti per una patria che ora si componeva anche di Trieste e della Libia; la fidanzata vedova “pensava che chi era morto per quel nome, Italia, era morto per qualcosa di unico e di grande e si sentiva meno sola” (p. 43). Era innocenza, ma era anche fede.

Diciamola tutta: da parte di Lucia, come anche da parte dei cittadini, c’era riconoscenza per questa rigenerazione: toccanti e emblematici, a questo proposito, i passi che riferiscono i discorsi di Balbo agli emigranti (cfr. p. 103: “Siate fieri di essere italiani – gridai – o gente nostra d’oltreoceano, e soprattutto voi, lavoratori dal braccio infrangibile e dal cuore semplice, perché rappresentate l’amore e l’orgoglio del Duce, voi che siete credenti e fecondi, voi che avete il genio e la pazienza dei costruttori di Roma (…) Mussolini ha chiuso il tempo delle umiliazioni, essere italiani è un titolo d’onore (…) l’Italia è l’esercito della civiltà in cammino per le vie del mondo”).

Discorsi oggi talmente impensabili da suonare grotteschi, per la nostra sensibilità. Il fallimento è stato bruciante, la delusione immensa, la vergogna degli ultimi anni del regime, e di quel che è stato post 1943 senza fine. Essere italiani è un grave disonore, da molto tempo. E non significa più niente. Siamo nazione puntinata da basi nemiche: colonizzata militarmente e culturalmente. Sfinita.

Dicevamo: di quel grande amore di Lucia, che sognava di scrivere la storia del volo, rimangono delle lettere, che la donna leggerà soltanto quando suo figlio partirà per il fronte. Sono lettere che raccontano di trincee, delle prime bombe lanciate da un aereo (p. 67), del rapporto tra turchi e arabi (aborigeni libici); della condizione delle truppe, sempre prive di munizioni e di viveri; delle torture inflitte dai nemici (p. 69: atroce) e delle rappresaglie italiane. Delle truppe eritree italianizzate, quelle degli ascari (p. 74), di stregate città d’argilla, nel deserto. Di ritirate, e di assedi. Il pilota al fronte pensa soltanto a volare, anche quando la realtà si sgretola. Sembra morire volando.

E volando muore il grande eroe dell’Impero, quell’idolo dei cittadini, valoroso soldato e coraggioso pilota; massacrato forse dall’invidia di suoi compatrioti, cittadini di quella patria che stava per morire.

La storia del volo dell’Impero termina ingloriosamente. Quella della fortuna di questo romanzo ha appena avuto inizio. Onore al merito.

Gianfranco Franchi

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(aggiornamento del 19 dicembre 2007)

Brano estratto dal libro

28 giugno 1940, ore 17

aeroporto di Derna, Libia

primo pilota

Mi è toccato scriverglielo, a Badoglio. Il generale, il capo di stato maggiore del Duce. Ti mando settantaquattro di questi pezzi anticarro, dice. E settantaquattro ne arrivano, però poi c’è la bella sorpresa che diciotto non li possiamo montare perché i numeri di matricola non corrispondono, e altri quarantanove li montiamo, solo che mancano gli strumenti di puntamento, e così alla fine i pezzi che possiamo utilizzare sono sette. Ti mando i perforanti da venti, dice. Che sono la cosa che più ci serve, i perforanti da venti, però poi quando arrivano gli aerei e andiamo a spacchettare c’è la bella sorpresa che troviamo perforanti da sessantacinque e contraerei da venti, e dei perforanti da venti neanche l’ombra, cristo.

A vèg par la mì strè. Io vado per la mia strada.

Eppure la conosce bene la situazione, Badoglio. Abbiamo dei carri d’assalto vecchi come il cucco e armati solo di mitragliatrice, che le autoblinde inglesi li crivellano e li passano da parte a parte, e di autoblinde noi neanche l’ombra. Ci basterebbe poco, basterebbe un minimo di mezzi corazzati e di autoblinde e gli inglesi li faremmo a pezzi, ci ritroveremmo in tre giorni al Canale di Suez e sarebbe un altro andare, ora che dalla Francia non abbiamo più da temere sorprese. Ora che la Francia è stata schiacciata, invasa. Ora che i tedeschi se la sono presa. E poi mi dà dei consigli, cristo, Badoglio mi dà dei consigli che sono impossibili da seguire, oppure quando mi arrivano li ho messi in pratica da giorni. Crea delle fortificazioni, dice. E come faccio a creare delle fortificazioni in pochi giorni, mica salgono su da sole le fortificazioni. E poi non ho carri pesanti, non ho pezzi anticarro. Comunque stai sicuro che se attaccano Tobruk ci trovano pronti, anche se sono più di cinquanta chilometri di perimetro da difendere. Le comunicazioni difettano, dice. Ovvio che difettano, ma non è certo mia la colpa. Non abbiamo mezzi radio e le comunicazioni a filo sono inesistenti perché non abbiamo filo, e poi c’è questo nuovo sistema cifrato che è lungo pesante incerto, cristo, ci ho impiegato quattro ore per decifrare quel suo telegramma di una settimana fa, e alla fine non ero neanche ben sicuro di averlo decifrato a dovere.

Ma l’ho scritta quella lettera, prima di uscire? “Gentile signora Mahieu, conto di farle cosa gradita comunicandole…” Sì che l’ho scritta. Almeno iniziare l’ho iniziata.

«Non mi toccare, son debole, son verginella d’amor» canta Settimio con la sua voce fessa.

A vèg par la mì strè.

Un giorno bisogna che mi decida a scriverla, questa benedetta autobiografia in terza persona. Pizzo di Ferro nel 1920 aveva ventiquattro anni, scriverò.

Io vado per la mia strada.

Pizzo di Ferro nel 1920 era tenente, scriverò, aveva fatto la guerra. Era tenente degli Alpini, scriverò, aveva fatto la Grande guerra in montagna.

«Non mi toccare, son debole, son verginella d’amor» ancora Settimio con quella sua vocetta.

Pizzo di Ferro nel 1918, sull’Altissimo, si era guadagnato la sua prima medaglia d’argento, scriverò. “Comandante di un plotone di Arditi, dimostrò sempre grande coraggio personale e brillanti qualità di soldato e di comandante. Spesso per assolvere il proprio mandato s’impegnò anche contro un nemico superiore in forze, attaccandolo con tale impeto da rendere necessario l’intervento delle nostre mitragliatrici e anche delle nostre artiglierie per disimpegnarlo.”

«Non ti tocchiamo, sei debole, sei verginella d’amor» canto con la mia voce che vorrei fosse di baritono. E invece è sottile e fessa quasi come quella del buon vecchio Settimio.

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secondo pilota

Non mi toccare son debole son verginella d’amor, non ti tocchiamo sei debole sei verginella d’amor. A Balbo piace essere stuzzicato che io canto e lui risponde, lo fa sentire padrone e comandante e buono e cattivo e fermo. La fermezza è la virtù che maggiormente gli si addice. Come il patrigno di David Copperfield, si chiamava Murdstone o qualcosa del genere, che non faceva che predicare la fermezza come virtù dei forti e in nome della fermezza costringe la mamma di David Copperfield a non mostrargli più il suo amore di madre. Ora che ci penso è stata una fortuna che mamma non si sia risposata, mi sarebbe potuto capitare un patrigno tipo Murdstone o come si chiama, magari un Merdston, e questa l’avrebbe potuta dire lui, Balbo, e se l’avesse detta tutti avremmo riso forte, perché quando lui dice una facezia tutti ridiamo, non è mica che ci stiamo lì a pensare, ridiamo e basta, ridiamo forte perché così dev’essere e così è. Ho fatto controllare i livelli i freni gli alettoni, il Gobbo è a posto per quanto possa esserlo un aereo in zona desertica, dove sabbia e terra si infiltrano ovunque e ti puoi ritrovare d’improvviso con i filtri otturati. L’importante è controllare ogni volta con attenzione ed è proprio ciò che ho fatto. Non mi ci avranno messo per caso qui a fare da secondo al comandante, al governatore della colonia libica.

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primo pilota

Iniziare l’ho iniziata. Ma l’ho finita, poi? “Gentile signora Mahieu, conto di farle cosa gradita comunicandole di aver incaricato l’ambasciatore italiano a Bruxelles di prender cura…” Mahieu sì, che era un grande aviatore.

Pizzo di Ferro nel 1918, sul Valderoa, si era guadagnato la sua seconda medaglia d’argento, scriverò. “Segnava la via luminosa del dovere ai reparti del proprio battaglione nell’attacco di una posizione nemica strenuamente difesa dalle mitragliatrici, riuscendo primo tra tutti a porre il piede nella trincea nemica.”

A vèg par la mì strè, incontr’a la mì guera. Io vado per la mia strada, incontro alla mia guerra.

Pizzo di Ferro nel 1920 era tenente, aveva fatto la guerra, scriverò. E una domenica pomeriggio fu introdotto da un amico nella casa dei conti Florio a San Daniele, sulle colline del Friuli. Sia il benvenuto in casa mia, disse il conte Florio. Lo guardava salire la scalinata della villa. Venga che le presento mia moglie, disse stringendogli la mano.

Bisogna che mi ci metta a scriverla davvero, la mia autobiografia in terza persona.

Forza che saliamo sull’aereo. Sul nostro s.79.

“Gentile signora Mahieu, ho incaricato il nostro ambasciatore a Bruxelles di prendersi cura della sua casa contro eventuali vandalismi tedeschi.”

Pizzo di Ferro li odia, i tedeschi. Li ha sempre odiati, fin dai tempi della Grande guerra. Erano nemici, allora, i tedeschi. Vent’anni fa. Venticinque. Erano i nostri nemici, i tedeschi.

«Non mi toccare, son debole, son verginella d’amor» insiste Settimio.

Manù nel 1920 aveva diciott’anni. Era magra, lo sguardo dolce. Il naso pronunciato, ma non grande. Aveva occhi nerissimi, Emanuela Florio. La mia Manù.

Ma l’ho firmata, quella lettera? La lettera alla vedova di Mahieu.

L’s.79 è un trimotore. Un trimotore da bombardamento. Il suo nome sarebbe Sparviero. Ma i soldati lo chiamano il Gobbo. Ha una gobba appena dietro la cabina. Dentro ci stanno due mitragliatrici.

No che non l’ho firmata.

Pizzo di Ferro è ai comandi. Accanto a lui il secondo pilota, Settimio. Uno che dall’aereo ci è già caduto, da trecento metri d’altezza. Uno che si è fratturato non si sa quante ossa. Uno che cammina tutto storto. Uno che di quando in quando dice che tanto dobbiamo fare tutti quella fine. Settimio, il mio secondo pilota.

«Non mi toccare, son debole, son verginella d’amor.»

«Non ti tocchiamo, sei debole, sei verginella d’amor.»

Perché Cagna non c’è. Si è arruolato, poi, e alla fine abbiamo fatto anche pace. Ma non c’è, qui sul Gobbo, a farmi da secondo. Cagna, uno dei migliori piloti italiani, non c’è. C’è Settimio, la verginella d’amor.

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secondo pilota

Mi studia ogni volta che saliamo a bordo con quelle sue occhiate indagatrici. Ancora non si fida di me, mi paragona a Cagna, lo so, l’uomo che lo ha accompagnato in tutte le trasvolate, che gli ha tolto le castagne dal fuoco chissà quante volte, che lo ha tradito passando all’aviazione civile. E io dovrei ringraziarlo, Cagna, per aver liberato questo posto che poi chissà perché è stato assegnato a me, nonostante l’incidente o può darsi proprio grazie all’incidente, che quando tornai al reparto dalla convalescenza tutti erano così gentili e mi guardavano in quel modo strano, come se non se l’aspettassero proprio di rivedermi così presto, anzi come se non si aspettassero proprio di rivedermi in assoluto. Magari dopo un colpo di quel genere pensavano che uno potesse soltanto abbandonare l’aeronautica o morire. Io non ero morto e non avevo alcuna intenzione di rinunciare alla carriera di pilota e questo forse li spiazzava, i miei colleghi e i superiori. Ero come un monumento vivente al rischio e alla paura, se ce l’avevo fatta io avrebbero potuto non farcela loro, vita tua mors mea, e sai bene quanto conta tener lontana la paura quando voli. La paura è un morso che ti stringe dentro, una volta che ti ha infilato le ganasce nella carne sei finito, puoi scendere dall’aereo per sempre se sei ancora in tempo a scendere. Il segreto è tenerla lontana, impedirle di aggredirti, ma se hai lì davanti a te un monumento vivente che suo malgrado te la soffia in faccia ogni mattina allora è dura, forse è per questo che alla fine hanno deciso di liberarsi di me e mi hanno proposto per questo posto di secondo del comandante. Così dovrei ringraziare anche i miei superiori, oltre a Cagna, per essere finito quaggiù nella colonia libica. Ma io non ho ringraziato e non ho intenzione di ringraziare nessuno. A me bastava volare. Mi basta volare. Con chi e per quali scopi non mi interessa. Voglio volare ed è quello che faccio ed è tutto.

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primo pilota

Paolino ha compiuto dieci anni. L’abbiamo festeggiato stamattina a colazione. Paolo. Dieci anni. Chissà che cosa sarà, da grande. Cappannini, il motorista, mi ha detto che suo figlio vuole occuparsi d’arte, in qualche modo. Chissà Paolo quale strada troverà. Manù, Valeria, Giuliana, Paolo. Con Manù, nel 1920, al quarto incontro ci dichiarammo. E poi comunicammo la decisione di sposarci al conte e alla contessa. Il conte sorrise. Mi prese sottobraccio, uscì con me dalla portafinestra del salone. Scendemmo la scalinata e ci inoltrammo sulla ghiaia del giardino, verso la vasca con i pesci. Caro Balbo, disse il conte. Aveva un tono conciliante, paterno. Caro Balbo, mia figlia non gliela do. Non gliela do perché non è buona a nulla. Lei è un uomo d’azione, lei ha fatto la guerra. Lei ha bisogno di una donna forte e combattiva, Manù sta sempre a leggere. Non è adatta a lei, mi creda, Balbo, disse. Allora cominciammo a vederci di nascosto, complici le sorelle, gli amici. E intanto io fondavo “L’Alpino”. Traditori, scrissi. Quanto mi piaceva, scrivere traditori. Traditori gli operai che avevano scioperato a Torino nel 1917. Traditori gli internazionalisti. Traditori i deputati contrari alla guerra. “Non si permetta mai più” scrissi, “che si sputi sulla nostra divisa. Che cos’è il bolscevismo? È disoccupazione, ozio, fame, furto, assassinio. Chi ama la propria casa, la propria famiglia, chi non vuole vedere i propri figli morire di fame, è nemico del bolscevismo. E D’Annunzio, a Fiume, è un magnifico suscitatore di energie sane e gagliarde”.

Forza, che dobbiamo andare. Saliamoci, su quest’aereo.

«Tu sei troppo grasso» grido al Tellera. Il generale Tellera, il capo di stato maggiore delle forze armate in Libia. Sorridendo, glielo dico, mica sono fesso. E Tellera sorride, a sua volta, e accetta di spostarsi sull’aereo gemello, quello guidato da Porro. Tu sei troppo grasso, e al posto di Tellera faccio salire sul Gobbo mio nipote Lino e mio cognato Cino.

Badoglio si è permesso di fargli quella sfuriata, al povero Tellera. «Ti sostituisco se non mi farai avere quelle informazioni puntualmente» dice. Ma gliele ho cantate chiare, a Badoglio. “Tu devi prendertela con me” gli ho scritto, “io sono responsabile”. Perché Badoglio quella sfuriata avrebbe voluto farla a me ma non ne ha avuto il coraggio, e allora l’ha fatta al povero Tellera, a quel grassone.

A vèg par la mì strè, incontr’a la mì guera; s’a casc a casc in tèra. Se cado cado in terra.

Mentre ero il fidanzato segreto di Manù, studiavo a Firenze per prendermi la laurea. Istituto di scienze sociali Cesare Alfieri, via Laura. A due passi da piazza Santissima Annunziata. Archi di pietra, fontane in bronzo. Città che ti accoglie silenziosa, senza abbracci. Finanze: diciotto. Economia politica: ventitré. Studiavo diritto, studiavo geografia. Studiavo il pensiero di Mazzini. Ci scrissi la tesi, sul pensiero di Mazzini. “Le classi capitalistiche” scrissi, “debbono aprire il cuore ai patimenti delle classi operaie, comprenderne i bisogni, fiancheggiarne il cammino di redenzione. Combattere l’ingiustizia e l’errore non è un diritto ma un dovere. Lo scopo della vita non è quello di essere più o meno felici, ma quello di rendere sé e gli altri migliori”. Mi laureai con settantotto ottantesimi. Chiamatemi fesso.

Rulliamo sulla pista di Derna alzando nubi di polvere.

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secondo pilota

E via ai motori, allora, a tutta forza. Quando vanno su di giri i motori del Gobbo urlano con un tono cupo, un tono che poi perdono appena ti alzi in volo. Anche se il frastuono rimane forte e ti costringe ad alzare la voce, quando sei in volo non c’è più quel tono cupo che ora ci si infila dentro le orecchie e si propaga per tutte le ossa e i muscoli, e il paraorecchie filtra ma non abbastanza o forse, chissà, è proprio il paraorecchie ad assorbire i suoni acuti e a lasciar passare quelli cupi. Ora che Balbo ha mollato il freno va già meglio, prendiamo velocità su questa pista di terra battuta che non si riesce mai a tenerla liscia come si dovrebbe, e sobbalziamo, e dietro c’è silenzio, nessuno parla più, né Cappannini, Berti, né Cino e Lino con i nomi che sembrano una coppia da album a fumetti, che anche questa se la dicesse Balbo staremmo tutti lì a ridere forte. L’aria che sbatte contro il vetro della cabina si fa sempre più solida e fra pochi secondi, non più di tre o quattro ormai, ci solleverà come una grande mano invisibile, perché è l’aria che tiene su gli aerei come è l’acqua che tiene a galla le navi. L’uomo ha capito in fretta come sfruttare la forza dell’acqua con le navi, ma ci ha messo millenni per arrivare a utilizzare quella dell’aria con gli aerei. Sono Settimio la verginella d’amor, mio comandante. Spetta a lei tirare la cloche, quando desidera.

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primo pilota

Il 29 novembre del 1920 mi laureai. Ma il 20 dicembre io non c’ero, a Ferrara. Ero a Lugo di Romagna, io. Il 20 dicembre del 1920, a Ferrara, trecento fascisti si scontrarono in piazza con i socialisti. Pugni, bastonate, inseguimenti. Io non c’ero. Ero a Lugo, a tenere comizi mazziniani. Pugni, bastonate, inseguimenti. E dal castello partì una scarica. Una scarica di fucileria. Pugni, bastonate, inseguimenti. E cinque morti in terra. Io ero a Lugo, a tenere comizi mazziniani. Non mi sporcai le mani, quella volta, e quasi mi dispiacque. Meno di due mesi dopo fui nominato capo del Fascio di Ferrara. Restituii la tessera di repubblicano, diventai uno dei capi del fascismo. Avevo quasi venticinque anni, ed ero fidanzato di nascosto con Manù. Nella Grande guerra mi ero guadagnato due medaglie d’argento e una di bronzo. Non avevo neppure venticinque anni, e chiesi e ottenni millecinquecento lire al mese, una bella cifra, per fare il capo del Fascio di Ferrara. Capii che non agli industriali ci si doveva legare, ma agli agrari. In Romagna erano loro ad avere i soldi. Avevo quasi venticinque anni, era il 1921, e iniziai a mettere a ferro e fuoco le sedi socialiste. A uccidere. A far uccidere. Ero mazziniano, diventai fascista. Pugni bastonate inseguimenti spari. Soldi dagli agrari. Ero fidanzato di nascosto con Manù. La sposai nel 1924. Ero appassionato di aeronautica.

Ci stacchiamo dalla pista di Derna. Il tempo è splendido. I greci di Batto i alla fine avevano scelto proprio un posto meraviglioso per fondare la loro città a pochi chilometri da qui, verso il mare. Quando gli archeologi avranno finito il loro lavoro Cirene diventerà la nuova acropoli.

S’a casc a casc in tèra, ’zident a chi’m to so. Se cado cado in terra, accidenti a chi mi tira su.

Il telegramma

giugno 1915, Italia

A metà pomeriggio di una domenica di giugno, una giornata particolarmente calda, un uomo e tre donne siedono sotto un pergolato nel giardino di una villa da cui si può godere uno scorcio inusuale sul centro della città.

Sulla strada che porta alla villa, qualche centinaio di metri più in basso, un fattorino arranca in salita, in sella a una bicicletta con qualche problema alla catena. Il fattorino deve consegnare un telegramma.

L’uomo, l’unico uomo sotto il pergolato, è già da un po’ che insiste sulla disciplina. Sostiene che il mantenimento della disciplina sarà fondamentale. Nel dirlo tiene gli occhi fissi sul cane di casa, Buck, addormentato di fianco alla cuccia addossata alla parete esterna della cucina dove una cuoca, che la domenica svolge anche la funzione di domestica, stende la pasta per le tagliatelle sul tavolo di marmo.

Il fattorino esce da una curva, intravede in cima alla salita il cancello della villa.

L’uomo sotto il pergolato dice che è giunto il momento di dimostrare al mondo il nostro valore, e che è necessario reprimere sul nascere ogni ipotesi di disfattismo o peggio ancora di diserzione.

Buck, il cane che dorme, è un labrador di sei anni che sbava molto, soprattutto d’estate. Negli ultimi mesi ha iniziato a perdere il pelo a ciuffi e gli è stato proibito di entrare in casa. In vita sua non ha mai morso nessuno, sarebbe un perfetto compagno di giochi per un bambino. Ma nella villa non ci sono bambini.

La moglie dell’uomo sotto il pergolato sospira e si fa vento con la manina grassoccia sollevando un tintinnio di braccialetti d’oro. Ama poche cose nella vita: andare all’opera (ma l’opera in se stessa poi la induce al sonno), mangiare pasticcini all’ora del tè nei freddi pomeriggi d’inverno, giocare a ramino con amiche dalle mani ingioiellate quanto le sue. E poi ama suo figlio. Ama il suo unico figlio, che è alla guerra.

Alle pareti della grande cucina stanno appese decine di pentole in rame. D’inverno, quando il camino è acceso, le pentole riflettono e allo stesso tempo assorbono il guizzo della fiamma. Ora, d’estate, contribuiscono a mantenere fresca la cucina. Milena, la cuoca che la domenica svolge anche la funzione di domestica, smette di guardarle, appoggia il mattarello sul tavolo e afferra il coltello a punta quadra col manico in legno scuro. Si ferma un istante per concentrarsi: le tagliatelle devono venire dritte. Il signor barone la prende in giro, quando le tagliatelle non vengono dritte. Le mangia, certo, ma la prende in giro. E dopo, in cucina, la signora baronessa le fa la ramanzina: «Dove ce l’hai la testa, Milena? Tanti anni e non sai come si fanno le tagliatelle».

Il fattorino calcola che mancano più o meno cinquanta pedalate al cancello. È l’ultima consegna della giornata. Il direttore dell’ufficio postale gli ha fatto quella faccia, mentre gli passava il telegramma. Lui la conosce, quella faccia. Speriamo che la catena regga, pensa mentre comincia ad avvertire il bruciore della fatica nelle cosce.

L’uomo sotto il pergolato, il barone, è un barone in disgrazia. A suo tempo aveva ereditato vigne e oliveti, terreni incolti e qualche palazzo all’interno della cerchia dei viali di circonvallazione, ma negli ultimi dieci anni ha perso quasi tutto. Speculazioni sbagliate, superficialità amministrativa. Il vizio del gioco. Gli è rimasta la villa o poco di più. È piccolo, magro, con la punta del naso che gli sporge dal volto come un’escrescenza. Dice che sarebbero sufficienti un paio di scrolloni e l’Austria ci restituirebbe con tante scuse quello che è nostro. Intende Trieste e i territori circostanti. «L’importante è che l’esercito si muova come un sol uomo» dice. E quel sol uomo, nella sua testa, è suo figlio. Anche se suo figlio non è sul Carso a combattere gli austriaci. Anche se suo figlio la guerra la combatte da più di quattro anni. Una piccola guerra coloniale, di grande fatica e scarsa gloria.

Sotto il pergolato, a marcare il confine tra il barone e la baronessa da un lato e le altre due donne dall’altro, su un tavolino di ferro battuto stanno accostate due caraffe di limonata ghiacciata, e una è già vuota. Accanto ci sono due vassoi di panini tagliati a metà e spalmati di confettura di albicocche e di prugne. La più anziana delle due donne di fronte al barone e alla baronessa è grande e grossa, vestita di nero si direbbe per far dispetto alla calura, il volto quadrato simile a una pietra da costruzione appena sbozzata. Non mangia, non beve, non sorride, non sospira. Ha un tumore che le sta devastando rapidamente l’intestino ma ancora non lo sa. Di tutti e quattro è l’unica a non sudare, nonostante un’acconciatura massiccia e scura che le pesa sghemba sul capo. Guarda dritto davanti a sé e quello che vede è un cielo azzurro chiaro, quasi bianco, sopra colline verdi e, più in basso, i tetti di una città che solo con qualche sforzo riconosce come la sua. Le capita ogni volta, nelle rare occasioni in cui viene invitata in quel giardino, di non riconoscere la città. La città dove è nata e dove è vissuta sempre. I nobili, dice quel suo sguardo opaco, i nobili e quel loro diritto di vedere le cose in un modo diverso da quello in cui le vedono gli altri. Un modo diverso e migliore, quello dei nobili. Un modo che la irrita. Non sorride e non sospira, la più anziana delle due donne ospiti. Si chiama Doris e non si è ancora abituata alla sua condizione di vedova.

Il fattorino calcola che al cancello mancheranno trenta pedalate. Purché la catena regga. Le cosce non ce la fanno quasi più. Ma poi la discesa, una sciacquata alla faccia e via all’osteria per un bicchiere con gli amici. L’espressione del direttore dell’ufficio postale quando gli ha passato il telegramma. Pedala e pedala, pensa il fattorino. Pedala e non pensare.

Milena ripone il coltello a punta quadra nel cassetto sotto il tavolo di marmo e si impolvera le mani di farina. «Dritte» dice ad alta voce, e sbattendo i palmi l’uno contro l’altro cosparge le tagliatelle di un sottile velo bianco. Sorride. Dritte come sempre, pensa. Solo quella volta le sono venute storte. Non riusciva a smettere di piangere e di tremare, quella volta. Non riusciva, il giorno in cui la levatrice le aveva confermato che era incinta. Non sapeva neanche come faceva di cognome il muratore che aveva detto di chiamarsi Gino, ma anche se l’a­vesse saputo non avrebbe trovato il coraggio di andare a cercarlo. E il giorno in cui la levatrice le aveva confermato che era incinta e le tagliatelle le erano venute storte, aveva anche pensato di raccontare tutto alla signora baronessa, ma poi il signor barone l’aveva presa in giro e la signora baronessa l’aveva rimproverata in cucina, e allora si era resa conto d’improvviso che sarebbe stato uno sbaglio terribile raccontarglielo. E raccontare cosa? Che lui, il muratore che aveva detto di chiamarsi Gino, non si era più fatto vivo? Quella sera prima l’aveva avvicinata, poi invitata a cena in una trattoria all’aperto e infine quasi costretta a fare l’amore sull’argine del fiume dove lei aveva accettato di seguirlo a passeggiare, un po’ immaginandosi e un po’ no come sarebbe andata a finire. No, sarebbe stato uno sbaglio terribile raccontarglielo. L’avrebbero cacciata di casa. Così non aveva detto niente. Si era sentita scoppiare, ma non aveva detto niente. E la vecchia, quella che la levatrice le aveva indicato, con certi ferri aveva risolto il problema. Al prezzo di un po’ di sangue, un po’ di mal di pancia, qualche lira. Roba di cinque anni fa. Sorride di nuovo, Milena. Non c’è felicità più dolce di quella che segue un pericolo scampato.

Il barone, tra un bicchiere di limonata e un mezzo panino, continua a dire che i disfattisti dovrebbero essere mandati in trincea, i disertori al muro. Nessuna pietà, per i disertori. Sua moglie sospira, si fa vento con la manina tintinnante. Non ne può più di quelle tirate patriottiche. È da quando la guerra è stata dichiarata, da quasi un mese ormai, che il barone ce l’ha con i disfattisti e con i disertori. E lei è convinta di conoscerle le ragioni di questa fissazione. Prima di tutto è per il figlio, per quello che lui sta facendo per la Patria. Civilizzare gli indigeni, la quarta sponda. Ma un po’ deve essere per quel mezzo anarchico che ha portato via al barone gli ultimi due appartamenti, ai dadi. Gliel’ha raccontato, il barone, una mattina. «Ho perso gli ultimi due appartamenti» le ha detto. Aveva bisogno di farsi la barba e la punta del naso gli si era arrossata. Per il resto e­ra in perfetto ordine: camicia inamidata, cravattino. «Me li ha portati via una specie di anarchico» le ha detto. «Uno che mentre tirava i dadi ce l’aveva col governo e col Re e con gli interventisti. Uno che faceva l’apologia della diserzione.» Poi era andato a letto, il barone, si era spogliato ed era andato a letto. E lei, la baronessa, si era alzata. Con due appartamenti in meno di quando era andata a dormire. E con la voglia di non sentirne più parlare, di quegli appartamenti. E di quei dadi. E di quella specie di anarchico. E dei disfattisti e dei disertori.

L’altra donna sotto il pergolato, seduta di fianco a Doris e di fronte al barone e alla baronessa, è una ragazza. Ha meno di vent’anni e il viso magro. Gli occhi neri, allungati e languidi, di tanto in tanto le si accendono di bagliori improvvisi. È vestita di bianco, si chiama Lucia. Trova che il barone sia nel giusto, con quei suoi attacchi contro i disfattisti. Contro i disfattisti e contro i disertori. Trova che il barone abbia tutte le ragioni per parlare così. “Se ci fossero meno disfattisti e meno disertori” pensa, “lui magari sarebbe già tornato a casa”.

Ancora una decina di pedalate, calcola il fattorino, e poi via, la discesa. Gli amici, l’osteria, l’attesa della cena.

Per la prima volta in quel pomeriggio Doris bagna le labbra nella limonata ghiacciata. La baronessa, la pelle liscia e bianca, deve avere più o meno la sua età. Ma come si comporterebbe la baronessa se capitasse anche a lei la disgrazia? La morte del marito. Sarebbe capace, la baronessa, di andarsene in giro vestita di nero, estate e inverno, caldo o freddo? Poggia il bicchiere sul tavolino e stringe le labbra, Doris, più per reprimere un sorrisetto di superiorità che per asciugarsele.

Le tre donne siedono su poltrone di vimini con cuscini a fiori, il barone su una sedia di castagno. La sedia di castagno ha sessant’anni. L’ha costruita il nonno del barone con le sue mani e lui ci è molto affezionato. Fin da ragazzino ha preso l’abitudine di portarsela dietro in tutte le stanze della villa, e anche in giardino. Quando deve star seduto a lungo siede soltanto sulla sua sedia di castagno.

Milena si affaccia sulla porta della cucina che dà sul giardino per controllare che i signori non abbiano bisogno di nulla. Nota che una delle due caraffe di limonata è finita. Dovrebbe andare là, riportarla in cucina e riempirla di nuovo. La bambina, le viene in mente, la bambina adesso avrebbe quasi cinque anni. Chissà perché ha sempre pensato che sarebbe stata una bambina. Vivrebbe a casa di sua sorella, contadina in un borgo che ci vuole mezza giornata per arrivarci: omnibus, treno, calesse e gli ultimi due chilometri a piedi. Lei andrebbe a trovarla una domenica al mese. Le porterebbe un giocattolo, un dolce, un vestitino. Starebbero lì a parlare, a raccontarsi, sedute sui gradini di casa, la sorella che dà il becchime ai polli, il cognato all’osteria. Le racconterebbe della città, della villa. Del signor barone, della signora baronessa. Gliel’avrebbero detto, al­la bambina, che lei era la sua vera mamma? O le avrebbero magari detto che era una zia? No, la bambina avrebbe dovuto sapere la verità. Proprio per questo forse le sarebbe sfuggita. Avrebbe accettato i regali, ogni volta, e poi sarebbe scappata via per l’aia, si sarebbe infilata nel castagneto. Lei ci sarebbe rimasta male e poi avrebbe pianto al momento di andarsene, dopo mangiato. Sorride, Milena. In fondo è felice di non averla avuta, quella figlia. Rientra in cucina.

Lucia guarda la caraffa vuota, guarda Milena che si infila in cucina e poi guarda Buck. Le viene voglia di accarezzare Buck. Non sono molte le cose che le suscitano tenerezza, e i cani addormentati sono una di quelle. Non l’ha mai chiesto un cane, Lucia. Doris ha sempre odiato gli animali ma suo padre certo l’avrebbe accontentata. Suo padre è un’altra delle cose che a Lucia fanno tenerezza. Suo padre e i cani addormentati. Solo che di cani non ne ha mai avuti e suo padre è morto sette anni fa. Era diventato magrissimo, la pelle gialla e gli occhi come due fanali blu. Non si era mai lamentato, suo padre, ma nell’ultima settimana aveva smesso di sorridere. Quando provava a stringerle la mano riusciva solo a trasmetterle una sensazione di gelo e poi non c’era modo di liberarsene. Vorrebbe accarezzare Buck che dorme all’ombra della cuccia, Lucia. Fosse morta Doris invece di suo padre, oggi avrebbe un cane da carezzare. Poi Doris l’inglese non lo conosce e i clienti della pensione sono perlopiù inglesi. E ha lasciato ingrigire la carta da parati, Doris, ha smesso di sostituire i velluti dei divanetti man mano che si consumavano. Da quando suo padre è morto la pensione ha iniziato ad andar male, sta rotolando verso il fallimento. Le presenze si sono via via diradate come i capelli di Doris, che ora porta quella sghemba parrucca color pece. Ed è soltanto grazie alla propria sfacciataggine e alla capacità di arrangiarsi con poco che Lucia è riuscita a impedire che la notizia dell’imminente dissesto trapelasse oltre la cerchia dei fornitori. Il barone e la baronessa non lo devono venire a sapere. In nessun modo.

Ci siamo, dice tra sé il fattorino. Poggia a terra un piede, poi l’altro. La bicicletta contro il pilastro. Il fiatone, il sudore, le cosce che bruciano. Estrae dalla borsa a tracolla il telegramma, controlla il numero civico. «Ci siamo» dice. Il campanello.

Buck abbaia, il barone scatta in piedi, Buck apre gli occhi e abbaia per la seconda volta, il barone trattiene la sedia di castagno che sta per finire a terra, Buck si alza sulle zampe e abbaia per la terza volta, un ronzio in lontananza, alla baronessa sfugge di mano un mezzo panino con la confettura di prugne, Buck si precipita verso il cancello, Milena esce svelta dalla cucina, Doris drizza la schiena sulla poltrona di vimini, Milena si struscia le mani sul grembiule legato in vita, Buck abbaia per la quarta volta, Milena grida a Buck di stare zitto e mettersi a cuccia, Buck smette di abbaiare e si accuccia sulle zampe posteriori rizzando il muso verso il ronzio di un aereo in lontananza, Milena raggiunge il cancello, il barone si tocca la punta del naso che gli si va arrossando, il fattorino – giovani baffi e uniforme bagnata di sudore – porge attraverso le inferriate il telegramma a Milena che lo afferra, la baronessa prende con due dita il panino che le era caduto sulla gonna macchiandola, Milena passa al fattorino alcune monete di mancia tratte da una tasca del grembiule, il fattorino ringrazia, inforca la bicicletta e sparisce dietro il muro di cinta. Lo sferragliante rumore della catena non copre del tutto il ronzio di quell’aereo che si avvicina.

Milena raggiunge il pergolato tenendo il telegramma per un angolo e rallenta, incerta se passare davanti o dietro al tavolino. L’incertezza è se porgere il telegramma al signor barone o alla signora baronessa, che pretende di essere sempre lei ad aprire la posta, incertezza subito fugata più che dalla strana fissità della signora baronessa, con quel mezzo panino in mano e quella macchia scura sulla gonna di lino, dal cenno imperioso del signor barone che, rigido in piedi dietro la sua sedia di castagno, se lo fa consegnare.

Il ronzio dell’aereo sta diventando un rombo.

Buck si intrufola tra le gambe del barone.

Milena si allontana in direzione della cucina.

Il barone apre il telegramma.

Mentre lo spiega con un colpetto della mano destra, con la sinistra fa una lunga carezza a Buck, sulla testa e dietro le orecchie, una carezza che suscita un moto di affetto e di invidia in Lucia.

Poi sbianca, il barone. Lascia cadere il telegramma, si aggrappa alla sedia di castagno cercando di non crollare a terra ma non vi riesce. La baronessa emette un grido da uccello notturno, poi un altro, un altro ancora, grida ritmiche e acute, e si percuote il petto con la mano tintinnante di braccialetti d’oro. A Doris spuntano due lacrime improvvise, a tradimento. Non le era successo neanche in occasione della morte del marito.

Lucia rimane immobile. L’aereo ormai è vicino, vola basso. “Mai più trascorrerò domeniche pomeriggio come questa” pensa Lucia, “a bere limonata ghiacciata insieme alla mia matrigna nel giardino della villa dei genitori del mio fidanzato, rassicurata – chissà poi perché – dalle tirate patriottiche del mio futuro suocero. Mai più vedrò Buck e mai più l’accarezzerò, mai più vedrò Milena e mai più mangerò i suoi panini con la confettura di prugne e di albicocche. E poi mai più”, e si ferma perché non riesce a pensare. “Mai più”, si sforza di continuare. “Mai più”, riesce a dirsi serrando i pugni, “mai più lo terrò stretto tra le mie braccia, mai più gli accarezzerò i capelli sfumati sul collo, mai più lo aiuterò a scrivere la sua storia del volo che ci teneva tanto e tanto e tanto, mai più respirerò il suo profumo di uomo sotto l’orecchio prima e dopo quei rari baci rubati agli sguardi sempre troppo attenti di tutti gli altri intorno”. Si tira su dalla poltrona di vimini, raccoglie da terra il telegramma e lo legge d’un fiato. Poi alza gli occhi al cielo, ed è l’unica a vedere sfilar via la pancia di quell’aereo color sabbia, e poi la coda, il timone di coda, piccola croce che si allontana e diventa lentamente un punto, un punto scuro che va a perdersi nell’azzurro quasi bianco di un pomeriggio di giugno, una domenica particolarmente calda del 1915.

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domenica, 16 dicembre 2007

CARA ITALIA, DIMMI COME TI VEDONO E TI DIRÒ CHI SEI

Nei giorni scorsi il New York Times ha dedicato alla nostra Italia un articolo in prima pagina. Un articolo che ha fatto il giro del mondo.

In quell’articolo si sostiene che il nostro paese soffre di una sorta di ”depressione collettiva” che passa dall’economia, alla politica, fino alla società.

Che peccato!, sostiene in estrema sintesi il NYT. Sì, perché l’Italia è un Paese ”che tutto il mondo ama perché è vecchio ma ancora affascinante”. E tuttavia, sebbene sia ”adorato all’estero e nonostante tutti i suoi innati punti di forza, l’Italia non sembra amarsi e gli italiani sono il popolo meno felice dell’Europa occidentale.”

”Per la maggior parte, i problemi non sono nuovi e questo è il problema”, sottolinea il New York Times, secondo cui l’Italia ne è preda da così tanti anni che nessuno sembra sapere ”come cambiare o se sia ancora possibile.” Senza contare che quelli che erano i punti di forza dell’Italia “si stanno trasformando in debolezze”. Sarebbe il caso delle piccole e medie imprese che si trovano, oggi, a dover competere con l’economia globalizzata e con il neocolosso cinese.

Ronald Spogli, ambasciatore americano a Roma, ha avvertito del rischio di un diminuito ruolo internazionale dell’Italia e di difficoltà nel rapporto con Washington: ”Devono tagliare l’edera cresciuta intorno a questo fantastico albero vecchio di 2.500 anni che minaccia di ucciderlo”; ma l’impressione, ha continuato, è che ”il malessere nasca dalle poche speranze di tagliare quell’edera e questo rende gli italiani tristi e arrabbiati.”

Il giornale americano non manca di osservare che di siffatta rabbia si sia fatto portavoce nei mesi scorsi Beppe Grillo con il suo “V-day” e il suo “Basta!” rivolto a tutte le forze politiche e al sistema. E non è un caso, sempre secondo il quotidiano, che i bestseller dell’anno siano stati La Casta e Gomorra.

L’allarme, sostiene il NYT, passa anche dalla questione generazionale. In un contesto del genere, non stupisce più di tanto che ”il 70% degli italiani tra i 20 e i 30 anni vivano ancora a casa, condannando la giovinezza ad un’estesa e improduttiva adolescenza, mentre molti delle menti più brillanti, come i poveri di un secolo fa, lasciano l’Italia”.

E poi… sapete cosa ci rimane dopo la morte di Luciano Pavarotti?

Ce lo spiega un ragazzo intervistato: ”ci sono rimasti solo la pizza e la pasta.”

È proprio così? Non del tutto. Perché, come precisa il giornalista americano, è vero che ”non ci sono nuovi Rossellini, Fellini o Loren, ma ci sono la Ferrari, la Ducati, la Vespa, Armani, Gucci, Piano, Illy, Barolo.”

Certo, il problema è che ”gli imprenditori lamentano di essere soli: i politici offrono poco aiuto per rendere l’Italia competitiva e questo resta l’ostacolo principale. L’imprenditoria vuole meno burocrazia, più leggi sulla flessibilità del lavoro e maggiori investimenti nelle infrastrutture per favorire il movimento delle merci.”

Che destino ci aspetta? Secondo gli amici americani, se non cambiamo rischiamo di fare la fine della Repubblica di Venezia: ”Bloccata dalla grandezza del passato, con gli anziani turisti a fare da incerta fonte di vita.”

Insomma, l’Italia come una sorta di Florida d’Europa.

Secca e schietta la replica del nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: “Scommettete sull’Italia, sulla nostra tradizione e il nostro spirito animale. (…) Ci vuole continuità nella politica di governo in alcuni campi come la difesa, l’università e l’economia. Ciò detto l’Italia è assolutamente un paese forte su cui vale la pena di scommettere”.
Diversa l’opinione di Walter Veltroni, sindaco di Roma e leader del Pd: “Siamo un paese che deve scrollarsi di dosso questa specie di scimmia della paura di ogni cosa nuova perché c’è l’idea che ogni cosa nuova che accade debba spaventare. Quando ci sono delle novità, se sono giuste, fanno bene a tutti.” Secondo Veltroni, il New York Times “non ha scritto cose infondate: il paese ha i fondamentali per farcela, ma è il contesto, la farraginosità del sistema politico e istituzionale, il clima di odio e di contrapposizione che determina lo stato non sereno al quale il quotidiano statunitense ha fatto riferimento. (…) L’Italia ha bisogno obiettivamente di ritrovare fiducia, sorriso, serenità, energia e speranza puntando sui seguenti punti di forza: la grande vita culturale, un meraviglioso sistema delle imprese, ragazzi di primissimo livello, gente che vuole lavorare”.

Ora, pensando agli americani verrebbe da dire: guarda un po’ da che pulpito viene la predica!

Ma non si accorge, il New York Times, che il sogno americano per molti cittadini a stelle e strisce si è trasformato in qualcosa che somiglia molto a un incubo?

Ma che cosa pensano ‘sti americani?

Che sia finito il Bel Paese?

Che gli italiani non siano più Bella Gente?

Che abbiamo lasciato il mandolino ad ammuffire dentro la custodia? Le pizze a bruciare dentro il forno? La pasta a scuocere in pentola?

Domande – queste – che potrebbero essere condivisibili, ma anche banali. E di comodo. E forse le considerazioni di comodo non portano da nessuna parte.

Rimane il fatto che dal di fuori vedono Beppe Grillo come una sorta di “comprensibile e inevitabile rivolta interna” al sistema, e il duo “La casta”-“Gomorra” (che credo siano anche i nostri libri più noti e letti all’estero) come gli anticorpi saggistico-letterari all’italico malessere.

È proprio così?

Siamo davvero così depressi?

Siamo sul serio il popolo meno felice dell’Europa occidentale?

E fino a che punto non ci amiamo più?

E poi, esiste davvero una sola Italia?

Massimo Maugeri

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venerdì, 14 dicembre 2007

FACCIAMO SILENZIO di Vladimir Di Prima

Cari amici, come sapete Letteratitudine è sempre dalla parte dei librai indipendenti e della piccola editoria di qualità. Nel post precedente ho avuto modo di presentarvi la Cadmo. Oggi vi presento Azimut, giovane case editrice romana nata nel 2005. L’occasione ce la fornisce il nuovo libro del giovane scrittore siciliano di Zafferana Etnea Vladimir Di Prima, “Facciamo silenzio”; libro uscito proprio per Azimut in questi giorni. Mi fa molto piacere potervelo presentare, perché Vladimir – oltre a essere mio conterraneo – è stato mio compagno di scuderia a Prova d’Autore. Ce ne parla Serena Chiarion, firma de “La Voce d’Italia”. Seguono: un estratto del romanzo (come al solito, per farvelo assaggiare) e il booktrailer.

Su Vladimir aggiungo che, oltre a essere scrittore, è un talentuoso illustratore e ha una grande passione per il cinema. Ha girato parecchi cortometraggi: in uno di questi è riuscito a coinvolgere personaggi del calibro di Lucio Dalla, Lando Buzzanca e Giancarlo Majorino. Il booktrailer del libro è opera sua ed è molto… “forte” e provocatorio: simboleggia il prolasso intestinale che subisce il personaggio tratteggiato nel libro. Secondo me farà discutere parecchio.

Il tema del libro, come avrete modo di appurare dalla recensione di Serena, è legato al concetto di silenzio.

Le domande che vi propongo per un eventuale dibattito sono le seguenti.

Quante parole non dette si celano dietro i nostri silenzi?

Quando il silenzio è utile? Quando, invece, diventa nocivo?

(Massimo Maugeri)

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Vladimir Di Prima, Facciamo Silenzio, Azimut Editore, pp 144, euro 10,00

Recensione di Serena Chiarion

Facciamo silenzio: ma sarà davvero silenzio?

Ognuno di noi si trova spesso a pensare cose strane mentre qualcuno ci parla, cose che non centrano nulla con quello che stiamo ascoltando o, perlomeno, sembrano non centrare.

A chi non capita, mentre il capo parla, di pensare alle conseguenze ed alle problematiche legate a ciò che ci sta dicendo, senza avere il coraggio di esprimerlo?

A chi non succede di avere pensieri strani e bizzarri quando ci troviamo davanti ad un interlocutore particolare e un po’ ridicolo?

Quanti pensieri nascosti rimangono in noi dopo un incontro… dopo aver interagito con qualcuno che amiamo, che ci è amico, che è importante per noi.

Ognuno di noi ha dei momenti in cui riflette sulle sue parole e sulle persone che ha incontrato, sui rapporti che ha vissuto e su quanto questi gli abbiano cambiato la vita.Vladimir Di Prima, nel suo nuovo romanzo Facciamo Silenzio, sceglie di sviluppare il tema dei silenzi che nascondono un’infinità di parole non dette, pensate e rielaborate attraverso un particolare dialogo-monologo con il computer che diviene il testimone degli ultimi significativi momenti del trentenne protagonista.

L’incipit del romanzo è davvero d’impatto: un malato terminale, dopo la fuoriuscita dei suoi intestini, disperde gli organi per la stanza in cui si trova…. Ed è così che si libera di tutto ciò che ha dentro, in senso fisico e metaforico: tutto ciò che si trova nelle sue viscere che, un tempo, si credeva fossero custodi dei nostri sentimenti, delle nostre emozioni e delle nostre sensazioni.

Il resto del libro segna la liberazione del protagonista da tutto ciò che per sempre ha tenuto nella testa e nel cuore, di quelle parole dette e non dette, di quei momenti di profonda riflessione che egli ha vissuto, soprattutto grazie agli incontri che lo hanno segnato indelebilmente.Ma, in alcuni momenti, il computer gli parla semplicemente di lui, della sua infanzia, dell’attenzione con cui è riuscito ad osservare il mondo.

Ed il linguaggio usato è quasi trascinante: un fiume in piena che travolge ogni concetto razionale trasformandolo in qualcosa di intimo e personale che ci sconvolge ed affascina perché, in qualche modo, fa parte di ognuno di noi.

Pensate a cosa accadrebbe se tentassimo di trascrivere i nostri pensieri che nascondiamo dietro a brevi o lunghi silenzi… Per noi sono chiarissimi ma, in realtà, per gli altri, avrebbero davvero un senso?

Il protagonista è spesso cinico nell’analizzare sé e gli altri: crudi, ma incredibilmente realistici, i momenti della sua infanzia e della sua adolescenza. E il suo modo di vivere l’amore: tutto un decidere se chiamarla o meno… Ed i nomi che dà alle persone che ha incontrato nella vita: Fata Brevetti, gemelle Chewig-Gum, il padre Fidel, l’autistico e l’impiegato delle poste; il “dialogo” con quest’ultimo esprime in pieno il suo malessere nei confronti del mondo che lo circonda.

Meravigliosi i momenti in cui emerge una profondità concettuale e linguistica davvero toccanti:“Del resto i segni sono quelli: non vivi, non godi, non speri, addirittura non riesci più a leggere qualcosa che non sia la tua stessa cosa. Anche l’etichetta del pollo, o del pane, o di quello che tu hai sollevato per aiutarla nella spesa, ti reca un terribilissimo senso di incomprensione. Sei pieno. Marcio di tutti quegli orribili principii che la vita e i suoi fedeli impostori ti hanno fatto credere indispensabili, ma che in realtà servono solo a complicare il resto. Sono le piccole crisi che rovinano perché di quelle grandi il mondo neanche se ne accorge.”

Decisamente è un libro affascinante ed intrigante, anche se, in qualche modo, il finale lo conosciamo subito.Il linguaggio usato è crudo, pesante, forte; poca è la punteggiatura a significare la continuità, a volte non evidente, dei concetti espressi.

Ma questo romanzo testimonia quanto significativa sia la fine di ognuno di noi solo se la rapportiamo a ciò che è stato il nostro percorso di vita. E la liberazione del protagonista è totale e appagante perché ciò che doveva essere detto è stato detto.

Sicuramente è un libro da leggere anche se non rispecchia il classico romanzo con inizio, parte centrale e fine, che non ha dei personaggi che ci fanno sognare od innamorare. Ma è un romanzo vero, in cui bisogna immergersi profondamente e che, in fondo, parla proprio di noi.

Serena Chiarion

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Vladimir Di Prima è nato a Catania nel 1977. Laureato in legge, attualmente si sta specializzando in criminologia. Ha realizzato il cortometraggio Shalev hu haiam con la partecipazione di Lucio Dalla, Lando Buzzanca e Giancarlo Majorino. Ha pubblicato La teoria della donna fumante (Greco, 1999); Gli Ansiatici (2002), Catania 48ore (2003), Sessso Senso (2004), per le edizioni Prova d’Autore.

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Un estratto del romanzo “Facciamo silenzio”

(…) Quell’ultima sera avete parlato d’infanzia. È una cosa che più o meno hanno avuto tutti. Lei ti ha chiesto della tua, e tu gliel’hai sbattuta in faccia come quelle torte che volano nei film. Hai detto di aver frequentato asilo e scuole medie a Torino. Che a quel tempo lo chiamavano ricongiungimento alla madre. Lei ha detto, allora ti chiamavano terroncino? Tu hai detto che sì, che può essere che fosse per tua madre. Per tua madre cosa? lei ha detto.

Che tu avessi fatto le scuole medie a Torino, hai detto. Ancora una volta non vi siete capiti. Lei voleva sapere se ti chiamavano terroncino e tu perché avessi fatto le scuole al nord. Dopo un po’ hai risposto che sei stato il miglior terrone della sezione D alla scuola media Arnaldo Fusinato, poeta della patria e di ’sta minchia.

Sin da piccolo tu ripetevi un sogno. Ti sdraiavi sul prato oramai smunto, volgevi una mano sugli occhi, la mano che diventava lenzuolo e cominciavi a lievitare. Pian piano un paio di ali ti si allargava sulla schiena. Non scherzo, ci riuscivi davvero in quel volo d’incanto a lato di farfalle, api e altri insetti da giardino.

Poi però, all’improvviso, arrivava il calabrone nero come uno scoglio che precipita dall’alto rompendo la resistenza del cielo; le ali spiumavano rinsecchite da una vampa atroce e di colpo ti ritrovavi sopra il vagone di un treno, in braccio alla tua mummy che salutava con la mano Fidel, i nonni e quelli che c’erano da salutare, pure il solito capostazione, che come tanti si inteneriva e come tutti, alla prima curva, scompariva. Non era un addio, certo, solo un lungo, interminabile arrivederci.

La tua mummy irretiva gli occhi di rosso confondendoli nel bavero del cappotto abbottonato un quintale di volte. Il fischio del treno serrava il finestrino e il controllore cominciava a vidimare i biglietti muovendosi con lo stesso vento di un carabiniere.

Fidel mischiando tenerezza al suo vocione da generale diceva, non ti preoccupare bambino mio, tu sei grande no? due o tre mesi passano in fretta e poi lo sai che ti vengo a trovare.

Cosa vuoi che importasse, tu a malapena distinguevi il giorno dalla notte, il pranzo dalla cena, e non capivi mai quanto fosse inesauribile quell’intervallo per un bambino.

Guardali oggi i tuoi occhi, nel profondo stagliano ancora la sagoma zuccherata del vecchio traghetto. Dentro, infeltrito dai lavaggi del tempo, c’è un pezzo di te a salutare l’isola. La tua terra galleggiante. A sradicare le radici che in qualche punto restano sempre attaccate.

Il viaggio per l’umida terra dei lombrichi era lungo e appiccicoso.

Così chiamavi il Piemonte, l’umida terra dei lombrichi. Il cielo di quelle parti si allargava basso e sgoccioloso, pareva il coperchio di una pentola quando vi si rimane intrappolati all’interno.

Non c’era la tua montagna spannata di neve e fumo, e non c’era il mare a darti la sensazione di un orizzonte avvicinabile. Ma questo, a parte tutto lo smantellarsi di elementi familiari non aveva alcuna importanza. Lì c’era un lavoro, assemblaggio componenti plastiche, e la tua mummy doveva lavorare. Un giorno le avresti pure detto grazie per una fiammante macchina color grey mamalook.

Per migliore memoria ti ricordo che abitavate in uno scantinato senza finestre e che ogni settimana avevi le tonsille a pois e la febbre che faceva fionda lungo la colonnina del termometro.

Non ti puoi lamentare, sei stato un bambino fortunato, avevi molti giocattoli e un orso di peluche. Era bravo l’orso, ti proteggeva dagli orchi neri della notte, diventando esso stesso, a volte, l’orco che ti rubava il sonno.

Il viale di selciato che portava all’asilo Manzoni era pieno di bimbi pallidi, allineati, con nugoli di lentiggini disordinatamente disseminati sul naso e la scriminatura che sembrava venuta fuori da mezzo giro di compasso. Non era questo che ti colpiva o ti raccapricciava più di qualche lombrico agonizzante dopo aver perso l’intestino sotto la spinta sgarbata di qualche tacco; quei bambini erano stretti ai polsi da un padre e da una madre, da un maschio e da una femmina. Li ricordi sorridenti, ancora un po’ intorpiditi dal sonno e mezzi scemi per il troppo freddo.

Tu credo non facessi lo stesso. Tu, dentro quel freddo vivificante, ti ripiegavi a mezz’asta come una bandierina di carta. Una delle tue microbiche mani rimaneva orfana e, per evitare che morisse gelata, la tuffavi dentro la tasca di un giubbino verde oliva, carezzando meccanicamente con le dita il cappello di un puffo a cui per solidarietà avevi tagliato una mano.

Ogni tre giorni la tua mummy ti portava in una piovosa cabina di periferia. Dalla borsa tirava fuori un sacchetto di gettoni. Te li ricordi i gettoni, vero? Quei dischi a doppio solco, aspri e puzzolenti che se li mettevi in bocca sputavi per cinquant’anni. Di solito la tua mummy ne scaricava quindici, sedici; dal rumore parevano affondare in un pozzo profondo, l’eco era qualcosa di impressionante; poi componeva il numero, emetteva strani versi gutturali come da primate dell’era quaternaria e con un fazzoletto di carta ti poggiava la cornetta all’orecchio, un modo come un altro per proteggerti dai ruttastri degli ubriaconi che poco prima avevano sorseggiato alle loro puttane. Dall’altra parte del mondo Fidel rompeva l’indugio della linea attraverso un incoraggiante salto di voce lungo mille e cinquecento chilometri. Il resto erano quattro zoppicanti minuti frammezzati da silenzi spaziali.

Le maestre dell’asilo Manzoni, quelle irsute zitelle stagnate di naftalina, ti strappavano di mano i pennarelli nuovi e li davano agli altri bambini senza spiegarti il perché. Né che potessi capirlo, tu, un perché così grande.

Poi Fidel per le scuole elementari ti riporta nell’isola galleggiante mentre la tua mummy rimane a Torino a moltiplicare ore di straordinario per pagare l’affitto e mettere qualcosa da parte quando un giorno si deciderà la tua università. Alla deriva è il tempo della tua gestazione feticista, che senza doglie di femmina e con voglie da bambino partorisci a otto anni quando le gemelle chewing-gum sbatacchiano fumi pomeridiani in luogo di congetture post liceali. Una mattina come tante, mentre la maestra ti ha in braccio per farti attaccare un cartellone titolo festa dell’albero, le rompi nel polpaccio la spilla difettosa che regge il risvolto dei pinocchietti. Lei non si accorge di niente, fa caso solo a un piccolo rivolo di sangue che le macchia le calze e che lei asciuga come tutte quelle ferite che se ne vanno dopo una notte di sonno. Tre anni dopo, la scheggia trascurata completa il suo viaggio attraverso i muscoli, si ferma al cuore, prima glielo indurisce e poi glielo frantuma. Oggi la maestra Ciclamini ha un bellissimo appartamento di marmo, con tanti fiori freschi e almeno trecento mesi di vita mai svelati. Passandoci, ci giurano un po’ tutti: sì, sei stato il suo migliore alunno di sempre.

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Il booktrailer del romanzo “Facciamo silenzio”

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mercoledì, 12 dicembre 2007

POTEVO ESSERE IO di Renata Ciaravino

A volte anche nel mondo dell’editoria accadono delle belle storie.

Ve ne racconto una. I protagonisti sono una piccola casa editrice di qualità e una giovane autrice di teatro.

È una storia che ho scoperto qui.

Ve la riassumo di seguito.

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ATTO PRIMO, scena prima

renataciaravino.jpgLei si chiama Renata Ciaravino, è nata a Milano ed è una giovane autrice teatrale. Scrive per la televisione e per la radio, e nel 2000 ha fondato la Compagnia Teatrale Dionisi.

Ecco cosa accade a Renata (ce lo spiega lei stessa):

“Tutto comincia così. Faccio un’intervista per ‘Diario’, con la editor Manuela La Ferla, sul mio lavoro di drammaturga. Un’intervista al telefono, che diventa lunga, lunghissima. Parliamo del mio lavoro, ma anche di altro. Delle donne che scrivono, che non ce ne dovrebbero essere, perché dovremmo essere solo persone quando scriviamo (di fatto era un articolo sulle drammaturghe donne italiane!). Esce l’articolo. Manuela, che di mestiere fa l’editor oltre a collaborare per alcune testate giornalistiche, passa da Milano e mi chiede di incontrarci. Vuole parlare della mia scrittura! È difficile che qualcuno voglia parlare della tua scrittura. A quanti interessa perché scrivi, come lo fai, quando, se ti fa male farlo, o bene magari, come è nato questo amore… Eppure lei voleva sapere questo. La scrittura, la mia, era la centro del suo interesse. Mi chiede se ho mai pensato di scrivere narrativa. E io, da buona teatrante ‘No! Assolutamente no! Non potrei rinunciare alla condivisione della scrittura che c’è nel teatro!’. La penso così per altri tre anni”.

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ATTO PRIMO, scena seconda

“Manuela ogni tanto mi scrive. Mi chiede se ci ho ripensato. Me lo chiede con leggerezza, ma me lo chiede sempre. Per tutti questi anni. E io ho sempre risposto di no. Ma poi… Presente Amor, che a nullo amato amar perdona? Presente quando Amore non esonera alcuno che sia amato dal riamare? Sentire questo interesse che perdurava negli anni un bel giorno mi ha fatto chiedere se da qualche parte c’era questo desiderio dentro di me… E ho cominciato a scrivere. Nel vuoto. Ho scritto venti pagine e gliele ho mandate. Le piacevano. E piacevano anche all’editore, Antonella Fabbrini. E da lì sono seguiti mesi di scrittura con Manuela che mi incoraggiava. Mi fidavo di lei. Ho scritto, come alla cieca. Due persone che conoscevo poco si fidavano di me. Della mia scrittura. E io ho scritto. E ancora una volta ho avuto la conferma che certe volte le storie sono già pronte, dentro di noi. Deve solo arrivare qualcosa o qualcuno che tira via tutta la fuffa intorno. Deve solo arrivare il giorno in cui sei abbastanza pronto a fare un salto nel vuoto. E l’ho finito. E non volevo però lasciarlo mai. A teatro un testo non si chiude mai. Di replica in replica lo aggiusti. È un figlio che solo tardamente riesci a lasciare andare per la sua strada. Qui, il libro, dovevo lasciarlo, nelle mani di altri. Che lo hanno editato e rifinito. E io a quel punto non c’ero più. C’erano e ci sono altre persone che si occupano di lui. Una piccola casa editrice. Quello che deve essere grande sono le persone. La loro capacità di trasmettere desiderio. La loro capacità di essere persone di cultura. Sentire che desiderano e curano il tuo libro. Che ci credono. Quello che ho sentito io. In una piccola casa editrice che ha dialogato con me sempre e soprattutto mi ha dato fiducia scommettendo per intuizione. Qualcuno che si interessa della tua scrittura! Di cosa e come. E in virtù di questo amore hanno accettato i miei ritardi, l’incertezza di quando arrivi a un punto che ti sembra che non potrai finire mai. Si chiama rispetto della scrittura. E ci vuole coraggio. A me sembra che le cose siano veramente piccole (come le case editrici) quando piccolo è lo slancio culturale e amoroso di chi le porta avanti. Per il resto è un crescere insieme. Piccola casa editrice e piccolo autore”.

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ATTO PRIMO, scena terza

“Il punto”, prosegue Renata, “è l’onestà culturale e la reale passione della piccola casa editrice per le parole; e la capacità di un giovane autore di spendersi completamente nella scrittura, senza lesinare. Senza tirchierie dell’anima. Le due cose insieme, ben orchestrate, possono in linea di principio portare a buoni risultati pieni di vasti slanci e aria fresca”.

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ATTO SECONDO

Ho chiesto a Renata di inviarmi un video chiedendole di leggere un brano del suo libro.

Vi invito a guardarlo cliccando qui sotto (tasto play). È davvero forte.

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ATTO TERZO

Gli altri protagonisti della storia sono: la casa editrice Cadmo, nata nel 1975 a Roma, poi trasferita a Firenze in seguito all’acquisizione da parte del gruppo Casalini Libri; l’editore Antonella Fabbrini e la direttrice della collana Pop up, Manuela La Ferla.

Poi c’è lui. Il libro. Il romanzo di Renata Ciaravino. Si intitola Potevo essere io“.

Ed è di lui che voglio parlarvi.

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ATTO QUARTO

Con una scrittura fresca, immediata, graffiante, Renata Ciaravino ci racconta una storia di incroci e aneddoti. Storie di adolescenti, storie di amori, storie di sogni e di fallimenti. Storie dipinte con umorismo incisivo, talvolta tragico, e caratterizzate da dialoghi ritmici e veloci. Una storia di storie che ha per palcoscenico cortili polverosi: “Agli inizi degli anni Ottanta eravamo parecchi nei nostri cortili pieni di polvere di Niguarda a essere alti un metro e dieci, e ci squadernavamo la testa a imparare la vita.

Tra i parecchi c’eravamo io e Giancarlo Santelli. Io femmina, lui maschio. Per statuto avevamo pochi contatti tra di noi. Io sapevo che esisteva. Non so viceversa.”

L’esplosione di sessualità confuse raccontata in maniera ironica, la miseria che passa per le scarpe da tennis che una madre taglia per farci entrare il piede della figlia che cresce, destini che si sfiorano, vite che prendono alcuni percorsi anziché altri.

E di fronte a un percorso più disgraziato di un altro, e a una fine che forse si sarebbe potuta evitare, a volte qualcuno si ferma e pensa: ecco, potevo essere io.

Perché la vita, a volte, è uno squalo su uno sfondo azzurro.

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Vi invito a discutere di questo libro e a riflettere sul titolo.

Potevo essere io.

Vi è capitato mai – di fronte a una situazione che ha coinvolto qualcun altro – di dire a voi stessi: potevo essere io?

E poi vi invito a dibattere sulle domande poste sulla bandella del libro.

Quando si nasce in certi posti, in certe strade, qual è la molla che può salvare una vita in bilico e cos’è che la fa precipitare? Chi si salva, davvero si salva? O è destinato per sempre a portare con sé quelle facce, quelle urla, quelle strade?

Massimo Maugeri

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Ed ora un brano estratto dal libro:

TELEFONARE

Cosa fai quando ti senti perduto? Quando sei almeno dieci cm. fuori di te? Quando ti tocchi e non sai da che parte cominciare per riprenderti e rimetterti insieme? Cosa fai? Telefoni. Ma non solo telefoni: telefoni alla persona sbagliata. Quella che è proprio l’ultima persona che dovresti chiamare. Quella che è capace con solo un ciao di farti ricordare che hai avuto un’infanzia di merda se mai te lo fossi dimenticato. Che con un solo ciao ti ricorda in un istante che il tempo passa e ti devi sbrigare se non vuoi invecchiare da sola. Prendi il cellulare, che minimo hai solo una tacca. Io quella notte avevo tre tacche ma non avevo credito. Tutto chiuso. Presente quando non puoi aspettare neanche cinque secondi che ti manca il fiato se non metti il tuo ditino su quella benedetta tastiera?

Cabina. Faccio il numero. Non c’è problema. Faccio solo due chiacchiere. Non c’è problema. Si chiama compulsione. Faccio il numero. Non risponde subito. Ma non c’è problema… Avrò rifatto il numero dieci volte!

Presente quando rifai il numero perché ti dici: non avrà sentito, poi sarà in bagno, ha visto che non appariva il numero perché ho chiamato da una cabina, non sapeva che ero io, e non ha risposto, ho fatto troppi pochi squilli, magari era sotto una galleria e ho chiamato proprio a metà galleria, ma adesso sarà fuori dalla galleria, sono passati già cinque secondi, eh!

Alla decima volta mi sono arresa. E per fortuna. Perché poi avrei detto… Sono io, niente, come va? Tutto a posto? Io? Bene, bene, sono in piscina con un’amica, sto facendo cento vasche. Sento che mi fa bene…

Ma la verità è che ti ho telefonato perché sono tossica della tua voce, perché sentivo un bisogno irrefrenabile di chiamarti A-M-O-R-E, di dirti che sto cercando di essere migliore di essere come mi vuoi tu, rispondimi stronzo!

Vorrei sapere cosa ne pensi, non so magari ci beviamo qualcosa insieme, ne parliamo…

Va bè, lascia perdere… Magari ci sentiamo più avanti…

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domenica, 9 dicembre 2007

MI DISPIACE, NON SONO UN PERSONAGGIO di Antonella Cilento

Quello che vi propongo di seguito è un intervento caustico e sentito che Antonella Cilento (nella foto sotto) mi ha inviato per la sua rubrica “L’ombra e la penna“.

Già il titolo, “Mi dispiace, non sono un personaggio”, anticipa in maniera chiara il contenuto del testo.

Ringrazio Antonella perché mi pare che ci abbia fornito un’ottima occasione per dibattere di un argomento attuale e coinvolgente; soprattutto per coloro che, per un  motivo o per l’altro, sono vicini all’ambiente letterario/editoriale. Vi chiedo di discuterne assieme con passione, ma senza tradire i toni e lo stile che caratterizzano questo blog.

Vi ringrazio.

(Massimo Maugeri)

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Ormai per essere pubblicati bisogna passare un casting. Sei interessante? Sai parlare in pubblico? Sei un attore/attrice? Sei strano/a? Trasgredisci, porti le giarrettiere, sei sexy? Hai la faccia giusta, incuriosisci, puoi andare in tv, hai i denti a posto? Manca poco al Grande Fratello degli scrittori, in questo spaventoso vuoto pneumatico della progettualità editoriale. Da tempo non si leggono i libri ma si guardano le facce degli scrittori, li si chiama, nelle riunioni editoriali o nelle cene fra addetti, per cognome: ce l’ho, ce l’ho, mi manca. Siamo figurine dei calciatori. E poiché non tutti vendiamo le cifre che agli editori fanno comodo, siamo spesso calciatori di serie B. Quello non lo voglio perché c’ha troppa storia (cioè ha segnato poco, un’intera stagione in panchina), quella la tengo come fiore all’occhiello anche se mi va sempre in fuori gioco. Ovviamente nell’editoria (italiana) non ci sono in gioco le cifre del calcio, ma hai voglia a star lì a scrivere davvero, a lavorare tutti i giorni, a non fare la velina della letteratura: hai perso. C’è una schiera di bellocci, furbastri e manovratori che ti passa avanti.

Li avrei voluti vedere i nostri tecnici dell’editoria risolvere il problema fino a qualche decennio fa, o magari cento anni fa: dove lo mandavano Giovanni Verga? Dalla De Filippi? E anche Pavese dalla Dandini non avrebbe funzionato granché. Ma oggi, in fondo, che importa? Viviamo in un paese in cui per la stragrande maggioranza delle persone la letteratura italiana del Novecento manco esiste, figuriamoci quella di altre epoche. Siamo precisi: non esiste per quasi nessuno la letteratura in generale. E non come negli anni Sessanta quando il romanzo impegnato lo leggeva una fascia elitaria ma una fascia più ampia leggeva il romanzo popolare e poi la maggioranza doveva essere ancora alfabetizzata. No, adesso il romanzo impegnato è scomparso, scrivere bene è un disvalore, il romanzo popolare lo fa la televisione e il grande romanzo, se siamo fortunati, ce lo riduce il cinema. Serve una fiction per tornare a leggere Tolstoj, magari il film di Faenza per ributtare un’occhiata al dimenticato De Roberto e nei prossimi mesi, chissà (mica è detto) il film di Martone per riparlare di Noi credevamo di Anna Banti.

E non è detto perché questo romanzo non si trova: per comperarlo mi ha aiutato la bravissima Francesca Branca, che cura un documentatissimo e appassionato blog dedicato a questa grande scrittrice morta da nemmeno vent’anni e caduta nel peggiore degli oblii (www.annabanti.splinder.com), dove per altro (vera novità!) presta sulla fiducia le sue copie personali dell’autrice, altrimenti acquistabili con difficoltà in librerie antiquarie, in prime edizioni costosissime. Un giorno Francesca mi scrive, mi cerca e poi ci incontriamo e fra le tante cose che ci raccontiamo c’è anche la storia di questo libro, uscito nel 1964, che Mario Martone ha scelto per girare un film di ambito risorgimentale (i diktat della nostra cultura ufficiale ci sollecitano: prego, signori, Dante e il Risorgimento. Niente di male in questo se non diventassero scelte obbligate, specie Dante…). Ma il libro si trova a fatica su E-bay, gli editori non ci provano nemmeno a ristamparlo. Certo, la Banti, che qualcuno ricorderà per il suo romanzo più celebre, Artemisia, dedicato alla vita della pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi, ma che ha scritto decine di libri e racconti spettacolari (Lavinia fuggita, magnifico, I porci, Tela e cenere e moltissimi altri, la raccolta più completa s’intitola Campi Elisi), non doveva essere un personaggio facilissimo (vedi l’autobiografia romanzata Un grido lacerante, uscita pochi anni prima della morte). Ah, proprio non ce l’avrebbe fatta la nostra editoria a portarla in tv. Una signora delle lettere, una vera maestra. Dirigeva una rivista fondamentale nella nostra storia letteraria, Paragone, con piglio feroce, bacchettando tutti, aspettandosi il meglio da tutti (vedi la raccolta di lettere di Alberto Arbasino pubblicata di recente da Archinto). Ah, come mi piacerebbe oggi dover litigare con una Banti, con un Vittorini, beccarmi una lettera di rifiuto da Calvino! Ci sarebbe gusto, almeno. Non dovrei passare il tempo a spiegare a qualche giovanissimo correttore di bozze a contratto cocoprò le regole della lingua italiana (perché ci sono regole?) e aiutarlo a distinguere l’errore dall’invenzione. Povera creatura, fra due mesi sarà di nuovo in strada, ne sa meno di chiunque altro, che deve fare? Ma niente, questo destino ci è negato, dobbiamo rassegnarci a litigare con l’aria, spesso a scusarci con gli editori per aver scritto cose appena più complesse del libro di barzellette. Torniamo perciò a Noi credevamo e spendiamoci due parole: il romanzo racconta l’epopea del repubblicano Domenico Lopresti, avo calabrese della Banti. Domenico, ormai vecchio e trapiantato contro voglia nella Torino che ha fatto a suo dispetto l’Italia, circondato dall’affetto dei figli cui non lascerà niente salvo le sue memorie, critico verso di sé e il mondo, si decide, suo malgrado, a scrivere le sue memorie. Le lunghe prigionie toccategli per la spiata dell’ipocrita Cassieri lo vedono, dopo una giovinezza da filadelfo entusiasta e speranzoso, recluso a Montefusco, a Procida e a Montesarchio insieme a Carlo Poerio. E’ il 1883 mentre scrive e gli anni da cospiratore trascorsi facendo il corriere e visitando a Lugano Cattaneo gli sembrano davvero distanti. Anche la spettacolare fuga da Livorno, anche il nuovo tentativo garibaldino in Aspromonte gli appaiono velati dall’occhio dell’età. Il paese, che pure ha contribuito a formare, non lo riconosce, lo ha condannato, le relega a una vita da diseredato nella città dei tanto detestati Savoia. La storia di una delusione, quindi, di un fallimento che fonda la contemporaneità. La vicenda di Domenico è dentro la linea del grande romanzo italiano che va dal Diavolo a Pontelungo di Bacchelli a Noi credevamo a Il resto di niente di Striano. Una linea che si interseca con L’isola di Arturo (Noi credevamo è del ’64, il romanzo della Morante di poco precedente) non solo per la vicinanza degli scorci procidani, ma per la potenza dell’io narrante che poco ha da invidiare all’Adriano della Yourcenar. La vicinanza con Striano, edito molti anni dopo, poi è straordinaria: i ritratti dei camorristi e dei contadini incontrati in carcere che Domenico compie, lui nei panni del galantuomo povero in canna ma animato dal fuoco della libertà, ricordano in forma speculare il celebre dialogo fra i rivoluzionari e i capipopolo della Napoli di Maria Carolina. Scrive Domenico: “Non mi piacciono le favole e diffido dei romanzieri. Per chi scrivono costoro? Come possono giocare la loro vita componendo storie inventate? Le donne le leggono avidamente (…) Va bene, anche le donne sono un pubblico. E tuttavia scrivere per un pubblico cosiffatto non mi piacerebbe. Sono intelligenti, le donne? (…) Fino a un certo segno penso che la loro condizione coincida con quella del romanziere, il quale più che viverla, costruisce la vita.” Molta amarezza, in trasparenza. Un destino letterario già vinto che passa da queste pagine.

Vedremo se il film di Martone aiuterà a far ripartire il dibattito e magari a riportare sui banchi dei librai questo romanzo come in questi giorni capita ai Viceré, ristampati in edizioni supereconomiche.

Chissà se qualcuno ha davvero voglia di discutere il lato non eroico, non illuso del nostro Risorgimento. E chissà se si potrà parlare di un libro senza un’autrice che vada a chiacchierare in fascia pomeridiana su Rai 2 del destino dei figli, degli spinelli e dei casi di cronaca.

Antonella Cilento

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giovedì, 6 dicembre 2007

ALLO SPECCHIO di Silvia Leonardi (recensione di Enrico Gregori)

Vi è mai capitato di leggere una recensione, magari su un giornale e pensare “chissà se questo critico è amico dello scrittore” ?

Bene. Questo problema, qui a Letteratitudine, non si pone. Quella che segue è la recensione del libro di Silvia Leonardi (Allo specchio, edizioni Il Filo, euro 13) scritta da Enrico Gregori. I due, che si sono conosciuti su questo famigerato blog, scoprendo di lavorare in luoghi molto vicini, si incontrano abitualmente nella pausa caffè e sorseggiano con gusto alla salute di letteratitudiniani & friends.

E allora? È credibile la recensione di Enrico Gregori, visto che è amico di Silvia?

È una recensione allo specchio, come la Venere del dipinto (dunque autocelebrativa)?

Secondo voi?

Peraltro, aggiungo, è la prima volta che mi capita di trovare una parolaccia all’interno del testo della recensione di un libro.

Recensione o antirecensione?

Scherzi a parte. Più in basso avrete modo di leggere due stralci del testo della Leonardi.

Silvia scrive: “Qual è la vita perfetta? (…) Io sono sempre alla costante ricerca di quella sottile striscia di confine che delimita l’accontentarsi dal desiderare”.

È su questa frase che vi inviterei a dibattere.

Fino a che punto noi tutti siamo sempre alla costante ricerca di quella sottile striscia di confine che delimita l’accontentarsi dal desiderare?

(Massimo Maugeri)

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Silvia Leonardi allo specchio. Lei, o ciò che lei sentiva di essere quando scrisse, appunto, “Allo specchio”.
Non un romanzo autoreferenziale, come il titolo potrebbe suggerire. Perché in quello specchio si riflettono ricordi, persone, emozioni, paure e voglie. Sogni realizzati o tramontati nell’Occidente delle illusioni.

Sono righe ingenue quelle di Silvia, il ché non vuol dire superficiali. Tutt’altro. E’ l’ingenuità della pulizia e dell’onestà di chi non tradisce se stessa pur di essere “alla moda”.

I sentimenti di “Allo specchio” sono genuini come le pietanze di quel compleanno al mare. Là, dove tra sguardi “crudeli”, si consumò il rito dell’amore rubato. Con la piena consapevolezza che mai un furto fu così anelato.

Un romanzo con tanti punti di riferimento. Ma tutti sempre aggirati e scavalcati dalla fantasia che corre. E quando la fantasia galoppa non ci sono redini atte a trattenerla.

Un padre ammazzato, una signora misteriosa. E quell’autobus che non passa. Cazzo, ma quando passa? O meglio, non passare maledetto bus, perché “Allo specchio” deve scivolare via tra felicità e flagelli.

Minimalismo che assurge a vita. Quell’esistenza “normale” da tanti aborrita. Ma che per Silvia è fedeltà, soprattutto a se stessa. La forza di amare fino a scomparire nella coltre di quell’amore. Soffocarsi nel desiderio di avere Claudio. Perché Claudio non è Michele. E perché comunque questo mondo è un susseguirsi di Claudio e Michele a darsi battaglia come gli Orazi e i Curiazi del nostro intimo sentire. La battaglia tra ciò che si deve e ciò che si vuole. Una lotta furibonda per far coincidere, Dio volesse, ciò che si vuole con ciò che si deve. Se poi questo connubio sia avvenuto, non possiamo dirlo noi. Ma solo Silvia, se vorrà.

Enrico Gregori

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“Non furono facili i primi anni lontani da casa, assalita com’ero da quella malinconia pungente e devastante, che mi tormentava la notte e mi assillava il giorno, lasciandomi appena il tempo di studiare e di essere un’allieva modello. Soffrivo di un dolore così intenso da offendere il dolore autentico del mondo, così irragionevole da non riuscire a comprenderlo. E non so perché, se per la lontananza dalle due uniche persone che avessero mai significato qualcosa per me, o per una solitudine più profonda, un’inquietudine e un’urgenza di vivere, che non sapevo come soddisfare. Desideravo solo essere felice. Un’aspirazione banale, che riassume in sé i desideri di un’intera umanità, ma che per me era vita. Cercavo, in quelle poche amicizie autentiche che ero riuscita a coltivare, il mio pezzetto di gioia latente, e vi trovavo solo la mia croce, la stessa di quel Dio che non sapevo pregare. Più cercavo, più comprendevo, alla fine di ogni giorno, che era ancora lungo il mio cercare, e che forse non sarebbe mai stato abbastanza.”

(…)
“Ogni tanto mi guardo dentro e mi chiedo ancora, come ho fatto tante volte, se sono felice. La risposta è sempre la stessa. Qual è la vita perfetta? Cara Maria… ogni vita anche apparentemente felice nasconde nelle pieghe più nascoste le sue insoddisfazioni e le sue insidie. Io sono sempre alla costante ricerca di quella sottile striscia di confine che delimita l’accontentarsi dal desiderare, ma giuro che ad oggi non l’ho trovata, e ancora adesso sono incapace di capire quale sia il modo giusto per vivere, per cui credo solo che quel mio essere felice “nella maniera che può bastare”, sia già vera felicità.”

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AGGIORNAMENTO del 12 dicembre 2007

Auguri a Enrico Gregori da parte di tutti i letteratitudiniani!

Anche lo spumante, via…

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lunedì, 3 dicembre 2007

BAMBINE, TRA LETTERATURA E VITA

Molto ambizioso questo post.

Proviamo ad affrontare un tema complesso e delicato coinvolgendo alcuni libri e le rispettive autrici.

Il tema è il seguente: bambine, tra letteratura e vita. Un tema di forte attualità, ma – in fondo – antico. Attorno a esso girano problematiche varie e irrisolte.

Ospiti di questo post sono: Dacia Maraini, Loredana Lipperini, Catena Fiorello, Beatrice Masini, Elisabetta Lodoli, Elena Ferrante.

Un post al femminile, dunque. Un post di donne scrittrici, che hanno trattato – con i loro libri – tematiche riguardanti le bambine. Mi piacerebbe parlarne con voi nell’ambito di un grande dibattito, insieme – ripeto – alle autrici citate.

A ognuno dei libri presentati ho affiancato una sorta di sottotema per favorire le possibilità di discussione e confronto.

(Massimo Maugeri)

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BuioDacia Maraini, autrice notissima, nel 1999 ha vinto il Premio Strega per l’ottima raccolta di racconti intitolata “Buio” (Rizzoli). Dodici storie che raccontano della violenza sull’infanzia e sull’adolescenza. Sono pagine che raccontano fatti realmente accaduti, storie di “ordinaria follia” in cui le vittime sono i più deboli: donne e bambini.

Castaldi, su L’Indice dei libri del mese, n. 7, del 1999 ne ha scritto così: “Buio, come dice il titolo, è una raccolta di racconti che testimoniano dell’oscurità del mondo contemporaneo che sembra consegnarsi alla catastrofe, attraverso le guerre, la pedofilia, la prostituzione infantile, l’uccisione di donne inermi, la violenza carnale operata sui figli dai genitori stessi. Le vittime sono quasi sempre donne, bambini, immigrati: i più deboli nella società del benessere. Molti episodi sembrano o sono tratti da articoli giornalistici. Ma forse proprio questo distacco permette all’autrice di fabbricare con l’arma letteraria un tessuto di azioni e reazioni dei suoi personaggi in cui sempre spicca la dinamica aguzzino-vittima che, come nei campi di concentramento, dove l’autrice è stata internata da bambina, crea una connivenza di surreale complicità, perchè, in mancanza di tutto, cioè in presenza del niente, anche un aguzzino può essere qualcosa, un riconoscimento di quella identità che proprio da lui è stata annullata, come succede nell’ultimo racconto in cui la bambina Agatina viene avviata alla prostituzione dalla nonna vistosa e ancora piacente. Alla storia di Agatina si affiancano altre terribili storie, quella del bambino Grammofono ucciso da un pedofilo, quella della bambina albanese Vollca, inebetita dall’alcol e dagli stupefacenti perchè si prostituisca. (…) Da “Voci” (Rizzoli, 1994), il precedente romanzo della Maraini, torna la figura della commissaria Adele Sòfia. (…) La commissaria, attraverso le sue indagini, cercherà di tessere il filo degli eventi per ricomporre la violenza in un tessuto riconoscibile. Ma il tessuto si slabbra, il narrato si spezzetta in racconti (…)”.

Propongo il libro della Maraini per il tema: bambine e violenza.

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Loredana Lipperini ha appena pubblicato il saggio “Ancora dalla parte delle bambine” (Feltrinelli), riprendendo il soggetto di un libro pubblicato negli anni Settanta da Elena Gianini Belotti. Da allora le cose non sono cambiate granché, secondo la Lipperini. Le bambine di oggi somigliano molto a quelle di ieri. Le eroine dei fumetti le invitano a essere belle. Le loro riviste propongono test sentimentali e consigli su come truccarsi. Nei loro libri scolastici, le mamme continuano ad accudire la casa per padri e fratelli. La pubblicità le dipinge come piccole cuoche. Le loro bambole sono sexy e rispecchiano (o inducono) i loro sogni. È vero. I libri, film e cartoni propongono più personaggi femminili di un tempo: ma confinandoli nell’antico stereotipo della fata e della strega. Sembra legittimo chiedersi cosa sia accaduto negli ultimi trent’anni, e come mai coloro che volevano tutto (il sapere, la maternità, l’uguaglianza, la gratificazione) si siano accontentate delle briciole apparentemente più appetitose. Così ne ha parlato Giovanna Zucconi su La Stampa: “Che cosa non può mancare nella tua borsetta? Le gomme da masticare. Un lucidalabbra. Un fermaglio per i capelli. Ma certo, sacrosanto, grazie per avercelo ricordato: il lucidalabbra è indispensabile, dona un’aria glamour. Mentre per ciglia da cerbiatta, com’è universalmente noto, occorre il piegaciglia. Niente di strano. Così fan tutte, così san tutte, o quasi. Solo che questo prontuario di cosmesi e seduzione è dedicato a bambine di quattro anni. Così piccole che una borsetta potrebbero (dovrebbero?) non averla, per non dire del piegaciglia. È un libro per mini-lettrici, o forse ancora neppure lettrici, legato al cartone animato Trollz. A quattro anni le donne non leggono, però consultano Crea il tuo look e mettono il lucidalabbra. The devil is in the details, direbbero gli inglesi. Sono i particolari a svelare. Ma non è soltanto il diavolo ad appassionarsi ai dettagli. Osservando meticolosamente piccini e adulti, nel 1973 Elena Gianini Belotti, insegnante montessoriana, pubblicò Dalla parte delle bambine, per dire che la differenza fra maschi e femmine non è innata ma frutto dei condizionamenti sociali e culturali. Trentaquattro anni dopo, oggi, Loredana Lipperini, giornalista, setaccia puntigliosamente fumetti, riviste, moda, pubblicità, televisione, e pubblica Ancora dalla parte delle bambine. Studiando quello che con termine orribile il marketing chiama re-genderization: ossia il ritorno ai generi, alla differenza. (…) Le fatine Winx, fenomeno del momento, sfoggiano un’impeccabile french manicure e le labbra gonfie come celebrities di Mtv. Le bambole Bratz portano pantaloni a vita bassa. È come se giornaletti e cartoni animati bombardassero i bambini maschi di cinque anni con schiuma da barba, anabolizzanti, tagliasigari. (…)”

Trovate approfondimenti qui.

Propongo il libro della Lipperini per il tema: bambine tra mode e modelli “imposti”.

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PicciriddaCatena Fiorello è autrice del romanzo “Picciridda” (Baldini Castaldi Dalai) ambientato nei primi anni Sessanta in un paesino, Leto (Letojanni), posto lungo la costa della Sicilia orientale tra Messina e Catania.

I genitori della piccola Lucia si trovano costretti a emigrare in Germania e decidono di portare con loro solo il più piccolo dei due figli affidando “la grande” (Lucia), sebbene pur sempre picciridda, alla nonna paterna dal carattere burbero.

La bambina vive questa sua condizione sentendosela addosso come un marchio negativo. È consapevole, Lucia, che per lei – e per tutti coloro che non sono figli “della gallina bianca” – la necessità implica sacrificio e rinunce. Lo sa bene. Lo dicono tutti. Lo ripete la nonna. Ma qual è il prezzo che bisogna pagare? E fino a che punto il gioco può valere la candela?

Lucia non può che accettare la situazione e concentrarsi sul rapporto, non sempre facile, con la nonna, la quale deve tenere le redini di questa famiglia sui generis, spezzata dalla temporanea assenza della generazione di mezzo e ridotta a un rapporto a due. E allora giù con gli ammonimenti e con i rimbrotti, ché male non fanno.

Nella parte finale del libro, nell’epilogo, incontriamo la Lucia dei nostri giorni: una donna che, ormai realizzata, ha chiuso i conti con il passato (un passato che, come il lettore avrà modo di scoprire leggendo, è macchiato da un evento traumatico e inatteso). L’epilogo chiude le sottotrame aperte nel corso della narrazione. Rimane aperta, invece, la coscienza di doversi misurare con “un passato che pare riproporsi, oggi, in un’altra veste, ma con lo stesso triste spirito…”

E il ricordo dei genitori e dei sacrifici sopportati diventa occasione d’accusa per additare una vergognosa condizione di disagio che, mutati attori e palcoscenici, si ripropone con scenari simili.

Trovate qui curiosità e approfondimenti.

Propongo il libro della Fiorello per il tema: bambine tra emigrazione e disagi

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Che fata che seiBeatrice Masini ha pubblicato di recente il volume “Che fata che sei” (Einaudi ragazzi). Una raccolta di racconti di fate pensati per un pubblico di bambine. Ci sono fate della tradizione popolare, come la fata dei dentini, e di tradizioni più alte, come la banshee scozzese; fate vere, come quelle di Cottingsley che tre ragazzine riuscirono a fotografare nell’Inghilterra degli anni Venti, convincendo anche Arthur Conan Doyle dell’esistenza di piccoli esseri alati; fate leggendarie, come Melusina dal corpo di serpente che viveva immersa in una fontana, nel profondo del bosco; fate maleducate; fate che stentano a trovare la loro vocazione nel grigiore della vita quotidiana contemporanea… Un po’ per sfatare (già) il mito che debbano essere per forza creaturine zuccherose, tutte scintillii e paillettes; un po’ per ridare loro la dignità che meritano.

Sono fate dai poteri inaspettati, capaci di entrare nella vita quotidiana e di compiere magie non comuni: la fata babysitter, che si occupa con piena soddisfazione di due bambini, la fata fuori moda che indossa sempre una tutina, la fata cavalcatopi che al posto del solito unicorno preferisce spostarsi a bordo di un umile topo bianco. Fate che stanno “dalla parte delle bambine” di oggi e che devono affrontare le difficoltà e le sfide della vita quotidiana.

C’era una fata che aveva letto troppi libri di fiabe e si era fissata su un certo tipo di abbigliamento che le fate del nostro tempo non usano più. A lei piacevano i cappelli a cono, con la punta alta alta e un ciuffo di tulle fissato in cima, oppure quelli a tricorno che la facevano assomigliare a un bufalo col vestito della festa; e poi le gonne ampie e fruscianti lunghe fino ai piedi, le scarpe con la punta arricciata che si legavano alla caviglia coi nastri, e i mantelli, oh, andava pazza per i mantelli, soprattutto se erano orlati di pelliccia. Be’, lei si vestiva così, anche se ovviamente questo stile antiquato la impacciava molto nei movimenti…”

Propongo il libro della Masini per il tema: bambine tra fate di oggi e di ieri

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Elisabetta Lodoli, autrice del volume “Il mare non è il mio mare” (Fabbri), racconta la storia di Sewa: una ragazzina irrequieta che si troverà ad affrontare una serie di problemi tutt’altro che trascurabili. Sewa viene dallo Sri Lanka e giunge a Roma per ricongiungersi con i genitori, immigrati per ragioni di lavoro. Inserirsi in una grande città straniera non è facile per lei, che è già grande al suo arrivo. La ragazzina compie, così, un viaggio alla scoperta della metropoli romana. Certo, al suo arrivo tutto è estraneo, e sembra inevitabilmente ostile, a cominciare dall’amato litorale: “Questo mare qui non è bello come il mare al paese mio. Lì al paese mio non è mare, è oceano, trasparente a riva, poi azzurro, blu, sempre più blu come il cielo. La sabbia è bianca, granulosa, luccicante, zucchero che s’appiccica ai piedi.” Ma sono ormai solo ricordi quelli della propria terra, un passato intriso di dolce serenità ormai incompatibile con il presente che maltratta la sua anima come il suo paese, straziato dalle catastrofi naturali: “Quanto tempo è che non vede il suo mare? Due anni? Quasi tre. Non era in Sri Lanka quando il suo mare si è infuriato tanto da risucchiare via la costa, le case, le persone, gli animali… Il suo ricordo è fermo al mare pacifico dell’infanzia e da lì non vuole spostarsi, anche se ha visto le immagini, terribili, in televisione.”

E così la nostalgia e la sfiducia si incontrano e scontrano con la necessità di adattarsi al nuovo paesaggio naturale, sociale, e umano della Capitale, in un’emozionante percorso di ricerca dell’integrazione per trovare un proprio posto nel mondo tra mille difficoltà, accresciute dalle complicazioni naturali dell’adolescenza.

Propongo il libro della Lodoli per il tema: bambine straniere e integrazione

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Elena Ferrante, ha da poco pubblicato il volume “La spiaggia di notte” (Edizioni E/O).

Miriam Ravasio lo ha recensito per Letteratitudine.

Il tema di questa fiaba di Elena Ferrante è la paura, non timore e ansia per ciò che è noto o ignoto, quindi comune e riconosciuta, ma sentimento oscuro; paura, resa nella sua forma più astratta e per questo, ignota. Un frammento di scrittura, poche pagine, per un messaggio forte: come riconoscere il passaggio che segna la fine dell’età dei giochi e l’inizio del lungo e faticoso percorso dell’adolescenza? Chi ci aiuta, se sulla spiaggia veniamo abbandonati ai loschi traffici di un mondo crudele? Che apre la bocca, mangia la cacca, beve la piscia e la beve liscia. Canta così, il Bagnino Crudele del Tramonto.

Niente parole / Solo tagliole / Senti che pace / Se tutto tace

Chi ci aiuterà a sfuggire agli ami del Grande Rastrello? Ai suoi colpi di spazzola?

La bambola Celina, abbandonata sulla spiaggia dalla mamma-bambina Mati, affronterà la notte, il fuoco caldo che poi brucia, si abbandonerà alla speranza dell’Onda e alla fine sarà tratta in salvo. Il suo annullamento non avverrà! Né dentro, né fuori!

Svuota la gola / Resterai sola

Al termine della notte, in sé e attorno a sé, Celina trova la forza del lieto fine, e riabbraccerà la sua MA-MA SÌ- MAMMA.

Nelle case dei nonni, al buio giocano le cose; nella tristezza tutto si trasforma in anima. Invece qui al mare, è solo alla luce del sole che la sopravvissuta Celina ritrova le voci e i “nomi” simpatici. Al buio tutto brucia, non c’è poesia, nemmeno con lo Scarabeo.

E’ un testo a disposizione, un regalo per mamme e figlie, perché il Bagnino Crudele del Tramonto non muore, resta là, in compagnia del Grande Rastrello, ad aspettare altri bottini, altre pance e gole da svuotare per vendere i tesori al Mercato delle Bambole.

Ti pungo il cuore / Finché non muore.

Fedele a sé stessa, Elena Ferrante, scrive per le donne, non in contrapposizione all’altro genere, ma perché, grandi o piccole, bambole o bambine, la femmina è madre, generatrice, è terra che ospita la vita. Pragmatica, la scrittrice insiste: che si abbia figli o no, che si deciderà di averne oppure no, ogni donna è responsabile, nel suo rapporto di madre e figlia, verso il senso della vita. Ogni figlia è madre e viceversa; Celina e Mati imparano, guardando al futuro nella proiezione di un gioco. Bambina che cresce, è donna che “si sorveglia”. La spiaggia di notte è una fiaba, ha un lieto fine ed è per tutte le età. Il rischio corso dalla protagonista si legge come un’allegoria dello sbaglio, pedagogia della paura; lo smarrimento che segue un’azione, la paura per l’ignoto, la caduta causa ed effetto, la risalita e il riconoscimento.

Accanto al muro / S’è fatto scuro…

Se condivisa fra piccoli e grandi, come fra Mati, Celina e il maschile Minù, la paura aiuta. Perché il Tesoro da proteggere non è un Anello, un simbolo del male da gettare nel fuoco, ma un patrimonio di Parole, un progetto di crescita comune. Le illustrazioni di Mara Cerri scandiscono il racconto con precisione e forte partecipazione emotiva; colori scuri, polverosi, impalpabili come la sabbia più fine e insidiosa, avvolgono la bambola e il suo smarrimento. I primi piani del viso danno il ritmo alla storia e sono l’interpretazione più viva della turpe filastrocca, che, per l’inquietudine dei lettori, si snoda fra le pagine. Propongo il libro della Ferrante per il tema: bambine tra età dei giochi e adolescenza

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sabato, 1 dicembre 2007

EH… QUANDO C’ERA LUI! (di Sergio Sozi)

Vi è capitato mai di assistere a “scenette” divertenti o tragiche o grottesche o paradossali mentre eravate in fila in banca o alla posta? Sicuramente sì.

Bene! Vi invito a raccontare qui i vostri aneddoti “da coda”. Lo spunto ce lo offre l’incipit di questo inedito di Sergio Sozi (nella foto) che ho il piacere di proporvi.

Sozi è l’autore della raccolta “Il maniaco e altri racconti” (ne avevamo già parlato qui e qui).

Leggete il racconto e commentatelo. Poi raccontate i vostri aneddoti “da coda”.

Non ne avete? Inventateli!

A volte la fantasia è così ricca che diventa più vera della realtà.

Massimo Maugeri

P.S. Si precisa che il racconto che segue non è “integrale”, ma uno stralcio abbondante.

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A Franco Franchi e Ciccio Ingrassia (in memoriam)

Quando in banca si radunano i vecchietti che depositano le pensioni ritirate la mattina stessa alle Poste, si forma un assembramento paro paro a quello dantesco sulla riva dell’Acheronte, soltanto più loquace: tra malanni sempre incurabili, nipoti sempre degeneri, sciagure stradali e varianti di queste amenità, potremmo affermare l’assoluta salubrità della narrativa orale contemporanea. Peccato che spesso, in siffatte occasioni, manchino le qualificate orecchie di un qualche scrittore per trascrivere il tutto e così smentire platealmente quei critici letterari, inveterati pessimisti, affermanti il disfacimento del romanzo moderno.

Il giorno sedici dicembre del Duemilaotto, però, verso mezzogiorno, Euterpe Santonastasio non è che si divertisse troppo a seguire la borbottante fila del Credito Nazionale, nonostante l’acida vedova dietro a lui e relativa giovane accompagnatrice:

<<Mamma… hai preso le pillole verdi e gialle delle undici?>>

<<Quelle rosse e blu, intendi, vero? Sì le ho prese, anche se sono affari miei.>>

<<No, mamma: alle undici ti toccano quelle verdi e gialle. Le altre dopo pranzo. Va be’: per oggi invertiremo l’ordine, ma non ti ci abituare, che fa male.>> E la scruta con severità.

<<Invece mi fa bene portare a spasso i tuoi figli mentre stai in ufficio tutti i santi giorni, domenica compresa.>>

<<Ti sei offerta tu…>>

<<Che diavolo c’entra: un tempo mi offrivo spesso anche a tuo padre, la sera, ma questo mica voleva dire che poi fossi obbligata a restare incinta ogni nove mesi!>>

<<Paragone insostenibile, mamma.>>

<<Direi che qui d’insostenibile ci siano i tuoi tre divorzi con quattro figli a tuo carico. Oops! Scusa: a mio carico.>>

Santonastasio, i bimbi li considera un po’ oleograficamente quasi partoriti dalle cicogne o dai cavoli a primavera, dunque si guarda bene dal mettere il dito nella piaga delle due donne, sebbene immaginiamo quanto dentro di sé si divida fra il sorriso e la riprovazione. A complicare la faccenda ci pensa invece lo scheletrico matusalemme che lo precede nella coda, uno dall’evidente accento laziale:

<<Bella famigliola, non c’è che dire!>> Altisòna costui con uno sguardo neronero come neanche Ulisse mentre infilzava i Proci. Mezzo branco si volta e, tacendo ovviamente il bersaglio di tale commento, una nervosa tizia sugli ottanta chili alza la mano in stile declamatorio (Augusto in cotta d’arme alla plebe) e, alle spalle delle due incriminate, scandisce:

<<Ha parlato sant’Ignazio di Loyola. Ma torna a zappare, che ancora mando i soldi ogni mese ai tuoi figli, fallito!>>

<<Questi sono affari privàti.>> Replica lo sdentato laziale alzando minacciosamente il bastone.

<<Privàti un corno.>> La voce maschile proviene da qualche indefinibile punto della ressa, verso la porta d’ingresso della banca. <<Lo sanno tutti nel palazzo che avete otto creature date in adozione da Palermo a Milanomarittima! Vergogna!>>

<<A Milanomarittima>> dice tempestivamente un altro uomo <<io ci butterei te agganciato ad un siluro. Così magari vai a far compagnia agli albanesi che non s’aspettano altre sventure. Pensa piuttosto a pagare il condominio.>>

Una palla di carta vola fino a colpire la spalla destra di Santonastasio: <<Tié!>> enuncia in perfetto calabrese l’ugola della distante lanciatrice <<prenditi anche la mia pensione, Carlo Poropat! Basta che la pianti di scassare la macchina di mia figlia ogni volta che parcheggi.>>

<<Ma fammi il piacere, pazza da legare: io le macchine dei terroni manco le sfioro, che m’inquinano l’anima al solo vederle.>>

<<Bello tu, invece: spècchiati!>> Osserva chissà chi nella fila affianco, quella dove si nota una maggior presenza di clienti in età da matrimonio. La voce è triestina, giovanile e muliebre, e starebbe per continuare con qualche ulteriore particolare descrittivo non troppo edificante, ma viene interrotta da un vero e proprio ultimatum:

<<Egregi signori… Ecco: adesso che vi siete sfogati tutti, alzate le mani e chiudete le gentili fauci, per favore.>>

La accompagna un’indiscutibile bocca di fuoco détta pistola a tamburo, levata al soffitto come la torcia di un tedòforo.

Primo capitolo

<<E questo cosa cavolo c’entra, scusi?>> Ardisce comunque polemizzare un incosciente tizio da un altro angolo della vasta sala.

Un qualche brusio di ghignate serpeggia tra la folla, oramai in procinto di far mente locale sebbene ancor divertita da tal insperato carosello – tipica doppiezza italiana ironico-drammatica.

<<Il mio collega c’entra perché entrambi vorremmo rapinare questa banca. E se non ve ne state quieti un attimo, mi sa che butto la bomba.>> Precisa timidamente un’ennesima lingua maschile. Questa volta gli si fa il vuoto attorno, poiché costui agita una borsa nera ben poco promettente.

Quindi salta su una giunonica babbiona ingioiellata che recita trionfante: <<Bravi! Portategli via tutto, a ’sti ladri di banchieri!>>

Il rapinatore cólla pistola la abbassa involontariamente ad altezza d’uomo; ha l’aspetto d’un coleottero: secco inguastito e mezzo curvo, moro ardesia tinto; età apparente, oltre i sessant’anni. E tace. Il suo compagno, all’incirca coetaneo, posa la borsaccia letale davanti a sé e intanto commenta: <<Un po’ di contegno, per Dio…>> È meno esile di corporatura, anzi si direbbe ben in carne, ma flebile nel tono vocale.

Lo smilzo ha un baritonale sussulto di realismo e <<Strani questi signori>> commenta. <<Abbiamo detto mani in alto!>> Non arriva ad urlare per pochi decibel.

Finalmente si vede un’alberaglia di dita artritiche, incomplete, pingui, insomma multiformi ma comunque tese verso il soffitto. Il magro pistoluto si appressa allo sportello, dove una piacente cassiera ha appena smesso di scrivere qualcosa su di un foglio, e constata:

<<Stavolta attingo alle pensioni di tutti quanti e pure alle non-pensioni, purché in contanti. Sia così gentile da sistemare le banconote in questa busta sùbito, altrimenti il mio compagno farà esplodere la bomba che ha nella borsa, o io, diciamo, scusi la volgarità, manderò all’Oltretomba qualche osso da sepoltura fra i quippresenti.>> Poi, rivolto all’altro che gli sta vicino, sottovoce: <<Fai mettere tutti costoro a sedere, Aligio: non vedi che stanno scomodi?>>

<<Giusto.>> Osserva il cicciottello. <<Abbiate la compiacenza di accovacciarvi, signori.>>

<<Che? Non si capisce un’acca quaggiù!>> Replica la matrona ingioiellata di prima con accento un po’ meno gaudente ma sempre altero.

<<Uff… Mentre svaligiamo la banca, ci piacerebbe vedervi seduti, dice il collega!>> Ripete il ciccio oscillando la borsa senza volere. Ognuno si accuccia. Sporadiche chiacchierette quasi inavvertibili.

<<Aligio: io ho da fare qui allo sportello… ti prego: dì loro di piantarla con le grane, che abbiamo fretta. Magari… ecco: intrattienili con qualche facezia orrorifica e intanto fatti consegnare il… valsente che hanno in tasca, eccetera eccetera: ori, preziosi…>>

Aligio si volta e, vista la platea seduta: <<La sapete quella storia che avvenne, nella notte dei tempi, in un bosco qui vicino? In… Istria?!>> Quasi balbetta.

Silenzio glaciale. Poi uno suggerisce: <<La storia di Casimiro della Torre, dice?>>

<<Casimiro… hem… un attimo, scusi.>> Replica Aligio nell’avvicinarsi all’altro bandito, in piena riscossione, così chiedendogli ansiosamente: <<Che accipicchia ne so, io? Dimmi Favonio: c’è una tradizione locale su tal Casimiro?>>

<<Cosa vogliono?!>> sussurra acido il pistoluto in risposta <<Cappuccetto rosso andrà benissimo. E non chiamarmi per nome, ch’è sconveniente se nessuno ci ha presentati ufficialmente. Ti sei rimbecillito, Aligio? Vogliamo far la figura dei cafoni?>> Poi, rivolto a tutti, prosegue un po’ rude: <<Facciamola breve: zitti e mosca! La pazienza ha un limite. Io incasso e lorsignori godranno della fiaba di Cappuccetto rosso secondo quanto tramandato dai fratelli Grimm. O Andersen, o Calvino. Perrault magari.>>

<<Sì… Mamma oca!>> Provoca un impertinente in sala.

<<Si qualifichi!>> Riponde piccato Favonio il magro.

<<Voglio dire:>> prosegue il provocatore <<sono cinque minuti abbondanti che rapinate. Non sarebbe meglio sbrigarsi? Parlo da addetto ai lavori.>> Si tratta della voce raucosmollata del nostro ex carabiniere. Qualcuno se la ride sottoibaffi. <<Oltretutto…>> continua Euterpe <<…alla vostra età…>>

<<Alla NOSTRA età>> constata Favonio <<mica tutti si rassegnano a crepare con stretto fra i denti (finti) l’ultimo assegno di quiescenza, caro l’amico mio.>>

<<Ma io quello lo conosco,>> interloquisce serio serio uno stravecchissimo seduto ad un paio di metri da Favonio e Aligio, <<è il poeta! Il professor Favonio de Brutti! Come sta la signora, commendatore barone, tutti bene a casa?>>

Un buonumore stravolgente, presa la bocca dello stomaco a ognuno dei presenti, erutta fuoricontrollo, contagiando persino la cassiera piacente. ”Settanta persone che ridono in banca: roba mai vista! Vediamo come faranno a rimettere la situazione nei binari della storia poliziesca.” Medita Santonastasio, il quale comunque si associa di buon grado al delirio senil-collettivo.

Il menzionato commendatore barone, nel diluvio degli scompisciamenti, prende per il collo Aligio e lo sprona: <<Non dovevi pensare tu alle tasche dei clienti? Che razza di consuocero sei, fannullone e debole di carattere!? Io debbo sparecchiare gli uffici e la cassaforte, a te sta il controllo della guardia giurata e della plebe. Oltretutto la guardia oggi manco c’è, vedi che fortuna? Avanti: appoggia la borsa con l’ordigno su quel bancone>> ed indica la cassa numero uno vicino a sé <<e passa fra ’sti rincretiniti a ripulirli. Intanto vai con Cappuccetto rosso: e sii crudele con il lupo, capito? Viviamo nel ventunesimo secolo, ragazzo!>> L’altro, diligentemente, sbatte senza troppi complimenti la valigetta ove indicatogli.

Secondo capitolo

Sedatosi spontaneamente il tumulto, anzi diremmo l’ilarociclone: <<Mo’ basta! Consegnate tutto quel che avete al mio amico e con sveltezza!>> Proclama il segaligno nobiluomo mentre si affaccenda alla cassa numero due. Aligio inizia dunque a ritirare borsellini, orologi e gioie. Suda con costanza da quando son cominciate le danze e, impacciato com’è, deve costargli molto abbassarsi e alzarsi di continuo e al contempo parlare:

<<Grazie, signora: Dio glie ne renda merito.>> Farfuglia ad una specie di rancida famfatàl, mentre insacca un paio di anelloni zingareschi; <<Scusi, eh…>> Si giustifica agli occhi di un trippone incravattato dall’aria ingegnerile; <<Molto obbligato.>> Ringrazia dimessamente un tizio antipatico sulla trentina per il portafogli. E via dicendo.

<<Lenti come i treni delle Effeesse. Secondo me finite al Coroneo.>> C’è bisogno di commento? Questa è la raucedine bassa e obliqua del nostro capitàno in congedo!

<<Dove finiamo??>> Rimanda il ciccio bloccando a mezz’aria una catenina di similoro.

<<Stiamo freschi: il carcere di Trieste. Almeno ci intrattenga come promesso, no? Che, tiene le corde vocali malate, rapinato’?>>

<<Rapinatore sarà lei. Io ho la laurea in Lettere. C’era una volta, in una solitaria casetta incatramata di rosso e con le piastrelle rosse sul tetto a capanna – mentre invece… uff!… l’unico comignolo era gialloinvidia…>>

<<Ma solo le rapine, è capace a fare, scusi, lei.>> Lo interrompe Santonastasio con tono di constatazione tecnica: <<Dove stanno mai i catrami rossi… e le piastrelle sui tetti a doppio spiovente. Se desidera elargirci un sottofondo musicale come quello degli ascensori amerrecani lasci perdere: io sto meglio in silenzio, mentre perdo la pensione. La laurea all’università della terza età non conta, durante un delitto che sia un evento speciale, elegante e fatto comesideve, mi consenta. Sforzi la fantasia, su.>>

<<Bravo!>> Si associa una signora nella calca che, repentina quanto un lampo, si alza e acchiappa la borsabomba del dinamitardo, levandola a due mani sopra di sé. <<Dài, delinquente: prova a prenderlo, il tuo tritolo!>> E la passa a un signore, che agilmente la dà indietro a un altro e via di séguito, senza pausa.

<<Macché siete matti?! Fermi! Boni, state bboni! Mi sgualcite la cartella di papà…>>

<<Ah! Ah!>> Ironizza una ragazzotta. <<Rischia di fare il botto con noi e pensa alla borsa. Apriamola, forza!>> E se la fa passare senza curarsi dei tentativi di Aligio, il quale goffamente tenta d’intercettare l’oggetto investendo senza risultati – patapùmfete! – qualcuno di a lei distante.

Aligio, a terra bocconi, con il sacco della refurtiva semivuoto stretto nella mano destra e orecchini, brillanti, segnatempo e braccialetti sparsi a corona d’intorno, accenna un moto di pianto: <<Però… la pistola di Favonio, il professor de Brutti, è caricata con pallottole vere, capito, maramaldi, dispettosacci?! E ridatemela, sennò lo chiamo e quello vi spara di sicuro.>>

Invece la valigetta in cuoio, nera, piena strabordante di qualcosa d’inusuale, viene sottoposta all’impietoso vaglio della ragazzotta triestina che l’ha catturata:

<<Ma… queste sono… cambiali!>> E le estrae ad una ad una sparpagliandole, fra lo sbigottito silenzio del cronicario. <<Tutte a suo nome: c’è scritto Aligio Carmentieri di Quintavalle. È lei, no?>>

<<L’ultimo principe di Quintavalle, così brutto?>> Infierisce bonariamente una anziana piccoloborghese forse napoletana. <<Mi ricordo quando, nel Sessantatré, sposò la figlia del re di Danimarca… come si chiamava…>>

<<D’accordo: lasci stare.>> Echeggia un’anima pia.

L’uomo intanto tace, col muso stretto fra dieci polposi ditini e sempre all’in giù, pavimentobaciante.

<<Signore e signori,>> continua la ragazza <<osservino: seicentodieci euro… trecentotré… milleottanta. E… Oddio…>> e rovescia un mare di foglietti vuotando la borsa. <<Con chi ha lei questi debiti? Non sarà mica proprio questa banca?>> Sarà stata almeno una mezza migliaiata di pagherò.

<<Con me. Soddisfatta la vostra curiosità da rotocalco? E adesso basta con gli scherzi.>> La tenorile, perfida voce di Favonio de Brutti convinse ciascuno. Teneva in una mano una busta per l’immondizia colma di biglietti di banca e nell’altra la rivoltella, provenendo dagli uffici che stanno sul retro. Poi cambia registro: <<Sursum corda, gentili signore e onorevoli signori: aiutate Aligio a raccogliere il bottino in quattro e quattr’otto e pensate che il mio povero compare nonché consuocero, grazie a questo audace colpo, conserverà intatte le proprietà ipotecate. Io, d’altro canto, con questi soldi potrò a malapena pagare a questa banca i miei debiti. Tutto viene e tutto torna agli istituti di credito, in Italia: la patria degli strozzini.>> Altro divertito cicaleccio in sala, sempre sotterraneo.

<<Però… i debiti li avete fatti voi. Se aveste speso meno… eh… I lussi costano.>> Osserva Santonastasio, il quale, pur non disdegnando qualche arretrato conticino, aborra gli oneri finanziari veri e propri.

A tale rimprovero, Aligio rialza la testa: <<Mica giochiamo a carte come i nostri progenitori, noi!>> Contesta lamentosamente ad Euterpe, mentre il pubblico impietrisce. <<Ci hanno mangiato tutto gli industrialotti dopo la guerra. La Prima dico. Verso il Ventinove. Be’: non proprio tutto… almeno la metà.>>

<<Ciò non spiega un cappero verdeverde: come mai state in queste condizioni?>> Rilancia una spietata pugliese con occhiali alla Wertmüller e un terzo dell’età apparente di quest’ultima.

<<Avete mai sentito che un poeta latino o greco abbia vangato i campi per obbligo e non per semplice mantenimento del vigore fisico?>> Provoca altezzosamente il commendator Favonio, posando il sacco a terra. <<No, vero? Ebbene: noi due, pur avendo prole e moglie, abbiamo scommesso la testa sulla letteratura: sono trent’anni che siamo costretti a scrivere gratis su tutti i giornali italiani – e i periodici, eccetera. È il nostro unico lavoro ma nessuno ci dà un soldo, perché la gente pensa: questo, se mette l’ingegno nello scrivere e basta, vuol dire che è ricco sfondato, mica lo vado a pagare, fossi scemo. Dunque, finché ci siamo potuti mantenere coi possedimenti – e noi i lavoranti dei campi li paghiamo, sapete? – la cosa è andata. Poi… Aligio s’è indebitato con me, che ho qualche ettaro in più di lui ed io, senza mai dirgli niente per non preoccuparlo, ho cominciato a prendere soldi da questa benedetta banca. Ma non abbiamo mai, dico mai, licenziato un contadino e mai abbiamo sgarrato di un centesimo di lira dalla paga sindacale… anzi… più che sindacale, di solito. Oltre il massimo, vanno pagati coloro che ci nutrono a forza di braccia!>>

Si leva qualche timido applauso. Un decrepito occhialuto però non concorda affatto: <<Ma non li vedete i nostri figli, voi signorotti decaduti che vi permettete anche di rapinare le banche? Che valore hanno, per voi, i figli della gente comune che devono rassegnarsi ad un lavoro alienante e opprimente, senz’altra prospettiva se non quella di sprecare il fior fiore degli anni dentro un ufficio moderno con le luci al neon, in una orrenda città come la nostra Trieste o anche Roma, Napoli, Milano? Noi piccoloborghesi, oggi, riempiamo di menti sfruttate i palazzoni delle periferie italiane, non voi scrittori e aristocratici. Sia ben chiaro. Noi diamo la carne a macellai bancari e speculatori borsisti. L’alta finanza si nutre del sangue nostro.>>

<<E perché non vi ribellate, allora? Perché accettate…>> replica con calore Favonio de Brutti, incurante d’uno strano brusio <<… Perchè accettate meschinamente il lavoro nero e le paghe inadeguate, la vita assurda, blindata, che siete costretti a portare avanti nelle vostre città o nei vostri paesi delinquenziali e mafiosoidi? Unitevi e chiedete giustizia, no? Siete il popolo! La democrazia l’avete fatta voi, o almeno la godete ora voi, dopo che i partigiani ci hanno lasciato la pelle negli anni Quaranta. E vi ritrovate ancora nel Duemilaotto a far la solita figura dei borghesucci ottusi ognun per sé e Dio per tutti! Suvvia! Se è vero – ma mica troppo, eh! – che noi aristocratici siamo tutt’ora dei privilegiati, voi restate le teste di legno che eravate duecent’anni fa. Voi non meritate la democrazia. Anzi: tutti noi italiani non la meritiamo, perché siamo degli immaturi e degli egocentrici, dei burini infantili che abbisognano della frusta e delle minacce per rispettare la cosa pubblica. Siamo dei sottosviluppati europei. E pensare che l’Europa l’avremmo fatta noi con le mani dei nostri antenati! Eppoi l’abbiamo svenduta: ai diavoli americanacci che abbiamo dentro di noi, alla sete di commercio di noi stessi, all’istinto autodistruttivo e decadente che ci propone il sangue del nostro sangue antico, eterno.>>

<<Eh… Quando c’era Lui!>> Ammette con sincerità un ragazzo moro sulla ventina scarsa con accento lombardo e naso a promontorio.

<<E che, pensi che il Duce potesse contrastare da solo la nostra bastardaggine? In vent’anni mica si dànno antidoti sufficienti allo scorrere dell’anarchia, sai, giovincello? Ne servono almeno sessanta, come in Iugoslavia. Anzi no… forse ne servirebbero duecento… mille, di anni.>> Risponde Favonio de Brutti pacatamente.

<<Serve un solo principe illuminato e filosofo, credetemi.>> Vedete? È Santonastasio. <<Anzi, preciserei: urgerebbe qualche dio che concedesse le condizioni terrene acché un filosofo illuminato oggi potesse riportare noi italiani ad un regime di condotta complessiva – morale, fisica, intellettiva, onirica – quale esso era nella latinità dell’epoca monarchica. Ma.>> E l’ex milite fa una pausa significativa. <<Ma adesso bisogna risolvere questo macello: scusate… Vedo i miei colleghi fuori dalla porta della banca. Siamo circondati, immagino.>>

<<I… suoi colleghi?>> Interviene Aligio con evidente maremoto di sudore.

<<Ex colleghi: sto in pensione. Carabiniere a riposo.>>

<<Ah… grazie: li ha chiamati lei col telefonino.>> Insinua gaudendo la matrona ingioiellata.

<<Il telefonino io non lo tengo, draga gospà.>>

<<Drago femmina a me? Screanzato. E chi gospò: io non ho mai gospato.>>

<<In sloveno vuol dire cara signora.>> Precisa Euterpe.

<<Scusate>> s’intromette Favonio tesuccio <<ho inteso male o siamo accerchiati dai tutori dell’ordine?>>

Alla conferma collettiva – un annuimento – dei settantaerotti clienti, lo stesso Favonio gesticola senza risparmiar fiato: <<Controlla le porte, Aligio! Serra tutto. Entriamo nella pellicola merrecana!>> Esplode.

Terzo capitolo

<<Ma non poteva tenerla per sé, ’sta notizia?>> Sussurra un tizio sveglio ad Euterpe. <<Così i rapinatori sarebbero usciti e i carabinieri li avrebbero beccati in un soffio, no? Invece adesso… questi due suonati ci prendono in ostaggio. E finisce a carneficina.>>

<<Ué, Apocalisse: ma li ha visti in faccia? Questa è gente da Monte di Pietà, altro che sangue. Non si preoccupi. Meglio tenere sotto controllo la polizia.>> bisbiglia Santonastasio. Intanto, dai finestroni della banca, si intravvedono i movimenti sulla strada: tante logore fisionomie da sbirri in borghese e mucchi di autocivette blindate. ”Con il solo loro nervosismo, innescherebbero una carica di plastico da un chilometro… altro che prudenti agguati.” Pensa ancora il Nostro.

<<È tutto chiuso?>> Domanda Favonio al consuocero, ricevendone un immediato annuimento. Entrambi stanno posizionati in piedi, Favonio l’arma in mano, al centro della vasta sala: come degli scalcinati guitti, fra i titubanti spettatori di un teatrino parrocchiale che attendono la prima battuta per fischiarli a ragion veduta. Un troppo indifferente silenzio regna nell’ambiente per qualche striminzito secondo, finché il direttore del Credito Nazionale non chiede: <<Allora?>>

A trovare il coraggio per una risposta è il solito Favonio dal barocco eloquio:

<<Quantunque l’imprevisto ci ponga un po’ in difficoltà, io direi che… eh… come fare altrimenti? Dovremo presto comunicare telefonicamente con quei signori là fuori, spiegando che adesso siete tutti sotto la minaccia di questa pistola. Lei cosa farebbe nei miei panni, direttore?>> Adesso suda anche lui.

<<Io avrei evitato di ridicolizzarmi.>> Replica Euterpe al posto dell’interpellato. <<Cosa crede di trarre da un rapimento a scopo di rapina fatto così – scusi – coi piedi? E anche se riusciste (per assurdo) a filarvela senza farvi bucherellare dai tiratori scelti dell’Arma, rifletta: sappiamo tutti come vi chiamate… mica crederete di andare a godervi i soldi a Cuba come negli anni Settanta.>>

<<Ha ragione lui, Favonio.>> Ammette Aligio guardando il collega per la prima volta dritto negli occhi. <<Diglielo, su… è meglio che sappiano tutto tutti, a questo punto: se no qui finisce in tragedia.>>

<<D’accordo, Aligio. Dopo però, cioè entro un minuto, dobbiamo chiamare la polizia prima che decida di entrare a forza. Ecco, signore e signori…>> Tituba cercando di organizzare i pensieri. <<Devo confessare che quanto avete capito della nostra situazione patrimoniale, del nostro esser pensionati come voi e del fatto che non faremmo male a una mosca è tutto vero… eccetto un particolare, che vi rivelerò solo se prometterete di aiutarci a risolvere insieme la situazione con il minimo danno per tutti quanti. Coraggio, esprimetevi, che il tempo scarseggia. Proponete delle soluzioni.>>

<<Soluzioni?>> Commenta acida una trentenne. <<A noi, le chiede? Ma vada a quel paese, imbecille! In galera, dovete finire voi. Bravo chi è riuscito ad avvisare la polizia di nascosto.>>

<<Bravo un corno: se la cosiddetta rapina fosse riuscita, i miei colleghi, tempo ventiquattr’ore, avrebbero recuperato il maltolto e arrestato i colpevoli… per quanto colpevole possa considerarsi questo sudaticcio resto di nobiltà.>> discorda Santonastasio, che non s’era perduto un fotogramma della scena, cogliendo la nera disperazione dei due improvvisati delinquenti. <<Piuttosto, oramai che lo scemo zelante ha fatto il casino, cerchiamo di porgere una mano a ’sta coppia di sprovveduti senza rimettere un soldo di tasca nostra. Io avrei un’ideuzza.>>

<<Sì>> lo scongiura il ciccioprincipe Aligio <<Faccia presto.>>

<<È semplice ma dobbiamo impegnarci tutti, impiegati compresi. Chiaro?>> Puntualizza Euterpe, pertanto distraendo l’uditorio dalla sconvolgente rivelazione che i banditi erano in procinto di fare.

<<Non so… sentiamo.>> Temporeggia il direttore. Il pubblico sembra, in buona maggioranza, disponibile.

<<A voi della banca cosa importa se sparisce qualche migliaia di euro? Siete consci di sfruttare la gente abitualmente, no? Nel giro di un giorno di lavoro rifate il malloppo. Inoltre siete assicurati contro gli atti criminali.>>

<<Bene: vada al sodo, Santonastasio.>> Sprona un altro anziano. È quel vanesio del rigattiere che ha la bottega vicino a casa sua.

<<Adesso,>> prende ad illustrare Euterpe <<mentre il principe Aligio andrà a telefonare a quelli là fuori, noi tutti, in fretta…>>

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