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mercoledì, 2 aprile 2008

È PICCOLA LA LETTERATURA DELLA GRANDE RETE? LA LETTERATURA DOPO LA RIVOLUZIONE DIGITALE

Nelle scorse settimane è sorto un grande dibattito intorno al saggio di Arturo MazzarellaLa grande rete della scrittura. La letteratura dopo la rivoluzione digitale” (Bollati Boringhieri, 2008, pagg. 128, € 15). Mazzarella insegna Letterature comparate nell’Università Roma Tre e si è a lungo occupato di vari temi riguardanti la letteratura e l’estetica otto-novecentesca. Tra le sue pubblicazioni più recenti va ricordata La potenza del falso. Illusione, favola e sogno nella modernità letteraria (Donzelli, Roma 2004).

Di cosa si occupa il saggio di Mazzarella?Mi affido a un estratto della scheda del libro, giusto per fornirvi un’idea.

Secondo Mazzarella “la contrapposizione sempre più marcata tra vecchi e nuovi media è un luogo comune che, dopo la definitiva affermazione della rivoluzione digitale, appartiene ormai al patrimonio delle certezze collettive. L’espansione della virtualità prodotta dai nuovi media sembra relegare tra le reliquie del passato quelle pratiche comunicative, come la letteratura, attraverso le quali la civiltà occidentale ha scandito il suo progresso. Ma è un’impressione di superficie. Considerata fuori dalla retorica che ancora l’avvolge in numerose sedi istituzionali, sgombrata da ipoteche etico-pedagogiche o estetiche, proprio la scrittura letteraria rivela oggi una insospettabile contiguità con l’universo dei media elettronici, mostrando il suo originario, costitutivo, carattere virtuale. È quanto esibiscono senza falsi pudori alcune tra le esperienze letterarie più vitali e innovative dell’ultimo ventennio: da Calvino, Celati e Tondelli a Kundera, Ballard, DeLillo, Ellis, Marias, Amis e Houellebecq. Grazie a loro gli incroci che si vengono a stabilire tra la letteratura e la videoarte, o il cinema digitale, i videogame e i videoclip diventano tutt’altro che uno scenario avveniristico”.

Credo che la tesi di Mazzarella si evinca già piuttosto chiaramente dalla breve scheda che vi ho proposto.

Vi accennavo al dibattito. Sì, perché questo libro ha già fatto parlare di sé sulle pagine dei più illustri quotidiani: dal Corriere della Sera a La Stampa.

Partiamo da La Stampa che ha pubblicato in contemporanea (il 17 gennaio) due articoli correlati firmati da Marco Belpoliti e Mario Baudino.

Baudino sostiene che “Tutto cominciò negli Ottanta, quando Pier Vittorio Tondelli, giovane maestro per almeno due generazioni di scrittori italiani, ripeteva di sentirsi più debitore verso la musica rock che verso i libri. O forse prima, secondo Filippo La Porta. Il critico che ha appena licenziato, fra grandi discussioni, il suo Dizionario della critica militante scritto per Bompiani con Giuseppe Leonelli, ricorda una battuta di Wim Wenders, regista da lui molto amato: «Devo tutto al rock». Vennero poi i Cannibali, e si disse che i loro territori di partenza erano le giungle della cultura pop, dei fumetti, del cinema d’azione, anche se poi avevano un retroterra letterario. Pare che la mamma di Niccolò Ammaniti, ad esempio, gli facesse leggere Cechov in dosi massicce. E ora? Ora un narratore come Pietro Grossi confessa a Ttl, di dovere ai «librogame» la sua passione per la letteratura, perché leggere è sempre stata una fatica, «lo scotto da pagare per tentare di riuscire a scrivere qualcosa di decente». Alfonso Berardinelli, in Casi critici (Quodlibet) celebra la fine del postmoderno e annuncia, riprendendo un saggio del ‘97, l’Età della Mutazione, quella in cui, «dopo aver diffidato per circa un secolo della comunicazione», la letteratura vorrebbe oggi «essere comunicazione di cose già comunicate». È lo scenario in cui stanno Grossi e i suoi coetanei? Coloro che addobbarono i predecessori con ossa umane, e cioè il duo Severino Cesari-Paolo Repetti, inventori di Einaudi-Stile Libero, non sono d’accordo. «All’inizio degli anni Novanta cominciammo a leggere testi – dicono – dove le merci e la cultura popolare costituivano l’enciclopedia di riferimento». Con una differenza, però: «La lezione dei classici, in autori come Ammaniti, Nove, Scarpa o Simona Vinci, era ben presente. Forse era sparita la gerarchi dei valori. Ma l’idea del giovane scrittore che arriva dai fumetti è spesso caricaturale». (…) Il romanzo, aggiunge Berardinelli, non è mai stato, del resto, «un genere intellettuale. Il suo terreno è il senso comune di un’epoca. Se quello attuale è fondato sulla cultura di massa e sulle subculture giovanili, si parte di lì». Non è una novità, non è neanche una «mutazione». «Esistono due tipi di senso comune: quello sentimentale dei più adulti, e quello dei monellacci sado-maso. Due nomi: Sandro Veronesi per la prima categoria, Tiziano Scarpa per la seconda, o almeno lo Scarpa degli esordi. Lo scopo è analogo: acchiappare una fetta di lettori “nuovi” in contatto con la realtà attuale». Questo, aggiunge, se ragioniamo in generale. Se invece guardiamo al risultato, cominciano i guai.
«Nella mescolanza tra alto e basso, credo che conti il clima morale del Paese. E allora penso che gli autori Usa siano messi meglio perché lì le cose avvengono sul serio; i nostri meno, perché qui tutto è di riporto». Eccola, la mutazione. «Prima c’era un super-io culturale, la società letteraria. Ora non c’è più, tant’è vero che la critica non conta nulla ed è pure detestata».”

Belpoliti cita McLuhan, il quale nel 1964 scrisse “che uno dei fenomeni più significativi dell’età elettrica consiste nel creare una rete globale che somiglia al nostro stesso sistema nervoso, «il quale non è soltanto una rete elettrica ma un campo unificato di esperienza». La profezia non tarda ad avverarsi. Ben prima della comparsa del computer, prima di Internet e dei nuovi media, a indicare come la rete dei possibili e l’esperienza possano coniugarsi positivamente provvede la letteratura. Nel ‘67 esce Cibernetica e fantasmi di Italo Calvino, vero e proprio manifesto della nuova letteratura; tuttavia ad accorgersene sono in pochi. Su questa strada, che coniuga comunicazione e letteratura, moltiplicazione del punto di vista e virtualità, si sono già mossi Beckett e Borges, seppur con esiti diversi e persino opposti. E, prima di loro, Henry James ha messo a punto alcune delle svolte decisive del Novecento. Sono passati quarant’anni, ma gran parte di coloro che si occupano professionalmente di letteratura in Italia, sulle pagine dei quotidiani, nelle case editrici, nelle università e altre istituzioni culturali, non sembrano essersene accorti. A suonare di nuovo il campanello, ad avvisare della trasformazione provvede Arturo Mazzarella, studioso di letterature comparate, in un piccolo e appuntito libro: La grande rete della scrittura. La letteratura dopo la rivoluzione digitale (Bollati Boringhieri, pagg. 128, €15). Secondo l’autore, per orgoglio di casta personaggi come Franco Fortini e Pietro Citati hanno continuato a riconfermare il paradigma incontrastato del sapere umanistico, anche quando appariva ormai privo di rilevanza. Sostenitori della letteratura come unico viatico di conoscenza piena e assoluta appaiono, a detta di Mazzarella, Asor Rosa, Giulio Ferroni, Claudio Magris, George Steiner, Marc Fumaroli, vestali di un’idea di «Belle lettere» tramontata da un pezzo. Mentre scrittori come Kundera e DeLillo, dopo Calvino e Borges, e poi Martin Amis, Houellebecq – ma anche Manganelli, Landolfi, Volponi e Gianni Celati – hanno dimostrato la fine dell’unico punto di vista, la dissoluzione della visione cartesiana, evidenziando nel contempo la porosità del reale e l’idea del caos non come disordine, bensì velocità di scorrimento del reale stesso, le istituzioni letterarie continuano a perpetuare un’idea conservatrice, se non proprio reazionaria. Usando Deleuze e Pierre Levy, sostenitori di una visione progressiva del virtuale («la virtualizzazione non è una derealizzazione, ma un cambiamento di identità»), Mazzarella scrive che la letteratura che non indaga tanto la realtà, quanto l’esistenza. Già Barthes nel 1970 parlava del testo come rete, luogo dalle molteplici entrate, senza gerarchie prefissate, in cui i codici si profilano «a perdita d’occhio». Il punto essenziale del libro consiste nel coniugare insieme letteratura e mondo visivo. Non necessariamente l’arte d’avanguardia – ormai annessa nel tempio della cultura, a cent’anni dal debutto – quanto piuttosto il «visivo» reputato di serie B: videogiochi, videoclip, l’arte mediale in Internet e nel web. La letteratura, fondata sulla lettura, sull’occhio, ha predisposto i tracciati su cui si è sviluppata l’idea contemporanea di visione, al di là degli stessi confini del libro. La proposta di Mazzarella è di riconfigurare l’interrelazione tra vecchi e nuovi media, come ci ha proposto Bolter in un volume cui nessun quotidiano, o pagina culturale italiana, sembra aver dato il peso che merita al momento della sua pubblicazione: Remeditation.
Per nostra fortuna, questa ibridazione di visivo e scritto, di letteratura e nuovi media, è entrata nelle pratiche di alcuni dei saggisti e critici più giovani. Non tutto è perso”.

- – -

Cosa succede dopo?

Succede che Giorgio De Rienzo, legittimamente, sulle pagine de Il Corriere della Sera di sabato 19 gennaio 2008 interviene manifestando perplessità sul libro di Mazzarella e sul sostegno ricevuto da La Stampa attraverso gli articoli di Belpoliti e Baudino.-Vi riporto l’articolo di De Rienzo:

“Fa discutere il saggio di Arturo Mazzarella sulla letteratura dopo la rivoluzione digitale secondo il quale una serie di scrittori – Fortini e Magris tra gli altri – continuano a coltivare un’idea della scrittura letteraria, germinata dalla lettura di altri libri, come un viatico della conoscenza. Mentre altri indicano una via diversa in cui letteratura e comunicazione si toccano nella descrizione del caos non come disordine, ma come velocità di scorrimento del reale. Discorso complicato, la cui sostanza è questa: è in atto un mutamento che non si può arrestare, perché il trasformarsi della comunicazione emarginerà la letteratura che preferisce restare chiusa in sé.La Stampa, con servizi di Belpoliti e Baudino, in una rassegna svelta ricorda che Tondelli (maestro di almeno due generazioni di scrittori) dichiarò di “sentirsi più debitore verso la musica rock che verso i libri”. Poi mette in campo la provocazione forte di Pietro Grossi, che confessa di dovere al “libro-game la propria passione per la letteratura, perché leggere libri è stata sempre una fatica”. A spremerne il sugo, nei nuovi scrittori c’è una tendenza in cui la cultura popolare, fatta di canzoni pop e blog, diventa una sorta di enciclopedia di riferimento. Stando ai fatti ci capita oggi di leggere scritti rumorosi di giovani emergenti, che eliminano il silenzio e la lentezza della vecchia letteratura. Confesso: mi sento irrimediabilmente passatista e reazionario. Credo che silenzio e lentezza con cui si scrivono (e leggono) i libri siano beni da salvare, per una sorta di ecologia dell’anima: perché nell’allontanamento dal rumore e dalla velocità ci è rimasta l’unica possibilità di crescere e pensare».

- – -

Il contrappunto di De Rienzo non passa inosservato e, pochi giorni dopo, viene ripreso da Nico Orengo sulla rubrica Fulmini di Tuttolibri del 26 gennaio.

Scrive Orengo: “Melanconico De Rienzo sul «Corriere», incupito dalle tesi di Arturo Mazzarella nel saggio «La grande rete della scrittura». Letteratura addio, non si fa nuova narrazione con la scrittura degli scrittori ma con quella pop, di rete, di blog, di libri-game e canzoni. Ma no, son sempre i vecchi, immutabili sentimenti a guidare la scrittura, che può e anzi deve essere meticciata con talento. Il «canone» non è rigido, altrimenti la letteratura sarebbe morta da tempo. Ogni tanto invece si ripresenta il gioco degli Apocalittici e integrati.”

-

Bene vi ho riportato i termini della “questio”.

Vi invito a rifletterci un po’ su e a intervenire provando a rispondere a questa domanda un po’ provocatoria: è piccola la letteratura della Grande Rete?

scrittura-rete.jpg

E poi, per favorire la discussione, ecco altre domande:

- Ha ragione Mazzarella nel sostenere che la contrapposizione sempre più marcata tra vecchi e nuovi media è un luogo comune che, dopo la definitiva affermazione della rivoluzione digitale, appartiene ormai al patrimonio delle certezze collettive?

- Ha ragione Berardinelli quando sostiene che “prima c’era un super-io culturale, la società letteraria. Ora non c’è più”?

- Siete d’accordo con Belpoliti quando considera che per fortuna, questa ibridazione di visivo e scritto, di letteratura e nuovi media, è entrata nelle pratiche di alcuni dei saggisti e critici più giovani?

- Oppure ha ragione De Rienzo nel sostenere che silenzio e lentezza con cui si scrivono (e leggono) i libri siano beni da salvare, per una sorta di ecologia dell’anima: perché nell’allontanamento dal rumore e dalla velocità ci è rimasta l’unica possibilità di crescere e pensare?

- E cosa pensate della tesi di Orengo, in base alla quale son sempre i vecchi, immutabili sentimenti a guidare la scrittura, che può e anzi deve essere meticciata con talento? (Ovvero: il «canone» non è rigido, altrimenti la letteratura sarebbe morta da tempo)?

A voi.

Massimo Maugeri


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Scritto mercoledì, 2 aprile 2008 alle 07:44 nella categoria PERPLESSITA', POLEMICHE, PETTEGOLEZZI E BURLE, SEGNALAZIONI E RECENSIONI. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. I commenti e i pings sono disabilitati.

180 commenti a “È PICCOLA LA LETTERATURA DELLA GRANDE RETE? LA LETTERATURA DOPO LA RIVOLUZIONE DIGITALE”

Buona giornata a tutti!

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 07:45 da Massimo Maugeri


Buongiorno Massimo, si inizia la giornata in modo impegnativo, se non altro perchè ci ho messo un po’ per leggere tutto il post :-) . Interessante.
A fine lettura mi sento piuttosto in sintonia con De Rienzo, anche se condivido allo stesso tempo l’idea che di fondo ci sia un sentimento a guidare la scrittura. Che poi questa si mescoli col “ditigale”, col pop, con le canzoni, è segno inequivocabile dei nostri tempi e a mio avviso va anche bene purchè questa mescolanza sia dosata con cura, con parole scelte e non buttate a casaccio per creare rumore.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 09:18 da Silvia Leonardi


Letteratura e rete: Ce n’est qu’un début….
Una rivoluzione e siamo solo agli inizi. Torno oggi, a presto.
Miriam

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 09:35 da miriam ravasio


Ottimo post caro Massimo. Tema che sento fortissimo e direi che l’intervento di Nico Orengo sintetizza la mia posizione. (Ti consiglio di leggere Hotel Angleterre, se non l’hai già fatto!)
un abbraccio
Elisabetta

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 09:46 da elisabetta bucciarelli


Non so da dove mi arrivi quest’impressione, ma mentre leggevo i vari interventi, le posizioni contrastanti, le teorie… mi sono sentita infastidita.
Ragionare sulla scrittura è un bene, indagarsi su come cambiano le forme di comunicazione e divulgazione, anche.
Solo che mi sembra che alla fine ‘della fiera’ si finisca per prendere una posizione piuttosto che l’altra per volontà di contrapposizione, come se non riuscissimo a fare a meno di scontrarci, spendere milioni di parole e insistere come se fosse vitale capire ‘chi ha ragione’ piuttosto che considerare quello che invece mi sembra il nocciolo della questione ovvero ‘la letteratura moderna tra carta e tecnologie’.
Quello che voglio dire è che non credo sia il mezzo di divulgazione quello che può determinare se uno scritto è ‘buona’ o ‘cattiva’ letteratura. Tutt’al più le tecnologie hanno aperto nuove porte, dato ulteriori possibilità di divulgazioni. Detto questo se un testo è ‘pessimo’ per trama, personaggi, stile o quello che volete, non è tanto colpa del mezzo o di come è stato divulgato, secondo me. E non è che ‘eliminando’ la rete o le nuove tecnologie ci siamo garantiti ‘buona’ letteratura perché dopo tutto dovrà passare per la carta (alla fine, che ci piaccia o meno, basta pagare e in molti casi si stampa quasi di tutto che è poi il concetto tanto ‘odiato’ da chi sostiene che il web e la rete sono deleteri perché divulgano di tutto).
Detto questo io sono per le contaminazioni per cui, in un certo senso, sono di parte.
Iniziai a scrivere su bloc notes a quadretti alle superiori poi dal ‘97 su un piccolo pc con un collegamento alla rete attraverso un modem a 56k (ci impiegavo ore solo per trovare una pagina), era impensabile poter usare internet per diffondere, almeno per me. Per cui ho iniziato nel modo ‘tradizionale’.
Solo che poi, negli ultimi anni ho voltato un pò la testa. E non me ne pento tanto meno vergogno.
Non credo che la creatività andrebbe limitata e oggi le tecnologia fanno parte della nostra vita quotidiana, perché negarlo? Ignorarlo o creare barriere inutili?
Immagini, suoni, parole… a me sembrano sottofamiglie dello stesso ‘calderone’ e il fatto che on line sia più possibile mescolarli e ottenere testi che in piccola parte li uniscono non mi sembra affatto un male.
Questo non significa che io voglia sminuire i libri ‘di carta’, anzi. Prima di addormentarmi ogni sera conservo una ‘finestra di tempo’ per leggere un libro, stringo la copertina, annuso e ‘entro’ nella storia stando comodamente semi seduta sul letto.
Ha ragione Belpoliti ma anche De Rienzo.
Adesso ho capito il motivo del mio fastidio iniziale.
Perché l’uno deve escludere l’altra?
Perché se leggo un libro di carta non posso poi ugualmente apprezzare contaminazioni o comunque testi on line che possono avvalersi anche delle tecnologie?
E’ un pò come tenere i piedi in due scarpe? Può essere… eppure mi sembra talmente limitante il voler catalogare la letteratura in questo modo che non ci sto.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 09:53 da Barbara Gozzi


(Premessa: volutamente glisso sulla distinzione tra letteratura e forme di comunicazione per concentrarmi su altri punti, e includo in “letteratura” opere dove testo e/o narrazione hanno importanza prevalente; se volete, poi ci torno su)
Il punto è: la letteratura non serve a perpetuare sé stessa, ma a veicolare in modo appropriato contenuti rilevanti attraverso la creazione di opere nuove. Idee, sentimenti, tipi umani ecc ecc. Tanto un Haiku quanto un epigramma di Marziale (ma metteteci 2 esempi qualsiasi a caso) riescono in quanto si prefiggono. Meglio raggiungono il loro scopo, maggiore è la chance che scuotano il canone costituito e riescano a prendervi parte.
Successo di pubblico, successo critico, momento storico e clima filosofico sono tutti fattori importanti ma non invariabilmente importanti per la costituzione di un canone o dei canoni. E’ chiaro che la scelta di escludere la tradizione precedente (oltre a essere un’illusione tipicamente giovanile, non puoi mai tenere “tutto tranne il rock” fuori dalla porta) si scontra più o meno fortemente con i custodi della generazione dei padri, quella volutamente “esclusa” da chi produce opere per un pubblico specifico.
Esempio: negli anni Settanta, tutti i “padri” a tuonare contro i cartoni animati giapponesi, in modo generico e senza informazioni a riguardo. Dopo il 2000, i bambocci di allora, che guardavano tali cartoni appassionandosi, si sono appropriati di strumenti di indagine critica opportuni e cantano le lodi dei prodotti amati dall’infanzia. Attenzione, anche negli strumenti di indagine c’è un’evoluzione (una co-evoluzione) parallela alle forme di “letteratura”: non posso indagare appieno la tragedia con il metro dell’opera buffa!
Quindi, attenzione a voler riconoscere lo status di “canonico” solo a ciò che esprime un’aderenza formale al metro su cui mi sono costituito io (Magris, Steiner), e a considerare ciò “tradizionale”. I contenuti rilevanti veicolati attraverso la creazione di opere nuove (mi autocito :) possono apparire in molte forme, e ci vuole una sensibilità particolare per coglierli in ciò che non parla come sono abituato.
La rete in questo cambia le regole non diversamente da come (non dico però “quanto) hanno fatto i giornali, la radio, la tv generalista e le pay-tv. Può spingerci a esplorare in territori nuovi l’antico misteroche noi siamo. Se ci aiuterà o meno nel cammino di conoscere noi stessi, non dipende tanto da essa quanto da noi.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 10:24 da Paolo S


Sottoscrivo i commenti di Paolo S e di Barbara Gozzi.
Purtroppo non ho potuto leggere il post con attenzione, e oggi si prefigura una giornata infernale.
Butto intanto qualcosa, vediamo se poi riesco a leggere e a scrivere cose più sensate.
1. Io credo che esista nelle rivoluzioni in qualsiasi contesto una successione di momenti: il primo scardina le gerarchie e le appiattisce, il secondo le ristruttura in una maniera moderatamente differente da quelle anteriori al cambiamento. Il prestigio vira di qualche grado, non cambia mai del tutto colore. Ora siamo nella fase della piena rivoluzione, e il digitale mette tra parentesi la letteratura vecchia maniera: i suoi vecchi modi, i suoi vecchi canoni, i suoi vecchi tempi, le sue vecchie pretese. Il digitale propone nuove forze non irregimentate e con speranze anarchiche. Io pure, quando nel mio piccolo scrivo sul blog, forzo la mano nella coscienza dell’anarchia: non ho un editor, non ho un capo, non un un target correlato a una casa editrice, non ho un padrone politico. Io faccio come mi pare, e sono libera di forzare la lingua come voglio. Sulla tovaglia della cultura in questo momento ci sarà anche il mio blog.
2. Ma questo è solo un momento, il momento delle nuove forze che emergono, poi la gerarchizzazione dell’esperienza è una necessità dello sguardo e una necessità dell’esperienza: è un’illusione epistemologica quella del tutti possono scrivere tutto e tutto può piacere – per cui la vecchia accezione della letteratura scomparirà. I giudizi di valore tornano. E internet si stratificherà.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 10:35 da zauberei


Io credo che la letteratura si nutra di vita. Di vita passata e di vita che cambia. Che attinga nel cuore dell’uomo e in ciò che sta al di fuori di lui, che possa evocare immagini, suoni, sensi, sogni.
Che a strumento si aggiunga strumento, che a stimolo si sommi stimolo, velocità, soffio, è nella sua natura.
La parola è aperta ai cambiamenti perchè nasce dall’uomo. E così l’arte e la scrittura. Ma questo non vuol dire non voltarsi anche indietro.
Vuol dire, semplicemente, viverla come parte integrante della nostra esperienza umana.
La rete ha il pregio della velocità e del potenziamento della virtualità.
La carta ha il pregio della lentezza e dello sforzo di immaginazione.
Mi sembrano entrambe ottime alleate.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 10:36 da Simona


Giornata incredibile: oggi concordo con tutti! E grazie, Massimo, per lo spunto di riflessione.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 10:39 da Paolo S


Post bellissimo, Massimo. Ti faccio i complimenti e ti ringrazio per il tempo che avrai impiegato per prepararlo.
Ora vado di fretta. Anticipo che sono d’accordo con Mazzarella, sperando di aver percepito correttamente il suo pensiero.
Spero di poter tornare con più calma.
Saluti a todos.
Smile

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 10:44 da Elektra


Caro Massimo, tu chiedi:
è piccola la letteratura della Grande Rete?
Necessariamente è opportuno veicolare e sperimentare nella “Grande Rete” una letteratura che sappia modificare la propria scrittura nello stilema più velocemente, rappresentando i tempi moderni nei contenuti, è questa non può essere considerata letteratura nell’accezione cultural-ortodossa.
A seguire:
la contrapposizione sempre più marcata tra vecchi e nuovi media è un luogo comune che, dopo la definitiva affermazione della rivoluzione digitale, appartiene ormai al patrimonio delle certezze collettive?
Assolutamente si!
Ma in buona sostanza questa contrapposizione, tra vecchi e nuovi media, rafforzerà la letteratura – il media – che saprà rafforzare la memoria collettiva culturale originaria: senza contaminazione e volgarizzazione interpretativa dei contenuti storici.
Chiedi anche:
“prima c’era un super-io culturale, la società letteraria. Ora non c’è più”?
C’è ancora chi manifesta e vigila, grazie al cielo, e sa riconoscere le false profezie riguardo una modernità nelle modalità della comunicazione letteraria, accettabile come sperimentazione ma inaccettabile: come semplificazione dei termini di contenuti socio-cultural-letterari.Tutto si trasforma in letteratura ma nulla si distrugge!
Volendo continuare:
questa ibridazione di visivo e scritto, di letteratura e nuovi media, è entrata nelle pratiche di alcuni dei saggisti e critici più giovani?
Riguarda sostanzialmente una forma di comunicazione moderna e di contaminazione per essere più persuasivi emotivamente sui destinatari attraverso l’immagine a discapito della scrittura che necessita di maggior attenzione e disponibilità di tempo da parte dei fruitori interessati.
Attualmente nel teatro esiste già questa forma di multimedialità adottata da giovani commediografi: proiezione di trailer di film che possano riguardare la commedia rappresentata, una colonna sonora invitante e maggior movimento sul palcoscenico degli attori, gioco di luci e silenzi espressivi.
E il test continua:
sorta di ecologia dell’anima silenzio e lentezza con cui si scrivono (e leggono) i libri siano beni da salvare, per una: perché nell’allontanamento dal rumore e dalla velocità ci è rimasta l’unica possibilità di crescere e pensare?
Questa è una valutazione e affermazione accettabile: dal punto di vista propedeutico non bisogna accettare compromessi!
Riguardo invece la sperimentazione bisogna avere coraggio e non pensare che la contrapposizione dei vecchi media e nuovi media porti a una sconfitta degli uni versus gli altri.
Possono coesistere democraticamente come l’acqua santa e il diavolo!
Caro Massimo,sei proprio forte,
alla fine del test ci presenti la soluzione:
son sempre i vecchi, immutabili sentimenti a guidare la scrittura, che può e anzi deve essere meticciata con talento? (Ovvero: il «canone» non è rigido, altrimenti la letteratura sarebbe morta da tempo)?
Certo che si!
Tutto si trasforma in letteratura ma nulla si distrugge!
Divertiamoci pure in Internet con la contaminazione dei media, del resto come in natura la madre è certa:
la memorabile signora letteratura.
Grazie Massimo è stato un divertissement pour moi e pour toi, pensavo a Baudelaire?
Un saluto speciale a Sergio Sozi che come letterato dovrà se vorrà, aiutarmi a comprendere meglio il rebus e spiegarmi se siamo ancora amici virtuali? Faccina gialla!
Ciao a tutti gli amici di scrittura!
Luca Gallina

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 11:02 da luca


@Massimo, sei meraviglioso nel farci riflettere con le tue complesse domande.La scrittura di un libro presuppone una gestazione lunga ed accurata e come tale rimane di un fascino intramontabile ed insostituibile. Non possiamo tuttavia fermare le lusinghe della nuova sperimentazione, che va accettata con una certa duttilità mentale e adattata alle nostre personali esigenze.
La Letteratura inserita nella rete può essere alquanto valida se gli scritti dell’autore sono ricchi di essenza e contenuto e riescono a condividere una esperienza o colmare una eventuale carenza del fruitore.Lo riscontro ogni volta che in qualche sito è stato messo un racconto, un libro di un narratore che non conoscevo e che mi è particolarmente piaciuto.Una gradita e insperata diffusione è avvenuta anche per alcuni miei testi che ora campeggiano ,spesso a mia insaputa, su diversi portali.L’avermi ospitato, mi ha procurato una innegabile visibilità. Non sono invece mai sodisfatta di ciò che scrivo immediatamente per un blog, poiché non limo abbastanza la forma lessicale, così per la fretta di rispondere e partecipare alla discussione,anche i pensieri risultano frammentari e incompleti. Comunque Massimo, la tua è un’opera altamente meritoria e dobbiamo tutti ringraziarti per i bravi autori che ci hai segnalato e fatto conoscere.
Tessy che ti ammira.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 12:14 da M. Teresa Santalucia Scibona


Hanno ragione da vendere De Rienzo e Orengo. La letteratura non può essere comprata o barattata o smerciata nel supermercato della rete. Richiede cultura, profondità, silenzio interiore, creatività autentica. Dove sono tutte queste belle qualità oggi? Tanto i nuovi sanno che se “ci azzeccano” con la fascia degli adolescenti, che sono di bocca buona perché “incolti” non per colpa loro, fanno soldi a palate. Vale la pena di perdere tempo?
Povera letteratura e poveri noi che l’abbiamo tanto amata… Ma qualcuno rimane, qualche scrittore anche di nicchia, serio, profondo, dalla scrittura magica, qualcuno che vuole farci pensare, che non vuole fare scandalo. E c’è, per fortuna, anche qualche poeta che resiste. Confido in loro. E li cerco disperatamente.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 12:32 da desi


caro Massimo,

anche io ho ritenuto significativa la pubblicazione del saggio di Mazzarella ed il dibattito che ne è seguito, tanto che, come sai, poichè hai avuto modo di leggerla in anteprima , ho scritto l’Introduzione al nostro romanzo collettivo Le Aziende In-Visibili proprio partendo da qui. Vale allora forse la pena che completi il mio pensiero anticipando quella parte dell’introduzione che si riferisce a questa discussione: “Io credo che al fondo di questa, come di tante altre discussioni contemporanee, vi sia il testo di Francois Lyotard La condizione postmoderna (Feltrinelli, 1979). Qui si tematizza la fine delle “grandi narrazioni” che hanno orientato trasversalmente i saperi moderni. Oggi, dice Lyotard, siamo in una condizione frantumata e disseminativa dei saperi, che, come bene ha riassunto Franco Cambi, «hanno perduto Unità e Senso». La condizione postmoderna produce però sensibilità per le differenze e capacità di tollerare l’incommensurabile, facendo affidamento sulle “instabilità del sistema”. La legittimazione dei saperi si ottiene attraverso il dissenso, per “mosse” anche audaci, in un modo che si configura come un modello opposto al sistema stabile. Se non possediamo più metanarrazioni che ci orientino tra i saperi, di quei saperi dobbiamo – invece – recepire il dismorfismo, la dialettica, l’iter disseminativo.

A questi fondamentali riferimenti se ne dovrebbero aggiungere molti altri, fra cui il concetto di complessità elaborato da Edgar Morin e da una folta schiera di epigoni, la visione della modernità liquida di Bauman e della modernità riflessiva di Beck, la teoria dei non luoghi di Augè e quella del genius loci di Trupia, il sensemaking descritto da Weick, l’effetto Medici scoperto da Johannson, l’ascesa della nuova classe creativa celebrata da Floridia. E ancora le riflessioni di Levy sul virtuale e sull’intelligenza collettiva , di Virilio sull’arte dell’accecamento, di Kevin Kelly sulla necessità attuale di guidare le organizzazioni senza averne controllo, di Castells e Rullani sull’economia delle reti, di De Masi su fantasia e concretezza…

Insomma, un lungo elenco. Ciò che qui mi preme sottolineare, però, è che questo insieme di apporti, pur essendo entrato nei confronti di idee svoltosi su moltissimi tavoli diversi, specialistici e trasversali, negli ultimi trent’anni, di fatto non si è tradotto in pratiche narrative veramente nuove, almeno per quanto riguarda i due versanti che più mi interessano, quello artistico (letterario, in particolare) e quello manageriale. Certo, sempre più spesso studiamo saggi di sociologia o di management che traggono ampia ispirazione dai lavori di filosofi e romanzieri, e, viceversa, leggiamo romanzi o assistiamo a film o spettacoli teatrali o rappresentazioni artistiche in genere, in cui si prendono a prestito linguaggi, temi e tecniche di scrittura dalle discipline più disparate, come dimostrano anche gli esempi citati in apertura riferiti a pubblicità e design. Ma si tratta nel migliore dei casi di contaminazioni, miscellanee più o meno riuscite, spesso mere giustapposizioni (il giudizio critico vale innanzitutto per i lavori che io stesso ho realizzato), generalmente intruppate nell’onnivoro concetto di postmodernità, che come ogni post è in realtà una trappola linguistica. Strictu sensu, postmoderno significa “ciò che viene dopo il moderno”: e cosa viene dopo il moderno? Tutto e il contrario di tutto. E’ come se, andando a cena da amici, vi pungesse la curiosità di chiedere: “Ottimo questo risotto, quale è la prossima portata?”, e la risposta non fosse “carne”, o “pesce”, o “salumi”, ma: “il postrisotto”. E con il più grande rispetto per l’affascinante percorso critico proposto dal sopra evocato Mazzarella bisogna riconoscere che: a) Anche, poniamo, Underworld di Don De Lillo ha più a che fare con I Buddenbrock e le grandi epopee borghesi del romanzo ottocentesco, che non con Virtua Tennis 3 o qualunque altro videogame; b) il modo più ovvio e radicale di riprodurre la poliedrica virtualità dei punti di vista è fare scrivere insieme un numero il più possibile elevato di persone, provenienti da campi disciplinari e da esperienze eterogenee, facendole interagire come se fossero i neuroni di uno stesso cervello, creando sinapsi creative al servizio di una opera finale collettiva, interconnessa e condivisa, dall’identità molteplice, certo, ma al tempo stesso unica e coerente: modalità operativa che da soli, per quanto geniali, anche autori come De Lillo, Kundera o lo stesso Calvino non possono mettere in atto e che invece rappresenta il fulcro de Le Aziende In-Visibili, così come, almeno in certa misura, della mostra organizzata dalla Triennale di Milano nel 2002-2003, curata da Gianni Canova (già nel team creativo di Nulla due volte) ed intitolata Le Città In/visibili, cui hanno partecipato numerosi artisti di differente ispirazione – fotografia, pittura, architettura, eccetera – e che si proponeva di “rendere visibile il non visibile. Indagare quanto di reale c’è nell’immaginario con cui pensiamo alla città e quanto di immaginario c’è nel nostro modo di vivere lo spazio urbano”.

Sotto questo aspetto, l’auspicio espresso nel suo ruolo di critico della letteratura da Belardinelli, ovvero che si possa transitare dall’ormai usurato concetto di postmodernità ad una pratica narrativa radicalmente mutante, che sia in grado di dialogare con il patrimonio letterario del passato, prossimo e remoto, guardando tuttavia al futuro, può credo più generalmente tradursi nella tensione verso un modo di leggere, interpretare ed infine gestire la realtà che sappia superare vecchie tassonomie e modelli mentali. L’approccio collettivo e metadisciplinare che ha presieduto alla stesura de Le Aziende In-Visibili, in maniera ancor più programmaticamente marcata che in tutte le precedenti esperienze dello Humanistic Management, il cui bagaglio concettuale ormai può tranquillamente proporsi quale vero e proprio Humanistic Mindset per la (tentativa) comprensione, a trecentosessanta gradi, del mondo in cui viviamo, ha l’ambizione di affermarsi come una possibile modalità pratica di scrittura mutante, che travalica le distinzioni fra scrittori e manager, fra sociologi e attori, fra musicisti e designer, fra filosofi ed economisti, cercando di trovare un terreno comune di intesa (la piattaforma per la generazione di percorsi narrativi cui accennavo all’inizio) che sarà poi possibile declinare attraverso specifici linguaggi e svariate tecnologie di comunicazione ed espressione (si veda ad esempio Le Aziende In-Visibili: il Metablog – http://marcominghetti.nova100.ilsole24ore.com – in cui i temi del romanzo vengono discussi e approfonditi con le modalità tipiche della Rete). Un’idea che, proprio mentre stavamo rivedendo l’editing de Le Aziende In-Visibili, ho scoperto non essere troppo lontana da quella di “Gran Master” descritta da Edoardo Fleischner nel suo ultimo libro Il paradosso di Gutenberg (per quanto le conseguenze della digitale reductio ad unum che ne è il fondamento siano fortemente criticate in alcune pagine della nostra narrazione collettiva) e presentare alcune analogie con l’ipotesi proposta da Philippe Vasset nel suo romanzo Il generatore di storie (l’idea che sia possibile creare uno “script generator “ è anche sviluppato attraverso quattro Episodi de Le Aziende In-Visibili: posti lungo l’asse di un ideale crescendo rossiniano che dalla ricerca e produzione di singoli vocaboli porta alla creazione di narrazioni compiute e quindi intere visioni del mondo sono il 61, – Industria Chimica -, il 92 – Flusso collettivo di coscienza -, il 74 – Lo strano caso del dr I. e di Mr. C. – e il 125 – Corporation’s Flashforward).”

Aggiungo due cose. La prima, non casualmene uno dei quattro episodi sopra citati è stato scritto da Elisabetta Bucciarelli, fra le prime a commentare il tuo post. La seconda: vale forse la pena aggiungere come elemento di riflessione quanto scritto da Susan Sontag nell’ultimo saggio realizzato prima della morte, che porta acqua al mulino delle posizioni più tradizionaliste: “La letteratura racconta storie. La televisione dà informazioni. La letteratura coinvolge. È una ri-creazione della solidarietà umana. La televisione (con la sua illusione di immediatezza) distanzia, ci imprigiona nella nostra indifferenza. Le cosiddette storie raccontate dalla televisione soddisfano la nostra fame di aneddoti e ci offrono modalità di comprensione che si elidono a vicenda. (Ciò è rafforzato dalla pratica di punteggiare con la pubblicità le narrazioni televisive). Tali storie affermano implicitamente l’idea che tutte le informazioni siano potenzialmente rilevanti (o «interessanti»), che tutte le storie siano senza fine — o che se si interrompono, ciò non accade perché si siano concluse, ma perché sono state spodestate da una storia più recente, più sensazionale, o più eccentrica. Presentandoci un numero illimitato di storie inconcluse, le narrazioni proposte dai media — il cui consumo ha drammaticamente inciso sul tempo che in passato il pubblico istruito dedicava alla lettura — offrono una lezione di amoralità e distacco antitetica a quella incarnata dal progetto del romanzo.
Nella narrazione di storie praticata dal romanziere c’è sempre una componente etica. Questa componente etica non sta nella contrapposizione di una verità alla falsità della cronaca. Sta nel modello di completezza, di intensità, di illuminazione fornito dalla storia, e dalla sua risoluzione — che è l’opposto del modello di ottusità, di incomprensione, di passivo sgomento, e conseguente ottundimento dei sentimenti, offerto dalla sovrabbondanza di storie inconcluse disseminate dai media. La televisione ci offre, in forma estremamente svilita e non vera, una verità che il romanziere è costretto a sopprimere in nome del modello etico di comprensione caratteristico dell’impresa narrativa: vale a dire, la consapevolezza che tratto distintivo del nostro universo è che molte cose accadono nello stesso tempo. («Il tempo esiste perché le cose non succedano tutte contemporaneamente… lo spazio esiste in modo che non succedano tutte a te»). Raccontare una storia vuol dire: è questa la storia importante. Vuol dire ridurre l’estensione e la simultaneità del tutto a qualcosa di lineare, a un tragitto. Essere un individuo morale significa prestare, essere obbligato a prestare, un certo tipo d’attenzione. Quando esprimiamo giudizi morali, non stiamo semplicemente affermando che una cosa è migliore di un’altra. Stiamo affermando, in modo ancor più fondamentale, che una cosa è più importante di un’altra. Ordiniamo la vertiginosa estensione e la simultaneità del tutto, a costo di ignorare o voltare le spalle a gran parte di ciò che accade nel mondo. La natura dei giudizi morali dipende dalla nostra capacità di prestare attenzione: una capacità inevitabilmente limitata, i cui limiti si possono, però, forzare. Ma forse il primo passo verso la saggezza e l’umiltà sta nel rassegnarsi ad accettare l’idea, la devastante idea, della simultaneità di ogni cosa, e della incapacità della nostra comprensione morale — che è anche quella del romanziere — di assimilarla (…).
I romanzieri, dunque, assolvono un necessario compito etico sulla base di un diritto a un pattuito restringimento del mondo reale — sia in termini di spazio che di tempo. I personaggi di un romanzo agiscono in un tempo che è già completo, in cui tutto ciò che vale la pena di essere salvato è stato preservato — «lavato dalle incrostazioni», come scrisse Henry James nella prefazione a Le spoglie di Poynton. Tutte le storie reali sono storie del destino di qualcuno. I personaggi romanzeschi hanno destini estremamente leggibili. Il destino della letteratura stessa è qualcos’altro. Intesa come storia, la letteratura è piena di sgraziate incrostazioni, richieste irrilevanti, attività prive di scopo, attenzioni improduttive.”

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 13:58 da Marco Minghetti


@Massimo. Solo per avvertirti che, l’indirizzo e-mail al quale mi hai scritto la settimana scorsa( limite86 at libero.it) da un po’ di giorni fa i capricci e non riceve posta. Per altre, eventuali richieste e/o comunicazioni, ti prego quindi di scrivere a:frozensoul86@hotmail.it
Grazie anticipatemene e scusa l’OT

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 14:30 da Germano


Se, nella vita come nell’arte, niente è possibile senza l’amore (Chagall), così nel reale o nel virtuale l’importante è non parlarsi addosso. Internet è una rivoluzione e il suo esprimersi è solo all’inizio. Un capovolgimento totale che non ha confronti; i grafici, come me, ne hanno conosciuto le conseguenze già all’inizio, già da qualche anno. Ho amici argentini, tedeschi e francesi, per tutti è stata la stessa cosa: tutti travolti da un ciclone che offriva immagini e opportunità di confronto che non richiedeva più mediazione. Noi, curatori delle immagini e inventori di parole, fummo veramente i primi a sperimentare la potenza rivoluzionaria della rete, e a adeguarci di conseguenza, rimettendoci e/o riconvertendoci. Poi lo sconquasso si propagò, in modo straordinariamente positivo, ad altri settori, quelli culturali. Io saluto positivamente le commistioni, perché senza scomodare il solito Deleuze, ma ripensando semplicemente ad Eraclito, non siamo mai gli stessi, anche se ci bagniamo nello stesso fiume. Figurarsi nel grande mare della rete! Internet favorisce gli approfondimenti, è occasione continua, facile e democratica di conoscenza; i blog sono miniere più o meno ricche di persone e personalità che riversano, per i più svariati motivi, emozioni e saperi. Certo, fra i blog letterari, è facile trovare la solita compiacenza cicisbea del piccolo gruppo, che si parla addosso che si loda e s’imbroda, i circumnavigatori ombelicali; ma basta un pensiero, una citazione che afferrati al volo ti trascinano via verso altre sponde. Niente è mai stato così a portata di mano. Riscopriremo i classici con la passione di chi li ama, miglioreremo le nostre scritture, anche quelle più private, perché sicuri del confronto, della lettura. Avremo più attenzione e più qualità e scriveremo meglio di Pier Vittorio Tondelli e dei Cannibali; anche se apprezzati, appartengono ormai ad un’era lontana.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 14:40 da miriam ravasio


Vi ringrazio moltissimo per i vostri commenti.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 15:12 da Massimo Maugeri


@ Silvia e a tutti
Il post è un po’ lunghetto, lo so. Anticipo che, proprio per questo motivo, lo terrò in primo piano fino a venerdì. Credo che l’argomento sia molto interessante, soprattutto per noi che leggiamo e scriviamo anche su Internet.
Leggete (o rileggete) con calma il post e i commenti che sono seguiti. E poi, senza fretta alcuna, anche nei prossimi giorni, lasciate le vostre riflessioni.
Vi ringrazio.
Un ringraziamento particolare a zia Silvia:)

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 15:15 da Massimo Maugeri


@ Elisabetta
Cara Elisabetta, ti ringrazio. Sei molto gentile.
Hai visto che Marco Minghetti ti ha citata nel successivo commento?
Su Hotel Angleterre… magari potremmo invitare qui lo stesso Orengo a presentarlo.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 15:18 da Massimo Maugeri


@ Barbara, Paolo S, Zauberei, Simona, Elektra; Maria Teresa, Luca
Grazie anche a voi.
Davvero molto interessanti i vostri commenti. Se riesco a trovare il tempo – tra oggi e domani – mi piacerebbe certi concetti.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 15:21 da Massimo Maugeri


@ Desi
Ciao Desi,
Orengo sostiene quanto segue (come già scritto sul post):
«La grande rete della scrittura». Letteratura addio, non si fa nuova narrazione con la scrittura degli scrittori ma con quella pop, di rete, di blog, di libri-game e canzoni. Ma no, son sempre i vecchi, immutabili sentimenti a guidare la scrittura, che può e anzi deve essere meticciata con talento. Il «canone» non è rigido, altrimenti la letteratura sarebbe morta da tempo. Ogni tanto invece si ripresenta il gioco degli Apocalittici e integrati.”

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 15:22 da Massimo Maugeri


@ Marco Minghetti
Grazie per il tuo commento. Suggerirei a tutti di leggerlo con attenzione, anche se è molto lungo.
Anticipiamo che “Le Aziende In-visibili” vedranno la luce (editoriale) prima dell’estate.
Avremo senz’altro modo di parlarne.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 15:24 da Massimo Maugeri


@ Miriam
Hai scritto: “Internet è una rivoluzione e il suo esprimersi è solo all’inizio. Un capovolgimento totale che non ha confronti”.
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Sottoscrivo in pieno. Parola per parola.
-
@ Germano
ok

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 15:25 da Massimo Maugeri


Mi viene fatto (credo giustamente) notare che sarebbe preferibile evitare commenti troppo lunghi. Anche perché: più sono lunghi, maggiore è la possibilità che vengano saltati (del resto è stancante leggere sullo schermo).
Questo, in fondo, potrebbe essere un ulteriore “punto” su cui dibattere: la “lunghezza/brevità” dei testi on line. Credo che l’argomento possa rientrare benissimo nel tema.
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È anche vero che io, spesso, sono il primo a propinarvi post-fiume.
Abbiate pazienza!

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 15:59 da Massimo Maugeri


i commenti lunghi possono non essere letti: rischio che chi scrive conosce e chi legge corre a suo rischio.
Una delle leggi del blog come contenitore.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 16:33 da Paolo S


Ecco che ci risiamo.
Chiedo scusa da subito perché vado contro corrente ma questa questione che pure nei commenti, mentre uno è magari impegnato a chiarire un punto di vista o un’opinione, debba anche porre attenzione alla lunghezza e magari rileggere per poi ‘tagliare’ qualcosa… insomma, siamo davvero sicuri che sia tutto così necessario?
Come dice giustamente Paolo S, se si scrive un commento lungo di solito si sa che ci sono alte possibilità di non essere letto. Ok, fa parte del gioco.
Ma se uno ha svariate questioni da ‘inserire’ allora cosa fa? Dieci commenti uno di seguito all’altro? E la c.d. ‘teoria della velocità’ dove la mettiamo? Nel web tutti corrono, si sa. Non c’è molto tempo in generale e se uno commenta di solito ha un motivo per farlo (appunto perché il tempo è tiranno).
Comunque.
Detto questo è abbastanza evidente che on line i testi non possono essere dieci, venti e viadicendo cartelle standard… di solito è consigliabile inserire post ’snelli’, quanto meno come primo approccio. C’è chi pubblica a ‘puntate’ ovvero un testo lungo (anche un racconto magari di 40.000 battute complessive) frammentato in pezzi che in giorni diversi diventano visibili on line.
Poi, per conto mio, certe volte per chi scrive è davvero impossibile ridurre o spezzare. Allora insomma, amen. Uno lo sa che perderà molti forse moltissimi potenziali lettori e lo accetta o non pubblica il ‘tal’ scritto lungo.
In questo forse sarebbe il caso di recuperare alcuni dei pregi della forma scritta su carta per abbinarli ai vantaggi del web.
A parte tutto comunque, resta predominante il fattore ‘video’ ovvero facilità o difficoltà di lettura dallo schermo. Se il video a disposizione non è recente, magari un pò rovinato, diventa davvero faticoso leggere. Anche questo fa la differenza.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 17:06 da Barbara Gozzi


in rete posson scrivere troppe persone e la grafomania esonda. ma, guardando bene, talvolta qualcosa si trova. per fortuna, però, non vale la democrazia, malsana idea di menti buoniste: chi scrive bene è letto, chi scrive male è negletto. come me.

un saluto speciale con abbraccio accademico e sguardo ammirato a miriam, che intuisco come persona degnissima,

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 17:58 da giulio


Sottoscrivo i commenti di Barbara Gozzi, tutti e due. E chiudo qui, cosi’ di sicuro il mio piccolo commento viene letto anche da chi sul web va di fretta… cioe’ tutti. :-D
Laura

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 19:08 da Laura Costantini


a)democrazia è che tutti possano scrivere e ognuno possa scegliere cosa leggere. e il web in questo ha grandi meriti.
b)”il romanzo non è mai stato un genere intellettuale”. verissimo. ogni romanzo è figlio del suo tempo, ed è in risonanza con le vibrazioni correnti.
quanti capolavori all’uscita sono stati bollati come ‘arte degenerata’ perchè non rispecchiavano canoni classici? ma se si resta fermi, se ci si arrotola su una concezione arcaica della scrittura, si fa manierismo e basta.
valido è ciò che nel tempo rimane, non ciò che risuona di antico e basta.
c’è fior di schifezze, in giro. ce n’è sempre stato. ma giustizia viene fatta per selezione naturale.
c) silenzio e lentezza stanno in chi scrive e in chi legge, non nel medium. la carta non offre maggiori garanzie di uno schermo in questo.
d) io amo il ibri. amo l’odore della stampa, il fruscio della carta, la grana della copertina tra le dita; e non credo che niente potrà mai sostituirne il godimento.
e) cito e sottoscrivo: son sempre i vecchi, immutabili sentimenti a guidare la scrittura, che può e anzi deve essere meticciata con talento. (Ovvero: il «canone» non è rigido, altrimenti la letteratura sarebbe morta da tempo)

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 19:27 da gea


Qualche argomento pratico ”pro carta stampata”:
1) C’e’ piu’ selezione che in rete.
2) Un giornale o un libro li si puo’ portare appresso dovunque.
3) A leggere sulla carta ci si stanca molto meno che a stare sullo schermo del computer.
4) E’ piu’ facile fare l’andirivieni che si vuole e selezionare gli articoli o le pagine che si vogliono leggere – in rete non abbiamo un quadro complessivo di un’opera o un quotidiano, su carta si’.
5) Si puo evitare di leggere la pubblicita’.
6) La carta e’ utilizzabile anche in altri modi, il video no: o lo si spegne o lo si accende.
I pregi della rete, invece, li sappiamo gia’, visto che siamo qui a scrivere tutti!
Ciao
Sergio

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 20:14 da Sergio Sozi


Sui ”canoni” della scrittura narrativa:
sono stati scoperti migliaia di anni fa (Cicerone) e ancora sono validi. Chi li applica con personalita’ resta e meritatamente, chi no, forse resta anche. Ma senza meriti.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 20:17 da Sergio Sozi


P.S.
Perche’ che restino e resistano agli anni solo le cose valide e’ una bufala colossale: per esempio la guerra e’ una cosa brutta per tutti ma esiste da sempre. Altrettanto succede per i libri pessimi.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 20:19 da Sergio Sozi


se fossi enrico non mi lascerei sfuggire la possibilità di enumerare usi alternativi di molta carta stampata.
ma enrico non sono, e quindi taccio.
:-)

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 20:19 da gea


Credo, similmente ad Orengo, che la letteratura non debba legarsi ai canoni ma molto di più al talento è anche vero che i canoni, almeno nella loro accezione più negativa tendono a cristalizzarsi e rimanere una sorta di meccanismo ad esclusione, che finisce come ogni meccanismo di selezione applicato a lungo per premiare i mediocri.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 20:29 da outworks110


Massimo
Perché preoccuparsi tanto del cambiamento radicale già in atto da qualche anno?
Non durerà più a lungo fino a diventare abituale leggere un libro in rete, ma chi ama la letteratura, tanto da volersela portare a passeggio con sé, la leggerà conseguentemente sui libri.
Un libro è un qualcosa che appartiene all’anima di chi l’ha cercato, è un dono che gli ricorda il momento e il posto dove l’ha comprato e per il quale ha risparmiato ogni centesimo, fino ad avere la somma necessaria per ottenerlo.
È quindi un sentimento, o meglio un’anima piena di effusioni e ricordi che ci appartengono e che non vorremmo mai lasciare inosservati e dimenticati.
Trovo una grande differenza emotiva, tra il cercare un libro di vecchia data nei miei scaffali, ritentare di leggerlo e ricomprenderlo, e l’entrare in una pagina della rete, già dall’apparizione arida e anonima, per leggere un qualcosa, forse anche ottimo e istruttivo, ma da non poter possedere nella mano e ricollocarlo dopo l’uso nello scaffale tra gli altri libri dei miei interessi e bisogni e sui quali poter volgere sempre uno sguardo di passione e desiderio.
Pagina per pagina viene sfogliato, e già i ricordi di un tempo rivivono in me e mi procurano gioia e nostalgia per il passare del tempo.
Possedere un libro è un rivivere i tempi del nostro imparare e riconoscere, è un confrontare lo stato attuale di cognizione con quello di allora.
Leggere un libro, così pieno di emozioni rimasti nel tempo, è una terapia per la nostra anima, che inesorabilmente si avvicina al momento dei riassunti ed esami finali da sostenere.
La rete è per me una necessità per svolgere più velocemente l’ammasso di lavoro quotidiano che, seguendo il ritmo del tempo, aumenta e sembra di non finire mai.
La rete può andare persa e con essa il suo contenuto, troppo prezioso, quando si tratta dei miei libri cari, da potergliela affidare.
I tempi della velocità in ogni campo e pensiero uccidono la creatività dell’anima che bisognosa si rinchiude e non ci dona più il senso di ritrovarsi in lei e vivere con lei.
La tecnica è una buona cosa per i tecnici, per l’amministrazione di una società moderna troppo regolamentata, tanto da non lasciar posto alla fantasia, nella quale domina il pensiero genuino e semplice e dalla quale sorgono le piccole idee, quelle che ci attraggono immensamente, relegandoci nel mondo dell’infanzia fertile e già più saggia.
Eppure, temo che nel futuro, la tecnica prenderà possesso dell’uomo, tanto da diventare anche lui un suo prodotto e non aver più bisogno di scrivere e discorrere dei bisogni della sua anima e dello spirito a lei connessa.
I contenuti attuali dei libri spariranno dalla sua coscienza, e saranno sostituiti dalle sempre più complesse formule matematiche e scientifiche generate dalla sua mente, diventata razionale e astratta come il suo mondo esteriore.
Saluti.
Lorenzo

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 20:34 da russo lorenzo


@ Sergio, Gea e a tutti
Un libro è un libro, la rete è un mezzo! Sulla rete leggo (quel che basta) trovo informazioni, guardo i video d’arte, osservo le immagini, mi confronto con gli altri sensibili ( insomma, me li vado a cercare), partecipo ai dibattiti, scopro forme di linguaggio, vivo e condivido i pensieri, ripasso cose che avevo dimenticato, scrivo. Mi aggiorno conoscendo e mi metto in comunicazione con tante persone che in un Festival della Letteratura osserverei, o al massimo ascolterei, senza alcuna interazione. Il libro è unico ed è per sempre, ma altrettanto unica, nella sua potenza, è la rete. Confrontarli è solo un esercizio di sterilità. Sono due cose diverse, un libro è IL LIBRO , la rete è un mezzo: entrambi, per me, amabili e insostituibili. E poi, questo blog che ci fa discutere, conoscere, che ci mette umanamente in relazione favorendo lo scambio delle nostre esperienze e dei nostri sentimenti, vale meno di un Libro?
:-)
Certo, la contaminazione si estenderà alla scrittura, all’arte, alla musica, plasmando i nostri gusti e le nostre predisposizioni…ed è giusto che sia così.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 21:02 da miriam ravasio


Miriam, ti quoto in pieno…
Avete letto “Notre Dame de Paris”, vero? Quando venne inventata la stampa, si profetizzò che il libro avrebbe ucciso l’architettura. Cosa sono le grandi cattedrali se non summa della cultura del popolo che le ha costruite? Sono grandi poemi, romanzi ante litteram, summae bibliche, aneliti alla spiritualità, canti di pietra elevati dalla terra al cielo. Così come i grandi templi, le piramidi…
Ora ci viene detto che la rete ucciderà il libro o meglio the world as we know it. Questo ucciderà quello… come in Hugo.
Ma le cose sono più complicate e più semplici insieme.
Il libro è in sè un’idea così geniale che non potrà mai essere sostituita dalla rete. Sono mezzi che è veramente sterile comparare. Giusto e bello è che le arti comunichino: il cinema, il teatro, l’arte… la rete offre tante possibilità che anche i grandi del passato avrebbero accolto dapprima con diffidenza e poi sfruttandone le possibilità: la fotografia avrebbe ucciso la pittura. Non è successo. il cinema avrebbe ucciso il teatro, i fumetti avrebbero distolto la gente specie i giovani dalla lettura. Invece tutto parte dal libro e tutto torna ad esso. Abbiamo bisogno di raccontare e ascoltare storie per vivere. Siamo homo fabulans, e che lo si faccia con la pittura o con un’installazione digitale è lo stesso.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 21:29 da Maria Lucia Riccioli


Lorenzo: la tua idea poetica del libro è bellissima.
Ma non pensare che matematici e scienziati – quelli veri – siano lontani dalla cultura cosiddetta umanistica. Ciò che è umano e poetico e vero si riassume tanto bene in una poesia quanto in una formula matematica bellissima nella sua sintesi perfetta. Una mia cara amica che insegna fisica si è incorniciata delle equazioni di Maxwell e le ha appese, perchè le trova di una bellezza assoluta. Le leggi del cosmo riassunte in pochi segni matematici, come se fossero dei versi tratti dal poema di Dio, che è un matematico di prim’ordine oltre che un poeta. E la mia amica Adriana scrive e legge, ama i poeti oltre che i matematici.
Quando ho capito la legge della gravitazione universale o sono stata capace di dimostrare un teorema a scuola mi sono sentita fiera di me e felice come quando parafrasavo Dante.
Il guaio è quando l’uomo tratta se stesso e gli altri come mezzo e non come fine e quando tratta ciò che inventa e scopre pur mirabilmente come fine e noncome mezzo – Kant insegna…

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 21:37 da Maria Lucia Riccioli


@ maria lucia, miriam etc
credo sia la stessa cosa che ho detto io.
non bisogna temere il futuro, se gli si va incontro con animo puro. (ossignur, ci ho messo la rima.. )
:-)
mi vengono in mente cose su bambini e acqua sporca, ma ho sempre ritenuto quel modo di dire piuttosto stupido. per far passare un bebè per lo scarico bisogna spingere assai.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 21:40 da gea


Internet ha rivoluzionato il mondo della comunicazione, se prima il monopolio apparteneva alle grandi testate giornalistiche, ora anche i piccoli editori e autori hanno trovato un’alternativa per farsi conoscere. II mondo del virtuale è un oceano popolato da pesci multiformi che si muovono sconnessi alla ricerca di luce. Un universo parallelo al mondo della carta stampata, cui si contrappone, cerca spazio, visibilità altrimenti negata. Istituzione democratica per eccellenza, il web una pubblicazione non la nega a nessuno. il gran numero di siti letterari proliferanti riescono a trovare spazio anche per la più scalcinata delle poesie, il racconto più sconclusionato. Sempre meglio che pubblicare a pagamento con editori cartacei che mai daranno visibilità al nostro potenziale capolavoro. Il grande limite della rete è costituito dal fatto che chiunque può pubblicare, visto che non costa nulla. Tutti sono scrittori e nessuno lo è. Ci si immerge in un grande calderone dagli ingredienti più disparati. Ritrovarsi in un sito è una maniera per stare insieme tra persone che coltivano gli stessi interessi, questo vale sia per i siti letterari che per i siti porno. Una finestra che dalla nostra casa si apre al mondo, riducendo le distanze, o annullandole, si apre alla globalizzazione e offre un piatto di minestra calda al viandante-scrittore, cui altri hanno sbattuto la porta in faccia. Ed ecco che milioni di persone, vittime dei rifiuti di editori oscurantisti, hanno trovato come tirare fuori i loro manoscritti dal cassetto, per proporli in questo palcoscenico futuristico, che permette connessioni all’infinito con lo scambio di indirizzi di posta elettronica. Possiamo considerarlo un vero movimento artistico? Un esercito di pennaioli destinato a rivoluzionare il mondo della letteratura? O piuttosto un surrogato, un supporto che aiuta le nostre aspirazioni. Quasi tutti i grandi scrittori si sono costruiti il loro sito per comunicare con i propri lettori e annunciare le loro iniziative. Sicuramente il mondo del virtuale è un fenomeno in continua espansione, dagli sviluppi imprevedibili e incontenibili che andrebbe regolamentato e gestito con maggiore oculatezza ma ricordiamoci che anche la scrittura è business, attorno alla carta stampata lavorano tipografi, magazzinieri, corrieri, distributori, librai. Non credo per adesso che internet possa uccidere i sistemi tradizionali.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 21:52 da Salvo zappulla


Outworks,
ciao caro, bentornato! Ma non sara’ mica che i canoni dovranno esistere anche per vedere chi e’ tanto bravo da oltrepassarli facendo di meglio? Senza canoni, invece, dove stanno i punti di riferimento – anche ”in negativo”?
Ciaobbello
Sergio

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 21:56 da Sergio Sozi


Oui, Gea…
I canoni, Sergio, ci sono sempre stati, lo sia meglio di me. Shakespeare pareva un barbaro a chi lo giudicava secondo certi canoni ormai superati… i paletti vengono aggirati, abbattuti e il limite, l’orizzonte, si spostano sempre un po’ più in là…
Dopo la morte di Dante, Petrarca e Boccaccio si piangeva la fine della letteratura… e invece? Siamo qui.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 22:29 da Maria Lucia Riccioli


@ Maria Lucia Riccioli
“Questo ucciderà quello” sino a poco tempo fa, è stato uno dei miei chiodi fissi ; ho lavorato molto su quei due capitoli di Hugo, ricavandoci un progetto che proposi ad una scuola media superiore . Non fu approvato, perché alla parola Internet, il preside con grande sicurezza mise subito in chiaro che di certe diavolerie lui ne faceva a meno!!! Era un istituto professionale…. e lui un omone grosso grosso in abito azzurro, camicia bianca e farfallino rosso, come l’amico suonato della zia di Copperfield (fermo alla sua Rivoluzione Industriale).
:-)

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 23:49 da miriam ravasio


Le contrapposizioni tra scuole di pensiero non mi hanno mai appassionato. Per questo mi associo a chi ha già detto in qualche modo che la letteratura non si difende attaccandosi ai suoi sacri canoni, tanto meno attraverso la loro aprioristica negazione.
E’ come se qualcuno si volesse rinchiudere nel fortino attaccato dagli apaches (e prima o poi “eroicamente” perire?), altri volessero farlo saltare in aria e fare dilagare gli indiani (effettivamente a volte più simpatici dei visi pallidi).
Ma nulla può rimanere vivo nell’immobilità, piaccia o non piaccia. E quindi ben venga la contaminazione, di qualsiasi sorta essa sia. Si citano Calvino, DeLillo, Borges, Kundera …..Ci si dimentica spesso di Dino Buzzati, grandissimo maestro di contaminazioni (Le Storie dipinte, Poema a fumetti, I Miracoli di via Morel …).
Si tratta, come sempre, di distinguere il grano dal loglio, perché vi sarà sempre chi identificherà il nuovo con il valido, chi confonderà la potenza del mezzo con la pochezza del contenuto, e sparerà puttanate come fossero il sacro verbo.
Si può fare manierismo digitale quanto si faceva in passato manierismo rococò, romantico o decadente. Ma poi in ogni epoca vengono fuori indiscutibili capolavori, figli del loro tempo, precursori di tempi a venire: sono quelli che utilizzano qualsiasi mezzo, culturale o tecnologico che sia, perché funzionale a creare qualcosa di personale, di originale, e non per moda.

Postato mercoledì, 2 aprile 2008 alle 23:50 da Carlo S.


@ Carlo
Clap clap!!!

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 00:00 da miriam ravasio


Mille grazie per i vostri commenti.
Ringrazio anche la redazione di kataweb che ha messo il post in primo piano.
Carina l’immagine:
http://www.kataweb.it/blog/
Anzi, sapete che faccio? La “rubo” e la metto sul post (come avevo già fatto con il post “eleggiamo il libro dell’anno 2007″.

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 00:17 da Massimo Maugeri


Fatto! (riguardate il post).
Un giorno molti di noi leggeranno libri così? (Mi riferisco all’imagine)
In Giappone pare lo facciano già in tanti.
Che ne dite?

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 00:21 da Massimo Maugeri


Per il momento non aggiungo altro.
Nei prossimi giorni riprenderò alcuni degli spunti che avete fornito.
‘Notte.

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 00:22 da Massimo Maugeri


sono in gran parte d’accordo con Mazzarella, anche se imamgino che ci saranno ancora a lungo modalità ed ispirazioni di diverso genere.

Nella letteratura, proprio perchè espressione di anime, culture e sentimenti diversi, c’è naturalmente spazio per ogni libertà.

Per quanto riguarda il super-io culturale, la società letteraria di un tempo, credo che sia più che altro mutato il modo di intenderla.
Mi sembra che il tentativo di supervisione da parte di una “società letteraria” sia evidente anche nel web.
La differenza è che sessant’anni fa le avanguardie culturali lavoravano all’interno (o a fianco) della società letteraria, mentre oggi sono molto più disperse, autonome ed anche un po’ divise in fazioni e squadre.

E questo, temo, non giovi alla produzione letteraria in genere…

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 11:20 da isabella


Condivido l’opinione di De Rienzo e di Orengo.
Non so se sia un bene o un male, o se sarà un bene o un male, ma ritengo che la letteratura della Grande Rete sia etichettata ancora come piccola e con tutta probabilità rimarrà tale per parecchi anni a venire. Piuttosto sarà la rivoluzione digitale a spodestare, seppur con fatica, la cultura cartacea.
Mi è piaciuto molto l’intervento di Barbara Gozzi, tuttavia voglio provocatoriamente dissentire da una parte del suo pensiero, dichiarando che il “mezzo di divulgazione” è cosa davvero importante e a sostegno della mia tesi “provocatoria” domando: quali sensazioni, apporti, riflessioni, piaceri, reca leggere un’opera su carta piuttosto che su supporto digitale? Leggere il conte di Montecristo utuilizzando i due diversi mezzi divulgativi sarebbe la stessa cosa? Siamo sicuri, fermo restando che il digitale prevarrà a prescindere nel prossimo futuro, che non esista proprio alcuna differenza? L’atmosfera dello sfogliare le pagine non esiste più?

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 11:26 da Jean de Luxembourg


Il fondamento della nostra percezione è il contrasto. Esso s’identifica tra le cognizioni e le abitudini acquisite e il suo avversario di sempre, generalmente localizzato nel nuovo.
Ogni mezzo nuovo crea quindi prima di tutto contrasti che sfociano in avversioni e diffidenze personali. Troppo caro e abituale era l’uso del vecchio sistema da diventare parte della propria anima e quindi sentito, mentre troppi sforzi pretende il nuovo, sforzi richiesti nel farlo proprio e quindi anche lui parte della nostra anima.
L’essere umano è in possesso della ragione per elevarsi dal suo stato limitato, ma anche della coscienza per controllare e regolare il suo operare.
Egli tende a innestare nel nuovo mezzo tecnico la propria sensibilità, perché solo così diventa vivo e utile per lui.
La nostra immersione nelle nuove verità, definite per esempio dalle nuove e prima ritenute misteriose formule matematiche, le rende nostre, cioè umane e utili al nostro essere e operare.
Alcuni ci riescono prima, altri dopo e altri ancora mai, per cui ci saranno sempre dei propulsori, dei ritardatari nell’assumerle e degli oppositori.
È sempre stato così, perché sempre tale è stato ed è tuttora il processo del rinnovamento tecnico, come sociale e culturale, con i quali noi tutti siamo confrontati.
Se è vero, che siamo destinati a elevarci a fianco del Creatore, costateremo processi elevatissimi e inimmaginabili, perché ancora fantasiosi, nei prossimi secoli attraverso il nostro operare.
Bisogna distinguere tra il mezzo, utile a svolgere certe mansioni, e quello diventato personale, perché unico e proprio, come ebbene un libro, comprato e utilizzato per imparare, divertirci, o alleggerirci da uno stato di ansia e quindi bisogno; credo quindi anch’io che esso sopravvivrà ogni mutamento della nostra vita.
Grazie Maria Lucia Riccioli per i tuoi elogi alla mia forma poetica e per le rivelazioni riportate sulla tua amica fisica, che giustamente capisce che ogni verità viene resa umana e quindi appartenente a noi.
Saluti,
Lorenzo

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 14:12 da russo lorenzo


Vi ringrazio per i nuovi commenti.
Purtroppo devo scappare, ma tornerò a intervenire stasera.
Voi, intanto… scrivete!:)

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 14:59 da Massimo Maugeri


Ciao,
come spesso accade di questi tempi mi trovo d’accordo con miriam, gea, carlo, simona, maria…
Due – o tre – parole soltanto: quando Charlie Parker suonava, durante le sue esibizioni c’era sempre qualcuno che obiettava: “ehi ma questo non è Jazz! sono passati 50 anni e quando a mio figlio è capitato di improvvisare davanti ad una commissione per un concorso, buona parte degli esaminatori -cloni di quel grande musicista- solitamente se ne esce: Ehi ma questo non è Jazz!
Cosa è nuovo, l’originale? il nuovo è quello che tu produci ORA, con gli strumenti che hai a disposizione ORA, filtrato dalla tua sensibilità, dalla tua intelligenza, dalla tua sincerità, un incontro fra passato e presente proiettato verso il futuro che deve scaturire dal profondo, senza troppe elucubrazioni, calcoli mentali…lasciate fuoriuscire quello che esiste in voi, liberate la vostra anima e non preoccupatevi troppo di essere in linea con i tempi perché le cose fatte con onesta sincerità sicuramente saranno originali …lasciate questo giochino a chi non ha niente da dire.
Ho appena terminato ” Il senso del dolore” di Maurizio De Giovanni…è un libro fuori da ogni tempo, un libro che sembra un elogio al silenzio, un libro carico di umanità, un libro che non vedi l’ora di finire ma che quando l’hai terminato ti senti orfano e ti chiedi: e adesso, che cavolo leggo?
Chi se ne frega se non è una scrittura all’avanguardia, post – moderna, minimalista, futurista… cambiano le culture, le tecnologie, le mode, le etichette i mezzi di comunicazione, ma l’uomo no, lui è sempre lo stesso così come i suoi bisogni…Come dice il commissario Ricciardi “le cose che muovono tutto sono sempre la fame e l’amore”..ciao
stefano

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 16:28 da stefano


Nello specifico non riesco a trovare una contrapposizione, ma auspicherei un’integrazione. Certo, il presupposto dovrebbe essere che (almeno in Italia) si leggesse talmente tanto che carta e internet agissero in sodalizio.
Purtroppo, però, il nostro Paese è abbastanza fanalino di coda nella classifica delle Nazioni che leggono. Ma questo, secondo me, non deve comunque portare a una contrazione dell’offerta. I mezzi, insomma, ci sono. Basta usarli. Anche io, però, trovo abbastanza disagevole leggere un intero romanzo su internet. Credo che la rete possa essere importante nell’offrire stralci, informazioni, biografie di autori e consentire l’acquisto dei libri via-web.
La finalità ultima, insomma, dovrebbe essere comunque quella di avere in mano il libro “in carne e ossa”.
Indubbiamente siccome non tutti quelli che scrivono hanno la possibilità di pubblicare con un editore, allora è anche comprensibile che gli scittori lancino i loro manoscritti in alcuni siti. Questa è comunque una risorsa. Magari lo diventerebbe ancor di più se gli editori girovagassero in rete rendendosi disponibili a pubblicare ciò che ritengono meritevole di stampa.

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 17:37 da enrico gregori


Ciao,
per come la vedo io la frase riportata in merito a Grossi è forse un pò forzata (“perché leggere è sempre stata una fatica, «lo scotto da pagare per tentare di riuscire a scrivere qualcosa di decente”), soprattutto nell’interpretazione di attribuirgli una scrittura “veloce” o una provenienza quasi caricaturale dal mondo dei fumetti e da nuove forme di comunicazione.
Parlo di lui perchè conosco bene i suoi libri, ho recensito recentemente in Bottega di lettura il suo ultimo romanzo, L’Acchito, e vi assicuro che la sua è una scrittura molto meditata, molto attenta alla forma.
Con lui ho avuto anche un proficuo scambio di mail, mi sembra uno scrittore, anche se giovane, con ottimi “fondamentali”.
Forse si potrebbe provare a coinvolgerlo in questo interessante dibattito.

Paolo

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 17:45 da Paolo Cacciolati


Fame e amore… è vero, i motori del mondo. Dante se fosse vissuto oggi probabilmente avrebbe scritto un romanzo o un saggio, non un poema. Le forme trapassano, lo spirito resta.
- Ha ragione Mazzarella nel sostenere che la contrapposizione sempre più marcata tra vecchi e nuovi media è un luogo comune che, dopo la definitiva affermazione della rivoluzione digitale, appartiene ormai al patrimonio delle certezze collettive?
Sì, la contrapposizione è fittizia, perché nessuno di noi ha abbandonato la carta per il web. Solo che c’è meno tempo per leggere. Anche seguire un blog è un’occupazione che “sottrae” tempo alla lettura e alla scrittura. Pensiamo anche al futuro remoto: ho letto che Internet tra qualche tempo collasserà perché vengono immessi troppi dati in rete. Cosa accadrà?
- Ha ragione Berardinelli quando sostiene che “prima c’era un super-io culturale, la società letteraria. Ora non c’è più”?
Verissimo. Pensiamo alla figura del critico letterario, della grande firma di quotidiani e riviste. Con Internet il rapporto lettore-autore si è abbattuto secondo il principio del libero esame. In rete ha peso più la recensione del lettore comune che quella dell’”esperto”. La società letteraria è come la società odierna tutta: pares, peer to peer. Scambio tra pari. Il libro è una merce come un’altra che ordini via Internet. Produttore-consumatore. Il Super-Io sta scomparendo dalle coscienze individuali come da quella collettiva. Il Super-Io e tutte le strutture che ne riproducono la funzione: insegnanti, sacerdoti, critici… tutti i mediatori, secondo il principio del libero esame, stanno scomparendo. Il mio caro preside mi informa che in America gli home schoolers sono più bravi degli studenti normali e stanno aumentando sempre più. Studiano non con precettori, maestri… ma in rete! Con informazioni tratte da Internet ed enciclopedie digitali.
- Siete d’accordo con Belpoliti quando considera che per fortuna, questa ibridazione di visivo e scritto, di letteratura e nuovi media, è entrata nelle pratiche di alcuni dei saggisti e critici più giovani?
Non so se sia una fortuna o meno.
Però notiamo subito quando una scrittura è cinematografica, teatrale… noteremo anche quando è condizionata da fumetti, videogiochi, videoclip… Vero è che Internet è un po’ come le reti del nostro cervello, ma anche la nostra mente sta subendo modificazioni: i nostri bambini sono già digitalizzati per così dire ed hanno serie difficoltà a scrivere. Ho alunni di seconda liceo che non sanno scrivere in corsivo ma smanettano con cellulari, palmari etc etc.
- Oppure ha ragione De Rienzo nel sostenere che silenzio e lentezza con cui si scrivono (e leggono) i libri siano beni da salvare, per una sorta di ecologia dell’anima: perché nell’allontanamento dal rumore e dalla velocità ci è rimasta l’unica possibilità di crescere e pensare?
In un libro di Camilleri, Montalbano nota sconsolato che sono scomparsi verbi come annoiarsi, perdere tempo… perché oggi tutto è velocità, riempimento ossessivo del vuoto – horror vacui – .
Tutto ciò che di bello e intelligente è stato fatto è nato dalla NOIA o dalla NECESSITà. Non ci annoiamo più perché la nostra stessa vita è diventata enterteinment. Non abbiamo bisogno grazie a Dio di nulla. Tutti gli strumenti della tecnologia sono a disposizione di fasce sempre più vaste di popolazione. C’è gente senza pane e latte a casa ma ha parabola satellitare, televisori al plasma, Internet, dvd portatili…

- E cosa pensate della tesi di Orengo, in base alla quale son sempre i vecchi, immutabili sentimenti a guidare la scrittura, che può e anzi deve essere meticciata con talento? (Ovvero: il «canone» non è rigido, altrimenti la letteratura sarebbe morta da tempo)?

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 18:55 da Maria Lucia Riccioli


@ Paolo Cacciolati
Grazie per il tuo intervento, Paolo.
Perché non inviti tu stesso Grossi a dire la sua? Digli da parte mia che ne sarei molto lieto e che qui a Letteratitudine sarebbe il benvenuto.

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 19:12 da Massimo Maugeri


@ Maria Lucia
Grazie per il tuo intervento. Molto bello.
Ma perché non hai risposto all’ultima domanda (quella dove cito Orengo)?
A proposito… domani scriverò a Nico Orengo chiedendogli se è disposto ad approfondire il concetto.

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 19:15 da Massimo Maugeri


@ Enrico
D’accordo con te. In fondo è quello che facciamo qui: promuovere “libri di carta”.
Credo che la mia posizione in merito sia molto chiara (e ovvia). Comunque la ribadirò a fine dibattito.

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 19:17 da Massimo Maugeri


@ Stefano
Mi ritrovo anche in quello che scrivi tu (mi pare che siamo più o meno tutti sulla stessa linea). Quindi sono anch’io in sintonia con “miriam, gea, carlo, simona, maria”
;)

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 19:19 da Massimo Maugeri


Un saluto a Lorenzo e a Isabella.
-
@ Jean
E se la tecnologia, tra qualche anno, consentisse di produrre libri digitali? Fogli elettronici sottilissimi più leggeri di un libro ma capaci di contenere centinaia di libri?
Che dici?
E voi che dite?
(Sì… sono provocatorio);)

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 19:21 da Massimo Maugeri


Saluto e ringrazio Salvo Zappulla, Outworks, Giulio… chi dimentico?

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 19:22 da Massimo Maugeri


Sulla lunghezza dei commenti sul blog credo che la posizione di Paolo S. sia molto ragionevole e condivisibile:
“i commenti lunghi possono non essere letti: rischio che chi scrive conosce e chi legge corre a suo rischio.
Una delle leggi del blog come contenitore.”

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 19:24 da Massimo Maugeri


Caro Massimo,
la questione posta dal libro di Mazzarella, che non ho letto, ma che è ben evidenziata dagli articoli di Belpoliti e degli altri da te postati, è molto interessante e darà spazio a discussioni spero utili.
A tamburo battente faccio mia la definizione di Nico Orengo, “meticciato con talento”, con cui vuol dire che oggi una letteratura all’altezza del nostro tempo deve confrontarsi con i nuovi media, e che essi l’aiutano, l’arricchiscono, anzichè snaturarla. Mescolare, meticciare, dunque va bene, però va fatto con ” talento”. Le fiumane di scritture che scorrono in internet spesso sono un enorme spreco di parole ma è innegabile che i blog e tutto il resto hanno dato voce a scrittori che non sapevano di esserlo, hanno stimolato energie latenti, hanno sviluppato enormemente il piacere di scrivere.
Arroccarsi in una visione vetustamente umanistica è sbagliato ma non bisogna illudersi che la circolazione universale dei linguaggi, di per sè inebriante, possa fare a meno del talento individuale, del lavoro in solitudine, dell’arrovellarsi sulle “sudate carte”.
Ciao Massimo,
Leandro Piantini.

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 19:28 da Leandro Piantini


Ecologia della mente… ci vorrebbe. La nostra testa è bombardata da stimoli continui… visivi, uditivi… la nostra mente non è mai sgombra e silenziosa. Il libro necessita solitudine, silenzio, concentrazione. Come un atto d’amore…
Non siamo quasi mai soli forse perché abbiamo paura di esserlo. E in silenzio non ci stiamo mai. Penso a scenari apocalittici, di grandi disastri o più semplicemente di crisi energetica. Torneremmo in massa ai libri come i personaggi di Fahreneit 451…
Il canone. Ne ho già parlato. Esiste – pensiamo al canone occidentale di cui parlano fior di critici, non come insieme di regole, ma di opere che hanno fatto scuola, sono diventate canoniche pur essendo state spesso fuori dei canoni. Meglio così. La perfezione non esiste. Come diceva Maria Callas – Mariuccia carissima!!! – “la tradizione è l’ultima cattiva recita”…

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 19:53 da Maria Lucia Riccioli


Massi…io i libri li leggerei in qualsiasi formato e con qualsiasi mezzo. Di carta, di laser,di specchi o di vento.
Anche perchè persino la lettura è strumento.
Ciò che importa è l’incontro. Con ciò che vibra dietro le parole.

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 20:04 da Simona


Ciao, Simona,
cio’ che ”vibra dietro le parole” secondo me dovrebbe essere anche ”dentro” le parole. Questa condivisione, questa doppia esistenza del ”dietro” e del ”dentro” e’ una delle prerogative dei capolavori. Forse proprio ”LA” prerogativa.
Sergio

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 21:24 da Sergio Sozi


Due parole in piu’ sui canoni e la bonta’ della Letteratura.
Come la vita e’ fatta di canoni, cosi’ i prodotti astratti della mente, nel loro divenir concreti su carta o altro suporto, hanno bisogno di regole. Queste regole si costituiscono, nel corso dei secoli, in ogni singola lingua scritta, fino a divenire codificati da qualche genio riassuntore e chiarificatore (Dante, Bembo, Manzoni). Conoscerle a menadito e provare a superarle con la propria scrittura e’ la sfida di tutti che riesce solo a pochi. Non sappiamo chi.

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 21:30 da Sergio Sozi


Massimo,
ho inviato una mail a Pietro Grossi, invitandolo a dare un’occhiata.
Sarebbe molto interessante leggere il suo parere…

Ciao
Paolo

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 21:33 da Paolo Cacciolati


Ciao, Maria Lucia,
certo, la perfezione non esiste in pratica ma esiste nelle idee e credo anche nei canoni letterari, poiche’ essi si basano su un sistema che ha poche varianti (fortunatamente) come quello della grammatica e della sintassi. Questa ultima e’, in poche parole, l’unica certezza dello scrivere. E metterla in discussione compete a che sappia dare di meglio usando con le proprie personali regole le parole che seguono le regole di tutti.
Ciao cara
Sergio

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 23:04 da Sergio Sozi


volevo dire ”a CHI sappia dare di meglio…”. Scusami, Marilu’.

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 23:05 da Sergio Sozi


Ciò che diviene canone viene riconosciuto a posteriori, caro Sergio. Oggi è facile dire che i nostri sono stati codificati da Dante, Bembo, Manzoni. Tu stesso ti fermi lì, a due secoli fa. Chi vi si adatta fa del manierismo, la sfida è nel provare a superare , ben conoscendole, le regole, lo affermi tu giustamente. Quello che forse sarà riconosciuto come genio riassuntore e chiarificatore del nuovo canone nel secolo prossimo magari c’è già, solo che non lo abbiamo ancora riconosciuto, non abbiamo ancora i mezzi per riconoscerlo, dovremmo sapere come e cosa si scriverà fra cent’anni per averne certezza. E quindi questo tentare di scoprirlo prima degli altri è già un’altra sfida. Quella dei critici, e quella di noi lettori.

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 23:08 da Carlo S.


Dopo che l’ho scoperto ogni tanto passo sul tuo bel sito, caro Maugeri e aggiungo soltanto poche parole alla discussione. A me il libro come mezzo di comunicazione sembra perfetto e insostituibile. Internet è un altra cosa, utile, necessaria, a volte disutile e non necessaria. Spesso porta via moltissimo tempo, ci s’incanta a leggere mille notizie, e si stabiliscono felici rapporti, come nel mio caso con voi. Io cerco sempre di farmi una settimana al mese senza internet, se ci riesco.
Come il libro possa tenere il passo con la modernità non credo che sia un argomento. La ignora completamente, e a ragione. Più complesso il rapporto tra scrittore e modernità. Il lettore medio è diverso da quello di vent’anni fa, anche la scrittura che sembra apprezzare sembra derivare in parte da internet e dal linguaggio delle mail. Per quanto già adesso pare che le mail stiano cedendo il passo alle community. Mio figlio (17) anni non comunica con le mail ma con communuty (si dice così)?
Due parole a Carlo S. Sebald E’ LO SCRITTORE PIU’ IMPORTANTE DEGLI ULTIMI VENT’ANNI. Per molti motivi che non è possibile dire qui. Ma sarebbe bello che se ne parlasse di più…

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 23:40 da filippo tuena


Riemergo per salutare e dato che ci sono quoto Carlo S.
e poi dico a sergio, che insomma dire che nella vita ci sono i canoni e un po’ rischioso, ma in effetti il paragone regge, e in entrambi i casi tali canoni sono destinati a destrutturarsi e ristrutturarsi continuamente e in forme ogni volta leggermente diverse.
Ma poi il mezzo determina il canone?
E mantenendo la metafora di sergio, credete che il mio modo di chiacchierare qui, e di essere amichevole qui, sia diverso dal mio modo di chiacchierare ed essere amichevole nella vita? Il mezzo internet ha potuto modificare i miei canoni esistenziali? e il telefono?
“ah beh dopo ir telefono ar monno so diventati tutti bisessi.”
….
così il mezzo rete il mezzo qualsivoglia, può influenzare le categorie estetiche degli oggetti?
Ma vi ricordate quanti buoni romanzi sono nati su delle rivistucole uscendo a puntate? Ma anche un sacco di merda.

Colgo l’occasione per
a. salutare tutti
b. salutarissimo Massimo (e ringraziare pure Massimo! lui ce lo sa perchè:))
c. ricordare che Enrico Gregori ci ha un femore appeso alla narice destra, non stategli vicino quanno starnutisce che co sto femore che ciondola ve rifà i connotati.

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 23:44 da zauberei


niente paura, noi lettori siamo tutti un po’ feticisti…adoriamo l’oggetto libro, ce lo rigiriamo fra le mani, lo apriamo, lo annusiamo, ne accarezziamo la costa… gli lasciamo in consegna segnalibri di ogni genere, fogliettini, scontrini, quadrifogli, semplici trifogli se siamo un po’ più sfigati, fotografie – inconsciamente abbandonati all’interno come testimoni muti del nostro passaggio -…. e che bella sensazione quando ritroviamo qualcuna di queste tracce, oramai ingiallite dal tempo: è un po’ come riannodare i fili della memoria e si intuisce che oltre ad essere dei contenitori di parole, di storie, i libri sono anche dei bauli pieni di ricordi…in ogni libro c’è qualcosa di noi, della nostra vita, così come in ognuno di noi resta l’esperienza, l’essenza di quello che abbiamo letto….
Qualcuno di voi dirà: d’accordo questo è quello che pensi tu che hai 50 anni, ma le nuove generazioni? Beh! questo non è affar mio …. i miei figli sono
molto meno “tecnolocizzati” di me …loro a quest’ora dormono…mica stanno qui a bloggare!

p.s. @maria lucia, la nostra insegnante di riferimento
Questo è un fuori – post ma fresco di giornata: Ieri una mia amica che fa la bidella – è quasi laureata, ma questa è un’altra storia – in una scuola elementare, chiacchierando del più e del meno con un’insegnante, gli dice che quella sera sarebbe andata a vedere Gabriele Lavia interpretare ” memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij …ai saluti, l’insegnante cordialmente: allora ciao Angela e….buon concerto!
Buonanotte
Stefano

Postato giovedì, 3 aprile 2008 alle 23:52 da stefano


@ Stefano
Bellissimo il tuo aneddoto su bidella e insegnante. La dice lunga…

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 00:26 da Massimo Maugeri


@ Zauberei
Grazie a te, cara. Ma perché dovresti ringraziarmi in maniera particolare?
Dimmi… non farmi morire dalla curiosità.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 00:27 da Massimo Maugeri


@ Filippo Tuena
Grazie a te. Ogni volta che passi (anche per un semplice saluto) mi fai un gran piacere.
Tutti noi amiamo il libro (l’oggetto-libro) come mezzo di comunicazione perfetto e insostituibile. Di più. Come mezzo di cultura perfetto e insostituibile.
E parlo dell’oggetto, non dei contenuti.
Ma sarà così anche per i figli dei nostri figli? I dischi in vinile sono scomparsi… rimpiazzati dai cd. Oggi abbiamo i file mp3. La musica si acquista sempre di più on line (in forma di file).
Per i libri è diverso. È evidente. I libri di carta, intendo.
Eppure, se un giorno venisse messo in commercio un aggeggio elettronico comodo, leggero, che non dà fastidio alla vista…
Chi lo sa?

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 00:34 da Massimo Maugeri


@ Carlo
bello il tuo intervento sui “canoni” in replica a quello di Sergio.
Aspettiamo la controreplica, a questo punto.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 00:35 da Massimo Maugeri


@ Paolo Cacciolati
Grazie per aver invitato Pietro Grossi
-
@ Pietro Grossi
Caro Pietro, qui a letteratitudine sei (e sarai) sempre il benvenuto.
Ti aspetto.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 00:37 da Massimo Maugeri


Un saluto a Leandro Piantini
-
@ Maria Lucia
Hai aperto un sottodibattito sul canone.
Ora portalo avanti.
;)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 00:38 da Massimo Maugeri


@ Simona
Simo, tu leggeresti in qualsiasi formato e con qualsiasi mezzo. Di carta, di laser, di specchi o di vento.
Lo so.
E se dovessero esaurirsi le cose da leggere le scriveresti tu.
E poi le leggeresti.
:)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 00:40 da Massimo Maugeri


Una buona notte a tutti, amici.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 00:40 da Massimo Maugeri


Sulla contemporaneità dei posteri, concetto Schilleriano che ritorna sempre nelle nostre riflessioni.
Ho appena visto su Undo “Aspettando Manifesta”, una serie di dibattiti e incontri sull’arte contemporanea; mentre guardavo e ascoltavo riflettevo sul fatto che l’arte contemporanea, proprio per la sua Rappresentazione, un insieme che si Rappresenta, è già futuro. Solo in questi insiemi (di ricerca, di tentativi, di espressioni, esibizioni, emozioni, di suggestioni, provocazioni), l’Arte ritrova un senso, vive e crea la sua azione creativa. Mentre estrapolato dal contesto, ogni lavoro, cade in una perdita di senso totale, uno straniamento quasi grottesco, per non dire ridicolo. Che l’Arte contemporanea ci ammonisca? Anticipandoci un futuro di grandi contenitori per singolismi che non si meticeranno mai ma sopravviveranno riproducendosi in grandi quantità ? Come virus in cerca di habitat?
Felicenotte!

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 00:48 da miriam ravasio


Zauberei,
il mezzo influenza sempre il canone, come qualsiasi altra cosa che si frappone fra quel che si vuole dire e quel che si dice (o si scrive eccetera). Ovvio. Ed ecco qui la superiorita’ della scrittura su carta: e’ la cosa piu’ innaturale (l’alfabeto, la mente e la coscienza umana) trasferita sulla superficie piu’ naturale che esista: la carta, illuminata dal sole. Una contraddizione che da migliaia di anni abbiamo e che resta, per me, la migliore, solo se, beninteso, unita strettamente alla voce umana e al resto della Natura. Gli Dei e Dio, le Creature invisibili pagane e Cristiane.
Ehhh.. cara Zau… tu parli di nasi e arti, io di cose invisibili…
Buonanotte
Sergio

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 00:50 da Sergio Sozi


Miriam:
se una singola opera non sta in piedi da sola – pur essendo inserita nella Storia dell’Arte – non vale niente. Semplice.
Buonanotte, cara
Sergio

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 00:54 da Sergio Sozi


Carlo ex-Speranza,
no. Dante venne riconosciuto praticamente sin da subito, perche’ era la persona che ”ci voleva”, solo che nessuno era in grado di fare quel che, appunto, ”ci voleva”, quel che era sentimento comune cui mancava un genio, un riassuntore, insomma uno che mettesse bene per iscritto le esigenze ormai maturate dalla lingua: ovvero l’analisi, la diagnosi e il manifesto della lingua italiana sia precedente a Dante che a lui successiva fino al Bembo. Lo stesso dopo col Manzoni. Oggi? Oggi dove stanno i letterati in Italia, dove stanno gli italianisti a quei livelli, Carlo? dimmelo tu. Cio’ non toglie che ve ne sia qualcuno nascosto fra le pieghe della nostra piccolezza, ma sono due secoli che non lo si vede. strano. Molto strano.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 01:02 da Sergio Sozi


Zau, ancora,
scusami, a proposito di canoni, dimenticavo: prova a non respirare per piu’ tempo di quello che ti vien concesso dal canone del tuo corpo e vedrai, se ci sono canoni nella vita. Prova a mollare un ceffone a qualcuno che abbia mani e vedrai se non ti torna indietro con forza magari non pari ma comunque con forza. Eccetera. canoni, gente, leggi… mica stiamo qui a caso, per volonta’ del nulla.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 01:10 da Sergio Sozi


Ancora per Carlo,
sono stato incompleto, scusami. Allora ora precisero’ una cosa:
noi tutti di Letteratura non capiamo niente e quei pochi, fra noi o fuori di noi scribacchini, che capiscono un decimo di quel che capirono gli avi li prendiamo a pernacchie e li prenderanno a pernacchie novecentonovantanove su mille dei nostri figli e pronipoti. E questo perche’ i mezzi malati (internet e corbellerie affini) inventati dalla nostra mente ignorante e malata hanno gia’ deviato quasi completamente il vero senso dello scrivere e del parlare, che e’ qualcosa di oramai riservato a pochi pazzi e isolati, ai quali viene negato l’uso e la divulgazione della scrittura. Cose che se anche venissero loro concesse non verrebbero capite, ne’ ora ne’ mai piu’ in futuro, da nessun lettore.
Adesso penso dei esser stato, finalmente, esplicito. Sul serio.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 01:19 da Sergio Sozi


Perdonate l’intrusione. Del resto sono un po’ sparita, ma cerco di comunicare con voi in qualche modo…
Dunque in questo momento sono fuori argomento e fuori posto. Ma siccome ormai, non mi risponde più nessuno nella Camera o in altre sezioni, torno dove vi posso trovare.
Volevo darvi una bella notizia. Sono in contatto con Fabio Cavalera, corrispondente da Pechino per il Corriere, e domani gli parlerò via telefono per un dialogo-intervista sulla questione Tibet. Ahimè, perdonate la ripetitività del mio argomento, totalmente prioritario in questo momento… Tantissime le novità legate al mio perdurare, insistere nell’azione – che riguarda pure gli scrittori, i quali, tuttavia, devono stare ben lontani dalla politica, ma non dai doveri civili ed umani (una piccola questua che mi pone in antitesi con il buon Sozi…). Ma non fraintendetemi: non prendete, ve lo chiedo di cuore, come scarsa e ridicola lezione morale, o etica, questa mia affermazione. Ognuno – e intendo ogni intellettuale, ogni poeta, scrittore, filosofo o quant’altro – è libero di fare e dare priorità a ciò che più gli aggrada. Ed è giusto che sia così.
Comunque, tornando ad essere essenziale, sono riuscita ad avere documenti molto importanti dal PE, con tanto di foto molto “imbarazzanti” per i cinesi… E li sto diffondendo con approvazione del Pe medesimo.
Volevo anche dirvi che tramite Avaaz, siamo riusciti ad arrivare a 1.540.000 firme su due milioni. E questo peserà molto sul morale del presidente cinese alle quali verranno mandate. Inoltre saranno inoltrate al PE come forte sollecito per smuovere più rapidamente i parlamentari per decidere il da farsi. La questione è lenta perché molto delicata (oltre agli affari commerciali che legano governi europei ed internazionali con la Cina).
Questo lungo discorso per dire che ringrazierò ufficialmente MASSIMO MAUGERI (e LETTERATITUDINE), che ha ospitato ogni mia iniziativa intrapresa per il Tibet, insieme ai frequentatori del blog che mi hanno aiutato a livello solidale, e per quello scatto del volo che ha unito me con altri blog e bloggers che passano, e sono passati, da qui.
Pasquale Esposito, Gaetano Failla, Cristina Bove, Milvia, Maurizio de Giovanni, Maria Gemma, e tantissimi altri con i quali abbiamo lanciato l’idea del compattamento via internet, chiamandolo FARE RETE. Un gioco di passaparola che ha funzionato e che testimonia quanto internet sia importante sotto ogni punto di vista.
Anche su quello strettamente letterario.
Dunque ringrazio veramente tutti, tutti, tutti.
Forse poco cambierà per il Tibet, ma attraverso le innumerevoli azioni intraprese tramite organizzazioni come Amnesty, quelle tibetane e di tutto il mondo; l’impegno dei giornalisti senza frontiere; dei comuni mortali; di sportivi che non si presenterano alle Olimpiadi; iniziative che hanno scatenato la creatività di azioni in modo ponderato, giudizioso, senza violare le disposizioni del Venerabile Dalai Lama da parte di un’umanità varia e fantastica – ecco che forse questo dialogo tra Cina e Tibet avverrà.
C’è tanto sangue ancora. Molti monaci e civili sono imprigionati e senza cure mediche. Ogni giorno qualcuno muore, l’esercito cinese è sempre durissimo e repressivo. Ma si stanno aprendo degli spiragli… Ogni due giorni sono informata sui progressi al PE: Marco Pannella è sempre convinto nel portare avanti il digiuno, malgrado incominci a cedere fisicamente.
Personalmente continuerò ad andare avanti con tutti coloro che ho incontrato sulla mia strada. Cercando di diffondere e sempre pronta all’azione-limite d’incatenamento all’ambasciata cinese di Roma, probabilmente durante le elezioni, proprio come gesto-simbolo verso quei pseudo-politici che parlano, parlano, parlano senza mai dire niente o combinare qualcosa di sensato, utile, fondamentale. Dicendo porcate autentiche… State seguendo la vicenda Telecom, sempre più imbarazzante per via di un “tale” piuttosto importante (non è un politico, ma un misero affarista in questioni di marketing) che si è paragonato, mi sembra, a Napoleone?! Guardate in giro su internet… Le sue affermazioni fanno vergognare.
Vabbè, niente di nuovo. Completa indifferenza verso gli affari seri italiani ed esteri. Quindi, mi sono detta, perché non agire in quel tristissimo periodo elettorale?… Perché non l’ho fatto prima, quando ve l’avevo annunciato?!
La salute. La mia salute è molto precaria in questo periodo, ma la coerenza no.
Ecco, volevo dirvi questo. Scusatemi per avere invaso questo spazio, mi sembrava importante farvi sapere che la presenza-non presenza su Letteratitudine di una certa tipa chiamata Nina, aveva una ragione d’essere. Ho combinato molto, e spero di fare sempre più.
Ah, questi scrittori romantici!
Un abbraccio forte a tutti. Sempre cuoriforme.
Ninì.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 05:23 da Nina Maroccolo


- Sergio, se anche respirare è un canone, temo che non condividiamo il concetto di canone, e tutto sommato neanche il rigore logico che usiamo per definire le cose.
– Massimo, anche se non vedo dove, kataweb mi dice che mi hai messo ner blogroll! Per questo te ringraziavo eh:)
– Enrico Gregori ci ha i muschi e i licheni sulle rotule. E infatti c’è pieno di coccinelle li.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 09:03 da zauberei


sergio in ogni caso la frase di sopra è da leggere in tono affettuoso e tuttalpiù baldanzosillo. Che mi sa che detta così suona un po’ gendarmesca.
Ho cominciato la dieta.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 09:05 da zauberei


E’ in atto sì la rivoluzione digitale, il libro come oggetto però per adesso non lo vedo sostituibile con gli e-book, il supporto cartaceo rimane la migliore cosa ad oggi. Personalmente col libro mentre lo leggo ho un rapporto quasi carnale. Lo appiattisco bene perchè mi rompe la pagina che si legge a metà, poi lo riempio di briciole di pane quando mangio e leggo, a volte dopo anni ci trovo tracce di cioccolato, di salame, olio da cetriolini … come farei con la schermata del pc? La rivoluzione comunque è in atto, i giornali che hanno una vita meno lunga ad esempio funzionano meglio su web (Gregori non te arrabbià tanto a te chi te smuove da Via del Tritone?). Diciamo che si risparmiano carta e alberi e anche soldi dei contribuenti, tanto i giornali la pubblicità la fanno anche su web. Tutto sta cambiando. Ieri parlavo con Fabio Concato, mi diceva che il modo di fare musica oggi è totalmente diverso, i supporti sono cambiati, i pezzi si ascoltano su MP3, su web, i cd sì che sono obsoleti. Infatti lui come altri iniziano a scrivere musica per la rete, incredibile no?
In ogni caso lo sapete meglio di me il web è più democratico e meritocratico, funzioni se funzioni non se sei figlio o amante di Pinco Pallo. Ergo lo amo.
Andate a dare un’occhiata all’intervista a Concato, anche le celebrityes si stanno adattando alla nuova trend, ci stiamo un po’ tutti livellando, il che dopotutto non è male.
Comunque mi publicizzo NON occultamente perché anche l’autopromozione su web non è un reato, e meno male.
baci Max, tra un po’ intervisto una personalità di LETTERATUTUDINE :-)
Baci a todos
fausta

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 10:20 da F. M. Rigo


Ah, il link, sennò che autoreferenzialità è? :-)

http://fragmenta.blogosfere.it/

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 10:22 da F. M. Rigo


Ma non l’avevamo già discusso questo argomento ?
Boh, forse mi sto un pò rimbambimendo, anzi senza “forse”.
Credo sia ovvio che, a parità di contenuto, ognuno di noi preferisce leggere un libro su carta stampata, piuttosto che su una pagina html…
Oltretutto, personalmente leggo anche quando vado e torno dall’ufficio sul tram, solitamente affollato all’inverosimile, e troverei un attimo di difficoltà a chiedere alla gente un pò di spazio “perchè, scusate, ma devo aprire il mio notebook…”
E poi, ho una decina di libri autografati dall’autore a cui tengo un pò di più rispetto agli altri; per quelli via internet che faccio, mi faccio mandare una firma digitale ?
:)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 10:26 da gluck


@ Gluck:
amiamo ripeterci, come capita quando ci si vuole bene.
:-)
Però, ogni volta c’è sempre qualcosa di nuovo, leggi bene.
:-)

Perché non sei intervenuto sul post di Pennac? L’ultima parte del suo libro potrebbe essere una risposta ad una tua osservazione di qualche tempo fa: ma l’amore (a proposito di scuola e rapporto con gli adolescenti) basta? Ti aspettavo!
Ciao, Miriam

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 11:12 da miriam ravasio


@ Filippo Tuena e Carlo Sirotti
però su SEBALD ci si potrebbe pensare…. magari fra un po’; anche io su quell’autore ho un mio particolare pensiero. …

@Sergio
l’Arte anticipa sempre, è sempre contemporanea ai posteri, anche adesso, per questo è importante riflettere; un futuro dove il senso non sarà più nell’Uomo ma nei “contenitori” che i sistemi avranno creato per lui? O che Lui stesso si è dato?
Comunque c’è molta confusione sotto il cielo. Ciao

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 11:22 da miriam ravasio


Ciao Miriam,
o sono proprio alla frutta, oppure mi sembra di ricordare che avevo fatto un intervento nel post del Pennac.
Ahimè, ho dichiarato di aver smesso di leggere/comprare/seguire il buon Daniel Pennacchioni (Pennac è uno pseudonimo) da quando aveva dichiarato che non avrebbe più scritto sui Malaussene, fermo tornare precipitosamente sui suoi passi per meri motivi di venalità & cupidigia.
Comunque tu, diavoletto tentatrice, mi hai incuriosito con l’accenno all’ultima parte del libro, e quindi già sento una forza incontrollabile che me lo farà comprare…
Un abbraccio.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 11:28 da gluck


Sento aria di resa… da quando l’artista – quello vero – si ferma davanti all’ineluttabilità delle cose e smette di sognare? Se il buon Fabio Concato si sta adattando “alla nuova trend “- ochei… si vede che ha da magnà, pure lui- forse si è accorto che per raggiungere il suo pubblico deve adottare nuove strategie, rincorrerlo sulle piazze che ora bazzica -probabilmente Arvo Part la pensa in maniera differente…Ma un tempo non era il pubblico che inseguiva l’artista? D’accordo, oggi si sa, tutti cercano soprattutto l’ampio consenso, come c’insegnano i politici, la tv, i giornali….ma questa è un’altra storia come direbbe Lucarelli
A mio avviso anche se Musica, Pittura e Scrittura diventeranno sempre più diffusi tramite sistemi digitali non credo che il libri i quadri i dischi scompariranno perché l’uomo è un animale tattile…ha bisogno di toccare, di palpare, di “spataccare”- come si dice dalle mie parti, di accarezzare …e lo schermo di un computer, come tutti sanno, non va mai toccato!

p.s. Posso farvi una domanda?…Sì!….ma secondo voi c’è stata, in questi ultimi anni, una volontà precisa – un grande fratello – perché la gente diventasse così pigra nei confronti della lettura (non solo)…tutto è “ridotto” con l’obiettivo di far faticare meno le persone, quando tutti sanno che il godimento che si ha dopo la fatica è maggiore….in treno, in metro, i giornali (si fa per dire) diffusi gratuitamente – sono poco più che un accozzaglia di titoli, manca l’approfondimento…gli sms, le abbreviazioni costanti, gli slogan in politica – nei programmi elettorali sono praticamente il contenuto – le interrogazioni, gli esami a base di test…..dobbiamo davvero meravigliarci se esiste qualcuno che ancora abbia la forza di andare in una libreria, sfogliare, comperare e infine leggere un libro.

Neil Postman in un suo libro del 1985 (Divertirsi da morire-ed. Marsilio-) avanzava questa ipotesi, confrontando il pensiero di Orwell con quello di Huxley:
Orwell temeva che i libri sarebbero stati banditi; Huxley, non che i libri fossero vietati, ma che non ci fosse nessuno desideroso di leggerli. Orwell temeva coloro che ci avrebbero privati delle informazioni; Huxley, quelli che ce ne avrebbero date troppe, fino a ridurci alla passività e all’egoismo, Orwell temeva che la nostra sarebbe stata una civiltà di schiavi; Huxley, che sarebbe stata una cultura cafonesca, ricca solo di sensazioni e di bambinate….In 1984, Orwell – aggiungerà Huxley anni dopo – la gente è tenuta sotto controllo con le punizioni; nel Mondo nuovo, con i piaceri. In breve, Orwell temeva che saremmo stati distrutti da ciò che odiamo, Huxley, da ciò che amiamo…..chi ha avuto ragione?
ciao…
Stefano

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 12:15 da stefano


@ i letteratitudinari en masse
ho una notizia per voi. l’ultimissimo trend nella musica è quello di far sparire il cd.
si sta iniziando a produrre solo in digitale per la rete e contemporaneamente, udite udite, SU VINILE. questo perchè il suono analogico è infinitamente più ricco. quindi, per un ascolto usa e getta si scarica, quello che vale la pena conservare e risentire lo si acquista su un supporto valido.
è uno spunto di riflessione, il mio. credo che il futuro potrebbe far piazza pulita del superfluo, ma che certe cose, utili e necessarie, non spariranno mai.
@stefano: avevi dubbi?
:-)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 13:46 da gea


@ Massimo Maugeri.
Infatti è proprio quello che, suppongo, accadrà inevitabilmente.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 14:08 da Jean de Luxembourg


Volevo pubblicamente ringraziare Maria Lucia Riccioli, abbiamo lungamente parlato per telefono scoprendo di avere molti gusti letterari in comune. Io l’ho trovata una persona squisità di rara sentibilità, e poi, e poi da bambine facevamo lo stesso gioco.
Grazie Maria Lucia.
:-)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 14:27 da F. M. Rigo


@ Gluck:
è vero! Eri intervenuto ma mi eri “sfuggito”! Scherzi della vista.
Comunque leggilo, merita veramente. Ciao e un abbraccio anche a te.
:-)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 14:39 da miriam ravasio


@ Stefano:
è proprio il rapporto GODIMENRO-FATICA ad essere saltato. Se pensi che nei primi anni di scuola ( che poi sono determinanti) il tutto è impostato sull’imparare “giocando”, sui metodi induttivi, non ci dobbiamo stupire se solo in pochi scoprono, solo più avanti, le gioie e i “dolori” di una applicazione seria: ma quando ci si arriva è già una questione di scelta.
L’Arte plastico-figurativa, e la grande letteratura (prima fra le arti) si muovono, oggi, su strade diverse; la prima si è costituita in sistemi “premianti” (c’è solo chi c’è), la seconda vive su un supporto più frammentato ma con più riferimenti di riconoscibilità. Per la prima non si pone la questione posta da Carlo, della contemporaneità dei posteri; nel giro di due anni, la maggior parte degli emergenti è già esclusa, dimenticata e abbandonata dal sistema. La seconda, invece, ha vita più lunga, rimangono aperti i canali di riconoscimento, identificazione e “premiazione”. La Letteratura, oggi, è la più “tattile” fra le arti, la più corporea, quella che richiede più fatica, o meglio è rimasta tale, avulsa
dalla congestione sistematica: il pensiero ha ancora i suoi tempi e la spettacolarizzazione la “contamina” solo in parte. La grande novità dei nostri giorni è un’altra: il turismo “medio colto” (o che si ritiene tale). E se il turismo di massa è stato riconosciuto, vedi Dorfles, come produttore del Kitsch di massa, questo turismo “mediamente colto” cosa esprimerà? La materializzazione di quello che oggi è la rete.
Non un grande fratello, ma un “grande” zio con portafoglio gonfio per i giorni che trascorrerà con noi.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 15:17 da miriam ravasio


Ciao, Nini’, bentornata!
…io infatti parlavo SOLO di politica, non di impegno umano, cosa che secondo me va comunque nettamente separata dai libri. Non mi piacciono, in genere, insomma, i racconti, i romanzi e le poesie ”impegnate” politicamente. Ed anche con il far entrare le lotte sociali ed umanitarie nelle storie letterarie bisogna andarci con il contagocce.
Ciaobbella
Sergio

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 16:17 da Sergio Sozi


Zau,
mica mi offendo! Essere chiari e tondi non e’, poi, ”gendarmesco” ma sincero. Ed io ammiro la sincerita’, mia ed altrui.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 16:19 da Sergio Sozi


Chiunque parli di “rivoluzione digitale” dimostra, a mio modesto avviso, di non avere una corretta percezione storica. Siamo già nella Rete.
E’ singolare che proprio in questo contesto possano nascere dubbi al riguardo. Tutti i discorsi sul mezzo, sulla lentezza, sull’arte e sulla letteratura sono inutili e forse anche pericolosi. Alcuni hanno rimarcato l’analoga inutilità degli schieramenti. Altri hanno ricordato che un buon testo è tale a prescindere da “dove” sia scritto e “come” venga letto.
Abbraccio tutti gli amici di Letteratitudine…appunto.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 16:23 da eventounico


Vivace, il dibattito che ne è sorto finora, tanti i pareri personali espressi.
Non faccio nomi, perché sono tanti e non voglio scordare nessuno, mi limito a confermare chi ha segnalato che oggi viviamo in un mondo congestionato dalle notizie, che continuamente ci vengono trasmesse.
Sono notizie che generalmente variano poco tra di loro, soprattutto quelle tragiche, come per confermare l’uguaglianza delle sofferenze e dei dolori, e che quindi sono ripetute con leggere mutazioni per renderle nuove.
A chi, dare la colpa? La colpa è di tutti, di chi produce troppo e di chi consuma il troppo prodotto. Il fine comune è il fare soldi per cui ogni mezzo diventa giustificato.
Oggi, l’individuo è un numero infinitesimale di un sistema che si regge da sé, come se avesse ricevuto una dinamica propria, simile a una nave spaziale uscita dall’orbita del suo pianeta.
Sta ai saggi e giusti implorare la salvezza, prima che il tutto finisca in una catastrofe, benefica e liberante per tutti, ma comportante danni e sofferenze immense.
Altrimenti, non riesco a comprendere, come ogni “nuovo personaggio” che abbia fatto, scritto o detto qualcosa di rilevante, venga accaparrato e usato dai media, allo scopo di renderlo pubblico e far così soldi.
In ogni sparte delle attività umane, vengono scelti sempre “di nuovo” coloro che si adattano ad essere presentati come i simboli del sistema del consumo e benessere collettivo, da sostenere e seguire, ed essi si lasciano abusare e consumare.
Pochi, come afferma giustamente , non si lasciano influenzare, perché sanno di perdere gli stimoli e la sostanza delle loro rivelazioni acquisite.
La cultura non s’identifica più con la sapienza, perché quest’ultima comporta un atteggiamento differente da quello in moda oggi. La sapienza vera induce a una condotta di vita differente da quella proclamata; dal sapere “moderno” ne sorge l’ignoranza di non riconoscere lo scopo unico e liberatorio della vita stessa.
Ne sorge una società sofisticata e contorta. Le verità, per chi le ha vissute e riconosciute come tali, sono invece semplici e chiare.
Non siamo più in grado di riconoscerle, perché siamo stati educati al “sempre nuovo” e necessario, tanto da essere diventati ciechi e ottusi, fino a renderle complicate e inesplorabili.
Viviamo in una fase inflazionaria del tutto, nata dal fabbisogno generale del dopoguerra che, violenta e tragica come fu, ci ha lasciato attoniti e distrutti dall’aver permesso ai pochi violenti ma abili a distruggere il meglio della nostra cultura umana, di realizzare i contenuti delle loro menti distorte e malate.
Ora, è arrivato il tempo di ripensare e ridurre ogni affermazione, notizia, godimento del superfluo e della libertà intesa male a un limite sopportabile, e idoneo ad aprire le coscienze umane a quella forma della spiritualità che ci insegna a distinguere e selezionare in tempo di modo che le tragedie del passato non si ripetano.
La natura si regola da sé e lo stesso dovremmo fare noi, se non vogliamo che lo faccia lei stessa con i suoi ben conosciuti metodi violenti e tragici per tutti noi.
Saluti a tutti.
Lorenzo

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 16:58 da russo lorenzo


il sistema di ricopia del mezzo non ha riportato il nome da me immesso nella frase della mia precedente: Pochi, come afferma giustamente,……….
Lo aggiungo qui: SERGIO, che saluto affettuosamente e ringrazio della sua concordanza con la mia sull’amore.
Sergio, non aspettavo altra risposta, ora che ti conosco meglio.
Ciao, lorenzo

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 17:33 da russo lorenzo


DA NINA: commenti pertinenti alla discussione avviata da Maugeri su questa sezione del blog.
*
@SERGIO SOZI
Caro Sozj, in realtà non sono mai sparita… Ho dato ragguagli su quello che sto facendo anche in nome di “Letteratitudine”, e non solo, sopra sopra (4 aprile, ore 5.23 am). Ma, mi pare, di vivere un isolamento sconfinato qua dentro…
Ma tornando velocemente sui vari argomenti trattati su questa sezione, vorrei dire (rispondendo prima a te sulla questua):
1) Sozj, il caro Victor Hugo cosa faceva attraverso la scrittura? Non sto ad elencare nessuno dei suoi capolavori. Ma che scrittura! Ma che denunciatario! Ma che romanzi!!! Grande esempio… puoi contestarmelo?
E il grandissimo Sciascia? Primo Levi? Anna Achmatova?
C’è la Storia con i testimoni di quella porzione di tempo.
Santo Cielo, mio Sozj di Civitella, facciamo i distinguo!
2) Per GEA. Evviva se torna il VINILE! Non è un’esigenza attuale, molti auspicano il suo ritorno – non esattamente nostalgico, anche se la componente impera – da anni ed anni. Dunque non c’è niente di modaiolo, solo un’esigenza espressa da molti amatori da almeno 15 anni.
Evviva un minimo di fruscio… un po’ di saltellamento della puntina fra i solchi del disco: mio Dio, un disco “umano”…
3) Riconosco l’importanza della RETE: l’ho provato sulla mia esperienza di coniugio con tantissime straordinarie realtà, proprio a livello di comunicazione, diffusione, visibilità. Quindi non ho niente da obiettare. Ma i libri… Mi dispiace, ma l’odore della carta non lo sento! Non ho l’oggetto in mano, il piacere di averlo tra le dita con il suo inconfondibile odore di nuovo, se è nuovo, o con l’aria andata e giallognola se è un reperto unico. Porto l’esempio della prima edizione del “Dedalus”, che miracolosamente possiedo, datato 1947 con traduzione di Cesare Pavese. Scusate, ma averlo tra le mani e sentire anche quel leggero odorino di muffa, è assolutamente commovente. Per non parlare del valore storico, essendo appunto una prima edizione.
4) Ciononostante, non sono contraria alle pubblicazioni via RETE. Ma solo su siti e blog di indubbia serietà/qualità. Altrimenti, ne faccio a meno.
5) Sono sulle stesse frequenze radio di LORENZO RUSSO. Il tuo commento è efficace, vero, verissimo!!!
6) Rivoluzione digitale? E’ già preistoria. Ci troviamo oltre, e non lo sappiamo. O lo possiamo intuire.
7) Spero che qualcuno mi risponda.
*
Vi lascio un mio dono senza “forma”. Una poesia.
***
***
“La fame”
-
Quando non ho da mangiare, non mangio;
quando ho da mangiare, mangio.
Questo è tutto.
ISHIDA ITTEI
*
*
I
memoria per lattogenesi
sogno tutelare che mai appresi
da voi
madri dalle smorte tetre mammelle
madri al riparo da stelle anteriori
né combustione né pace
per me
smorire fu lo zampillo più vitale
*
II
nero autunnale i vostri denti di latte
e da allora vi accontentate
d’inghiottire figli su figli
succhiargli l’erranza lo spirito artico
abbandonate le pie reliquie
il cibo è cibo
mie ombre separate
scordatemi insaziata
*
III
ma il pane è pane
anche per Voi pater familias
e le reliquie non sfamano
l’inerzia
involta di vino e baccanale
-
l’orazione al tabacco
di uomini padronali
una traccia modesta
di travi di assi di casa
*
IV
elemosina d’elemosina
d’un pube totalitario
pater dei vili
o pia mammella
-
l’innocenza ha fame
*
*
Un abbraccio,
Nina

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 18:00 da Nina Maroccolo


Scusate, arrivo tardi come al solito, e butto là il mio parere.
Sì, ha ragione Mazzarella, la contrapposizione è senza senso. Non bisogna mitizzare i nuovi media, anche se non se ne può non tenere conto.
Voglio dire, il teatro ha 2.500 anni, e non è stato del tutto soppiantato dalle altre forme espressive.
Certo che però ogni nuovo medium interagisce con gli altri, condizionandoli.
Il bello del web è che si possono stampare libri di qualità con tirature bassissime.
E fra i grandi utilizzatori del pc ci sono Umberto Eco (in un suo corso fece studiare i linguaggi di programmazione) e G:G: Marquez (“Se il computer fosse stato inventato prima, avrei scritto molti più libri”).
Insomma, una questione di equilibrio, e di buon senso.
A presto

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 18:09 da Giuseppe "Pippo" Della Monica


Ma cosa sta accadendo? Ma chi è questo Gutenberg?
Progresso? Lo chiamano progresso?
Io lo chiamo… rovina. Cos’è questo ammasso di carta anonima sporcata da quegli orribili caratteri?
Qui si vuole soppiantare la qualità con la quantità.
E la bella grafia del mio lavoro di ricopiatura? E il bello stile, frutto della penna intinta nell’inchiostro?
E le centinaia, migliaia di persone intente a ricopiare, parola dopo parola, centinaia… migliaia di pagine?
È la rovina. La rovina. La fine della cultura.
Verranno prodotti più libri? In più copie? E allora?
I libri non sono per tutti.
Chi è questo Gutenberg?
Chi è questo dannato Gutenberg?
Che il diavolo se lo porti!

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 18:41 da Amanuense


Caro Amanuense,
come ti capisco.
Io adoro le carrozze e i cavalli. Mentre intorno a me constato che questi ammassi puzzolenti di ferraglia e materiale vario, chiamati automobili, imperversano.
Dove andremo a finire? È tutto così artificiale, così finto.
E l’odore dei cavalli? E lo scalpiccio degli zoccoli?
Al loro posto avremo solo fumo nero e rumore di ferraglia.
Il progresso non può che uccidere il bello.
Che il diavolo se lo porti!

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 18:41 da Uomo della carrozza


Caro uomo della carrozza, hai ragione da vendere.
Da vendere.
Vedo sempre più uomini e donne camminare con quei foglietti elettronici leggeri, stracolmi di impulsi digitali. Possono contenere centinaia di volumi.
Possono acquistare volumi on line. Anche nuovi. Anche appena usciti.
E leggono. Leggono. E osservano anche le figure a colori.
E il peso del libro? E l’odore della carta? E il rumore del foglio che gira?
E le tipografie? E i librai? E tutta la gente che lavora attorno al libro di carta?
Chi se ne frega se una volta venivano abbattuti centinaia, migliaia di alberi!
Ma che sta succedendo a questo mondo malato, eh?
È la rovina. La rovina. La fine della cultura.
Maledico Internet e l’era digitale.
Che il diavolo se li porti!

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 18:43 da Lettore dell'era digitale


Nini’,
”Est modus in rebus”: un genio puo’ permettersi cose che noi mortali e’ meglio lasciamo stare. Perche’ il genio ti trascina con la storia ed e’ capace di non farti pesare troppo che sta affermando principi e idee. Mica da tutti!
Sergio

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 19:29 da Sergio Sozi


@sergio
Hai ragione: Dante è un perno della letteratura; attorno a lui ruota tutto quello che era stato fatto in passato e tutto quello che ne segue.
Lo stesso succede in musica attorno a Bach: è lui a fissare i codici (che esistevano già) della musica occidentale e a farli diventare canoni. E li esplora, li inverte, li sviscera fino in fondo e determina in modo esemplare le regole del gioco. Ha anche sul momento un certo riconoscimento ma viene presto dimenticato e bisognerà attendere Mozart perché venga riconosciuto in pieno il suo valore. Mozart studia a fondo quelle regole, ma è un genio anche lui e in qualche modo ha bisogno di riconoscere che esistano per far vedere quanto sia geniale il suo modo di sovvertirle. Bach serve a Mozart come misura del suo genio.

Ma nessuno oggi si sogna di comporre come Bach, o Mozart o tantomeno di scrivere come Dante. E credo nessuno si sogni di fare qualcosa di paragonabile minimamente alla Commedia o ai Brandeburghesi o al Don Giovanni. Ci si accontenta di molto meno, anche se talvolta il capolavoro esce fuori lo stesso, perché valutato da canoni che sono diversi. Forse non definitivi, forse anch’essi sovvertibili tra 30, 50 o 100 anni, ma non eterni, perchè mutabili.
Forse come dici tu oggi non capiamo niente, ma il quadro che dipingi mi pare ben fosco e fin troppo pessimista. In Italia figure del calibro di Dante o di Manzoni forse non ve ne sono più state, comunque a livello mondiale i canoni si sono modificati perché la società è viva, si muove, si trasforma, e con essa la sua cultura, la letteratura, la musica, l’arte e giganti in ogni campo di esse sono sorti in ogni epoca.
Forse Dostoevskji, Kafka, Joyce non sono paragonabili a Dante, o forse si, o più probabilmente non ha neanche senso un paragone in ambiti temporali e culturali così diversi, ma non è questo il punto. C’è che sono pilastri della letteratura posteriore a Dante e che i canoni validi oggi non possono prescindere dalle loro opere. Ed in base ai canoni di oggi forse per esempio Calvino è una delle figure che potrebbero risultare imprescindibili nella misura dei canoni di domani.
O forse per i canoni di domani si prenderà a misura una meta-letteratura: libri “virtuali” fatti di link ad altri libri o a immagini, a filmati, suoni o luci che diventano parte integrante del libro stesso, di ciò che vi fosse ancora (eventualmente) scritto. A te può non piacere, anche a me può non piacere, ma il vero punto è che a chi sarà in grado di determinare questi nuovi canoni di quanto non sia piaciuto a noi non glie ne fregherà una ceppa-lippa.
Per quel che può valere anche io sono ancora attaccato alle pagine fatte di carta, al loro profumo, alle copertine possibilmente rigide, all’atto dello sfogliare e non a quello di scorrere sul video. Ma anche perchè finora un e-book non dà particolari vantaggi se non quello dello spazio, pagato fra l’altro con un certo fastidio agli occhi e con una posizione a parere mio più scomoda (il PC a letto mi da un certo fastidio). Ma nuove strade e nuove possibilità si annunciano almeno a livello sperimentale. Possono ancora trovarci scettici, ma ritengo debbano almeno incuriosirci. E’ che finora il valore del mezzo e la sua potenzialità non ha prodotto nulla di poi così geniale. Finora, ma domani?
Cercare di capire quello che succede, indipendentemente dal giudizio che se ne può trarre, a me pare importante, necessario.
Un caro saluto.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 21:30 da Carlo S.


Ringrazio Filippo Tuena e Miriam Ravasio per aver raccolto i miei timidi lanci su W.G. Sebald (ogni tanto ci provo). Tuena ha ragione a definirlo uno dei massimi scrittori degli ultimi 20 anni, e mi lusinga alquanto che il parere venga dallo scrittore di uno dei più bei libri che mi sia capitato tra le mani negli ultimi tempi, quell’Ultimo parallelo cui è stato meritatamente dedicato un post.
Mi piacerebbe che qualcun altro di voi provasse a leggerlo, se no, se anche Massimo ne aprisse uno a lui dedicato, si rischia di imbrodarlo solo noi tre (o almeno io e Filippo – Miriam non si è ancora espressa, però sappiamo che lo ha letto ed è disposta a parlarne).

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 21:48 da Carlo S.


@ carlo
te l’avevo detto, no, che puoi direttamente firmare anche a nome mio?
perchè mi costringi alla fatica di scrivere?
:-)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 21:48 da gea


ok, ok, lo leggo.
promesso.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 21:54 da gea


@gea
Se vuoi puoi cominciare da un piccolo assaggio : “Il passeggiatore solitario”, un brevissimo libriccino di Adelphi (60 paginette al modico prezzo di 5,50) sulle tracce di Robert Walser. Non è certo il suo capolavoro, ma è di recente pubblicazione e dà un’idea del suo stile, del modo di scrivere, di cosa gli interessa mettere a fuoco, di inserire le fotografie tra le parole del testo. Se no un interessante saggio sul suo “Vertigini” è qui
http://www.adelphi.it/focus/parks/parks.htm
(se fosse stato rimosso fammelo sapere, te lo invio per e-mail).
Se vuoi cominciare a prenderlo di petto vanno bene sia Austerliz che Vertigini, oppure Gli Emigrati ma solo se te la senti di partire dal suo lato più angosciante.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 22:15 da Carlo S.


passo da asterios, palpo, annuso e decido.
potrei anche fare incetta, non so.
dipende dalla chimica.

tra me e sebald, intendo.
:-)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 22:23 da gea


Ovviamente… grazie per i nuovi commenti:)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 22:29 da Massimo Maugeri


@ Filippo Tuena e Carlo S.
E se vi proponessi di scrivere (a quattro mani) qualcosa su Sebald? Magari qualcosa che potrebbe prestarsi per un dibattito (sono fissato, lo so). Potremmo anche introdurre un brano estratto da un’opera particolarmente significativa.
Insomma… potremmo farci un post (da pubblicare non subito, però).
Intanto che confesso la mia ignoranza su Sebald, vi dico… pensateci.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 22:32 da Massimo Maugeri


Considerazione.
Nessuno (dicasi nessuno) ha calcolato i tre fuori dal mondo: “Amanuense”, “Uomo della carrozza”, “Lettore nell’era digitale”.
Inutile dirvi che in tutti e tre i casi ero io.
Inutile dirvi che sono piuttosto d’accordo con la tesi di Mazzarella.
Inutile dirvi che condivido la chiosa finale di Orengo.
Be’, spero che questo post sia stato un po’ meno inutile.
;)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 22:35 da Massimo Maugeri


Comunque il dibattito rimane aperto.
Aggiungo (altra cosa inutile) che i nostri libri (i nostri amati libri) godranno ancora di lunga (lunghissima) vita.
Anche grazie a noi. Diciamocelo!
-
P.s. Viva il canone… non solo quando è equo, ma soprattutto quand’è mutevole.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 22:37 da Massimo Maugeri


@ Nina Maroccolo
Cara Nina, perché mi ringrazi? Io non ho fatto assolutamente nulla. Ho solo messo a disposizione uno spazio, come faccio sempre.
Grazie a te, piuttosto. E non sentirti isolata, qui dentro.
Non lo sei.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 22:39 da Massimo Maugeri


@ Zauberei
Ma tu sei tra i miei links da tempo…
Misteri digitali!

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 22:40 da Massimo Maugeri


inutile dirti che si era capito che eri tu.
e che replicare sembrava inutile.
inutile dirti che siamo in parecchi ad essere d’accordo con te.
con sfumature, magari, ma il concetto base è il medesimo, e sottolinearlo mi pare inutile..
:-)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 22:42 da gea


@ Eventounico
Hai scritto: “Chiunque parli di “rivoluzione digitale” dimostra, a mio modesto avviso, di non avere una corretta percezione storica. Siamo già nella Rete.
E’ singolare che proprio in questo contesto possano nascere dubbi al riguardo.”
-
Evento, sono d’accordo solo in parte. Per due motivi:
a) noi (noi italiani), che ci colleghiamo in Rete, siamo ancora molto pochi (possiamo vantare una delle più basse percentuali di “connessioni” in Europa, mi pare);
b) ne vedremo ancora delle belle; ovvero: ci siamo dentro, ma siamo solo all’inizio.
Secondo me.

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 22:43 da Massimo Maugeri


Inutile dirti che ti mando un bacio, cara Gea
:)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 22:44 da Massimo Maugeri


E pure io, te lo meriti (sempre)
:-)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 22:59 da Carlo S.


Ehm… Carlo… con tutto il bene che ti voglio inutile dire che preferirei il bacio da Gea.
Inutile dirti che, però, accetto una vigorosa stretta di mano.
Va be’, va… abbracciamoci.
:)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 23:07 da Massimo Maugeri


Uh massimo?
davero?
Uh?
Ah:)
chic:)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 23:30 da zauberei


E infatti a lei era destinato, caro Massimo. Tra noi vigorose strette di mano vanno più che bene. Anche camerateschi abbracci, ma senza spingersi oltre.
Notte.
:-)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 23:41 da Carlo S.


@ Carlo S.
Accidenti… e io che mi ero pure illuso.
:(
‘Notte a te
:)

Postato venerdì, 4 aprile 2008 alle 23:42 da Massimo Maugeri


Massimo,
hai dei dubbi sul fatto che noi siamo “connessi” ? :-)
Visto che ami le statistiche, che in questo caso trovo poco applicabili, ne hai per caso sul numero di scrittori connessi ?
Il numero è basso, probabilmente, ma non a causa delle connessioni…
p.s.
io leggo spesso letteratitudine da un palmare

Postato sabato, 5 aprile 2008 alle 04:32 da eventounico


@ Evento
Certo che no! Noi siamo iperconnessi.
:)
C’è molta gente che – strano, ma vero – non usa ancora Internet. Arriverà il giorno in cui tutti saremo connessi.
Ma sarà un bene o un male?
Sarà una sorta di Matrix?
-
Davvero leggi letteratitudine dal palmare? E come ti viene?
Io ho un umts, ma non ho attivato la connessione a internet per paura di essere sempre on line.

Postato sabato, 5 aprile 2008 alle 14:32 da Massimo Maugeri


Nina,
sono lieto che tu percepisca un’affinità simile alla mia, fa bene non sentirsi solo, anche nei propri pensieri.
È bene annunciare tutto ciò che ci interessa e appassiona, ma bisogna imparare a far meno dei riscontri degli altri.
Se ciò che si comunica ha una validità, alla fine verrà riscontrato da qualcuno, che, in un momento particolare della sua vita, si accorgerà della sua importanza, e in silenzio te ne sarà grato.
Abbi sempre fiducia in te.
Saluti.
Lorenzo

Postato sabato, 5 aprile 2008 alle 20:44 da russo lorenzo


Ciao, Carlo,
credo che esistano due strade, non sempre separate ma comunque riconoscibili separatamente, per esprimersi nel campo di cui stiamo discutendo:
1) quella della natura;
2) quella artefatta.
La parola orale sta tutta nella prima categoria; la scrittura sta con un piede su due staffe. E qui entra in gioco il ”medium”: prima i graffiti, poi le tavolette con la cera ed i papiri dell’antichita’, dopo i libri rilegati, oggi… ecco: oggi si rischia di annullare la parola stessa tramite il ”medium”. E questo va oltre l’evoluzione tecnica del ”come” scrivere, entrando nell’ ”ultrascritturale”.
Ebbene, qui giunti, io credo che l’immagine e la scrittura debbano restare ben separate. Capiamoci: il teatro e il cinema (e loro derivati) gia’ sono una sintesi di suono, parola e immagine. La scrittura invece dovrebbe sostituire l’immagine realisticamente rappresentata del teatro e della pellicola per conservare le sue peculiarita’. Se avviene che si scrivano ”romanzi” che sono in realta’ copioni o sceneggiature, o si fanno dei ”libri” elettronici muniti di sapori, odori, suoni eccetera, si va oltre la parola e si rovinano le peculiarita’ della parola; si fanno dei ”non libri”, insomma. E questo anche perche’ la parola scritta e’ il modo piu’ immediato di esprimersi dopo il pensiero e la parola orale. Se si va oltre nella catena, tutto diventa troppo artificiale (in senso negativo, parlando di scrittura e libri).
Ciao caro
Sergio

Postato sabato, 5 aprile 2008 alle 21:08 da Sergio Sozi


P.S.
Sui canoni penso che noi Italiani non siamo oggi in grado di averne degli ulteriori perche’ non reputo confrontabile la grandezza di Dostoevskij (che era Russo, dunque non puo’ imporre niente ad un italofono italografo) o quella di Calvino (perche’ invece Calvino non arriva alle altezze dell’Alighieri) a quella di Dante e Manzoni. Un conto sono le ispirazioni tematiche e un conto e’ la lingua: ogni lingua si deve evolvere nella propria Nazione, pur attingendo a motivi ispiratori anche stranieri. E se in quella Nazione e per quei parlanti nativi non ci sono grandi scrittori, peggio per loro. Ovvero per noi.

Postato sabato, 5 aprile 2008 alle 21:13 da Sergio Sozi


P.P.S.
Naturalmente qui si parla di romanzi, novelle, poesie, e non di storie dell’arte o altro, che richiedono delle immagini.

Postato sabato, 5 aprile 2008 alle 21:32 da Sergio Sozi


IMPORTANTE PRECISAZIONE:
Queste sono le mie personali convinzioni a proposito delle ”catene” costituenti la genesi di un’espressione artistica letteraria:
1) Anima 2) pensiero 3) parola orale 4) pensiero sulla parola orale 5) seconda scrittura 6) pensiero sulla seconda scrittura.
Ad incrociarsi, tutto cio’.

Postato sabato, 5 aprile 2008 alle 21:40 da Sergio Sozi


(pardon, ho sbagliato i punti 5 e 6 per distrazione: 5) scrittura, 6) pensiero sulla scrittura, eccetera, sulle altre scritture, tutte da comparare SEMPRE con i punti 1, 2 e 3).

Postato sabato, 5 aprile 2008 alle 21:46 da Sergio Sozi


Lo so, Sergio, mi sono spinto molto avanti, forse in un campo in cui abbiamo ben poca competenza e sicuramente meno interesse di quello che abbiamo noi, qui, ora: parlare della letteratura di oggi e di quella di ieri. Ma era solo per dire. O forse no.
In fondo se vogliamo parlare di letteratura “post-digitale” non possiamo non fare i conti con le nuove possibilità che la tecnologia già offre, al di là del semplice e-book (condannato in partenza dagli amanti come noi della pagina da sfogliare, delle librerie e delle biblioteche) e che domani saranno probabilmente molto diffuse.
Ma hai ragione, sono due piani differenti, anche se non sono sicuro di poterli definire “naturale” ed “artefatto”. In realtà parliamo di codici, nessuno dei quali è realmente naturale. Attraverso di essi descriviamo il mondo, le cose reali ed anche quelle astratte: le parole, le immagini, i suoni sono i nostri codici, più o meno complessi, ma sempre in evoluzione.
Poi ci sono i canoni, ancor meno naturali: le regole d’uso dei codici più complessi, indispensabili, ed anch’esse in continua evoluzione.
Io credo che le contaminazioni tra diversi codici (che ci sono sempre state, basti pensare alla lirica, o anche più semplicemente alla poesia-cantata, senza arrivare a Buzzati che ho già citato) si faranno sempre più frequenti perchè la tecnologia offrirà sempre maggiori possibilità di applicarle e dare sfogo alle fantasie più sfrenate.
Se usate con genialità potranno venire fuori anche capolavori, che potranno poi creare nuovi canoni; se utilizzate solamente per stupire attraverso la novità del mezzo ne verranno delle solenni puttanate come tanto cinema americano di “effetti speciali” o come tanta arte (?) più o meno concettuale contemporanea.
Ciao Sergio,
Carlo

Postato sabato, 5 aprile 2008 alle 22:15 da Carlo S.


Carlo mio,
Bene. Facciano quel che vogliono mescolando barriti, uggiolii, stelle esplodenti e lettere, sinfonie dodecafoniche e viole da gamba, tamburi, quant’altro.
Basta che un romanzo, una poesia, un racconto, restino tali. Alla parola la carta, al resto il mondo. Ma lasciatemi il mio spazio, quello per lasciare fantasia a chi legge scrivendo solamente ”a”.
Sergio

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 01:51 da Sergio Sozi


P.S.
Cio’ non toglie che le illustrazioni della Divina Commedia di Gustavo Dore’ siano eccellenti. Ma sono state aggiunte dopo da altri: la Commedia reggeva benissimo da solo. E regge ancora. Facciamo qualcosa di analogo, anche se diverso, ovviamente, e ne saremo all’altezza. E rido.

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 01:59 da Sergio Sozi


Ma visto che siamo in tempi elettorali, la Letteratura cosa vota?

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 07:22 da Laura


Massimo tu dici che in Italia siamo poco conessi alla rete, ma forse dimentichi il fatto che in molte parti d’Italia la connessione è ancora al di là da venire. Adesso senza volere incolpare quacuno di questo è un dato di fatto su cui bisogna meditare. E’ che a volte ci illudiamo di vivere in un Paese tecnologicamente evoluto mentre la realtà è ben diversa. Per esempio io vivo in Sicilia, come te del resto, è sappiamo benissimo qual’è la situazione delle ferrovie. Per andare da Palermo a Modica si impiega 10 ore. La realtà è che anche tecnologicamente l’Italia è divisa in due. E noi continuiamo a votare prima Cuffaro ed adesso voteranno Lombardo. A proposito di quest’ultimo si dice, e tu dovresti saperne qualcosa, che abbia comprato per pochi euro la biblioteca di Verga promettendo di donarla alla regione Sicilia ed invece se l’è tenuta lui. Ma tu Massimo cosa fai per la tua Sicilia?

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 08:07 da Laura


Sapete perchè partecipo blandamente a questo dibattito? Anche se ci sono opinioni interessanti? alcune delle quali ho sottoscritto, altre magari solo rispettato nella loro logicità interna anche se non condivise?
Perchè dopo riflessione ho pensato: in finale, questa è una discussione oziosa. Seghe alle code dei gatti. In specie se imperneate sul concetto di canone. Fosse sui destini economici della letteratura e di come essi cambiano, capirei.
Ma quando qualcuno scrive sul serio, scrive per l’urgenza narrativa che ha, quanto gliene fotte del mezzo? mi chiedo? Varia così tanto? quando la vis scribacchina germoglia? O il mezzo invece è piuttosto una questione di editing? Editing che per altro di solito non è altro che un tizio alle forze della conservazione e che stabilisce dei canoni sulla base del già scritto e già pubblicato prima del presente. Il mezzo costringe una parte della produzione, ma è pur sempre una parte secondaria. So che a codesto pubblico acculturato l’esempio dei blog che diventano libri potrebbe creare orrore, io ne ho in mente due o tre, e nel loro modo sono molto gradevoli. L’esempio di Pulsatilla, l’esempio di Pornoromantica. Qui la questione non è se Pulsatilla e Pornoromantica siano Proust, sono entrambe donne molto intelligenti e la loro intelligenza sta anche nel fatto che almeno per il momento non sono Proust. Ma voglio invece sottolienare come, il passaggio dal blog al libro, ha fatto ricambiare da capo la loro narrazione in senso di formato, ma la salsa, lo stile e i modi sono rimasti gli stessi. I quali – per inciso, per quanto gradevoli – non sono sta’ grande novità sotto il profilo editoriale. Rientrano in un certo filone umoristico che è di per se un genere. Genere che forse Sozi non considererà letteratura, ma io che pure in merito ho pretese piuttosto alte, preferisco considerare letteratura una frivolezza ben scritta che delle belle ambizioni profonde senza qualità – e oh, le librerie ne sono zeppe, nonchè i magazzini dell’editoria.
E quando il nostro evento scrive le sue poesie sul suo blog, cari miei, pensate che se le vedesse sulla carta stampata le scriverebbe in un altro modo?
E quando io scrivo sul mio blog? Forse sulla carta toglierei qualche amicco, qualche parolaccia. Editing. Ma insomma, non possiamo sottovalutare che la iattura dell’essere umano è quella di essere sempre uguale a se stesso.

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 08:55 da zauberei


Massimo, Carlo S., e gli altri interessati:
Perché non lasciate una volta i vostri commenti abituali, che pur con piacere leggo ormai ogni giorno, ma che mi fanno ricordare più i metodi usati nella scuola e non le esperienze personali della vita.
Sono le esperienze fatte da ognuno di noi al confronto con gli avvenimenti incontrati nella propria vita, sono le nuove da voler fare, quelle che sorgono curando lo stimolo di analizzare, riflettere, meditare per formarci ad aprirci la mente verso la nostra elevazione.
Da esse, percepiamo infine di essere simili e quindi un’imitazione infinitesimale di un processo, il cui principio base è ancora la concorrenza, fino all’eliminazione del prossimo per non essere eliminato da lui.
È un principio primitivo, come la parola stessa ci indica, che l’avvento del cristianesimo non gli ha impedito di agire ancora in noi, nonostante i nostri sforzi a superarlo.
Duemila anni di cristianesimo sono pochi, per mutare ciò che millenni di storia umana fin dalle sue origini hanno definito e reso necessario.
L’impegno alla realizzazione di ciò che io definisco la liberazione del proprio “io” rimutandolo nell’originario “noi”, che un processo assai complicato e ancora irriconoscibile nei suoi elementi ha messo in atto, richiederà ancora molto tempo, nel quale i nostri diversi tentativi, seppur intesi bene, falliranno a causa delle nostre limitatezze non definitivamente superate.
Da soli non ci riusciremo mai; la forza decisiva finale potrà venire solo dal Creato con il suo dominante influsso sul nostro agire. È una forza contenuta e dipendente della sua composizione complessa di sistemi subordinati e complementari.
Il gran meccanismo in moto fin dall’inizio ha i presupposti per il raggiungimento del fine finale, quello di stabilire armonia e giustizia, o totale distruzione.
A lui non interessa un granché, se i suoi interventi ci lasciano sofferenti, disorientati, distrutti, tutti segni della nostra inferiorità; le sue forze, necessariamente gigantesche per contenere il tutto, non possono che essere violente e distruttrici nel loro manifestarsi, anche quando creano una mutazione migliore per noi.
Da qui, la mia definizione della libertà personale, che ritengo limitata e subordinata da quella, o quelle, superiori a lei.
Mi viene spesso di paragonare la nostra esistenza al gioco degli scacchi. In esso occupa ognuno di noi un ruolo predefinito e necessario al raggiungimento dello stato globale finale. Nei vincitori si ritroveranno tutti i loro compagni di lotta, ma anche i perdenti, secondo il mio concetto dell’unità dell’Universo intero.
Non è così che l’ucciso, l’assassinato lascia impronte proprie nel suo uccisore, nel suo assassino, tanto da influirlo, prima o poi, nei suoi pensieri e azioni?
Sulla reciprocità delle influenze nei rapporti umani, ho scritto una recensione nella quale mi sono lasciato ispirare dal vagabondare di Ulisse, che, come per espiare le sue innumerevoli colpe commesse, vagabondò per ben dieci anni, prima di rimeritarsi l’amore della moglie Penelope, esempio di costanza e fedeltà a sé stessa.
Penso che il grande Dante e molti altri geni della letteratura abbiano avuto una visione analoga del Creato, pur con le obbligate limitazioni, colmate a sua volta dalla loro immaginazione e fantasia, dovute alla mancata conoscenza delle adeguate nozioni scientifiche.
Il processo delle cognizioni richiede le stesse forme d’attesa, condizione dell’animo sorretto dallo spirito, così che ognuno che voglia raggiungerle debba sottoporsi alle stesse condizioni creative.
I geniali, gli originali, da non confondere con i sapienti che a dire il vero non è proprio della razza umana, fungono da esempi da imitare per i volenterosi rimasti indietro, i dormienti, disinteressati e altri.
La letteratura moderna è scarsa di esempi vivi che ci illuminino nel labirinto del superfluo che creiamo in ogni attività denominata avanzata e progredita.
Gli scrittori moderni sono necessari, quando sanno rischiarire la confusione creata della modernità stessa, semplificando i concetti dominanti, gli stimoli strapazzati dalla velocità del vivere e indicando la via del rinnovamento.
Ogni epoca ha dunque i suoi eroi, i suoi personaggi che la definiscono e i suoi perdenti che, privi della riconoscenza dei loro valori, non vengono compresi e sostenuti.
Per ora chiudo qui, ripetendo che il problema esistente tra la letteratura in rete o nel libro dipende dalle nostre capacità di farle nostre, cioè di renderle vive e care nella nostra anima, tanto da ritrovarci in lei, ogni volta che entriamo nel mezzo o apriamo un libro.
Una cosa sia però chiara: e´sempre stato così con il nuovo, perché tanto eravamo abituati al vecchio, in effetti però non cambia nulla, solo la forma, alla quale si è aggiunta la sveltezza odierna che sempre aumenterà, di eseguire operazioni che ci diano l’impressione di muoverci, progredire e provare felicità.
Ringrazio Massimo della cordiale ospitalità, ma anche chi ha mostrato interesse a leggermi.
Saluti a tutti.
Lorenzo

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 10:26 da russo lorenzo


“Per ora chiudo qui, ripetendo che il problema esistente tra la letteratura in rete o nel libro dipende dalle nostre capacità di farle nostre, cioè di renderle vive e care nella nostra anima, tanto da ritrovarci in lei, ogni volta che entriamo nel mezzo o apriamo un libro.
Una cosa sia però chiara: e´sempre stato così con il nuovo, perché tanto eravamo abituati al vecchio, in effetti però non cambia nulla, solo la forma, alla quale si è aggiunta la sveltezza odierna che sempre aumenterà, di eseguire operazioni che ci diano l’impressione di muoverci, progredire e provare felicità.”

Lorenzo nulla da aggiungere.

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 10:59 da eventounico


Zaub la mia risposta la conosci.

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 11:00 da eventounico


Io avevo inteso che il dibattito vertesse (più che altro) su chi legge piuttosto che su chi scrive. Ossia sulla possibilità di avere un libro tra le mani o invece leggerlo accecandosi davanti allo schermo del computer.
Per chi scrive, in realtà, ho già espresso più su il mio concetto sull’integrazione dei mezzi. Quindi non mi ripeto.

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 11:03 da Enrico Gregori


M i associo a Evento nel quotare quello che in sintesi coglie di essenziale nel discorso di Lorenzo, e che sottosctrivo anche io. Se mi sono dilungato troppo su canoni e codici era per cercare di guardare oltre il semplice libro elettronico, sul quale siamo più o meno già tutti d’accordo, come rileva anche Enrico. Ma sono le possibilità di contaminazioni ad intrigarmi e a cercare di vedere un pò più lontano…..

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 11:42 da Carlo S.


Quanto a Dorè, Sergio, quello è apparato iconografico aggiuntivo, e non contaminazione.
Diverso è il caso di Gian Burrasca per esempio, dove i disegni sono parte integrante dell’opera, che non può prescinderene. Nota anche come cambia lo stile del disegno dall’inizio alla fine del giornalino: Giannino è cresciuto e anche il suo segno si è evoluto. Nessuno si può sognare di farne un’edizione senza le figure: sraebbe un’edizione mutilata.
Lo stesso vale per Sebald e le sue foto (aridaje co ’sto Sebald direte voi, ma io pervicacemente insisto) o per l’Ultimo parallelo di Filippo Tuena.
Palesi gli esempi già fatti nel caso di Buzzati.
E qui mi fermo (definitivamente forse qualcuno spera, e io son disposto ad accontentarlo).

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 11:50 da Carlo S.


Caro Massi, scrivo solo adesso perché sono stata e sono affogata dai compiti da correggere…pagellini! Parola e concetto da brivido!
:-)
Il canone. Sergio, hai ragione su grammatica e sintassi, ma la grammatica e la sintassi come il dizionario sono come una trasmissione in differita perché lingua e letteratura sono realtà fluide e in evoluzione continua. Pensiamo agli sforzi classificatori dei botanici, dei chimici… la realtà però è più grande e complessa…
I paletti si spostano come l’orizzonte sempre più in là.
Grammatica e sintassi sono per me come degli argini che agevolano il fluire del fuime della lingua e della letteratura, permettono di comprendere quanto è stato detto e scritto prima di noi e di parlare e scrivere a nostra volta. Però spesso gli argini saltano, il fiume cambia corso, ci sono sconvolgimenti climatici… O il fiume viene inquinato da chi non sa le regole. Per saperle infrangere bisogna conoscerle!
Mozart non sarebbe stato il genio che è senza il durissimo studio di vari strumenti, della composizione, dell’armonia. Caravaggio è un artista geniale. Oggi. Ma all’epoca si fece la sua brava bottega rompendo le regole con la sua intuizione la sua tecnica.
In linguistica si parla di idioletto. Noi parliamo italiano ma idioletto è il nostro italiano personale, che come le impronte digitali è personalissimo.
L’idioletto di Dante è diventato canone. Perché? Perché è riuscito a coagulare nella sua lingua e nella sua opera lo spirito di un’epoca, la sua cultura, la sua mentalità, il suo modo di sentire. Quanti epigoni ha avuto Petrarca? Infiniti, ma sempre epigoni, che hanno però sovvertito il canone quando, dopo il “guardinfante” che faceva loro muovere i primi passi, hanno trovato la loro personale originale maniera di esprimersi.
Ala prossima puntata…
è una minaccia!!!
:-)

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 18:18 da Maria Lucia Riccioli


Fausta cara! Che bello! Mi fai arrossire… Sei tu squisita a dire questo di me. Parlarti è stato un autentico piacere e ti auguro tanta fortuna per il tuo lavoro… soprattutto spero che sulla tua vita – e sul tuo splendido progetto – piova una manna di benedizioni!!!
:-)

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 18:25 da Maria Lucia Riccioli


Stefano, la tua storia sull’insegnante e la bidella mi ha fatto un po’ tristezza dopo avermi fatta ridere… molti insegnanti non sono aggiornati culturalmente e spesso non leggono. La tua bidella mi ricorda “L’eleganza del riccio” e la portiera coltissima snobbata dagli inquilini…

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 18:28 da Maria Lucia Riccioli


Canone 2 la vendetta.
Dante, Petrarca, Tasso, Manzoni sono canonici – fa tanto cattedrale, vero? Beh, è un po’ così. Se la letteratura è una cattedrale, immagino i suddetti tizi come i canonici…
:-)
Shakespeare, Eschilo… Il canone occidentale si nutre di questi tizi da secoli. Dobbiamo farci i conti, necessariamente.
Divoro classici da anni. Anche se non disdegno i contemporanei. Oggi la vedo un’emergenza scolastica. I ragazzi stanno perdendo – sradicati! Pecorelle senza pastore! – la memoria personale. Non sanno i nomi e le date di nascita e morte dei nonni. Che gliene può fregare di Dante? Di Alessandro Magno?
L’Italia sta perdendo la sua memoria storica.
Ripeto: io spero negli immigrati. Chissà che uno srilankese non studi e non diventi professore di letteratura italiana e non la ami più di me.
Scrittori: recuperiamo il canone. Facciamolo nostro. Ci faremo le ossa per scrivere noi. Abbiamo avuto tutti bisogno del girello o del box da piccoli!
Però non facciamocene schiavi, come non l’hanno fatto gli innovatori, quelli autentici.
Canone 3.
La teoria dell’imitazione è stata una di quelle più dibattute e praticate nei secoli e nelle varie letterature. C’era chi parlava di ape che succhia da tutti i fiori e compone il suo nettare personale, c’era chi parlava della necessità di imitare un solo autore e quasi trasformarsi in lui. Canone al quadrato! La teoria più intelligente era quella padre/figlio. Qual è l’autore che consideriamo più vicino? Imitiamolo ma somigliamogli come un figlio inizia al padre. Lo ricorda ma è una persona a sé. Scegliamo un autore come sceglieremmo un amico, uno a cui telefonare, dopo, per dirgli: “Anche tu?”.
Questo è canone. Quello che ci fa crescere e che fa crescere e progredire la letteratura.
CIAO A TUTTI E W LA LETTERATURA, SEMPRE, SU PAPIRO, TAVOLETTA, CARTA, PC, MP3, CD ROM…

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 18:44 da Maria Lucia Riccioli


Maria Lucia sono contento che tu abbia citato Shakespeare che Harold Bloom pone allo stesso livello di Dante (e Cervantes in verità).

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 22:00 da eventounico


Maria Lucia,
se continui ti pago io a cottimo! E’ un piacere!

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 22:45 da Sergio Sozi


P.S.
Siccome stasera devo studiare lo sloveno, rimando a domani le mie risposte. Con te non manco di rispondere puntualmente, perche’ qualsiasi cosa tu dica la stimo e la sento, la vedo chiaramente, la valuto come merita. A demain.
Sergio

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 22:47 da Sergio Sozi


(Una cosa pero’ te la dico ora, Marilu’: io non dispererei con gli Italiani autoctoni: solo che bisogna far loro capire quanto debbano aver un vitale, ”primitivo” bisogno delle loro radici. Mettiamo loro paura, ‘’scacaccio”, come si dice in Umbria, e vedrai che ci seguiranno. Ma servono le maniere forti: ”Guardate che perdersi la Storia d’Italia vuol dire perdere se stessi, ossia trovarsi ad esser vittime dei piu’ forti, dei rampanti incapaci, dei prepotenti e dei mafiosi, dei burini, degli sfruttatori! Vuol dire restare senza parole con un/a fidanzata e farsi lasciare dopo una settimana”. Diciamo loro anche (anche, non solo) questo e vedrai, Maria Lucia… Vedrai come verranno nell’ovile).

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 22:55 da Sergio Sozi


Ciao a tutti!
Mi permetto di riportare alcune considerazioni di Pietro Grossi in una mail che mi ha indirizzato.
Mi pare esprima cose molto interessanti anche sull’argomento del nostro post.
“…ho dato un occhio al “post” (mi sembra che si chiami così: frequento poco la rete) e alla tua precisazione. Intanto grazie per aver corretto il tiro nei miei confronti: mi erano ovviamente stati segnalati in precedenza gli articoli che mi chiamavano in causa e tutte le volte mi dispiaceva un po’, mi pareva che prendessero una parte del mio intervento su Ttl e ne facessero una mongolfiera: è vero, dicevo di dovere la mia passione per la lettura (non letteratura, è diverso) ai Librogame, ma dicevo anche che avevo dodici anni e li rubavo al mare e che poi mi ero innamorato di altro. Tra l’altro c’era un filo di ironia che sarebbe carino ogni tanto qualcuno cogliesse. Vabbè, in ogni caso è sempre divertente scatenare un po’ di chiacchiere e riflessioni. Creo adesso un ponte tra la mia vicenda personale e quella invece – più interessante – che riguarda la discussione: un paio di anni fa io e Franchini (scrittore e editor Mondadori) fummo invitati a un incontro comune sul rapporto tra sport – in particolare il pugilato – e letteratura; in quella occasione Antonio disse una cosa che cito spesso e trovo calzante: in letteratura quello che conta è il risultato. Lo disse in quell’occasione parlando di tutt’altro, ma secondo me qui invece arriva presto al dunque: ha davvero così tanta importanza da dove arrivino gli autori, ha davvero così tanta importanza se un autore abbia fatto il manovale o il bancario o letto Proust o Paperino? O ha importanza quello che c’è nero su bianco quando prendiamo in mano un suo libro?
E’ sempre più divertente citare le proprie critiche che i propri elogi: D’Orrico sul Magazine del Corriere mi ha liquidato dicendo che – tipico di un Fiorentino – scrivo come se vivessi cinquant’anni fa. “Il tempo passa!” terminava il suo pezzo. Se io non avessi mai scritto quel pezzo su Ttl sarebbe mai venuto in mente a nessuno che potevo essere in qualche modo debitore verso una forma marginale della letteratura come i Librogame?
Eccoci al dunque: io credo che la letteratura sia fatta di carta rilegata, libri che stanno sulle librerie e credo e mi auguro che non verrà mai rimpiazzata da qualcosa di impalpabile ed elettronico. Questa è l’unica vera guerra da combattere.
Una volta nero su bianco, ripeto, è il risultato che conta: ci può piacere o meno, interessare o meno, ma è fuorviante tentare di stabilire tutte le infinite variabili che hanno portato un autore a essere ciò che è, e di conseguenza a scrivere ciò che scrive.
Io sono ciò che sono e scrivo ciò che scrivo non perché ho letto una manciata di Librogame – anche – ma perché ognuno dei milioni di momenti e libri e lacrime e risate e film e drammi e soddisfazioni e poesie della mia vita hanno contribuito a formare questa cosa che ogni giorno vedo davanti allo specchio mentre mi lavo i denti.
La verità, alla fine, mi sa che è sempre la stessa: gli autori forse dovrebbero stare più zitti e far parlare di più i libri.”

Niente male, no?

Postato domenica, 6 aprile 2008 alle 23:31 da Paolo Cacciolati


Giocolibri. Librigioco. Anch’io scrivo come cinquant’anni fa. Ma in piu’ italianizzo testardamente. Solo che se uno ha letto questi o altri libri si vede anche quando scrive un proprio libro. Se non ha letto si vede anche (quando non rifanno tutto d’accapo i ”collaboratori editoriali”).
Infatti mi piacerebbe che a ”parlare” fossero i testi originali ”intoccati” degli autori, non tanto le versioni finali edite.
Ne vedremmo delle belle, sig. Grossi, delle belle e divertenti. Metterei per legge il divieto di modifica di un testo originale in fase di stampa.
Cordialmente
Sozi

Postato lunedì, 7 aprile 2008 alle 00:08 da Sergio Sozi


@ Paolo
Grazie mille per aver contattato Pietro Grossi.
La sua testimonianza è interessante.
Riporto un paio di stralci:
1. “Una volta nero su bianco, ripeto, è il risultato che conta: ci può piacere o meno, interessare o meno, ma è fuorviante tentare di stabilire tutte le infinite variabili che hanno portato un autore a essere ciò che è, e di conseguenza a scrivere ciò che scrive.
Io sono ciò che sono e scrivo ciò che scrivo non perché ho letto una manciata di Librogame – anche – ma perché ognuno dei milioni di momenti e libri e lacrime e risate e film e drammi e soddisfazioni e poesie della mia vita hanno contribuito a formare questa cosa che ogni giorno vedo davanti allo specchio mentre mi lavo i denti”.

- Sono perfettamente d’accordo con Pietro.
____________
____________
2. “Io credo che la letteratura sia fatta di carta rilegata, libri che stanno sulle librerie e credo e mi auguro che non verrà mai rimpiazzata da qualcosa di impalpabile ed elettronico. Questa è l’unica vera guerra da combattere”.

- Qui non sono molto d’accordo. Non credo sia questa “l’unica vera guerra da combattere”. E perché mai?
Io amo i libri di carta (e li promuovo su questo blog). Ma ritengo che un romanzo rimanga tale a prescindere dal fatto che venga pubblicato su carta o su un sito.
Mi risulta che il premio Nobel Elfriede Jelinek ( http://it.wikipedia.org/wiki/Elfriede_Jelinek ) ha pubblicato di recente un suo romanzo online. Un romanzo che, se non ricordo male, non verrà pubblicato su carta. Credo che quel romanzo rimarrà un buon romanzo (ammesso che sia tale… io non l’ho letto) anche se non dovesse mai “beneficiare” della pubblicazione cartacea.

Postato lunedì, 7 aprile 2008 alle 16:03 da Massimo Maugeri


Dimenticavo di ringraziare Pietro Grossi.
Forza Pietro! Aspettiamo tuoi nuovi libri.

Postato lunedì, 7 aprile 2008 alle 16:04 da Massimo Maugeri


Maria Lucia, Sergio: sulle mutazioni delle lingue parlate.
Prendo spunto dalle vostre posizioni per riportare la mia, che nell’essenza mi sembra si avvicini di più a quella di Sergio.
È sempre stato così, che si è distinto tra il dialetto e la lingua ufficiale di una nazione.
Il dialetto è per me quello parlato in una zona dai suoi abitanti, seguendo gli impulsi del loro stato d’animo, senza istruzione e regole precise.
La lingua ufficiale è invece quella creata dagli studiosi, colti, abili che l’hanno elaborata con regole precise, per renderla elegante e chiara per tutta la popolazione di una nazione.
Non sono d’accordo, che quest’ultima venga mutata così facilmente, come avviene oggi, confermando i cambiamenti d’impiego da parte del popolo minuto che, trovandosi in una evidente difficoltà intellettuale di rispettare le sue svariate e anche difficili regole, le mutano e trasgrediscono a loro piacere.
L’andamento nell’uso della lingua nazionale rispecchia il rapporto esistente tra la classe che dovrebbe rappresentare e tutelare la stabilità e l’autorità (genitori, insegnanti, magistrati, politici ecc) in una nazione e quella che, nell’eccessiva libertà individualistica moderna, se ne frega di tutto ciò che le generazioni prima di loro hanno saputo abilmente costruire.
Il mondo tende, però, a unirsi, e qui mi chiedo a che cosa servano tutte queste lingue che continuamente mutano al confronto tra di loro.
È tempo di riflettere su quale lingua si debba concentrare la nuova istruzione mondiale, affinché se ne formi una che non subisca le molteplici mutazioni che riscontriamo oggi con l’italiano, ma anche con molte altre, dato che anche il tedesco ne soffre moltissimo, non solo delle sue mutazioni, ma della scarsità di scelta delle parole usate soprattutto dei giovani, poveri Goethe e Heinrich Heine, se lo sapessero.
Non credo che sia giusto che l’Inglese diventi la lingua universale del nuovo mondo.
La trovo, foneticamente parlando, un disastro, uno scempio per l’elevato spirito umano, un esempio di stonatura che al sentirla mi fa girare ogni volta lo stomaco.
Perché, poi, avvantaggiarli nell’esentarli degli sforzi di impararne un’altra?
Un domani, l’Italiano martoriato di oggi diventerà anche lui un dialetto, e perderà sempre di più le sue innumerevoli regole ed eccezioni che l’hanno reso capriccioso ma bello e amabile.
Saluti a entrambi.
Lorenzo

Postato lunedì, 7 aprile 2008 alle 19:58 da russo lorenzo


A parte che “popolo minuto” mi crea un angoscia simultaneamente politica e lessicale.
Nessuno crea la lingua russo lorenzo (seconda angoscia di tipo discorsivo, che è sto cognome prima?) qualcuno la addomestica solo per dei tempi relativamente più lunghi. Per il resto essa fa tutto da se, con poco potere di decisione da parte di chiunque, che non decide, registra. Qualche volta conserva, qualche volta inventa, ma la parola ci possiede, non la possediamo.
E in questo momento semo posseduti dall’inglese (tranne me che so più posseduta dal romano, ma p solo che lui me schifa ecco: io all’inglese l’ho avvicinato un fracco di volte) e c’è poco da fa.

Postato lunedì, 7 aprile 2008 alle 20:29 da zauberei


Personalmente, credo che un punto di riferimento fisso possa esser considerata la ponderosa ed esauriente grammatica di Umberto Panozzo (scioglie puntualmente i miei dubbi). Un classico dal quale imparare tutto della nostra lingua.
Poi, gli Inglesi fanno gli Inglesi. E la loro lingua la sanno e la conservano bene, la diffondono e la curano. Io, che sono Italiano, faccio lo stesso con la mia lingua. E ognuno tira l’acqua al mulino suo. Senza nessun complesso d’inferiorita’.

Postato lunedì, 7 aprile 2008 alle 21:38 da Sergio Sozi


Zau,
fossi in te sarei contenta del mio demone romanesco (dialetto che conosco bene e che, quando scherzo, uso ben volentieri a mia volta). Io pero’ in realta’ sono posseduto dal ”demone italiano”, che, come tutti sanno, e’ frutto soprattutto dell’elaborazione scritta fatta da parte di intellettuali che vanno dal Duecento all’Ottocento. Loro l’hanno codificata, come lascia giustamente intendere Lorenzo Russo, e noi la stiamo massacrando. Cioe’, non ”noi”. Io dico ”loro”, gli altri che stanno dall’altra parte della mia barricata – a chiamarla cosi’ senza troppa serieta’ ma neanche troppo alla leggera, perche’ la conoscenza e la difesa dell’italiano e’ cosa importante per tutti i cittadini italiani veri.
Ciao
Sergio

Postato lunedì, 7 aprile 2008 alle 21:44 da Sergio Sozi


”D’Orrico sul Magazine del Corriere mi ha liquidato dicendo che – tipico di un Fiorentino – scrivo come se vivessi cinquant’anni fa. “Il tempo passa!” terminava il suo pezzo.”
Accidenti! Ipse dixit! Questo ha espresso il grande D’Orrico!? Inchiniamoci, presto, genuflettiamoci oranti! Ha parlato la ciliegina della crema della torta della critica seria.

Postato lunedì, 7 aprile 2008 alle 21:53 da Sergio Sozi


Maria Lucia,
D’accordo su tutto. Ma secondo me il canone vero ed unico e’ la grammatica dei primi anni Cinquanta, da conoscere e studiare, poi applicare, praticare e, dopo anni di esercizio, iniziare a trasgredire consapevolmente. La struttura resta quella, ma gli elementi cambiano a seconda delle persone. Una scrittura matura e al contempo nuova e personale e’ infatti quella che lascia intatte le strutture dell’italiano classico ma le personalizza – lasciando cosi’ capire al lettore che l’autore non e’ ignorante ma lavora volutamente modificando parzialmente la tradizione. Cioe’ la grammatica.

Postato lunedì, 7 aprile 2008 alle 22:01 da Sergio Sozi


Zauberei, Sergio.
all’età nella quale frequentavo la scuola, si usava scrivere prima il cognome e poi il nome.
Il nome di famiglia era più importante, anche perché in lui s’identificava tutta la famiglia alla quale si apparteneva con forti sentimenti.
Anche in Convitto, dove ho passato ben nove anni, ci si chiamava con il cognome, e non solo perché era meno soggetto a possibili doppiaggi.
Per il resto, Sergio ha già commentato giustamente la mia, da non dover aggiungere altro.
Chi si sente italiano, difenderà la sua lingua ovunque si trovi o lavori, gli altri sono dall’altra parte, che non è la mia.
Democraticamente li accetto, emotivamente me ne duole, per il resto giudico un uomo solo dal suo comportamento morale ed etico.
Saluti e grazie a entrambi.
Lorenzo

Postato lunedì, 7 aprile 2008 alle 22:27 da lorenzo russo


Vedo che state portando avanti il dibattito su questo post.
Siete fantastici!
E vi auguro una buona notte.

Postato lunedì, 7 aprile 2008 alle 23:25 da Massimo Maugeri


Grazie, Sergio! Sei un pr fantastico…
:-)

Postato martedì, 8 aprile 2008 alle 11:09 da Anonimo


Zauberei,
cerco di venirti incontro per liberarti dall’angoscia che il mio uso della parola “popolo minuto” ti ha procurato. Con essa, intendevo il popolo non ascoltato dal potere, quindi senza possibilità di essere preso in considerazione, ignorato, scordato, ma a volte anche ignorante.
In quanto alla “parola”, che tu sostieni che debba essere libera di venire all’uomo, non sono del tuo parere.
Io credo che dobbiamo essere noi a possederla, ma solo attraverso un’educazione e istruzione, valide e costruttive, cioè fondate su un buon fine per tutta la società, ripeto ancora, per tutta la società, nessuno escluso.
È vero, che la parola che ci arriva spontaneamente ci rende creativi, c’induce all’azione, è anche vero che sollecita la fantasia, ma da lei può anche sorgere la confusione nel voler sostenere l’individualità propria, fino a sfociare nell’arbitraggio del singolo contro gli altri.
Sorgerebbe così una situazione già riscontrata nel passato che crea un vuoto nel quale le forze del male agiscono e di conseguenza sollecitano la forza demoniaca del potere di pochi.
Presupposto per la libertà della parola è quindi la maturità dell’individuo, fatto che non possiamo riscontrare ancora, ed io credo che non potremo riscontrarla mai.
È e sarà sempre necessario tenere l’equilibrio tra ciò che ci giova e quello che ci danneggia.
La parola “libera” diventa altrimenti leggera, facile, non esaminata nei suoi effetti che possono creare ripercussioni gravi, fino all’incomprensione e disordine generale.
Per me, dobbiamo possederla noi, prima che lei lo faccia, e farlo usando la ragione, il buon senso e la disponibilità alla solidarietà.
Saluti.
Lorenzo

Postato martedì, 8 aprile 2008 alle 21:55 da lorenzo russo


Aggiungo a quanto detto da Lorenzo: e se la possedessimo noi, la parola, eviteremmo in primis di permettere che il solito ”uomo forte” se la accaparri senza troppi pudori, togliendola cosi’ a noi. Riappropriamocene, allora, e presto, prima che la confusione generi l’uomo forte – cosa purtroppo naturale quanto malaugurata (vedasi Ventennio fascista).

Postato martedì, 8 aprile 2008 alle 22:10 da Sergio Sozi


[...] Nico Orengo, mentre Massimo Maugeri ne ha fatto oggetto di un lungo post pubblicato sul suo blog Letteratitudine raccogliendo moltissimi commenti. Queste recensioni ruotano intorno all’idea che «nel ’67 esce [...]

Postato martedì, 14 ottobre 2008 alle 22:45 da Kataweb.it - Blog - LETTERATITUDINE di Massimo Maugeri » Blog Archive » LE AZIENDE IN-VISIBILI


[...] problematiche legate all’e-book, print on demand e self-publishing, copyright e/o copyleft, la grande rete della scrittura, prospettive e ipotesi sul romanzo ai tempi della rete: il caso David Shields. Alla fine del [...]

Postato giovedì, 12 aprile 2012 alle 22:18 da Kataweb.it - Blog - LETTERATITUDINE di Massimo Maugeri » Blog Archive » SCRIVERE AI TEMPI DEL WEB



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