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martedì, 9 dicembre 2008

MICHELANGELO LA GRANDE OMBRA. Incontro con Filippo Tuena

michelangelo_buonarroti_statua.JPGParliamo di Michelangelo. Il grande Michelangelo Buonarroti. L’occasione ce la fornisce la ri-pubblicazione del libro di Filippo Tuena “Michelangelo la grande ombra” (Fazi, pagg. 313, euro 12).
Tuena – nel libro - si è interessato alla parte finale della vita di Michelangelo, ponendosi (e ponendo) le seguenti domande:
Perché Michelangelo, ormai anziano e malato, declinò i continui inviti di Cosimo de’ Medici a fare rientro a Firenze? Era trattenuto a Roma dagli obblighi di lavoro per il papa o era altro a impedirgli il ritorno in patria? .
Un romanzo che, come ha sostenuto Paolo Di Stefano sulle pagine del Corriere della Sera “ha il dono di essere insieme godibile e denso di tutte le inquietudini e le disillusioni che segnarono il glorioso autunno del Rinascimento”.
Ce ne parla in maniera più approfondita Renzo Montagnoli: di seguito potrete leggere la recensione al libro e un’intervista rilasciata dallo stesso Filippo Tuena.
A voi chiedo di discutere della vita e delle opere di Michelangelo. Vi siete mai soffermati a riflettere sulle opere di Buonarroti? Sulla loro importanza?

E naturalmente vi invito a interagire con Filippo Tuena (che parteciperà alla discussione), mentre Renzo Montagnoli mi aiuterà a moderarla e ad animarla.
Massimo Maugeri


______________________

Michelangelo La grande ombra di Filippo Tuena
Fazi Editore – www.fazieditore.it - Narrativa romanzo
Pagg. 313 – ISBN: 9788881129737 -Prezzo: € 12,00

Recensione di Renzo Montagnoli

Leggere un libro di Filippo Tuena è sempre un’esperienza del tutto particolare, perché si può star certi, ogni volta, di trovarsi di fronte a una spiccata originalità, sia come struttura che come stile, entrambi mai ripetitivi.
La sua espressione artistica, infatti, non è mai rivolta a soddisfare il gusto di un pubblico assuefatto a modi di scrivere tradizionali, ma è il frutto di una ricerca che se nelle prima pagine può disorientare finisce poi con lo stupire, il meravigliare, perché non c’è nulla come la novità che possa veramente colpire il lettore attento.
Inoltre ci si accorgerà che successive riletture faranno scoprire nuovi motivi di riflessione, mantenendo inalterato il gradimento dell’opera.
Tuena, per parlarci di un Michelangelo al termine della sua vita, avrebbe potuto scrivere un romanzo tipicamente storico, magari avvincente, e invece ha saputo costruire una narrazione che travalica i limiti propri di quel genere, offrendoci non solo un affresco di pregevole fattura, ma un’approfondita disamina dei rapporti fra arte e potere e tra disfacimento senile e decadenza di un periodo storico di grande rilievo quale fu il Rinascimento.
Con queste finalità imbastisce un tessuto letterario che prende spunto da una domanda: perché l’ormai anziano, quasi inabile Michelangelo rifiutò i pressanti inviti di Cosimo de’ Medici a rientrare a Firenze? Che cosa determinò in lui la ferma decisione di non fare ritorno in patria e di morire così a Roma?
Si tratta di un quesito senza apparente risposta, tanto che si potrebbe pensare alle bizze di un vecchio, oppure addirittura a un pretesto dell’autore per imbastire il solito romanzo storico, e invece ci troviamo fra le mani un’opera dai mille risvolti, da finalità che a primo colpo non si scorgono, ma che nel loro insieme danno corpo e sostanza a un lavoro di straordinaria qualità.
Filippo Tuena infatti rivela ancora una volta la capacità di stupire, di essere artista alla ricerca dell’originalità dei propri lavori, tanto che non si smentisce con questo Michelangelo La grande ombra, già uscito otto anni fa sempre per i tipi di Fazi e ora in un’edizione rinnovata non solo nella veste, ma anche con modifiche e implementazioni.
L’autore si pone la domanda e cerca la risposta avviando un’indagine che vede protagonisti, di volta in volta, chi conobbe Michelangelo negli ultimi anni della sua vita, nomi talora famosi, come lo stesso Cosimo de’ Medici o Giorgio Vasari, tanto per citarne due, e altri meno noti, ma non per questo meno importanti per giungere al risultato principale, nonché per affrontare altri argomenti di interesse più generale.
Come le pietruzze, sapientemente accostate l’una all’altra, vanno a formare un mosaico, le testimonianze sono singole voci di un coro e con le loro specificità danno vita a un ritratto incredibilmente palpitante del grande pittore e scultore fiorentino.
Un uomo, esso, affetto da profonda solitudine, propria solo dei grandi geni che si sentono lontani dalla quotidianità degli altri uomini, impossibilitati a condurre un’esistenza normale; è una solitudine che al contempo esalta la sua arte, ma che anche lo isola, gli fa avvertire fortemente come la creatività sia concepibile solo con la massima astrazione e l’altrettanto massima libertà.
Michelangelo non torna a Firenze perché Cosimo de’ Medici rappresenta il potere, il principe che pretende la proprietà intellettuale di quell’opera d’arte che l’artefice invece sente solo sua.
Ma dal coro di voci, costituite da uomini con inevitabili pregi e difetti, quali l’invidia, il malanimo, emerge anche un altro elemento che, oltre a connotare la fase di declino del Rinascimento, proietta la specie umana ai nostri giorni, con gli stessi vizi e le stesse virtù, comuni dei mortali e che nulla contribuiscono all’accrescimento di valori della specie stessa.
Tuena non disprezza questi personaggi, anzi conferisce loro una propria dignità, facendoli anche portavoce di riflessioni su cui il lettore è indotto a soffermarsi, perché risultano tipiche dell’esistenza e quindi sempre di attualità. Al riguardo trascrivo alcune righe della testimonianza del poeta Giovan Battista Strozzi, righe che danno la misura di ciò che l’uomo pensa e sente quando avverte il declino della vita “Mi si viene a dire che Michelagniolo ha compiuto una scelta simile. O, non parlo di palazzi affrescati, di broccati, di arazzi. Del lusso, in una parola. Ma parlo del buio di una stanza, del rinchiudersi in se stesso, del cercare in sé la verità che fuori ci appare artefatta. Mai più grandi sepolture per le morti altrui; mai più affreschi per altri edifici. Tutto per sé è quello che produceva.”
E’ tutto un susseguirsi di opinioni, e anche di supposte verità, di autoreferenzialità, ma pure di profonda convinzione dei propri limiti; sono personaggi che riemergono dalle tenebre, si agitano, ricorrono a un linguaggio che l’autore di fatto ha inventato (una sorta di gradevole commistione tra rinascimento e moderno), operano freneticamente come tante formiche all’ombra del genio, ammiratrici, ma anche invidiose, perché incapaci di comprendere che cosa ci sia realmente al fondo della creazione di quei capolavori. Quei monumenti, quegli edifici, quelle statue che non finiscono di sorprendere sono al tempo stesso l’estasi e il tormento di un autore la cui genialità è tale da rendergli impossibile la convivenza con i comuni mortali.
Da questo libro, quindi, emerge non solo l’eterno contrasto fra potere e libertà artistica, ma scaturisce anche un ritratto veritiero, spesso impietoso, della condizione umana, di una specie dotata del bene dell’intelletto, eppure così fragile, così immatura da non riuscire a comprendere nemmeno se stessa.
Ci si chiederà comunque perché il titolo sia Michelangelo La grande ombra. Che cos’è quest’ombra? E’ quella in cui agiscono gli artisti dell’epoca inferiori al genio che brilla di luce propria, o è qualche cosa d’altro?
Se consideriamo già le pagini iniziali, con un Cosimo de’ Medici emiplegico, con un filo di bava che gli scende da un angolo della bocca, quasi un cadavere vivente, ma conscio del suo stato, e se poi leggendo percepiamo nelle risposte degli altri intervistati il timore, sempre latente ma che riemerge nell’occasione, della naturale conclusione della vita umana, a cui non pochi sono prossimi, o addirittura vi sono già giunti, emerge prepotente l’atmosfera dell’ombra della morte che aleggia su tutto, a riprova che la caducità è propria di tutti uomini, geni o sconosciuti che siano.
In questo quadro di dolorosa, ma naturale angosciante incertezza per il dopo, si viene così a delineare anche la decadenza di un periodo storico così importante per le arti quale fu il Rinascimento. Del resto i frutti, ormai marcescenti, del Concilio di Trento arriveranno non solo a condizionare la vita degli uomini, ma anche a creare un’epoca di illiberalità, una sorta di reazione metodica e oppressiva, di cui anche Michelangelo, ormai defunto, fu vittima, visto che si decise, con una stoltezza che si commenta sé, di metter le braghe alle figure ignude del Giudizio Universale.
Nella lotta fra libertà creativa e potere temporale quest’ultimo riprese il sopravvento, ma, per sua fortuna, Michelangelo già non c’era più.
Renzo Montagnoli
————–
Filippo Tuena è nato a Roma nel 1953 e vive a Milano. E’ laureato in Storia dell’arte.
Ha pubblicato:
Il tesoro dei Medici (Giunti Art & Dossier, 1987); Lo sguardo della paura (Leonardo, 1991), Premio Bagutta Opera Prima; Il tesoro dei Medici (De Agostani, 1992), in collaborazione con Anna Maria Massinelli; Il volo dell’occasione (Longanesi, 1994); Il diavolo a Milano (Ikonos, 1996); Cacciatori di notte (Longanesi, 1997); Tutti i sognatori (Fazi, 1999), Premio Super Grinzane-Cavour; La grande ombra (Fazi, 2001); La passione dell’error mio. Il carteggio di Michelangelo (Fazi, 2002); Quattro notturni (Aletti, 2003); Il volo dell’occasione (Fazi, 2004), nuova edizione; Le variazioni Reinach (Rizzoli, 2005), Premio Bagutta; Il diavolo a Milano – nuova edizione e Fantasmi di Schumann a Manhattan (Carte Scoperte, 2005); Michelangelo. Gli ultimi anni (Giunti Art & Dossier, 2006); Ultimo Parallelo (Rizzoli, 2007), Premio Viareggio.
Sito web: http://digilander.libero.it/filippotuena
————–

INTERVISTA A FILIPPO TUENA (nella foto)
di Renzo Montagnoli

Il romanzo è in pratica un’indagine svolta dall’autore, cioè da te, per appurare per quale motivo Michelangelo non sia voluto ritornare a Firenze negli ultimi anni della sua vita, nonostante gli inviti ripetuti di Cosimo de’ Medici. Sei andato a ritroso nel tempo interrogando tanti personaggi, alcuni noti, altri meno e altri ancora del tutto sconosciuti, una serie di ritratti di notevole efficacia. Allora, secondo te, per quale motivo Michelangelo è rimasto a Roma dov’è morto, e non è rientrato in patria?
- Mah, guarda, non è detto che sia l’autore a formulare le domande. Tu sai di quanto sia convinto del ruolo autoriale del lettore, di quanto una lettura coinvolta determini il piacere e persino la passione che può scaturire da un libro. Quindi sì, la persona che formula la domanda, (perché il libro ruota tutto attorno a una domanda) che ascolta i monologhi, potrei anche essere io ma senza sovraccaricare l’identificazione. Qui ci sono persone che parlano, identificabili, e qualcuno che ascolta, meno riconoscibile. Questo è il gioco, il meccanismo.
Quanto al dato storico, Michelangelo morì a Roma e fu trasportato a Firenze poche settimane dopo, secondo quanto aveva chiesto. Non c’era però mai voluto tornare dal 1534 e quindi per quasi trent’anni. Alla base di questo rifiuto vi sono molte motivazioni anche di carattere personale ma soprattutto c’era la situazione politica di Firenze, la fine della repubblica, il ritorno del ducato e la figura di Cosimo I, monarca assoluto col quale Michelangelo non aveva intenzione di entrare in rapporti anche se finì poi per fornire consigli su alcune fabbriche fiorentine come Palazzo Vecchio o la Biblioteca Laurenziana. Michelangelo sentiva fortemente il conflitto tra artista e committente, non poteva sopportare che il suo lavoro venisse utilizzato per giustificare in qualche modo la presa di potere da parte di Cosimo. Non voleva lavorare per un sovrano assoluto. Questa decisione comportò grandissime rinunce, quali sono quelle che deve sostenere un esiliato, ancorché rispettato, come Michelangelo.

Come nei tuoi precedenti lavori il personaggio è un pretesto per costruire un’opera la cui portata e la cui valenza va oltre lo stesso. Anche in questo caso la figura di un Michelangelo, ormai vecchio e solo, è in funzione di un discorso più ampio che gradirei che tu riassumessi di seguito, magari anche riferendo della genesi di questo romanzo che penso ti avrà impegnato non poco, soprattutto per le indispensabili ricerche di carattere storico.
- Michelangelo anziano è certamente molto legato a Léon Reinach e a Robert Scott – i protagonisti dei miei più recenti libri. L’argomento è sempre la devastazione del corpo umano o desideri che non si realizzano o il senso del destino a cui tutti siamo sottomessi. Avendo scelto di ripercorrere gli ultimi anni di Michelangelo era inevitabile che il libro prendesse questa piega desolata, anche se penso che sia una mia cifra abbastanza riconoscibile. Tieni conto che ho scritto il libro dopo un mio personale e volontario esilio da Roma a Milano e certe pagine sono piuttosto autobiografiche. Tra l’altro l’ho scritto in un tempo relativamente breve, meno di un anno, perché la formula dei monologhi mi consentiva grande libertà di azione e io stesso concedevo ai personaggi grande libertà. Non sempre, ti sarai accorto, rispondono a tono, spesso deviano dall’assunto, vanno per loro conto, persi nei loro pensieri, innamorati delle loro malinconie.
Alla base c’è un grande lavoro di ricerca, perché è dal 1985 che m’interesso di Michelangelo e soltanto nel 2000 ho pensato di scrivere un romanzo. In quei 15 anni ho letto tutto quello che Michelangelo aveva scritto, un immenso epistolario, una corposa raccolta di versi, persino i conti della spesa e una quantità spaventosa di testimonianze dirette. Meno m’interessava la critica mia contemporanea perché avevo l’impressione che potesse allontanarmi dalla ricostruzione di un ambiente e di un’epoca.
Tra l’altro Michelangelo anziano è in qualche modo il modello per tutti quelli che amano ciò che non è perfetto, ciò che viene abbandonato, è l’ideale argomento per coloro che ritengono che l’opera d’arte sia semplicemente l’ombra di qualcos’altro, irrecuperabile. Una visione del mondo neoplatonica – Michelangelo era un grande neoplatonico – tutta diretta a recuperare quel che si è perduto e che riaffiora per frammenti. Immagina i relitti galleggianti di una nave. Conoscendo i miei libri capirai come mi muovo tra questi relitti.

Oltre la proprietà intellettuale dell’opera d’arte, che penso sia una giusta rivendicazione di ogni autentico artista, in Michelangelo quindi c’era anche forte il desiderio che i frutti del suo genio non venissero utilizzati per giustificare l’ascesa al potere di Cosimo. In effetti lui era stato un sostenitore della repubblica, tanto da dover andarsene con la caduta di questa.
Questo concetto penso sia riproponibile in tutte le epoche, nel senso che l’autentico artista non dovrebbe essere al servizio del potere. Tuttavia, di coerenza intellettuale come quella di Michelangelo se ne trova pochina, scorrendo la storia.
Al riguardo, la tua opinione qual è, cioè l’artista deve mettersi a disposizione del potere, deve con le sue opere glorificarlo, o invece deve essere avulso dalla realtà politica del momento, onde esprime in completa libertà il suo genio?

- Michelangelo pone, a metà del cinquecento, uno dei quesiti più complessi del fare artistico: la proprietà dell’opera d’arte. Considerandola più il prodotto di un’idea che della manualità è evidente che se ne sentiva proprietario anche una volta che l’aveva terminata e che questa, materialmente, non gli apparteneva più. Michelangelo è l’unico artista del cinquecento – e il primo – che scolpisce statue importanti per se stesso. Il Bruto, la Pietà Bandini e la Pietà Rondanini sono opere personali, realizzate senza la spinta di una commissione ma solo rispondendo a un’intima necessità.
Volendo fare un paragone con la letteratura odierna, o del secolo appena trascorso, il suo atteggiamento non è diverso da quello di Kafka, di Joyce, di Proust, ma con quattro secoli di anticipo.

Da ultimo, un tuo giudizio personale, ma di competente in materia, sull’arte di Michelangelo.
- Guarda, io più che dall’arte, sono rimasto travolto dall’umanità di quest’uomo, dal suo desiderio di onestà intellettuale. La sua arte è il prodotto di questo pensiero, ed è grande e continua a commuoverci perché risponde a domande etiche piuttosto che estetiche, perché mette in discussione questioni che esulano dal fare artistico e coinvolgono la sfera esistenziale. Come mi scrisse una volta Romeo De Maio, “Michelangelo dà un senso alla vita.”
______________________

AGGIORNAMENTO DEL 10 dicembre 2008

dal volume “Michelangelo la grande ombra” di Filippo Tuena

Francesco Amadori, detto Urbino,
scalpellino e domestico

Io glielo dissi subito che potevamo permetterci di meglio che quella casetta buia di fronte alla Colonna Traiana.
Oddio, Roma per me era comunque uno splendore. Venivo da Casteldurante e poi da Firenze che è bellissima, sì, ma non antica. Roma invece era la meraviglia delle meraviglie. E se il Tevere non è imponente come l’Arno ed è più lento e limaccioso, non taglia però come quello la città dritto come un fuso, senza fantasia. No, il Tevere fa una bella ansa, che intenerisce, che è cosa rara, proporzionata, naturale.
Ma la casa, a Macel de’ Corvi, poteva scegliersela meglio, se avesse voluto. La verità è che cercava proprio una cosa così, senza pretese. Buia. Quasi volesse nascondersi. Avrebbe potuto finire in Belvedere. Avrebbe potuto comprarsi un palazzo come Sangallo o Raffaello. Avrebbe potuto scegliersi un cardinale, Salviati o Ridolfi, o una famiglia nobile e ricca, come gli Strozzi o gli Altoviti, e vivere con loro. Scelse Macel de’ Corvi: il monnezzaro, i macellai, i panettieri, gli scalpellini. Scelse di starsene per proprio conto.
E poi, quando la prese, forse ancora non sapeva che ci avrebbe vissuto per il resto dei suoi giorni. In quell’anno, nel 1532, noi facevamo ancora avanti e indietro tra Firenze e Roma; quattro mesi lì, il resto a Roma. Così aveva deciso Papa Clemente, che voleva che Michelagniolo terminasse le fabbriche di San Lorenzo: la Sagrestia e la Biblioteca. Perché della facciata della Basilica, ci s’era fatta una croce sopra, tanto sa-rebbe venuta a costare, di marmi, di sculture e d’impresa e mai s’era neppure principiata.
Così io credo che lui avrebbe potuto pensare che una casetta come quella di Macel de’ Corvi sarebbe andata benissimo anche se non era proprio la più elegante e prezio-sa di Roma. Ma poiché doveva starci lontano per dei mesi, era meglio che fosse una cosa che non portava via tanto tempo e denaro per mantenerla. Michelagniolo in que-ste cose era economo. E infatti, quando stavamo a Firenze, la casa era vuota. Ci veniva ogni tanto un amico, a controllare che i ladruncoli non si rubassero le galline e i frutti dell’orto non marcissero; e li coglieva e li regalava agli amici: fra’ Sebastiano, don Tommaso.
Ecco, sicuramente così aveva pensato: una piccola casa e un piccolo impegno.
Ma poi accaddero, uno dopo l’altro, come chicchi di un rosario, quei fatti che lo portarono via da Firenze. Papa Clemente che voleva il Giudizio dipinto sulla parete della Sistina; la lite a Firenze con il Duca Alessandro; i dissapori con i parenti; l’umiliazione con Febo; e Tommaso che era a Roma e che rubava l’anima e ogni pensiero al mio padrone..
Così come la calamita attrae il ferro e come la bussola indica sempre il nord, l’animo di Michelagniolo prese quella direzione che l’attrazione gl’indicava e non poté, mai più, volgere altrove lo sguardo.
Delle cose che lui lasciò a Firenze: opere, affetti, sofferenze, volle dimenticarsene. Soprattutto a me dispiace che quelle belle opere, statue e architetture, siano rimaste abbandonate. E che la memoria d’esse si sia cancellata nell’animo di chi le aveva create. Più volte ho cercato di convincerlo a tornare sui suoi passi e se non voleva farlo per onorare un Duca che detestava, che almeno lo facesse per pietà verso la sua arte; che nessun altro vi avesse a metter le mani e rovinasse quelle belle proporzioni. Ma lui ha fatto rocca del suo convincimento e nulla ho potuto contro la sua scelta. E così la casa di Macel de’ Corvi divenne il carapace d’una tartaruga, la nicchia d’un mollusco, la tana d’un orso. Divenne la sua casa per la vita. E la mia, fino a quando la morte non m’ha portato via.
Perché io subito l’ho capito che in quella casa c’eravamo venuti per morirci. E morendo io, come lui ha scritto, gli ho insegnato a morire. Ma di questi insegnamenti, oggi, morti tutti e due, che cosa rimane. Meglio sarebbe stato imparare a vivere, perché la vita è lunga e difficile e incerta, e l’atto della morte, brevissimo, e facile, e sicu-ro. E tutti, quando è il momento, sanno come fare, anche se non è cosa che ci si può preparare, perché accade una volta soltanto e quella volta basta per sempre.
Un ossario comune


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Scritto martedì, 9 dicembre 2008 alle 00:32 nella categoria EVENTI, INTERVENTI E APPROFONDIMENTI, SEGNALAZIONI E RECENSIONI. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. I commenti e i pings sono disabilitati.

193 commenti a “MICHELANGELO LA GRANDE OMBRA. Incontro con Filippo Tuena”

Credo che questo sia un post molto interessante.
Se non ricordo male è la prima volta che discutiamo della figura di Michelangelo, qui a Letteratitudine.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 00:37 da Massimo Maugeri


Come dicevo l’occasione ce la fornisce questo ottimo libro di Filippo Tuena: “Michelangelo la grande ombra”.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 00:38 da Massimo Maugeri


Ne approfitto per ringraziare Renzo Montagnoli per la recensione e per l’intervista (entrambe realizzate dietro mia richiesta).
Renzo mi darà una mano a moderare e animare il post.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 00:39 da Massimo Maugeri


Con Filippo Tuena ci siamo incontrati alla Fiera “più libri, più liberi”.
Un altro bellissimo incontro capitato in quel di Roma.
Ovviamente ci siamo salutati con la promessa di incontrarci in questo post.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 00:41 da Massimo Maugeri


Michelangelo, dunque…
Chi è (stato) Michelangelo, per voi?
Vi siete mai soffermati a riflettere sulle sue opere?
Sulla loro importanza?

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 00:43 da Massimo Maugeri


Poi, naturalmente, c’è il tema particolare trattato dal libro…

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 00:44 da Massimo Maugeri


Bel servizio, complimenti, cari Tuena e Montagnoli! Cosa fare? Aggiungere forse solo questo:
-
”Non ha l’ottimo artista alcun concetto
ch’un marmo solo in se’ non circoscriva
col superchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all’intelletto”.
-
(Michelangelo Buonarroti)

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 00:45 da Sergio Sozi


Auguro a tutti voi buonanotte e buon inizio settimana (dal punto di vista lavorativo, stavolta, coincide con il martedì).

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 00:46 da Massimo Maugeri


Ottima citazione, Sergio.
Buonanotte a tutti.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 00:46 da Massimo Maugeri


…Poeta.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 00:47 da Sergio Sozi


Altrettanto, Maugger!

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 00:47 da Sergio Sozi


Discussione appassionante, per appassionati ed esperti e succulenta per noi lettori: seguirò il dibattito come se vedessi un film.

Sulla proprietà intellettuale.
Notavo proprio ieri sera il “Tormento dell’artista”, vedendo mia figlia pittrice, tornata dalla Francia in vacanza, guardare, in casa d’amici, un suo quadro esposto male, sotto una cattiva luce.
Stamattina, leggendo questo bel post, ho avuto la risposta a quell’inquietudine: un artista non lascia mai realmente la proprietà culturale di una sua opera, anche quando gli è stata commissionata per volgare pecunia.

Grazie Massimo per il post.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 07:52 da Francesco Di Domenico


Prima di tutto ringrazio Massimo Maugeri per questo interessante tema che viene proposto sul suo bel sito. Non sono competente come Filippo Tuena nel campo delle arti figurative; apprezzo da profano il valore delle opere di Michelangelo, che, dopo la lettura di questo bel libro, trovo come uomo di un’attualità incredibile. Giustamente Tuena ha risposto all’ultima domanda evidenziando la grande umanità dell’artista toscano. E’ un aspetto che a volte trascuriamo, presi dallo stupore per la bellezza delle opere, ma che nel caso specifico è di grandissimo rilievo.
Insomma, Michelangelo è stato grande in tutto.
Buona giornata.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 07:53 da Renzo Montagnoli


P. S. chiedo a Filippo T., se il libro ha una traduzione in inglese, vorrei donarlo al compagno di mia figlia, lo scultore iracheno Ahmed Al Safi, che non legge in italiano.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 07:55 da Francesco Di Domenico


HO SEMPRE AVUTO UNA GRANDISSIMA AMMIRAZIONE PER MICHELANGELO COME ARTISTA E COME UOMO. DAL MIO PUNTO DI VISTA, IL RIFIUTO DI TORNARE A FIRENZE E’ ANCHE DOVUTO AD UN FATTO PRETTAMENTE PSICOLOGICO: UN UOMO SCHIVO COME LUI, SEMPRE LONTANO DAGLI ONORI, CON IL RIFIUTO DELLA RICCHEZZA E DELL’OPULENZA TANT’E', CHE NONOSTANTE IL BENESSERE ECONOMICO, VIVEVA COME SE FOSSE SEMPRE IN RISTRETTEZZE ECONOMICHE, TORNARE A FIRENZE SIGNIFICAVA ESPORSI E DARSI IN PASTO NON SOLTANTO AD UN CETO POLITICO, MA CULTURALE ED ARTISTISCO. LA FINE DELLA SUA VITA, ERA UN SUO FATTO PRIVATO E COME TALE HA VOLUTO CHE RIMANESSE. e’ VISSUTO DA UOMO SCHIVO E SCRONTOSO, INSOFFERENTE AD OGNI REGOLA CHE NON FOSSE QUELLA DELLA SUA ISPIRAZIONE ARTISTICA, NON AVREBBE MAI POTUTO SCEGLIERE ALTRIMENTI.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 09:11 da NICOLETTA MORRICO


Bellissimo post. Credo che Michelangelo sia considerato nell’immaginario collettivo di tutti noi, e a ben ragione, come uno dei geni assoluti dell’espressione artistica in diverse forme. Senza Michelangelo la storia dell’arte sarebbe altra cosa. Seguirò il dibattito con interesse. Tanti complimenti all’autore del libro.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 09:48 da Lucy


Questa sera Filippo Tuena sarà in grado senz’altro di parlarci di Michelangelo artista, ma se leggete bene, soprattutto l’intervista, sono molti i temi di discussione che emergono da questo suo libro, soprattutto per quanto concerne il problema della rivendicazione della proprietà intellettuale dell’opera.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 12:10 da Renzo Montagnoli


Curiosità.
Da dove nasce l’interesse di Filippo Tuena per Michelangelo?
Perché proprio Michelangelo e non un altro grande, per es. Leonardo?

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 12:11 da Martina


Alcune domande che volevo porre hanno già trovato risposta nella bella intervista

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 12:25 da Martina


Si potrebbe discutere anche su quale è la più importante opera di Michelangelo. E quale è l’opera di cui se ne potrebbe fare a meno

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 13:01 da Marco


Per me la più importante è La Pietà, mentre tra le note la meno indispensabile potrebbe essere il Mosè

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 13:03 da Marco


Il motivo del mancato ritorno a Firenze potrebbe essere, oltre che di ordine fiscale, anche una considerazione climatica: a Firenze gli inverni erano più rigidi, spesso con neve, e non esistevano nè i termosifoni, nè gli antibiotici. Quando da vecchi ci si ammalava, in genere si moriva.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 13:52 da mauriziodeangelis


scrivere un libro del genere implica un’elevata dose di rischio perché tratta tematiche di stretta competenza degli addetti ai lavori e implica, al tempo spesso, un’attentissima attività di ricerca. complimenti all’autore.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 15:43 da marilena villari


Post che si preannuncia interessantissimo, ora leggo!

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 15:53 da francesco giubilei


eccomi qua. sono appena tornato a Milano. adesso leggo, e con calma rispondo nel pomeriggio. Grazie a Renzo del pezzo, a Massimo dell’ospitalità e a chi interviene e a chi legge soltanto. Ciao a tutti. A dopo.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 16:11 da filippo tuena


un paio di risposte al volo.
@martina – ti domandi perché ci s’innamora di qualcuno? capita. Poi, a posteriori trovi le risposte. scrivendo…
@ marilena – io sono laureato in storia dell’arte. è pane per i miei denti, anche se non è proprio un argomento da prendere alla leggera. ci ho lavorato quasi vent’anni. forse di più
@ marco – francamente non vedo un’opera da scartare. forse l’insieme del monumento a Giulio II è un po’ arraffazzonato (dio mio che parola sbagliata per parlare di Michelangelo)…

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 16:31 da filippo tuena


X FILIPPO TUENA.
A cosa sta lavorando in questo momento? Sta scrivendo un nuovo romanzo? Di cosa si tratta?
con stima
Antonella

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 16:32 da Antonella


@ Filippo: una domanda allo storico dell’arte. Michelangelo è anche un grandissimo pittore (famosi sono i suoi affreschi); correggimi se sbaglio, ma mi sembra che non abbia mai dipinto su tela, fatta eccezione per il Tondo Doni, che però forse è su tavola. Se è così, secondo te per quale motivo?

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 16:41 da Renzo Montagnoli


@antonella – sto scrivendo su un musicista jazz, ma roba molto strana, sperimentale. non so che ne farò, o non so che ne faranno gli editori. ci penso dopo. ciao
@renzo – a firenze si dipingeva su tavola, essenzialmente. E Michelangelo si è sempre considerato uno scultore. quello era il suo vero mestiere.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 17:02 da filippo tuena


@filippo tuena
questo suo su michelangelo è un libro particolare. che tipo di riscontro ha avuto dai lettori?

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 17:14 da margot


@ Grazie, Filippo.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 17:29 da Renzo Montagnoli


@margot – dell’hard cover sono state fatte due edizioni e questo è il tascabile, rivisto e aggiornato. quindi, tutto sommato c’è stata una certa attenzione anche perché è uno di quei personaggi che appartengono a tutti e ciascuno ha qualcosa da dire su di lui, ricordi personali, suggerimenti, considerazioni. si può parlare di arte, di politica, di passione. una vera miniera

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 17:34 da filippo tuena


@# Filippo: Sì, una vera miniera e a me quello che ha colpito di più è che è stato l’unico artista del cinquecento, e addirittura il primo, a realizzare opere importanti solo per se stesso, cioè senza lo stimolo di un committente, ma per soddisfare un’intima esigenza. Questo è il frutto di una continua ricerca dentro di sé che lo porta a misurarsi con la creazione di sculture di altissimo livello, ognuna delle quali finisce con l’essere contemporaneamente un punto di arrivo e un punto di partenza, perchè il concretizzare ciò che uno avverte diventa stimolo per avvertire l’esigenza di nuove più ampie sfide. Io almeno l’interpreto così.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 17:51 da Renzo Montagnoli


Caro Filippo, sono felice di ritrovarti qui (peccato non averti incontrato a “Più libri più liberi”). Purtroppo non ho letto il tuo libro su Michelangelo. Posso solo notare quindi il tuo ritornare al tema dell’ombra: ho avuto modo di apprezzare molto il tuo recente romanzo “Ultimo parallelo” dove un’ombra narrante seguiva i passi dei protagonisti fino all’epilogo. Mi interessa in modo particolare la tua ricerca di nuovi percorsi nella scrittura, “roba molto strana, sperimentale”, dici, per quanto riguarda quel che stai attualmente scrivendo.
Solo una domanda, una piccola curiosità relativa al materiale documentario utilizzato per creare “Michelangelo la grande ombra”: hai trovato interessante a tal proposito “Il tormento e l’estasi” di Stone Irving?
Tanti auguri per questo tuo libro e per la tua scrittura futura. Un abbraccio,
Gaetano

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 18:11 da Subhaga Gaetano Failla


torno dopo cena, ma intanto rispondo ancora a qualcuno.
@francesco. non è tradotto in inglese, quando parlando con un agente dissi che l’avevo scritto pensando a uno stile mutuato da Vasari e Kerouac si spaventò. quanto al rapporto con le proprie opere sono convinto che ogni artista rimane legato visceralmente a quello che fa.
@ in certo senso sì, preferiva rimanere in disparte, ma non è solo quello, c’era fortissimo un rifiuto per come Firenze era cambiata negli ultimi trent’anni.
@ renzo. Michelangelo correva sempre sul filo del rasoio, sempre sull’orlo del baratro. rischiava tutto a ogni opera e spesso doveva constatare il fallimento del suo progetto. E’ un bel tema per ogni artista, ma anche per ogni uomo.
ci leggiamo dopo.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 18:14 da filippo tuena


Il libro accenna anche alla “relazione” Michelangelo-Leonardo?
Questi due grandi geni hanno avuto il privilegio di vivere nella stessa epoca.
Mi viene in mente la ‘battaglia di Anghiari’:
“I due grandi geni del Rinascimento, Leonardo e Michelangelo, si trovarono ad un certo punto (era l’aprile del 1503) a doversi affrontare direttamente sul terreno della pittura, perché ricevettero entrambi dal gonfaloniere Pier Soderini, che era il gonfaloniere a vita di Firenze, l’incarico di affrescare due grandi pareti una accanto all’altra, nel salone del consiglio comunale a Palazzo Vecchio. Entrambi dovevano realizzare una battaglia: Leonardo appunto quella di Anghiari (vinta dai fiorentini), Michelangelo quella di Càscina.”
http://it.wikipedia.org/wiki/La_battaglia_di_Anghiari

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 18:23 da Giorgio Antoci


Mi pare che Michelagnolo, scultore nato,
abbia dipinto quasi per forza, ovvero perché costretto dai commitenti (vedi Giulio II), e che abbia detto che la pittura tanto era migliore quanto più aveva del rilievo, cioè somigliava, aveva della scultura.
MarioB.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 18:48 da cf05103025


è interessante conoscere la vita dei personaggi. la vita “segreta”, intendo. alle volte si capisce molto di più che osservare una loro opera. mi sembra questo lo spirito del romanzo di Tuena al quale faccio gli in bocca al lupo per il suo interessantissimo lavoro

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 19:25 da enrico gregori


Mi fa immensamente piacere, come credo saprete, leggere questo post: intyeressante la recensione di Massimo (fa venir voglia di ri-leggere) e l’intervista (complimenti!) di REnzo Montagnoli.
Che aggiungere di più?
Le vette narrative di Filippo Tuena sono difficili da raggiungere.
Lui ci riesce superando se stesso.

Leggetelo: soddisfatti o rimborsati!!!

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 21:11 da Gian Paolo Serino


eccomi di ritorno.
@giorgio. non parlo di Michelangelo – Leonardo perché il libro parla degli ultimi trent’anni di vita di Mich ed è centrato soprattutto sul rapporto con Cosimo I, ovvero sul rapporto tra arte e potere, un tema che mi sembrava attuale nel 2000 quando ho iniziato a scrivere il libro e che mi sembra attualissimo nel 2008. Ancora di più

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 21:15 da filippo tuena


@enrico – ma sì, è questo il mio campo d’indagine, il rapporto tra il privato dell’uomo e il suo ruolo pubblico forse perché io sono convinto che è nella storia individuale che vadano ricercati gli stimoli della creazione. Se pensi che l’unico accenno che mich. fa al Giudizio Universale è riferito al fatto che non può ‘fare da cucina’ al nipote che voleva venirlo a trovare a Roma, perché ha altro per la testa, la dice lunga sulla riservatezza con cui Mich. parlava della sua arte.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 21:18 da filippo tuena


@gpserino. sempre grato delle tue iperboli…fammi poi sapere quante copie devi rimborsare…darò un piccolo contributo!

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 21:19 da filippo tuena


@Gian Paolo: senza far torto a Massimo, che probabilmente l’avrebbe scritta anche meglio, ma la recensione è opera mia.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 21:22 da Renzo Montagnoli


@ Renzo Montagnoli-Filippo Tuena
desidero aggiungere un mio breve commento alla vostra recensione, estesa ed interessante, dalla quale emerge la personalità spiccata di due grandi personaggi tendenti a un qualcosa di più elevato.
Cosimo, un pretendente al potere che esercitò in maniera assoluta, vedendo nell’assolutezza il proprio appagamento da intenderlo necessario anche per i suoi sudditi -comportamento tipico dei dittatori, e Michelangelo, un artista che, cosciente del suo valore, decise per la libertà creativa personale a costo di maggiori premi e celebrazioni.
Due personaggi forti e caparbi, sebbene fossero spinti da motivi del tutto differenti nel campo del loro esercizio, ma non nel senso della loro considerazione, che ritennero assoluta.
Naturalmente, mi piace di più Michelangelo, l’uomo artista che lasciò impronte forti e suggestive, da invogliare ad ammirarlo e seguirlo, ideologicamente parlando.
Emerge qui, come sia necessario il possesso di un carattere forte e deciso alla propria realizzazione nel mondo esterno quando si ritenga di possedere valori eccezionali e tali da rendere anche la propria persona eccezionale.
Michelangelo, un tendente alla conquista al potere, non avrebbe esitato di confrontarsi, anche con la forza, con il suo contendente.
Fu un bene o un male la diversità del loro agire?
Non avrebbe portato buoni frutti Michelangelo politico e al potere?
È una domanda che rimane senza una risposta certa, considerando gli influssi maligni che il potere racchiude in sé per avvallarsi del diritto di esistere e perdurare, mentre l’artista può bastare a se stesso e seguire la voce della sua ispirazione che, come Michelangelo dimostra, ha bisogno della sua indipendenza e libertà d’espressione per raggiungere l’apoteosi dell’eternità, suggestivamente parlando.
Saluti.
Lorenzo

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 21:22 da lorenzerrimo


@Filippo: direi che proprio il rapporto tra arte e potere, attualissimo, è il tema portante dell’opera.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 21:26 da Renzo Montagnoli


@Lorenzo: non è che con i “se” si faccia la storia. Il carattere di Michelangelo era tale probabilmente in funzione artistica, in un altro dotato di spirito d’avventura poteva esserlo per esplorare il mondo.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 21:29 da Renzo Montagnoli


@lorenzo – anche se ho una smisurata passione per Michelangelo sono anche enormemente affascinato da Cosimo. Salì al potere a 17 anni, costruì uno stato con la forza ma anche con l’intelligenza e comprese che aveva bisogno non solo di eserciti, ma anche di artisti. Fece ritornare Benvenuto Cellini e ci provò con Michelangelo. Ma andò a scontrarsi con una personalità ancora più forte della sua.
Michelangelo fu un personaggio ‘politico’ ma, per sottrazione. In lui i rifiuti contano più delle affermazioni.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 21:30 da filippo tuena


Buona serata a tutti. Scusate se mi connetto solo adesso, ma prima mi era impossibile…
Peraltro sto scrivendo da un pc con tastiera “precaria” (perdonate eventuali refusi).

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 21:37 da Massimo Maugeri


@ Filippo: se ho ben capito, il Michelangelo politico è un uomo che sa opporsi, ma non costruire.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 21:38 da Renzo Montagnoli


Devo ringraziare tutti voi (uno per uno) per gli interessanti commenti.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 21:38 da Massimo Maugeri


@Massimo: ormai i precari sono ovunque, anche nelle tastiere…

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 21:38 da Renzo Montagnoli


@renzo. no, non è che non sa costruire, è che, come nella scultura, procede per levare, per sottrazione. la sua posizione è tale che qualunque atto compia in favore di Cosimo, verrebbe interpretato come un appoggio al suo governo. E si rifiuta di farlo. Allo stesso tempo è impossibilitato a negarsi. Sceglie la soluzione più equilibrata: rimanda fino a quando il tempo troverà la soluzione al problema. Il tempo o la morte.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 21:49 da filippo tuena


@ Renzo Montagnoli-Filippo Tuena
ringrazio della risposta, chiara e condivisibile.
Allora, Michelangelo fu un egocentrico che sfogò i suoi impulsi nelle sue opere che rispecchiano forza e vitalità, ma anche perfezione e grazia.
La natura è veramente bizzarra e fantasiosa, come intricata e inimitabile.
Facendo un gran passo in avanti fino ad oggi e considerando le enormi difficoltà esistenti in molti campi delle attività umane, mi chiedo dove si possano trovare di nuovo due grandi personaggi come i sopra accennati.
Ne avremmo di certo bisogno e spero vivamente che riapparano al più presto, onde evitare una nuova catastrofe come nel passato non molto lontano.
Lorenzo

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 21:58 da lorenzerrimo


(Scusate, ma come avrete capito ho anche problemi di connessione).
Desidero ringraziare soprattutto Filippo Tuena per la partecipazione e Renzo per l’aiuto alla moderazione-animazione del post.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:00 da Massimo Maugeri


Ho acquistato “Michelangelo la grande ombra” alla Fiera Più libri più liberi. L’ho fatto perché, benché siano passati molti mesi dalla lettura di Ultimo parallelo, vivo ancora l’emozione che quello stupendo romanzo di Tuena mi diede. E la notte scorsa, leggendo la ottima (non si può dire “ottimissima”, vero?) recensione di Renzo e la successiva intervista mi sono ancor più convinta di aver fatto un buonissimo acquisto. Sfogliandolo, poi, ne ho avuto un’ulteriore conferma. Trovo suggestiva e originale la struttura del romanzo, quel presentare il grande Michelagniolo attraverso le testimonianze delle persone che lo hanno conosciuto. Credo che sarà molto interessante leggerle e capire il grande artista attraverso i diversi punti di vista.
Non saprei quale domanda porre a Filippo ( mi sento alquanto intimidita…). Mi dispiace non averlo incontrato in Fiera. Concludo solo ringraziandolo perché, scrivendo libri così belli, rende la vita migliore ai suoi lettori.

E, approfittando di questo spazio, voglio dire che invece sono stata molto, molto contenta di incontrare Massimo (ciao, Massimo!) che è proprio così come appare in rete: gentilissimo e attento. Una bella persona, insomma. E contenta sono anche per aver conosciuto tutti gli altri compagni di…pizzata.
Ma forse questo avrei dovuto scriverlo nell’altro post sulla Fiera.

Milvia

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:04 da Milvia


Ringrazio moltissimo Gian Paolo Serino per il suo intervento affettuoso (peraltro Gian Paolo è un estimatore di Filippo Tuena), ma l’ottima recensione è di Renzo Montagnoli (come ha già precisato il diretto interessato).

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:04 da Massimo Maugeri


Grazie mille, cara Milvia… sei splendida! E non essere intimidita, su…
Sono contento che tu abbia acquistato questo libro alla fiera “più libri, più liberi”.
Vi racconto un aneddoto. Filippo e io ci siamo incontrati proprio lì, a Roma.
Gli ho domandato: “Sei già stato allo stand della Fazi?”
Lui: “No.”
“Ma ci andrai?”
“Non lo so… non credo.”
“Ma sai se c’è il tuo libro su Michelangelo, tra quelli esposti?”
“Secondo me non c’è…”
—–
E invece c’era, caro Filippo. Milvia ci ha fornito la prova :)

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:11 da Massimo Maugeri


@milvia. ci s’incontra sui libri e, se ti piacciono, non corro il rischio di deluderti. Gli scrittori dovrebbero rimanere nascosti quanto più possibile. Anch’io ho incontrato Massimo a Roma, persona garbatissima, come del resto ricordavo quando l’ho conosciuto a Siracusa, ormai 4 anni fa. Tempus fugit.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:11 da filippo tuena


@Lorenzo: hai ragione, ma senza andare a cercare due personaggi con una così forte personalità mi basterebbe che oggi a presiedere ai nostri destini ci fossero uomini di normale personalità. Che nel rinascimento di personaggi simili ce ne siano stati diversi è una riprova del fatto che fu un periodo storico di completo risveglio, ma poi anche questo finì, e del resto non penso che in una fase decadente un Michelangelo e un Cosimo possano ribaltare il percorso del destino.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:14 da Renzo Montagnoli


Con Filippo, ovviamente, abbiamo parlato anche di altro.
Del fatto, per esempio, che i suoi libri vanno in direzione opposta alle “esigenze” del mercato. E il fatto che, nonostante, questo abbiano riscosso (e riscuotano) successo è indice della forza prorompente e della altissima qualità della sua scrittura.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:15 da Massimo Maugeri


@massimo. e’ vero c’era, in mezzo ai vampiri della meyers.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:17 da filippo tuena


@Milvia: grazie. Non so le racensione sia “ottimissima”, ma il libro mi piaciuto tanto e l’ho scritta volentieri perchè mi sembra giusto che a un autore debbano arrivare anche gli applausi e per me Tuena se li merita tutti. Lui è un po’ schivo, ma penso che finirà con il concordare che il complimento di un lettore è sempre gratificante.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:18 da Renzo Montagnoli


@Massimo: grazie per la precisazione. Quanto a Gian Paolo mi sa che questa notte gliela farò passare in bianco…

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:19 da Renzo Montagnoli


Riprendendo il commento di Lorenzo non posso far altro che auspicare l’arrivo di artisti geniali e talentuosi del calibro di Michelangelo. Magari ce ne fossero! Credo che nonostante tutto possano “fare comodo” in qualunque epoca e in qualunque contesto (anche se le perplessità di Renzo sono condivisibili).

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:25 da Massimo Maugeri


Caro Massimo, credo che non troverebbero dei committenti come Cosimo…

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:27 da Renzo Montagnoli


@ Filippo
E chi poteva immaginarlo che Michelangelo se la sarebbe dovuta vedere con i vampiri?
:)

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:28 da Massimo Maugeri


Ne approfitto per fare una richiesta a Filippo (cosa che faccio spesso con gli ospiti di questo blog).
Potresti regalarci un brano di questo libro (da inserire tra i commenti)?
Un brano che tu ritieni particolarmente significativo, magari…

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:31 da Massimo Maugeri


devo salutarvi adesso. se ce la faccio, ritorno più tardi, altrimenti domattina. un grazie a Renzo, Massimo e tutti

La verità è che sono i vampiri a consentire di pubblicare i libri su michelangelo…

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:32 da filippo tuena


Per una pura coincidenza ho per le mani Tutti i sognatori. Con Tuena faccio come i gamberi: leggo i suoi libri andando a ritroso. Prima di Ultimo parallelo, segnalatomi da Serino, non conoscevo questo autore, ma devo dire che già leggendo della tragica spedizione di Scott rimasi sbalordito, per il contenuto e per la tecnica. Le variazioni Reinach non hanno fatto altro che confermarmi la valenza di Tuena e in questo Michelangelo ho trovato ancora di più, perchè addirittura si è inventato un linguaggio, del tutto comprensibile peraltro, che è assimilabile a quello dell’epoca.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:33 da Renzo Montagnoli


Probabilmente hai ragione tu, Renzo.
Però mi piace pensare che – nonostante le difficoltà e i contesti differenti – un genio come Michelangelo troverebbe spazio anche oggi.
Gli altri cosa ne pensano?
Be’, questo potrebbe essere un altro… “filone” di dibattito.
Secondo te, Filippo?

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:33 da Massimo Maugeri


Va benissimo, caro Filippo. Intanto ti auguro buonanotte…

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:34 da Massimo Maugeri


Filippo, buona notte. Spero che ci rileggiamo domani.
E, con l’occasione, auguro un sereno riposo a tutti.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:38 da Renzo Montagnoli


Buonanotte anche a te, caro Renzo (tra un po’ chiuderò anche io).

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 22:45 da Massimo Maugeri


Un genio autentico italiano nel 2008 quasi 2009? Se non lo facessero fuori appena nato diventerebbe grigio e malpensante. Meglio goderci quelli del passato: scrittori che conoscevano la punteggiatura e scultori che sapevano usare le mani – queste sconosciute agli avanguardisti odierni.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 23:28 da Sergio Sozi


Come le rime, che Michelangelo stesso sapeva gestire altrettanto bene, fra l’altro.

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 23:29 da Sergio Sozi


arrivo tardissimo e molto stanca, questo libro non ce l’ho ancora ma vivo immersa ne Le variazioni attualmente. Io adoro Tuena e… lui lo sa! Son sicura che anche questo sarà un libro bellissimo e lo leggerò presto!
p.s. credo che i libri ci aiutino anche a capire l’uomo-scrittore e questo è bello. In bocca al lupo Filippo, ma ormai non ne hai più bisogno!

Postato martedì, 9 dicembre 2008 alle 23:38 da CINZIA PIERANGELINI


chissà cosa penserebbe michelangelo del fatto che il vaticano non voglia depenalizzare il reato di omosessualità. dovrebbero dirlo alla gente che il creatore della cappella sistina era omosessuale. e il tormento di un genio, e la sua solitudine, sta nel modo di vivere il quotidiano, con sguardo libero, emozionato, sensibile, con delicatezza femminile. grazie al cielo, il Nostro è nato in toscana, e la toscana è sempre stata molto rispettosa dei gay, però in questo brutto clima omofobico, credo che perfino un genio come lui avrebbe incontrato serie difficoltà nell’eterocentrismo culturale della nostra italia. senza nulla togliere agli etero, ovviamente.
a parte questo, ho sempre amato il rinascimento, come l’ottocento russo e zola e bataille. bataille parla del consumare per comunicare. forse anche il ‘levare’ era un modo di togliere, consumare. bataille usa il frammento. anche michelangelo no? proprio una settimana fa, passando da firenze, mi sono fermato in piazza della signoria. tutte le volte ho la stesse sensazioni: un vuoto nello stomaco, un lieve giramento della testa, e una tachicardia: mi fa questo effetto la scultura di michelangelo. ogni volta provo lo stesso stupore che se lo vedessi per la prima volta, incredulità, meraviglia. non so… ho la sensazione che da un momento all’altro possa girare la testa, o scendere dal piedistallo. è perfetto. a un certo punto le parole non bastano. infatti mi fermo qui :)
‘notte.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 00:52 da gianluca


Eccomi anch’io ad apprezzare l’ottimo libro di Filippo Tuena, e la bella recensione di Renzo.
L’argomento è talmente interessante!
E le risposte alle molte domande che nel tempo si sono avanzate riguardo alla vita privata dei sommi artisti, sono più che mai attese e gradite.
Grazie quindi a Filippo che ci fa rivisitare l’Artista in tutte le sue sfaccettature ma anche come uomo.
Cari saluti a Massimo e a tutti gli amici di Letteratitudine.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 08:35 da cristina bove


Gianluca, si chiama sindrome di Stendhal. E’ capitato anche a me, a volte.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 09:52 da Martina


Il Vasari considerava Michelangelo come un vertice mai raggiunto e, dopo di lui, irraggiungibile.
Nella sua opera l’Artista appare come il punto d’arrivo di un’ascesa che parte da Cimabue.
Il ‘500 è il secolo classico per eccellenza e già nel 1550 l’arte appare divisa in due settori: il progresso, lo spirito della cultura classica con Michelangelo al vertice, e dopo di esso la decadenza rappresentata dagli Artisti che ne ripetono in maniera manieristica le forme imitando l’Arte non la Natura. Copiare non significa trascrivere passivamente, ma studiare, analizzare, capire. Le copie di Michelangelo, ad esempio, sono personalissime:è da notare in particolare il chiaroscuso ottenuto mediante un tratteggio che segue l’andamento delle sporgenze e delle rientranze e che vitalizza le superfici come scalpellature.

Maria Luisa Papini Pedroni

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 09:56 da Maria Luisa Papini


Il rapporto arte/potere è sempre attualissimo. Dunque questo libro oltre a parlare di una figura fondamentale come quella di Michelangelo è pure attuale. Lo leggerò di certo

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 10:43 da Noemi


buongiorno a tutti,
@sergio parla delle rime di Michelangelo. Io suggerisco di affrontare la lettura della sua prosa perché è un’esperienza unica. Nel libro ce n’è qualche esempio che dovrebbe convincervi.
@cinzia – per un autore non c’è niente di più bello che trovare lettori che si affezionano e che recuperano i vecchi libri. Io l’ho fatto con tanti scrittori e mi fa immensamente piacere che qualche lettore lo faccia con me.

La sindrome di Stendhal è qualcosa che capita piuttosto frequentemente. Io mi trovo a disagio quando entro nel Ricetto della Biblioteca Laurenziana, per esempio.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 10:45 da filippo tuena


Antonio De Leo

La grande ombra di Filippo Tuena, romanzo storico

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http://www.itiscannizzaro.net, 02/09/2002

“Oh, quanto tempo,. Quanto tempo. Io non so perché il tempo mi vola intorno a questa testa balzana e sciocca.” A parlare è Cosimo I de’ Medici, Granduca di Toscana. Questo magnifico libro è una sorta di documentario inteso in senso moderno e televisivo del termine, di quei documentari fatti di interviste ai personaggi, di storie vere raccontate da uomini veri, dove i fatti piano piano vengono alla luce quasi auto-costruendosi, come i documentari di Zavoli per intenderci. Una pagina alla volta riesci a farti un quadro, ad avere via via le idee sempre più definite, fino a che, alla fine, pensi di averci capito qualcosa anche tu. Frammento su frammento qualcosa si costruisce, e questo “qualcosa” è la personalità di Michelangelo negli ultimi anni della sua vita. Un Michelangelo vecchio, malato e bizzoso come sempre. Caparbio tanto che per non dare la soddisfazione a Cosimo di progettare la Biblioteca Laurenziana, si inventa di aver fatto un sogno e come tale lo descrive a Giorgio Vasari e a Bartolomeo Ammannati, senza fare un solo disegno, senza dare soddisfazione di perder tempo per quell’uomo e quell’opera, descrive con immagini straordinarie e realizza, per mani di altri, il capolavoro che tutti conosciamo. Tuena è l’interlocutore, l’intervistatore, il giornalista che compie un salto nel tempo di oltre cinquecent’anni e si fa raccontare tante piccole storie per capire, per interpretare, per svelare la personalità di un grande di tutti i tempi. Una storia fatta da piccole storie apparentemente slegate tra loro, ma che tutte assieme creano un quadro fantastico. Il linguaggio è quello dei personaggi, schietto, vero e senza fronzoli, tanto che ne restiamo stupefatti. L’immagine immaginata di un’epoca, del Rinascimento, si svela appieno sentendo parlare in modo semplice e naturale gli uomini che l’anno costruita e vissuta. Un’epoca unica nella storia dell’uomo, fatta di eccelso e di misero, di vittorie e fallimenti, di grandezze e meschinità, di speranze e delusioni, un “rinascimento mancato” per concomitanze storiche o per ineluttabile passaggio di quel soffio che fa nascere decine di geni nello stesso luogo e nello stesso tempo e che poi non torna per secoli e millenni. Un libro che si “deve” leggere e che non può mancare nella “biblioteca” di conoscenze che ognuno di noi si costruisce e che ci aiuta a vivere, apprezzando il mondo che ci circonda, il mondo fatto di meraviglia per il genio di altri uomini che hanno condiviso con noi, anche in altre epoche, l’esistenza su questa terra.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 10:49 da Antonio De Leo - La grande ombra di Filippo Tuena, romanzo storico


di Massimo Onofri

gli ultimi anni di Michelangelo

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diario della settimana, 28/05/2002
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L’editore Fazi ha scommesso su Filippo Tuena sin dal 1999, quando pubblicò l’interessantissimo Tutti i sognatori. E ha fatto bene: se possiamo leggere ora La grande ombra, l’ambiziosissimo romanzo dedicato agli ultimi anni di Michelangelo, a certi suoi misteri prima di tutto psicologici, a cominciare da quello del suo mancato ritorno a Firenze, pur se quasi implorato da Cosimo I de’ Medici, misteri che, s’aggiunga pure, ne nutrirono gli umori, quelli d’una vecchiaia bizzosa ma non priva di tenerezze, d’una vecchiaia assediata dalla malattia e da una crescente desolazione metafisica ed esistenziale. L’animatissimo spartito di Tuena s’affida allo stesso contrabbasso che accompagna il XXV capitolo del Principe di Machiavelli, laddove ci s’interroga su “quanto possa la Fortuna nelle cose umane e in che modo se li abbia a resistere”. Se si pone mente al fatto che qui sia Michelangelo a ingaggiar tenzone con la Fortuna, con la “sua potenzia”, e cioè uno degli uomini in possesso d’una virtù tra le meglio ordinate “a resisterle”, il lettore può già capire da sé quanto alta sia la posta di tale partita. Nondimanco, è proprio il caso di dirlo, il romanzo sembra inclinare a una temperie meno cinquecentesca che contemporanea, se dal coro di voci che lo compongono, talvolta voci di trapassati, arrivano note di requiem, l’angoscioso avvertimento che “poi tutto si disfa e poco dura e quel che rimane, lentamente, s’opaca e svanisce”. Luigi del Riccio, banchiere e letterato: “Tanto i nostri desideri sono preda del destino”; Donato Giannotti, storico e letterato: “Non c’è desiderio che possa vincere il destino”; Daniele Ricciarelli da Volterra, pittore e scultore: “Ogni marmo ha, nel suo destino, una frattura”; e si potrebbe continuare. Quasi inutile dire che il romanzo è in grado di soddisfare le esigenze di palati molto diversi. Non poca carne sul fuoco troveranno coloro che hanno meri interessi di biografia: cito solo, tra i tanti possibili, il capitolo degli amori omosessuali (struggente il paragrafo che spetta a Tommaso de’ Cavalieri), quindi quello relativo ai difficilissimi rapporti con il nipote Leonardo Buonarroti, ma anche l’altro, intensissimo, ove campeggia il devotissimo Francesco Amadori (detto Urbino), scalpellino e domestico, la cui morte segna per Michelangelo il vero inizio della fine. Non manca poi materia per tutti quelli che volessero ricostruire la vicenda con un occhio rivolto alla storia dell’arte e della cultura: i nomi di Benedetto Varchi, Giorgio Vasari, Vittoria Colonna, Giovan Battista Strozzi, Benvenuto Cellini, Paolo III, e di tanti altri ancora, la sovrapposizione delle loro testimonianze, stanno lì a indicare che questo libro su Michelangelo può valere anche come un’ipotesi, non certo tra le più fragili, sul nostro Rinascimento. Né resteranno delusi coloro che, oltre la biografia estrema dell’artista e del genio, vorranno leggere una parabola sul mistero dell’arte. Tuena, scrittore coltissimo, dispone all’uopo d’ogni attrezzatura retorica e culturale. Non è per tali ragioni, però, che sto qui a rimarcare le qualità di questo romanzo. La ragione sta forse nell’immagine di Cosimo I molto ammalato, inebetito – un filo di bava che gli scende dalla bocca -, che si trascina penosamente, a stento sostenuto dal valletto, nelle prime e nelle ultime pagine del libro: un’immagine che per me ha acquistato subito il valore d’un correlativo oggettivo. Man mano che ci addentriamo nella vicenda, che ci spingiamo dentro il segreto di quell’uomo grandissimo, che ci perdiamo dietro quella suprema avventura di sensi e d’intelligenza, che ci solleviamo all’altezza di quelle smisurate ambizioni, non possiamo esimerci dal senso d’una stremata vanità del tutto.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 10:51 da Massimo Onofri - da "Diario della settimana, 28/05/2002"


Diego Zandel

Michelangelo, un’ombra sulla grande vita

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 21/10/2001

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Filippo Tuena, uno scrittore romano oggi quarantottenne ha ottenuto il significativo riconoscimento del Superpremio Grinzane Cavour nel 1999 con il romanzo Tutti sognatori, edito da Fazi. Sempre da Fazi pubblica un nuovo interessante romanzo, La Grande ombra, che narra la vita, o meglio gli ultimi anni della vita di Michelangelo Buonarroti. Non si pensi però a una biografia romanzata. Tuena, pur tenendo ovviamente conto dei documenti dell’epoca – epistolari, le Vite dei Vasari, testimonianze – costruisce un romanzo corale, o meglio poliedrico, dove a parlare sono le “voci” di quanti, nobili, artistici, domestici, amanti, lo hanno conosciuto e frequentato. E’ lo stesso Tuena, assunti i panni di una sorta di Poirot, che investiga sui motivi, su “la Grande ombra”, per dirla con il titolo del romanzo che sono alla base del rifiuto di Michelangelo, ormai vecchio, di tornare a Firenze, dove avrebbe voluto morire, preferendo rimanere a Roma. Una Firenze, è bene ricordare, dalla quale Michelangelo era scappato in fretta e furia lasciando dietro di sé disordine e tante opere in sospeso. “Le statue erano per terra”, ricorda il vasari, “le nicchie alle pareti vuote. Giuliano e Lorenzo erano messi da parte, seduti in attesa che il loro destino si compisse; giorno e notte, crepuscolo e aurora sparsi per il pavimento, come se un immenso caos regnasse in quella porzione di spazio…”. Cos’era successo? “perché”, chiede Tuena a un Cosimo I ormai vecchio e semibenedetto, “perché non siete stato capace di far tornare Michelangelo a Firenze?”. E per trovare una risposta lo scrittore fa scorrere i suoi testimoni, uno ad uno, da Cosimo I de’ Medici, granduca di toscana, appunto, al nipote Leonardo Buonarroti, da Cornelia Colonnelli, , vedova del migliore amico di Michelangelo, , all’allievo daniele Ricciarelli, a Giorgio Vasari, al domestico Antonio del Francese, a Federico donati, il medico che assistette alla sua morte, “sopraggiunta all’ora del tramonto di quel venerdì 18 febbraio 1564”. Ciascuno degli intervistati da una sua versione dei fatti. E sulla composizione di queste si costruisce , come in un puzzle, il romanzo. Sta qui l’originalità del libro. Anche se un tassello di merito manca per renderlo perfetto: la diversità dei linguaggi, che avrebbe dato alla scrittura quell’impatto che, seppur ricercato in una rivisitazione del timbro cinquecentesco, non ha, o non ha del tutto. Troppa omogeneità assimila il linguaggio dei testimoni, non c’è distinsione tra il nobile e il popolano, l’incolto e l’artista, il medico e il vetturale. Tuena ha molto puntato a trasmettere gli atteggiamenti emotivi dei personaggi. Rabbia, amore, odio, rancore, nostalgia, ammirazione emergono, talvolta con forza sorprendente. Ma è come se un’unica voce prevalesse. Quella di Tuena, solida, efficace, di sicura valenza letteraria, che però, prestandola a tutti, riduce, come dire, la sua invenzione narrativa. Se viceversa, quella voce se la fosse fatta prestare, di volta in volta modulandola, commisurandola allo spirito e al carattere del personaggio coinvolto,la sua operazione sarebbe stata originale e completa. E’ l’unico appunto, mio malgrado, che mi sento di muovere a uno scrittore come Filippo Tuena che, per altro, ha scritto un libro che comunque vale la pena di leggere, se non altro per certe pagine che hanno il dono della magistralità.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 10:53 da Diego Zandel - da La Gazzetta del Mezzogiorno, 21/10/2001


Danilo Maestosi

A spasso con Michelangelo

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Il Messaggero, 04/09/2001

Sulle tracce di un genio/Rivisitati o perduti i luoghi della sua Roma. Ricostruita in una biografia, tra storia e romanzo

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IN GIRO per Roma sulle tracce di un Michelangelo (1475-1564) quasi sconosciuto al grande pubblico. Con una guida d’eccezione: Filippo Tuena, 48 anni, romano, ex antiquario, storico d’arte e scrittore che al più geniale artista del Rinascimento ha dedicato una intrigante biografia a cavallo tra saggio e romanzo, tra pochi giorni in libreria: La grande ombra, Fazi editore, 290 pagine, 28.000 lire. Non è un tour per comitive turistiche. Niente Cappella Sistina, S.Pietro, Mosè. La prima tappa è sulla salita che porta al Quirinale. La chiesetta di S.Silvestro, che gli sventramenti umbertini hanno reso quasi irriconoscibile, amputandone due cappelle e la facciata, sostituita da un nuovo fronte disegnato a fine Ottocento. Un gioiello dimenticato e in stato di semiabbandono: da sei anni la navata è invasa dai ponteggi di un restauro in letargo, il tetto ligneo si sfarina, dal pavimento trasuda l’umidità. Una targa beffarda all’esterno la dichiara monumento nazionale, enumerando i maestri che ne hanno abbellito l’interno: Domenichino, Cavalier d’Arpino, Algardi. Di Michelangelo nessun cenno. Eppure è uno dei luoghi che più hanno segnato la presenza dell’artista fiorentino in città. Qui incontrava la poetessa Vittoria Colonna e il cenacolo di intellettuali che attorno a lei ruotava. «Si riunivano in un chiostro sul retro – racconta Filippo Tuena, guidandoci in un cortiletto, che un tempo era un giardino affacciato su una pendice di altri orti e ora è solo una soffocata balconata su mansarde e terrazze abusive -. E discutevano di tutto con una libertà che l’atmosfera bigotta della corte pontificia non avrebbe mai consentito. Si parlava d’arte e letteratura. Ma soprattutto di politica e di fede. La morsa restauratrice della Controriforma era già scattata. Ma Michelangelo e i suoi amici inseguivano una visione religiosa meno ortodossa, sicuramente più vicina allo spirito di Lutero, che saltava le mediazioni dogmatiche e poneva il credente in dialogo diretto con Dio. Michelangelo riconfermò questa scelta d’orgoglio e di sofferta responsabilizzazione anche sul letto di morte. Non c’era un prete a raccogliere il suo ultimo respiro nel 1564, ma solo qualche allievo fedele e i suoi servitori». E’ su questa terrazza che il Buonarroti concepì uno dei suoi sogni d’urbanista e architetto più audaci. Il progetto di una scenografica scalinata che dal Quirinale sarebbe dovuta scendere fino ai piedi del Campidoglio. Pensate a una sorta di Trinità dei Monti, ma tre volte più lunga. Costava troppo, non se ne fece niente. La seconda tappa è in piazza Venezia, di fronte alla colonna Traiana. Ma è un viaggio tra memorie perdute. La casa di Michelangelo era qui alle pendici del Campidoglio, ma è stata buttata giù per far posto alla mole irreale del Vittoriano. Il posto si chiamava Macel dei Corvi, probabilmente perché all’epoca nella zona portavano a macellare le mucche che pascolavano nella radura tra le rovine del Foro, Campo Vaccino. Un quartiere povero. A differenza di altri artisti, come Raffaello, Michelangelo scelse una dimora lontana dal Vaticano, ai confini della città abitata, dove visse per più di 30 anni. Era una casetta di due piani, con accanto una stalla dove teneva il cavallo con cui si muoveva e un capannone dove custodiva marmi e sculture. Attorno un giardinetto, dove – ci dice la lettera di un suo allievo, Bartolomeo Angelini – «le galline e messer gallo trionfano e i gatti si lamentano anchorché non manchi loro da mangiare». Che quadro dimesso per la tana di un genio. Utilissimo però a liberarci dai modelli che l’immaginario ha sovrapposto alla figura di Michelangelo. E che in un celebre film, Il tormento e l’estasi, Hollywood ha riplasmato sulle spalle da gigante e sul volto da divo rubacuori di Charlton Heston. Fantasie infondate. «Michelangelo – ricorda Filippo Tuena, citando le descrizioni dal vivo di Giorgio Vasari – era un ometto gracile e bruttino, anche se di forte carisma». Per di più bisbetico, diffidente, stizzoso. Probabilmente anche omosessuale e impotente, come l’autore desume dai carteggi che raccontano la sua fuga da Firenze, dopo la rottura con un ragazzotto senza arte né parte di nome Febo, e i suoi spasimi d’infatuazione per Tommaso Cavalieri, che inondano di improvviso ardore il suo sangue di ultrasessantenne angosciato e scontento. Certo è una ricostruzione su indizi anche questa. Dove si interrompe la testimonianza diretta di un documento interviene il romanzo, l’interpretazione della fantasia. Un coro di fantasie, perché nel libro di Tuena a parlarci di Michelangelo sono i racconti, per gran parte esercizi d’immaginazione, di una ventina di personaggi che hanno a vario titolo attraversato la sua vecchiaia. Assistito o onorato la sua morte. Che si sono contesi e spartiti la sua eredità: dai soldi, migliaia di scudi d’oro stipati in una cassa sotto il letto come avrebbe fatto l’avaro di Molière, alla Pietà poi detta Rondanini e alle altre statue incompiute che si lasciò alle spalle. Le pagine più belle del romanzo? Senza dubbio quelle dedicate ai suoi funerali. Un girotondo di improvvisate cerimonie attorno a una bara, trafugata quasi di soppiatto e trasportata a Firenze, per ordine dei Medici, di cui Michelangelo aveva sempre respinto lusinghe e offerte di ritorno. Se ne celebrò una anche a Roma, a Santi Apostoli. Quanto bastò per dar vita ad un’altra appropriazione indebita. Una leggenda più tarda, che identificò a lungo come tomba dello scultore la nicchia di una statua, incastonata nel chiostro della chiesa romana, che effigiava in realtà un celebre scienziato fine Quattrocento, Eustachio, scopritore dei labirinti che regolano il sistema dell’udito. Pochi anni dopo la morte di Michelangelo al suo più fido allievo Daniele da Volterra arrivò l’ordine di ritoccare con l’aggiunta di braghe e veli i nudi della Sistina. La stagione del Rinascimento visse così la sua agonia.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 10:54 da Danilo Maestosi - da Il Messaggero, 04/09/2001


Ho inserito questa breve rassegna stampa su richiesta del Boss Massimo.
Saluti a Filippo Tuena e a tutti
:-D

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 10:55 da Cicerone


Buona giornata. Tempo pessimo, sembra che la natura si sia stata scatenata con la stessa forza immane che ritroviamo nel Mosè di Michelangelo. Questo grande artista riesce a passare da immagini che sembrano salite direttamente dagl inferi a quella sublime della Pietà.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 11:01 da Renzo Montagnoli


Secondo voi negli ultimi 100 anni è esisto sul pianeta Terra un artista la cui grandezza può essere paragonata a quella di Michelangelo?
E negli ultimi 200?
E negli ultimi 300?
Mario Zardi

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 11:07 da Anonimo


Carissimo Filippo, che piacere scoprire che il tuo Michelangelo viene tanto festosamente accolto. Sono appena rientrato a Roma – stamani, in quest’alba fredda, piovosa, che suona già come un annuncio del Natale – e trovo questo fiume di commenti, di interventi, di riflessioni ispirate al tuo romanzo. Sono davvero felice, e aggiungo solo un rapido saluto al coro dei tuoi consensi. Michelangelo rappresenta davvero un punto di arrivo del pensiero, della sensibilità, dell’arte, dell’espressione in genere. Con lui, col suo sentire “ombroso” la modernità apre le porte alla creazione artistica: dopo di Lui, non possiamo che esserne tutti quanti figli. Michelangelo inaugura una concezione profondamente altra, rispetto al passato e agli artisti che l’hanno preceduto, ma è soprattutto il suo “male di vivere” l’aspetto che ritengo più interessante, questa insofferenza verso il potere conclamato, verso l’autorità riconosciuta, questa smania di libertà, di evasione, di ribellione ai dettami imposti dalla tradizione – questo essere perennemente qui e altrove, altro da sé e da tutto, fedele solo a se stesso e traditore di qualsiasi aspettativa precostituita, obbediente al tormento che si portava dentro, disperato, dannato senza rimedio, come solo pochi probabilmente riuscirono ad essere fino in fondo. Il suo rapporto con l’universo privato, il bisogno di preservarlo dalle irruzioni del ruolo pubblico, sono tratti che davvero inaugurano un modo nuovo di sentire e di vivere l’ambito della creazione artistica. E poi, basta osservare anche la minore delle sue sculture, per esserne catturati, divorati, risucchiati come dal più potente dei magneti. Ho letto il romanzo di Filippo Tuena anni fa, quando apparve. L’ho pure recensito. E trovo interessanti le annotazioni di Renzo Montagnoli in merito alle opere michelangiolesche. Un suggerimento, cari amici: andate a comprare immediatamente questo libro. Regalatelo per queste vacanze. Non ve ne pentirete. Avrete modo di scivolare in un mondo senza limiti e senza confini, com’è accaduto a me. Un mondo che è quello dell’arte, del superamento di qualsiasi barriera, dell’originalità con cui un essere umano irripetibile ha saputo superare i limiti imposti dal suo e dal nostro tempo. I migliori auguri a Filippo per il suo bellissimo romanzo, un saluto a tutti e al caro Massimo.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 13:11 da Lugi La Rosa


ah… la sindrome famosa. incredibile. pensavo succedesse solo a persone dall’intelligenza superiore alla media e dalla cultura debordante, capita anche me? possibile?
comunque…
buongiorno, volevo richiedere a filippo: cosa ne pensi del rapporto degli artisti omosessuali col potere clericale e statale? e michelangelo, può essere che l’ombra sia proprio il conflitto con la propria omosessualità? il tormento, la solitudine, la sofferenza… secondo me derivano dal contrasto tra libertà sessuale-affettiva e costrizione clericale-politica. la creatività è poi il modo attraverso cui il genio scarica l’ansia della sua sessualità condannata dalla chiesa. è terribile: immaginate se foste perseguiti e perseguitati solo perché date un bacio a vostra moglie o alla vostra ragazza. scolpireste orde di donne nude angelicate e immense, dipingereste donne tese al cielo in marmi come vento tra le nuvole. parlo sul serio: la genialità consiste nel riuscire a dare una risposta umana e creativa in un ambiente crudele e disumano.
:)

p.s.
vado a comprare il libro tuena… c’è qualcosa in te che mi fa pensare alla liminalità, alla transizione, al ribaltamento dell’entropia. al ribollire. ai passaggi di stato… dal privato all’universale. michelangelo… postmoderno? anche l’intervista mi garba, è piacevole la scrittura di montagnoli.
:) )

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 14:05 da gianluca


eccomi di nuovo. la questione dell’omosessualità di Michelangelo se intesa semplicemente come dato biografico è fuorviante. la questione è più complessa e riguarda il sistema di comunicazione affettiva. O la non-comunicazione. Michelangelo è solo. E’ solo quando crea, é solo quando cerca di vivere una vita semplice, la più semplice possibile. Con ogni probabilità, nella sua vecchiaia, non praticava nessuna attività sessuale, omo o etero che fosse. Aveva percepito una difficoltà spaventosa nella comunicazione anche affettiva e si sentiva vittima del malinteso. Preferì rinchiudersi nel suo guscio. Raramente ne usciva. Una volta scrisse: solo nei boschi trovo quiete. Ma questo suo atteggiamento confliggeva con lo sconfinato desiderio di comunicare. Quasi sempre ne rimaneva deluso.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 15:34 da filippo tuena


Trovo particolarmente interessante lo spunto offerto da Gianluca in merito al conflittuale rapporto tra “Chiesa” e “omosessualità” negli artisti – tema che torna attuale come non mai proprio nelle ultime difficili giornate. Intanto, da un punto di vista strettamente laico, trovo che gli affari dello Spirito non dovrebbero in alcun modo mescolarsi con quelli delle Lenzuola. La religione dovrebbe occuparsi del rapporto col divino, con il trascendentale. Semplicemente. Soltanto. Di null’altro. Dovrebbe strappare l’umanità alla dimensione più immanente e darle luoghi nuovi, luoghi di pace e di elevazione, e non penetrare invece con una violenza politica, studiata, calcolata nei suoi schemi quotidiani ordinari, nei suoi modelli di vita contingenti, in quelle che SONO e DEVONO RESTARE “scelte di vita irrinunciabili”. L’amore, il sesso, l’espressione di esso, la ricerca della bellezza in senso strettamente fisico, corporeo, materico appartengono alla dimensione personale, individuale, esistenziale di ciascuno di noi. Nessuno può arrogarsi il potere e il diritto di intromettervisi, né di giudicare in alcun modo – tanto più quando come nel caso dell’omosessualità tocchiamo una sfera puramente naturale, biologica, che in nulla si discosta dalla sessualità nell’accezione più comune se non per l’oggetto specifico dell’interesse, e cioè il proprio sesso piuttosto che un altro. Cosa c’entra tutto questo con delle norme religiose? Non ci sono e non devono esserci differenze di altro tipo. Né classifiche di moralità, o priorità spirituali in grado di dettare canoni di comportamento. Amare è un atto di indiscussa apertura verso l’altro: non è meno bello, meno intenso, meno forte, meno passionale, meno poetico, meno elegante, meno dirompente, meno rivoluzionario – né si riduce o si accresce a seconda del sesso di chi riceve la nostra offerta. Trovo squallidi, razzisti, falsamente ideologici gli sconfinamenti della politica nella sessualità, della religione nella sessualità, del potere precostituito nella sfera intima di un essere umano che ha scelto liberamente, come il cuore detta, chi amare e come farlo, in quale maniera comunicare la propria corrente energetica. Trovo che Michelangelo sia grande al di là dei suoi orientamenti sessuali – e forse anche grazie ad essi -, giacché la battaglia per amare liberamente un uomo piuttosto che una donna o viceversa ha significato in qualche misura anche la difesa stessa di un determinato pensiero, delle proprie scelte creative, della propria possibilità di percepire il corpo, la fisicità, la sessualità in una precisa maniera. Michelangelo non rifiuta il corpo. Lo attraversa. E nel farlo lascia risuonare tutt’intorno gli echi delle sue contraddizioni, dei suoi incanti. Per questo seduce. Per questo strega. E incanta probabilmente i suoi stessi inconfessabili inquisitori, quelli che sarebbero pronti a puntare il dito. Forse, dietro l’intolleranza (di qualsiasi tipo e natura) si nasconde a volte solo la paura della sottile fascinazione, del desiderio inconfessato, di provare quegli stessi sentimenti che apparentemente si cerca di condannare. Torniamo a Michelangelo, torniamo alla bellezza assoluta, e ignoriamo chi punta il dito e si nasconde dietro le sue balbettanti motivazioni puritane. L’arte si perpetua nonostante tutto. L’arte va contro. E così ci piace percepirla.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 15:42 da Lugi La Rosa


un saluto carissimo a Luigi. La questione chiesa-omosessualità è a mio parere molto simile a quella chiesa – contraccezione. Per la chiesa cattolica l’atto sessuale deve essere rivolto sempre alla procreazione. In questo senso omossesualità o contraccezione sono osteggiate. La soluzione è l’astinenza. Si può essere omosessuali, ma se ci si astiene, non si pecca. Così come ci si dovrebbe astenere dal sesso fuori del matrimonio. Soluzioni draconiane.

Ma non vorrei che Michelangelo diventasse un’icona o una bandiera di appartenenza del tipo, è più mio che tuo. Dice bene Luigi, torniamo a Michelangelo, alla bellezza assoluta.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 15:53 da filippo tuena


Ciao Filippo carissimo, condivido perfettamente. Dietro il rifiuto dell’omosessualità c’è solamente il rifiuto del corpo, della sessualità. Tutte le altre apparenti giustificazioni non hanno motivo d’esistere e non vanno neppure prese in considerazione. Michelangelo appartiene a tutti, nessuno escluso. Etero e gay. Appartiene a coloro che sanno capirlo e amarlo e accettarlo nella sua verità storica di uomo e di artista. Se si fa riferimento alla sua diversità è solo per precisare tale appartenenza, non per ghettizzarla o per farla assurgere a bandiera comportamentale. Sono le opere a parlare. La loro magia. Tutto il resto è fumo.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 16:01 da Lugi La Rosa


no no… niente icone filippo. solo che di questi tenpi bisognerebbe far capire alla gente che l’omosessualità è una cosa personale e non un reato. e che si può essere materni e donne anche se hai la forma di uomo. era solo per dire che c’è ancora un po’ di difficoltà e io avverto molta solitudine. ed è una cosa che ti impazzire. letteralmente. paradossalmente ti ritrovi ad aggredire. essere diverso da quello che sei.
grazie luigi e filippo, temevo di essere aggredito.
:)

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 16:04 da gianluca


Caro Gianluca, chi avrebbe potuto aggredirti? Solo degli insensibili o degli ignoranti. Il dialogo civile è la prima cosa, e devo riconoscere a Massimo la capacità di garantirlo sempre sul suo blog. Bravo Massimo. Condivido perfettamente ogni tua parola e ritengo che sia stupido, oltre che pericoloso, continuare a dare ascolto a chi si permette ancora di giudicare una scelta omosessuale. Da chiunque giunga questo giudizio, fosse il Papa in persona. Laddove questo accade, preferisco ignorare. Stabilire da subito che non ci sono termini di possibile dialogo, volgersi altrove, laddove è l’intelligenza. Abbiamo vissuto lager di ogni tipo e colore per fare ancora delle scelte sessuali – ma soprattutto della libertà personale degli individui – qualcosa di opinabile, di discutibile. Non possiamo più permettercelo. Oggi ciascuno deve vivere, certo dei propri diritti e felice delle proprie consapevolezze. Le Rivoluzioni che si sono susseguite nella storia saranno valse a qualcosa… Chi giudica, non merita alcun ascolto. Sono felice che quest’occasione abbia permesso a tutti noi di riflettere in merito a questo argomento. Un caro abbraccio

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 16:19 da Lugi La Rosa


un caro abbraccio anche a te, Luigi!
e grazie Massimo!
:)

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 16:27 da gianluca


Caro Filippo Tuena,
non voglio fare alcun dibattito su Michelangelo Buonarroti, ma cerco di rispondere alla tua domanda: l’ombra.
Come tutti i grandi artisti non si può riassumere il genio di Michelangelo in due righe e, al di là dell’artista da cui sono state create, le sue opere non sono ulteriormente dibattibili con opinioni soggettive, e questo è per la loro oggettiva bellezza!
Riuscire a rendere eloquente e dinamico il marmo, a renderlo immortale, riguarda le vette del sublime, il percorso di un volo effettuato grazie a due ali come fossero due poli opposti e complementari, il polo sensibile e il polo soprannaturale.
Al solito i francesi sono i migliori come critici d’arte. Leggete cosa scrive Rolland a proposito di Michelangelo Buonarroti:” Esso ha qualcosa di bestiale e divino insieme, un profumo di eleganza e nobiltà ellenica che si mescola ad un odore di selvaggio e di primitivo…” e con espresso pensiero si definisce il chiaro scuro, l’ombra e la luce di quest’artista il quale, come hanno scritto in molti anche su questo blog, è l’interprete del periodo in cui si colloca la sua biografia e cioè Umanesimo e Rinascimento, paesaggio storico che fa da sfondo ad una creatività che unisce l’esperienza del mondano e l’imitazione del divino.
Il filoso a lui contemporaneo Asclepio Latino ci chiarisce ancora a proposito del parallelo filosofico rinascimentale:” grande miracolo è l’uomo e animale adorabile e degno di onore: egli trapassa nella natura di Dio, quasi sia Dio egli stesso: egli conosce il piacere demoniaco, poichè sa di essere nato coi demoni, eppure sprezza in sè questa parte della natura umana, fidando nella divinità dell’altra sua parte” Così” sprezza dentro di sè quella parte per cui essere terreno, e tutte le le altre, per cui si riconosce congenito a disposizione celeste, astringe a sè col nesso della carità, e così si eleva al cielo”.
Quindi concordo con Filippo Tuena.
Saluti
Rossella

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 16:52 da Rossella


Sì, quello che mi stupisce in Michelangelo è il sapere esprimersi a volte con una forza che sembra quella di un vulcano (vedasi certai personaggi degli affreschi del Giudizio Universale, o lo statua di Mosè), e altre invece con una dolcezza che è tutto l’opposto. Nella pietà c’è una leggerezza non solo fisica, anche se sembra che il Cristo non poggi nemmeno sulle gambe della Madonna, ma è proprio la figura femminile che più mi colpisce, perchè in lei si ritrova quell’amorevolezza di una madre che sostiene un bimbo appena nato. E che dire poi dello sguardo, quegli occhi rivolti in basso, una posizione che ricorda quella di un volto affranto, ma nello stesso tempo toccato da un amore sublime.
Non credo che altri possano realizzare un’opera di questa fattura.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 17:06 da Renzo Montagnoli


Michelangelo è un Blade runner,
uno che corre sul filo del rasoio,
sempre pronto al rischio, disposto a sopportare il fallimento.
A me sembra un bel tema su cui discutere.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 17:34 da filippo tuena


Ed in effetti è proprio un bel tema, caro Filippo.
(Eccomi tornato).

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 17:36 da Massimo Maugeri


Ringrazio tutti per i nuovi commenti.
In particolare Cicerone per aver inserito i “pezzi” che potete leggere qui sopra.
E grazie mille anche all’amico Luigi La Rosa.
Peraltro Luigi aveva avuto modo di recensire questo libro di Filippo Tuena su “Il giornale di Brescia” il 28/06/2001.
Inserisco nel successivo commento la recensione/intervista di Luigi.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 17:39 da Massimo Maugeri


di Luigi La Rosa
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Il giornale di Brescia, 28/06/2001
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Ci sono personaggi le cui vite si prestano con facilità alla leggenda, generando nel tempo tutta una ricca dimensione di mitologie e suggestioni capaci di accrescere la loro fama. Si tratta, per lo più, di uomini geniali ma difficili, spesso incompresi perché scomodi, perché diversi; forse, semplicemente, perché troppo fedeli a se stessi e alla propria natura. Michelangelo non può che essere tra questi, e parlare di lui equivale a parlare di colui che ha lasciato l’impronta più radicale e più profonda nell’arte e nel gusto dell’epoca moderna.
Eclettico, spudorato, dotato di un sentimento morale scrupoloso nel porlo continuamente in discussione, il Buonarroti ha impresso nell’arte del Cinquecento il sigillo di un’autorità senza pari. Giunto nella Roma dei papi in epoca di fervida rinascita artistica e intellettuale, deciso a portare alle estreme conseguenze le riflessioni della sua sensibilità stravagante, Michelangelo fece confluire all’interno di un linguaggio artistico la dimensione di un sentire alto, maestoso, attento alla fisicità come tramite ideale del bello divino.
Nessun altro artista del suo tempo comprende quanto lui che è in atto una battaglia titanica, cruenta: quella tra materia e spirito, tra idea e forma, cui Buonarroti darà voce nelle cupe Sibille della Sistina, nei freddi marmi delle Sagrestie, nella tormentata ribellione dei Prigioni. E si tratta di una battaglia che contagia anche l’anima: l’artista vive tra i fasti di una romanità in minore fatta di amici e amanti poco più che leggendari, e un desiderio ardente di tornare a Firenze, sua patria natale, là dove il vecchio Cosimo lo esorta inutilmente a rientrare, per ultimare quei lavori lasciati in sospeso.
Michelangelo non vuol decidersi, e intanto continua a lavorare ai disegni, ai marmi di Carrara, consumando la sua esistenza fra notti di baldoria e la “magica” solitudine di Macel De’ Corvi – l’umile casa nei pressi dell’attuale Palazzo delle Assicurazioni a Piazza Venezia -, mutando lentamente il volto della città eterna. La millenaria piazza del Campidoglio, la basilica di Santa Maria degli Angeli, la Cupola di San Pietro che fissa l’orizzonte a limite fra cielo e terra: sono questi gli esempi intramontabili di un’arte che avrebbe imposto il suo nome al mondo.
Ma non dimentichiamo che dietro tutto questo si nasconde la vita, una vita piena di gioie e patimenti. Ed è questa stessa vita – poco importa se vissuta o immaginata – a suggerire a Filippo Tuena la scrittura del suo ultimo romanzo dedicato al celebre artista fiorentino: «La grande ombra» (Fazi, pp. 290, Lit. 28.000).
Lo scrittore romano, già apprezzato per romanzi come «Lo sguardo della paura» (‘91), Il volo dell’occasione (‘94), Il diavolo a Milano (‘96), Tutti i sognatori (‘99 – vincitore Grinzane Cavour) dedica la sua nuova fatica al celebre autore della Pietà, in un’opera che raccoglie le confessioni dei tanti personaggi che gli furono vicini come all’interno di una partitura polifonica. Da Cosimo de’ Medici al nipote Leonardo, da Tommaso de’ Cavalieri a Luigi del Riccio, a Vittoria Colonna, Bartolomeo Ammannati, Giorgio Vasari e Agnolo Bronzino: queste, le voci chiamate in causa per delineare un potenziale ritratto umano e artistico di Michelangelo. E poi ancora gli amici, i papi, gli amanti degli anni romani, tutto partecipa alla ricostruzione di un’esistenza speciale, animata dalle inquietudini della creazione e dall’insofferenza del genio.
Tuena è soddisfatto di aver scritto il suo libro, perché è stato come saldare il conto con il maggior amore della sua giovinezza. «Ci fu un periodo della mia vita – dice – in cui mi occupavo di antiquariato e di storia dell’arte. Ebbene, già allora mi sentivo vicino a Michelangelo, e incuriosito dalla sua vita sconosciuta e piena di enigmi. E’ stato uno di quegli uomini capaci di segnare la storia di tutti noi, mettendo in gioco non soltanto gli aspetti positivi e solari dell’esistere, ma soprattutto i momenti amari e sotterranei di un’anima nobile».
Il suo è un libro particolare, una biografia romanzata nella quale, però, il protagonista non parla mai in prima persona. Perché?
«Per il fatto che dar voce diretta a Michelangelo avrebbe significato farlo diventare un presuntuoso: sarebbe stato come cedere a una pericolosa mania di onnipotenza. Invece, adoperando il meccanismo delle varie voci dei personaggi, ho avuto la possibilità di osservarlo sotto punti di vista differenti e insieme concomitanti, senza per questo intaccare l’alone di mistero che è alla base del romanzo».
Una modalità nuova rispetto ai suoi lavori precedenti?
Sì, perché ogni libro ha una vita e una fisionomia diversa da tutti gli altri, e ogni volta che ne scrivi uno nuovo sei quasi costretto a inventarti una formula diversa. E’ un po’ come costruire un collage, cercando qua e là finché il testo non raggiunge una vita autonoma e indipendente, e può finalmente proseguire per la sua strada.
Quanti anni di ricerca ha richiesto il suo romanzo?
Gli anni sono tanti, perché già il mio primo romanzo, apparso nel ‘91, raccontava la storia di un antiquario alla ricerca di un disegno michelangiolesco rubato durante gli ultimi mesi di vita dell’artista. In quell’occasione avevo iniziato una rigorosa raccolta di materiali che poi ho lasciato sedimentare per un lungo periodo, finché alcuni anni addietro, in occasione di una mia improvvisa collaborazione con l’Enciclopedia di Roma, non decisi di riprendere in mano tutto il materiale. Da questo, oltre che da mille fonti importanti e autorevoli come gli epistolari, è venuta fuori la sostanza storica e concreta del romanzo, oltre che le suggestioni principali della sua anima segreta.
Ha mai avuto paura nell’affrontare un compito così difficile?
A dire il vero credo che si sia trattato di una leggera forma di incoscienza, perché Michelangelo non è davvero un personaggio facile. E devo riconoscere che avrei anche potuto scrivere un libro più commerciale, attento agli aspetti umani e alle debolezze del personaggio; ma non era questo ciò che avevo in mente. Io volevo cercare di capire, e avvicinarmi quanto più possibile, ma sempre con rispetto, alle verità intime di una vita.
Quali sono state le difficoltà principali che ha incontrato nella redazione dell’opera?
Anzitutto: la mancanza di dialogo. Io ho sempre avuto una sincera predilezione per le scene di dialogo, e tutti i miei libri precedenti sono costruiti con questo accattivante escamotage. Dentro «La Grande Ombra», invece, non ci sono mai dialoghi diretti, perché sarebbe stato ridicolo e poco credibile sentir parlare degli uomini del Cinquecento così lontani da noi e dalla nostra quotidianità. Questo ha un po’ complicato le cose, senza però impedirmi di trovare, all’interno del monologo, una forma di scrittura altrettanto utile e psicologica.
Una delle figure più interessanti del libro è quella del nipote di Michelangelo, il giovane Leonardo. Cosa pensa di lui?
Ma, a dire il vero io provo anche un po’ di simpatia per lui: era ancora giovane, stava a Firenze, e aveva il peso enorme di avere per parente un genio del calibro di Michelangelo. Ciò lo rendeva inadeguato, ma mi chiedo: chi di noi non lo sarebbe stato? Lui fu comunque in grado di dare una parvenza di gestione alla vita dello zio, lasciandoci le lettere, che costituiscono un gioiello inestimabile per la conoscenza della vita e del pensiero del Buonarroti.
Oltre al carattere difficile, alla sregolatezza e al dramma esistenziale, perché, secondo lei, Michelangelo fu, più di chiunque altro, un uomo tanto scomodo e incompreso?
Secondo me, molte contraddizioni dell’esistenza di Michelangelo andrebbero riferite alla sua intolleranza del potere. Il Buonarroti fu un artista forte, carismatico, che attraversò tutto un secolo col coraggio di abbandonare ciò che non sentiva più fedele alla propria estetica. Era un uomo puro che aveva la forza di guardarsi dentro e cercare se stesso.
Come scrive Filippo Tuena?
Di solito non mi pongo orari prestabiliti, e scrivo quando sento di farlo. Il romanzo è nato in modo spontaneo, e ogni capitolo è frutto di alcune giornate di scrittura. Dapprima ho proceduto con molta cautela, senza finalità e obiettivi ben precisi: solo seguendo l’istinto. Poi, a un determinato punto del mio lavoro, ho capito che le pagine cominciavano a dire qualcosa, che possedevano un significato che mi invitava a continuare. E così ho proseguito fino alla fine, cercando di far luce sul mistero di un artista unico, che io ritengo geniale oltre ogni misura.
Il titolo del romanzo, «La grande ombra», da dove nasce esattamente?
Nasce dal fatto che io ho sempre pensato a Michelangelo come a un grande mistero. E ho sfruttato il concetto di luce e ombra – che per un pittore rimane fondamentale – per farlo diventare una metafora di vita e di morte, concetti sicuramente fondamentali in una speculazione alta e visionaria come quella del Nostro. In altri termini, non ho inteso dare una chiave di lettura o risolvere un enigma più grande di me. Né ho voluto assumere il compito dello studioso e illustrare i motivi intimi di una vita. Ho solo immaginato le emozioni, i drammi e le passioni di un artista eccezionale. E spero, con tutta l’umiltà di questo mondo, di esserci riuscito.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 17:41 da Luigi La Rosa - Il giornale di Brescia, 28/06/2001


Invece Paolo Di Stefano ne ha parlato così sulle pagine de “Il Corriere della Sera” del 29/6/2001
(commento successivo)

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 17:44 da Massimo Maugeri


Paolo di Stefano
da “Il Corriere della sera” del 29/06/2001
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Irascibile e insopportabile: con questi due aggettivi inequivocabili il nipote descrive il genio di Michelangelo. «Farabutto e gran mascalzone», dirà di lui Cosimo de’ Medici, il cui desiderio massimo era quello di vedere ritornar e a Firenze, negli ultimi anni di vita, il più ammirato artista del suo tempo. Invece, niente. Dopo tante promesse, il Buonarroti deciderà di restarsene a Roma. Perché? Qual è l’ enigma che sta alla base di questo «tradimento»? Filippo Tuena prende a vvio da questo interrogativo per costruire un romanzo polifonico, in cui diverse voci narrano, ognuna dal proprio punto di vista, i capricci, le idiosincrasie, le passioni, i tormenti dell’ artista. C’ è il nipote Leonardo, appunto, e c’ è il pittore Sebastiano del Piombo; c’ è l’ amante giovanissimo di Michelangelo, c’ è lo scalpellino e c’ è il notaio. Apre e chiude, a cornice, lo stesso Cosimo, Granduca di Firenze, il quale narra con un fiato di voce la sua delusione che si dissolve nell’ afa sia dolorosa di un definitivo «Io non ho quello che voglio». La grande ombra è un romanzo che si fonda su numerose testimonianze biografiche (il carteggio, le vite di Vasari e Papini, eccetera), ma utilizzandole a suo modo, in una struttura corale ar chitettata per successive e frammentarie testimonianze rese a un ipotetico super narratore e investigatore (che in esordio e in chiusura interviene come voce in minore, non a caso posta tra parentesi). Come in ogni giallo che si rispetti, l’ ombra ri mane ombra: l’ enigma non verrà del tutto risolto. L’ artista, se si esclude la documentazione epistolare, non parla mai in prima persona, poiché tutta l’ investigazione si compie post mortem. Michelangelo viene «parlato» da chi lo conobbe. Co sì sul fondo della sua Grande ombra, destinata a rimanere tale, si accende come una luce abbagliante la personalità contraddittoria del genio ricostruita per singole tessere che si sposano in un mosaico unitario. Per portare a compimento questo mosai co, l’ autore utilizza tonalità stilistiche dai colori tenui, non espressionistici ma mescolati con pronunce a volte gergali e arcaizzanti. E lo fa con mano leggera. Sicché il romanzo ha il dono di essere insieme godibile e denso di tutte le inquietudini e le disillusioni che segnarono il glorioso autunno del Rinascimento.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 17:45 da Paolo di Stefano - da "Il Corriere della sera" del 29/06/2001


Ancora di seguito inserisco un brano dell’opera (un monologo) che mi è stato gentilmente concesso da Filippo Tuena.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 17:46 da Massimo Maugeri


Francesco Amadori, detto Urbino,
scalpellino e domestico

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Io glielo dissi subito che potevamo permetterci di meglio che quella casetta buia di fronte alla Colonna Traiana.
Oddio, Roma per me era comunque uno splendore. Venivo da Casteldurante e poi da Firenze che è bellissima, sì, ma non antica. Roma invece era la meraviglia delle meraviglie. E se il Tevere non è imponente come l’Arno ed è più lento e limaccioso, non taglia però come quello la città dritto come un fuso, senza fantasia. No, il Tevere fa una bella ansa, che intenerisce, che è cosa rara, proporzionata, naturale.
Ma la casa, a Macel de’ Corvi, poteva scegliersela meglio, se avesse voluto. La verità è che cercava proprio una cosa così, senza pretese. Buia. Quasi volesse nascondersi. Avrebbe potuto finire in Belvedere. Avrebbe potuto comprarsi un palazzo come Sangallo o Raffaello. Avrebbe potuto scegliersi un cardinale, Salviati o Ridolfi, o una famiglia nobile e ricca, come gli Strozzi o gli Altoviti, e vivere con loro. Scelse Macel de’ Corvi: il monnezzaro, i macellai, i panettieri, gli scalpellini. Scelse di starsene per proprio conto.
E poi, quando la prese, forse ancora non sapeva che ci avrebbe vissuto per il resto dei suoi giorni. In quell’anno, nel 1532, noi facevamo ancora avanti e indietro tra Firenze e Roma; quattro mesi lì, il resto a Roma. Così aveva deciso Papa Clemente, che voleva che Michelagniolo terminasse le fabbriche di San Lorenzo: la Sagrestia e la Biblioteca. Perché della facciata della Basilica, ci s’era fatta una croce sopra, tanto sa-rebbe venuta a costare, di marmi, di sculture e d’impresa e mai s’era neppure principiata.
Così io credo che lui avrebbe potuto pensare che una casetta come quella di Macel de’ Corvi sarebbe andata benissimo anche se non era proprio la più elegante e prezio-sa di Roma. Ma poiché doveva starci lontano per dei mesi, era meglio che fosse una cosa che non portava via tanto tempo e denaro per mantenerla. Michelagniolo in que-ste cose era economo. E infatti, quando stavamo a Firenze, la casa era vuota. Ci veniva ogni tanto un amico, a controllare che i ladruncoli non si rubassero le galline e i frutti dell’orto non marcissero; e li coglieva e li regalava agli amici: fra’ Sebastiano, don Tommaso.
Ecco, sicuramente così aveva pensato: una piccola casa e un piccolo impegno.
Ma poi accaddero, uno dopo l’altro, come chicchi di un rosario, quei fatti che lo portarono via da Firenze. Papa Clemente che voleva il Giudizio dipinto sulla parete della Sistina; la lite a Firenze con il Duca Alessandro; i dissapori con i parenti; l’umiliazione con Febo; e Tommaso che era a Roma e che rubava l’anima e ogni pensiero al mio padrone..
Così come la calamita attrae il ferro e come la bussola indica sempre il nord, l’animo di Michelagniolo prese quella direzione che l’attrazione gl’indicava e non poté, mai più, volgere altrove lo sguardo.
Delle cose che lui lasciò a Firenze: opere, affetti, sofferenze, volle dimenticarsene. Soprattutto a me dispiace che quelle belle opere, statue e architetture, siano rimaste abbandonate. E che la memoria d’esse si sia cancellata nell’animo di chi le aveva create. Più volte ho cercato di convincerlo a tornare sui suoi passi e se non voleva farlo per onorare un Duca che detestava, che almeno lo facesse per pietà verso la sua arte; che nessun altro vi avesse a metter le mani e rovinasse quelle belle proporzioni. Ma lui ha fatto rocca del suo convincimento e nulla ho potuto contro la sua scelta. E così la casa di Macel de’ Corvi divenne il carapace d’una tartaruga, la nicchia d’un mollusco, la tana d’un orso. Divenne la sua casa per la vita. E la mia, fino a quando la morte non m’ha portato via.
Perché io subito l’ho capito che in quella casa c’eravamo venuti per morirci. E morendo io, come lui ha scritto, gli ho insegnato a morire. Ma di questi insegnamenti, oggi, morti tutti e due, che cosa rimane. Meglio sarebbe stato imparare a vivere, perché la vita è lunga e difficile e incerta, e l’atto della morte, brevissimo, e facile, e sicu-ro. E tutti, quando è il momento, sanno come fare, anche se non è cosa che ci si può preparare, perché accade una volta soltanto e quella volta basta per sempre.
Un ossario comune

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 17:48 da da "Michelangelo la grande ombra" di Filippo Tuena (Francesco Amadori, detto Urbino, scalpellino e domestico)


Tra breve inserirò il suddetto brano nel corpo del post (come aggiornamento), in modo da favorirne la lettura.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 17:51 da Massimo Maugeri


Vi saluto riportando queste frasi di Filippo Tuena:
“Michelangelo è un Blade runner,
uno che corre sul filo del rasoio,
sempre pronto al rischio, disposto a sopportare il fallimento.”


Essere pronti a rischiare… essere disposti a sopportare il fallimento…
Mica da tutti, vero?

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 17:53 da Massimo Maugeri


@Filippo: “Michelangelo è un Blade runner,
uno che corre sul filo del rasoio,
sempre pronto al rischio, disposto a sopportare il fallimento.”

Era sempre in sfida con se stesso, perchè dato che gli altri era impossibile che potessero eguagliarlo artisticamente , lo stimolo gli derivava solo dal misurarsi con se stesso, e questo ovviamente aveva caratteristiche simili anche nei pochi rapporti interpersonali.
Hai scelto un brano interessante, questa figura dello scalpellino e domestico che condivide in parte la vecchiaia di Michelangelo.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 17:55 da Renzo Montagnoli


Apprezzo molto l’osservazione di Renzo Montagnoli: stupenda l’idea di Michelangelo che si confronta con se stesso, con la sua inevitabile solitudine, che si misura con gli stimoli della propria potenza creativa. E’ questo titanismo a renderlo imponente, senza tuttavia sottrargli la dolcezza delle pose, la delicatezza delle armonie che intuiamo sotto la carne dei suoi marmi. Forse ci vorranno altri mille anni perché nasca un uomo di simile grandezza.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 18:07 da Lugi La Rosa


scusate, ma entro e esco dallo studio e non ho modo di seguire il blog. Vedo che renzo e luigi stanno facendo una bella partita di tennis. intervengo più tardi. intanto non perdete di vista il blade runner.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 18:53 da filippo tuena


@Filippo: più che un incontro di singolo, mi sembra un doppio con La Rosa, visto che concordiamo…

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 18:58 da Renzo Montagnoli


@Gianluca e Luigi La Rosa e Massimo
Scusate.
Prima ho scritto qualcosa di esclusivamente culturale che riguarda il genio e quindi il volo dell’anima verso la luce. L’ARTE nella sua espressione più piena.

Adesso mi preme rimettere le cose al loro posto dal punto di vista umano, insomma bisognerebbe smetterla di tirare fuori l’omosessualità ogni volta che si parla di cose che riguardano certi livelli e non altri. Nessuna aggressione contro le scelte personali ma basta, per favore, caro Gianluca, con queste esasperanti manifestazioni della propria intimità, come se la propria scelta intima fosse uno show a cui tutti devono fare l’applauso e portare pietà, ti assicuro che non frega proprio un bel niente a nessuno delle scelte sessuali che ognuno fa. Ma pensi davvero che il Buonnaroti avrebbe pubblicato saggi, fatto quadri, fermato il traffico cittadino per baciarsi sulle strisce pedonali, così come continuano a fare i dimostranti di un qualcosa che dal punto di vista civile è pienamente tollerato e non ha ulteriormente bisogno di essere spiegato e spettacolarizzato? Scusa ma chi se ne fotte?
Ultimamente mi sono dilettata a leggere le poesie che il Buonarroti scriveva, poesie d’amore talvolta, ma gioiuccia caro non paragonare l’eleganza e la discrezione di uno come Michelangelo o Leonardo con un paio di jeans scivolati sui culetti che fanno intravvedere le chiappette … lo trovo veramente patetico e poi anche veline letterine e etero non scherzano per volgarità e voglia di stupire. Ma st’imbecilli (psuedo intellettuali compresi) non scandalizzano proprio nessuno e non si rendono conto che è proprio questo tipo di clamore che invita all’aggressività. Il silenzio è un cappotto elegante che ripara dal freddo. Ricordatelo.
Quindi, scusate amici miei, ma cerchiamo di non confondere il sacro col profano. Grazie.
Un abbraccio universale per tutti. Rossella

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 19:00 da Rossella


@ Renzo Montagnoli
A parte il fatto che sia Michelangelo come Cosimo siano stati due propulsori del genio umano, mi permetto di presentare una mia annotazione scritta in una mia riflessione intitolata: il Creato, visto da un essere comune:
A volte, immagino un incontro che si svolge in un posto bello perché naturale e limpido: Un turista pellegrino, arrivato a un fiume, incontra un uomo anziano. Alla sua domanda dove si trovi, risponde l’anziano di essere semplicemente in un posto vicino a un fiume con acqua limpida, a prati fioriti, e a tutto il resto che una natura intatta possa offrire. Il turista chiede ancora se ci sia anche l’elettricità. L’anziano risponde a che cosa possa servire. Serve, continua il turista, per far fronte all’oscurità della notte che c’impedisce di andare fuori a ballare, festeggiare e godere la vita. L’anziano risponde che la notte è fatta solo per riposare, dopo aver lavorato e goduto lo splendore della luce e del sole della giornata. L’oscurità, continua, serve anche ad ammirare le stelle. L’essere umano, con le sue pretese senza limiti, sta scavandosi una fossa, dove precipiterà. La natura è paziente, ma una volta ristabilirà il suo ordine. Bisogna rispettare la natura, aggiunge l’anziano, vivere con lei invece di avvelenarla. La sua fine significa anche la nostra. Noi siamo figli suoi, sua parte integrante. Quanti anni ha, gli chiede il turista. Ho centouno anni risponde l’anziano e non ho alcuna paura della morte. Quando verrà ci sarà una gran festa nel paese. Perché, ribatte il turista. Perché, l’aver vissuto la vita con dignità e rispetto è motivo di festa. Ci sarà una grande processione, con ghirlande, musica e canti di gioia. Solo chi lascia ricchezze materiali teme la morte. Il turista rimane perplesso e incantato dalla semplicità delle risposte che rispecchiano un modo di vivere ormai andato perso.

Credo che oggi l’uomo abbia più bisogno di una sana spiritualità che lo aiuti a misurare le sue pretese con le esigenze della natura circostante, che di opere che poi non lasciano alcuna impronta educativa con riguardo ai pericoli che il suo elevarsi al divino possa comportare.
Michelangelo fu certamente un grande genio e le sue opere perdureranno nelle menti di tutti coloro che si sentono attratti dalla sua genialità. Ma per me è troppo poco, quando sento una forte necessità di rimediare agli usi, fin troppo allargati e sostenuti, che nulla hanno a che fare con il mio senso del divino, nel quale domina la semplicità dell’animo in armonia con la sua natura, più di un’opera d’arte, sia pur geniale ed inimitabile.
Cari saluti.
Lorenzo

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 19:03 da lorenzerrimo


@La Rosa: del resto questo comportamento di Michelangelo è innato e non è maturato con il tempo, visto che già da giovane di bottega, ampiamente superiore agli altri allievi, se ne faceva vanto, al punto che uno un po’ robusto (del resto il Buonarroti era bassino) gli diede un pugno, fratturandogli il setto nasale, come anche è visibile nei ritratti.
Alla base c’era indubbiamente della vanità, poi superata visto che gli avversari arrancavano, e il nostro artista finì per trovarsi quindi nelle stesse condizioni di un atleta che vince sempre e che quindi come unico obiettivo gli resta solo quello di superarsi continuamente.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 19:06 da Renzo Montagnoli


@ Lorenzo, non posso che essere d’accordo, soprattutto partecipe di una società che ricerca nella vita una chimera di felicità fatta di beni, che soddisfano sempre meno. E’ una bella riflessione, però ritengo che anche Michelangelo fosse in armonia con la natura. Le sue statue, trasformazioni di marmi grezzi, hanno nobilitato un materiale inerte, dandogli una sorta di vita, in una fusione fra materia e spirito che ancor oggi ci lascia sbalorditi. L’arte, quella autentica, non è nemica dell’uomo, perchè l’uomo ha un solo nemico: se stesso.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 19:13 da Renzo Montagnoli


@ Renzo Montagnoli
Grazie per la bella e significativa analisi di un genio che finì per diventare, per forza e a causa della sua innata inclinazione per la perfezione, un solitario innamorato della sua arte.
Credo, che i più crescano solo nel confrontarsi con gli altri, senza poter raggiungere un traguardo elevato, se non quando i concorrenti siano altrettanto abili e geniali.
Saluti.
Lorenzo

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 19:22 da lorenzerrimo


L’ombra è in Michelangelo come segno, traccia, del passaggio dal giorno alla notte.
E’ il suo assillo nella ricerca di una continuità.
Tutta la sua arte (come la sua poetica) è solcata da questa esigenza: trovare – nella perdita della bellezza che trascolora in morte, nella scadenza della luce quando incede la notte, nell’incalzare della fine – un rimedio. Un continuum. Qualcosa che segni il ritorno al termine primo, alla forma iniziale.
A una sorta di concepimento.
Come se regredendo e cogliendo quella scintilla che annega nel mistero della creazione, venisse salvato tutto ciò che passa. Tutto ciò che è destinato a morire.
Trovo questo sforzo umanissimo e doloroso. E lo colgo soprattutto in queste rime , dove approda a una risposta. A quel battito iniziale: l’arte. La soluzione – l’unica – che ha il potere di rendere ” sana nostra carne inferma” …

O notte, o dolce tempo, benché nero,
con pace ogn’ opra sempr’ al fin assalta;
ben vede e ben intende chi t’esalta,
e chi t’onor’ ha l’intelletto intero.
Tu mozzi e tronchi ogni stanco pensiero;
ché l’umid’ ombra ogni quiet’ appalta,
e dall’infima parte alla più alta
in sogno spesso porti, ov’ire spero.
O ombra del morir, per cui si ferma
ogni miseria a l’alma, al cor nemica,
ultimo delli afflitti e buon rimedio;
tu rendi sana nostra carn’ inferma,
rasciughi i pianti e posi ogni fatica,
e furi a chi ben vive ogn’ira e tedio.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 19:38 da Simona Lo Iacono


@Filippo Tuena: grazie della meravigliosa occasione di riflessione.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 19:38 da Simona Lo Iacono


Grazie ancora per i nuovi commenti.
E grazie a Simona per averci donato la bella lirica qui sopra:
-
O ombra del morir, per cui si ferma
ogni miseria a l’alma, al cor nemica,
ultimo delli afflitti e buon rimedio;
tu rendi sana nostra carn’ inferma,
rasciughi i pianti e posi ogni fatica,
e furi a chi ben vive ogn’ira e tedio.

-
Bellissima!

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 19:44 da Massimo Maugeri


@Cara Simona, può anche essere una spiegazione del comportamento di quest’uomo, grandissimo, per non dire immenso nelle arti figurative, e invece assai più terreno in poesia. Sì, l’interpretazione dei versi potrebbe anche portare va questo, ma spesso la poesia, se pur rispecchia l’animo dell’autore, ha un certo grado di finzione, per naturale pudore, e quindi potrebbe anche essere che l’interpretazione non sia proprio collimante.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 19:46 da Renzo Montagnoli


@ Rossella e… (Gianluca e Luigi La Rosa… chiamati in causa da Rossella)
Vi ringrazio moltissimo per lo scambio, ma vi sarei grato se potessimo tornare tutti all’arte di Michelangelo che è senza se(s)so, ma con molto se(n)so.
Perdonate la battuta assai scarsa, ma una migliore non mi è venuta…
:)

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 19:50 da Massimo Maugeri


rossella, se michelangelo fosse nato in iran, tu indosseresti il burka. non ti sto raccontando dei miei rapporti sessuali, sto dicendo, attraverso il tema dell’arte e del genio, eccetera, che in certe parti gli omosessuali, nel 2008, rischiano la vita solo perché gay. non siamo in un museo e non puoi pretendere di canalizzare la mia comunicazione. se io michelangelo lo associo a bataille, alla dilapidazione, al postmoderno o ai diritti degli omosessuali e degli artisti e degli uomini in generale, ne parlo. perché so che michelangelo era anche una persona, era anche un essere umano, e faceva le stesse cose che facciamo noi dal mangiare al dormire al defecare. per me, sopprattutto, michelangelo nel suo finire vitae, mi intriga in un gioco alla caillois. il finire è la dimensione aperta a più possibilità così come la bellezza è esuberanza. quindi io parlerò sempre di omosessualità anche per dimostrare la grandezza di un uomo che ha civilizzato le persone umili e profane. michelangelo è anche un’idea, la sua arte non può non toccarti nel profondo, la sua arte è anche intima, mostra il nudo, il pene e non il fallo di lacaniana memorie.
la scultura è l’altro ma la sua arte permette di raggiungere l’Altro. david è anche principio etico e umanista.
rossella che ne pensi di accostare il concetto di entropia alla tecnica del levare?

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 19:51 da gianluca


@ Filippo Tuena
Sono curioso di conoscere la tua opinione sulla lirica “postata” da Simona.
O ombra del morir, per cui si ferma…
Può essere considerata indicativa del pensiero di Michelangelo?
Trovi attinenza con “la grande ombra” che tratteggi nel tuo libro?

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 19:53 da Massimo Maugeri


@Giusto Massimo, perchè qui stiamo parlando di un’ arte e del suo forse più grande esponente. Che Michelangelo fosse bianco o nero nulla toglie al suo valore.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 19:54 da Renzo Montagnoli


filippo, mi piacerebbe capire il rapporto che poteva avere michelangelo con la scienza del tempo. e poi ero curioso di capire se il ‘levare’ sia connesso ad una possibile rilettura postmoderna di michelangelo, contrapponendo il principio di irreversibilità. il disordine ordinato e commissionato.

:)

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 19:54 da gianluca


@renzo: forse? esiste qualcuno al pari di michelangelo?
;)

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 20:01 da gianluca


che bella la poesia… michelangelo è multimediale.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 20:03 da gianluca


Sui versi, tra i più famosi, – e che tra l’altro cito in esergo al libro, le interpretazioni non possono essere molte. appartengono a una serie di quattro sonetti dedicati a TOmmaso de’ CAvalieri (nn. 101-104). Nella prima metà si parla ovviamente della notte che porta riposo (fisico e spirituale) e qui si può intendere anche una quiete alla passione d’amore, ma più di tutto, alla fatica dell’essere. Nelal seconda metà è la similitudine tra notte e morte, ‘ombra del morir’ anch’essa foriera di pace.
Scusate la rozzezza della spiegazione, ma ho cercato di essere sintetico.

Sulla dicotomia giorno-notte, vita-morte, occorrerebbe svelare e spiegare a fondo ll’idea che è alla base della Sagrestia Nuova a Firenze, ma vale qui quanto detto sopra. Lo spazio non lo consente.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 20:05 da filippo tuena


Ritorno a un mio concetto “ottimistico” espresso in precedenza…
Sostengo che se Michelangelo vivesse nel nostro tempo troverebbe il modo di “far faville” e realizzare opere geniali come fece nel tempo in cui gli fu dato vivere.
Siete d’accordo?

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 20:07 da Massimo Maugeri


@gianluca. Io più che sul levare, lavorerei sul non finito. Ovvero sulla estrema rapidità dell’intuizione artistica che finisce per rendere vecchio ogni lavoro, prima ancora che sia finito. Michelangelo, da neoplatonico, tende a recuperare piuttosto che a creare, ricorda più di quanto non inventi. Possiamo mai possedere un ricordo? E’ per sua natura inafferrabile, nonostante la nostra vita si basi sul recupero della memoria. Si può condurre a perfezione un progetto, mai un ricordo.
Scusate anche qui la brevità e la semplificazione.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 20:10 da filippo tuena


Ciò che intendevo dire è che – in un modo o nell’altro – la genialità (la genialità vera) trova sempre un suo percorso espressivo. Ma forse è solouna mia “visione ottimistica”…

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 20:13 da Massimo Maugeri


@ Filippo
l’intuizione artistica che finisce per rendere vecchio ogni lavoro, prima ancora che sia finito.
Mi verrebbe da aggiungere: e che finisce per rendere immortale ogni lavoro, una volta finito.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 20:15 da Massimo Maugeri


A dopo!
Buona cena a tutti
(Be’, qualcuno di voi mangerà… no?) ;)

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 20:16 da Massimo Maugeri


@massimo – la cosa singolare, riguardo a Michelangelo, è che a parte le opere giovanili e i due grandi cicli di affreschi della Cappella Sistina, NULLA DI QUANTO HA FATTO E’ STATO TERMINATO COME LO AVEVA PROGETTATO. Non la tomba di Giulio II, non San Pietro, non San Lorenzo, eppure non sentiamo la necessità che queste opere siano condotte a termine. Sono frammenti, illuminazioni, momenti eccelsi abbandonati, spesso anche con stizza, o con profonda amarezza. Non sono opere finite, sono opere interrotte. Io francamente le amo così, come tentativi, come fallimenti. Non ti dimenticare che ho scritto un libro su Scott e il polo sud mancato…

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 20:22 da filippo tuena


boh… non saprei. magari farebbe videoarte o anche scultura. ma un blog? ve lo immaginate il blog di michelangelo? o un programma che gestisca un avatar di michelangelo e in base al suo carattere il programma stabilisce la probabilità delle risposte. così gli architetti usano questo avatar e danno la soluzione che darebbe michelangelo. forse dovremme usare la tecnologia per capire meglio gli antichi, o michelangelo viveva nel futuro?

la poesia ricorda, per tematica, i sonetti di shakespeare al suo amico. il finire, l’angoscia e la stanchezza, la lotta contro la carne e la sua abdicazione nella morte. ma la morte, il nulla termico, genera nuova vita. da questa poesia trapela il coraggio etico, la capacità di ascoltare la propria morte, il proprio liminale, è la stessa sensazione che doveva provare lasciando il reale ed entrando nell’arte, nell’Altro. togliere via fino alla materia, al subatomico. l’ombra del morir e non il morir, l’immagine no? e il suo doppio. la decostruzione dell’uomo a sua immagine e somiglianza. con il profondo amore dell’altro, ma l’altro è l’Altro, è ciò che non potremo mai colmare, è quel vuoto che abbiamo tutti e che nessun’altro può colmare. l’altro è Dio, l’Altro è suo padre, o il potere. certo una poesia del genere andrebbe letta nell’ottica di un fervente credente, sincero, ispirato anche dal suo Dio. altrimenti si rischia di vedere il lato dark, barocco… quasi gotico. anche se… forse…

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 20:24 da gianluca


La lirica michelangiolesca sulla notte, pero’ ha dei punti che la critica tutt’ora reputa oscuri, soprattutto i primi due versi.
Appena avro’ finito di lavorare ne vorrei parlare un po’, insieme al frammento dedicato dal Buonarroti alla sua statua della Notte.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 20:28 da Sergio Sozi


sì filippo. il non finito mi travolge. ma che differenza c’è con quello leonardesco?
avvicinarsi all’arte è un gesto mentale che avvicino alla scansione di un frattale. con michelangelo mi sembra d’essere sempre nell’intorno del suo profondo mistero, mi ricorda le prime volte che andavo in chiesa, ero piccino, e avevo la sensazione che qualcosa di miracolo dovesse avvenire, quel qualcosa diventava sensazione, poi percezione e infine percetto.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 20:31 da gianluca


@Filippo: questi incompiuti forse derivano dal fatto che una volta abbozzata l’opera era talmente ben chiara nella sua testa da considerarla conclusa e quindi era necessaria una nuova prova nella sfida con se stesso. Così potrebbero trovare spiegazione i tanti lavori non ultimati.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 20:58 da Renzo Montagnoli


L’incompiuto di Michelangelo nasce, in realtà, per caso.
Nel 1505, per il Duomo di Firenze, l’artista avrebbe dovuto scolpire dodici apostoli: ne realizza solo uno, “San Matteo” che venne interrotto per motivi oggettivi (il viaggio a Roma del 1505) , ma quest’opera è la prima di una serie che oggi la critica ascrive nel “non finito michelangiolesco”.
Da quel momento in poi infatti molte delle opere del Buonarroti avranno caratteri di incompiutezza.
E’ una crisi morale.
Inizia a vacillare in lui la fede nella purezza delle forme. Le figure, come quella di “San Matteo”, fuoriescono dalla materia ma non possono giungere a compimento: l’apostolo sembra in lotta con la materia medesima che gli si oppone. Rimane quasi incastrato in essa.
In queste statue si avverte lo sforzo di un’anima imprigionata nel marmo che tenta faticosamente di uscire all’esterno.
La pietra è infatti come un frutto sbucciato che lascia intravedere solo una parte della polpa.
Io ho sempre creduto che l’incompiuto, in realtà, non fosse tale.
Ma che Michelangelo avvertisse un limite oltre il quale aggiungere forma alla forma sarebbe stato inutile.
Perchè l’essenza era stata trovata.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 21:34 da Simona Lo Iacono


Può anche essere, Simona, ma se penso che per la fabbrica di San Pietro non aveva messo giù un progetto completo su carta e che di volta in volta dava gli ordini su come fare al direttore dei lavori, posso solo immaginare che tutto fosse nella sua testa.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 21:41 da Renzo Montagnoli


luigi, massimo, simona
mi sembra molto bello questo dibattere tra voi, tra noi su Michelangelo come fosse un nostro contemporaneo. Poi penso che oggi il turismo, nel momento che ha reso universalmente accessibile la sua opera, l’ha in qualche modo cambiata, l’ha ridotta a oggetto d’uso. Non voglio dire che sarebbe meglio chiudere alle folle la Cappella Sistina, ma quando passando lungo le mura leonine vedo ancora verso le due, con ogni clima, la fila che arriva fino a piazza risorgimento, mi chiedo quanti di quei pazientissimi turisti avranno la serenità e gli strumenti per capire veramente ciò che non possono fare a meno di andare a guardare. Entrare nella Sacrestia Nuova, alle prime ore del mattino, mi racconta invece un amico fiorentino, è stata per lui un’esperienza luminosa. Sì, ha scritto subito dopo una poesia sul dialogo Luce/Ombra. Lo stesso,giorni dopo, durante un concerto di musiche sul iriche michelangiolesche, ha aperto leggendole con il suo perfetto accento fiorentino, e commentandole, per rendere il testo più accessibile al pubblico. Il suo nome è Renzo Gherardini e voglio nominarlo qui, anche se mai lui aprirà un computer, rendergli omaggio , come a una bella anima fiorentina, un vero amante dell’arte e di tutta la vita artistica della sua città. una tradizione che va custodita, scrivendo romanzi e biografia e soprattutto introiettando la bellezza.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 22:05 da piera mattei


eccomi di ritorno. ho dovuto litigare con mio figlio (che si chiama Cosimo!) per il pc. leggo e rispondo

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 22:49 da filippo tuena


@simona. può darsi che quello che dici abbia una sua parte di verità, ma immaginare che Michelangelo si affidasse al caso di una statua incompiuta, mi sembra limitativo. Se c’è un artista in cui la volontà è estrema, quello è lui. Nulla di quanto ha fatto è lasciato al caso. Ogni colpo di subbia nellos bozzare una scultura ha una sua ragione, un suo perché. La mano di Michelangelo si riconosce persino lì. C’è una querelle sull’Adolescente dell’Ermitage, quel ragazzo accucciato che doveva decorare la parte superiore delle tombe dei Capitani. Basta vedere le parti abbozzate per capire che non è autografo. Sua è l’idea, ma l’esecuzione è di un suo allievo. Il San Matteo non è la causa del non finito, è la sua prima conseguenza. Quello che dici poi a proposito della ‘crisi morale’ è condivisibile. Ma non nasce dal caso.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 22:56 da filippo tuena


Interessante il caso del “San Matteo”.
Ragazzi, questo post sta offrendo così tanti spunti per riflessioni e approfondimenti…
Sono proprio contento.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 23:08 da Massimo Maugeri


Grazie caro Filippo della risposta!
Io credo che bisogna distinguere tra le opere che vennero realizzate intenzionalmente da Michelangelo con alcune parti non finite, come i due tondi Taddei e Pitti, quelle che non riuscì a portare a termine a causa di fattori esterni.

Nei due non finiti volontari, Michelangelo era in gara con Leonardo e la sua poetica dell’indeterminatezza spaziale e psicologica, per questo lasciò alcune parti dei due tondi ad uno stato di abbozzo.

Invece per tutte le altre opere non finite si tratta solamente di casi accidentali, dovuti a volte a circostanze non volute, anche se ci permettono di vedere come l’artista procedeva nella scultura, definita da lui stesso come un’arte che viene creando per “via di levare”, piuttosto che di porre. Discorso a parte per la Pietà Rondanini, opera da lui sbozzata fino agli ultimi giorni di vita: il non finito qui serve per creare una vera e propria visione mistica del divino. E lo avvicina all’atto ultimo del vivere (e del continuare).

Il non finito delle ultime opere rappresenterebbe il convincimento dell’irraggiungibilità del proprio obiettivo: arrivare a Dio attraverso un percorso artistico, personale e soggettivo. Michelangelo capisce che solo con la morte e non con la perfezione artistica può ricongiungersi all’infinito. Credo che in questo caso l’incompiutezza approdi all’essenzialità per il desiderio di confluire nel trascendente.
…quindi forse parlare di una sola tipologia di incompiuto non coglie l’intero percorso di questo grande maestro.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 23:09 da Simona Lo Iacono


Ne approfitto per salutare la mia amica scrittrice Piera Mattei.
Condivido quello che scrivi… mi è capitato di visitare la Cappella Sistina in condizioni di vero disagio.
Sembrava di essere allo stadio.
Con tutto il rispetto degli stadi (peraltro amo il giocodel calcio).
;)

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 23:10 da Massimo Maugeri


@gianluca – su leonardo e Michelangelo mettiamola così. L’opera intima e personale di Leonardo è la Gioconda. Lo segue in Francia, praticamente ci lavora per anni fino alla morte, aggiungendo una pennellata oggi, una domani.
L’opera intima di Michelangelo è la Pietà Rondanini, ci lavora negli ultimi anni di vita ma spacca, stacca, aggiunge, la considera un avversario di un incontro di lotta. Poi la regala al suo domestico, ma continua a lavorarci fino a una settimana prima della morte, a quasi 89 anni. Uno perfeziona, l’altro rimette sempre tutto in discussione. Per questo amo Michelangelo.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 23:15 da filippo tuena


@simona, insisto: non c’è casualità in michelangelo. tutto è voluto e determinato. ogni cosa sottostà al demone del volere. E’ per questo che considerò il monumento di Giuio II la tragedia della sua vita. In quel caso le circostanze esterne (Paolo III che gli aveva commissionato il Giudizio Universale; problemi economici, etc. etc.) gli impedirono di arrivare a una soluzione che lo soddisfacesse e fu soltanto per rispettare un contratto che completò l’opera secondo un progetto molto ridotto e insoddisfacente. La tragedia non fu quella di non riuscire a completarla, ma di completarla essendone sommamente insoddisfatto. Fu sottoposto al giogo dei contratti, delle comande e fu per lui una sofferenza atroce. Lavorò a un’opera che non amava più. Condanna terribile.

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 23:22 da filippo tuena


@ Filippo
In un precedente commento, riferendoti alle opere di Michelangelo, hai scritto: Sono frammenti, illuminazioni, momenti eccelsi abbandonati, spesso anche con stizza, o con profonda amarezza. Non sono opere finite, sono opere interrotte.

Ecco, il concetto di “eterna insoddisfazione” di un artista nei confronti della propria opera mi ha sempre affascinato.
Ho sempre pensato che un artista più è grande, più è insoddisfatto nella propria opera.
Capita anche congli scrittori, ovviamente…
A te, Filippo, è mai capitato di essere insoddisfatto di una tua opera?
E agli altri amici scrittori?
(Vado un po’ fuori tema, lo so)

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 23:41 da Massimo Maugeri


Per il momento vi saluto e vi auguro buonanotte.
(Bellissima discussione).

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 23:42 da Massimo Maugeri


Dimenticavo di segnalare ai nuoci frequentatori del blog che avevamo già avuto modo diincontrare Filippo Tuena qui:
http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2008/03/13/maurizio-de-giovanni-filippo-tuena/
Altro post interessante…
Altro grande libro…
(Buonanotte).

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 23:44 da Massimo Maugeri


Caro Filippo,
sull’incompiuto di Michelangelo ci sono molte teorie.
Quella legata (ma solo per alcune opere) al caso e che – per esempio e tra le tante – si può leggere anche qui:

http://archiviostorico.corriere.it/1996/giugno/12/Michelangelo_incompiuto_vuole_Rodin_per_co_0_96061214010.shtml

e quelle legate a un progetto, a una sperimentazione.
Infondo, però, che importa? Non dire a volte evoca di più. Sia che il non detto sia legato a un mero accidente, sia che nasca come un atto volontario.
Io credo che un grande artista sappia pescare anche dal caso.Che ciò nulla tolga alla sua arte.
E che il caso stesso sia forse la scintilla per giungere a un altro percorso.
La genialità è nell’intuizione che sa pescare anche da un evento non provocato, caduto dal cielo come una stella morente, come un incauto dono degli dei.
C’è chi semplicemente si ferma a contemplarne la coda irdiscente che barbaglia nello scuro . E c’è chi porta quella stella sulla terra.
Un abbraccio e una bellissima notte (….colma di stelle….)

Postato mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 23:50 da Simona Lo Iacono


Carissimo Renzo, torno solo ora per cui leggo adesso, col ritardo di alcune ore, i suoi interventi. Concordo perfettamente con lei, che ho davvero apprezzato molto, in merito alle riflessioni sulla solitudine creativa di Michelangelo. Saluto ancora Filippo che pazientemente e con grande gentilezza ha mantenuto vivo il rapporto tra tutti noi. Non condivido invece gli interventi di Rossella, perché credo che sia ancora troppo sbrigativo e troppo poco realistico sostenere che oggi ci sia il rispetto assoluto di tutte le scelte personali dell’individuo. Ma quando mai? Nemmeno se la persona in questione è uno dei massimi artisti dell’umanità. Oggi, come ieri, è ancora necessario lottare, e affermando le scelte – anche sessuali – di un genio come Michelangelo, tornare a sostenere valori di libertà e di rispetto dell’altro che sono – e devono rimanere – irrinunciabili per tutto il genere umano. Nessuno ovviamente circoscrive l’opera e il talento di uno dei massimi geni dell’umanità a delle inclinazioni sessuali ben precise. Che cosa vorrebbe dire poi? Ma non vedo perché parlarne susciti così tanta indignazione, tanta polemica. Si abbia il coraggio di chiamare le cose col loro nome, e di riconoscere nella vita dell’uomo Michelangelo un bisogno che ha pari diritto all’esistenza di quelli di tanti altri uomini, anche meno grandi di lui. Ha ragione Gianluca quando scrive che Michelangelo era anche una “persona”, prima di essere il pittore, lo scultore, il genio assoluto che è stato. Siamo anche questo. Siamo anche sessualità. E dalla sessualità passano le nostre scelte, passano le visioni del mondo, passa la nostra idea di opera d’arte. Non mi piace la distinzione netta e rigorosa tra quello che è “corpo” e quello che invece dovrebbe essere “anima, creatività, intellettualità”. La trovo fortemente pericolosa e limitante. Trovo poeticissimo l’intervento della nostra Simona. L’arte è emozione, e senza di essa, gli altri canali si rivelano falsi, poco immediati. E l’opera di Michelangelo – sessuofobie a parte – trasmette questa emozione primigenia innalzandola all’ennesima potenza, attraverso una perfezione tutta interiore che concilia l’idea della grandezza a quella dell’armonia, l’idea della ricerca a quella della comprensione spirituale. Come comprendere un artista del suo calibro ignorando quella che era la sua prospettiva dello sguardo personale? Ignorando le notizie di cui siamo in possesso? Annientando completamente ogni possibile riferimento in merito all’esistenza contingente? Significherebbe compiere una pericolosa sottrazione storica. O quantomeno un fraintendimento. Che Michelangelo non merita. Credo che fin quando non si avrà il coraggio di affrontare anche i temi più scomodi con la massima serenità mentale, non potremo parlare di arte nel senso pieno e totalizzante del termine. Come la vera arte deve essere. Grazie ancora. Un saluto a tutti

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 00:22 da Lugi La Rosa


Con rispetto parlando per tutte le posizioni in merito, mi sento di concordare in linea di massima con quanto espresso da Rossella, ovvero, per il mio personale intendimento: che la sessualita’ e’ ben lungi dal rappresentare un punto focale nell’opera di Michelangelo. Ne resta una delle componenti, ovviamente, ma a mio modo di vedere non la principale. Giuste sono poi le osservazioni, sempre di Rossella, sull’imperversare odierno delle trattazioni ‘’sessuocentriche”. Anche a me, infatti, importa poco o niente delle attitudini sessuali degli artisti tutti – visto che ognuno sotto le lenzuola ci va con chi gli pare.
Resta altresi’ chiaro che vadano sempre piu’ rispettati i diritti di ognuno alla propria sessualita’, meglio se mai ostentata in qualsiasi caso di omo- o di eterosessualita’. L’ostentazione mi disgusta sempre, sia dei vestiti, della ricchezza, che della poverta’ o, a maggior ragione, dell’intimita’.

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 01:14 da Sergio Sozi


P.S.
Scusatemi ma sono troppo stanco per soffermarmi sulla lirica postata da Simona. Solo un dato fattuale va specificato: i primi due versi sono ambigui per tutti noi (”O notte, o dolce tempo, benché nero /
con pace ogn’ opra sempr’ al fin assalta”), ma io li ho interpretati come segue (parafrasando): ”O notte, tu sei un dolce tempo che, nonostante sia nero, sempre infine assalta (prende, accalappia, cattura, coinvolge) ogni opera pervadendola della sua pace”. Insomma l’antitesi e’ cosi’: il nero della notte e la pace che essa porta alle opere umane, sempre ”assaltandole” con la sua pace.
Il Pazzaglia dice in proposito: ”L’espressione e’ oscura. Il significato e’ probabilmente: ogni opera tende a conseguire, insieme con la propria conclusione, la propria pace.” (Storia d. Lett. It. Vol. II, p. 480, Zanichelli ed. 1979).
-
‘Notte
Sozi

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 01:31 da Sergio Sozi


P.S.
Secondo me il Pazzaglia ci ha capito meno di me, sbagliando il riferimento di ”assalta” e riferendolo a ”opra”, mentre invece tal verbo andrebbe unito a ”dolce tempo” oppure a ”notte”.

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 01:34 da Sergio Sozi


@filippo:#Uno perfeziona, l’altro rimette sempre tutto in discussione.#

ecco forse il non finito è questo: aprirsi alle possibilità. mi viene in mente il limine, un’altra volta, e il fatto che la morte possa diventare inizio di un altro modo di vita. in sostanza il non finito mi sembra simile al disordine ordinato. forse noi occidentali abbiamo un po’ perso l’amore per il simbolico. il non finito dunque è ambivalente (per usare un ragionamente di galimberti) nel senso positivo:è simbolo, sim-ballein, unire insieme la finitezza dell’esistenza e l’infinitezza della vita, il nudo erotico (come ‘erotica’ mi pare l’estasi di santa teresa del bernini) coinvolto nel thanatos. ecco vedo il sim-ballein nel non finito, l’essere e il non-essere, e non il dia-ballein, il diabolico che separa netto inizio e fine, significante e significato, privato e pubblico, io e altro. il non finito in questo senso spiega l’oscurità di quei versi che michelangelo considerava una sciocchezza. la notte… quasi un ricovero necessario al quiete del pensiero creativo che è sembre sinestetico e vive con il corpo e la mente. l’oscuro non è il negativo di palese. c’è sempre compenetrazione tra essere e sentire, tra raziocinio e improvvisazione. c’è il processo. ecco. michelagelo è moderno in questo. creare per distruggere, anche nell’accesso d’ira. anche l’atteggiamento ‘reazionario’ di david, lì lì per mettersi in azione è collegabile al non finito, alla transizione, come un attore che non è più se stesso e nemmeno un personaggio. il non finito non è un caso nemmeno un caos, è l’etica umanistica del divenire, dell’impossibilità di stabilire se sia questa la morte o quello che viene dopo la vita. non finire è come lasciare il foglio bianco, è la possibilità infinita di ordini. non il disordine.

p.s.
vedrò di leggere il tuo libro, tuena! buonanotte a tutti!

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 02:42 da gianluca


@sergio: abbiamo ragione entrambi. ;) perché michelagelo considerava stupide le sue poesie?

‘notte.

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 02:44 da gianluca


Caro Filippo concludo qui i miei interventi, porgendo un saluto a tutti gli amici che sono intervenuti e rinnovando i migliori auguri al tuo romanzo, che spero abbia grande successo. Anche io come Sozi non condivido l’ostentazione gratuita di qualsiasi atteggiamento della vita, ma distinguerei bene tra “ostentazione” e semplice “discussione”. In ogni caso, al di là dei vari punti di vista, condividibili o meno, resta il fatto che Michelangelo ha davvero fatto parlare tutti noi, ci ha tenuti insieme, per giorni, creando un dialogo che supera potentemente il suo tempo. Tutto questo dovrebbe farci riflettere. L’arte è questo. La capacità di un artista lontano di farsi nostro contemporaneo, di dire parole che riconosciamo, che sentiamo nostre. Quando questo accade, l’arte diventa eternità. A volte penso che sarebbe fantastico sentire cosa diranno domani, fra mille anni, quando tutti noi non saremo che un pugno di cenere, su questa o quella opera, e sugli aspetti che caratterizzano la figura del Nostro. Probabilmente staranno ancora a litigare, a dibattere, mentre la bellezza continuerà ad ACCADERE. Forse, è un modo di essere umani questo comunicarsi emozioni, pensieri, atteggiamenti attraverso il tempo – l’unico che abbiamo di salvarci dall’oblio.

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 09:36 da Lugi La Rosa


@ sergio, per me il significato dei secondo verso è questo:
naturalmente ogni opera raggiunge la sua conclusione
- ovvero, il giorno si trasforma in notte, la vita in morte.
gianluca. non è vero che le considerava stupide. aveva anche pensato di pubblicarle ma poi non ne fece niente. le donava agli amici, a Vittoria Colonna, a Luigi del Riccio, a Tommaso de Cavalieri.

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 09:58 da ftuena


@massimo – a proposito dell’insoddisfazione. Sulle prime direi di no. Altrimenti non pubblichi. Col tempo affiorano certe ingenuità, certe semplificazioni che mi portano a considerare quell’opera irrisolta. Ma è come vedere una nostra vecchia fotografia: ci fa tenerezza.

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 10:10 da ftuena


@ Massimo e Filippo: penso che ognuno di voi, una volta che ha scritto un romanzo o un racconto, leggendolo abbia provato un’intima soddisfazione. E’ del tutto naturale questo, così come è nella logica che riprenderlo in mano dopo alcuni mesi e rileggendolo ci soddisfi meno. A parte ovvie considerazioni che derivano da esperienze nel frattempo acquisite, per l’autore quel lavoro è già un qualche cosa di compiuto da tempo e dopo se ne sono venuti altri; quell’originario racconto o romanzo è diventata una propria acquisizione, ci si è abituati e impressiona meno. Capita così con tutto, anche con l’auto nuova, che appena ritirata ci emoziona e poi, mano a mano la si usa, non ha più il carattere della novità.

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 10:43 da Renzo Montagnoli


luigi, tu mi avevi invitato a perché dessi il mio contributo al dialogo su: sessualità, arte, papato, storia e tempi presenti. I tempi presenti temo siano anche da questo punto di vista i più miserevoli perché di ogni cosa vera, grande (arte, sentimenti, maternità, persino morte, sesso) si fa solo spettacolo. Michelangelo non si “atteggiava” a omosessuale, seguiva i suoi innamoramenti senza “volere” dare scandalo, e i grandi, i potenti, i papi lo rispettavano o se lo contendevano, senza scandalizzarsi. Oggi siamo in tutto direi, quasi paradossalmente, meno liberi e più miseri, e a cominciare dall’arte nelle chiese, quando mai oggi si potrebbero affrescare bellissimi nudi, seni che sfuggono ai veli?
Ho presente tuttavia che questo è il dibattito aperto su un libro di Filippo Tuena, che dal paragrafo che appare qui, ha uno stile alto. Un libro che non ho letto, non ancora. Forse durante le feste. Volevo far presente,come curiosità, che in un appartamento, a Roma, in via degli Specchi compare su un trave di marmo il nome De’ Cavalieri. piera mattei

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 10:53 da piera mattei


@ piera I Cavalieri avevano un palazzo vicino torre argentina, adesso distrutto. sarebbe interessante sapere se quel cornicione è stato riutilizzato, magari prendendolo dai ruderi del palazzo, oppure si tratta di una casa appartenuta anch’essa alla famiglia
@ renzo. poi arriva il momento che le cose vecchie diventano antiche e allora tornano ad appassionarci…

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 11:49 da filippo tuena


ah… ok, grazie filippo per la precisazione.
resta però un’ambiguità positiva, no? una sorta di uroboro concettuale che non separa mente e corpo, vita e morte. possiamo affermare che michelangelo cercasse di capire la natura nella sua transizione? amplificare i momenti che non sono né giorno né notte, né morte né vita. mi affascina l’idea di una realtà altra, tra vita e arte, l’idea di un mistero impossibile a carpire con le parole. azzarderei l’intuizione di qualcosa che resta inconscio. la dolce ossessione per l’immagine che sembra ma non è viva.

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 13:55 da gianluca


@gianluca. un suggerimento: per capire Michelangelo – o perlomeno per affrontarlo dal mio punto di vista – occorre farsi aiutare da Heidegger.

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 14:51 da filippo tuena


@filippo: ok. ci siamo. ecco perché… c’era qualcosa nelle tue parole che mi affascina(va). l”esser-ci di heiddeger lo lego al demartiniano ethos del trascendimento e al rischio della presenza. ci pensavo stamattina: l’opera d’arte che nasce come risposta al richio di non-esserci. quello che del david colpiva era il suo ’stare-lì-per’ pronto all’azione. comprendo meglio ora il cronotopo della scultura: esprime la temporalità dell’esser-ci, futuropassatopresente. citavo galimberti, a proposito dell’opposizione diabolico-simbolico, proprio per il suo aspetto ‘fenomenologico’, ‘esistenzialistico’ (preciso che questi termini non sono proprio dei sinonimi).

p.s.
caro filippo, non volevo scrivere tutte ’ste parole. avrei voluto risponderti senplicemente: ti vorrei abbacciare forte forte forte. perché? perché heiddeger è il mio ‘mito’ e non prescindo mai il discorso Arte dal linguaggio che la tradisce, vuoi con la durezza del marmo vuoi con la chimica dell’inchiostro cartaceo. il linguaggio è l’essere che lo produce. certo sembra proprio ‘la casa dell’essere’ il sonetto ’shakesperiano-dark’ e aggancia la neurologia degli affetti al linguaggio che rinvia al Linguaggio (Dio, l’inconscio, il buco nero di non soluzione dei frattali julia di mandelbroti). non che la Cosa (das ding di lacaniana oralità elettrica) sia semplice simbolo, metafora di qualcosa d’Altro, anzi: l’opera è, sempre Lacan, ‘bordatura del vuoto’… approssimarsi all’inconscio, all’ indefinibile, alla fede, al mistero, al sentire bi-logico matteblanchiano.
per questo la deiezione di michelangelo, il suo essere sempre oltre, e soprattuto il Mondo in cui l’esser-ci si trova gettato.
:)

p.p.s.
mi rendo conto, ho snocciolato troppi nomi e concetti, ho scritto di getto spinto più dalla non-tecnica dell’esposizione orale che dalla precisione comunicativa di un plurilogo di voci. me ne scuso.

grazie massimo per questo bellissimo post e grazie a filippo che mi sta aiutando, senza saperlo, a uscire dall’inautentico, grazie anche a renzo :) ))

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 15:27 da gianluca


heidegger… scusate. scrivo sempre heiddeger. non so perché. forse perché gg ricorda le mie iniziali di nome e cognome.

sentieri interrotti ti hanno aiutato nell’approccio al non-finito?
il levare è ciò che sempre si sottare. ah… ecco! ora ho capito che forse il levare è legato alla coscienza che la Verità è sempre il suo sottrarsi, il venir meno al qui. quindi la compulsione dell’Infinito si traduce del togliere perché michelagelo ritualizza l’eterna assenza della Verità con la verità dell’opera. è come se, per esorcizzare il nulla, lo presentifichi togliendo il ‘pieno’ e lasciando il vuoto che posso rimpire di significati oltre-mondani.
ripenso all’amleto di meno di Carmelo Bene. basta con la verità, pensò forse michelangelo, Tu esisti e bam… l’ira la martellata. eh sì, si filosofa con il martello! diceva un progenitore di heidegger, nietzsche. e allora il Mosè che divide le acque, che ha le tavole del bene e del male, allora la dicotomia è in-finita, e di questo mondo, per michelangelo è il Mondo, difatti Mosé guarda a sinistra, non lo spett-attore. e la dicotomia presentificata dall’esser-ci è già oltre, trascende con la punta del piede sinistro calcagno sollevato, come in donatello, lì lì per andare oltre. o forse il mosè è tornato a sedersi fra noi dicotomici mentre fissa ancora il mancinismo degli Dei Speculari? fatto sta che la dicotomia cessa esistendo, esiste come un nuero periodico che non raggiunge mai il successivo e nemmeno è raggiunto dal precedente. il paradosso subatomico della posizione e della velocità di una particola. michelangelo va oltre e trascende l’assenza assoluta del movimento del suo opposto. l’esuberanza della bellezza che cambia il nostra sguardo sul Mondo.

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 16:09 da gianluca


@gianluca, m’intimorisci…io ho studi di storia dell’arte e come narratore sono portato all’intuizione, però parliamo della stessa cosa. C’è una lettera di michelangelo, che cito nel libro a pag. 113 e poi un’altra a pag. 279 che anticipano la filosofia e l’arte del xx secolo. non te le racconto perché non voglio toglierti la sorpresa. Ma nella prima c’è tutto Heidegger e nella seconda parecchio Freud.

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 16:38 da filippo tuena


@filippo, tranquillo. anche io… storia del teatro e poi vari corsi nel settore psiconeurologico. fondamentalmente sono un ‘artista’ dipingo e faccio reading, radio… non sono un filosofo professionista, amo la transdisciplinarietà. l’unico difetto è che non sono sistematico, come narratore, mi perdo…. soprattutto se non ho un tema preciso.
a proposito io vedo il rapporto committente-opera(tore) d’arte come caos e ordine.

p.s.
ma il tuo libro è meglio prenderlo su ibs o in libreria?

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 17:11 da gianluca


errata corrige
che sempre si sottare volevo scrivere che sempre si sottrae… nel commento precedente. :)

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 17:13 da gianluca


Tale è Michelangelo.
Superbo creatore di spiritualità e di bellezza:ama più che nn sia amato, produce bellezza, passa attraverso il mondo come eros freddoloso, arrichisce il mondo degli altri, ma resta povero e triste nella sua anima, la quale è volta altrove…
GIOVANNI AMENDOLA “POESIE DI BUONARROTI MICHELANGELO”

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 18:29 da ROSSELLA


Caro Messer Michelangelo Buonarroti,
ho brevemente letto le Sue lettere, anche quelle inviate all’amico Leonardo e Benvenuto Cellini. Epistole fra amici, unione di anime su un piano spirituale e si scusano l’un l’altro e si rispettano, la stima è ben visibile, nelle relazioni fra i grandi mai uno specchio volgare, l’eleganza del distacco li accomuna, individualisti e riconoscibili per la loro unicità, compresa quella stilistica, Lei Messer Michelangelo non è mai insolente e sfacciato, anzi una sorta di pudore Le appartiene anche quando scrive a Papa Urbano a proposito della Cappella Sistina, il peccato di cui scrive allo stesso committente e la consapevolezza espressa in tale missiva farebbe indietreggiare chiunque si crede un dio.
La ringrazio Messer Michelangelo Buonarroti, anche se guardava la donna con piglio rinascimentale e la ritenne inferiore all’uomo, ma il Suo rispetto nei confronti del gentil sesso è tale che lo annovera fra coloro che non hanno bisogno di gareggiare con nessuno, tantomeno con i saggi e con le aquile, ben chiaro infatti fu in Lei la differenza che intercorre “fra la vita sensibile ed il mondo intelleggibile nell’atto della coscienza con alterno e continuo processo verso le cose infere e le cose supreme”.
Grazie ancora Messer
Rossella

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 18:40 da ROSSELLA


@ Renzo Montagnoli-Filippo Tuena, e gli altri interessati
Nella mente di Michelangelo agiva prima di tutto lo stimolo di arrivare alla perfezione.
Perfezione doveva significare per lui un arrivare al divino, processo nel quale pensava di sentirsi accettato ed essere vicino al suo Dio.
È di certo un processo al quale si sottomettono molti ricercatori dei propri scopi della vita; ognuno lo intraprende nel suo campo d’azione che rispecchia le sue caratteristiche naturali, così che possiamo ritenere che ogni epoca abbia i suoi rappresentanti più elevati.
Mi chiedo ora, se sia l’uomo a definire l’epoca con il suo agire, o l’epoca stessa, intesa come processo storico continuo, a formare l‘uomo.
Mi pongo quindi la domanda, se sia l’uomo al centro della dimensione terrestre, immaginabile grazie alla sua intelligenza ed abilità, o quest’ultima a determinare il flusso continuo degli avvenimenti storici che si avverano in essa e quindi anche nell’essere umano.
Mi piace l’idea che l’uomo sia l’antagonista della natura, nella quale agisce allo scopo di mutarla e renderla sottomessa alla sua volontà, fino al punto dove entrambi abbiano raggiunto armonia ed equilibrio, punto nel quale egli avrebbe terminato i compiti affidatigli dal suo Dio superiore, o anche semplicemente dalla sua intelligenza.
In questa connessione, mi pare che Michelangelo rappresenti l’essere umano, capriccioso e testardo, nell’intento di modellare la sua natura prediletta, la pietra, fino a raggiungere l’apoteosi della perfezione e potersi presentare, poi, al suo Dio compiaciuto di aver assolto ai compiti affidatigli.
L’artista dona vita a una sostanza fredda e compatta ispirandole il suo spirito creativo, così come Dio fece con la creazione dell’Universo.
Due forme d’energie che mutano in continuazione l’aspetto esterno della materia rendendola spirituale e viva.
Il visitatore di questi esemplari d’arte superba e magica dovrebbe riconoscere nell’oggetto della sua osservazione il processo creativo messo in atto dall’artista in ogni suo elemento, come tenacia, volontà di riuscirci, sforzi di superamento delle proprie debolezze fisiche e psichiche che gli si oppongono continuamente e così via per capirne la sua importanza, il suo valore istruttivo, ed educativo da essere invogliato ad imitarlo.
Solo così ha un senso il visitare un museo o un’esposizione d’arte.
Grazie a questi grandiosi artisti, comprendiamo l’importanza dell’assunzione d’impegni elevati, senza i quali non lasceremmo nessuna traccia del nostro apparire e non contribuiremmo alla continuazione del processo evolutivo umano, e il tutto perderebbe la sua caratteristica di essere voluto da una forza superiore e quindi divina.
Saluti.
Lorenzo

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 19:21 da lorenzerrimo


cari amici non posso partecipare questa sera al blog. Ringrazio Massimo, REnzo e tutti quelli che sono intervenuti. Domattina risponderò se c’è qualche richiesta. Intanto mi permetto di segnalarvi un altro mio libro su Michelangelo – La passione dell’error mio. Il carteggio 1532-1564 (Fazi 2002) dove commento un centinaio di lettere del nostro. Se volete andate a curiosare su trovate qualcosa su

http://digilander.libero.it/filippotuena/index.htm

a domani

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 20:18 da filippo tuena


@Lorenzo: l’ipotesi non è certamente priva di fondamento. Quanto alla domanda la risposta è mestremamente difficile, perchè, almeno in epoca recente, assistiamo a un continuo conflitto fra l’uomo e la natura, con tutte le conseguenze del caso, perchè la prima si rivela nettamente più forte. Per me il problema, però, è un altro: l’uomo deve servirsi della natura, non essere il suo antagonista, deve comprendere i suoi meccanisni per avvalersi delle possibilità enormi che offre senza soggiogarla, perchè l’uomo è parte della natura.
Che poi in Michelangelo sia avvertita una missione ne dubito. Lui è un prediletto, e tale si avverte, e poichè nessuno è in grado di essere meglio di lui, deve onorare il suo rango misurandosi continuamente con se stesso. Ha al tempo medesimo un’altissima considerazione di sè, ma anche un vuoto interiore, che lo spinge continuamente a fare, come se quello fosse l’unico modo per sanare ciò che gli manca. A questo punto, di cosa manca Michelangelo?
Per me manca della capacità di sentirsi parte dell’umanità, aggiungendo isolamento a isolamento, tipico di un infelice e l’infelicità è una delle molle primordiali nell’artista, è quella che lo porta a sognare con le sue opere, che una volta ultimate lo fanno ritornare a uno stato di profonda insoddisfazione, a cui pone rimedio realizzandone altre.

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 20:36 da Renzo Montagnoli


@Filippo: se posso, domani sarò di nuovo qui.

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 20:38 da Renzo Montagnoli


Ragazzi, questo dibattito è davvero stupendo. Pensavo di inserire un nuovo post, ma lascerò questo in primo piano ancora per un giorno.
Merita…
Così come meritano Michelangelo e Filippo Tuena.

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 23:19 da Massimo Maugeri


Grazie Massimo, lascialo ancora un giorno o anche due. Arrivo ora dopo una serie di impegni in Puglia che mi hanno tenuto lontano da casa e impedito di leggere (e siamo già a oltre 180 commenti!!) e partecipare. Ma dopo aver letto Ultimo Parallelo considero Tuena uno degli scrittori italiani più interessanti tra quelli in attività. Almeno questo ci tengo a dirlo.

Postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle 23:55 da Carlo S.


My God, non riuscirò mai a leggere tutti questi messaggi! e allora velocissimamente vi lascio e vado a continuare Il volo dell’occasione! (al contrario di Renzo io parto dagli inizi ). Michelangelo me lo regalerò per Natale.

Postato venerdì, 12 dicembre 2008 alle 11:46 da CINZIA PIERANGELINI


@ Renzo Montagnoli
Quando noto come la natura sia selvaggia, mi auguro che l’uomo con la sua intelligenza possa moderarla. In questo processo dimostrerebbe di potersi avvalere del diritto di soggiogarla; ma anche l’uomo è ancora selvaggio e così perdura l’eterno conflitto tra i due elementi.
Se Dio ha creato l’uomo a sua immagine ed è un Dio buono, gli permetterà anche di riuscire nell’ardua impresa.
La natura è madre, ma anche matrigna; basta pensare alle catastrofi causate da lei stessa e all’ingegno dell’uomo nel riuscire a superarle.
Per il resto, concordo con te sul fatto che l’uomo dovrebbe servirsi della natura e non essere il suo antagonista. Antagonista sì, ma solo nel rimediare alle sue catastrofi, e modellatore, nell’adattarla alle sue esigenze che dovrebbero essere sempre rispettose.
Mi è piaciuta la tua definizione del vuoto dominante in Michelangelo; lo intendo anch’io come il vuoto che sorge quando si arriva ad una meta elevata ma troppo individualistica, cioè senza averla connessa in un sistema di ideali dove l’individuo capisca di non poter raggiungere felicità ed armonia senza la partecipazione del suo prossimo.
Ma felicità ed armonia non sono parte del grande artista, come se avesse intuito che con loro non avrebbe creato tali opere eccezionali.
Fu, allora, un essere determinato dal suo destino, e, come tale, sempre fuori dalla società degli altri ed ancor più modesti.
Considerando le molteplici possibilità di cura, oggi di moda, mi chiedo, anche, se Michelangelo avrebbe vissuto la sua vita con un animo più tranquillo e sereno, pur senza creare qualcosa di eccezionale, quando fosse stato curato dalla moderna scienza della psicologia e neurologia.
Un fatto che abbisogna di un’analisi profonda sul senso della vita, sul ruolo del destino che ne deriva e infine sul rapporto determinante tra l’uomo e le energie dominanti nell’Universo.
Un grazie vivo per le risposte esaurienti ed interessanti.
Saluti.
Lorenzo

Postato venerdì, 12 dicembre 2008 alle 16:54 da lorenzerrimo


@Lorenzo: penso che in Michelangelo il problema della solitudine risalga ai suoi primi anni di vita, prima messo a balia, poi la prematura scomparsa della madre, fatti traumatici per un bimbo dall’estrema sensibilità, che probabilmente lo portarono gradualmente a chiudersi in se stesso. Ai giorni nostri, adeguatamente curato, forse sarebbe riuscito a uscire dal suo guscio, ma, magari, come indicato anche da te, perdendo quella forza creativa che lo ha reso un sommo artista.
Nella vita ci sono sempre delle compensazioni, se si eccelle in un proprio aspetto, si difetta in un altro.

Postato venerdì, 12 dicembre 2008 alle 17:37 da Renzo Montagnoli


@ Renzo Montagnoli
Sì, anch’io credo nella compensazione. Anch’io persi la mia mamma, all’età di dieci anni, e sentii sempre una sorte di protezione nel corso della mia vita.
Chiuso in me stesso nel corso dell’infanzia, mi aprii solo dopo nell’età adulta.
L’uomo moderno si sta ribaltando con le sue cognizioni scientifiche nell’immensità del Creato, quando non riesce ancora a risolvere i problemi nel suo pianeta.
È come se volesse imitare il grande artista, rifugiarsi in un sogno assoluto senza tener conto che vive in una realtà precaria e mediocre.
Alla fine sentirà il vuoto affettivo che l’ha spinto a cercare altrove e non si sentirà in nessun luogo a casa, dove un qualcuno della sua specie sarà rimasto ad aspettarlo.
Qui si traccia il dilemma della vita: essere o non essere, che viene inteso troppo spesso per il proprio tornaconto.
Essere, come lo intendo io, significa conoscere la propria natura e vivere per realizzarla, e comprende un cercare il nuovo senza perdere il contatto con le proprie origini, di modo che sappia sempre chi sia e da dove viene e voglia e possa ritrovare anche altrove la via del ritorno.
Ti ringrazio molto della bella conversazione che ritengo utile nella mia ricerca continua di risposte migliori alle mie tante domande. Esse rimangono a volte senza una risposta soddisfacente a causa dei propri difetti che, come affermi anche tu e per fortuna aggiungo io, vengono compensati dai pregi, così che non si perde il controllo su di sé.
Saluti.
Lorenzo
@ Massimo
grazie anche a te per il magnifico tema presentato.
Lorenzo

Postato venerdì, 12 dicembre 2008 alle 21:25 da lorenzerrimo


@ Lorenzo: sono più che d’accordo, tanto che la mia poduzione letteraria mira a evidenziare ciò che hai scritto. Del resto, il sistema migliore per vivere consapevolmente è di dare il massimo di se stessi, non dimenticando da dove siamo venuti. Il dramma attuale è che le presenti generazioni sono per lo più sradicate dal passato, tese solo a giungere al successo in qualsiasi modo, senza più valori, e così non vivono il presente, ma lo distruggono, con gli occhi rivolti sempre a un futuro che non sanno e non possono costruire. La perdita della coscienza storica ci rende tutti orfani e ci spinge a una solitudine senza speranza.

Postato venerdì, 12 dicembre 2008 alle 21:38 da Renzo Montagnoli


Grazie a te, Lorenzo.

Postato venerdì, 12 dicembre 2008 alle 22:16 da Massimo Maugeri


Grazie a tutti voi. Soprattutto a Renzo e a Filippo.

Postato venerdì, 12 dicembre 2008 alle 22:17 da Massimo Maugeri


Ehi, dimenticavo…
Attendiamo ancora l’intervento del nostro Carlo S.!!!
Carlitos?:)

Postato venerdì, 12 dicembre 2008 alle 22:18 da Massimo Maugeri


caro massimo, ancora un grazie a te, a Renzo e a tutti quelli che sono intervenuti. Michelangelo una volta che entra nel cuore non abbandona. Credimi quando dico che non basta una vita.

Postato venerdì, 12 dicembre 2008 alle 23:14 da filippo tuena


Ci credo sulla parola… scritta del tuo romanzo, caro Filippo.
Ancora grazie.
Letteratitudine è casa tua.

Postato venerdì, 12 dicembre 2008 alle 23:27 da Massimo Maugeri


E io ringrazio Massimo, Filippo e tutti gli intervenuti per questa bella e interessante discussione.

Postato sabato, 13 dicembre 2008 alle 10:42 da Renzo Montagnoli



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