Settembre 27, 2022

34 thoughts on “IL CAIMANO, di Nanni Moretti

  1. Care amiche e cari amici di Letteratitudine,
    come avete già visto dal post, il nuovo appuntamento della rubrica PELLICOLE ITALICHE da rivedere, curata da Gordiano Lupi, è dedicato a uno dei più celebri film di Nanni Moretti: “Il caimano”.

  2. Però, da ragazzo, al “gioco dei mimi” (conoscete il gioco dei mimi?) sceglievo sempre “Io sono un autarchico” (film del 1976) da proporre agli avversari.
    Film difficilissimo da mimare. 😉

  3. La recensione del “Caimano” scritta da Gordiano Lupi è molto bella.
    Contribuisco copiando la bella biografia di Moretti scritta sulla mitica enciclopedia Treccani.

  4. NANNI MORETTI è regista, attore, sceneggiatore e produttore cinematografico, nato a Brunico (Bolzano) il 19 agosto 1953. Tra i registi più rappresentativi e significativi del cinema italiano dalla fine degli anni Settanta, ha posto al centro dei suoi film i conflitti generazionali, il disagio (giovanile e familiare), il disincanto politico, l’aridità e la superficialità dei sentimenti e dell’eros, la denuncia e il rifiuto dell’indifferenziata omologazione audiovisiva circostante, la rivendicazione dell’autenticità del linguaggio.

  5. Sempre interprete dei suoi film ‒ da Io sono un autarchico (1977) a Palombella rossa (1989), e con l’eccezione di La messa è finita (1985), nel ruolo di Michele Apicella, suo alter ego ‒, ha spesso mescolato elementi di finzione con frammenti documentaristici, portando in scena sé stesso, la sua figura di regista e aprendo frammenti via via più ampi sul proprio mondo, oggetto di serrate analisi e di feroce autoironia. Attento a tutte le fasi di lavorazione del film, M. appare l’unico cineasta in Italia ad avere un controllo totale dell’opera sul modello di Stanley Kubrick.

  6. Osannato dalla critica francese, in particolare dai “Cahiers du cinéma”, è stato premiato al Festival di Cannes nel 1994 per la migliore regia per Caro diario (1993) e nel 2001 con la Palma d’oro per il miglior film per La stanza del figlio. Ha inoltre vinto il Premio speciale della giuria alla Mostra del cinema di Venezia, conferitogli da Italo Calvino, per Sogni d’oro (1981) e l’Orso d’argento al Festival di Berlino per La messa è finita.

  7. Figlio dell’antichista Luigi Moretti, frequentò la facoltà di Lettere prima di rivolgersi al cinema. Dopo alcuni brevi film in super 8 (La sconfitta e Pâté de bourgeois, entrambi del 1973; Come parli frate?, 1974), girati con il sostegno e la collaborazione di amici e conoscenti, poté realizzare e interpretare, nel 1977, sempre in formato ridotto, il lungometraggio Io sono un autarchico, girato in tre mesi in piena autonomia, al costo di lire 3.700.000. Il cineclub romano Filmstudio accettò di programmarlo e la visione suscitò lusinghieri giudizi della critica nonché il caloroso interesse di A. Moravia. Il film, gonfiato in 16 mm a spese dell’Arci, ebbe una distribuzione nazionale in alcune sale d’essai e nei cineclub delle principali città. Nell’ottobre 1977 venne trasmesso dalla RAI, e nel 1978 fu proiettato al Forum del Festival di Berlino e in una sala cinematografica parigina. Il mondo giovanile, la politica, lo straniamento dei sentimenti e del sesso, Roma come centro dell’ambientazione ma anche come luogo di dispersione, il ruolo dell’arte, in questo caso il teatro, come mera supplenza del nichilismo dominante sono i temi specifici di quest’opera, resi attraverso uno stile asciutto e penetrante, una forma narrativa puntata sugli incastri, le ellissi e i climax improvvisi, una comicità di battuta e di situazione crudele e surreale, e una potentissima presenza d’attore dello stesso M., che non verrà mai meno, ai limiti del divismo. Nel titolo, la formula che avrebbe accompagnato il regista lungo tutta la sua carriera, l’autarchia, l’autonomia caparbia, venata di fruttuoso narcisismo, tipico dell’artista neodecadente, triste ma vitale, sperimentatore irriducibile nell’ambito di un’industria, il cinema, incline al compromesso e al dolo.

  8. Nel marzo 1978 uscì il suo secondo lungometraggio, Ecce bombo, realizzato con criteri industriali: 180 milioni di lire di costo, due miliardi di lire di incasso. I temi sono quelli del precedente film, filtrati dall’abituale punto di vista dell’alter ego Michele, con un’attenzione particolare ai conflitti generazionali (famoso il carrello all’indietro che mostra la sorella del protagonista impegnata a progettare l’occupazione della scuola, lo stesso protagonista e il padre dei due a indicare l’abisso tra le generazioni) e compiendo un’analisi spietata di un mondo giovanile che appare spaesato. Già in quest’opera risulta messo a punto quello stile che, nel corso del tempo, è diventato elemento riconoscibile del suo cinema: macchina fissa, montaggio nell’inquadratura, storie incrociate, per cui i personaggi, come ebbe a dire lo stesso M., sembrano muoversi in un ‘acquario’. Ma soprattutto appare in tutta la sua evidenza il lavoro radicale di rarefazione compiuto dal regista sul décor, sui caratteri, sulla storia, spinto qui fino a un limite estremo. Il successo arrise pienamente, senza cedimenti, compreso l’invito al Festival di Cannes, in una sezione parallela dove i critici dei “Cahiers du cinéma” scrissero di un film “alla Baudrillard”.

  9. Nel 1981 M. presentò alla Mostra del cinema di Venezia “Sogni d’oro”, il suo film più ispirato, ambizioso e compiuto, ritratto di un giovane regista còlto, significativamente, in quello ‘stato di sonno’ che per l’uomo di cinema rappresenta l’emergere del desiderio e dell’angoscia della morte. L’opera però si rivelò un insuccesso commerciale nelle sale.

  10. Tre anni dopo, con l’ausilio di Sandro Petraglia per la sceneggiatura e di un produttore navigato come Achille Manzotti, poté uscire “Bianca”, il suo film forse più amato dal pubblico in cui affiora una maggiore attenzione alla complessità del personaggio protagonista, un professore di matematica, arido nel cuore e paranoico nella mente, che si scopre serial killer per eccesso di comprensione e protezione nei riguardi degli amici più cari. Rispetto al passato si avverte un processo di scrittura più evidente, una sceneggiatura di ferro che sembra alimentare ogni inquadratura al posto delle immagini felicemente inventate di Ecce bombo. Ma Bianca è anche un’opera sullo sdoppiamento della personalità, capace di utilizzare lo spazio nella sua ‘verticalità’: la salita che Michele deve compiere per raggiungere la propria abitazione e la scuola, la discesa, sotto il livello stradale, dove si trova il commissariato.

  11. Nel film successivo, La messa è finita, il più amaro e impegnato, il pubblico con sorpresa ammirò M. nel ruolo di un sacerdote alle prese con le piccole e grandi tragedie dei parrocchiani e dei propri cari. M. sceglie di conferire dignità e dolore a Don Giulio, alla figura complessa di un prete, sempre difficile da portare sullo schermo e, come notato dall’autore, fin troppo spesso ridotta a macchietta dal cinema italiano. Anche se il nome del personaggio cambia, in Don Giulio si possono rintracciare elementi tipici di Michele Apicella: le stesse utopie politiche, la stessa tensione a ricreare un’armonia ormai perduta all’interno del proprio mondo (ancora gli amici, la famiglia). La messa è finita è forse il film più corale della produzione di M. e segna una decisa cesura al suo interno: rispetto ai precedenti rivela infatti un ritmo classico di racconto e di messa in scena. Quest’opera segnò inoltre l’inizio della collaborazione con Nicola Piovani da parte del regista, sempre attento alle atmosfere musicali dei suoi film e ideatore in prima persona dei significativi inserti di musica leggera (si pensi in questo caso al finale sulle note della canzone Ritornerai di Bruno Lauzi).

  12. Nel 1987 M. ha iniziato l’attività di produttore, caratterizzando così a tutto tondo la dimensione dell’autarchia: con la Sacher film, fondata insieme ad Angelo Barbagallo, ha finanziato alcune opere prime di giovani registi (Notte italiana, 1987, di Carlo Mazzacurati; Domani accadrà, 1988, di Daniele Luchetti) concretizzando il suo bisogno di agire, di ‘fare qualcosa’ per il cinema al di là dei vuoti dibattiti sulla crisi della produzione nazionale. Nel 1989 M. ha presagito l’imminente dissoluzione del sistema comunista in Europa nel suo film più impegnativo, Palombella rossa, aspra e spettacolare allegoria, attraverso una partita di pallanuoto che non si esaurisce mai, sulla crisi del linguaggio, del pensiero, della comunicazione, opera quasi godardiana, nono-stante un finale sbrigativo e irrisolto, che ha riempito la copertina dei “Cahiers du cinéma”.

  13. Nel 1990, sulla spinta emotiva del passaggio cruciale del Partito comunista italiano a partito di sinistra democratica, ha quindi filmato le discussioni fra militanti nelle sedi di tutta Italia, dalla Sicilia a Roma, realizzando un documentario intitolato La cosa, acquistato dalla Terza rete della RAI e mandato in onda la sera del 6 marzo. Nel 1991 ha poi prodotto e interpretato Il portaborse, diretto da Luchetti, per il quale ha vinto il David di Donatello come migliore attore protagonista e in cui ha rivestito il ruolo di Cesare Botero, ministro socialista delle Partecipazioni statali, specchio di quello che sarebbe stato, di lì a poco, l’evento ‘Tangentopoli’, ossia il crollo, morale e giudiziario, del sistema politico italiano fondato sull’asse Democrazia cristiana-Partito socialista italiano. Quattro anni dopo sarebbe tornato a interpretare un film senza dirigerlo, La seconda volta, esordio nella regia di Mimmo Calopresti, prodotto dalla Sacher film, in cui conferisce intenso e doloroso spessore alla figura di un professore universitario costretto a confrontarsi, in un incontro complesso e difficile, con la giovane terrorista che tempo prima gli aveva sparato.

  14. Nel 1993, in Caro diario, radicalizzando una prassi ormai riconosciuta, M. ha invece messo in scena direttamente sé stesso, lungo tre capitoli (In vespa per Roma, Isole, Medici), a vario titolo emblematici, fra cui spicca la cronaca, filmata in una perfetta sintesi fra Neorealismo e Nouvelle vague, del tumore al sistema linfatico realmente affrontato e sconfitto, dopo articolate vicissitudini in balia dei rappresentanti più seriosi e bizzarri della medicina contemporanea. Il personaggio Michele Apicella appare definitivamente ricongiunto al suo autore, che porta nel film il proprio vissuto e la propria idea di cinema, le piccole e grandi scoperte personali (il modo di guardare le strade e i quartieri di Roma o le isole Eolie), la propria nostalgia (quella in particolare per Pier Paolo Pasolini, per quello sguardo che consente ai dati personali e storico-sociali di diventare cinema, e del grande regista sceglie di filmare il monumento all’idroscalo di Fiumicino, con il pianoforte di Keith Jarrett a fare da colonna sonora). Il film ha segnato la definitiva consacrazione ad autore di respiro internazionale di M. che, dopo cinque anni, ha presentato al pubblico il suo film più cerebrale, nonostante la patina di leggerezza, e meno sentito, Aprile, efficace sul piano della satira politica contro la destra berlusconiana e il secessionismo della Lega Nord, ma pedante e irrisolto nella commistione di vita pubblica italiana e vita individuale, culminante nella nascita di Pietro, il primogenito dell’autore.

  15. Dopo una lavorazione lunga e travagliata, su un set, la città di Ancona, per lui inusuale, M. è riuscito infine a presentare La stanza del figlio, sceneggiato con Linda Ferri e Heidrun Schleef, grande successo in Italia e all’estero, spiazzando tutti nel filmare il dolore di una famiglia di fronte alla morte, insensata e improvvisa, del figlio adolescente. Opera anche troppo meditata e cruciale nell’ambito della produzione del regista, La stanza del figlio concentra nella dimensione del privato tutte le sofferenze, le disillusioni, ma anche i crediti, le rabbie e le speranze raffigurati nei film precedenti. Nella sospensione del finale, è la sigla di tutto il cinema di M., tra militanza (divenuta esposizione in prima persona sulla scena politica e sociale con l’iniziativa dei ‘girotondi’, ossia le manifestazioni di protesta organizzate in piazza nel tentativo di rivitalizzare una sinistra sempre più evanescente) e utopia, isolamento autarchico e affetti profondi, pane quotidiano e sete di assoluto.

  16. Credo sia molto bello questo spazio dedicato al cinema italiano. Ci sarebbero tanti film del periodo d’oro (anni 50 e 60) che sono davvero dimenticati.

  17. Volevo complimentarmi con Gordiano per l’ottimo articolo.
    Un saluto a Massimo e a tutti.

  18. Un film intensissimo, ironico, visionario.
    Sono d’accordo nel dire che sarebbe riduttivo coglierne il taglio politico, perchè in Moretti è sempre l’uomo, i suoi dubbi, la sua precarietà ad essere al centro della scena.

  19. E poi…l’idea del sogno, della rappresentazione onirica della realtà…Si è detto tante volte che Moretti ha una capacità profetica (vedi “Habemus papam”), ma in realtà è la sua capacità sognante a fargli cogliere i segnali premonitori, proprio come è avvenuto in letteratura per i grandi scrittori che hanno “visto” il futuro…

  20. In sostanza chi sogna è più vicino alla realtà di chi non sogna.
    Il sognatore – da tutti visto come un “lontano” dalla vita reale – è nella vita, pulsa con essa e i suoi misteri.
    Perchè ha occhi per decifrarla.
    E’ questa la grande lezione di Moretti.
    Grazie infinite a Massi e a Gordiano Lupi per averci ricordato l’importanza dei sognatori.

  21. Cara Simo,
    grazie per i tuoi preziosi commenti.
    Trovo sia bellissima questa tua frase: “In sostanza chi sogna è più vicino alla realtà di chi non sogna”.
    Sono molto d’accordo. Chi sogna ha una capacità di visione superiore a chi non lo fa.
    In tutte le discipline umane, sono stati i sognatori e i visionari a far fare passi avanti all’umanità.

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