Ricordiamo Umberto Eco (Alessandria, 5 gennaio 1932 – Milano, 19 febbraio 2016) a dieci anni dalla scomparsa
[Leggi la nostra INTERVISTA (impossibile) A UMBERTO ECO: Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida]
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di Claudio Fabella
Cosa resta, sotto pelle, nella coscienza civile d’un Paese, ma anche nella mente inquieta dei suoi lettori, a dieci anni dalla scomparsa di Umberto Eco? Quale vibrazione continua a correre fra le pagine dei suoi romanzi e i capitoli dei suoi saggi, fra le aule universitarie e le redazioni dei giornali, fra le biblioteche e lo schermo luminoso dei nostri dispositivi? Eco, nella sua figura insieme sorridente e severa, che sembrava calare da una lontananza erudita pur restando immersa nelle più quotidiane schermaglie dell’attualità, nascondeva più di una linea di rigore e di ironia, di disciplina filologica e di gusto per il gioco. Basta aprire Il nome della rosa, e una biblioteca si trasforma in labirinto, e un delitto diventa disputa teologica, e il Medioevo si fa specchio del presente; basta inoltrarsi nel Trattato di semiotica generale, e la trama dei segni che sostiene il mondo quotidiano appare, d’un tratto, come un sistema di forze, un reticolo di possibilità e di vincoli. La coscienza interpretativa è un cristallo fragile: si incrina sotto l’urto dell’arbitrio, ma si spezza anche sotto il peso del dogma. Questo, il tema che attraversa tutta l’opera di Eco. Studioso formatosi nel dialogo con la tradizione medievale e poi divenuto maestro di semiotica presso l’Università di Bologna, egli ha accompagnato la seconda metà del Novecento fino alle soglie del nuovo millennio, osservando lo sgretolarsi delle grandi narrazioni ideologiche e l’avvento delle nuove mitologie mediatiche.
La misura dei suoi saggi, limpida e insieme densissima, ha il tocco di una classicità reinventata: si apre alla complessità e ricompone il disordine con un sorriso ironico, talvolta sfiorato di scetticismo, ma sostenuto da una fiducia tenace nella ragione critica. La cultura europea, dal Medioevo alle avanguardie, sembra aver selezionato per lui, nel suo stile controllato e brillante, i propri umori più attivi, e il senso di vertigine per il baratro delle semplificazioni contemporanee. Queste novità riguardavano l’esplosione dei media, l’onnipresenza delle immagini, il proliferare delle teorie del complotto, la seduzione delle fake news; insomma, oltre la superficie luccicante dell’informazione globale, il rischio dell’oscurantismo. Nella pagina di Eco c’è sempre l’accento del racconto: una disputa scolastica, un manoscritto perduto, un redattore cinico alle prese con un giornale nascente in Numero zero; tutto sembra disporsi con ordine, come cristalli su una tavola apparecchiata, poi un dettaglio devia il corso degli eventi, un’interpretazione si insinua, e non si sa quale mano abbia messo in moto il cambiamento. Nessun allarme gridato, però: tutto tornerà a comporsi nella forma del romanzo o del saggio; eppure niente sarà come prima. La destabilizzazione avvenuta ha la logica di una pedagogia del dubbio, dove il dubbio non viene esorcizzato ma accolto come necessità dell’esistenza intellettuale davanti alla quale non dobbiamo fuggire, ma con la quale dobbiamo misurarci. È il doppio registro della sua opera, narrativo e teorico, che Eco ha orchestrato, ma anche qualcosa di più: il racconto di una disciplina laica dell’interpretazione. Il cielo che egli dipinge non è popolato di certezze assolute. Sotto quel cielo dobbiamo tuttavia vivere, leggere, insegnare, allevare generazioni alla complessità, con una sorta di religiosa devozione nei confronti di ciò che è umano e dei suoi segni. Non stupisce che, negli ultimi anni, egli abbia voluto partecipare alla fondazione di La nave di Teseo, quasi a riaffermare, anche sul piano editoriale, l’idea di una cultura che muta senza perdere identità, che cambia tavole e vele ma resta fedele alla propria rotta; un gesto insieme simbolico e concreto, come se l’intellettuale dovesse non solo interpretare il mondo dei libri, ma contribuire a costruirne le condizioni materiali di libertà.
A dieci anni dalla morte, l’eredità di Eco ha il suono di una lezione ancora in atto: guardare ai segni con disciplina e immaginazione, diffidare delle scorciatoie interpretative, riconoscere che ogni testo è un campo di forze e che ogni lettore ne è responsabile. In questa responsabilità, insieme critica ed etica, continua a vibrare la sua voce.
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DIECI ANNI SENZA UMBERTO ECO: in uscita, due libri per ricordarlo

In una nota, la casa editrice La nave di Teseo ha dato notizia dell’uscita di due volumi per ricordare Umberto Eco.
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Il 19 febbraio saranno dieci anni dalla scomparsa di Umberto Eco, filosofo, narratore, intellettuale critico, che ha segnato la cultura del nostro tempo, nonché socio fondatore della casa editrice La nave di Teseo. La sua scomparsa avveniva proprio alla vigilia della stampa del primo titolo del catalogo della Nave. Un suo libro, che poi, come tanti altri suoi, ha avuto un meritato successo di pubblico e critica: Pape Satàn Aleppe.
“Il modo migliore per ricordarlo dunque” – scrive in una nota La nave di Teseo – “è, per noi, farlo con la pubblicazione di due volumi: uno non poteva che essere di Eco, mentre l’altro è un racconto personale, e partecipato, di Roberto Cotroneo, narratore, editor e storico amico. A Eco sarebbe piaciuto essere ricordato così, attraverso i libri. I suoi, e quelli su di lui, che nel nostro catalogo sono ormai una presenza vasta ed eloquente. La nave di Teseo nel frattempo, come recita il celebre paradosso, è cambiata, ha solcato molti mari, pubblicando più di mille volumi di autori celebri e talenti nuovi. Ma ci piace pensare, e ne siamo convinti, che in fondo sia sempre la stessa delle origini“.
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«Dieci anni. Coincidono la scomparsa di Umberto Eco e il primo libro della Nave di Teseo, Pape Satàn Aleppe. In questi dieci anni abbiamo ricostruito, come voleva Umberto, l’intero suo catalogo presso la sua casa editrice: oltre quarantacinque libri, tra saggi e romanzi e pamphlet. Non solo ristampe, ma inediti, edizioni arricchite, reinvenzioni (come Il nome della rosa di Milo Manara). Un catalogo inesauribile, che testimonia non solo la vitalità di Umberto Eco ma quanto ancora ha da dirci, e noi da imparare.»
Elisabetta Sgarbi, Direttore Generale ed Editoriale La nave di Teseo
«Di Umberto Eco mi viene naturale rievocare, come in un lampo, i trentacinque anni di collaborazione volti soprattutto alla diffusione trionfale della sua opera nel mondo. Obiettivo reso ancora più sapido dalle diffidenze iniziali suscitate dal Nome della rosa presso i suoi editori di saggistica. Trentacinque anni di amicizia e di condivisione di esperienze non solo professionali, accanto a un genio dell’invenzione.»
Mario Andreose, Presidente La nave di Teseo
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In libreria dal 13 febbraio
UMBERTO ECO
L’UMANA SETE DI PREFAZIONI
Testi liminari 1956-2015
Collana I libri di Umberto Eco, pp. 546, 30 euro
A cura di Leo Liberti

“Sono sempre stato contrario alle prefazioni.”
Umberto Eco è noto come scrittore di romanzi e saggi di estetica, critica letteraria, semiotica, e filosofia. Sono famose le sue “Bustine di Minerva” e si ricordano i suoi articoli sui quotidiani.
Questa raccolta propone per la prima volta l’Eco scrittore di prefazioni e scritti introduttivi o conclusivi, una intensa produzione che ha accompagnato incessantemente la sua attività culturale e accademica. Questi “scritti liminari” coprono un arco temporale che va dal 1956 al 2015, attraversando diversi campi di intervento a cui Eco si è dedicato: prefazioni di ambito letterario, attualità e costume, fumetti, oltre a un’ampia selezione di testi di carattere filosofico e semiotico.
Il volume ci restituisce così tutta l’ampiezza di una personalità fuori dal comune, che attraverso i suoi interventi osserva, e spesso anticipa, i cambiamenti del mondo in questi sessant’anni.
UMBERTO ECO (Alessandria 1932 − Milano 2016), filosofo, medievista, semiologo, massmediologo, ha esordito nella narrativa nel 1980 con Il nome della rosa (premio Strega 1981), seguito da Il pendolo di Foucault (1988), L’isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000), La misteriosa fiamma della regina Loana (2004), Il cimitero di Praga (2010) e Numero zero (2015). Tra le sue numerose opere di saggistica (accademica e non) si ricordano: Opera aperta (1962), Trattato di semiotica generale (1975), I limiti dell’interpretazione (1990), Kant e l’ornitorinco (1997), Dall’albero al labirinto (2007), Pape Satàn aleppe (2016), Il fascismo eterno (2018). Ha pubblicato i volumi illustrati Storia della Bellezza (2004), Storia della Bruttezza (2007), Vertigine della lista (2009), Storia delle terre e dei luoghi leggendari (2013) e Sulle spalle dei giganti (2017).
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ROBERTO COTRONEO
UMBERTO
Collana le Onde, pp. 160, 16 euro

“Conforta sapere che c’è stato qualcuno che conosceva le cose che servono, le ha insegnate, le ha scritte, e ha sempre parlato sapendo quello che diceva.”
Chi era Umberto Eco? Lo si può raccontare partendo da telefonate improvvise e persino silenzi? Si può comporre un mosaico complesso, entrare nella mente vulcanica di questo grande scrittore attraverso dei fili sottili e quasi invisibili?
È quello che in questo libro ha fatto Roberto Cotroneo, tra le persone che sono state più spesso accostate a Eco: entrambi di Alessandria, entrambi editorialisti de “L’Espresso”, uno maestro, l’altro allievo.
Tra loro c’è sempre stato uno scambio continuo. E questa è la storia di un rapporto vicino e distante, un ritratto inedito che dice molto ma al tempo stesso mantiene un equilibrio, un rispetto, un riserbo verso quello che consideriamo il più celebre autore e intellettuale italiano nel mondo.
In questo libro Eco è sempre Umberto. Ne esce un testo originale che fa genere a sé, una dichiarazione di stima e amicizia, una ricerca appassionata, il racconto di un’epoca. Queste pagine sarebbero piaciute a Eco perché, come conclude Cotroneo: “L’unico libro possibile su di te, Umberto, è un libro di frammenti”.
ROBERTO COTRONEO è nato ad Alessandria nel 1961. È stato per più di un decennio, dal 1991 al 2003, responsabile delle pagine culturali del settimanale “L’Espresso”. Ha diretto dal 2007 al 2018 la Scuola Superiore di Giornalismo della Luiss Guido Carli. Ha scritto per il “Corriere della Sera”, “Il Sole 24 Ore”, “l’Unità”, “Panorama”, “il Messaggero”. Tra il 2020 e il 2023 è stato editor della narrativa e saggistica italiana della casa editrice Neri Pozza. Dal 2023 è consulente Feltrinelli. Ha condotto La mezzanotte di Rai Radio 2 e, su La7, La 25ª Ora. Ha pubblicato una trentina di libri, tra romanzi e saggi. Tra questi: Se una mattina d’estate un bambino (1994), Presto con fuoco (1995, Premio Selezione Campiello), Otranto (1997), Chiedimi chi erano i Beatles (2003), Betty (2013), Niente di personale (2018), Loro (2021), Chet (2022), La cerimonia dell’addio (2023), La nebbia e il fuoco (2025). Su Eco, ha pubblicato due saggi letterari: La diffidenza come sistema (1995), Eco: due o tre cose che so di lui (2000). I suoi libri sono tradotti in molti paesi del mondo. Vive a Roma.
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A proposito di…
“Credo che questo libro sia appassionante a causa dei suoi difetti.”
Incipit dalla prefazione a Le sirene di Titano di Kurt Vonnegut
“Questo libro dovrebbe essere usato e meditato da tutti coloro che vogliono farsi strada nella vita grazie al possesso di una solida e vasta cultura.”
Incipit dalla prefazione a Come farsi una cultura mostruosa di Paolo Villaggio
“C’è stato un tempo che a conoscere Woody Allen si era in pochi.”
Incipit dalla prefazione a Saperla lunga di Woody Allen
“Quasi per caso Eric Arthur Blair decise di scegliere, come nom de plume, George Orwell (dopo aver scartato H. Lewis Always, Kenneth Miles e P.S. Burton). Quasi per caso decise d’intitolare il suo romanzo Nineteen Eighty-Four.”
Incipit dalla prefazione a 1984 di George Orwell
“È malissimo che un gran pittore scriva anche di critica d’arte, perché l’esclusiva passione che lo muove per la sua opera gli farebbe mancare la distanza critica necessaria per giudicare equanimemente gli altri. Ma ritengo che ogni critico d’arte dovrebbe avere provato qualche volta a manovrare il pennello o la matita: come si può giudicare altrimenti di un gesto geniale, di una eleganza tecnica, se non si sa quanto costa, e quanto sia difficile realizzarli?”
Incipit dalla prefazione di All’alba Shahrazad andrà ammazzata di Giuseppe Varaldo
“Una cinquantina d’anni fa, quello che sto per dire nel presentare questo libro, almeno in Italia non avrei dovuto neppure dirlo.”
Incipit dalla prefazione di Il nolano e la regina di Giosuè Musca
“Nel VI secolo Gregorio Magno, in una delle sue epistole, avvertiva che le immagini sacre non vanno adorate, ma adoperate come segni simili alla scrittura per ricordare al fedele i misteri della fede.”
Incipit dalla prefazione a Almanacco Letterario Bompiani 1963. La civiltà dell’immagine, a cura di Sergio Morando
“L’altro giorno un settimanale dava il benvenuto a questo convegno osservando che con esso si ricordava un autore ingiustamente dimenticato. È vezzo dei mass media occuparsi di qualcosa solo se in qualche modo fa notizia.”
Incipit dalla prefazione a Miti d’oggi di Roland Barthes
“Negli ultimi sei anni ho ripetutamente cercato di evitare qualsiasi dichiarazione sulle possibili interpretazioni del mio romanzo. La mia opinione è che un narratore non dovrebbe mai fornire interpretazioni del proprio testo.”
Incipit dalla prefazione a Naming the Rose, a cura di Thomas Inge
“Marshall Blonsky cita Barthes abbastanza spesso in questo libro che forse vale la pena di raccontare una storia che il nostro autore non conosceva fino ad ora. Un po’ della sua preistoria.”
Incipit dalla prefazione a American Mythologies di Marshall Blonsky
“Mi sento qui un poco fuori posto, perché ho sempre sostenuto che ai congressi di cardiologia non bisogna mai invitare i cardiopatici.”
Incipit dalla prefazione a Relaciones literarias entre Jorge Luis Borges y Umberto Eco, a cura di Maria J. Calvo Montoro e Rocco Capozzi
“È in corso ancora mentre scrivo, e su varie pubblicazioni, una polemica sui rapporti tra la sinistra e l’umorismo.”
Incipit dalla prefazione a I corsivi di Sartana. Dal quotidiano dei lavoratori, a cura di Carlo Brera
“Lowell Edmunds dice in questo libro tali e tante cose sul Martini che proprio non vedo cosa vi possa aggiungere una prefazione. Ma, siccome mi è stata sollecitata, non ho potuto sottrarmi a questo compito in nome del nepente che affratella prefatore, autore, e spero molti altri devoti lettori.”
Incipit dalla prefazione a Ed è subito Martini di Lowell Edmunds
“Se non vado errato siamo rimasti solo in quattro, testimoni viventi dei mirabili eventi che hanno portato alla nascita di «Linus»: Anna Maria Gandini, Bruno Cavallone, Vittorio Spinazzola ed io. Allora credevamo solo di divertirci e, leggendo questo libro, mi accorgo che stavamo facendo storia. Storia minore, certo, ma indubbiamente «Linus» ha contato molto per più di una generazione.”
Incipit dalla prefazione a Linus. Storia di una rivoluzione nata per gioco di Paolo Interdonato
“Non beve, non fuma, non bestemmia. È nato nel 1923 nel Minnesota. Vive modestamente ed è “lay preacher” in una setta detta la Chiesa di Dio; è sposato e ha, credo, quattro bambini. Gioca a golf e a bridge e ascolta musica classica. Lavora da solo. Non ha nevrosi di alcun genere. Quest’uomo dalla vita così sciaguratamente normale si chiama Charles M. Schulz. È un Poeta.”
Incipit dalla prefazione a Arriva Charlie Brown di Charles M. Schulz
“Provo un certo imbarazzo a scrivere una prefazione alle avventure africane di Hugo Pratt. E questo perché avrei preferito farla per le avventure dei mari del sud, o per quelle irlandesi, o veneziane, o brasiliane. Ma non perché quelle africane siano meno belle – poiché non mi sentirei proprio di dire se e perché. La ragione è un’altra.”
Incipit dalla prefazione a Le Etiopiche di Hugo Pratt
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