RICORDIAMO JORGE LUIS BORGES A QUARANT’ANNI DALLA MORTE
Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986), è stato uno scrittore, poeta, saggista e traduttore argentino considerato un gigante della letteratura in lingua spagnola e mondiale del XX secolo.
Le sue opere più note, Ficciones ed El Aleph, pubblicate negli anni Quaranta, sono raccolte di racconti che esplorano motivi come sogni, labirinti, caso, infinito, archivi, specchi, scrittori di finzione e mitologia. Le opere di Borges hanno contribuito alla letteratura filosofica e al genere fantastico e hanno avuto un’enorme influenza sul movimento del realismo magico nella letteratura latinoamericana del XX secolo.
Lo ricordiamo qui di seguito, nell’ambito di un articolo correlato alla attualità delle “biblioteche borgesiane”.
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Quarant’anni dalla morte di Borges e l’attualità della biblioteca sconfinata.
di Claudio Fabella
C’è qualcosa di singolare, e forse di inevitabile, nel destino di Jorge Luis Borges. L’uomo che più di ogni altro ha immaginato biblioteche, cataloghi, enciclopedie, scaffali perduti e libri inesistenti, trascorse gran parte della propria vita adulta mentre la vista lentamente lo abbandonava. La cecità arrivò come una marea discreta, senza clamori; e tuttavia non gli impedì di continuare ad abitare il territorio che aveva eletto a propria patria: quello dei libri. Anzi, viene da pensare che proprio quando il mondo visibile si fece più distante, la sua immaginazione letteraria trovò la sua forma definitiva. Quarant’anni fa, nel giugno del 1986, Borges moriva a Ginevra. Aveva ottantasette anni. Lasciava dietro di sé un’opera relativamente esile per quantità, ma capace di occupare uno spazio enorme nella letteratura del Novecento. Non accade spesso. Molti scrittori costruiscono cattedrali narrative; Borges preferì edificare labirinti. Le sue pagine raramente raccontano una storia nel senso convenzionale del termine. Più spesso assomigliano a una dimostrazione geometrica, a una disputa teologica, a un paradosso filosofico che all’improvviso si trasforma in racconto. Eppure, dietro quella apparente freddezza intellettuale, si avverte sempre il battito di una passione elementare: il desiderio di comprendere quale rapporto leghi gli uomini alla memoria, al tempo e all’infinito.

La biblioteca è il luogo dove questa passione trova la sua rappresentazione più compiuta. Non una biblioteca reale, naturalmente. Non quella di Buenos Aires che Borges diresse per quasi vent’anni, né quelle che frequentò da ragazzo seguendo il padre tra volumi inglesi e spagnoli.
Le biblioteche di Borges appartengono alla stessa specie dei suoi specchi. Ovvero delle sue tigri e dei suoi labirinti. Stiamo parlando di figure simboliche che sembrano provenire da un’antichissima mitologia. E insieme da un futuro ancora sconosciuto. In effetti, quando si legge La Biblioteca di Babele si ha l’impressione che lo scrittore argentino abbia intuito qualcosa che la sua epoca non poteva ancora nemmeno prevedere. La biblioteca sconfinata coincide con un universo di informazioni. In essa sono contenuti tutti i libri possibili. I libri veri e quelli falsi. I libri che raccontano il passato e quelli che anticipano il futuro; quelli che spiegano il senso della vita e quelli che lo negano. Qual è il risultato? I bibliotecari finiscono con il vagare incessantemente in questo spazio smisurato alla ricerca di una risposta definitiva. Ma può esserci una risposta definitiva? Ogni risposta genera nuove domande, ogni scoperta apre nuovi corridoi, ogni certezza si dissolve in una quantità sterminata di possibilità. Sarebbe un azzardo teorizzare che Borges abbia immaginato Internet prima di Internet? Probabilmente sì. E, a ben vedere, sarebbe anche una definizione riduttiva. In realtà egli immaginò qualcosa di molto più antico e profondo. Ovvero, il sogno ricorrente della civiltà occidentale. E qual è questo sogno? Raccogliere tutto il sapere umano in un unico luogo e, nello stesso tempo, scoprire che quel sapere è troppo vasto, troppo contraddittorio, troppo mobile per essere posseduto davvero.
La sua letteratura nasce dentro questa contraddizione. Da una parte il desiderio di ordine; dall’altra la vertigine del caos. Da una parte l’enciclopedia; dall’altra il labirinto. Da una parte la memoria; dall’altra l’oblio. Non è un caso che nei suoi racconti i confini tra realtà e finzione si facciano continuamente incerti. Un autore inventato può essere più reale di uno esistente; un libro immaginario può produrre conseguenze concrete; una nota a piè di pagina può trasformarsi nel centro segreto dell’intera narrazione. Borges aveva capito che gli uomini vivono dentro i racconti almeno quanto vivono dentro la storia. Per questo la sua opera appare oggi così sorprendentemente vicina. Non perché abbia previsto qualche tecnologia futura, ma perché aveva intuito la fragilità del nostro rapporto con la conoscenza. La modernità ha moltiplicato gli archivi, i documenti, le informazioni disponibili. Ogni giorno vengono prodotti testi in quantità che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare. Eppure la domanda fondamentale resta la stessa: cosa significa sapere? Come distinguere ciò che conta da ciò che è superfluo? Come salvare la memoria senza trasformarla in accumulazione indiscriminata? Sono domande che attraversano tutta l’opera borgesiana. E sono domande che riguardano anche il nostro presente. Gli strumenti cambiano; le inquietudini rimangono. La biblioteca infinita continua a crescere. Gli scaffali sono diventati server, gli schedari algoritmi, i cataloghi reti digitali. Ma il bibliotecario immaginato da Borges, smarrito davanti all’eccesso delle possibilità, assomiglia ancora a noi. Forse è proprio questo il lascito più profondo dello scrittore argentino. Aver compreso che la conoscenza non coincide con il possesso delle informazioni e che la lettura non consiste nell’attraversare una quantità sempre maggiore di libri. Leggere significa stabilire relazioni, riconoscere echi, seguire tracce, accettare che ogni libro rinvii a un altro libro e che nessuna interpretazione possa essere definitiva. Nei racconti di Borges il sapere non produce tranquillità. Produce stupore. È una forma di avventura. Come accade nei grandi romanzi di viaggio, anche se qui il viaggio si svolge spesso restando fermi davanti a uno scaffale. Del resto, per Borges, il paradiso aveva l’aspetto di una biblioteca. Ma non di una biblioteca ordinata e rassicurante. Piuttosto di una biblioteca sconfinata, piena di corridoi e di ombre, dove ogni volume custodisce una promessa e ogni promessa conduce verso un nuovo enigma. Quarant’anni dopo la sua morte, continuiamo a entrare in quel labirinto. E forse continuiamo a farlo perché Borges non ci ha lasciato delle risposte. Ci ha lasciato qualcosa di più raro: la percezione che il mistero della conoscenza sia inseparabile dal mistero stesso dell’esistenza. In fondo, la sua biblioteca infinita non è altro che una immagine del mondo. Un mondo che gli uomini cercano da sempre di leggere, senza riuscire mai ad arrivare all’ultima pagina.
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