Maggio 19, 2022

944 thoughts on “DIBATTITO SU LETTERATURA E MUSICA

  1. Il rapporto tra letteratura e musica – a mio avviso – ha origini antichissime: basti pensare alla “musicalità” dei versi poetici o di certi testi narrativi (perché anche un romanzo deve “suonare” nella testa del lettore).
    Ma non mi riferisco solo a questo…

  2. Come ho scritto sul post, mi piacerebbe poter prendere in considerazione, per poi analizzarli, i romanzi che si sono occupati di musica (e viceversa)… che hanno fatto vivere la musica all’interno delle loro pagine.

    Di conseguenza, mi pongo (e vi pongo) alcune domande…

  3. Primi ospiti di questo forum (che spero possa diventare “permanente”) sono (come anticipato sul post): Marta Morazzoni, Claudio Morandini e Achille Maccapani. Discuteremo dei loro nuovi libri e degli argomenti proposti.

  4. Parole e musica di…Binomio che può sembrare apparentemente riduttivo, se riletto in una chiave più ampia. La letteratura e la musica. Binomio apparentemente impegnativo se inteso in senso elitario. Non sono un conoscitore di musica colta. Sono un vecchio arnese che viene da una sbornia punk e heavy metal e prima ancora progressive. Sono un vecchio arnese che ha pianto quando è morto Frank Zappa. Sono un vecchio arnese che non ha nessuna prevenzione per il funk. Sono un vecchio arnese che ha amato alla follia gli Stranglers, creatori del punk e poi della new wave e per questo rinnegati da tutti. Non so nulla di musica colta e non me ne vanto. Non me ne vanto perché il rapporto fra letteratura e musica è sempre comunque presente e vivo e trascende qualunque differenziazione fra musica colta e musica plebea. Con queste mie limitazioni (che non rivendico, ma semplicemente accetto) credo che la letteratura renda la musica ancora più viva, nella misura in cui la riveste di tutti quegli stilemi a noi cari (noi amanti della letteratura, noi lettori). In questo senso la letteratura per prima non fa distinzioni. E non ne fa perché il filtro della parola scritta scava nel profondo e riesce a cogliere quei rapporti segreti fra musica e vita che solo la letteratura sa trovare. Non voglio tirare in ballo i soliti autori britannici e irlandesi. Credo che Michele Mari, con il suo Rosso Floyd, sua riuscito a creare un oggetto narrativo (chiedo scusa se rimando ad un concetto quasi vetusto mutuato dalla NIE-New Italian Epic) estremamente affascinante in questo senso. Ne ho parlato sul mio blog, ma non lascio il link, perché non voglio sporcare con una patetica autoaffermazione questi miei frettolosi appunti. Anni fa la Arcana Edizioni creò una collana che “parlava” di musica. E la chiamò “Vessazioni”, quasi a scusarsi di un probabile appesantimento della musica con la parola scritta. Ma la parola scritta non vessa la musica, anzi la fa rinascere in una nuova dimensione. Una nuova dimensione di confine, completa e affascinante. Ho appena iniziato a leggere il libro di Claudio. Appena lo finirò ne farò una recensione. Sono sicuro che non si preoccuperà se questo vecchio arnese amante rock dirà la sua. Un saluto a Massimo Maugeri e anche a Claudio Morandini col quale ci si insegue sempre sulle note del web.

  5. Caro Massimo, ci siamo! Il tema che proponi mi affascina da anni (“Rapsodia su un solo tema” mi frullava in testa, come idea generale, da quando ero ragazzino) e le tue domande mi scatenano pensieri che già oggi proverò a mettere in ordine in risposte che siano comprensibili.
    E sarà un grande piacere potermi confrontare su una questione così complessa con due scrittori come Marta Morazzoni e Achille Maccapani, e prima ancora conoscerli in questa oasi di confronto civile e alto che è Letteratitudine.
    (Ciao, Angelo, aspetto le tue impressioni!)

  6. Trovo questa discussione molto interessante. Anche a me è capitato in passato di riflettere sul binomio musica e letteratura. Sono d’accordo con Massimo Maugeri. E’ un binomio antichissimo, che oggi vive una nuova vita anche a seguito del successo dei cantautori: parole (letteratura?) in musica.

  7. Non sono brava a rispondere alle domande. E quelle qui porposte non sono semplicissime. Ma mi butto.

  8. Che cosa hanno in comune letteratura e musica?
    In cosa si differenziano nettamente?
    Secondo me hanno , devono avere, in comune il ritmo. Soprattutto il ritmo. Non si può mai prescindere dal ritmo, nè nella musica nè nella letteratura.
    Questo a prescindere dai generi.
    Il ritmo serve sia nella poesia sia nella narrativa.
    Il ritmo serve sia nella musica classica sia nella musica rock.

  9. In quali occasioni la musica è “entrata” nella letteratura (con particolare riferimento alla narrativa)?
    Quali titoli di romanzi vi vengono in mente?

    E in quali occasioni, viceversa, la musica ha “rappresentato” la letteratura?

    Quale romanzo eleggereste come il più rappresentativo del rapporto tra musica e letteratura?
    Per rispondere a queste domande voglio prendermi un po’ di tempo.
    Nel frattempo mi piacerebbe conoscere le opinioni degli altri lettori del blog.
    Auguri a Marta Morazzoni, Claudio Morandini, Achille Maccapani.

  10. Caro Massimo, io delimiterei il campo, da subito, visto che i tre titoli che proponi sono tre romanzi (e uno) che raccontano di musicisti che potremmo catalogare come “colti” (e due).
    Il rapporto tra parola e musica è antichissimo, d’accordo, ma temo che tirare in ballo queste origini remote ci porterebbe troppo lontano. Io non me la sento… Invece, vediamo che cosa succede quando a interessarsi di musica (e di musicisti) è il romanzo.
    La scommessa dei tre romanzi proposti in questo dibattito sta, mi pare, nel dedicarsi a un ambito musicale oggi poco conosciuto e praticato, elitario, talvolta guardato con sospetto. Per essere ancora più chiaro: il rock e il pop in tutte le loro filiazioni hanno già i loro cantori in letteratura, mentre la musica classica, o colta, di rado diventa oggetto di quella particolare esplorazione costituita dalla narrativa. Eppure è un mondo straordinariamente vitale, umanamente ricco, profondo, divertente anche, a guardarlo con un certo occhio.
    Chi racconta di rock o di pop parte avvantaggiato: quella è musica comunicativa per sua costituzione, dotata di un’immediatezza e di una accessibilità condivise, anche per via di una contaminazione con la parola, con il testo. Ed è musica (spero di non suonare snob, nel dirlo) strutturalmente semplice. La musica classica, o colta, o accademica, non parte avvantaggiata: è complessa, non è immediata, è “assoluta” (dalla parola), e soprattutto sembra comunicare essenzialmente se stessa, un sistema estremamente sofisticato di suoni. Raccontare questo mondo di suoni è la scommessa di cui parlavo prima.

  11. Credo che la letteratura non sia mai esente dalla musica: penso che un testo debba essere musicale, avere ritmo, suonare dentro di noi e credo anche che un musicista quando scrive abbia in mente un’emozione e sia quella che vuole rendere con il suono. Chi scrive ha le stesse emozioni e le trasforma in parole, che comunque, ‘suonano’ leggendole.

    Poi. Altra cosa: a volte scrivendo viene in mente di inserire una canzone in sottofondo. Potrebbe essere una canzone con parole che si adattano alla scena che stiamo scrivendo, o una canzone con il ritmo adatto. Oppure può essere una musica che ricalca lo stato d’animo del nostro personaggio. In tutti i casi, io lo trovo un ottimo ‘arricchimento’ della storia.
    Nella storia che sto scrivendo la musica è molto presente, perciò (forse) sento tanto questo argomento.

    Non posso dire nulla sui libri citati, perché non li conosco ma sono certa che siano interessanti anche per questo aspetto.

  12. Oibò che bel tema! difficile rispondere così, sui due piedi. Ci penserò. intanto mi vengono per ora in mente solo film, grandissimi film, come “Tutte le mattine del mondo” di Alain Corneau, che nella storia di Marin Marais e dei sui rapporti con il maestro, Monsieur de Sainte Colombe, e con la corte di Luigi XIV, racchiude tutta la dicotomia tra l’arte per l’arte e il successo. Ma forse sono già off topic. Anche se forse il film era tratto da un romanzo (che non ho mai letto), e non ricordo di chi.
    Tornerò con calma.

  13. Certo, Morena, si può parlare anche di “musicalità” del testo, e non solo del verso, ma anche delle frasi, dei paragrafi, o di cadenza, di “cursus”. Di strutture ritmiche, insomma, o di figure di suono. La cara vecchia retorica, in sostanza. Fa parte del bagaglio degli scrittori da sempre, non mi pare si possa considerare un debito nei confronti della musica, un influsso della musica, o un avvicinamento alla musica.
    Però hai ragione, quando si scrive è importante essere consapevoli di quanto questo strumento faccia risuonare le nostre parole di armonici nuovi (sto al gioco anch’io).

  14. Torno alla prima domanda di Massimo.
    Il “mestiere” del musicista (del compositore, soprattutto) e quello dello scrittore hanno molti punti in comune: il primo è la scrittura (l’alto artigianato della scrittura, potremmo dire); poi ci sono il rapporto con la committenza, con il pubblico, con il gusto, e il brulichio di tutto quel mondo che vive attorno alla e di musica (o attorno alla e di letteratura).
    Direi anche che musica e letteratura possono essere accostate, con una certa dose di approssimazione, a livello di costruzione. Qui tiro in ballo la mia piccola esperienza: ci sono forme musicali alle quali riconosco di essermi ispirato: il tema con variazioni, per esempio; la rapsodia (naturalmente).
    Ma c’è dell’altro: se uno prende una struttura di classica, cristallina perfezione come la forma-sonata, e legge, o sente, i temi come caratteri (o come personaggi) e l’intreccio e lo sviluppo dei temi come relazioni tra personaggi, ecco che ci trova una potenzialità narrativa, quasi romanzesca. Ogni compositore classico sembra aver raccontato in mille modi diversi la stessa storia. Ah, quante cose da dire ci sarebbero!

  15. Quanto alla seconda domanda:
    In cosa si differenziano nettamente?
    Io credo che la musica rimandi a se stessa, e che i suoni non siano nient’altro che suoni (mi riconosco nella linea Hanslick-Stravinskij, e direi che il mio Dvoinikov la pensa come me, mentre Ethan Prescott, il giovane americano che lo intervista, sembra più possibilista sul fatto che la musica possa esprimere qualcosa di più che pure forme sonore). Siamo noi, nell’ascolto, a sovrapporre a quelle aggregazioni di suoni dei significati che sono in realtà nostri, e che fanno parte del nostro vissuto, pescano nelle nostre esperienze, sono insomma incrostazioni soggettive, che diranno molto di noi, poco della musica.
    Poi c’è un altro aspetto: la musica vive nelle mani (o con il fiato) di mediatori, di esecutori, o meglio di interpreti, che danno vita alle partiture e le trasmettono al pubblico, con un ruolo quasi pari al compositore. È una forma di intermediazione che manca nel mondo della letteratura.

  16. In quali occasioni la musica è “entrata” nella letteratura (con particolare riferimento alla narrativa)?
    Me la cavo rimandando agli studi di Roberto Russi, che si occupa da una vita del rapporto tra musica e letteratura. Un suo libretto, densissimo di riferimenti, come “Letteratura e musica” (Carocci, 2005), mi ha dato suggerimenti preziosi sui mille modi in cui la narrativa ha potuto narrare la musica.

    Quali titoli di romanzi vi vengono in mente?
    Ne cito due, per ora. Il primo, ingombrante e ineludibile, è il “Doktor Faustus” di Mann. Chiunque scriva di musica e di compositori con gli strumenti anche dell’analisi musicologica (applicata a composizioni immaginarie) deve fare i conti con Mann. È un romanzo-monstre, che disorienta, spaventa, schiaccia, ma è anche un incredibile capolavoro che forse oggi nessuno scriverebbe più, e soprattutto nessuno pubblicherebbe.
    L’altro è quel gioiellino (così mi era apparso anni fa: dovrei verificare se mi suona ancora così) che è “Il soccombente” di Bernhard, che in Italia è stato pubblicato da Adelphi. Eccolo, il tema (che in musica viene così bene, pensate a Mozart e Salieri) del confronto tra bravura e genio – nel caso de “Il soccombente”, un talentuoso pianista crolla dinanzi al modello irraggiungibile di Glenn Gould. Irraggiungibile nel romanzo di Bernhard, è ovvio.

  17. Grazie Claudio.
    “Siamo noi, nell’ascolto, a sovrapporre a quelle aggregazioni di suoni dei significati che sono in realtà nostri, e che fanno parte del nostro vissuto, pescano nelle nostre esperienze, sono insomma incrostazioni soggettive, che diranno molto di noi, poco della musica.”
    Riprendo queste tue parole perché sono rapportabili anche alla lettura di un testo, poetico o di prosa non fa differenza. Chi legge tenderà sempre a dare alle parole il significato che sente più suo, collegandolo alla sua vita e alle sue emozioni. Di ciò che voleva dire l’autore a volte rimane ben poco. (ed è giusto che sia così).
    Anche in questo musica e letteratura sono simili: nella ‘lettura’ che ne fa chi legge e chi ascolta.
    Poi c’è l’altro aspetto, quello di cui hai scritto: la musica ha sempre bisogno di un intermediario (a meno che io non suoni direttamente leggendo dallo spartito, ma anche in questo caso la mia esecuzione sarebbe ‘mediata’ dalle mie emozioni del momento e anche dalle capacità che ho, ma questo è un altro discorso).
    La letteratura può essere gustata in piena autonomia e questo la rende più indipendente, credo.

  18. Però per me, per la stesura del mio “Rapsodia su un solo tema”, sono state importanti anche altre fonti scritte non letterarie: i Colloqui di Stravinskij con Robert Craft, innanzitutto (che possiedo in una vecchia edizione Einaudi), le “Cronache della mia vita” dello stesso Stravinskij, o i saggi di Luciano Berio (“Lezioni americane”, e “Intervista sulla musica”).
    Ho già citato altrove “Le giornate di un compositore” di Vittorio Zago: prezioso libretto, che ci permette di entrare nel processo compositivo e creativo. E quel fondamentale saggio che è “Il resto è rumore” di Alex Ross (Bompiani), sulla musica e la vita musicale del Novecento. “Rapsodia” era già in bozze, quando il saggio di Ross è uscito in Italia, ed è stato confortante per me trovare sintonie con quell’opera oltretutto accattivante e divertente.
    E chissà che altro mi verrà in mente dopo che avrò spedito questo contributo…

  19. Per quanto riguarda la musicalità della scrittura nella narrativa, vorrei menzionare “The old man and the sea” di Ernest Hemingway: leggerlo (in lingua originale) fu per me una folgorazione.
    Mi domandai quanto lavoro – geniale – sulla lingua fosse stato necessario per ottenere questa sinfonia di parole, immagini e pensieri: un lavoro di continua limatura, un procedimento “per diminuzione” (prendo in prestito questo termine tecnico del contrappunto musicale), vòlto a togliere l’inessenziale e il superfluo da ogni periodo e da ogni frase.
    Mi capitò, in seguito, di leggere “Il principio dell’iceberg”, un’intervista fatta ad Hemingway da George Plimpton (trad. it. di Angela Tranfo), in cui s’illustrava l’importanza di scegliere, lavorando alla stesura di un romanzo, ciò che dire e ciò che, invece, lasciare sommerso, inespresso, ma egualmente pulsante: l’importanza cioè di creare, parallelamente, un sottotesto che facesse da contrappunto invisibile all’écrit testuale, creando continue tensioni e risoluzioni, consonanze e dissonanze, capaci di alimentare l’immaginazione del lettore e di stimolarne la curiosità critica.
    Ho voluto, inoltre, proporre “The old man and the sea” anche per ricordare la compianta Fernanda Pivano, che di Hemingway fu geniale traduttrice e divulgatrice: leggere il “suo” “Il vecchio e il mare” è stato il poter ripercorrere lo stesso spartito, il sentir ripercosse le medesime corde di musicalità, con una sobrietà di stile e una profondità espressiva davvero ineguagliabili.

  20. carissimo massimo, mai argomento m’è stato così tattile.
    continuo a seguirvi, ma stare dietro a tutto ciò che scrivete non m’è possibile, anche perché tante cose non le conosco o capisco, per cui cerco di evitarmi brutte figure. ma qui, anche se in una piccolissima parte, so che ne faccio parte anche io.
    una volta mi dicesti…, ma io non so pubblicizzarmi, però posso dire che a me la musica m’è stata vitale, sia per l’anima che per la mente.
    non credo che si possano scindere – letteratura e musica – perché entrambe hanno la loro parola.
    noi, e qui perdonami se faccio i nomi, orlando andreucci ed io, abbiamo provato a dimostrarlo con libro in musica notediparole, lo stesso che anche la gentile scrittrice morena fanti ha recensito.
    il binomio è cammino, e il cammino ha le sue strade, ed ogni strada porta ad un porto, o casa, e questa casa ha un solo nome: vita.
    e la vita, ha i suoi, ritmi…

    lo so, non dovevo, e vi chiedo perdono, ma a volte i “figli”…

    in bocca al lupo agli autori, che per mia ignoranza non conosco, e complimenti per tutto, all’ottimo massimo.

    un caro saluto
    simonetta bumbi

  21. Nella musica, come in letteratura, è concepibile un’alternativa fra la supremazia del testo nei confronti del lettore e il primato del lettore sul testo: il lettore e il testo diventano Testo. Come dice Harold Bloom, “si è o si diventa ciò che si legge” e “quello che sei è l’unica cosa che puoi leggere”.
    Da Un ricordo al futuro, lezioni americane di Luciano Berio

  22. Il primo grande ringraziamento va a Claudio Morandini, che – tra le altre cose – mi darà una mano ad animare e moderare questo nuovo spazio letteratitudiniano.
    Come ho già avuto modo di anticipare, ho l’intenzione di fare di questo post un nuovo forum permanente.

  23. Non so se oggi e domani riuscirò a intervenire ancora (sono subentrati alcuni impegni).
    In ogni caso questo post rimarrà in primo piano almeno fino a sabato prossimo… poi predisporrò un nuovo “pulsantino” in una delle colonne del blog (come quelli sul “romanzo storico” e la “letteratura dei vampiri”).

  24. Insomma, avremo tempo e modo di approfondire le tematiche proposte e la conoscenza dei romanzi e degli autori coinvolti.
    L’intenzione, peraltro, è quella di invitare (nel tempo) altri autori di libri attinenti al tema “Letteratura e musica”.

  25. E avremo anche modo (spero) di condividere materiale e informazioni attinenti al tema della discussione.
    Per il momento mi permetto di ri-mettere in evidenza le “domande del post”…
    (invitandovi a fornire le vostre risposte).

  26. Che cosa hanno in comune letteratura e musica?
    In cosa si differenziano nettamente?

    In quali occasioni la musica è “entrata” nella letteratura (con particolare riferimento alla narrativa)?
    Quali titoli di romanzi vi vengono in mente?

    E in quali occasioni, viceversa, la musica ha “rappresentato” la letteratura?

    Quale romanzo eleggereste come il più rappresentativo del rapporto tra musica e letteratura?

  27. Forme diverse che lo spirito assume per esprimersi…
    Amo la letteratura e la musica, che sono parte imprescindibile della mia vita.
    Canto in un coro lirico, dopo anni di coro polifonico. Scrivo da sempre. E non credo che saprei rinunciare a queste esigenze d’anima.
    Letteratura e musica sono un binomio: se pensiamo al coro greco e alla sua commistione di parola, danza e musica… o alla poesia lirica. Sempre accompagnata dalla musica. La scrittura è ritmo, eufonia o cacofonia studiate, è commistione di fonemi e grafemi.
    Per le altre domande… ci penserò. Meno male che è un post permanente, bravo Massi!

  28. Innanzitutto grazie per gli spunti di riflessione sempre validissimi. Proprio l’altro giorno pensavo che per me la tastiera del computer e come quella di un pianoforte.Mi rendo conto che una storia funziona solo quando riesco a imprimerle il ritmo giusto, quando riesco a trovare parole di inedità musicalità. Per me dunque la letteratura come la musica è fatta di ritmo e note. Le note sono le parole. Per questo rileggo ogni pagina e poi tutte le pagine una dietro l’altra per “Sentire” l’effetto del loro succedersi. A volte un sottofondo musicale mi può aiutare a scrivere, può stimolare l’ispirazione che passa da un linguaggio ad un altro.
    Un romanzo musicale nel contenuto e nella forma è sicuramente “Stabat mater” di Tiziano Scarpa.

  29. Ho da poco letto “come pescare, cucinare e suonare la trota”, di Cristò (ed. Florestano): un racconto sulle prove di un concerto tratto da un lied di Schubert, La trota, appunto. Il libro è bellissimo anche per una lettrice all’asciutto di nozioni musicali.

    Molto bello anche “Incanto classico” di Minervini (Stilo): musica e letteratura

  30. Grazie a te, Massimo, e grazie a tutti gli amici che rendono vivace e fertile questo dibattito.
    Ho appena scoperto in libreria un piccolo libro che fa al caso nostro: il delizioso “Mozart” di Paolina Leopardi (la sorella di Giacomo, già), ripubblicato a cura de Il Notes Magico.

  31. Ma andiamo avanti con le risposte alle domande di Massimo:
    E in quali occasioni, viceversa, la musica ha “rappresentato” la letteratura?

    Mi vengono subito in mente le collaborazioni tra Berio e Calvino (“La vera storia” e “Un re in ascolto”), Sanguineti (“Laborintus II”, “Passaggio”, “a-ronne”), Eco (“Epifanie”). Musica e parola si indagano a vicenda, si smontano e rimontano, in un gioco complesso di cooperazione e contaminazione alla pari.

    Poi mi viene in mente la ricerca di un amico compositore, Alessio Elia, che da anni si dedica a dar forma musicale in un progetto ambizioso ai racconti dell’ungherese Géza Csáth. Tra parentesi, Alessio mi ha fatto conoscere i gioielli torbidi di quel grande autore, che in Italia è quasi introvabile.

    Se poi posso buttar lì una annotazione relativa al mio romanzo, ecco che verso la fine di “Rapsodia” l’americano, Ethan Prescott, comincia a progettare un’opera (che contamini il linguaggio sofisticato della musica colta con gli stereotipi bassi della sit-com) su un (immaginario) libello settecentesco, il “Viaggio musicale nel secolo ventesimo”; in questo Joseph Mathias Mayer, un compositore tedesco antenato di Dvoinikov, immagina un viaggio nel tempo (alla Swift, alla Bergerac) nel mondo musicale del Novecento, di cui dà una immagine paradossale, caricaturale ma anche profetica.
    (È curioso scoprire che tutti i musicisti del mio romanzo nutrono una propensione per la scrittura: Prescott è praticamente un grafomane, Dvoinikov progetta trattati e edizioni critiche sul suo antenato musicista, Mayer si dedica a operette fantastiche, Thalberg è a metà di un saggio sull’accordo di settima di dominante… Come a dire che quando si tratta di fare il punto su qualcosa, di comunicare qualcosa, è la parola a tornare utile, più che la musica…)
    Ma la domanda di Massimo era un’altra, lo so: e io ho divagato senza ritegno allontanandomi dal punto. Dovrò tornarci su (ma domani, temo).

  32. Su Il Doctor Faustus, romanzo quasi dimenticato.
    La “Lamentazio Doctoris Fausti”, opera del protagonista del romanzo di Tomas Mann, è un oratorio ” in cui il musicista si contrappone a tutto ciò che di luminoso c’è nella vita, in un certo modo la Nona Sinfonia di Beethoven alla rovescia, con l’esaltazione dell’oscurità e del male invece che della gioia e della speranza”.
    Mi chiedo se Mann sia stato profeta e quanta musica e letteratura oggi abbiano questo timbro.

  33. La musica è per me un linguaggio universale, non ha bisogno di parole per descrivere un’emozione, è qualcosa di immediato, che libera la nostra sfera sensibile. La letteratura ha bisogno di più tempi, di costruzioni linguistiche che possono anche essere interpretate in modo diverso, quindi la percezione del lettore è subordinata alla propria esperienza di vita, al proprio modo di capire un racconto, al proprio giudizio critico. Le note pure, scevre di parole, entrano invece diritte senza ambiguità. Adoro la musica ed allo stesso modo la letteratura e ogni libera espressione artistica, ma non amo ad esempio la musica che si piega ad un programma letterario, ad esempio le opere di musica classica costruite per dare enfasi a fiabe o tragedie. Da Chopin a Vasco Rossi, dai Sex Pistols alla Samba…la musicalità di note e parole nel giusto equilibrio.

  34. La letteratura è a suo modo musica, ha un suo ritmo, una sua cadenza, le parole stesse sono musica e numeri come sapeva bene Pitagora, per non parlare della poesia oggi così poco letta e sottovalutata, con i versi che cantano.
    La letteratura e la musica sono attività senza senso, in questo consiste la loro sublime bellezza, sono un non-sense necessario alla vita, veicolano tempesta e quiete emotive, pungono l’animo. Hanno vita propria e in questo senso dire “faccio musica” oppure “scrivo”, appare sotto una luce ridicola, perché la materia stessa possiede scrittore e musicista. La musica, il senso del ritmo, esiste nei passi che facciamo ogni giorno sull’asfalto delle nostre città, nella pioggia che cade, nel moto dei pianeti, nel respiro, nel battito degli occhi, nel riso e nel pianto umani. Quindi impossibile liberarcene, per fortuna.
    La differenza tra letteratura e musica è come quella tra un occhio e il ritmo. Quest’ultimo possiede l’occhio attraverso il battito delle ciglia, gli da musicalità, vita. L’occhio è passivo, posseduto dalla musica, come il piede che cammina per strada, la pioggia che batte sulle tegole d’inverno. Un occhio senza battito di ciglia sarebbe catatonico.
    La letteratura è il ricettacolo del ritmo, ne è suo malgrado posseduta, anche inconsapevolmente, la sua forma definitiva non può prescindere dalla musicalità che fa parte di lei.
    Quindi non ci sono occasioni in cui la musica entra nella letteratura, la musica è letteratura, non esiste letteratura senza musica.
    C’è un’interdipendenza, un legame indissolubile, soltanto la musica è più indipendente, può esistere anche senza parole, mentre la parola nel momento stesso in cui il suono viene emesso è già una musica.

  35. (Nel frattempo ho cominciato a leggere “La nota segreta” di Marta Morazzoni: eccellente, rigoroso, intenso, appassionato – no, meglio: sensuale. Sarà una serata estremamente piacevole.)

  36. da “Schumann e Jean Paul – Una similitudine ideale)
    di Elisabetta Pani
    MUSICA E LETTERATURA: TEORIE DI TRASMUTAZIONE
    “L’estetica di un’arte è quella delle altre; soltanto il materiale è diverso”. Questo pensiero di Robert Alexander Schumann è rivelatore della tendenza tipicamente romantica a trovare un tessuto connettivo tra tutte le forme di espressione dell’uomo, a “trasmutare” un linguaggio artistico nell’altro in nome dell’assolutezza dell’Arte.
    Schumann può essere considerato il compositore più profondamente e totalmente romantico proprio per il suo grandissimo interesse per le altre arti, la letteratura in specie, che lo accompagnò sin dai primi anni della sua giovinezza, e, in particolare, per i continui riferimenti letterari delle sue composizioni. Oltre, naturalmente, che per lo slancio inventivo appassionato, struggente, tipico della sua musica; per l’amore per le forme non definite, in divenire, le creazioni inquiete, pregne di annunci e di promesse.
    Un legame profondo può unire le arti nella loro imprescindibile diversità, un’intensa parentela intellettuale, estetica, psicologica: la stessa emozione, la stessa vibrazione dell’animo, nasce, come da un sentimento generatore comune, attraverso mezzi e modalità differenti.
    Scrive Kandinsky: “Ogni arte ha un suo linguaggio, vale a dire un suo mezzo particolare ed esclusivo. Ogni arte è dunque qualcosa di concluso. Ogni arte ha una vita propria. E un regno a sé. Per questo i mezzi di arti diverse sono esteriormente diversissimi. Suono, colore, parola!.. Ma nella profonda ragione interiore, questi mezzi si equivalgono: lo scopo ultimo cancella le diversità esteriori e mette a nudo l’identità interna. Lo scopo ultimo (conoscenza) viene raggiunto nell’anima umana grazie alle più sottili vibrazioni della stessa. – … – L’affinamento dell’anima attraverso il sommarsi di determinati complessi di vibrazioni: ecco il fine dell’arte.”

    La comparazione tra musica e letteratura si basa dunque, a nostro avviso, su impressioni percettive che colgono una similitudine ideale e non tratti schematicamente individuabili. In questo senso è interessante conoscere le analogie tra musicisti e scrittori fatte da A. Wendt:” Haydn si potrebbe paragonare a Goethe in quanto predomina in lui la rappresentazione epica, Mozart per il suo pathos permeato di malinconia a Schiller; Beethoven infine per il suo umorismo omnicomprensivo a Jean Paul, ma per la sua natura drammatica a Shakespeare”.
    In particolare tra musica e letteratura si può avere una vera e propria simbiosi, che va ben al di là dei legami sonori, ritmici e formali superficialmente individuabili che adesso ci apprestiamo ad elencare. La reciproca influenza tra musica e letteratura può infatti generare, ad un livello più elementare e diretto, effetti e risultati immediatamente tangibili. Il poeta, ad esempio, può dar vita ad un vero e proprio collegamento per “analogia” col lavoro del compositore: con allitterazioni e assonanze può ottenere effetti sonori onomatopeici o descrittivi, con la metrica e l’attenta disposizione degli accenti può dar vita a singolari e “musicali” andamenti ritmici, infine, con un saggio uso della ripetizione e della variazione di formule o “frasi tematiche” può raggiungere più profonde similitudini formali con l’arte dei suoni.
    D’altro canto il compositore, nel mettere in musica testi poetici, come abbiamo visto, cerca di creare un logico legame tra le parole, con il loro significato letterale e/o drammatico, e le scelte musicali. Scelte tese ad evidenziare il senso, a dar risalto ai contrasti.
    Il lied, in questo senso, è una delle forme più tipiche, rappresentative e immediatamente tangibili della romantica commistione tra le arti. In questa piccola ma compiutissima forma , infatti, grandi capolavori della poesia europea scritti a cavallo tra ‘700 e ‘800 ( liriche di Heine, Schiller, Goethe, Byron, Wolff, Kerner, Burns) sono “tradotti” in linguaggio musicale tramite melodie originali composte appositamente dai più rappresentativi compositori romantici (Schuberth, Schumann, Mendelsshon, Brahms, Wolf).
    Il lied è un grande passo avanti nel cammino verso il raggiungimento di un’opera d’arte che comprenda e, allo stesso tempo, trascenda, tutti i generi musicali; opera d’arte in cui, come dice Wagner, l’idea poetica diventa nella linea melodica del canto “il sentimento che afferra spontaneamente” mentre la “capacità di parlare” dell’orchestra si eleva a “capacità di comunicare l’ineffabile”.
    Ma torniamo al poeta che tra rime, endecasillabi e ritornelli vuol imitare ed emulare l’intangibile mondo dell’arte musicale. Si tratta di quel trasferimento delle tecniche e degli effetti di cui hanno parlato Irving Babbit e altri scrittori a proposito della “confusione romantica delle arti”. Ma Babbit parlava anche di trasferimento di “contenuti” e bisognerebbe comprendere a fondo proprio il significato di questa espressione e chiedersi quali siano in realtà, in profondità, questi contenuti, quali sia quel significato universale che non si perde, ma anzi si chiarisce ed arricchisce, nel processo di traduzione o di trasmutazione da un sistema di segni ad un altro.
    Interessante ci sembra a questo proposito la spiegazione di Calvin S.Brown a proposito dell’utilizzo, in letteratura, della tecnica musicale del contrappunto. Essendo quest’ultimo, in musica, la presenza simultanea di due o più voci del tutto indipendenti, è evidente la difficoltà di ottenere lo stesso effetto a livello letterario; in particolare è pressocchè impossibile ottenere per iscritto un contrappunto di parole e frasi. D’altra parte, se pur oralmente teoricamente realizzabile, non è affatto facile cogliere il senso di due testi ascoltati contemporaneamente.
    L’unica forma d’arte che potrebbe, grazie all’ambientazione teatrale, ottenere, a livello puramente tecnico e superficiale, un effetto simile a quello del contrappunto musicale, sarebbe il dramma. Ma neanche quest’ultimo, in realtà, è riuscito a sviluppare a pieno la tecnica contrappuntistica, se non, in parte, in alcuni drammi elisabettiani, con ben definite trame secondarie che si alternano “polifonicamente” al filo conduttore principale.
    Nel contrappunto, infatti, le varie parti devono essere separate, quasi indipendenti, pur rimanendo collegate; alle loro spalle deve esserci una qualche idea unificante, un contenuto comune.
    Il contrappunto, insomma, non è fine a se stesso, non può essere una coincidenza casuale di discorsi o trame simultanee; proprio la musica ci insegna che non si tratta di una semplice tecnica compositiva, ma di un vero e proprio punto di vista ideologico, quello che predilige la complessità alla semplificazione del reale, che vuol rappresentare le molteplicità e i difficili legami che segnano l’esistenza dell’essere umano, che vuol dar voce a tutti i punti di vista, perché la realtà non è mai una sola, e ogni voce ha diritto ad esprimere il suo, personale, sentimento di vita.
    Il contrappunto, quindi, non è una “tecnica” da individuare solo in superficie, ma un’idea, un contenuto, un significato.
    “Tra gli scrittori ossessionati dal contrappunto la maggior parte ha compreso sin dall’inizio l’impossibilità di proporre un suo esatto parallelo letterario, e di conseguenza si è sforzata di escogitare un qualche artificio che potesse passare per un equivalente approssimativo. Il più comune tentativo di risolvere il problema si basava sull’idea di un rapido spostamento dell’attenzione da una cosa all’altra. Conrad Aiken (1889-1973), che si è occupato a lungo e con buoni risultati del problema di adattare gli effetti e gli espedienti musicali all’uso letterario, scrisse una volta un saggio piuttosto dettagliato sulla sua brama di contrappunto e sui metodi tentati per assicurare la sua pratica anche alla poesia…La sua soluzione principale prevedeva l’alternanza di immagini, stati d’animo ecc. Una delle poesie di Aiken, “A Conterpoint”, illustra bene il metodo nella sua forma più semplice. Il brano è imperniato su due persone, un uomo anziano e una giovane donna, che vivono nello stesso edificio in due appartamenti diversi, uno sopra l’altro, e benché da un punto di vista strutturale ci sia semplicemente una rapida alternanza poiché i due “rincorrono i loro diversi sogni” viene mantenuta una interrelazione costante tra le due serie indipendenti di pensieri.”
    Ciò che conta, dal nostro punto di vista, nel lavoro di Aiken, non è tanto il “contrappunto” stilistico, ma quello del pensiero e dei piani psicologici; per la nostra visione della comparazione tra musica e letteratura non è affatto fondamentale che i due protagonisti della poesia siano posti fisicamente ( e visivamente) l’uno sopra l’altro, ma piuttosto che i loro pensieri, le loro riflessioni, i loro sogni, si intreccino nel contrappunto percettivo del mondo del lettore, trascinandolo nell’universo della molteplicità dei punti di vista e delle realtà.

    Robert Schumann scrive nel 1839 ad un ammiratore belga, Simonin De Sire: “Lei non conosce Jean Paul…Da lui ho imparato più contrappunto che dal mio insegnante di musica”. Questa frase è una vera rivelazione che abbatte ogni dubbio e ci porta ad una più salda consapevolezza: l’estetica di un’arte è quella delle altre, come anche il contenuto, i moduli espressivi. Infine il senso ultimo di un’arte è il senso ultimo, universale, che accomuna tutte le altre.
    Jean Paul, con la sua arte nel sovrapporre trame e piani compositivi tipica dei suoi romanzi, ha insegnato al giovane compositore l’arte del contrappunto, inteso come incastro tra due o più voci, come coesistenza di molteplici linee o punti di vista; Jean Paul con i suoi capolavori ha insegnato a Schumann l’arte del cogliere il mondo nella sua estrema complessità, nel suo intricato e arditissimo contrappunto di vite e di sentimenti.
    Per Schumann l’arte di Jean Paul contiene l’essenza stessa della musica, e quando egli, in numerose circostanze, mette Richter e Bach l’uno accanto all’altro come Maestri che hanno avuto su di lui l’influsso più grande, così egli esprime chiaramente che la musica e la letteratura sono per lui una unità, una “poesia” la cui forma espressiva può essere di suoni come di parole.
    D’altra parte il giovanissimo Robert ancor prima di approfondire la sua conoscenza di Jean Paul, scrisse per la cerimonia scolastica degli esami di maturità un discorso “Sulla Profonda affinità tra Musica e Poesia”. E ancora, quando il compositore ventiquattrenne decise di dar vita ad una propria rivista musicale “Il nuovo giornale della musica di Lipsia” ci tenne a precisare che egli non voleva fornire al suo pubblico informazioni di tipo esclusivamente musicale, bensì trattare ogni sorta di argomenti che potessero interessare “artisti in genere”.
    Dice Schumann: “Riteniamo che il pittore può davvero imparare altrettanto bene dalle Sinfonie di Beethoven, come un musicista da un capolavoro di Goethe.” Ancora una volta, quindi, musica e letteratura, ma anche musica e pittura, figlie di comuni intenti artistici e universali, sorelle che si scambiano insegnamenti, metodologie, ma soprattutto suggestioni, emozioni.

  37. MUSICA, LETTERATURA, PITTURA: ESEMPI DI TRASMUTAZIONI
    Una parentela, quella tra le arti, che non cesserà di esprimersi nel periodo romantico, ma che arriverà, passando dalla imprescindibile definizione di arte totale di Wagner, sino alle avanguardie del ’900 e a rapporti di collaborazione materiale e ideale tra rappresentanti illustrissimi delle arti più diverse.
    Un esempio tra tutti è il rapporto di profonda amicizia intellettuale e artistica tra Schönberg e Kandinsky. Il celeberrimo pittore, dopo aver ascoltato ad un concerto (tenutosi il primo gennaio 1911) il Quartetto per archi op.10 e i Klavierstücke op.11 di Schönberg, decise di scrivere al compositore una lettera di profonda ammirazione. Kandinsky aveva ritrovato nella musica del padre della dodecafonia lo stesso tentativo di rottura con le passate convenzioni, la stessa rivoluzione o “disgregazione” strutturale che lui stesso stava cercando di attuare nella pittura.
    “…Ma i nostri intenti, il nostro modo di pensare e di sentire hanno così tanto in comune che sento di poterLe esprimere la mia simpatia. Nella sua opera Lei ha realizzato ciò che io, in forma naturalmente indeterminata, desideravo trovare nella musica. Il cammino autonomo lungo le vie del proprio destino, la vita intrinseca di ogni singola voce nelle Sue composizioni, sono esattamente ciò che io tento di esprimere in forma pittorica. – … – Penso infatti che l’armonia del nostro tempo non debba essere ricercata attraverso una via “geometrica”, bensì attraverso una via rigorosamente antigeometrica, antilogica. Questa via è quella delle “dissonanze nell’arte”, dunque anche nella pittura, come nella musica…” Le “dissonanze nell’arte”, questa musica e questa pittura disgregate, frammentate, senza una forma (almeno apparentemente), talvolta persino caotiche e illogiche, sono il risultato di un’identità nel modo di sentire la vita e l’atto artistico, un’identità che nasce da un comune disagio rispetto a vecchi schemi e ad obsolete tradizioni. Ciò che cambia, come dice Schumann, è solo il “materiale”, laddove invece i contenuti e il senso estetico sono talmente simili da risultare interscambiabili.
    Ma torniamo a Jean Paul. Possiamo capire, da una pagina di diario dello stesso Schumann, come la sua opera poetica diventi esempio, modello, di una nuova libertà formale.
    Schumann infatti sostiene l’esistenza di una analogia tra la “struttura della libera fantasia nella musica” , i polimetri di Jean Paul e gli antichi cori greci. Questa libertà nasce dall’indipendenza dalle leggi del metro poetico e musicale, e questa forma d’arte libera sarebbe più geniale e più spirituale della forma tradizionale e vincolata.
    “Schumann considerava la forma di poesia di Jean Paul come esemplare per una nuova forma di poesia e di musica che verrebbe ampiamente esonerata dalle leggi della lirica metrica, e quindi dai principi di simmetria del periodo musicale”.
    “La musica sembra voler ritornare alle sue origini primordiali, quando ancora non la opprimeva la legge del rigore della battuta, ed elevarsi indipendentemente al discorso libero da ogni costrizione, ad una superiore interpunzione poetica (come nei cori greci, nel linguaggio della Bibbia, nella prosa di Jean Paul)”.
    Schumann quindi con i suoi scritti, le sue riflessioni e con la sua stessa opera ci spiega il vero, profondo legame tra musica e letteratura ed egli stesso incarna questo legame portando ai suoi massimi livelli una simbiosi che raramente ha conosciuto realizzazioni così profonde. Ne è un esempio l’op. 2, “Papillons”, nata dalla lettura dell’ultimo capitolo dei “Flegeljahre” di Jean Paul, “Larventanz”, ovvero “Ballo mascherato”. “Io ero quasi inconsapevole al pianoforte e così veniva fuori un Papillon dopo l’altro” scrive il giovane compositore nel 1832. Egli non musicò mai un Polimetro del suo idolo Jean Paul, non gli interessava sottolineare questo tipo di legame, non sono le sue parole a dare materiale alla produzione artistica di Robert bensì l’intero animo, il pensiero, il senso artistico del poeta Jean Paul.
    Qualcosa di simile a Papillon accade per la genesi di una composizione pur tanto diversa e lontana nel tempo, ovvero l’”Histoire de Babar” di Francis Poulenc. “La figlioletta di uno dei cugini di Poulenc sentendo Poulenc improvvisare gli si avvicinò e disse: – quello che state suonando è molto noioso. Perché non suoni questo? – E gli mise sul pianoforte la sua copia del libro illustrato di Jean de Brunhoff. Poulenc ne fu affascinato e cominciò a improvvisare quello che sperava corrispondesse ai sentimenti della bambina”. In questo caso il legame tra musica e letteratura è “mediato” dall’immagine, dall’illustrazione, scatenando un’improvvisazione più spontanea, immediata e, se vogliamo, semplificata.
    Si tratta anche in questo caso di un processo di “traduzione”, “trasmutazione”, “comparazione”.

    E’ curioso notare quanta musica, quanta “comparazione” si ritrovi nei giudizi su Jean Paul. Già Novalis aveva riconosciuto che “Richter poetizza una fantasia musicale”. Wihelm Dilthey lo chiama apertamente “il poeta più musicale di questi tempi”. Hugo da Hofmannsthal afferma ancora: “La poesia tedesca non ha prodotto niente che sia così imparentato con la musica”. Infine Max Kommerell afferma che Jean Paul è riuscito a creare una nuova arte nel linguaggio, “la prosa cha canta”.
    Schumann e Jean Paul incarnano quindi il più profondo e intimo legame tra due arti apparentemente così diverse come musica e letteratura, grazie ad una identità nell’ispirazione, nello stile, nella forma, nello stesso sentire la vita e l’arte. “Robert Schumann è il Jean Paul musicale” scriveva Lenser nel 1838 nel saggio “Robert Schumann e la scuola romantica” apparso sulla rivista “Zefiro”, e forse, anche se Jean Paul non ha potuto risentire dell’influenza della musica schumanniana, potremmo chiamarlo “lo Schumann letterario”.
    Ma, nonostante l’evidente paradosso cronologico, è inevitabile chiedersi quali sarebbero state le reazioni di Richter nell’ascoltare l’umoristica, drammatica, rivoluzionaria musica schumanniana; forse, ispirato dalle suggestioni di quest’ultima, avrebbe scritto polimetri o romanzi “alla Schumann” o, addirittura, avrebbe inserito vere e proprie “citazioni” dell’opera del compositore facendo suonare ai suoi innumerevoli personaggi “musicanti” melodie tratte da “Papillons”, dalle “Scene infantili”, da “Davidsbündler”, dal “Carnaval”.
    E’ ciò che accade in uno dei capolavori della letteratura tedesca del ’900, la novella di Schnitzler “La signorina Else” pubblicata nel 1924, a cavallo delle due guerre mondiali, periodo di crisi e disgregazione della società borghese ormai corrotta e priva di ideali e di quella cultura che sino ad allora l’aveva rappresentata.
    La protagonista vive l’eterno dramma di coloro che, non accettando i compromessi, le falsità, i ricatti di una società dominata dall’immoralità e dal dominio del denaro e del sesso, sono costretti ad isolarsi, a ripiegare nel mondo della propria coscienza, ad esistere solo nella propria interiorità in una condizione di smarrimento e di distacco, tragico e disperato, dal mondo reale.
    Attraverso il monologo interiore, un vero e proprio flusso di coscienza senza schemi, regole, forme precostituite, ma legato solo al mondo di sentimenti, percezioni, emozioni della protagonista, siamo trascinati nel “suo” mondo, e guardiamo con i suoi occhi le atrocità di una realtà bieca e insostenibile. E proprio nel momento più tragico dell’intera novella, quando la giovane, ormai distrutta nel proprio essere e in preda ai primi effetti allucinatori di un veleno mortale spontaneamente ingerito, si mostra nuda davanti ad uno squallido individuo per ottenere la somma di denaro necessaria ad evitare l’arresto del padre, proprio in quel momento Schnitzler inserisce “fisicamente” e “narrativamente” stralci del “Carnaval” di Schumann.
    “Ma che ho fatto? Che ho fatto? Che ho fatto? Svengo. Tutto è finito. Ma perché non c’è più musica?” E così, proprio sulle note di Florestano, la giovane donna ha compiuto il suo estremo sacrificio e comincia lentamente a morire esattamente quando la musica si interrompe. Una musica scelta non a caso: il Carnaval, infatti, come vedremo (capitolo V) è il luogo della maschera e della finzione, della lotta tra i sostenitori dell’autenticità e della solidità dei valori nella vita come nell’arte e coloro che invece perseguono facili mete e falsi ideali.
    E’ l’eterna lotta tra il mondo prosaico e le anime poetiche, quella lotta che Jean Paul aveva risolto nell’ umorismo, sereno, tragico talvolta, ma pur sempre ancorato ad un mondo ancora fiducioso nell’uomo e nel futuro della società.
    Schumann, con il suo “Carnaval”, funge da tramite tra i due autori, anche lui arriverà a quella disperazione insanabile, a quell’assoluta impossibilità di integrazione che porta la giovane signorina Else ad uccidersi. Finisce la musica, il gesto è ormai compiuto, e ad esso si collega inevitabilmente la morte della protagonista, ritenuta pazza proprio da coloro che la circondano, coloro che dovrebbero amarla e disperarsi con lei.

    La musica del “Carnaval” ha quasi aiutato, accompagnato la messa in scena di Else, il suo mostrarsi nuda; lei a tratti riflette, a tratti ascolta la musica di Schumann, non un compositore a caso, proprio lui che viveva il suo stesso dramma, proprio lui che nell’impossibilità assoluta di essere compreso dal mondo decise di gettarsi nel Reno e che, solo due anni dopo, ormai internato in un manicomio, esprimeva a sua moglie Clara il desiderio di avere una copia del suo romanzo preferito: “Flegeljahre” di Jean Paul.

  38. Condivido il pensiero di Claudio Morandini sulla differenza che intercorre fra la Musica classica dove non c’è il verbo ed il rock, pop, o comunque il cantautore che sullo spartito ci mette la poesia, viceversa, sul testo la musica.
    Elisabetta Pani ha spiegato al massimo quello che la sottoscritta ha pensato in modo elementare e cioè che mi piace comunque il risultato finale, mi piacciono gli abbinamenti, anche i più insoliti, nel mixer delle arti gli elementi si richiamano fra loro e tutto è possibile. Ma ci pensate, certi film a scena muta non diventano straordinari con il sottofondo musicale? o la lettura di certi testi letterari (anche su palcoscenico) accompagnati dagli strumenti riprendono una vita inconsueta, la musica può accomapagnare qualsiasi cosa, quando il connubio è azzeccato. Altrimenti, si è vero, è meglio il silenzio.
    Non ci sarebbe Baudealire senza Delacroix, Renoir, Monet senza Zola e Flaubert, Pollock è gia jazz, Heminguay lo sa.
    Baci.

  39. Nel rapporto musica-letteratura mi viene in mente per prima cosa la lirica: opere nate da storie, Orfeo (mito di Orfeo ed Euridice), Madama Butterfly (Madame Chrisantéme), La Traviata (La signora delle Camelie) e quanti altri. La voce silenziosa della parola scritta ha trovato forza nella forza della musica e delle voci che hanno esternato le passioni tragiche. L’antico binomio musica-letteratura accompagna da sempre un altro antico binomio, eros e thanatos.

  40. Buonasera a tutti.
    Mi scuso per il ritardo con il quale rispondo (o meglio, provo a rispondere) alle specifiche e stimolanti domande sottoposte da Massimo Maugeri.
    Che dire? Ho visto che molti altri si sono già scatenati ad esprimere le proprie riflessioni, degne di essere delibate con una particolare attenzione. Preferendo quindi opportuno evitare di incorrere in doppioni inutili e stanchi per il lettore, vorrei soffermarmi su un altro aspetto poco considerato. Mi riferisco al “fraseggio” narrativo, che in teoria può scaturire dall’ascolto della musica, magari in cuffia mentre si è concentrati sul pc portatile a scrivere, riuscendo a non ascoltare i ticchettii odiosi della tastiera (nulla in confronto ai tasti della vecchia Lettera 32!). Ebbene, più passa il tempo, e più mi rendo conto che sono due fattori diversissimi e opposti tra loro. Non perchè non possano necessariamente essere collegati (e magari lo sono per l’autore, che collega questa o quella pagina a questa o quella soundtrack, a prescindere che sia solo di musica classica), bensì per il fatto che il testo scritto alla fine vive di luce propria. O meglio, di una sua musicalità, di un respiro che si può percepire attraverso la pagina scritta, e che emerge in tutta la sua potenza, che va quindi oltre le righe stampate d’inchiostro, acquisisce una sorta di forma voluminosa, quale è quella della musica che si ascolta (questa percezione emerge dal vivo, di fronte a un pianista, un quartetto d’archi, anche e soprattutto una grande orchestra sinfonica), ma che è diversa… non so come spiegarmi. Potrei dire che il binomio che ho in mente nel leggere certe pagine non necessariamente è lo stesso che può immaginare il lettore, perchè magari, forse, ha altre note nella propria testa, proprie e diverse immagini di musicalità che si sviluppano dalla lettura della pagina scritta.
    Secondo me, un altro dei fattori da analizzare è proprio questo. L’influsso della musica, di cui si ha una piena conoscenza (intesa, per essere chiari, come conoscenza mnemonica dovuta al ripetuto ascolto), che va ad incidere sulla narrazione.
    Per spiegarmi, vorrei citare una scena chiave di un film di Cameron Crowe, “Almost famous”. Quella scena, in realtà, era stata tagliata e pertanto non era stata utilizzata “Stairway to heaven” dei Led Zeppelin. Difatti è finita negli extra del dvd. Ebbene, in quella scena il giovane William deve convincere la madre e le sue parenti a lasciarlo partire per il suo primo servizio per Rolling Stone, per intervistare il gruppo rock degli Stillwater. E lo fa proprio con l’ascolto condiviso di “Stairway to heaven”. Che però dal dvd non si sente. C’è solo silenzio. Ma vediamo le reazioni dei personaggi, in questo e in quel punto. Non si ascolta la musica, si può collegare questo aspetto a quel passaggio strumentale, e così via. Certo, si capirebbe tutto se con lo stereo di casa nostra (come suggerisce il regista, prima dell’inizio della fase della scena) ognuno provasse a cimentarsi col playback, come quando ci proiettavamo col super 8 muto il mangiacassette con il sonoro dello stesso cartone animato, tantissimi anni fa. Ma proprio qui sta il bello, nell’immaginarsi una colonna sonora diversa.
    Proprio a ripensarci, mi viene in mente la scena finale del mio primo romanzo (Taci, e suona la chitarra!). Era tutta ambientata in Val Badia, avevo scelto di dare un taglio espositivo rasserenante, e così mi ero servito, in fase di stesura, dell’ascolto ripetuto dell’adagio conclusivo della Sinfonia n. 3 di Gustav Mahler;tante le ragioni, ovviamente, Mahler scriveva la quasi totalità di quelle sinfonie d’estate a Dobbiaco, proprio in quelle vallate, e pensavo che l’ascolto di quel tipo di suono potesse influenzarmi. Mi sono reso conto solo più avanti che un conto era il flusso narrativo di quel corposo e abbracciante finale e un altro era invece ciò che potevo esprimere, attingendo proprio da quell’atmosfera a metà tra il sereno, il malato, l’angosciante, il dolore più lacerante, quasi vicino alla morte, e in fine quel senso di resurrezione, di ritorno ad una nuova vita. Quell’aspetto, forse, non scaturiva dal testo che ne è venuto fuori.
    Perchè erano due situazioni diverse, queste.
    Comunque mi riservo di sviluppare questi temi a ripartire da domenica sera, se ce la faccio.
    Grazie per l’ospitalità.

  41. Caro Massimo, le domande sono sostanziose e interessanti. Nei prossimi giorni ti rispondo. Grazie per avermi coinvolto.
    Saluti a te e a tutti.

  42. Buongiorno a tutti!
    Concludo la risposta alla domanda di Massimo su come la musica abbia “rappresentato” la letteratura. Anche a me, come a G. Franca Graziani, viene innanzitutto in mente l’opera, che ha posto sulla scena il letterato, il poeta spesso, e lo ha fatto agire contro forze più grandi (la Storia, l’Amore, la Perdita dell’ispirazione, la Morte…).
    Il primo titolo che voglio citare è “Death in Venice” di Britten (da Mann, ovviamente): lo scrittore, il disfacimento, le illusioni, l’agonia di un mondo… C’è tutto (e Ethan Prescott sarebbe d’accordo con me).
    Poi, alla rinfusa: “Hyperion” di Maderna (da Hölderlin, il Poeta è rappresentato da un flauto), l'”Elegia per giovani amanti” di Henze, l’Allen Ginsberg che compare nel “Marilyn” di Ferrero, l’Hoffmann che fa da padrone di casa ne “Les contes d’Hoffmann” di Offenbach…
    E l'”Andrea Chénier” di Giordano. Poesia, Storia, Libertà, Martirio…
    (E questa è fatta, Massimo! Saluto te, Marta Morazzoni, Achille Maccapani e gli altri.)

  43. Così come la musica, toccando note profonde e sconosciute, viene apprezzata per l’armonia dei suoni, allo stesso modo ritengo che la scrittura debba innanzitutto suscitare delle emozioni. E’ facendo appello alle emozioni, e non solo all’intelletto, che un testo letterario può essere realmente apprezzato. Per affascinare e coinvolgere il lettore, infatti, bisogna implicarlo emotivamente, e in questo caso la scelta del ritmo ed il riuscire a dare il giusto dinamismo al testo è fondamentale.
    Un libro non è apprezzabile solo per il contenuto e per il significato, ma anche per la sua forma, la semplice leggibilità e la gradevolezza della lettura.
    Sarò “all’antica” ma apprezzo ancora la consonanza delle parole e la musicalità del testo, amo uno stile abbastanza classico, che non indulge in quel nuovo genere chiamato “scrittura creativa” che aborrisco e il cui risultato è il proliferare di sterili esercizi di stile, fini a se stessi e di nessun interesse, ma che anzi disturbano la lettura con una ricerca continua di figure retoriche che si vorrebbero originali ma che, spesso, fanno solo stridere i denti.
    Ciò che rende godibile un testo sono la rapidità e la concisione dello stile. Leopardi rimprovera ad Ovidio una certa prolissità e si chiede perché in lui le immagini siano così poco piacevoli. E risponde: “Perché queste immagini risultano in lui da una copia [abbondanza] di parole e di versi, che non destano l’immagine senza lungo circuito, e così poco o nulla v’ha di simultaneo, giacché lo spirito è condotto a veder gli oggetti appoco appoco per le loro parti”.
    Saper creare musica è un talento naturale, una dote, come saper dipingere e scrivere. La tecnica si può imparare, ma non potrà mai sostituire la sensibilità dell’artista o la sua capacità di saper descrivere situazioni e stati d’animo, come se fosse nel bel mezzo dell’emozione che li ha provocati, suscitando nel lettore turbamento e commozione. Un buon libro è come una sinfonia di Chopin o un pezzo dei Pink Floyd.

  44. Carissimo Dottor Maugeri,
    complimenti per questo interessantissimo spazio che, da amante appassionato dell’opera, mi consente di dire una cosa a cui tengo molto. E cioè che musica e letteratura hanno spesso attinto al medesimo cuore. Deve sapere che io sono un affascinato cultore di un genere letterario assolutamente in disuso, quello dei “librettisti”.
    Come saprà di certo i librettisti erano coloro che prestavano la propria prosa per adattarla alla musica dei grandi compositori. In Italia ne abbiamo avuti di validissimi (Lorenzo da Ponte, Angelo Anelli, Jacopo Ferretti, Cesare Sterbini, Felice Romani, Temistocle Solera, Francesco Maria Piave, Salvatore Cammarano, Arrigo Boito, Giuseppe Giocosa, Luigi Illica).
    Purtroppo nell’Ottocento, in pieno Romanticismo, i critici del melodramma sostenevano che i librettisti non erano poeti, bensì “volgari prosatori”. Ultimamente, invece, c’è stata una legittima rivalutazione.
    Tali artisti, infatti, erano dei veri letterati e se anche in massima parte hanno attinto da drammi e commedie di altri grandi autori (Schiller, Byron, Hugo, Shakespeare, ecc.), hanno tuttavia saputo con estrema eleganza e con sottile arte, mettere in poesia un’altrettanto ottima prosa.
    Per esempio Temistocle Solera scrisse per il Nabucco, di Giuseppe Verdi, i versi del più celebre coro del melodramma, il famoso canto disperato degli schiavi ebrei, i quali, sulle sponde dell’Eufrate, sono accompagnati solo dalla nostalgia per la loro perduta patria:
    «Va’, pensiero sull’ali dorate, / va’ , ti posa sui clivi, sui colli, / ove olezzano tepide e molli / l’aure dolci del suolo natal!»

    Si tratta di una doppia arte: abbinare i versi al ritmo e insieme legare storia, personaggi, trama sovrapponendoli a pause e note.
    Segno che l’arte si nutre davvero di innesti e non conosce schematizzazioni!
    Una felice sera dal sempre suo
    Professor Emilio

  45. Sono sommerso delle ondate di parole che stanno riempiendo questo blog !
    E’ la prima volta che mi capita di scrivere su un blog, anche perché la mia età non favorisce la confidenza verso questo mezzo di comunicazione; ma sono stato attirato dal tema: certo non banale e non frequente, considerando che da sempre nutro una grande passione per la musica e sono un (modesto) lettore da fine settimana; per lavoro, infatti, sono più avvezzo a leggere (e “comporre”) relazioni tecniche, normative e documenti di pianificazione territoriale.
    Ciò anche per giustificare la pochezza di quel che segue, in un contesto che – mi pare – ha il solo limite di un dotto dialogo, ma tra “addetti ai lavori”.
    Vorrei perciò focalizzare il mio velleitario contributo su due considerazioni, tra loro, in qualche modo, correlate o conseguenti.
    1 – la sperequazione tra i due poli della questione: per “musica” sono portato a intendere una forma di espressione umana che si concretizza con suoni di strumenti, voci e altri mezzi in grado di produrre – appunto – suoni. “Musica”, di per sè, non chiarisce le caratteristiche, i contenuti o il pregio del prodotto: è musica la suoneria di un telefono, così come il sottofondo di uno spot pubblicitario. La musica nasce e muore; al limite può essere registrata e riascoltata, oppure essere scritta e reinterpretata. Può essere “Arte” (quando il Tempo e la Sorte lo decidono) o può essere vacuo sfogo (forse salutare). “Letteratura” è un termine che presuppone – mi pare – un riconoscimento, da parte di un editore e dall’altro da un insieme non vuoto di lettori. Diversamente, dovremmo parlare più genericamente di “Scrittura”. Il confronto tra “Musica” e “Scrittura” potrebbe – per la verità – essere ancora più stimolante !
    Tant’è che, in uno dei primi commenti di questo blog, siamo stati invitati a riferirci a una “certa” musica.
    2 – e qui entra in gioco l’attributo “colto”, cui, in modo automatico, si attribuisce una valenza di positività. Ma qualcuno ha la definizione di “musica incolta o stupida” ? Non vorrei si confondesse cultura e complessità (come mi pare accennato quando si definiscono le musiche pop e rock come prive di adeguata complessità – invito all’ascolto di qualche album di Genesis o Zappa o Pink Floyd; e “Sergent Pepper” è incolto ?). Preciso che chi scrive, quasi cinquant’anni fa, con i compagni di scuola, scopriva i Beatles (senza la mediazione di Gianni Minà), conoscendo a memoria le sinfonie di Beethoven, mentre si appassionava a Brahms ed entrava nello straordinario e infinito mondo del Drama wagneriano, questo sì, splendida applicazione di unione tra musica (ritengo adeguatamente “colta”) e letteratura ! D’estate, però, in riva al mare, vivevo intense sensazioni e serate indimenticabili nell’unione tra le note che uscivano malamente da un paio di chitarre e le parole che non so se classificare “letteratura”: Mogol, Guccini, De Gregori …
    In sintesi – non conclusiva: la Musica vive di sè e può vivere CON le parole; la Letteratura vive DI parole.

    Mi piacerebbe rispondere alle domande, ma ho troppo sonno ed è già lunedì !

    Chiedo comprensione per il “pistolotto” e auguro buona notte.

  46. A Luigi Fortunato: l’etichetta di musica “colta” è insoddisfacente, come capita spesso con le etichette, ma è comoda ed è comunemente usata. Sono pronto a usarne un’altra se ce n’è un’altra più calzante (e altrettanto comoda). Scrivere musica “colta” non presuppone l’esistenza di una musica “incolta” (così come, che so, la musica “leggera” non presuppone una musica “pesante”). Non ho scritto quello che Luigi, nel difendere appassionatamente la dignità di tutta la musica, mi attribuisce. Ho semplicemente proposto di delimitare il campo della discussione. Ma che il rock e il pop siano strutturalmente semplici non è uno sgarbo, è una semplice constatazione. Più semplici, più immediati, più fruibili.

  47. In ogni caso, e lo dico con un sorriso, non vale citare Zappa per dimostrare la complessità del rock! Zappa era un eclettico onnivoro, che pescava a piene mani da ogni musica. La complessità gli viene da questo approccio dongiovannesco alla musica, oltre che dall’ammirazione per le complesse partiture di Varèse e Stravinskij.

  48. Ripropongo a questo punto la questione principale di questo forum: COME LA MUSICA PUÒ ENTRARE NELLA LETTERATURA (nella narrativa, in particolare?)? O, riformulando: COME LA PAGINA SCRITTA RACCONTA LA MUSICA?
    Aspetto con grande curiosità le risposte di Marta Morazzoni e Achille Maccapani.

  49. Non lascerei cadere nemmeno la questione della “musicalità” della pagina. Ci sono scrittori che “compongono”, altri che “orchestrano” le loro pagine con una sensibilità che non è semplicemente cura formale o gusto retorico. Me ne viene in mente uno, Guido Conterio (“Città caffè”, “Fosca Bis”, entrambi Mobydick), che spero possa partecipare presto a questo dibattito.

  50. Complimenti per la bella discussione. Anche se non intervengo, vi seguo con piacere e ammirazione.
    Laura

  51. laura mi ha tolto le parole di bocca 🙂
    seguo anch’io e imparo tanto dai vostri post. grazie mille.

  52. Sorelle e rivali, musica e letteratura intrattengono da sempre stretti rapporti: condivisione di forme, conflitti per il primato, reciproche sollecitazioni espressive e linguistiche. Una dialettica che interessa la poesia, il teatro, ma anche, soprattutto tra Ottocento e Novecento, la narrativa. Perché un romanzo si legge, ma si deve anche ascoltare.

    Poesia, musica, danza: Wagner amava immaginarsele come tre sorelle unite, nell’antica Grecia, in un eterno girotondo. Unità originaria perduta, che egli intendeva ricomporre. Anche senza condividere l’ideale di una fusione delle arti, vale la pena di riflettere sul rapporto di interazione tra l’espressione letteraria e quella musicale. Sappiamo che per i Greci la mousiké era la poesia cantata; ma delle note di quella ‘musica’ ci sono pervenuti pochissimi frammenti di incerta decifrazione. Conviene quindi lasciare il mondo antico e partire dal più familiare terreno della letteratura italiana, dove fin dal Trecento la ‘poesia per musica’ costituisce un genere specifico e caratteristico.
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    Marina Verzoletto è pianista, critico musicale dei mensili «Letture» e «Jesus»; già docente di Filosofia e Storia nei licei, ora Dirigente scolastico del Liceo Artistico Felice Casorati di Novara

  53. Poesia per musica
    Una ‘poesia per musica’, in quanto pensata in vista della sua intonazione, ha una precisa struttura metrica: articolazione in strofe, versi regolari, simmetrie richieste dalla periodicità degli accenti musicali. Anche nella scelta dei vocaboli e nella disposizione dei suoni presta attenzione alle esigenze tecniche della voce. Metastasio nei suoi libretti mostra bene quanto sia più comodo cantare sulle ‘a’ e sulle ‘o’; le sue coppie di brevi strofe in rapidi versi dalla fluida scorrevolezza ritmica offrono il supporto ideale alla struttura melodica e virtuosistica dell’aria «col ‘da capo’» settecentesca. Non meno significativa era stata, quattro secoli prima, la vicenda dell’Ars nova, con le sue forme poetico-musicali, il madrigale e la ballata. Nel Trecento il madrigale presentava precise caratteristiche formali: da due a quattro stanze di tre versi settenari o endecasillabi, in rima libera, concluse da un ritornello o coda di uno o due versi, che riassumeva il senso del componimento. A ogni verso corrispondeva una frase musicale; nei madrigali più antichi le melodie della prima stanza erano riprodotte nelle successive. I due versi della coda potevano avere melodia identica oppure melodie diverse; talvolta la ‘licenza’ era identificata da un metro ternario, in contrasto con quello binario della stanza. L’altra forma principale dell’Ars nova italiana, la ballata, fin dal nome rivela rapporti con la danza, che si manifestano nella struttura rigorosa di ripresa-piede-piede-volta-ripresa (A-B-B-A-A). Lo stile melodico è meno fiorito rispetto al madrigale; in compenso c’è una maggiore vivacità ritmica.
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    Marina Verzoletto è pianista, critico musicale dei mensili «Letture» e «Jesus»; già docente di Filosofia e Storia nei licei, ora Dirigente scolastico del Liceo Artistico Felice Casorati di Novara

  54. Poeti in musica
    Se nella ‘poesia per musica’ è la seconda a orientare le scelte della prima, non mancano casi di influenza della poesia sulla musica. Esemplare il caso di Petrarca: una poesia pura che, affidata ai compositori, crea una forma musicale ad hoc. Nel Cinquecento Petrarca diventa canone poetico e musicale al tempo stesso: petrarchismo e madrigale sono fenomeni indissolubili. Esiste ancora una forma poetica chiamata madrigale, ma è molto più libera di quella trecentesca; e soprattutto, in musica si chiama madrigale anche la composizione su forme poetiche come sonetto, canzone, ballata, sestina. Tratto distintivo del madrigale cinquecentesco è la stretta corrispondenza fra testo e musica, che va oltre l’equivalenza semantica dei “madrigalisti” (per esempio, la melodia che sale sulla parola “cielo”) per ricercare il significato intimo del testo. Il risultato è una composizione non strofica, con sezioni sempre diverse la cui struttura è dettata dal contenuto più che dalla forma della poesia.
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    Marina Verzoletto è pianista, critico musicale dei mensili «Letture» e «Jesus»; già docente di Filosofia e Storia nei licei, ora Dirigente scolastico del Liceo Artistico Felice Casorati di Novara

  55. Io canto da sola
    Nella meravigliosa fioritura della polifonia madrigalistica cova il germe di un conflitto per il primato. Tra Cinquecento e Seicento letterati e musicisti manifestano insofferenza per le complicazioni contrappuntistiche e, appellandosi a un’idealizzata antica Grecia, inventano il melodramma e con esso la monodia accompagnata, il canto a una sola voce, nel quale “l’oratione sia padrona dell’armonia e non serva”, come scrive il grande Monteverdi. Breve illusione, perché i virtuosi del belcanto non tardano a far valere le loro esigenze, e quelle del pubblico pagante. La storia dell’opera nel Seicento e Settecento sta tutta nella forza centrifuga della musica rispetto al testo, e nel reiterato tentativo di ricondurla alla disciplina di questo. Al di là degli esiti altissimi che i progetti di “riforma” (Gluck) o la genialità dei singoli (Mozart) sortiscono, i rapporti tra le arti sorelle si raffreddano: i letterati non sembrano guardare alla musica che come a un galante ornamento nella vita dell’uomo colto.
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    Marina Verzoletto è pianista, critico musicale dei mensili «Letture» e «Jesus»; già docente di Filosofia e Storia nei licei, ora Dirigente scolastico del Liceo Artistico Felice Casorati di Novara

  56. Attrazione fatale
    Alla ricerca dell’unità perduta muovono con decisione i Romantici. È una liaison tanto dangereuse quanto intrigante, dalla quale il Settecento si era tenuto prudentemente lontano. Il ‘musicale’, misterioso e incontrollabile elemento disgregatore, si insinua nella poesia. La musica è sentita come il grembo da cui sono sorte tutte le arti e al quale torneranno. I poeti sono i primi a insistere sull’inadeguatezza della parola; solo la musica può attingere la verità suprema e immediata. E.T.A. Hoffmann proclama che “la musica è la più romantica di tutte le arti, anzi si potrebbe quasi dire che è la sola arte perfettamente romantica”, capace di dire l’ineffabile, il magico, l’inconscio, l’universo del sentimento e dell’inquietudine spirituale. Anche il poeta cerca di creare una nuova musica verbale, rafforzando la vibrazione musicale che anima la lirica autentica o accontentandosi del gioco sonoro di vocali e consonanti. Da questo sfondo emergono la teorizzazione e la pratica poetica, drammatica e musicale di Wagner. Il ritorno all’unità originaria è da lui espresso con la forza di un’immagine carnale: “La musica, intesa come donna, deve necessariamente essere fecondata dal poeta, inteso come uomo”. Essendo poi l’autore sia poeta che musicista, l’opera d’arte totale acquista un’inquietante fisionomia androgina.
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    Marina Verzoletto è pianista, critico musicale dei mensili «Letture» e «Jesus»; già docente di Filosofia e Storia nei licei, ora Dirigente scolastico del Liceo Artistico Felice Casorati di Novara

  57. Ascoltare il romanzo
    Al breve primato romantico della musica reagì l’aspirazione dei letterati, così ben espressa da Mallarmé, di “reprendre à la musique son bien”. Wagner e la sua discendenza musicale rimasero comunque un punto di riferimento per gli scrittori al volgere tra Ottocento e Novecento. Di tanta narrativa italiana e straniera è possibile realizzare una ‘lettura sonora’, ricostruire il paesaggio acustico di musiche, voci, suoni, rumori che è spesso, più che sfondo, sostanza del racconto. Un solo esempio, tra i molti possibili. Nella Recherche di Proust il ruolo della Sonata per violino e pianoforte di Vinteuil dispiega nella forma più compiuta la concezione della memoria involontaria. La petite phrase che apre la sonata crea in Swann al primo, casuale incontro un’emozione indistinta, che nelle successive apparizioni nel corso del romanzo si precisa seguendo le vicende dell’amore per Odette. L’immaginaria Sonata di Vinteuil, quale che sia il suo modello reale (forse la Ballade di Fauré), è un paradigma del linguaggio musicale di fine Ottocento, di ascendenza wagneriana ma anche brahmsiana, e della sua analogia con una narrativa tesa a cogliere il flusso della coscienza: in qualche modo, a farsi musica, l’arte che dà forma al tempo nell’unità della memoria.
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    Marina Verzoletto è pianista, critico musicale dei mensili «Letture» e «Jesus»; già docente di Filosofia e Storia nei licei, ora Dirigente scolastico del Liceo Artistico Felice Casorati di Novara

  58. Che cosa hanno in comune letteratura e musica?
    letteratura e musica, quelle di livello alto, per come le intendo io, riescono a penetrare nell’anima del lettore-ascoltatore. riescono a farti emozionare. a portarti in una dimensione altra.
    a me accade spesso.

  59. Ringrazio Marina Verzoletto, che fornisce un contributo autorevole alla questione principale di questo dibattito (e ci ricorda verso la fine le pagine fondamentali che Proust ha dedicato alla musica).

  60. In cosa si differenziano nettamente?
    il messaggio, il tipo di comunicazione è diverso. quello della musica è più immediato, istantaneo. la letteratura opera in un periodo più lungo.

  61. altra cosa.
    la musica la si può ascoltare più volte con piacere crescente. può avvenire anche per la letteratura, con romanzi e poesie. ma da questo punto di vista il paragone non regge.
    ho ascoltato la nona di beethoven centinaia di volte. il mio romanzo preferito l’ho letto solo tre volte.

  62. Angelo Ricci ha ricordato qualche giorno fa l’ultimo romanzo di Michele Mari, “Rosso Floyd”, che non vedo l’ora di leggere (in questo caso, lo confesso, è l’autore a contare per me più che il soggetto, ma forse farei meglio a tenerlo per me…).
    Rilancio con alcuni titoli sulla musica o con musica che nel frattempo mi sono venuti in mente: qualcuno ha letto “Ravel. Un romanzo” di Jean Echenoz (Adelphi)? o i libri di Hélène Grimaud, “Variazioni selvagge” e “Lezioni private” (entrambi Bollati Boringhieri)? o “La pianista e i lupi” di Hella Haasse (Iperborea)? o “Daimon” di Patrizia Bisi (Einaudi)?
    E ora me ne sto buono buono in lettura…

  63. se dobbiamo citare un esempio in cui la musica è entrata in letteratura secondo me non si può non parlare di Thomas Mann. Innanzitutto per il suo stile:l’armonia musicale, il ritmo musicale sono caratteristiche della sua scrittura.Nel Doctor Faustus, Adrian compone l'”Apocalipsis cum figuris” e il 34simo capitolo è dedicato alla disquisizione musicae sull’Apocalipsis, opera dodecafonica, che Mann associa al fascismo, in quanto esempio di musica razionalizzata e burocratizzata

  64. segnalo l’ultimo saggio d’yves bonfoy bergeret sul rapporto tra poesia e musica…
    e ultime presentazione dei miei versi le ha musicate Ludovico Pipitò, grade chitarrista e compositore appassionato di Sconhberg. Ci siamo ispirati al saggio di bonfoy.

  65. Tra gli ultimi libri che hanno un forte riferimento musicale ti ricordo il libro per ragazzi “Piano Forte” di Patrizia Rinaldi, tra i tre vincitori del premio Morante ragazzi di quest’anno.

    Ciao,
    Maria

  66. Valentina Giacobbe ha ragione, Thomas Mann è un riferimento fondamentale in questo dibattito. Abbiamo già ricordato il “Doctor Faustus” e “Morte a Venezia”; consideriamo anche “I Buddenbrook” (non solo le pagine più propriamente ispirate alla musica, ma anche l’uso di leitmotiv similwagneriani nella costruzione dell’opera – un dato così caratteristico che se ne parla anche su Wikipedia).
    Grazie anche a Riccardo Raimondo che ha ricordato il denso saggio di Bonnefoy “L’alleanza tra la poesia e la musica”, pubblicato da poco da Archinto.
    E grazie a Maria Franco per il suo suggerimento: è importante che la musica non entri solo nella letteratura per adulti.

  67. In attesa degli interventi di Marta Morazzoni, – che saluto (Marta interverrà nei prossimi giorni) – ne approfitto per salutare e ringraziare i nuovi intervenuti.

  68. Saluti e ringraziamenti a: Maria Lucia Riccioli (Mari, aspetto i tuoi contributi), Vincenza Alfano, Carlotta, Gabri210, Marzia, Maria Antonietta Pinna, Elisabetta Pani…

  69. E ancora ringraziamenti e saluti a: Rossella, G.Franca Graziani, Achille Maccapani (autore di “Bacchetta in levare”), Giomastro53, il caro prof. Emilio, Luigi Fortunato, Laura, Manuela, Marina Verzoletto (o chi per lei)…

  70. Mi pare che la discussione si stia evolvendo in maniera più che soddisfacente… e vi ringrazio davvero.
    Per quanto mi riguarda, uno degli obiettivi principali di post come questo è quello di puntare alla condivisione dei saperi (oltre che allo scambio di opinioni).
    Mi pare che stiamo andando proprio in questa direzione.

  71. Ho rocevuto diverse mail da parte di scrittori ed editori che hanno scritto e pubblicato libri che, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con il tema “letteratura e musica” in senso lato.
    Dirò loro di intervenire…

  72. Per adesso ci siamo soffermati più che altro sul rapporto letteratura/musica con riferimento alla musica classica/sinfonica… ma allargando la visuale l’ambito di discussione si estende a dismisura.
    Potremmo provare, progressivamente, ad “allargare” la discussione.
    E Michele Mari, con il suo “Rosso Floyd” (Einaudi), potrebbe essere uno dei futuri ospiti di questo spazio.

  73. Per il momento, però, direi di concentrarci sui tre libri segnalati nel post.
    Avete già letto la recensione/intervista di Nicolò Carmineo relativa al romanzo “La nota segreta” di Marta Morazzoni.
    Direi di occuparci del romanzo del nostro amico Claudio Morandini…

  74. Intanto segnalo il testo del servizio che Giulio Cappa ha dedicato a “Rapsodia su un solo tema” all’interno di “Buongiorno Regione”, trasmissione della RAI Valle d’Aosta, il 23 aprile 2010.
    (commento che segue)

  75. Dopo “Nora e le ombre”, dopo “Le larve”, Claudio Morandini correva il rischio di farsi una fama da romanziere del mistero e dell’orrore, di lucido indagatore e fustigatore di aldilà improbabili, di passati inconfessabili e di presenti miserie. In questo terzo romanzo, “Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov”, l’atmosfera è completamente diversa. Ethan Prescott, giovane e brillante compositore americano – parliamo di musica “colta”, “classica”, per intenderci – decide di occuparsi di un musicista russo, in qualche modo sopravvissuto al comunismo, un maestro nascosto e controverso, autore di musiche importanti, alcune di valore assoluto. Intorno ai colloqui tra i due musicisti Morandini tesse una serie di racconti che riguardano il privato del giovane e il passato del maestro, insieme a documenti, trascrizioni di interrogatori, recensioni e testimonianze. C’è anche lo scritto di un musicista del settecento antenato di Dvoinikov, uno strano “Viaggio musicale nel secolo ventesimo” che offre a Morandini la possibilità di descrivere la musica del nostro tempo attraverso l’effetto di straniamento descritto dai critici russi inventori dell’analisi formale della letteratura.
    Il romanzo è fruibile a diversi livelli: c’è la storia personale, anche sentimentale, del protagonista Ethan Prescott. C’è il buio clima della dittatura staliniana che permette a un musicista mediocre di perseguitare e umiliare l’eccellenza di artisti che non può comprendere. C’è l’umorismo di Morandini, che fa parte del suo stile, ma qui non è più di color nero, è più disincantato che cinico. C’è un panorama della scena musicale contemporanea dove l’autore spazia con disinvoltura sia dal punto di vista storico che da quello tecnico.

    Ma soprattutto “Rapsodia su un solo tema” è quello che dichiara di essere: un romanzo – cioè un racconto che intrattiene descrivendo il mondo e la vita come nessuna storia o cronaca è in grado di fare.

  76. @ Claudio Morandini
    Questo tuo romanzo è piuttosto corposo… quanto tempo hai impiegato a scriverlo?/b>

    Che tipo di riscontri hai avuto (fino a questo momento) dai lettori?

  77. Scusate, ma mi ero dimenticato di inserire la minibio di Claudio Morandini.
    Eccola…

    Claudio Morandini è nato ad Aosta dove vive e insegna Lettere nel liceo scientifico.
    Ha scritto commedie per la radio e monologhi per il teatro. Ha pubblicato i romanzi “Nora e le ombre” (Palomar 2006) e “Le larve” (Pendragon 2008), e racconti su varie riviste. “Le dita fredde” compare nell’antologia “Santi. Lives of Modern Saints”, pubblicata a Baltimora (Black Arrow Press 2007).

  78. “Tu m’invitasti a cena…”
    Il gentile, pubblico auspicio di un mio intervento nel dibattito da parte di Claudio Morandini mi incoraggia a tentare alcune grezze risposte al volo alle domande proposte.
    Il primo “aggancio” che mi viene in mente è quel mirabile, probabilmente irripetibile corto circuito letterario-musicale rappresentato dai Maestri Cantori.
    E poi, vediamo.
    Musica che rappresenta la letteratura: assegno d’istinto il primato ex aequo ai due Grandi Dirimpettai, con “Histoire du soldat” e “Pierrot Lunaire”.
    Musica “entrata” nella letteratura: qui, in sintonia con la sollecitazione di Morandini, voglio citare un romanzo che, sebbene di contenuti perlopiù estranei alla musica, veicola in ogni pagina una quantità enorme di fascinazione melodica e timbrica. Si tratta di “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo, a mio giudizio il capolavoro del nostro Novecento narrativo.
    Per venire infine al comune denominatore fra musica e letteratura, suggerirei di cercarlo in quella maledizione, e croce, ma anche sfida, e delizia, che prende il nome di “scrittura”. Non ingannino la possibilità ed esistenza di musica improvvisata e letteratura “orale”: anche queste sottintendono uno sforzo di traduzione “nero su bianco”, il passaggio dal caos dell’interiorità inespressa all’arengo, duro ma ripagante, dell’emozione condivisa.
    Un caro ringraziamento per l’ospitalità concessami.

  79. Caro Massimo, risponderò con grande piacere alle tue domande (domani, però, con la lucidità che ci vuole, e che a quest’ora mi manca…).
    Quanto alle pagine dal romanzo, che ne dici di quelle dedicate proprio alla “Rapsodia su un solo tema”, l’enigmatica composizione di Dvoinkov che dà titolo all’intero romanzo?

  80. Ecco la pagina che Ethan Prescott dedica alla RAPSODIA SU UN SOLO TEMA di Rafail Dvoinikov.
    ***
    La “Rapsodia su un solo tema” per orchestra d’archi e tromba è senza dubbio il capolavoro misterioso e intangibile della maturità compositiva di Rafail Dvoinikov. In essa, un senso di attesa continuamente frustrata prende alla gola. È istruttivo paragonarla alla “Sinfonia n. 2” di Arthur Honegger che prevede lo stesso organico ed è dello stesso anno, il 1936; in questa, il compositore svizzero mantiene una bella tensione emotiva, che si libera solo nel movimento finale, quando il suono chiaro della tromba entra, lungamente sospirato, per la prima volta. Dvoinikov, pur operando con gli stessi mezzi, stravolge – anzi capovolge – l’efficace ma prevedibile climax espressivo di Honegger, facendo intervenire da subito la tromba, con un canto bellissimo e dolente che si dipana su un tappeto accordale degli archi, per farla poi tacere per sempre. Chi ascolta la “Rapsodia” è costretto a provare la straziante sensazione di un’attesa vana, e l’ultimo accordo, un re maggiore sussurrato dalle sole viole divise, sancisce definitivamente la perdita di una voce che abbiamo aspettato prima con impazienza, in seguito con un sempre più profondo senso di precarietà. Dvoinikov ha scritto per quella tromba il tema più dolce, incantevole e triste che si sia mai scritto, almeno nel Novecento, e per torturare il nostro animo lo fa suonare una volta sola, all’inizio; ce ne fa sentire subito la nostalgia, sembra citarlo con alcune figurazioni degli archi, pare prepararne l’evocazione in più momenti, ma ci lascia sempre delusi. Il supplizio di questa attesa tradita, misteriosamente, suona dolcissimo, irresistibile. È come addormentarsi desiderando di morire.
    Assistere a una esecuzione dal vivo della “Rapsodia su un solo tema” amplifica e radicalizza questo sentimento. Scorgere, seduto tra le file dell’orchestra popolata di archi, il suonatore di tromba, vederlo fisicamente presente, con lo strumento in mano, impassibile, e immaginarlo in attesa di un cenno del direttore, sperare che sia in procinto di riprendere quel tema che – giuro – non ci stancheremmo mai di udir ripetere, e continuare a vederlo impassibile, e sentirlo muto, fino alla fine, fino a che non si alza a ricevere gli applausi (mai troppo convinti, questi, soprattutto all’inizio, ma poi scroscianti come crisi di pianto), vederlo e non sentirlo più dà la misura di una rivelazione divina poi smentita, di una profezia prima ispirata poi dimenticata da Dio. Dio ci ha donato un frammento di verità, di bellezza assoluta, poi si è allontanato, o si è distratto per sempre, e ci ha lasciati soli con un rimpianto intollerabile. Forse, sembra dire Dvoinikov, non era nemmeno Dio, forse è stato solo un sogno. Forse quella tromba, penserà dopo un po’ qualcuno del pubblico, non ha mai suonato davvero: mi sono appisolato, subito all’inizio, e ho fatto un sogno magnifico, tutto qui. Solo nei sogni accade di immaginare melodie così mortalmente amabili, che nessuno potrebbe mai riprodurre una volta sveglio, perché non esistono davvero, sono solo impressioni oniriche, desideri delle cose più belle.
    L’ho voluta dirigere, stasera, con l’orchestra di alunni e docenti della Drexel University, nel grande auditorium della U Penn. Sono bastate tre prove: non è musica complicata, le parti sono accessibili anche a dei discreti dilettanti, e nemmeno l’esecuzione più approssimativa ne potrebbe intaccare la grazia sovrumana. Con l’economia di mezzi più grande, Dvoinikov scatena le emozioni più intense. Ho visto occhi lucidi di lacrime tra gli stessi esecutori: e la tromba, un mio allievo di talento, ha provato una tensione quasi palpabile per tutto il tempo del suo silenzio. Mi ha confidato più tardi che a stento ha tenuto a bada la tentazione di suonare di nuovo quel tema, nel corso dell’esecuzione, in barba alla partitura.
    Questa sua confessione mi ha insospettito: la notte, ripresa in mano la partitura, ho velocemente constatato che vi sono almeno sei momenti precisi, nelle tre sezioni della “Rapsodia”, in cui il canto della tromba potrebbe risuonare, perfettamente incastonato nel tessuto orchestrale. Dvoinikov forse ha proceduto proprio in questo modo: avrà scritto più volte la melodia nello spartito, per poi cancellarla e farne così sentire in modo bruciante la mancanza. Non si è limitato a costringerci ad attenderla: ce l’ha negata, almeno sei volte.

  81. Inserisco la mia recensione a “LA nota segreta”.

    “Così, quando il giorno della Madonna, alla messa solenne, con le monache cantò lo Stabat mater, buttò la sua bellissima voce di contralto oltre la grata come un ciottolo che rimbalza sull’acqua. Dall’altra parte qualcuno più di altri avrebbe sentito”.

    La voce di Paola Pietra, giovanissima contessina costretta dalla famiglia a diventare monaca, “una voce strana e scura…(…) … di rara potenza. Una qualità virile appena ammorbidita da un’inflessione più dolce. (…)… solida e definitiva” aveva già colpito fortemente il diplomatico inglese John Durant Breval, anglicano, sposato e padre che, a Milano per compiti relativi al suo lavoro, nel giugno del 1736 aveva cominciato a recarsi, per diletto, ad ascoltare il famoso coro delle monache che, nella chiesa di Santa Redegonda, cantavano, al di là delle grate della clausura, guidate da suor Rosalba Guenzani.

    Se sempre, “quando capita di sentire un’aria sostenuta da una corretta impostazione e le note escono rotonde e tornite dall’ugola, il piacere va dall’orecchio all’anima e dall’anima torna ai cinque sensi per affondarli in una vigile estasi. Nessun’altra forma d’arte, davvero nessuna, può arrivare a tanto”, le due voci, del soprano e del contralto che, accompagnate dall’organo, cantano lo spartito di Pergolesi, scuotono e commuovono l’uditorio. “L’inglese ne fu in modo particolare agitato ed inquietato. (…) Lo Stabat mater finì che sir John era perso in una fantasia erotica conturbante”: “La chimica delle voci (…) l’avrà studiata qualcuno? Sir John Breval non ne sapeva nulla, ma la sentiva corrergli sulla pelle ed era una carezza urgente che chiedeva di essere ricambiata”. E suor Paola “fu immensamente stupita di sé e dalla tensione che dalla pancia saliva al diaframma e si oggettivava nelle note giuste”: “Era il suo corpo che produceva la melodia e la alzava, la smorzava, vibrava di una passione che lei stessa non si sarebbe altrimenti mai riconosciuta”.

    La passione che nasce tra i due conduce Paola alla fuga dal convento e a una serie di avventure, compreso un attacco dei pirati berberi alla nave in cui viaggia travestita da mozzo, e sir John al divorzio e all’abbandono delle sue cariche pubbliche e ad una vita comune in Inghilterra, nella casa delle sorelle di lui, fino alla nascita di un figlio e alla coraggiosa richiesta di lei, pure inseguita da chi vorrebbe riportarla per sempre in convento, di essere sciolta da voti contratti senza volontà alla Sacra penitenzieria di Roma. E viene “assolta da ogni peccato, sciolta dal voto e mandata libera” da un consesso di cardinali presieduto dal cardinale Petra: “Nella mente del cardinale (…) Quei sacrifici umani che vedeva rappresentati nelle tre velate sedute davanti a lui e all’illustre collegio della Penitenzieria potevano bastare ad appagare il simulacro di dio che loro adoravano. Quell’altro Dio, quello che sedeva imperturbato in un ovunque dell’universo (…) forse non godeva nemmeno dell’armonia della voce di quella monaca…. Non ne aveva bisogno, e nondimeno questo non toglieva una iota alla qualità e all’abilità di un canto che, a dire il vero, il cardinale Petra avrebbe anche ascoltato volentieri”.

    Gran bel libro, questo La nota segreta, edito da Longanesi, in cui Marta Morazzoni riprende la vicenda reale di Paola Teresa Pietra con “tutte le libertà dell’invenzione e delle suggestioni che il personaggio mi ha offerto”. Un romanzo storico, capace di tratteggiare uomini e donne di chiesa e, insieme, del potere politico e civile (il viceré milanese, il doge veneziano). La nota segreta, di respiro e stile manzoniani, trova i suoi punti di forza, soprattutto, in una lingua distesa e fluente, di rotonda ampiezza e nello sguardo “discreto” dell’autore, che si affaccia qui e là tra le pagine, personaggio tra i personaggi, e allarga l’obiettivo su alcuni momenti, e, in altri, salta passaggi, o rimane fuori da una camera chiusa.

  82. M’è capitato ultimamente di leggere un racconto di Cortázar, un racconto minore inserito in una raccolta minore, ch’è Clone e che si trova in Tanto amore per Glenda.
    In quel racconto Cortázar, che sempre s’è dedicato con entusiasta devozione ed intessere sottili rimandi tra il suo modus scribendi ed il jazz, tanto così, per dire quanto la letteratura spesso sia riuscita a catturare i moti ondulatori delle note che s’arrovellano negli spartiti, compie secondo me uno dei prodigi narrativi più riusciti: modula una storia sul modello dell’Offerta Musicale di Johan Sebastian Bach.
    Pensavo, subito dopo aver letto Clone, non tanto a Bach quanto ad una ròba letta nell’internètte, qualcosa sul Blues, dove si diceva che “i giovani non possono parlare di blues, perché il blues è adulto”, e allo stesso modo nemmeno di jazz, si può parlare sotto i trent’anni, perché pure il jazz è adulto, è cerebrale, è un vascello che beccheggia sotto le tormente dell’improvvisazione, ed allora solo Cortázar può parlarne, e bene, come di certo fa.

    Ardimentosa sfida, quella di descrivere come e in che modo la letteratura abbia saputo rappresentare la musica. Nondimeno, a partir proprio dal verbo utilizzato dal Maugeri, rap-presentare, non ho potuto fare a meno di pensare ad un libro, chiamiamolo solo “libro”, per ora, nome ed autore ve li svelo in chiusura, che solo a parlar di quel libro vien da sé rispondere a tutti i maugeriani quesiti.

    Quanti di voi conoscono l’hiphop?
    Una delle ròbe più misconosciute, malintese, sottovalutate nell’intero (pressapochista) panorama culturale (sì, proprio così: culturale, laddove ancora questo termine possa esser significativo) italiota.
    Eppure, forse il genere musicale più letterario in assoluto. Dicon: ru-mo-re. Dicon: noioso, semplicistico, borioso, violento e pericoloso, sostanzialmente insulso, eccessivamente autoreferenziale, in ultima istanza: vuoto. (cito, a memoria, da “Il rap spiegato ai bianchi” della premiata accoppiata Costello-D.F.Wallace).
    Il libro che ho in mente, che non è un dizionario enciclopedico dell’hiphop come tanti ce ne sono in circolazione, trasuda hiphop da ogni pagina.
    Racconta una storia, che non sto qua a svelarvi, e quella storia rimbalza sui quattro quarti, sul bumcha, snocciolando il vissuto borderline d’un trio di ragazzetti borderline che vive sulla sua pelle la formazione deformata nei cromosomi d’una generazione degenere.

    Cos’hanno in comune, musica e letteratura?
    Contestualizziamo.
    Musica rap e letteratura rap?
    L’affondare a piene mani in un codice linguistico mistico e secretato, alla stregua del lunfardo bonaerense, fatto all’uopo per non farsi intendere, per veicolare messaggi incomprensibili a chi non ne detiene le chiavi d’interpretazione, ad esempio.
    Lo sperticarsi in acrobazie sintattiche, tripli salti carpiati lessicali, neologizzazioni spericolate ma nondimeno coscienziose, votate al sensazionalismo eppure portatrici sane di serendipità: punchline, come si chiamano in slang.

    Capita così che la musica c’entri eccome, nella letteratura, e non solo contingentemente, non solo perché il romanzo sia incentrato su un genere musicale, sarebbe fin troppo facile, ma piuttosto perché QUELLA storia non potrebbe essere narrata SENZA QUEL GENERE MUSICALE a far da sottofondo, che poi sottofondo: sottofondo un bel niente, è krushgroove potente, giri di basso cattivi e cassa-rullante. Bum. Cha. Bumcha.

    Sottocultura, la definiscono, quella hiphop, e dessimo retta starei qui a parlarvi d’un sottoromanzo, scritto da un sottoscrittore, che narra una sottostoria con dei sottopersonaggi ai quali magari un lettore s’affeziona, e quel lettore cosa sarebbe, mutatis mutandis? Un sottolettore?

    Quel libro, insomma, per chiudere, quel libro che parla d’hiphop, è un romanzo che – non foss’altro per la scena hiphop italica – è necessario: perché la sdogana, laddove ce ne fosse bisogno più. Perché ne fissa indelebilmente l’epica, i personaggi, le urban legends e le realtà sottaciute. Perché ne fotografa la golden age, gl’anni in cui il messaggio di peace, unity love and havin’ fun non s’era ancora incattivito nei retaggi gangsta, non risentiva troppo delle sfumature politicheggianti e niente: era un modo di viversi l’esser borderline in allegria e con “coscienza di classe (musicale, s’intende)”.

    Non c’è differenziazione alcuna tra letteratura e musica, se per letteratura s’intende il groviglio d’esperienze che si fanno inchiostro su carta, e per musica l’insieme dei suoni che quelle esperienze accompagnano.

    Quel libro là, quello che parla d’hiphop senza arrogarsi il diritto di spiegare COSA SIA, l’hiphop, si chiama Katacrash, e l’ha edito (coraggiosamente) Prospettiva Editrice, nella collana BrainGnu.
    Ed ecco, se il fatto poi che l’abbia scritto io vi suona troppo autoreferenziale, fate finta di non interessarvi al nome dell’autore.

    bellalà, come si dice noialtri sottolettori.

    fg

  83. fabrizio gabrielli, ho trovato il tuo intervento molto interessante. e di certo lo sarà anche il tuo libro. vedrò di leggerti. 🙂

  84. molto bella la pagina del libro di claudio morandini. grazie claudio, scrivi davvero bene.
    ciao a tutti.

  85. SEcondo me il romanzo più significativo per il rapporto letteratura-musica è “Il soccombente” di Thomas Bernard

  86. la musica è universale ,suscita emozioni e immagini,ricordi e sogni senza parole,è un colloquio diretto da anima ad anima

  87. La ‘musicalità’ della poesia comincia a essere al centro della riflessione nel XIX secolo. È la lirica simbolista francese – in particolare con Mallarmé – a individuare in essa l’essenza della poesia, ciò che la distingue dalla prosa e dalla comunicazione ordinaria. Da qui discende il ‘primato del significante’ che caratterizza molta poesia del Novecento.

    * Umberto Fiori è critico, poeta e romanziere, insegna Materie letterarie negli Istituti Superiori. *

    Fonte: Treccani scuola
    http://62.77.55.137/site/Scuola/scuola.htm

  88. Modernità e ‘musicalità’
    L’idea che la ‘musicalità’ sia una qualità essenziale della poesia è relativamente recente. Fin dai tempi più remoti, certo, si è ritenuto che suono e ritmo avessero un peso importante nell’arte della parola, ma solo nel XIX secolo questi aspetti assumono una rilevanza primaria, e si pongono al centro della riflessione.
    Uno dei più influenti teorici della ‘musicalità’ come essenza della poesia è Edgar Allan Poe, che nel 1846 scrive: “La musica è come l’idea della poesia. L’indeterminatezza della sensazione suscitata da una dolce aria, che dev’essere rigorosamente indefinita, è precisamente quello a cui dobbiamo mirare in poesia”. La dimensione sonora della lingua, che in passato aveva una funzione accessoria, quella di rendere gradevole e armonioso il testo, è indicata come il cuore stesso della parola poetica, la quale deve essere il più possibile ‘indefinita’, cioè lontana dalla univocità del linguaggio ordinario, e suscitare sensazioni ‘indeterminate’, prendendo a modello l’arte dei suoni. Senza teorizzarlo esplicitamente, Poe sta mettendo in discussione la tradizionale gerarchia delle arti.
    Quanto questa gerarchia sia radicata, ancora a metà Ottocento, possiamo comprenderlo da un intervento di Charles Baudelaire su Wagner, del 1861: “Anche senza testo – scrive l’autore delle Fleurs du mal – la musica di Wagner resterebbe ugualmente opera poetica, essendo dotata di tutte le qualità costitutive di una poesia ben fatta, e di per sé esplicita, tanto i suoi elementi sono ben correlati tra loro, congiunti, adattati reciprocamente, (…) prudentemente concatenati”. Mentre elogia Wagner, come si vede, Baudelaire dà per scontato il primato della poesia sulla musica. Proprio in quegli anni, tuttavia, un ‘nuovo ordine’ nei rapporti tra le arti comincia ad affermarsi; già all’inizio del secolo Arthur Schopenhauer (Il mondo come volontà e rappresentazione, 1819) aveva collocato la musica al vertice dell’espressione artistica, come rappresentazione diretta della volontà; in La nascita della tragedia (1872) Friedrich Nietzsche vede in essa – in contrapposizione alle arti della parola- l’intuizione ‘dionisiaca’ della cosa-in-sé. A questo inedito primato dell’arte dei suoni corrisponde una profonda crisi della poesia.

    * Umberto Fiori è critico, poeta e romanziere, insegna Materie letterarie negli Istituti Superiori. *

    Fonte: Treccani scuola
    http://62.77.55.137/site/Scuola/scuola.htm

  89. L’invidia di Mallarmé
    Paul Valéry racconta che Stéphane Mallarmé “usciva dai concerti pieno di sublime gelosia”. Ciò che il grande lirico ‘invidiava’ alla musica era l’indeterminatezza dei suoi contenuti, la sua mancanza di legami con il discorso comune, ordinario. Confrontata con una composizione musicale, anche la poesia più rarefatta rischiava di suonare come un piatto resoconto intorno alla realtà. Contro la zavorra prosastica andava ricercata la ‘musicalità’ (“De la musique avant toute chose”, scrive Verlaine in Art poétique) non come ornamento esteriore, ma come ciò che è più proprio della poesia. Nello sforzo di distinguersi dalla prosa e dal linguaggio della comunicazione, l’arte della parola incontra la musica e la elegge a modello. Mallarmé è il primo ad avvertire la trappola che una tale emulazione cela: potrà mai la poesia essere musicale quanto lo è la musica stessa? Egli aggira la contraddizione e passa per così dire al contrattacco, sostenendo che la poesia è musica più di quanto lo sia l’arte comunemente nota con questo nome. “Quello che io faccio è Musica. – scrive in una lettera del 1893 – Chiamo così non quella che si può ricavare dall’accostamento eufonico delle parole (…) ma l’al di là magicamente prodotto da certe disposizioni della parola (…). Il termine Musica va inteso qui nel senso greco, che in sostanza significa Idea o ritmo tra dei rapporti; più divina in questa accezione che non nella sua espressione pubblica o sinfonica”. La realizzazione di una tale ‘musica’ comporta la sistematica rimozione dal testo di ogni troppo esplicita referenzialità, di ogni ‘contenuto’ troppo chiaro e determinato. Ciò che conta non è quello che la poesia ‘dice’, ma la suggestione derivante dalla trama dei suoni.

    * Umberto Fiori è critico, poeta e romanziere, insegna Materie letterarie negli Istituti Superiori. *

    Fonte: Treccani scuola
    http://62.77.55.137/site/Scuola/scuola.htm

  90. Musica e significato
    Con Mallarmé, la ricerca della ‘musicalità’ in poesia approda a un primato del significante (della parola stessa, della sua sonorità) a spese del significato. È una tendenza che avrà un seguito nella cosiddetta ‘poesia pura’ e – in Italia – nell’Ermetismo, ma anche (con valenze diverse) nelle avanguardie (Futurismo, Surrealismo, Dadaismo) e nelle neoavanguardie degli anni Sessanta (in Italia, il ‘Gruppo ‘63’). Nel Novecento, l’enfatizzazione della ‘musicalità’ in poesia è tale che T. S. Eliot sente il dovere di fare qualche precisazione: “La musica della poesia – scrive nel 1942 – non esiste indipendentemente dal significato; altrimenti potrebbe esservi una poesia di grande bellezza musicale ma priva di senso, come non mi è mai accaduto di leggere (…). Una poesia è ‘musicale’ quando ha una duplice struttura, l’una di suono, l’altra di significati secondari nelle parole che la compongono; queste due strutture musicali sono indissolubili e fanno tutt’uno”. Una ulteriore precisazione ci viene da un grande critico russo, Michail Bachtin. “L’aspetto puramente acustico della parola – scrive in Estetica e romanzo – ha, in poesia, un significato relativamente piccolo; il movimento che genera il suono acustico, e che è più attivo negli organi articolativi, ma che si estende anche a tutto l’organismo, sia che si attui effettivamente in una recitazione, sia che sia vissuto per simpatia nell’audizione, sia che sia vissuto soltanto come possibile, è infinitamente più importante della stessa cosa sentita”. In poesia, secondo Bachtin, “a ordinarsi, propriamente parlando, non è l’aspetto acustico delle parole, bensì quello articolatorio e motorio”. Essenziale nella ‘musicalità’ di un testo è “il sentimento della generazione di una parola significante”, il sentimento “di un’attività di scelta del significato (…), di un’iniziativa semantica del soggetto-creatore”. La ‘musica’ della poesia – che in Mallarmé era la qualità di una parola pura, ‘sola’, senza locatore – con Bachtin recupera i suoi aspetti semantici, e il suo radicamento in un corpo vivo che si rivolge a un altro.

    * Umberto Fiori è critico, poeta e romanziere, insegna Materie letterarie negli Istituti Superiori. *

    Fonte: Treccani scuola
    http://62.77.55.137/site/Scuola/scuola.htm

  91. Credo sia errato definire la musica classica “colta” dividendola dal pop. La musica è musica. Ma poi se consideriamo vecchietti un po’ rinco e soprattutto i figli di papà spocchiosi che si occupano di musica classica e che fanno libri in italia o occupano posti nelle case editrici allora è un altro discorso. C’è da mettersi le dita in gola. Personalmente conosco svariati e stimati autori di libri che suonano “rock” pur avendo fatto studi musicali classici. La musica classica è vecchia e morta come chi pubblica certi libri, e solo per darvi un’idea quando Mozart scriveva la sua musica, ai suoi tempi, la sua musica era considerata pop. Quindi giù la testa e un po’ di umiltà.

  92. filippo, io apprezzo sia la musica classica sia la musica pop.
    secondo me è sbagliato dire che la musica classica sia vecchia e morta. o meglio, forse sarà giusto per te ma non è detto che lo sia per gli altri.
    io ascolto da mozart ai led zeppelin. mi piacciono entrambi. non vedi problemi in tal senso.
    semmai può essere utile in questo dibattito distinguere musica classica e musica pop nella letteratura per evitare confusione, mica per questioni di ghettizzazione.
    ciao filippo.

  93. aggiungo che claudio morandini mi pare persona umile e garbatissima. e che in un commento precedente ha detto che non vede l’ora di leggere il libro michele ,mari, “rosso floyd”, che parla dei pink floyd.
    e massimo maugeri ha espresso l’intenzione di invitare michele mari in questa discussione.

  94. p.s. adoro i pink floyd. secondo me ‘the wall’ è un’opera rock di altissimo livello, dove alcuni testi equivalgono a poesie.
    ciao a tutti.

  95. Mi pare che il ragionamento di Manuela nei post qui sopra non facciano una piega.
    Aderisco in pieno.

  96. Aggiungo questo. Suono in una band (il basso elettrico) dove facciamo rock progressive (cover e musica di nostra produzione), ma questo non mi impedisce di amare la musica classica (che secondo me è alla base).
    Anzi, bisognerebbe fare il più possibile per contribuire a far conoscere ai giovani ( che conoscono meglio la musica pop/rock) la musica sinfonica, per es.
    La musica classica ha una valenza eterna, come i versi di Dante.

  97. Dunque, caro Massimo, veniamo alle risposte alle domande che mi hai posto ieri.

    Cosa (o chi) ti ha ispirato (o spinto) a scrivere “Rapsodia su un solo tema”?

    Il riferimento iniziale sta nei “Colloqui con Stravinsky”, che possiedo nell’edizione Einaudi del 1977: un testo su cui ho fantasticato a lungo, e che mi è sempre sembrato il modello per eccellenza dell’intervista culturale. Robert Craft riesce, senza darlo a vedere, a tirar fuori dal vecchio maestro russo ricordi sorprendenti, divagazioni teoriche, affetti, tenerezze, ammissioni e una discreta dose di malignità, e Stravinsky sta al gioco. Un’arte, quella dell’intervista culturale, che en passant ritrovo oggi nei libri di Paolo Di Paolo e di Sergio Sozi (o in questo blog, caro Massimo!), che hanno un alto potere rievocativo.
    Ma prima ancora ci sono stati altri piccoli fatti: la scoperta della “Sinfonia di Salmi” di Stravinsky tra i dischi di mio padre; la visione, divenuta con gli anni un’ossessione, di “Fantasia” di Disney; la collana della Fratelli Fabbri di lp dedicati alla Musica Moderna (colta!); “C’è musica e musica” di Berio in prima serata in RAI; il terzo canale radio, che ho imposto tirannicamente per anni a tutta la famiglia; l’approccio, ahimè tardivo e svogliato, allo studio del pianoforte; le lezioni sulla musica (storia, filologia, filosofia) all’Università di Torino, con Fubini, Pestelli, Tammaro; la tesi su “Stravinsky trascrittore e revisore di se stesso”; il collezionismo musicale, vissuto in certe fasi in modo compulsivo e ossessivo; un tentativo di accostarmi al jazz suonato; la riscoperta del piacere di suonare con amici che benevolmente sorvolavano sulle mie magagne tecniche (Naif, il duo di funk sperimentale con Momò Riva “The Commandmentz”). Tutto questo ha alimentato il libro, in un certo senso ha premuto perché trovassi le parole per raccontarlo.
    Ho citato più volte Stravinsky (con diverse traslitterazioni, oltretutto), ma il mio Dvoinikov non gli assomiglia quasi per niente. il primo era un compositore di successo incline al cosmopolitismo, il secondo è uno scorbutico e isolato musicista che ha vissuto sulla propria pelle le contraddizioni drammatiche della storia dell’Unione Sovietica.
    La musica è insomma una parte importante della mia vita, alimenta pensieri, accompagna azioni, impone concentrazione, ispira (l’ho detto!), commuove anche (le forme contrappuntistiche mi commuovono. Reazione di abbandono smarrito e fiducioso dinanzi alle grandezze dell’ingegno umano, quando ci si mette. Il caro vecchio senso del sublime, temo). E ho voluto provare a condividere un po’ di tutto questo, scrivendo “Rapsodia”. Poi ho sentito il bisogno di allontanare un po’ lo sguardo, parlando sì di musica, ma attraverso personaggi che non fossero me e storie che non fossero la mia, se non in qualche dettaglio.

  98. Come è nata l’idea?
    Il tema che scorre lungo tutto il romanzo (i condizionamenti della musica da parte di diverse forme di potere) si è formato un po’ alla volta. All’inizio non era certo una tesi, era una sorta di intuizione di Prescott: le musiche di Broadway e quelle di un’opera del realismo socialista suonano intercambiabili. Da premesse diverse, si arriva a risultati compatibili: “un desiderio di piacere e di professarsi ottimista, un sentimentalismo aperto e plateale, un dinamismo tutto saltelli e piroette e passo di marcia”. Sto citando Ethan Prescott, che più avanti scrive con una certa enfasi: “Mette i brividi pensarlo – fa sentire di colpo meno liberi sapere che il mondo del libero mercato vuole da noi, sia pure attraverso metodi assai meno inquisitori delle censure e delle purghe sovietiche, i medesimi risultati: ottimismo, sentimento, afflato eroico, marcette e valzer. È ciò che Dvoinikov, con un’allegra perfidia, mi ha suggerito”.
    Ora, questa non è una tesi – non amo i romanzi a tesi, e a dire il vero non saprei sostenere una tesi così – ma certo è il collante che mi ha permesso di mettere insieme gli spunti fornitimi dalle fonti che ho citato prima in una storia che è anche la storia di una presa di coscienza (di Prescott).
    A questo punto, mettere a confronto due personaggi molto diversi all’inizio (il giovane brillante americano, il vecchio scontroso affaticato russo) e via via più vicini, e fingere che ciò avvenga in una sorta di saggio in progress, mi è sembrata la forma più adatta.

  99. Questo tuo romanzo è piuttosto corposo… quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

    Ho cominciato a raccogliere pagine attorno al 2005, ai tempi degli ultimi ritocchi su “Le larve”: e qualcosa di quell’altro romanzo deve essere rimasto in “Rapsodia” – sto pensando alle pagine in cui Dvoinikov rievoca la sua infanzia nel grande palazzo signorile in campagna e l’adolescenza da inquieto dongiovanni a Mosca…
    Poi ho preso gusto a immaginare le pagine di analisi di composizioni immaginarie (di Dvoinikov e di Prescott): lo so, altri illustri autori, immensi anzi, lo hanno già fatto (li abbiamo ricordati a più riprese in questo forum), ma ho cercato di non lasciarmi intimidire da loro, e di conservare il piacere di comporre musiche con le parole.
    Poi ho lasciato che i personaggi prendessero corpo, e si muovessero, e si incontrassero. Sono cose che richiedono tempo e spazio.
    Poi è toccato al pamphlet settecentesco, in cui si immagina un viaggio del tempo in un Novecento musicale folle ma anche profetico: puro divertimento (a cui è seguito un paziente lavoro di asciugatura, viste le prime reazioni degli amici che si sono prestati alla lettura).
    Infine, è arrivata l’esasperante fase della sistemazione, della combinazione, dell’amalgama, della ricerca del tono giusto, del controllo, del ricontrollo. Alla fine del 2008 il libro poteva dirsi concluso, nelle linee generali.

  100. Che tipo di riscontri hai avuto (fino a questo momento) dai lettori?
    Rassicuranti. I musicisti di impostazione classica mi hanno confermato di aver trovato nelle pagine di “Rapsodia” molto della loro vita e dei loro pensieri, e non hanno storto il naso di fronte alle pagine di maggiore impronta musicale. Chi ama il rock o il pop o la techno si è divertito a leggere le pagine in cui Prescott esprime tutto il suo disappunto e rimugina su come salvarsi da un lavoro che gli è stato commissionato e che dovrebbe contaminare stilemi colti con ritmi da discoteca… E anche chi ama e pratica il jazz mi ha confidato che sì, è proprio così, il jazz soffre oggi delle stesse magagne che Ethan Prescott individua nella musica del suo compagno Carl Thalberg – l’approvazione del cultore di jazz mi interessa molto, proprio perché il jazz nel mio romanzo sembra fare una figura un po’ barbina…
    Ma anche chi non sa nulla di musica (la musica! Classica! Del Novecento!) è riuscito a superare le pagine più ardue e a interessarsi alla storia dei personaggi – con qualche fatica, magari, ma spero ripagato con un sovrappiù di emozioni e di gratificazioni.

  101. Ma di cosa , Claudio. Ti faccio tanti auguri per il tuo romanzo.
    Aggiungo anche questo. Sulla questione La musica è musica, sono d’accordo. Però secondo me bisogna distinguere tra buona e cattiva musica. C’è buona e cattiva musica all’interno della musica rock e pop, c’è buona e cattiva musica all’interno della musica sinfonica. Se parliamo di classica, significa che ha resistito al decorso del tempo e che generazioni di critici musicale e fruitori di musica l’hanno resa duratura, eterna. Però mi è capitato di ascoltare musica sinfonica contemporanea scadente.

  102. Dimenticavo. Quando distinguiamo tra buona e cattiva musica, lo facciamo sempre seguendo il nostro gusto personale ed è meglio evitare di dare giudizi definitivi.
    Per es., tra Beatles e Rolling Stones preferisco di gran lunga gli Stones. Ma mi guarderei bene dal considerare i fab four come quattro brocchi.

  103. Scusate se sono uscito fuori tema, non ho parlato granché ( proprio nulla ) di letteratura.

  104. si, mi scuso sinceramente con lei, avevo interpretato male. Comunque la musica classica è morta, infatti non esistono più compositori ma solo esecutori.

  105. a ridaje, filippoooooooooooooooo 🙂
    secondo me ti contraddici. la musica classica, come diceva angelo sopra ( Se parliamo di classica, significa che ha resistito al decorso del tempo e che generazioni di critici musicale e fruitori di musica l’hanno resa duratura, eterna ) è immortale. dunque non può morire. dunque non è morta.
    🙂

  106. il 1° gennaio di ogni anno il concerto sinfonico su rai uno ( in genere in diretta da vienna ) è un must per molti di noi.
    mica trasmettono un concerto dei miei adorati pink floyd (managgia a loro). 🙂
    e se i compositori odierni di musica sinfonica (magari meno noti delle spice girls…. ma esistono ancora le spice girls?) verranno ricordati tra duecento anni, lo sapranno solo i nostri discendenti.

  107. ragazzi ve sto a pijà per… non ho nemmeno letto cosa ha detto morandini, che per me, lo dico chiaro, è e resterà sempre quello del dizionario dei film. Per il resto musica e letteratura, pizza e letteratura, tonno e letteratura saranno sempre uniti o disgiunti, dipende di chi li guarda e da come li guarda… però se li guarda un cieco… capisco… o se ascolta un sordo… in ogni caso la musica classica pur nel suo splendore, son diplomato nello strumento più bello al mondo, rimane un’arte reazionaria e snob, tale e quale a certi palloni gonfiati delle case editrici che hanno fatto la permanente pure là sotto… e vi posso garantire che fanno bene a chiudere i conservatori… chiudessero pure le case editrici… e i panifici

  108. filippo, se commenti i commenti altrui senza nemmeno averli letti, non so che dirti.
    non so in che strumento sei diplomato, ma ti prego, non mi chiudere anche i panifici. vabbè che non si vive di solo pane, ma anche di libri ( dunque è bene che le case editrici rimangano aperte ). tuttavia pane ed acqua li danno anche ai carcerati.
    salutami il tuo strumento. 🙂

  109. Anche la prosa ha un suono, non solo metaforico ma in qualche modo strutturato. Però, bisogna mettersi d’accordo: altra è la struttura (forse spontanea) del discorso consueto; altra è la struttura che valorizza il confronto verso-prosa. In questo secondo caso, il non-verso aiuta ad arrivare al verso. E a una diversa musicalità.

    Paolo Giovannetti insegna Letteratura Italiana allo IULM di Milano

    Fonte: Treccani scuola
    http://62.77.55.137/site/Scuola/scuola.htm

  110. La prosa e il suo rovescio
    Non è un’osservazione particolarmente geniale: quello del verso e quello della prosa sono due sistemi nettamente distinti. Del resto, anche se in modo impreciso, a prosa viene spesso associata la nozione di narrativa; e a verso viene associata l’idea di poesia lirica. La stessa etimologia lo dichiara a chiare lettere: se versus sta a indicare qualcosa che si piega su se stesso, che torna indietro, pro(r)sa (oratio) sottolinea l’andare avanti del discorso, il suo procedere linearmente.
    Tuttavia, è altrettanto certo che da circa centocinquant’anni a questa parte nella cultura occidentale abbiamo assistito a una serie di tentativi che mirano a contestare l’opposizione in oggetto, a ridiscuterla. Varie poetiche hanno cioè proclamato che la prosa e il verso non dovrebbero essere tenuti separati. Non a caso, sia il simbolismo francese sia per esempio l’opera dell’americano Walt Whitman hanno suggerito che si possa scrivere poesia in prosa, cioè praticare il genere lirico senza lo strumento tradizionale della sua manifestazione. In particolare, si è cercato di scoprire (o riscoprire) la ritmicità, e quindi in senso lato la musicalità, anche della prosa, a partire da una sua contaminazione con il verso.
    Ed è probabile che tale sia la vera differenza fra la musica di una certa prosa moderna, più artificiosa, e il suono della prosa tradizionale. Insomma, se questa manifestava e manifesta sonorità ad essa specifiche, quella si confronta assiduamente con il mondo del verso. Un confronto che peraltro – come vedremo – può avvenire anche in negativo.
    In sintesi, allora, sono possibili per lo meno tre modi di concepire la musicalità della prosa:
    a. una musicalità in qualche modo naturale,
    b. una musicalità “in positivo”, nata dall’impiego di forme versali,
    c. una musicalità “in negativo”, nata dal tentativo di scrivere poesia senza il verso.

    Paolo Giovannetti insegna Letteratura Italiana allo IULM di Milano

    Fonte: Treccani scuola
    http://62.77.55.137/site/Scuola/scuola.htm

  111. Un suono ambiguamente naturale
    È probabile che anche il più innocente periodo prosastico sia portatore di un sistema di sonorità, di un’intonazione e di un ritmo. In particolare, si è parlato di vere e proprie ‘unità melodiche’ che strutturano qualsiasi discorso prosastico.

    Se, per esempio, riscrivo l’inizio del presente saggio, posso agevolmente riconosce i seguenti tre gruppi melodici:
    1. Non è un’osservazione particolarmente geniale:
    2. quello del verso e quello della prosa
    3. sono due sistemi nettamente distinti.
    Nell’esecuzione di questo testo qualsiasi locutore sottolinea, con un’inflessione della voce, ascendente oppure discendente, la conclusione di ognuna di queste tre unità: che perciò si caratterizzano anche in senso musicale come veri e propri segmenti autonomi. Non solo. Il rapporto fra le lunghezze dei membri consente di svolgere considerazioni ritmiche anche piuttosto raffinate: in questo caso, per esempio, a un’unità lunga succedono due unità più brevi e di estensione quasi eguale, secondo lo schema ABB.

    Esaminiamo un altro passo della prosa che state leggendo:
    1. Tuttavia, è altrettanto certo
    2. che da circa centocinquant’anni a questa parte
    3. nella cultura occidentale abbiamo assistito a una serie di tentativi
    4. che mirano a contestare l’opposizione in oggetto,
    5. a ridiscuterla.
    Dapprima è realizzato un ampliamento progressivo delle parti, poi un loro restringimento. Ne discende un organismo, bilanciato e simmetrico, che potremmo schematizzare con la formula ABCBA.

    Certo, è difficile dire quanto sia davvero ‘naturale’ questo tipo di sonorità. Anche se in modo inconsapevole, è assai probabile che persino nelle scritture più rilassate agiscano convenzioni implicite, vale a dire sia attiva una retorica musicale della prosa. Curiosamente, però, questo tema è stato studiato quasi soltanto nel mondo antico, mentre oggi c’è scarsa attenzione nei suoi confronti.

    Paolo Giovannetti insegna Letteratura Italiana allo IULM di Milano

    Fonte: Treccani scuola
    http://62.77.55.137/site/Scuola/scuola.htm

  112. Il verso nella prosa
    I due modi di concepire la musicalità della prosa nati dopo il simbolismo sono riconducibili a un denominatore comune: il confronto con la realtà del verso. La prosa in questi casi allude ad altro da sé, a qualcosa che vive al suo esterno e che nondimeno penetra in essa sino a trasformarla.
    Facilissimo è spiegare in che cosa consista la musicalità di un brano come questo (si cita dai Frantumi di Giovanni Boine, il testo è del 1915):
    ”- Quando gioca lento con gli accordi, fa cento fuggitive meraviglie che nessuno più le udrà: nenia di su l’armonio all’impensata la bizzarria malata della sua lauta malinconia: proprio una malia […]”.

    Versi regolari, vere proprie rime permettono di cogliere una forma che potremmo rendere nel seguente modo (tra parentesi quadre, le lunghezze sillabiche):
    – Quando gioca lento con gli accordi, [10]
    fa cento fuggitive meraviglie [11]
    che nessuno più le udrà: [8tr]
    nenia di su l’armonio all’impensata [11]
    la bizzarria malata [7]
    della sua lauta malinconia: [10]
    proprio una malia [6]

    Sensibilmente più complesso è individuare l’altra faccia di questo tipo di procedimento: quella che si confronta con il verso sì, ma soloin negativo. Non è del resto casuale che il vero e proprio inventore della poesia in prosa moderna, Charles Baudelaire, nella prefazione a Lo spleen di Parigi abbia dichiarato di voler fare poesia “senza ritmo”. I suoi testi agiscono per sottrazione: la loro forza espressiva è tanto maggiore, poeticamente parlando, quanto meno presente in essi è il riferimento ai modi tradizionali di fare poesia.
    Ne discende una musicalità anomala, ‘di testa’, che chiede al lettore la sintonia anche ideologica con chi scrive. Per esempio, se leggo l’attacco dei Trucioli di Camillo Sbarbaro (un libro del 1920):

    ”La mia anima d’ora somiglia ad una vite guardata un giorno con meraviglia. Nasceva da un muro di casa su una piazza lastricata. Trapiantata in piena terra sarebbe intristita, io credo”.

    Le eventuali sonorità o ricorrenze ritmiche passano in secondo piano di fronte all’intenzione dell’autore, e del testo, di fare poesia contro le convenzioni generalmente accettate. Il suono, qui, è il suono che non c’è; un suono negato, che però deve accompagnare quasi ossessivamente il lettore. La convenzione roboante si strozza nel silenzio polemico di un poeta che esibisce soprattutto la propria umiltà.

    Paolo Giovannetti insegna Letteratura Italiana allo IULM di Milano

    Fonte: Treccani scuola
    http://62.77.55.137/site/Scuola/scuola.htm

  113. Angelo, quello che dici sulla qualità della musica indipendentemente dal genere mi trova d’accordo. E uso il termine “genere” per pura comodità e senza voler fare gerarchie, perché so bene, ma l’ho già scritto, mi pare, che tutte le etichette sono insoddisfacenti. C’è buona o cattiva musica. Il tempo, di solito, aiuta a distinguere: ciò che è buono sopravvive, o prima o poi viene riscoperto. (Ma non mi addentro nel discorso sui parametri con cui giudicare la bontà o meno, non ne uscirei vivo.)
    Aggiungo che per un narratore anche la cattiva musica ha un suo fascino: una musica che fallisce lo scopo, che arranca dietro a modelli troppo alti, che ha il fiato corto, o che è fatta di gesti retorici e non di vere idee, che pecca in prolissità, o è aridamente scolastica, o insulsamente ribelle – una musica così, che mostra la fatica del vivere e il dolore del confronto con il genio altrui e l’illusione di una impossibile immortalità attraverso l’arte, è uno splendido soggetto.

  114. Ancora una volta perfettamente d’accordo con te, Claudio.
    Quello che dici è vero. Un musicista “inetto” potrebbe essere un soggetto molto interessante per un romanzo.
    Complimenti anche per le tue risposte a Maugeri, che ho letto sopra.

  115. Salve è tanto tempo che non partecipo più ad un Vs. dibattito, ma purtroppo con il passare del tempo sto diventando sempre meno lettore, nel senso che non leggo quanto vorrei e quindi spesso proponete cose alle quali non ho titoli per partecipare. Ho deciso di rimettermi in gioco con questo blog, vi chiedo però di essere comprensivi se scriverò delle corbellerie; purtroppo la mia formazione scolastica è dovuta ad un istituto tecnico! La letteratura e la musica hanno molte cose in comune: il ritmo perchè anche la scrittura deve avere un rtmo, la capacità di stimolare i sensi e di produrre suggesstioni e sensanzioni, la capacità di decrivere sensazioni e situazioni, stati d’animo e riflessioni.
    La musica e la letteratura si differenziano nettamente per il fatto che la musica è più eterea, spirituale mentre la letteratura è più concreta; la parola scritta ha un percorso di assimilazione mentale diverso dalla nota musicale ( il vecchio detto Verbum volant) il che rende le due diversamente fungibili, cosicchè si può essere buoni lettori, ma pessimi ascoltatori di musica e viceversa, mentre secondo me la musica è assai più legata alla pittura, raramente dei cattivi fruitori di musica apprezzano un quadro, una statua od una cupola.
    La musica entra sempre nella letteratura, le due cose sono speculari e si possono fare tanti esempi, Shakespeare, Cervantes sono musica di piazza; Monteverdi e Palestrina sono la musica di piazza che diventa colta; Goethe è strattamente legato a Wagner che ha poi ispirato tanta letteratura d’avventura ( Moby Dick e tutto Salgari sembrano Parsifal)Il Jazz ha ispirato tanta letteratura americana (Scott Fitzgerald) la letteratura sudamerica sembra tutta un grande tango ( Edoardo Soriano o Galeano, Sepulveda) e così via. Nell’opera lirica si ha la perfetta rappresentazione musicale della letteratura Puccini esaltava i romanzi d’appendice tanto in voga ad inizio novecento ( vedi Fogazzaro) Mascagni ed il verismo ( Cavalleria rusticana) Rossini che sembra musichi Goldoni Rachmaninoff e Dostoyevsky Tolstoj e Wagner Garcia Lorca e Rafael Alberti.
    Concludo questo sproloquio con quello che per me è il romanzo che più rappresenta la commistione tra musica e letteratura; non ho dubbi è il Grande Gatsby pregno di atmosfere Ragtime a leggerlo sembra di essere ad una festa da ballo.
    Saluti

  116. @ Filippo
    Hai fatto bene a scusarti con Claudio. Ti ringrazio molto.
    Come è stato evidenziato da altri, Claudio (oltre a essere davvero competente) è una persona molto garbata (e che non cede alle provocazioni). Mica l’ho scelto per caso come animatore di questo post!
    Grazie, comunque, per i tuoi interventi.

  117. So che Achille Maccapani ha qualche difficoltà a intervenire.
    Nei commenti a seguire, inserirò alcune sue (corpose) dichiarazioni rilasciatemi in precedenza sul suo romanzo “Bacchetta in levare”

  118. Per meglio raccontare come è nato questo romanzo, visto che tu, Massimo, lo hai introdotto, proporrò nei successivi post il backstage (già uscito sul mio blog), nel quale ho cercato di spiegare una serie di particolari utili a capire perchè ho scelto di raccontare una storia alquanto strana.

  119. Ricordo ancora adesso quella sera di fine agosto del 2006, quando scrissi di getto il prologo di Bacchetta in levare. Con il libretto di Francesco Maria Piave sulla parte sinistra del tavolo, e il file video del terzo atto della Traviata nell’interpretazione di Angela Gheorghiu, diretta da Sir Georg Solti al Covent Garden di Londra, sul pc portatile. Tutto venne giù diretto, come una colata lavica, come qualcosa che avevo maturato dentro di me, e che teneva dentro i primi germi di una trama che avrebbe poi dovuto svilupparsi nel corso della narrazione. Di solito la prima stesura non è mai quella buona, ma in quell’occasione si era talmente accumulata una tensione forte in me, al punto tale da buttare giù l’ossatura di un racconto che, per il 70 %, era già pronto.
    A quel punto, dovevo mettermi al lavoro attraverso una scaletta. Che scrissi in un paio di serate nel settembre 2006. Proprio durante quelle settimane venni a conoscenza che la fondazione Ambrosianeum di Milano aveva indetto un concorso letterario per la ricerca di romanzi inediti, aperti al dramma esistenziale umano: ricordo anche le parole di incoraggiamento di Ferruccio Parazzoli riportate in un articolo pubblicato su Vita e Pensiero, e ripreso anche sul sito di Giuseppe Genna, e le sue forti provocazioni rivolte a dare voce a romanzi che uscissero dai confini angusti delle piccole storie personali, e che dessero voce ai problemi dell’esistenza, alle vere inquietudini di questa società contemporanea. Di tempo a disposizione ce n’era, eccome. Decisi così di mettermi al lavoro.
    In realtà il dettaglio della scaletta era tutto concentrato attorno alla prima parte. L’idea di base era quella di raccontare la solitudine dell’io narrante tra le colline liguri, che conoscevo bene per più di una ragione. I luoghi di Brunetti li avevo frequentati ripetutamente, dunque potevo illustrarli con dovuta cognizione di causa, soffermarmi su particolari che ricordavo bene.
    Il fatto di contare su una buona memoria visiva dei luoghi mi aveva favorito nel provare a soffermarmi su colori, atmosfere, tensioni, prendendo spunto da quegli incredibili strapiombi che i panorami delle colline che si dispiegano sotto la frazione Brunetti si dipanano con un senso dello stupore visuale, tale da lasciarmi ogni volta stupito. Ecco, era proprio quella specie di vertigine che provavo, mentre camminavo lungo quella strada discendente e che, di colpo, oltrepassata la curva estrema, l’ultima dopo la piccola chiesa, si immerge in una radura verde che abbraccia e sommerge la strada asfaltata, poco più di una corsia, nonostante sia una provinciale, e si diriga addirittura verso due confini di Stato: quello autostradale verso Menton e quello verso Breil.
    Cominciai a scrivere seguendo queste coordinate. Sapevo che l’idea di rinunciare, almeno per una prima fase della narrazione, ai dialoghi non era affatto semplice da realizzare, da mettere su carta. Ricorrere allo strumento dei dialoghi, ho sempre letto dalle testimonianze di vari scrittori famosi, era sempre un espediente riposante. Per me non lo era.
    Preferivo far parlare la voce del narratore, dell’io narrante, di quest’uomo stanco di 70 anni che aveva svuotato la sua casa di Bordighera per destinarla agli affitti per vacanze dei turisti, preferendo nascondersi tra le colline, ritrovare una nuova dimensione di serenità, e non rendendosi conto di trovarsi di fronte a tanti, troppi dilemmi, ad un vero e proprio domandare a se stesso quale fosse il destino futuro della sua vita, di fronte ad una tragedia familiare con la quale non riusciva a fare i conti, di fronte ad un lutto che non voleva elaborare.

  120. Durante la stesura del romanzo, avevo in mente l’idea di raccontare la fase cruciale dell’esistenza di un uomo che aveva visto scorrere le tappe fondamentali della storia italiana, passando dagli anni Cinquanta della Scala di Visconti, De Sabata, Giulini e Karajan, e che non si era reso conto di trovarsi, unico testimone, dentro un’altra epoca, fatta di multimedialità, email, telecamere digitali, pay tv, e tante di quelle diavolerie che, nel periodo della narrazione (tra il 2004 e il 2005), si erano già affermate, ma non ancora in quel modo dirompente come adesso (mi riferisco, ad esempio, a quella diavoleria che è il Digital Concert Hall, creato dall’Orchestra Filarmonica di Berlino, e che permette a chiunque, con un pc ultimo modello collegato a Internet, di abbonarsi ad una stagione sinfonica e di vedersi tutti i concerti a casa).
    Volevo provare a mostrare – attraverso la personalità di un uomo affascinante, che aveva vissuto profondamente queste epoche, susseguitesi una dopo l’altra – il mondo contemporaneo, fatto di tante, troppe precarietà, troppe solitudini, troppe variabili dipendenti tra loro.
    Mi ero dunque reso conto che la trama si stava sviluppando in modo coinvolgente nella fase in cui la scaletta si era resa sempre più stringata. Mentre la prima parte era decisamente più dettagliata, ed ero riuscito a svilupparla con maggiore dovizia, salvo poi accorgermi (poi dirò come) che avevo un po’ esagerato, in quella successiva mi ero trovato con le briglie più sciolte, al punto tale dal decidere di divertirmi nel dare voce a più io narranti. È vero, questa tecnica era già stata utilizzata nel romanzo Confessioni di un evirato cantore, anche se la stesura di Bacchetta in levare era stata completata prima: ma l’idea che avevo in mente era quella di creare la coralità dell’azione, di far vedere uno stesso episodio da più visuali, quasi contemporanee tra loro, un po’ come avviene in un film, il flusso si sviluppa, va avanti, e di volta in volta interagiscono i vari personaggi.
    Mi piaceva l’idea di una trama in movimento, dove non ci dovesse essere la solita narrazione in terza persona, bensì una selva di vari soggetti che, uno dopo l’altro, saltano fuori sulla scena, e si trovano coinvolti nel percorso della storia. Un po’ come durante una ripresa cinematografica o televisiva fatta in diretta, quando prima c’è una telecamera in funzione, poi un’altra ancora, e così via, con la differenza che qui c’era solo il fatidico e maledetto foglio di carta, o meglio, lo schermo bianco del pc portatile. Non disponevo di consigli per la scrittura, di manuali vari, a parte le solite letture fatte a spizzichi e bocconi, tra una pausa e l’altra della vita familiare. Però sentivo il desiderio di sperimentare qualcosa di diverso e nuovo. Ma ero consapevole che la parte più difficile doveva ancora arrivare: la terza parte.
    Mi ero messo in testa, pazzo come un cavallo, l’idea di raccontare dal di dentro l’evoluzione di un concerto sinfonico. Sì, di tutto quello che accade quando il direttore d’orchestra entra sulla scena, sale sul podio, e inizia a dirigere. Un rituale, in apparenza, sempre uguale. Ma che ogni volta è diverso, affascina. E crea una tensione difficile da descrivere, da rendere su carta, da immortalare. Avevo un precedente, in proposito, nella recente narrativa italiana: Hotel Borg, il romanzo di Nicola Lecca, che puntualmente avevo divorato, curioso di verificare come diavolo fosse riuscito a cimentarsi nella storia affascinante di un direttore d’orchestra, Alexander Norberg, che decide di tenere un ultimo concerto con i Berliner Philharmoniker dedicato allo Stabat Mater di Pergolesi, in una piccola chiesa di Reykjavik. Ebbene, quando mi sono accorto che nel momento fatidico, in quel maledetto momento, il narratore cede il passo, e non prova a descrivere la musica, ma si limita a riproporre il testo di Jacopone da Todi, mi sono sentito male. E mi sono detto che quella era un’occasione perduta.
    Insomma, il fatto di raccontare l’evoluzione di un concerto, attraverso l’io narrante del direttore, rappresentava per me una grande possibilità. Oserei dire anche: irrinunciabile. Ma non sapevo come e in che modo uscirne fuori.
    Ho dunque interrotto la lavorazione del romanzo. E ho ripreso a leggere: stavolta nessun romanzo, bensì un manuale di direzione d’orchestra (quello di Hermann Scherchen) e uno di teoria musicale. Insomma, ho ricominciato a studiare musica. Poi, dato che avevo già individuato la struttura del programma del concerto ipotetico del protagonista, ho iniziato a cercare la partitura giusta della sinfonia n. 8 di Anton Bruckner. Solo che… non sapevo che Leopold Nowak avesse realizzato due edizioni critiche della stessa sinfonia, basate però su altrettante stesure.
    All’inizio, infatti, avevo ordinato presso l’editore tedesco Schott l’edizione sbagliata. Me ne sono accorto tuttavia dopo aver esaminato la partitura orchestrale, passo dopo passo, essendomi reso conto che diverse parti strumentali erano profondamente diverse, rispetto a come suonavano nei file audio della revisione prescelta, quella del 1890. Ho dunque ordinato l’altra partitura, rivelatasi quella giusta. Poi, non contento, ho fotocopiato la partitura tascabile in un formato di carta A4, provando ad identificare le varie pagine in coincidenza con i relativi minutaggi.
    Mi sono immerso dunque in un linguaggio, in una scrittura diversa dalle solite. Quella delle partiture sinfoniche, fatta di righi musicali che vanno avanti insieme e creano un unico flusso sonoro, quello dell’orchestra. Una scrittura strana, fatta di saliscendi, pause, flussi nervosi che fanno capire quanta sofferenza ci fosse dietro quelle pagine intense, tese, estreme fino allo spasimo, che non aveva nulla a che vedere con quella narrativa, eppure mi affascinava, mi colpiva, e a mano a mano che leggevo le pagine della sinfonia, mi immergevo sempre di più nel dramma interiore di Enrico Liverani, come se fosse mio, come se io fossi Liverani, come se io fossi di fronte a questa orchestra di giovani musicisti in quella sala da concerto dall’acustica incredibilmente unica e perfetta. E mi sono reso conto, notte dopo notte, coinvolto nella fase preparatoria della stesura della parte terza, di quanta veridicità potesse esserci in una semplice trama di finzione.
    Era molto strano, il modo di lavorare sviluppato in quel periodo. Dovevo infatti basarmi sulle sensazioni che si sprigionavano, oltre che dall’ascolto della musica, dalle dinamiche provenienti da tutti quei segni scritti, da tutte le sfumature concentrate nelle varie battute, una per una.
    Il fatto di scandagliare l’intera partitura, per me che fino a quel periodo non avevo mai toccato una pagina di musica dai tempi in cui avevo provato, in età preadolescenziale, ad imparare a suonare il pianoforte, rappresentava una sfida immane. Ma era l’unico modo per cercare di entrare ulteriormente dentro la musica, per provare, non dico a capire, ma a cercare di afferrare anche una benché minima componente dei risvolti e dei flussi di comunicazione che il compositore intendeva esprimere all’atto della sua scrittura.
    E, di conseguenza, di cercare di mutuare questi suoi gesti, questi suoi tic, queste sue estensioni della propria personalità, del proprio vissuto e del suo essere più intimo, coniugandole a mia volta all’immaginaria personalità del direttore d’orchestra, che vive la musica, la fa ricreare dal nulla, trasforma col suo gesto i segni della partitura in suoni vivi che vibrano nella sala da concerto, e crea una tensione vitale in grado di coinvolgere, emozionare, commuovere lo spettatore.
    Durante quella strana fase di stesura, non potevo contare su una scaletta, ma sul lavoro tecnico sviluppato precedentemente, sull’analisi della partitura, che poi era di un profano come me, del tutto avulso dall’abitudine di maneggiare fascicoli complessi come quelli di sinfonie o poemi sinfonici. Come se non bastasse, avevo avuto il folle coraggio di ricominciare a leggere la musica, non partendo da qualcosa di apparentemente facile, come potrebbe sembrare, tanto per fare un esempio superficiale, una sinfonia di Haydn.
    No, assolutamente! Avevo scelto di buttarmi su Bruckner, sulla sua sinfonia più complessa e nel contempo più appagante. Forse perché, inconsciamente, conoscevo quelle musiche dall’età dell’adolescenza, quando mi era capitato di ascoltare, per la prima volta alla radio, l’Ottava sinfonia durante un concerto a Salisburgo del 1975 con i Berliner Philharmoniker diretti da Herbert Von Karajan.
    Quelle musiche mi erano rimaste nella testa, anche negli anni successivi. Al punto tale da sentirne l’eco, d’estate, quando camminavo lungo la strada di Brunetti. Di riconoscere questo o quel passaggio strumentale, identificandolo a questo o quello squarcio collinare.

  121. Da “Bacchetta in levare” di Achille Maccapani

    Sir Edward Elgar, dalle Enigma Variations op. 36: variazione n. 9, Nimrod

    La prima nota, dilatata fino all’estremo, che nasce dal silenzio non proviene dall’inizio del brano. Bensì dalla fine di quello precedente che si conclude in un modo quasi sospeso. Etereo. Aperto ad una dimensione nuova. Così ho scelto di iniziare a dirigere, proprio a partire dall’ultima battuta dell’ottava variazione W.N. (Winifred Norbury).
    Questo prolungamento, affidato ai primi violini, è la netta e vigorosa cesura da una stanca e sempre uguale quotidianità. L’azzeramento mentale di tutti i confini e gli orizzonti materiali. Lo squarcio aperto verso un universo dal quale mi sono distolto, solo temporaneamente. Ma verso il quale il ricordo non è agevolmente rimuovibile. Soprattutto quando il dolore di una perdita così forte come quella di mia moglie si fa sentire.
    Questo lunghissimo sol dei primi violini, linea di unione tra il nulla e l’assoluto. Fonte abbeveratrice per il giusto ristoro spirituale. L’apertura dell’intreccio polifonico di tutti gli archi.
    Un lieve ondeggiare in pianissimo, affidato al canto dei primi violini. L’immagine di un mare calmo, largo, infinito. La luce lunare che illumina con evidenza uno spicchio dello specchio acqueo.
    Una luna piena. Splende.
    La osserviamo io e Giuliana.
    Abbracciati. Senza parlarci più. Non c’è bisogno. Le parole non aggiungerebbero nulla in più di quanto viviamo. La sua lontananza è ora una presenza. Vicina a me.
    Non è più viva. Ma è come se lo fosse.
    Se n’è andata. Ma è come se non fosse mai partita.
    Intanto il mare avanza, come gli archi che procedono con una dolce discrezione. Un susseguirsi di carezze, di espressioni d’affetto. Il crescendo alla quarta battuta rende più intense le emozioni. Accentuate dal vibrato dei primi e dei secondi violini.
    Creano una tensione liberatoria. Da farmi star male. Da farmi capire quanto sia difficile. Quanto resti difficile. Continuare a vivere. Resistere. Restare in questo mondo terreno. Nonostante tutto.
    È proprio quando la melodia si trasforma, si evolve, si ritorce che fa affiorare dal profondo della mia mente i ricordi.
    Quelli di un passato che non tornerà più.
    Quelli di una vita insieme, la nostra, che non potrò più condividere con te.
    Il diminuendo progressivo, un canto accorato. Un dolore espresso con dignità e contegno. Una ferita che deve essere rimarginata. Ammesso che ciò sia possibile. Altrimenti non resterebbe che il difficile attenuamento del dolore. Conviverci ogni giorno.
    Ci avviamo verso la ripresa.
    Il tema melodico abbraccia pure flauti, oboi, clarinetti, fagotti e corni. Si espande. Esprime una dimensione più raccolta. Un volume sonoro denso e pastoso. Un corale funebre privo di parole. Ma aperto alla speranza verso il futuro.
    Sembra di vedere riassunto in pochi istanti il lento passaggio dalla notte all’alba. Dal buio delle ultime ore notturne ai primi bagliori di una luce diurna. Gli squarci del primo chiarore del giorno, sottolineati dal timbro accorato dei corni, mi appaiono davanti. In tutta la loro pienezza. L’aria fresca e un sottile filo di vento mi fanno sentire più sveglio.
    Il tema musicale avanza. Sottolinea la molteplicità delle sensazioni suscitate. Cresce di intensità. Le lunghe e intense arcate dei violini sprigionano un’energia impetuosa. Aumentano sempre di più. Non accelerano. Ma si fanno più possenti e nel contempo più fragili.
    Lo sviluppo discendente suscita sensazioni opposte. Contrastanti. Una cellula melodica che si concentra sotto forma di domanda. Si trasfigura. Lascia le porte aperte. Nella ricerca di una risposta.
    Questo ritrarsi.
    Questo indietreggiare dei violini.
    Questo canto, condotto dagli oboi e dai clarinetti: con poche note lunghe lasciano affiorare le voci, di poco lontane, delle viole e soprattutto dei violoncelli.
    Sembrano durare un’eternità, tanta è la dilatazione del tempo mentale che lascia le sue tracce nella mente.
    Invece si apre subito dopo questo breve attimo di respiro, dopo questo sguardo rivolto verso altri lidi, un ritorno all’orizzonte originario. Violoncelli e contrabbassi fanno ben presto dimenticare questo limbo. Questa temporanea attesa.
    Poche, incisive, arcate discendenti.
    Crescendo molto.
    Adesso i primi e i secondi violini. Prima sullo sfondo. Poi anch’essi in crescendo. No, proprio non riesco a distogliere il mio sguardo da te. Lo so che questa sarà l’ultima volta per chissà quanto tempo mi rimane da vivere, ma non ho altra scelta.
    Il battito del cuore cresce. Cresce ancora di più. Arcate ancor più intense. Vigorose. Cariche di un calore totalizzante. Ma devo mantenere i nervi saldi. Ci provo.
    Scattano i timpani. Un rullo continuo in mezzoforte. Tutta l’orchestra si trova unita. Mi si stringe vicino. Distendo le braccia. Mi viene spontaneo rallentare in questo punto. Non è scritto nella partitura: ma è necessario, me lo sento.
    Ora mi ritrovo il tema iniziale. Stavolta non più tenue. Non più discreto. Ma reso in piena evidenza. Vigoroso. Energico. La prima voce è espressa con un incedere largo e sereno dai violini e dai flauti.
    Eppure tutta l’orchestra partecipa a questa ripresa. A questa condivisione di una maturazione sofferta. Ma determinata. Il transito delle note e degli accordi acquista una forma intensa. Il rullo dei timpani nei punti chiave dell’intreccio melodico conferisce un tono di solennità inusuale.
    Questo non è più un corale funebre, è un inno di libertà!
    È un inno di liberazione dai fantasmi della morte!
    È un inno di liberazione da tutte le paure e i demoni che si aggirano ogni giorno attorno a me, senza ch’io me ne accorga!
    È un inno di liberazione in termini di accettazione, di rielaborazione della tua perdita!
    Non posso crollare, in questo momento, no! Devo reagire!
    Il tema avanza, pur trasferendosi dall’ottava superiore a quella inferiore. Ma non perde un grammo di intensità. Non diminuisce la gradazione di tensione interiore che si sprigiona da queste poche pagine di partiture musicale. E mentre sale il percorso degli archi, condiviso dagli altri strumenti, sento maturare ancora di più quanto stia davvero reagendo con il conforto di questa musica.
    Ma quando si giunge al punto di svolta del tema, il ritmo cadenzato preannuncia una scelta diversa. Non più dunque il rifugiarsi nel tenue intermezzo degli oboi e dei flauti. Non di certo altre soluzioni. La chiusa conduce dritti alla fonte originaria, al tema stesso.
    Non basta dirlo una sola volta.
    No, le nostre orecchie sono troppo incredule per accontentarsi di ciò.
    Allora nella partitura questo inciso si ripete. Poi, una breve pausa di respiro. E l’ultima ripetizione dell’inciso, di poco variata: la domanda si trasforma in perorazione, la discesa si fa più sofferta.
    Il crescendo accumula un’energia inusuale, i timpani rullano con una virulenza decisiva. È proprio il momento giusto. Quello conclusivo.
    Avanti!
    Di nuovo allargo le braccia.
    Eccolo, il tema. Ma è solo l’inizio.
    Lo dilato, per lasciarlo cantare a tutta l’orchestra.
    Poi smorzo improvvisamente il volume, da molto forte a molto piano.
    Non ci resta che terminare con una quiete raggiunta.
    Una serenità tanto agognata. Tanto desiderata. E finalmente conseguita.
    Un mare infinito, che non conosce confini.
    Un mare che si allunga fino ad un orizzonte finale non visibile ad occhio nudo.
    Un mare quasi immobile, una tavola composta di acque che non sono in preda dei moti ondosi provenienti dalle più disparate direzioni.
    Un mare largo e calmo che mi osserva, sullo sfondo di un cielo limpido in una giornata estiva immune dalle brezze e dal caldo alquanto afoso.
    È l’ultima nota, con la quale si spegne la variazione Nimrod, si allontana nel buio, nel silenzio, si ritrae.
    Ma con una dolcezza sorprendente.
    Lascia dentro di me la forza di continuare a camminare.
    La forza di continuare a vivere.
    La forza di continuare a fare musica insieme.

    Bene.

    Ora è tornato il silenzio.
    Posso abbassare le braccia.

    Mi concedo un lungo respiro.
    Guardo questi fantastici ragazzi.
    Non posso che esserne orgoglioso.

    Ancora un attimo di silenzio.
    Poi di nuovo gli applausi.

  122. Grazie, Massimo. In effetti, la vita lavorativa (e in parte quella familiare) mi ha travolto non poco. Soprattutto negli ultimi giorni. Conto di riprendere ad intervenire da domani, anche sulla base delle riflessioni che scaturiranno dalla riproposizione delle mie note di backstage.
    A presto e buonanotte a tutti.

  123. Ho letto con grande interesse il backstage di Achille Maccapani (il romanzo di un romanzo, verrebbe da dire). Maccapani ricostruisce con grande precisione ogni passaggio dal desiderio (o bisogno) iniziale allo sbocco finale, passando per gli intoppi, le difficoltà, la focalizzazione via via più precisa di uno schema, la scoperta dell’intonazione giusta; e dà la misura anche di quanto la pazienza sia una virtù importante (nel lavoro di documentazione, nella ricerca, nella scrittura).

  124. Bravo, Achille Maccapani. Ancora una volta faccio mia l’opinione di Claudio Morandini.

  125. ho letto con piacere tutti i post. si impara molto da queste discussioni.
    grazie a tutti.

  126. x massimo maugeri
    se possibile a me piacerebbe che si aprisse una parte del dibattito pure sui collegamenti tra letteratura e musica pop-rock. in parte è stato fatto, ma forse si potrebbe dire ancora tanto.

  127. tanti auguri e complimenti ai bravi scrittori Marta Morazzoni, Claudio Morandini, Achille Maccapani.

  128. Lo faremo senz’altro, Giovanna, questa inricata discussione durerà a lungo. E, come già ha scritto Massimo Maugeri, l’ultimo romanzo di Michele Mari potrebbe essere l’occasione buona per partire da un esempio “alto” di come si possa coniugare letteratura e musica rock.
    Continua a seguirci, i tuoi suggerimenti sono i benvenuti!

  129. Gentile Massimo Maugeri, la ringrazio molto. Lo so, sono stato scorretto e di questo chiedo scusa a tutti i convenuti, in primis a morandini, ma deve ammettere che un po’ di pepe fintamente burbero e fintamente alla deriva, portava l’attenzione oltre che sul dibattito in questione, anche su alcuni temi che, se vuole “avvolgono”il tema da lei proposto. Ovvero quella separazione tra alto e basso che oggi è davvero obsoleta e soprattutto di matrice settaria. E credo mi possa capire. Ringrazio ancora una volta tutti e mi scuso con tutti nuovamente.
    filippo
    ps: lo strumento più bello al mondo è universalmente riconosciuto come il pianoforte, ma dovete ammettere che non esista nulla al mondo di più vitale di una chitarra elettrica distorta e di un tamburo percosso selvaggiamente.
    chiudo dicendo: Michele Mari è un grande.

  130. Dibattito di altissimo livello. Davvero complimenti.
    Forse posso dare un piccolo contributo alla parte della discussione al rapporto tra letteratura e musica popolare. Tempo fa avevo letto un articolo interessante di Giancarlo Susanna sul sito rai libro.
    Il titolo dell’articolo è ‘Letteratura e popular music: Un excursus su nomi, testi, canzoni del fecondissimo intreccio tra musica e letteratura’.
    Lo propongo in pezzi, come hanno fatti altri con altri articoli.

  131. Letteratura e popular music: Un excursus su nomi, testi, canzoni del fecondissimo intreccio tra musica e letteratura (parte prima)
    di Giancarlo Susanna

    Non saremo certo i primi a ricordare che la musica – da molti considerata la più libera e pura tra le forme di espressione artistica – ha sempre avuto un legame molto stretto con la parola. Le storie più fantastiche, tramandate di padre in figlio per via orale, erano affidate al suono e al ritmo delle parole. Era più facile impararle. Era più facile mandarle a memoria. Soltanto quando la scrittura ha affiancato e poi sostituito completamente l’oralità – creando anche, fra le molte conseguenze, una divaricazione tra cultura “alta” e cultura “bassa” – la narrativa e la poesia hanno potuto vivere senza la musica. Quando si dice che la poesia fissata sulla pagina si muove secondo regole diverse da quelle che governano le parole di un’aria d’opera, di un recitativo o di una canzone, lo si fa quasi sempre lasciando trapelare che è in qualche modo “migliore” o “superiore”.
    In questo numero di Rai Libro ci occuperemo di come la narrativa e la poesia scritte si siano incrociate con la popular music, quella “musica di larga diffusione che circola attraverso media come il disco, la radio, la televisione” (Franco Fabbri, Il suono in cui viviamo, Arcana). E anche di come certe distinzioni siano state superate con il passare del tempo e il fondersi di vari linguaggi.

  132. Letteratura e popular music: Un excursus su nomi, testi, canzoni del fecondissimo intreccio tra musica e letteratura (parte seconda)
    di Giancarlo Susanna

    Se è vero quello che sostiene Alessandro Carrera nell’intervista realizzata da Andrea Monda e cioè che negli Stati Uniti “la poesia scritta, pur con le eccezioni della Beat poetry, si è ormai radicalmente allontanata da ogni cantabilità” e che “la forma di recitazione rituale che Ginsberg e gli altri beat poets cercavano nel loro lavoro è ormai scomparsa dall’orizzonte della poesia americana”, è altrettanto vero che chi scrive canzoni ha spesso nel suo bagaglio di artigiano della parola qualche raccolta di versi del passato e che la Beat poetry non ha ancora esaurito la sua forza propulsiva… Tracce di grandi poeti come William Blake, Arthur Rimbaud, François Villon o William Shakespeare emergono nei songbook dei migliori cantautori di lingua inglese, mentre Eric Andersen, protagonista di alcune fra le più importanti opere della canzone d’autore americana degli anni ’60 e ’70 ha recentemente reso un sentito tributo agli anni d’oro di Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti e Gregory Corso con Beat Avenue, un lungo poema letto sul ritmo di una musica ipnotica e inquietante… La stessa cosa potremmo dirla per l’Italia: anche da noi la poesia scritta contemporanea ha pochissimo a che fare con la canzone, ma i nostri migliori cantautori conoscono bene Giacomo Leopardi, Giovanni Pascoli, Guido Gozzano
    e perfino Ugo Foscolo e Giosuè Carducci.

  133. Letteratura e popular music: Un excursus su nomi, testi, canzoni del fecondissimo intreccio tra musica e letteratura (parte terza)
    di Giancarlo Susanna

    E la narrativa? Provate a confrontare una di quelle “strane” canzoni che scrive Lou Reed – Street Hassle, per esempio – con una pagina di Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr. o un testo di Steve Wynn con un frammento di un romanzo di James Ellroy. E le influenze sono reciproche.
    Quasi tutti gli scrittori americani e inglesi nati nei primi anni del secolo scorso hanno la popular music come un elemento ineludibile del loro paesaggio culturale e sonoro. Valgano per tutti gli esempi de I sotterranei di Jack Kerouac (uno dei suoi libri più intensi e febbrili) o di Sulla mia testa di James Baldwin, imperniato sulla vicenda tormentata del divo del gospel Arthur Montana e di suo fratello Hall, mentre ai nostri giorni appartengono Great Jones Street di Don DeLillo (il cui protagonista, Bucky Wunderlick sembra una sintesi tra Bob Dylan e David Bowie), Alta fedeltà di Nick Hornby, il misconosciuto Visioni rock di Lewis Shiner o Il Buddha delle periferie di Hanif Kureishi.
    In Italia un vero e proprio giro di boa lo hanno segnato Pier Vittorio Tondelli, Enrico Palandri e Andrea De Carlo intorno al principio degli anni ’80. Nei loro libri non c’erano soltanto dei riferimenti espliciti alla cultura rock, ma anche un ritmo e un incedere che rimandava evidentemente alla musica che ascoltavano più volentieri. Enrico Brizzi, Giuseppe Culicchia, Andrea Demarchi, Marco Mancassola o Andrea Mancinelli – per citare i più amati dai giovani lettori del nostro paese – non fanno eccezione alla regola che vuole la popular music come un elemento essenziale della narrativa emergente degli ultimi vent’anni. De Carlo ha addirittura voluto aggiungere al suo ultimo romanzo, I veri nomi, un cd con dei brani composti ed eseguiti da lui stesso alla chitarra.

  134. Letteratura e popular music: Un excursus su nomi, testi, canzoni del fecondissimo intreccio tra musica e letteratura (parte quarta)
    di Giancarlo Susanna

    Spinti soprattutto dall’industria culturale, non sono poi pochi i musicisti che hanno accettato di misurarsi con la scrittura. La qualità dei risultati è ovviamente legata al talento dei vari personaggi coinvolti in queste operazioni di marketing culturale.
    Uno dei casi più clamorosi è quello di John Lennon, indicato fin dai primi passi dei Beatles nel mondo dello spettacolo britannico, come il leader e l’intellettuale del gruppo. In His Own Write fu pubblicato nel 1964, andò molto al di là delle più rosee speranze degli editori – Jonathan Cape in Gran Bretagna, Simon & Schuster negli Stati Uniti e in Francia (En flagrant delire), Longanesi in Italia (Vivendo cantando) – e ottenne ottime critiche. I racconti surreali e nonsense di Lennon – alcuni dei erano già stati pubblicati sulla rivista “Mersey Beat” a partire dal 1961 – spinsero i recensori a scomodare Lewis Carroll, Edward Lear (il maestro dei limericks) e perfino James Joyce. Il riscontro positivo fece sì che Lennon – e i soprattutto i suoi editori – tentassero di ripetere il colpo e già nel 1965 veniva dato alle stampe il suo secondo libro, A Spaniard In The Works, che riprendeva gli spunti felici dell’esordio. Elementi di questo approccio alla scrittura – rimasti curiosamente estranei ai testi delle canzoni – emergeranno alla fine nelle composizioni del periodo psichedelico dei Beatles e in vedi e propri capolavori pop come “Strawberry Fields Forever”, “A Day In The Life” o “I Am The Walrus”.
    Altrettanto emblematico dell’interesse degli editori americani e inglesi (ma non solo, come dimostrano le spericolate traduzioni in francese e in italiano) per gli esponenti di spicco della popular music è Tarantula di Bob Dylan.
    Se fosse indispensabile individuare un solo artista tra quelli che hanno modificato profondamente la scrittura delle canzoni pop e rock, non si potrebbe fare a meno di scegliere Bob Dylan. E’ vero che legami tra poesia, narrativa e canzoni erano già parte essenziale della storia della canzone francese – per non parlare della raffinatezza e dell’eleganza dei testi di Cole Porter o di Ira Gershwin o dei primi segnali provenienti dall’Italia – ma è con Dylan che, come scrisse Allen Ginsberg, la poesia fece il suo ingresso nei juke-box.
    Tarantula ebbe una gestione lunga e complessa (Dylan resisteva alle pressioni degli editori, che volevano sfruttare il momento positivo di Like A Rolling Stone e Blonde On Blonde ): fu scritto nel convulso biennio ’65/’66, ma venne pubblicato soltanto nel 1971, quando il suo autore sembrava essersi allontanato definitivamente da certe influenze (scrittura automatica, flusso di coscienza, Beat poetry, psichedelia). La prima edizione italiana è addirittura del 1973 ed è veramente strano che, riprendendo il libro nel 1996, Mondadori non abbia sentito la necessità di aggiungere un minimo di apparato critico, riproponendo il libro nello stesso modo e cambiando soltanto la foto di Dylan in copertina (risalente al 1969/70 e non al 1965/66: chi conosce un poco l’iconografia dylaniana sa che sembrano i ritratti di due persone diverse). Vista e considerata la posizione marginale di questo libro nella cospicua opera dylaniana, è comprensibile che ci sia una certa attesa per la più volte annunciata autobiografia del maestro di Duluth.

  135. Letteratura e popular music: Un excursus su nomi, testi, canzoni del fecondissimo intreccio tra musica e letteratura (parte quinta)
    di Giancarlo Susanna

    Sulla strada aperta da Lennon e Dylan troviamo dopo appena qualche anno Jim Morrison con le raccolte di poesie An American Prayer (stampata privatamente) e The Lords And The New Creatures (Simon & Schuster, 1971). Morrison aveva registrato dei reading senza riuscire a pubblicarli su disco. Furono i Doors a farlo, aggiungendo la musica alle sue letture e realizzando con il postumo An American Prayer (Elektra, 1978) uno dei dischi di rock poetry più celebrati e venduti nella storia della popular music.
    Morrison, che aveva una concezione del testo e del suono strettamente legata alla teatralità dei gesti, alla sensualità della sua voce e alla fisicità della sua presenza fu tra i punti di riferimenti di Patti Smith, forse la più celebre tra i “poeti del rock”. La sua produzione letteraria – in raccolte come Witt (Gotham Book Mart, 1973) o The Night, scritta a quattro mani con il chitarrista e leader dei Television Tom Verlaine (significativo nome d’arte di Tom Miller) – anticipa l’esordio discografico di Horses, vero e proprio manifesto della poesia rock. Nel convulso stile di Patti Smith si incrociano riferimenti tra i più disparati, che abbattono gli steccati tra cultura “alta” e “bassa” per creare un nuovo linguaggio. Tra i suoi libri pubblicati in Italia segnaliamo almeno Il sogno di Rimbaud e le prose di Mar dei coralli, dedicate al grande fotografo Robert Mapplethorpe.

  136. Letteratura e popular music: Un excursus su nomi, testi, canzoni del fecondissimo intreccio tra musica e letteratura (parte sesta)
    di Giancarlo Susanna

    Considerato un enfant prodige per i suoi Basketball Diaries, un vero caso letterario negli Stati Uniti nel 1970, Carroll ha esordito su disco come cantante e leader di un gruppo rock soltanto nel 1980 con Catholic Boy , un album da molti considerato all’altezza delle cose migliori di Patti Smith. Ricordiamo ancora i racconti di Pete Townshend nella raccolta Horse’s Neck (Faber And Faber, 1985), pubblicata in Italia da Minimum Fax; le liriche e i racconti di Steve Kilbey (leader degli australiani Church): Earthed (stampato privatamente, 1987); Book Store di Lee Ranaldo (dei Sonic Youth) (Hozomeen Press, 1995) e The Haiku Year (Soft Skull Press, 1998), un’antologia di haiku realizzata fra gli altri da Michael Stipe (dei R.E.M.) e Grant Lee Phillips (dei Grant Lee Buffalo) .
    Un discorso più approfondito – che ci riserviamo di fare in una serie di monografie dedicate da RaiLibro a questi personaggi “trasversali” – meriterebbe Nick Cave, di cui ricordiamo And The Ass Saw The Angel (Black Spring Press, 1989), pubblicato in italiano da Arcana e Mondadori.

  137. Letteratura e popular music: Un excursus su nomi, testi, canzoni del fecondissimo intreccio tra musica e letteratura (parte settima)
    di Giancarlo Susanna

    Fra i molti musicisti italiani – soprattutto cantautori – che si sono cimentati nella scrittura di prose, racconti e romanzi vorremmo segnalare quelli che ci sono sembrati i più motivati e interessati alla scrittura in tutti i suoi aspetti, a partire da Enzo Jannacci, che nel lontano 1974 ha pubblicato con il grande giornalista Beppe Viola L’incompiuter: “testi, annotazioni di viaggi impossibili, rivelazioni di una città incredibile, storie di personaggi improbabili” (dalla quarta di copertina).
    Da un’altra collaborazione – quella tra Fabrizio De André e Alessandro Gennari – è nato Un destino ridicolo, recentemente ristampato da Einaudi in edizione tascabile, ma uscito originariamente nel 1996.
    Molto interessante la scelta di Ivano Fossati di pubblicare Il giullare – un apologo sulla condizione dell’artista nella cultura occidentale – nei Millelire di Stampa Alternativa, e di Claudio Lolli di esordire nella narrativa con Transeuropa, mentre è stata condizionata dalle logiche commerciali di cui abbiamo parlato la decisione di Sergio Endrigo di dare alle stampe il suo Quanto mi dai se mi sparo? con un piccolo editore svizzero. Del suo romanzo, ironico e amaro ma anche divertente, abbiamo parlato con l’autore in una delle interviste che corredano questo articolo.

    I libri di Francesco Guccini, Luciano Ligabue e Roberto Vecchioni hanno avuto un’ottima esposizione grazie all’interessamento degli editori e dei media e RaiLibro cercherà di approfondire con gli autori in uno dei prossimi numeri.
    Anche alcuni i protagonisti della stagione più recente del nuovo rock italiano hanno tentato la via della narrativa e se per Emidio Clementi, fondatore e leader dei Massimo Volume, si è trattato di un passaggio in un certo senso naturale e prevedibile, per altri – da Manuel Agnelli a Cristina Donà, da Morgan (Bluvertigo) a Stefano Sardo (Mambassa) – di una piacevole sorpresa.

  138. Letteratura e popular music: Un excursus su nomi, testi, canzoni del fecondissimo intreccio tra musica e letteratura (parte ottava)
    di Giancarlo Susanna

    Last but not least è l’omaggio che molti artisti dell’area della popular music hanno reso e rendono a poeti e scrittori. Andiamo a memoria, perdonateci possibili dimenticanze… Donovan si è misurato con William Shakespeare, Lewis Carroll e con il repertorio delle nursery rhymes britanniche; John Cale, ha messo in musica due liriche di Dylan Thomas; il folksinger inglese Peter Bellamy ha dedicato uno dei suoi dischi migliori a Rudyard Kipling; i Blue Aeroplanes (e il loro poeta/cantante Gerard Langley) hanno affrontato con successo liriche di W. H. Auden e Sylvia Plath; il folksinger scozzese Dick Gaughan, da sempre innamorato del poeta Robert Burns; Lou Reed ha sempre citato tra i suoi ispiratori Delmore Schwartz (suo insegnante all’università), ha intervistato Hubert Selby Jr. e ha reso un omaggio a Edgar Allan Poe con il recente album The Raven; la cantautrice scozzese Eddi Reader ha appena fatto uscire un album tutto dedicato a Robert Burns…
    A proposito di “dischi tributo”, non possiamo dimenticare il doppio cd “Closed On Account Of Rabies – Poems And Tales Of Edgar Allan Poe” (Mercury, 1997), ideato e prodotto da Hal Willner, con la partecipazione, tra gli altri, di Marianne Faithfull, Iggy Pop, Gavin Friday e Jeff Buckley.
    Tra gli artisti italiani segnaliamo almeno Fabrizio De André (con l’album dedicato all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters) e ancora Sergio Endrigo (con le sue collaborazioni con Vinicius De Moraes, autore fra l’altro dei testi delle più belle canzoni di Antonio Carlos Jobim, e Gianni Rodari)…

  139. Letteratura e popular music: Un excursus su nomi, testi, canzoni del fecondissimo intreccio tra musica e letteratura (parte nona)
    di Giancarlo Susanna

    Un caso del tutto atipico è quello di Leonard Cohen, che – essendo un poeta e un romanziere prima che un cantautore – è riuscito a eccellere in ogni cosa che ha realizzato nella sua lunga vicenda artistica. il suo Beautiful Losers sta finalmente per essere ripubblicato ed è già sugli scaffali delle nostre librerie la raccolta di versi L’energia degli schiavi.

    E se abbiamo in qualche modo privilegiato nella nostra sintetica analisi l’Italia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti – Allen Ginsberg ha collaborato con Bob Dylan e con i Clash; William Burroughs con Kurt Cobain – un richiamo alla Francia e ad artisti come George Brassens, Léo Ferré, Jacques Brel (che era belga, ma scriveva in francese) o Serge Gainsbourg non vi appaia marginale. Una delle canzoni più belle della popular music, quella in cui l’equilibrio fra musica e versi raggiunge un livello pressoché inimitabile, è pur sempre Les feuilles mortes, firmata dal poeta Jacques Prévert e dal compositore Joseph Kosma. Il panorama editoriale italiano è straordinariamente povero nei confronti dei “cugini” d’oltralpe, ma faremo un tentativo di analisi della grande canzone francese in uno dei prossimi numeri.

  140. grazie luigi calandri. mi sembrano contributi utilissimi questi di giancarlo susanna. li ho letti con gusto.

  141. @Caro Massimo, non ho ancora letto i pregevoli libri e quindi, mi limiterò a segnalare alcuni brani di un interessante articolo del giugno 2008,
    n. 35 della Rivista ” Feeria”. Il breve saggio dal titolo: “Puccini e il posmoderno”, fu scritto da Renzo Cresti. Ormai avrai capito tutta la mia fedele ammirazione, per il celebre compositore lucchese, M° Giacomo Puccini….
    *********
    ” ……La musica più ancora delle altre arti, possiede la capacità di comunicare l’Unbedingte ( il senso dell’illimitato e dell’indeterminato) e il
    musicista, più ancora degli altri artisti, deve fare i conti con la passione che quest’arte misteriosa produce, deve concedersi alla sua natura religiosa (da relegare, mettere in contatto): la musica è l’arte privilegiata per la preghiera (laica), per mettersi in contatto con tutto ciò che oltrepassa l’uomo ( Dio, la natura, l’umanità.)
    Le diversità fra l’astrazione della musica e la concretezza del reale vengono mediate in Puccini, dalla scena teatrale, dalla storia e dalla parola, ma anche dal ricorso a ritmi e melodie della musica di consumo,
    in un eclettismo drammaturgico e musicale del tutto postmoderno, nel
    quale convivono le forme vive.
    E’ vero che la soglia dell’invenzione, sulla quale il musicista soggiorna,
    è un confine u-topico, un non luogo che non appartiene alla quotidianità,
    ma è altrettanto vero che la creazione artistica ha molto a che vedere
    col senso comune.
    Le opere di Puccini mostrano la scena sulla quale il quotiiano e l’universale camminano a braccetto verso il senso dell’avvenire.
    Puccini è ovviamente figlio del proprio tempo, ma riesce a conquistare per il suo operare artistico uno spazio di libertà storica che gli consente una certa indipendenza dalle coordinate sociali e culturali dell’epoca e dai codici drammaturgici e musicali allora in vigore.
    La creatività individuale del maestro è in grado di superare le strutture
    significanti dell’opera teatrale fra fine Ottocento e inizio Novecento, in
    quanto Puccini non accetta i limiti dei materiali (forme, tecniche, soluzioni,
    espressive) a sua disposizione, supera il proprio tempo inserendo l’individuale nell’universale, organizzando una narrazione musicale che
    diventa un paradigma dell’efficacia espressiva e intuendo come la forma di comunicazione ( post)moderna debba passare per la spettacolarizzazione dei sentimenti. (continua…)
    ****
    Tessy

  142. Salve,
    consiglio vivamente “Jazz” di Toni Morrison per il rapporto tra letteratura e musica.
    E magari la lettura della mia tesi di laurea ;-D
    Loredana

  143. Intanto, segnalo un altro romanzo che pesca a piene mani nella musica. Si tratta di “Quello che brucia non ritorna” di Matteo Di Giulio (Agenzia X), un noir teso e appassionato e ottimamente documentato sull’ambiente punk hardcore soprattutto milanese dei primi anni novanta. Matteo ricostruisce quel mondo con la competenza di chi lo ha vissuto dall’interno, del musicista e del collezionista.
    Matteo ed io abbiamo presentato insieme i nostri romanzi, tempo fa, divertendoci a scoprire numerose analogie di approccio alla materia (sorpresi, vero?). Se ne trova traccia nei nostri rispettivi blog. Mi piacerebbe che Matteo Di Giulio si lasciasse coinvolgere in questa nostra polifonica discussione.

  144. Scusate la mia voce fuori dal coro. Non credo che stiamo centrando l’obiettivo. Si sta disquisendo molto sull’incontro tra musica e letteratura, ma solo laddove l’una si “mette al servizio dell’altra”. Musica e parole sono state “sposate” da sempre, dagli aedi ai trovatori, dalla tradizione dei cantastorie, dalla musica gregoriana ai lied ottocenteschi, dalla lirica alla moderna canzone folk, pop, rock, o dei cantautori.
    Ma esiste un modo di isolare l’aspetto puramente musicale, e confrontare pentagrammi e spartiti per metterli a confronto con versi, rime, racconti, poemi e romanzi? Csa hanno in comune queste due diverse modalità espressive, e cosa li accomuna?
    Questo mi pare il vero senso della domanda di Massimo, o almeno così mi pare, e se così non fosse questo è comunque quello che a me interessa.
    Si è parlato di ritmo, di ritmo musicale e di ritmo dei versi, dei periodi, e delle intere narrazioni. Ed è un ottimo punto di partenza. Ma ci si è fermati lì. Io parlerei anche di tono, di colore, di atmosfera (sempre tra le cose in comune). L’indefinibilità dell’una rispetto alla maggiore descrittività dell’altra sono forse invece nette differenziazioni: la prima porta a una maggiore discrezionalità nell’interpretazione dell’esecutore (intermediario tra autore e fruitore, e anche di questo qualcuno ha già brevemente accennato) e del destinatario (l’ascoltatore, il lettore).
    In ogni caso esistono ovvie corrispondenze all’interno di momenti e correnti culturali, che investono ogni forma d’arte (quelle figurative naturalmente comprese), come già notava Rossella in uno dei primi interventi. Non ci può essere Stavinskij senza Picasso, non c’è Debussy senza Manet e Monet (e forese Turner, prima di loro), non c’è Beethoveen senza Goethe, e così via.
    Ma a me pare che alcuni movimenti trovino maggiori corrispondenze tra alcune forme d’arte piuttosto che con altre: penso agli intrecci musicali -letterari del romanticismo o a quelli pittorico- musicali dell’impressionismo. Anche il futurismo (penso così, all’istante, e forse sbaglio) ha dato frutti migliori in pittura e letteratura che non in musica.
    Penso anche alla pop art: per quanto non ami molto nè Warhol nè Lichteinstein (maglio Basquiat allora), nella musica (la pop music) ha dominato per alcuni decenni (con qualche risultato molto apprezzabile -ma i Beatles facevano pop-music? E Pet Sounds dei Beach Boys è comunque un capolavoro del pop?- e molto ciarpame); ma cosa ci ha dato a livello letterario?
    Ritmo allora, si è detto. E colore, tono, atmosfera, aggiungo io (che quello vado a cercare maggiormente nei romanzi, o nelle composizioni musicali). Ma non le storie, o i personaggi. Che anche se in musica possono essere pur presenti con la parola (a volte solo con un titolo) ne sono solo un accessorio. A volte indissolubile. Ma non è musica.

  145. Io sono colpito dalla figura del direttore d’orchestra così come viene fuori dalle parole di Maccapani: più che un esecutore, un interiorizzatore, un creatore della musica che dirige, un esploratore dei paesaggi sonori ogni volta nuovi…

  146. Ciao Claudio, grazie per l’invito. Il mio contributo al binomio letteratura/musica è molto di nicchia. Il mio romanzo parla del punk/hardcore italiano degli anni ’90, anche se poi, come accade spesso con ogni genere di forma di comunicazione, oltre a voler raccontare una memoria orale (per l’80% realmente esistita) ha la pretesa di provare a fotografare uno spaccato socio-politico, tracciando un solco immaginario (la fuga del protagonista dall’Italia in Olanda, e ritorno) che evidenzi i cambiamenti quotidiani di una pausa temporale piuttosto breve, dodici anni. Un romanzo musicale e generazionale, in qualche modo; ispirato da quello che è e resta, ai miei occhi, il vero maestro del genere (nonché mio editore in Agenzia X), ossia Marco Philopat: Costretti a sanguinare è il manifesto della musica underground narrato con un linguaggio che più moderno non si può, ed è al tempo stesso sociologico, dinamico e un documento storico.

  147. Scusate (computer rinnovato- non registrato). L’anonimo didelle 5.59 ero io. Saluti a tutti. Carlo S. (o carloesse in altri blog)

  148. @ Anonimo
    Grazie mille per il tuo intervento. In effetti uno degli obiettivi della discussione è mettere in evidenza non solo i punti in comune tra letteratura e musica, ma anche le diversità…

  149. Marta Morazzoni e l’ufficio diritti della Longanesi mi hanno autorizzato a pubblicare l’incipit del romanzo “La nota segreta”… giusto per farvelo assaggiare.
    (commento a seguire… )

  150. L’incipit del romanzo LA NOTA SEGRETA di Marta Morazzoni (ed. Longanesi, 2010)



    Nel monastero di Santa Radegonda in Milano visse e opero`,
    all’incirca dalla prima meta` del 1700, tale Rosalba Guenzani,
    monaca benedettina. Il nome talvolta appare con una diversa
    grafia, Guanzani, Quinzana, Ganzati, ma io qui adotto
    Guenzani senza dubbio. Ho le mie buone ragioni. Suor Rosalba
    fu per un certo tempo il vanto del monastero, nota in
    tutta Milano e forse anche fuori dal confine della citta` e dello
    stato che era gia` nelle mani degli Asburgo. Era nota, la monaca,
    per avere una dote, la voce, e un talento musicale raro.
    Cantava benissimo, una meravigliosa ugola di soprano di
    grande estensione, saliva alle vette degli acuti, ma toccava anche
    le zone scure del pentagramma, quelle che, piu` del trillo
    e del gorgheggio, muovono le viscere. La musica ha una sublime
    sensualita` e suor Rosalba ne era consapevole e la riconosceva
    ovunque, persino nel reiterarsi monodico del canto
    gregoriano, e ne godeva con la piu` grande pienezza. Ma poiche´
    il piacere e` meno fecondo se e` solitario, la monaca, dentro
    il convento di Santa Radegonda, aveva scovato, snidato,
    stanato le potenzialita` canore delle sue compagne di vocazione:
    chiamate dalla voce di Dio alla consacrazione, perche´
    non dovevano rispondere con chiarezza e bel timbro all’appello?
    Per alcune dovette accontentarsi della buona volonta`
    di un sı` detto a mezza voce, di altre scoprı` invece variazioni
    timbriche affascinanti, che sarebbe stato un delitto chiudere
    nel segreto del monastero; che cantassero in lode di Dio e
    per Dio era bello e giusto, ma che anche i comuni mortali
    sentissero il miracolo della loro armonia era un atto di carita`
    che il Padreterno avrebbe di certo approvato. Suor Rosalba
    era due volte brava, perche´ alla qualita` della sua voce aggiungeva
    un vero talento da maestra: una volta riconosciuta la
    cantante in potenza, quando la voce e` ancora avvolta nel
    mallo acerbo, la sbozzava con esperta sagacia, la curava e
    la costruiva con metodo. C’e` un’enorme differenza tra un
    canto allo stato di natura e uno impostato, credo mi sia
    gia` capitato altrove di farne cenno, ma qui ci torno sopra
    perche´ mi preme sottolineare il lavoro che conduce alla formazione
    di un cantante: quando capita di sentire un’aria sostenuta
    da una corretta impostazione e le note escono rotonde
    e tornite dall’ugola, il piacere va dall’orecchio all’anima e
    dall’anima torna ai cinque sensi per affondarli in una vigile
    estasi. Nessun’altra forma di arte, davvero nessuna, puo` arrivare
    a tanto. Cosı` le messe cantate di Santa Radegonda diventarono
    in un tempo relativamente breve un’attrazione
    per la Milano sensibile e colta: andavano in chiesa anche
    gli atei la cui spiritualita`, non avendo dove appigliarsi in
    una fede trascendente, si trovava bene, a suo agio, nella forza
    e nella grazia della musica e in quelle voci cosı` curate.
    A suor Rosalba una mattina di febbraio consegnarono,
    con tutte le raccomandazioni per la sua alta provenienza,
    ma soprattutto con la preghiera che la seguisse a vista perche´
    era vivace, una tredicenne di aspetto gradevole ma non ancora
    definito. Poteva farsi una meraviglia di donna o non
    sbocciare affatto; al momento pareva niente piu` di un grumo
    ombroso e scontento di essere stato traslocato dalla contrada
    santa Margherita al monastero di Santa Radegonda: contessina
    Paola Teresa Pietra, ben nota a suor Rosalba perche´ di
    illustre famiglia cittadina e perche´ rimasta orfana da due an-
    ni e, vox populi, passata nelle mani di una poco amabile matrigna.
    Nei conventi si sa tutto ed e` raro che una monaca,
    soprattutto una badessa capace sia colta di sorpresa. La nuova
    venuta era attesa da qualche tempo e gia` destinata, il suo
    ricco bagaglio trovo` posto in una stanza tra le migliori dell’edificio,
    dove la madre superiora aveva provveduto a darle
    una generosa condizione di riservatezza almeno per il primo
    mese: che si abituasse per gradi e senza durezze alla nuova
    storia in cui, non per volonta` sua, si trovava incardinata. Il
    passo poi le sarebbe parso piu` lieve. L’affidarla a suor Rosalba,
    per esempio, era un modo per non inasprire subito la sua
    condizione.
    In quanti, a questo punto, staranno pensando che mi
    aleggia attorno un tale illustre precedente, che farei meglio
    a demordere per evitare un confronto a me fatale! Ma ho
    il vantaggio di sentirmi tanto al disotto del termine di paragone,
    da non avere remore a espormi. Come dire? perso per
    perso, tant’e` giocare la partita fino in fondo. E poi questa
    storia ha una evoluzione del tutto diversa: un secolo non
    era passato per niente sulle ragazze di Milano.
    Dunque, all’epoca la monaca cantante aveva da un po’ superato
    la soglia della quarantina d’anni e per quel tempo
    avrebbe potuto essere piu` nonna che madre della contessina
    Pietra, ma aveva una fisionomia ancora giovane, una pelle
    levigata e chiara e gli occhi vivaci di chi ha un’idea in testa
    e la convinzione di poterla attuare. Avvicinare la diffidente
    Paolina non le fu facile; per quanto piccola ancora, era di
    temperamento rancoroso, coltivava delle sue oscure vendette
    attorno a cui fantasticare e aveva la convinzione, in qualche
    modo giustificata, che il mondo non le fosse favorevole.
    *******************
    *******************

    P R O P R I E T A ` L E T T E R A R I A R I S E R V A T A
    Longanesi & C. F 2010 – Milano
    Gruppo editoriale Mauri Spagnol

  151. Ne approfitto per inserire la minibiografia di Marta Morazzoni.

    Marta Morazzoni è nata a Milano e vive a Gallarate, dove insegna lettere in una scuola superiore. Il suo primo libro, “La ragazza col turbante” (1986), ha avuto uno straordinario successo critico in Italia e all’estero, dove è stato tradotto in nove lingue. “L’invenzione della verità” è stato premio selezione Campiello nel 1988, “Casa materna” nel 1992 e “Il caso Courrier” premio Campiello nel 1997 e Independent Foreign Fiction Award 2001. Fra i suoi libri anche “La città del desiderio. Amsterdam” (Guanda, 2006) e “Trentasette libri e un cane” (Filema, 2008).

  152. @ Carlo S., in effetti sì, stiamo procedendo rapsodicamente, divagando come è inevitabile in una discussione su un argomento vasto come questo, fatta di tanti cori e di varie voci soliste. Il confronto che tu vedi come obiettivo è ambizioso, e tutti i contributi che fanno fare passi avanti in quella direzione sono importanti (siamo appena agli inizi, in effetti).
    Ma non mi pare che si sia parlato di musica e letteratura “l’una al servizio dell’altra”. Piuttosto, abbiamo cercato di vedere come la letteratura ha raccontato e può raccontare la musica (e un po’ anche come la musica possa far suonare la letteratura). Arti diverse, dalle origini comuni, che continuano a guardarsi con interesse e anche con golosità. Che si sia partiti dalla letteratura (dalla narrativa) è dovuto alla natura dei tre libri proposti come punto di partenza e dalla presenza di una lunga tradizione di letteratura sulla musica.
    Poi c’è un aspetto se vogliamo più soggettivo: più che dall’approccio teorico o analitico, è sembrato giusto (e più facile, ma anche più stimolante, almeno per me) partire dall’esperienza di chi ha provato a scrivere sulla musica o a combinare (come? con quali intenti? con quali mezzi?) l’una con l’altra.
    Io, insomma, vedo più di un obiettivo in questa nostra discussione. Prima o poi arriveremo a centrarne qualcuno – ma è tutto così piacevole, qui dentro, che non ho molta fretta…
    Un saluto

  153. A proposito di procedura rapsodica…
    E a proposito del rapporto tra letteratura e musica pop/rock (e delle differenze che esistono anche tra pop e rock)…
    L’ufficio stampa della “Fanucci” mi ha segnalato il nuovo libro di Francesco Marchetti (già autore di saggi su Lucio Battisti). Si tratta di un romanzo, intitolato “Perdonami“, i cui protagonisti sono (musicalmente parlando) agli antipodi: Carlo è un giovane rockettaro (amante dei Deep Purple, degli AC/DC e dei Led Zeppelin); Marta, invece, stravede per Tiziano Ferro.
    Ho aggiornato il post, inserendo la scheda del libro.

  154. @ Francesco Marchetti
    Ti riporto le domande con cui è partita la discussione…

    Che cosa hanno in comune letteratura e musica?
    In cosa si differenziano nettamente?

    In quali occasioni la musica è “entrata” nella letteratura (con particolare riferimento alla narrativa)?
    Quali titoli di romanzi vi vengono in mente?

    E in quali occasioni, viceversa, la musica ha “rappresentato” la letteratura?

    Quale romanzo eleggereste come il più rappresentativo del rapporto tra musica e letteratura?


    Invito Francesco (se possibile) a rispondere…

  155. Caro Morandini, che tutto sia piacevole qui da Massimo, non lo discuto. Così lo è anche questa chiacchierata a più voci, come sempre.
    Tengo a precisare che quando parlavo di “una al servizio dell’altra” non intendevo sminuire alcunchè: è solo il mio modo per distinguere la musica “dotata di parola” (opera lirica, lied, cantate e canzoni, ecc.) dalla musica pura, fatta di solo suono, come la sinfonica. E’ su questo terreno, come dicevo, che mi interessa maggiormente il confronto con la parola scritta. E nei tuoi primi interventi, ed in quelli di Elisabetta Pani, si era incanalata con mia grande curiosità e soddisfazione questa conversazione, prendendo poi altre e diverse pieghe (legittime, per carità, forse solo per me meno interessanti).
    Comunque hai ragione: forse non ci sono particolari obiettivi da centrare, ma solo tante sfaccettature su cui discutere quanti sono i diversi angoli nei quali musica e narrazione possono incontrarsi.
    Molti auguri per il tuo romanzo, che non ho ancora letto ma che mi incuriosisce (confesso: così come quello di Mari sui Pink Floyd).

  156. Bel dibattito . Si trovano tanti spunti di riflessioni e informazioni utili leggendolo.
    Leggerlo equivale a leggere un minisaggio su letteratura e musica.

  157. Ciao Massimo, grazie per la segnalazione e per l’ospitalità. Rifletto sulle tue domande. a presto.

  158. Caro Carlo,
    grazie per gli auguri e per la curiosità! E grazie anche per le puntualizzazioni. Cercheremo, insieme, di tornare, tassello dopo tassello, anche sui temi che ti interessano di più.
    Mi torna in mente uno di questi tasselli, l'”Oedipus Rex” di Stravinskij (tanto per cambiare, direte), uno dei casi più interessanti e problematici di rapporto tra parola, suono sillabico anzi, e musica (una musica che, pur usando la parola, resta “pura”, almeno nelle intenzioni del compositore): ma non voglio improvvisare ora, e tornerò a parlarne con qualche dato in più, a meno che tra i visitatori di questo forum non ci sia qualcuno disposto a farlo al posto mio.
    Buona giornata a tutti, intanto.

  159. x francesco marchetti
    vorrei saperne un po’ di più sul tuo romanzo. perché non ce ne parli un po’?

  160. magari potresti farci leggere qualche pagina, come è stato fatto con gli altri.

  161. pura curiosità la mia;, non voglio sostituirmi nè a massimo maugeri nè a nessun altro 🙂

  162. Stravinskji è uno dei miei autori preferiti. L’Oedipus Rex una delle sue composizioni da me preferite. Ma non dimenticherei La carriera di un libertino (Rake’s Progress) che oltre alle liriche di Auden sposa la magnifica serie di illustrazioni settecentesche (e omonime) di Hogarth, per calarsi nel settecento hogartiano (e mozartiano) pur mantenendo la sua modernità.
    Poi mi viene in mente anche Theillim del contemporaneo Steve Reich, nel quale si riprende il testo ebraico dei Salmi per evidenziarne la musicalità e sottolinearne i ritmi (in grande evidenza).

  163. Stravinskij è uno dei miei autori preferiti, e l’Oedipus Rex una composizione magnifica, ma non dimenticherei La carriera di un liberino (Rake’s Progress) dove la sua musica sposa le liriche di Auden, ma anche le immagini di Hogarth del l’omonimo ciclo (stampe e quadri), calandosi perfettamente nel settecento Hogartiano (e mozartiano) mantenendo la sua connotazione a un tempo classica e moderna.
    E mi viene in mente Tehillim del più contemporaneo Steve Reich, opera in cui si rende la musicalità dei Salmi (in ebraico) sottolineandone il ritmo, fortemente marcato e complesso.

  164. Stranissimo: è la terza volta che provo a postare qui e non compare nulla (il bello è che ho appena postato, regolarmente, in altra pagina di questo blog!) Ma ci riprovo.
    Stravinskij è uno dei miei compositori preferiti, e l’Oedipus Rex una composizione affascinante.
    Ma non dimenticherei La carriera di un libertino (Rake’s Progress) dove la sua musica sposa le liriche di Auden e le illustrazioni di Hogarth dell’omonimo ciclo (stampe e quadri) , calandosi perfettamente in un settecento Hogartiano (e Mozartiano) pur mantenendo la sua personale cifra e la sua modernità.
    Poi mi viene in mente Tehillim, del più contemporaneo Steve Reich, dove viene resa la musicalità dei Salmi (in ebraico) sottolineandone il ritmo, complesso e fortemente marcato.

  165. Anzitutto un caloroso saluto (nonostante il caldo esploso in riviera, dopo tanti temporali e nuvole). Purtroppo questo affascinante dibattito è partito nel pieno di una vita lavorativa giunta, proprio in questi giorni, a livelli elevati.
    Ma non mi sottraggo al dibattito e affronto le domande poste.

    1) Che cosa hanno in comune letteratura e musica?
    In cosa si differenziano nettamente?
    R. Questo è un tema annoso, dibattuto da tantissimo tempo, già avete menzionato (grazie a Morandini) numerosissimi esempi. Potrei dire che l’influsso tra letteratura e musica è sempre stato reciproco: da “Le roi s’amuse” di Victor Hugo è stato tratto il “Rigoletto” di Verdi, come “La Traviata” è scaturita da “La dame aux camelias” di Alexandre Dumas, ma si potrebbe andare avanti all’infinito. Ciò che cambia è lo sviluppo delle tecniche narrative che può influenzare la struttura e la corposità, da una parte, del romanzo, e dall’altra, dell’opera. Sono due linguaggi radicalmente diversi, unificati da un lato simbolico ma essenziale:il segno scritto della partitura / del libro. Sono che mentre le pagine musicali restano segni scritti, fino a che non li si rappresenta, e non acquisiscono voluminosità nell’aria, esistono, si espandono, acquisiscono una forma immateriale che nasce vive e muore al momento dell’esecuzione dal vivo, il testo narrativo scritto è lì, pronto per essere letto, per suscitare un’emozione diretta sul lettore, per conquistarlo, per coinvolgerlo,commuoverlo, farlo divertire, riflettere, ecc.. Si tratta di un rapporto non enucleabile in una definizione restrittiva, ma che si va ad esplicare in una dinamica più ampia, fatta di influssi, atmosfere, sensazioni, e che confluiscono in una storia, in una narrazione, in un vissuto vero/finto/a metà tra vero e finto, e comunque in un romanzo che vive di quegli input, una sinfonia, una canzone, un disco chiave, un concerto, ma come può essere un evento extramusicale (pensate all’evocazione del derby Genoa-Samp nella “Ballata dell’amore salato” di Roberto Perrone, ad esempio!) che però assume un ruolo chiave nella storia, rendendo verosimile, capace di illudere il lettore, facendogli credere che sia vera, o che un fondo di verità ci sia. E allora gli influssi della musica, di certa musica, possono servire a dare un colore,un’emozione, un tono. Un quid che rende la storia coinvolgente.
    Ma ciò che conta di più, e mi pare di averlo già scritto,è il senso di musicalità nel fraseggio della storia. Una musicalità diversa rispetto a quella attuale, ma che vive di luce propria.

    2) In quali occasioni la musica è “entrata” nella letteratura (con particolare riferimento alla narrativa)?

    Tantissime, ne avete citate diverse. A me viene in mente l’influsso di certo pop anni ’80 in “Camere separate” di Tondelli, ma pure certe atmosfere rollingstoniane in “Underworld” di De Lillo. Ma allora spunterebbero fuori altri casi, penso a Lucarelli o – stando ad un recente titolo – al già citato Perrone (intriso di echi di De André). L’elenco si allungherebbe, e ciascuno può portare qualcosa di reperito.

    3) E in quali occasioni, viceversa, la musica ha “rappresentato” la letteratura?

    Sicuramente (e su ciò concordo con Morandini) il “Dottor Faustus” di Thomas Mann, di cui auspico fortemente una nuova traduzione italiana.

    4) Quale romanzo eleggereste come il più rappresentativo del rapporto tra musica e letteratura?

    L’ultimo citato, senza dubbio.

    Per il resto, ci risentiamo. Io ci sono, anche per parlare di “Bacchetta in levare”, soprattutto per fornire ulteriori chiarimenti rispetto a quanto già scritto nel mio backstage (che, come ho notato,sta circolando parecchio sulla rete). E ringrazio fortemente Massimo Maugeri per l’ospitalità. E tutti voi che state intervenendo.

  166. Questo post e’ ”musica per le mie orecchie”!
    Allora.
    La Vera Letteratura e’ una scultura composta di suoni, sentimenti e colori. Le lettere alfabetiche si vestono di una sublime bellezza che ce le presenta come dee pagane. Per l’appunto la Vera Letteratura e’ solo quella pagana, grecoromana: Omero, Orazio, Virgilio, Ovidio. I loro traduttori italiani – non quelli contemporanei, per carita’, eccetto l’ottimo Piero Bernardini Marzolla (Einaudi) – sono riusciti a recepire questi incanti, almeno fino all’Ottocento: sto parlando degli ottimi Monti, Caro, Foscolo e Pindemonte. Dopo di loro e’ finito il sogno di riportare le sculture sonore antiche dentro la nostra sensibilita’ italiana.

  167. Gia’, carissimo… e addirittura la metto in pratica quando scolp… ehm quando scrivo (vedi il mio primo libro del 2007 ”Il maniaco e altri racconti”)! Poveri tre lettori miei, che turpe cacofonia si devono sorbettare…

  168. Strano: è la quarta volta che provo a postare qui e non compare nulla (il bello è che fra la seconda e la terza ho postato, regolarmente, in altra pagina di questo blog!) Ma ci riprovo.
    Stravinskij è uno dei miei compositori preferiti, e l’Oedipus Rex una composizione affascinante.
    Ma non dimenticherei La carriera di un libertino (Rake’s Progress) dove la sua musica sposa le liriche di Auden e le illustrazioni di Hogarth dell’omonimo ciclo (stampe e quadri) , calandosi perfettamente in un settecento Hogartiano (e Mozartiano) pur mantenendo la sua personale cifra e la sua modernità.
    Poi mi viene in mente Tehillim, del più contemporaneo Steve Reich, dove viene resa la musicalità dei Salmi (in ebraico) sottolineandone il ritmo, complesso e fortemente marcato.

  169. caro Massimo sono letteralmente s b a l o r d i t a dagli interventi di alto contenuto specialistico dei partecipanti …
    concordo con il SIGNOR ANONIMO, egli ha un pensiero lucido e chiarificatore.
    Adesso scusatemi se non ho le competenze necessarie per fare citazioni colte e di settore, ma trovo gradevole il parallelo fra alcuni cantautori ed il l linguaggio estetico, trovando molto interessante la propensione che il musicista (testo e musica) ha verso un arte piuttosto che un altra: qualcuno usa i pennelli, qualcun’ altro la penna, qualcun’altro
    la cinepresa. Esempi concreti. Francesco De Gregori con la sua “Donna Cannone” non è forse un pò Botero? Rimmel è un bel ritratto di donna, ma Buonanotte Fiorellino ha tinte tenui che ricordano Cascella. Ma poi anche il nostro Vasco Rossi con l’asciugamano passata da Tofì’ e la sua Vita Spericolata gira brevi scene scatenate . . . il cantastorie Branduardi mostra i suoi arazzi alla Fiera dell’Est, Guccini scrive e scrive ma, siamo seri, di atmosfere politiche se ne intende; in alcune canzoni come “Napuli è” o “Quannu chiovi” Pino Daniele diventa fotoreporter, e non posso non ricordare Fabrizio De Andrè con i suoi poetici racconti di Marinella, la Storia di Piero, Boccadirosa, conosco bene il ventre di Genova ed a volte lo ha descritto con cenni alla Rouault. Interessante conoscere gli “inediti” di Franco Battiato come “Il mantello e la Spiga” o quella canzone(forse si intitola la Preda) dove uomo e donna innamorati, si lasciano avvolgere dalle lenzuola – e poi trasformano la rabbia in tenerezza, insomma lui è un pò astruso, ma alcune canzoni sono immagini indimenticabili.
    Siete d’accordo con me?

  170. Caro Massimo,
    la letteratura e la musica sono dei linguaggi, che traducono stati d’animo, pensieri, idee, parole. Quindi hanno molto in comune, come dimostra l’intervento appropriato di Rossella.
    Molte volte, ascoltando una musica, immaginiamo profumi, colori, volti, ambienti. Esattamente come quando leggiamo qualcosa. Il romanzo sulla musica, che mi ha emozionato di più è stato “Canone inverso” non per la trama, ma proprio per le sensazioni forti, che l’autore è riuscito ad esprimere e a far arrivare ai lettori, attraverso quelle note non traducibili in parole.
    Sono del parere che i romanzi in cui si parla di musica e pittura abbiano un fascino particolare, che probabilmente deriva da questa commistione. Dopo tutto, per non andare molto lontano, i Futuristi ribadivano l’importanza dell’interartisticità.
    Ciao.
    Maria Rita Pennisi

  171. Caro Massimo,
    ci siamo visti da poco a Siracusa, per la presentazione del libro “Roma per le strade 2” che hai curato personalmente e in cui è presente anche il tuo bellissimo racconto “Incontro a Porta Pia”. Però non ci sentiamo da un po’. Non perdiamo questa bella abitudine.
    Un saluto affettuoso
    Maria Rita

  172. Mi intriga il pessimismo di Sergio Sozi sull’oggi che ha sgretolato, appiattito, scolorito, opacizzato e reso sorda e stonata la parola e non sa far più risuonare e svettare le parole della poesia antica. Che cosa è capitato, Sergio? Chi è il colpevole?

  173. Cerco di rispondere alle domande (mi scuso se ho perso la lettura di qualche commento ma sono moltissimi e la giornata è frenetica, siamo nel post Strega). Grazie a Massimo per l’ospitalità.

    – Che cosa hanno in comune letteratura e musica? In cosa si differenziano nettamente?

    Quando ascolto una canzone, o un aria, qualcosa mi trapassa l’anima da una parte all’altra, come la spada di un prestigiatore. Un su e giù del pensiero, quasi fulmineo, come il decollo di un aereo. E quello che resta è simile al post orgasmo. La musica mi raggiunge, mi aggredisce, mi trova in situazioni che spesso non ho programmato. Invece scelgo sempre quando aprire un romanzo, la lettura di un libro non mi piomba addosso dentro un bar o un supermercato. Per la musica è come se mi innamorassi a prima vista di una passeggera che viaggia sul mio stesso treno, mai vista prima. Per la letteratura coltivo un amore lungo, ci vuole impegno, ci vuole curiosità, a volte viene voglia di chiudere il libro, ma quasi sempre si mette un segno, per sapere da dove ricominciare.

    – In quali occasioni la musica è “entrata” nella letteratura (con particolare riferimento alla narrativa)? Quali titoli di romanzi vi vengono in mente?

    Il mio romanzo “Perdonami”? Scherzo… Mi vengono in mente subito i romanzi di Nick Hornby (“Alta fedeltà”, “Un ragazzo”, “Tutta un’altra musica”) e poi quel gioiellino di “Tokio Blues Norwegian Wood” di Murakami.

    – E in quali occasioni, viceversa, la musica ha “rappresentato” la letteratura?

    Qui invece di titoli mi vengono in mente dei nomi. Ovvero cantautori che con i loro versi hanno “fatto letteratura”. Bob Dylan e Leonard Cohen, Fabrizio De André, Francesco De Gregori (leggetevi Pratolini dopo aver ascoltato De Gregori), Gaber, Ivano Fossati…

    Quale romanzo eleggereste come il più rappresentativo del rapporto tra musica e letteratura?

    Uhm… mi verrebbe da scrivere il titolo di un romanzo nella cui trama la musica sia molto presente, magari la storia di un musicista. Invece opto per “Belli e dannati” di Francis Scott Fitzgerald. Perché scelgo questo romanzo? Perché quando l’ho letto sono rimasto a bocca aperta. Fitzgerald è un musicista della parola, ti viene voglia di prendere in mano una chitarra e scrivere un accompagnamento di accordi sopra la sua scrittura. La melodia è già racchiusa nella tecnica di Fitzgerald.

  174. Provo a fare il punto su alcuni aspetti del rapporto letteratura-musica, così come sono emersi fino ad ora, partendo dalla prima:
    – la letteratura parla della musica: racconta o descrive la musica, la percezione della musica, il gusto musicale, la creazione della musica, il mondo della musica, e la vita e i pensieri di chi si occupa di musica;
    – la letteratura si appropria, a modo suo e con una certa dose di inevitabile approssimazione, degli elementi costitutivi del linguaggio musicale: fraseggio, ritmo, cellule motiviche…
    – la letteratura collabora con la musica, offrendo parole alla musica, mettendosi al servizio della musica, oppure prevalendo su di essa; due linguaggi diversi si incontrano comunque in un medesimo progetto, che sia “Il combattimento di Tancredi e Clorida”, “La traviata”, “Funny Face” o “Tommy”: spesso questa collaborazione avviene nella mente e nelle dita del medesimo artista…
    – la letteratura “allude” semplicemente alla musica, nell’inseguire un’idea suggestiva ma vaga (in ogni caso perfettamente legittima) di armonia, di atmosfere sonore, di sviluppo; questo “alludere” in certi casi sembra scaturire, più che dalle intenzioni dell’autore, dalla percezione del lettore.
    Mi pare che si possa rovesciare il rapporto e dire la stessa cosa partendo dalla musica. Ma lo lascio implicito. E chissà quanto altro ci sarebbe da dire…

  175. Buon giorno eccomi di nuovo, ho visto che nel proseguo il dibattito sta occupandosi ancjhe del rapporto tra letteratura e musica pop-rock e quindi voglio anch’io alimentare la discussione.
    Nella musica “leggera” e quindi anche nella musica pop rockin in diversi pezzi si trovano testi che sono degli autentici capolavori, cito un pò alla rinfusa : Malafemmina, Il vecchio ed il bambino, Amerigo, Luci a San Siro, Anche per te, Emozioni, Blowing in the wind, knoking on the heavens’s door, Father and sons, Imagine, Fragile, Il cielo in una stanza, vedrai, vedrai, generale, Buonanotte fiorellino, Caruso, Anna e Marco, Eppure soffia, Il pescatore.
    A parte andrebbero pio citati Leonard Cohen, De’ Andre’, Conte e Brel per il complesso della loro opera , poesia allo stato puro messa in musica.
    Vorrei anche proprorre un confronto tra la poesia del “crepuscolare” Mogol e quella del Crepuscolare Gozzano ( la signorina felicita e la luce dell’est.)
    Mi scuso per gli autori non presenti, ma quelli citati sono:
    Totò, Guccini, Vecchioni, Mogol, Dylan, Cat Stevens, Lennon, Sting, Paoli, Tenco, Dalla e Bertoli.

  176. Rime di Angelo Poliziano, XIII
    “le bionde trecce e i dorati confini”

    La canzone del sole, Mogol-Battisti
    “le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi”

  177. Rieccomi. Ecco un altro tassello, piccolo ma curioso e intrigante. L’ho trovato nell’intervista di Anna Bandettini a Franca Valeri comparsa oggi su “Repubblica” in occasione dei novanta anni dell’attrice.
    Rievocando incontri passati, la Valeri racconta: “Anche con Arturo Benedetti Michelangeli ci unì il silenzio. Sapevo che ai suoi allievi faceva sentire pezzi miei perché capissero il valore della pausa, volli conoscerlo, ma lui stava zitto, io pure…”
    Silenzio. Pausa. Valore della pausa, anzi. Spazi bianchi, aggiungo io. Respiri. Attese. Ne dovremmo parlare, prima o poi…

  178. Altro tassellino: il critico letterario come “esecutore”, o interprete di quella partitura che è il libro: ritrovo questa analogia in una risposta che Gian Paolo Serino ha dato a Liberidiscrivere
    (cfr. http://liberidiscrivere.splinder.com).
    Scrive Serino: “Amo che i miei articoli siano più lontano possibile dall’accademia, che trasmettano il suono dell’inchiostro che il libro di cui parlo mi ha trasmesso. Io credo che ogni libro contenga uno spartito che sta a noi eseguire.”

  179. Magicamente è ricomparso il mio commento di ieri, e per ben quattro volte (e me ne scuso): tanti erano stati i miei tentativi di inserimento, senza vedere mai comparire nulla. Massimo mi ha spiegato che per qualche arcano motivo erano finiti fra gli SPAM. Lo ringrazio qui per averli recuperati.

  180. Cito il caro Claudio Morandini per rispondergli con la necessaria acribia:

    ”Mi intriga il pessimismo di Sergio Sozi sull’oggi che ha sgretolato, appiattito, scolorito, opacizzato e reso sorda e stonata la parola e non sa far più risuonare e svettare le parole della poesia antica. Che cosa è capitato, Sergio? Chi è il colpevole?”

    Risposta:
    Io direi che si tratti di diversi ”colpevoli”, i quali, come da ben organizzata banda di malfattori, hanno congiurato contro la bellezza della parola antica e anche contro quella dell’italiano. Questa ghenga di sabotatori della qualita’ letteraria, a mio personale avviso, sono i seguenti:
    1) La trasformazione socio-economico avvenuta in Italia nel corso dell’Ottocento e del Novecento, trasformazione che ha introdotto nel Paese solo i lati peggiori della modernita’, scartando come se fossero peste le tradizioni millenarie delle quali, invece, sarebbe stato intelligente esser fieri portatori;
    2) L’esterofilia, spinta a degli eccessi veramente privi di dignita’ civile e culturale – per non dir ”nazionale”;
    3) La supremazia della politica e dell’economia, le quali, usando una certa arrogante superbia ”aritmetico-economica”, hanno convinto la maggioranza assoluta dei cittadini che la cultura e’ un bisogno indotto fra i minori, anzi e’ un accessorio da mostrare come un abito di marca e non un diritto-dovere da sentire nel cuore e nella mente, da studiare, sul quale si DEVE lavorare. A mio avviso solo un uomo di cultura ha diritto alla cittadinanza, dunque non chi e’ NATO E VISSUTO in Italia, ma chi E’ ITALIANO. E sono italiani solo gli italiani che conoscono il proprio passato letterario, gli altri fanno numero per i politici, gli industriali e i commercianti.
    4) La pigrizia mentale del mio popolo, che per evitare di sentirsi massa cerca (in massa) modi da snob e vestiti unici, telefonini unici, cibi esotici e vacanze costose, invece che cercare di creare con le proprie fatiche una quotidianita’ piu’ tranquilla, armonica ed amorevole, nonche’ vissuta con dei libri di qualita’, dei figli di qualita’, dei coniugi di qualita’, degli amici di qualita’. Gli italiani sono una massa di individualisti: cioe’ insieme una vera massa e dei veri individualisti (paradosso perfetto).
    5) L’ossequio e il servilismo che si hanno per il delinquente faccia di palta, per lo sfacciato bandito e spudorato, per l’irriverente violento, per l’avventuriero senza scrupoli. Purche’ siano ricchi e famosi, ovviamente. In poche parole l’innamoramento degli italiani per gli imitatori (molto bravi) di Don Rodrigo e di Azzeccagarbugli, Griso & Compagnia Bella.

    Forse ci sarebbe altro da dire, ma per ora mi fermo, causa calura.
    Saluti Cari
    Sergio Sozi

  181. A Carlo S.: Vero, verissimo, su Strav. e il rapporto con la parola poetica ci sarebbe da riempire centinaia di pagine, ma per fortuna qualcuno lo ha già fatto! E mi fa molto piacere sapere che condividiamo la passione per questo grandissimo dongiovanni della musica.
    Nell’Oedipus è ricorso al brillante Cocteau tradotto però in latino (una lingua “pietrificata”, da usare come puro materiale sillabico, e pazienza se con qualche forzatura nell’accentazione), e in lingua moderna ha lasciato, senza esserne troppo convinto, solo la parte dello speaker; in “Perséphone” ha tentato il binomio musica-parola recitata (coro a parte) facendo affidamento a Gide… Il rapporto di Strav. con il latino meriterebbe davvero un capitolo a parte. Così come il suo personalissimo appropriarsi dell’inglese. E qui l’esempio che hai citato tu è perfetto.
    Mi hai fatto venire in mente anche “The cave”, di Reich: ambizioso e riuscito esempio di opera multipmediale in cui l’inflessione parlata degli inserti video diventa linea melodica e, opportunamente armonizzata, diventa, o si scopre, musica (secondo il modello di Janacék).

  182. A Sergio Sozi: ritrovo, nelle tue amare riflessioni, molto dei miei rimuginii (da insegnante, da cittadino, un po’ anche da autore in lingua italiana…).
    E ritrovo anche l’indignazione (vera, forte) alla base di quella fantasticheria cupa e dolorosa (e atrocemente divertente) che è “Il menu”.

  183. Caro Claudio,
    ”Il menu” e’ un romanzo – definiamolo cosi’ per semplificare la categoria cui appartiene agli occhi di chi non l’abbia letto – scaturito per magia dalla mia penna: il frutto di un’illuminazione proveniente da liti remoti e a me ignoti. Io l’ho soltanto messa in atto, questa illuminazione. E son contento che essa abbia ora ricevuto anche il tuo apprezzamento. Ti sembrera’ strano, ma su quel libro non mi sento di aver faticato troppo – come invece su altri lavori. Ed ora mi/ti chiedo: le illuminazioni inibiscono la percezione individuale del sacrificio? (Scherzo, eh…)

  184. SONETO DO AMOR TOTAL

    Amo-te tanto, meu amor… não cante,

    O humano coração com mais verdade…

    Amo-te como amigo e como amante,

    Numa sempre diversa realidade.

    Amo-te afim, de um calmo amor prestante,

    E te amo além, presente na saudade.

    Amo-te, enfim, com grande liberdade,

    Dentro da eternidade e a cada instante.

    Amo-te como um bicho, simplesmente,

    De um amor sem mistério e sem virtude,

    Com um desejo maciço e permanente.

    E de te amar assim, muito e amiúde,

    É que um dia em teu corpo de repente,

    Hei de morrer de amar mais do que pude.

    (Vinícius de Moraes)

    SONETTO DELL’AMORE TOTALE

    Ti amo tanto, amore mio… non canta

    Il cuore umano con più verità…

    Amo te come amico e come amante

    In una sempre diversa realtà.

    Ti amo affine, di calmo amore pronto,

    E da oltre ti amo, presente in nostalgia.

    Ti amo, insomma, con grande libertà

    Dentro l’eterno ed in ogni momento.

    Come ama l’animale ti amo semplicemente,

    D’amore privo di mistero e privo di virtù

    Con un desiderio massiccio e permanente.

    E di amarti talmente e di frequente,

    Un giorno nel corpo tuo di repente

    Avrò da morire di amare più che uno possa.

    (Vinícius de Moraes – Traduzione di Giuseppe Ungaretti)

    Per quanto riguarda i legami tra letteratura e musica (nella fattispecie il Samba e la Bossa-Nova), credo che il grande poeta brasiliano Vinícius de Moraes (Rio de Janeiro, 1913-1980) non abbia bisogno di alcuna presentazione (così come Giuseppe Ungaretti, che dal 1937 fu suo fraterno amico e fedele traduttore…).

  185. Per restare in Brasile (appena estromesso dal mundiàl, poveretto!) accomunerei a Vinicius il grandissimo Chico Barque De Hollanda.
    Nel suo “Construcao” trovo un esempio lampante di corrispondenza tra i versi (frasi, costruzioni verbali e parole stesse che si fanno via via più confuse mano a mano che il suicida, protagonista della canzone, sale nella costruzione dalla quale si butterà nel vuoto, e la musica stessa, via via più dissonante e caotica).
    Di Chico Barque (musicista, poeta, scrittore) si possono trovare anche buoni romanzi, tra i quali il recente “Latte versato” (Feltrinelli).

  186. Entro con ritardo nella bellissima discussione, facci prima i complimenti a Claudio Morandini per come sta conducendo il dibattito e agli autori menzionati, nonchè a tutti gli intervenuti. Ho cercato di leggere la maggior parte dei commenti, ma mi scuso se dirò cose già dette, perchè qualcosa di certo mi sarà sfuggito nelle letture.
    Sento moltissimo il legame musica e letteratura, spesso se ascolto una musica immagino la storia che potrebbe essere sottolineata da essa, e se leggo una storia vorrei applicargli una colonna sonora di accompagnamento.Credo che sia un legame fortissimo che risalga alla notte dei tempi quando le storie si raccontavano cantate.Senza dimenticare l’importanza dell’opera, del melodamma in qusto legame- come alcuni di voi hanno già sottolineato. A tal proposito ho letto alcune pagine interessanti che mettono in relazione la poesia di Montale con il melodramma da cui lui fu profondamente influenzata per la sua poetica. Fra l’altro il poeta stesso studiò canto e desiderava diventare un cantante lirico.In molti suoi versi nel linguaggio utilizzato è forte l’influenza del linguaggio del melodramma, se volete ne cerco qualcuno in merito.
    Devo dissentire sul fatto che qualcuno più sopra diceva che la musica classica è morta perchè non esistono più compositori.E’ naturale che un periodo storico come quello del ‘700 e dell’800 abbia prodotto opere immortali ed autori che rappresentano la pietra miliare della storia della musica, ma ogni arte è figlia del proprio tempo. Ascolto musica classica con grande piacere e sono una amante del pianoforte, che suonicchio anche, ma per tornare all’epoca odierna ho molto apprezzato le composizioni e le esecuzioni del compositore Sakamoto. Nulla muore secondo me, tutto cambia e si ripresenta in nuove forme, io provo ad accoglierle con curiosità e senza troppo confronto con il passato.
    Mi è venuto in mente anche il bravissino Milan Kundera che diceva di scrivere i suoi libri come se fossero stati una partitura musicale, seguendo un perfetto e archittettato ordine fra un capitolo e l’altro, come si alterna un adagio e un allegretto.
    La poesia è infine l’esempio più grande di come la musicalità dei versi e l’andare a capo come se fossimo all’interno di una battuta che però deve far parte amonica di un insieme sia forte il legame di cui parliamo.E di quanto per la bellezza di ascolta e di chi legge siano importanti il non detto, il respiro fra una parola e l’altra, lo spazio bianco come la pausa musicale.
    un caro saluto a tutti e perdonate se ho messo giù pensieri in disordine.

  187. Ryuichi Sakamoto, dici, Francesca Giulia? Un grande contemporaneo, si’… ma parlando di musica classica italiana… ehm…
    Per tornare a bomba sull’argomento letteratura-musica: qualcuno ha citato ”Novecento” di Baricco? Se non e’ stato fatto, ci siamo persi l’occasione di ricordare il miglior disco-libro di jazz-blues italiano degli ultimi cinquant’anni…

  188. Brava FG! Che nota “la musicalità dei versi e l’andare a capo come se fossimo all’interno di una battuta ” come forte legame tra poesia e musica. Ma estenderei lo stesso concetto anche alla prosa: lei stessa ricorda Kundera e i suoi romanzi scritti “come se fossero stati una partitura musicale, seguendo un perfetto e archittettato ordine fra un capitolo e l’altro, come si alterna un adagio e un allegretto” e ancora “lo spazio bianco come la pausa musicale”.
    Kundera d’altronde è notoriamente uno scrittore misicofilo, come lo è anche Baricco (“Le micche del Wisconsin”…), ed anche diverse sue pagine sembrano alternare con senso musicale “allegri” e “adagi” (penso soprattutto a Oceano mare).
    I grandi artisti d’altronde sono stati sempre molto attenti alle altre forme d’arte della loro epoca e di quelle loro precedenti. Credo fortemente che la sensibilità non possa essere unidirezionale (sarebbe solo un limite). Credo alle contaminazioni (e mi viene in menteBuzzati, e non solo il suo Orfeo, ma , già prima, la sua Fantastica storia degli orsi in Sicilia). Credo alle possibilità che la tecnologia può offrire oggi: penso ad un e-book non come sostitutivo del libro tradizionale, ma come a possibile veicolo di opere multimediali dove le parole si integrino (anche attraverso link) con musiche ed immagini, dello stesso autore o di altri.
    Anche FG (che immagina colonne sonore ai libri che legge, e lo faccio anche io), dovrebbe esserne soddisfatta.

  189. Ciao, carissimo Carlo S.,
    io invece credo che le possibilita’ tecnologiche piu’ che aiutare la creativita’ la impigriscano: per essere creativi, come dimostra il sullodato ”La fantastica invasione degli orsi in Sicilia” di Buzzati, basta avere qualche matita colorata o pennello e della carta bianca. Questo lo dimostra il fatto che, nonostante i mille ausili tecnologici, oggi di capolavori della fantasia non ce ne sono molti. Ce ne sono molti di meno rispetto a cinquant’anni fa. E questo perche’ l’artista di oggi fa affidamento alla tecnologia, non la usa per mettere in pratica quel che progetta e sente. La tecnologia non e’ un mezzo, e’ un dittatore che guida e mai e’ guidato. Inoltre, ovviamente, c’e’ da sottolineare la scarsita’ di fantasia di questi ultimi decenni. Ed il quadro e’ completo: i risultati sono sotto gli occhi di tutti noi, purtroppo.

  190. A me piace la visione aperta di Carlo S. e la condivido, ma comprendo la posizione tua Sergio, sei un “purista” molto legato al significato dei classici, però nel panorama odierno fra tante cose bruttine e sciatte dove la tecnologia è un dittatore solitario esistono anche felici esperienze artistiche in cui attraverso lavoce teconologica è pur sempre il cuore dell’arte che parla. Basta che ci siano cose da dire e il desiderio di darne forma qualitativamente superiore.
    Sì, mi riferivo a Ryuichi Sakamoto, ma come dicevo è chiaro che non faccio paragoni con Bach, ma del resto pur amandoli entrambi non posso farne neppure fra Bach e Debussy, meravigliosi ma figli di epoche e espressioni musicali differenti, no?
    Certo anche Baricco di Novecento, è apprezzabilissimo e di Oceano Mare come ricordi tu, Carlo, ma Kundera lo ritengo superiore per costruzione dlla storia e per sapere raccontare mescolando con grande maestria psicologia e filosofia dei personaggi con una trama vera.
    E Proust? Alla ricerca del tempo perduto potrebbe il disperato richiamo di un musicista che non suona più a tempo o perchè non lo sente più come una volta o perchè ne cerca uno nuovo.
    Il Proust poeata dedica alcuni delicati ritratti ai suoi musicisti preferiti: Chopin,Schumann, e Mozart. Sono molto belli, li consiglio.
    Inoltre ,poichè egli stesso aveva una passione per il Pelléas et Mélisande di Debussy, improvvisò un duetto fra Markel e Pélleas molto divertente,dove forse il poeata stemperava un pò della sua malinconia.

  191. …chiedo scusa per gli innumerevoli errori di battitura: Tecnologia traditrice 🙂

  192. Chopin di Marcel Proust
    …………………………………………………..
    Mare di sospiri, di lacrime, di singhiozzi
    attraversato da un volo di farfalle
    che non si posano, sulla tristezza giocando
    o danzando sulle onde. Sogna, ama.
    soffri, grida, placa, incanta o culla,
    sempre lasci fluire in mezzo a ogni dolore,
    vertiginoso e dolce l’oblio del tuo capriccio
    simile a un volteggiare di farfalla
    di fiore in fiore: dunque la gioia è complice
    della tua pena: l’ardore del vortice accresce
    la sete di lacrime.
    Pallido e dolce compagno
    della luna e dell’acqua, principe della disperazione
    o nobile signore tradito,
    anche ti esalti, più bello nel pallore,
    del sole invadente la tua stanza di malato
    che piange di sorridergli e più soffre a vederlo…
    Sorriso del rimpianto e Speranza che piange!
    ……………………………………..
    Io leggo questi versi e sento musica, in particolare”
    Mare di sospiri, di lacrime, di singhiozzi
    attraversato da un volo di farfalle
    che non si posano, sulla tristezza giocando
    o danzando sulle onde.”
    Lo sentite uno studio di Chopin in cui le mani del pianista volteggiano da un tasto all’altro come farfalle?

  193. Splendidi i suggerimenti di Francesca Giulia (e graditissimi i suoi complimenti…): Montale-Kundera-Proust…
    E Grazie anche a Sergio per avere tirato in ballo Baricco (il suo “Novecento” non si merita davvero l’ostracismo che ha colpito il suo autore in questi ultimi anni…).
    E a Carlo S. per le sue puntualizzazioni.
    A proposito di Buzzati, chi si ricorda più delle sue collaborazioni con un compositore che al teatro musicale come Luciano Chailly aveva dedicato le sue migliori energie? Nessuno, ahimè, nemmeno l’industria discografica…
    Curiosate su http://www.lucianochailly.eu/ .

  194. Grazie Claudio, è stato per me molto interessante leggere i vostri contributi.
    Bello il sito di Chailly.Ma è il padre della musicista Cecilia Chailly?
    Pensando a Buzzati mi hai fatto venire in mente i suoi racconti perfetti, in particolare, visto che siamo in tema, “Paura alla scala”, lo avet letto? Lo ricordate?
    un caro saluto

  195. Detto tra noi, Francesca Giulia, nemmeno per me è morta la musica classica (oggi la chiamo così, perché a chiamarla “colta” attiro fulmini, e a chiamarla “accademica” mi sento a disagio io).
    Ma il tenore di quell’intervento e la perentorietà di quell’affermazione mi avevano convinto che era meglio soprassedere…
    Quella musica è viva invece. E non solo perché il repertorio della musica inequivocabilmente classica (fino a tutto il Novecento storico) continua a vivere nelle sale da concerto e nelle registrazioni discografiche (meno, ahimè, nella pratica domestica del suonare o suonacchiare, ed è un vero peccato): ma anche perché esiste una vita musicale nuova, fertile, fertilissima anzi, fatta di compositori allievi dei grandi esploratori di suoni (e rumori) del secondo Novecento (Berio, Donatoni, quei nomi lì). Sono compositori di ricerca che non hanno rinunciato a cercare un contatto, a condividere un’esperienza: non si sono relegati in una torre d’avorio, ma certo non godono di grande esposizione mediatica. Bisogna andare a cercarli, nei cataloghi delle etichette specializzate (Stradivarius, che so, Taukay, Edipan…), nelle rassegne specializzate, non lasciarseli sfuggire quando i programmi delle sale da concerto dedicano loro (con il contagocce, ahimè) qualche spazio, o quando rassegne come “Settembre musica” (o Mi-To, come credo si chiami adesso) commissionano pezzi nuovi da proporre in prima esecuzione assoluta.
    Io amo cercare o inseguire questa musica. La sento viva, tesa a esplorare le vie di un linguaggio in cui sento la continuità con la musica “classica” già acquisita. Fa parte della biodiversità musicale di oggi, e il fatto che la si conosca poco non implica che quello sia un ramo morto.
    Quindi hai fatto bene a tornare su quella drastica condanna a morte per metterla in discussione!

  196. Altra suggestione, altro connubio parola-musica che sarebbe bello indagare: la collaborazione tra Carmelo Bene e il compositore Gaetano Giani-Luporini.
    Ma in generale la figura gigantesca di Carmelo Bene e il suo rapporto con la musica (con il melodramma, con Schumann…) meriterebbero ben più di questa postilla…

  197. Due rapide osservazioni, in linea con l’ultimo intervento di Claudio Morandini.
    1) A essere morta (anzi: nemmeno nata) non è la musica “classica”, ma una sua dignitosa veicolazione nelle scuole del regno.
    2) (Conseguenza del punto precedente) Chi nega cittadinanza alla musica “seria” nel nostro tempo lo fa (talvolta) tutto sommato incolpevolmente, non avendo mai avuto nonché occasioni di ascolto nemmeno contezza della sua tutt’altro che residuale esistenza.
    (Ah, ritiro quel “seria” prima di suscitare un vespaio)
    Un caro saluto.

  198. Ciao Sergio, mi fa sempre piacere ritrovarti qui, anche se spesso non siamo d’accordo. Ma fa lo stesso (le polemiche, se condotte senz’astio e con buona creanza, sono spesso il sale della vita). Capisco la tua posizione “purista”, anche se non la condivido (e non condivido il tuo pessimismo). Tengo a sottolineare che non vedo assolutamente i libri elettronici e le possibilità tecnologiche “multimediali” andare ad insidiare il posto che i libri di carta , quelli con la copertina e l’odore degli inchiostri tipografici, occupano nelle nostre menti e cuori.
    Vedo la possibilità di sorgere di nuove forme d’arte che possono affiancare quelle tradizionali, senza sostituirle.
    Il cinema ha forse “ucciso” il teatro? O la fotografia la pittura? Oppure quelle nuove forme (che anche qui di arte si tratta, e oggi ciò è riconosciuto da tutti, anche se non lo era all’epoca) hanno meglio precisato i confini entro i quali ognuna poteva esprimere le sue migliori possibilità o addirittura stimolato nuovi stili, nuove forme (penso all’impressionismo, sorto forse nel momento in cui alla neonata fotografia veniva spontaneo lasciare il campo aperto alla ricostruzione in immagine del vero; e poi dall’impressionismo alla nascita di tutta l’arte moderna)?
    Capisco il tuo amore per i classici, Sergio, e il tuo spaesamento di fronte all’apparente imbarbarimento della cultura e della lingua.
    Ma le nuove culture sono sempre nate attraverso fasi di distruzione (anche barbarica). Ma anche in queste fasi nulla del passato viene dimenticato (forse proprio grazie a posizioni di “resistenza” come la tua), fino al loro recupero in forme però nuove, nelle quali non si può non tenere conto di quanto di buono apporti anche la modernità dei più freschi “barbari”: questo in fondo fu anche il Rinascimento, che credo anche tu ami profondamente.
    La modernità di oggi è anche (soprattutto?) nella tecnologia. Ridurla solo ad essa lo trovo stupido, ma trovo altrettanto stolto ignorarla o rinunciare alle possibilità che essa offre. Per questo non posso condividere la tua affermazione “La tecnologia non e’ un mezzo, e’ un dittatore che guida e mai e’ guidato”. Guidarla e non farsi guidare è un rischio (odio chi sperpera tempo e danaro inseguendo le ultime novità degli iPod, iPad, iPud, iPid e chi più ne ha più ne metta; e che si fa quando finisconoi le vocali, che sono poche?), ma un rischio non è un assunto. Sta all’uomo guidare e non farsi trainare.
    Scusate gli errori di digitazione (rileggo nel mio precedente un misicofilo invece di musicofilo, e micche al posto di mucche del Wisconsin, e inorridisco), spero di non averne fatti anche qua.

  199. Beh, anche qua rileggendomi trovo l’errore. “Guidarla e non farsi guodare è un rischio…” naturalmente va letto al contrario: “Farsi guidare e non riuscire a guidarla è un rischio…”.

  200. Chiedo venia anche per qualche commento finito nello spam (e poi recuperato) e per qualche spam (poi cancellato) che – viceversa – è riuscito a superare i filtri.
    Ahimé, a volte la tecnologia è fallace!

  201. @ Francesca Giulia
    Sì, Fran… Cecilia Chailly è figlia di Luciano. Siccome la conosco, magari (se non è in giro per l’Italia a fare concerti) potrei invitarla a partecipare alla discussione…

  202. Domani sera (in tarda serata) pubblicherò un nuovo post.
    Ma spero che qui il dibattito possa continuare.
    L’idea, appunto, è di fare di questo spazio una sorta di forum permanente.

  203. Ciao Massi,spero che tu stia bene! Che bello Cecilia Chailly, è un personaggio che mi ha sempre intrigata, spesso leggevo alcuni suoi articoli su un giornale femminile, bella persona se la inviti farai cosa graditissima a me, ma anche a tutti gli altri.
    Grazie sempre per i tuoi spunti che sono una vera carezza per l’animo curioso e sensibile!
    a tutti una buonanotte

  204. Ciao, Massimo, lieto del nuovo post con la sig.ra Chailly, che non conosco ma che promette molto bene! Ciao, Francesca Giulia!

    Prima di salutarvi vorrei rispondere brevemente al caro ”vecchio” Carlo S., col quale come tre anni fa discorro sempre molto piacevolmente.

    Allora, Carlo, i problemi dell’arte nel suo insieme, oggi e in Italia, sono per me sintetizzabili in pochi punti:
    1) Mancanza di ”botteghe artigiane”, cioe’ di ritrovi per artisti – nel Rinascimento esse e i cenacoli hanno creato quella stupenda sintesi di tradizione classica ed innovazione ”volgare” che tutti sappiamo. Il Rinascimento infatti non e’ stato, come sostieni tu, una rottura col passato, ma una sintesi dell’esperienza millenaria degli italiani. Oggi invece la tradizione viene trascurata da quasi tutti gli artisti, letterati compresi (prova a vedere quanti autori italiani di oggi leggano quotidianamente la Divina Commedia, Monti o Ariosto, studino la grammatica e la Storia della Letteratura Italiana, e lo potrai constatare di persona: gli artisti di oggi del passato sanno molto poco, eccetto eccezioni).
    2) Mancanza di idee – personali, originali; di quelle scopiazzate ce ne sono invece tante in giro. Questo e’ fenomeno ovvio, in un’Italia del tutto asservita al dovere sociale della ”comunicazione”: chi pensa solo a comunicare non crea arte di nessun tipo, anzi si presta a far da clone, da numero. Guardandoci attorno lo dobbiamo ammettere, credo.
    3) Mancanza di passione per l’arte. Chi ha passione non si mette a gingillarsi con i mezzi tecnici – Michelangelo con lo scalpello attendendo ispirazione o Petrarca col calamaio mentre ha la testa vuota di emozioni? – no, no: l’appassionato crea con mezzi semplici ed immediati dei capolavori. Ne vedi molti, tu, di artisti fatti cosi’ oggi? Anzi e’ il contrario: l’artista italiano di oggi prima cerca qualcuno o qualche opera gia’ fatta a cui ispirarsi e insieme cerca la tecnologia, poi DOPO pensa a COSA VUOL DIRE. Dopo il mezzo oggi viene il motivo. Modus operandi ben poco rinascimentale, direi.
    4) Confusione oltre il limite della tollerabilita’. Una confusione, quella dell’Italia di oggi, che tutto contamina, sporca e disturba: guai ad essere una persona che pensi solo a due tre cose nella propria vita, no, devi (DEVI non puoi) considerare tutto e il contrario di tutto, senza sicurezze e principi d’alcun tipo. Un artista, appunto, DEVE avere il cellulare, DEVE avere mille contatti inutili, DEVE pensare al posto dell’idraulico che chiama per il rubinetto che perde, e DEVE esser cosi’ perche’ nessuno ha la liberta’ di essere SOLO e SEMPLICEMENTE un artista che fa l’artista ed eventualmente il padre di famiglia. No: tutti tuttologi: ognuno di noi un burocrate, un politologo, un elettricista, un autista, un dietologo, un medico, eccetera. Sono certo che questa tuttologia sia dannosa per qualsiasi artista. Fino a cent’anni fa, un artista pensava a tre cose: creare quel che voleva lui, sopravvivere con lavoretti da tenere solo per comodo (senza investirci troppe energie mentali) e far sopravvivere la propria famiglia. Stop.
    5) Assoluta mancanza di riflessione e di concentrazione da parte della gente su cose d’arte. Vedo bene? Vedo gente concentrata su telefonini, ipod opod apod, computer, videogiochi, guida di auto, lavori tecnici, eccetera, ma pochi che girino con un libro o un pennello in mano. Vorra’ dire forse che il centro della nostra societa’ sta nel microchip, non nel carattere a stampa.
    6) Istituzioni scolastiche pessime. Studiare letteratura ed arti non e’ un piacere per milionissimi di giovani italiani, ma una tortura: l’opera di cento duecento anni fa e’ roba ”vecchia”, scritta con una lingua ”vecchia” da gente morta anni annorum or sono… questo pensa il novanta per cento dei giovani. E forse l’ottanta per cento dei non giovani.
    7) Isolamento dei cittadini. In Italia la gente e’ sola dovunque. Cosi’ non si crea coraggio, entusiasmo, arte, allegria, gioia di vivere. Cosi’ si subisce il microchip. Cosi’ e’, appunto.
    8) Nichilismo, rassegnazione e pessimismo di moda. Altra cecita’ che tarpa le ali. Non e’, questo di cui parlo, il mio pessimismo – che e’ un pessimismo di analisi della realta’ e che propone alternative – ma e’ un pessimismo esistenziale ed assoluto. Un pessimismo che chiude prospettive. Il mio pessimismo invece crea, e’ motivato dalla Storia e lotta per costruire un’Italia migliore.
    Ciao, Carlo
    Sergio

  205. P.S.
    La faccia gialla scema sopra era un ”8” che questa stupida macchina mi ha trasformato in un tondo colorato affetto da itterizia.

  206. Nessuno ha nominato “La dura Spina” dello scomparso Renzo Rosso , unico vero romanzo musicale

  207. Caro Massimo,
    sarebbe bellissimo sentire la voce di Cecilia Chailly, musicista e scrittrice, in questa discussione! Oltretutto la memoria di quel finissimo compositore che è stato Luciano Chailly è tenuta desta con devozione soprattutto da Cecilia, la figlia.

  208. A Tetide: “La dura spina” è un eccellente romanzo intriso di musica, e scritto da un musicista vero, Renzo Rosso. Lo ha ristampato proprio quest’anno ISBN. Grazie quindi per la puntualizzazione, che colma una nostra lacuna.
    Ma la tua definizione di “unico vero romanzo musicale” meriterebbe un approfondimento. Perché lo consideri tale? Che cosa ha in più rispetto agli altri romanzi incentrati sulla musica?

  209. Ho tra le mani un libro nato dalla collaborazione tra una poetessa, Norma Stramucci, e una compositrice, Paola Ciarlantini. Si intitola “Il cielo leggero” e lo ha pubblicato Azimut nel 2008. La musica vi compare accanto alla poesia, nella composizione del testo, nei valori poetici, ma anche, concretamente, con la partitura della “Piccola sonata per violino solo” della Ciarlantini.
    Mi piacerebbe invitare Norma Stramucci o Paola Ciarlantini a raccontare qui la genesi di quest’opera.

  210. Marta Morazzoni non è riuscita a intervenire direttamente nella discussione. Mi ha inviato le sue risposte via mail (e vi saluta tutti).
    Le riporto di seguito a suo nome.

  211. Cos’hanno in comune letteratura e musica?

    le regole. Mi sembra che entrambe vivano di regole e di codici fermi. Senza voler paragonare il pentagramma all’alfabeto e alla grammatica, non in un paragone stretto e assoluto, trovo che comunque le due forme si giochino su dei parametri di linguaggio codificato e che tale codice sia strumento non di costrizione, ma di libertà, perché è un veicolo espressivo. Poi, accanto a quella che chiamerei la grammatica di entrambe, metto l’elemento del ritmo, della melodia e dell’armonia. Il ritmo soprattutto è un elemento imprescindibile dalla narrazione. Segna e determina la struttura di una pagina, fatta di punteggiatura, scelte di vocaboli, organizzazione su una sorta di piano sonoro degli stessi vocaboli e del tempo della frase, è determinante a darne non solo e non tanto un aspetto esteticamente gradevole, o magari a rimarcare una dissonanza, ma è una vera e propria cadenza che segna e determina il senso e la valenza del contenuto

  212. In cosa si differenziano nettamente?

    Credo che la differenza stia nella maggiore immediatezza e direi istintività della percezione della musica, che crediamo di cogliere senza aggiustamenti logici, assorbendone subito il piacere e la dimensione emotiva. È un linguaggio universale, almeno dal punto di vista della cultura occidentale. (Ricordo che, per esempio, Beethoven proposto agli Inuit di un villaggio in Groenlandia risultava ostico e quasi di disturbo!) La pagina letteraria invece non può prescindere dalla comprensione del senso razionale, non ci basta il suono, non ci basta la misura armonica. In altri termini, la musica ha bisogno di un interprete ma non di un traduttore. La letteratura, per uscire dai suoi confini linguistici, ha bisogno del traduttore.

  213. In quali occasioni la musica è “entrata” nella letteratura (con particolare riferimento alla narrativa)?

    Se d’acchito penso ai romanzi in cui la musica abbia avuto un ruolo, e allora mi viene in mente “Il doctor Faustus” di Mann, o “La sonata a Kreutzer” di Tolstoi o “Il soccombente” di Bernahard, mi rendo poi conto che non è nel soggetto che devo cercare. Piuttosto invece là dove la musica è entrata non per argomento, ma per struttura narrativa. E allora mi viene in mente un caso quasi inatteso, a metà tra il teatro e la lettura, ed è Adelchi di Manzoni, che percorre struttura ‘sonore’ molto prossime al melodramma verdiano, penso a Don Carlos. E comunque certe pagine di Manzoni accennano a una musicalità belliniana.

  214. Quali altri titoli ti vengono in mente?

    Mi viene in mente un autore che ha un caratteraccio narrativo, apparentemente lontano dalle armonie della musica per l’asprezza dei suoi toni, ma che ha appunto una tonalità così definita e strutturata da portarmi dentro la composizione musicale ed è certo Thomas Bernardt, non, appunto “Il soccombente”, ma “Perturbamento” o la raccolta di racconti “Ja” , opere serrate come brani di Alban Berg.

  215. In quali occasioni, viceversa, la musica ha “rappresentato” la letteratura?

    Subito mi viene in mente “Billy Budd marinaio” di Melville nell’opera di Britten. Non è solo un soggetto usato in musica, ma una specie di appartenenza del tema di Billy Budd nelle note di Britten.

  216. Quale romanzo eleggeresti come il più rappresentativo del rapporto tra musica e letteratura?

    Ne eleggerei uno la cui musicalità è intrinseca nell’uso della lingua, del ‘tempo’ narrativo, del ritmo che a volte è sottilmente raveliano, a volte ha la potenza di Wagner: “La ricerca del tempo perduto”, soprattutto se letto in originale!.

  217. Cosa (o chi) ti ha ispirato (o spinto) a scrivere “La nota segreta”? Come è nata l’idea?

    La voglia di raccontare una storia, di dare corpo a un personaggio, che per altro è realmente vissuto e a cui Rovani, nei suoi Cent’anni, aveva già dato vita. La scoperta poi che, nella realtà, questa donna fosse stata una brava cantante e soprattutto una voce di contralto, mi ha particolarmente coinvolto. È la voce che amo di più e il personaggio si è costruito attorno alla voce. L’ho in qualche modo adottata da Rovani, poi l’ho composta a mio modo.

  218. Quanto tempo hai impiegato a scrivere questo romanzo?

    Direi un anno, che per me è un tempo relativamente breve.

  219. Che tipo di riscontri hai avuto (fino a questo momento) dai lettori?

    In genere molto positivi e interessati alla storia nel suo insieme, credo che la curiosità su un fatto a suo modo anomalo come la storia di Paola Pietra attiri un po’. In molti ho notato l’attenzione peculiare al tema del canto e al valore per così dire sensuale della musica.

  220. Ieri Claudio mi ha invitata a raccontare la genesi del mio quarto libro: Il cielo leggero, Azimut, 2008. E dunque eccomi. Lo faccio brevemente, tranquilli! Anche perché, per ora il libro non è in commercio, e dunque le mie parole non hanno, purtroppo, la possibilità di essere verificate.
    Innanzi tutto il libro è una sonata per violino, in tre tempi. E’ la storia, sono le parole ad esserlo; in più però c’è anche una partitura vera e propria. Il primo tempo racconta una situazione di noia, di voglia di qualcosa ed è articolato a “temi”, “sviluppo”, “transizioni”. Nello Sviluppo c’è l’accadimento: un incidente stradale che cambia le cose, soprattutto perché il mio bambino, che allora aveva 8 anni, ne esce -come se un’angelo lo avesse protetto- illeso!!
    Il secondo tempo vede la lotta in due temi e rispettive variazioni tra un senso della vita ritrovato (L’angelo) e il rancore verso chi ha procurato irresponsabilmente il mio incidente (La bestia sanza pace). Nel terzo tempo, un rondò, la “bestia” è stata sconfitta e, serenamente, me ne vado a vivere, quando ne ho voglia, sulle sponde di un fiume, ricamato a paillette su una magliettina estiva…
    Certo detto così, è molto riduttivo… magari, se vi interessa, potete farmi direttamente qualche domanda.
    Comunque, pare che un’associazione di danza sia interessata a farne un balletto…
    Vi farò sapere.
    Ah, Paola, per il momento, è fuori e non può intervenire. E’ però felice di questa discussione!!

  221. Molto interessante (e condivisibile) ciò che dice Marta Morazzoni riguardo alle cose in comune e a quelle che distinguono letteratura e musica. Le regole comuni (di quelle del ritmo si era già parlato, ma anche quelle di grammatica e sintassi per il conseguimento dell’ “armonia”, aggiuge ora lei). Naturalmente vanno incluse nel discorso le modalità di ricerca di nuove regole, o della necessità di infrangerle, e la stessa Marta cita poi Thomas Bernhard e Alban Berg (ah, questo “Perturbamento, che da anni giace intonso sul mio comodino e non mi decido mai a leggere…! Sarà la volta buona?).
    Ma è nel notare le differenze che a mio parere trova la quadra, quando afferma ” In altri termini, la musica ha bisogno di un interprete ma non di un traduttore. La letteratura, per uscire dai suoi confini linguistici, ha bisogno del traduttore”. E questo conferma quanto io mi sforzavo di dire (senza riuscire ad essere così lucidamente chiaro): non è discettendo di musica al servizio delle parole (o parole al servizio della musica), che si possono trovare riscontri o differenziazioni tra l’una e l’altra (felici matrimoni sì, tanto nei madrigali quanto nella lirica, nella musica cantata in genere o nelle moderne canzoni, ma non riscontri per capire bene regole comuni e differenze profonde), ma confrontando parole (da una parte) e suoni (dall’altra).
    Da piccolo mi innamorai delle canzoni dei Beatles pur senza capire una parola di inglese. Il suono di quella lingua veniva inglobato nella mia percezione della musica senza sentire alcun bisogno di comprenderla.
    Le “traduzioni” in italiano di successi internazionali all’epoca erano cosa pittosto comune, ma (diffatti) le detestavo.
    Poi cominciai a sentire il bisogno di dare un senso anche a quei testi. L’inglese lo imparai più dalla musica angloamericana che sui banchi di scuola. A volte però lo scoprire che tali testi spesso erano banalotti, quanto quelli di molte canzoni italiane (che allora disprezzavo) o delle “traduzioni” di cui sopra, mi fece a volte disamorare di diverse canzoni che mi erano piaciute molto.
    Con questo ribadisco (e concludo) che di felicissimi “matrimoni” fra testi è musiche è comunque piena la storia (e penso ai già citati Stravin../ Auden e Stravin,,,/Cocteau, ed anche a Vinicius/Toquinho, Chico Barque, Dylan, Cohen, Bressanes, Ferrè, Brel, De Andrè, Fossati, Conte…e chi più ne ha…), ma è già un terreno diverso, qualcosa che non è più musica O poesia, ma indissolubile unione tra di esse, con altre regole e altre percezioni, legate alla somma tra le due, ma anche a qualcos’altro
    (così come nella lirica entra fortemente anche l’elemento “teatro”).

  222. RISPONDO ALLE DOMANDE DI MASSIMO
    A proposito del tuo romanzo, ti andrebbe di dirci qualcosa in più?
    Come nasce? Da quale idea? (Quale, la fonte di ispirazione?)

    Desideravo da tempo scrivere qualcosa su Tiziano Ferro. Perché lo considero il miglior esempio di cantautore pop italiano degli ultimi anni. La scelta più ovvia sarebbe stata una biografia, un saggio, insomma un titolo per la Varia. Poi ho spostato il tiro. La cosa che mi interessava di più non era svelare particolari inediti su Ferro, anche per le mie due monografie su Battisti non ho mai rincorso il gossip, ma invece mettere in luce la contrapposizione tra gusti musicali. La storia di Tiziano Ferro la scriverà Tiziano Ferro. Non io. Io ho voluto raccontare la storia di chi lo ama e di chi invece non si è mai sognato di ascoltarlo. Il protagonista di PERDONAMI si trova costretto (per amore) a rinnegare il suo snobismo musicale per trasformarsi in un esperto del cantante italiano. Vedi, potrebbe succedere la stessa cosa a un lettore di noir. Un giorno sul tram si innamora a prima vista di una donna e scopre solo in seguito che questa donna ama i romanzi di Federico Moccia. Cosa farà? Chiuderà le porte alla possibile storia? Si inventerà un sacco di bugie come il protagonista di PERDONAMI, fingendosi un amante dei lucchetti? Oppure sarà così maturo da svelarsi per come è veramente, per accettare il fatto che le divisioni ideologiche non sono barriere invalicabili? Il protagonista di PERDONAMI non si fida del prossimo e quindi si finge un fan di Tiziano Ferro, omettendo i suoi veri gusti (Led Zeppelin e Ac/Dc). Se vuoi, è un attacco allo snobismo di certa critica italiana. Quella che vuole ghettizzare la massa, il popolino, considerandolo un gregge di pecoroni mai in grado di comprendere qual è la vera letteratura, la vera musica, la vera arte. Loro invece, gli eletti, si sentono investiti da una missione, quella di dirottare interi equipaggi di lettori, ascoltatori, telespettatori, verso la scelta giusta. Che non è mai quella commerciale, popolare, da top 10. Ma così si rischiano errori, sottovalutazioni, e si perde la curiosità.

  223. Carlo S.,
    ciao, se guardi sopra il primo commento del 5 luglio, trovi la risposta che ti ho scritto sulle questioni che stavamo dibattendo. Salutoni Cari.

  224. Caro Sergio, sì, l’ho visto, ma le nostre posizioni su questo argomento da sempre sono diverse. E non ho la pretesa di volerti convincere nelle mie.
    Condivido in massima parte la tua approfondita analisi della situazione, ma non la tua demonizzazione della tecnologia (certo, oggi è pericolosamente al centro dell’economia, del pensiero, del potere: di tutto) nè la tua fosca visione del futuro (intendiamoci: del presente forse sì). Io però credo ancora nella possibilità di un “neo-umanesimo a venire” (che forse non avrà botteghe dell’arte, e ben poco a spartire col passato Rinascimento, ma nella forma, forse qualcosa sì nella sostanza). E credo che la tecnologia (guidata dall’uomo e non guidante) possa avere parte (deve avere parte) in ciò. Se così non fosse sarebbe un puro ritorno al passato, resuscitazione di cadaveri, non qualcosa di nuovo, che invece attendo, e sarei curioso di vedere proprio (e che forse invece nè tu nè io vedremo, ma lo auguro almeno ai nostri figli) .
    So che tu non lo credi, io si. Tutto qui.
    Comunque è sempre un piacere discorrere con te.
    Un caro saluto, a tutta la tua famiglia.

  225. Carlo S.,
    condividendo o non condividendo, ti ringrazio comunque per la speranza: ”una speranza in piu’ e’ un giorno in piu’ che vivi tu”, diceva Renato Zero, ehm… sto celiando bonariamente, come sempre mi capita nelle pause in cui azzero il cervello e lascio libero il cuore… dunque Grazie di cuore, caro!

  226. Buongiorno a tutti! Oggi sono reduce da qualche acciacco, quindi volerò basso, portate pazienza.
    Le vicende del protagonista di “Perdonami” di Francesco Marchetti mi hanno riportato alla mente un vecchio ricordo: da giovanotto m’ero preso una cotta per una tipa che andava matta per Liò (“Amoureux solitaires”, chi si ricorda?). All’epoca io ascoltavo solo il terzo canale radio. Per trovare la quadra ho dovuto scrivere una fuga a tre voci sulla canzoncina di Liò.
    Sul momento mi è sembrato un dignitoso compromesso.

  227. Eccellenti le risposte di Marta Morazzoni.
    Sottolineerei un aspetto che mi sembra interessante: la musica è un linguaggio “universale, almeno dal punto di vista della cultura occidentale”.
    Un linguaggio, verrebbe da dire, “relativamente” universale.
    Sull’universalità della musica sono stato sempre scettico, e mi fa piacere ritrovare qualcuno dei miei dubbi nelle parole della Morazzoni: ma oggi non ce la faccio ad affrontare discorsi troppo complicati, scusate.

  228. Vorrei solamente fare i miei complimenti a Claudio Morandini per il modo in cui sta conducendo il dibattito: bravo, Claudio! Qualche anno fa e tocco’ a me, in un altro post e me la cavai ”benaccio”, ma tu sei veramente eccellente…

  229. Sergio, mi fai arrossire… Thanx!
    Ti assicuro, è divertente, anche se impegnativo. E soprattutto imparo un sacco di cose.
    E grazie anche per i tuoi interventi, che attraversano tutte queste discussioni con eleganza e coerenza.

  230. Arrivo in ritardo in questa discussione. Spero di recuperare leggendo i commenti, anche se sono tanti.

  231. Massimo e Claudio,
    no, stavolta l’Anonimo che ha scritto qua sopra ”Indaghero”’ non ero io: il computer mi ha scritto nome e cognome regolarmente. I miei interventi inoltre si riconoscono per gli apostrofi al posto degli accenti – ho una tastiera slovena priva di accenti. Chi sara’ allora? Indaghiamo!

  232. Caro Sergio, tra me e me sospettavo che non fossi tu: propendo invece per Francesco Marchetti, a cui avevo chiesto se fosse a conoscenza di reazioni di puristi del rock…

  233. Piccolo consiglio del giorno (visto che oggi il dibattito un po’ langue, et pour cause, visto che si è aperto un nuovo interessante fronte di discussione dedicato a Rosario Palazzolo e ci siamo un po’ tutti buttati lì):
    piccolo consiglio del giorno, dicevo:
    “Carta per musica” di Enzo Siciliano (Oscar Mondadori), una raccolta di “carte” scritte per Repubblica e il Venerdì di Repubblica nel corso di vari anni. Ritratti acuti, fatti di poche pennellate. Analisi di ingegnosa sintesi. Musiche parafrasate in pagine intrise di poesia. A tenere insieme il tutto, la curiosità intellettuale e la coerenza del gusto.

  234. E rilancio con un nome che mi pare non sia ancora venuto in mente a nessuno (ah, il piacere sottile di arrivare primi!): Alberto Savinio.
    Bella forza, direte. Ma io vi consiglio non le celebrate opere letterarie, o l’attività di critico musicale (e nemmeno i dipinti e i disegni), ma la meno praticata produzione musicale. Se ne trova qualche esempio in un CD della Stradivarius, “Les chants de la Mi-mort”, che contiene anche l'”Album 1914″. Vi si può leggere anche un breve e denso saggio di Emilio Jona su “Savinio e la Non Mai Conoscibile”.
    Ecco. Ora tocca a voi.

  235. Ah, Savinio! Uno dei miei pochi ”compagni di cordata” antirealisti, in questa Italia letteraria di realisti manifesti o sottintesi… Siciliano, poi… non ho letto la raccolta che citi tu, Claudio, ma ”I bei momenti” e’ musica pura – e mozartiana.

  236. E su “I bei momenti”: splendido libro che racconta musicalmente di musica e mozartianamente di Mozart e del suo mondo. Purtroppo l’ho solo piluccato per qualche giorno, poi l’ho lasciato da parte per sciocca impazienza. Dovremmo tornarci su, che dici? Nel frattempo ne riprendo la lettura.

  237. Ah, o ostinati sbirri della Buoncostume Telematica, volete proprio indagare? Allora fatelo professionalmente, ispirandovi a mio fratello Euterpe, che s’e’ anche messo un ”cognome d’arte” per non farsi collegare a me: Santonastasio. Se volete ve ne parlo… e’ uno smidollato di carab… ma non posso dire tutto, pardon, pardon…

  238. Stamattina sto riascoltando “Les Chants de la Mi-Morts” di Alberto Savinio, su cui ho lasciato un appunto ieri in questo forum. Il titolo citato si riferisce a una suite per pianoforte del 1914, costituita di brani spesso brevi e contrassegnati da bruschi cambi di tempo.
    Savinio, che a Monaco ha studiato pianoforte e composizione con Max Reger, e dal 1910 è a Parigi, si muove come se volesse buttare all’aria tutto quanto aveva imparato in termini di galateo musicale. Non era certo l’unico, da quelle parti, nel brulichio di rottura e rinnovamento di quegli anni.
    Ascolto. In Savinio c’è una tendenza al rimescolamento di incompatibilità, all’accumulo sgarbato di suggestioni contrastanti. Dopo avere assorbito negli anni parigini (dal 1910) ogni stimolo sonoro, Savinio frulla incastra ricombina il tutto con la fantasia di un trovarobe impazzito. Ogni frammento stride, è un colpo di martello sulla tastiera, uno scimmiottamento sarcastico, una parodia teatrale. La mancanza di sviluppo in senso tradizionale (ah, il povero Reger, fatto fuori per la strada come Laio, e con lui la nobile tradizione colta occidentale, i parrucconi dei secoli andati!), la mancanza di sviluppo delle composizioni di Savinio, dicevo, rende imprevedibile ogni passaggio, dense di tensione le ellissi tra un frammento e l’altro. Si resta in attesa della “chose curieuse” (questo è Apollinaire). E si ride – si sorride, almeno – quando arriva la citazione bassa, lo sberleffo dadaista, la marcetta sbilenca, e si annuisce (ecco, lo sapevo che si finiva lì!) quando l’omaggio a Satie si fa esplicito, o quando affiorano, decantate, reminiscenze impressioniste, o il lavorio sul ritmo avvicina all’inevitabile père Igor (Stravinsky).
    (Piccola precisazione: il bel saggetto sull’edizione Stradivarius de “Les Chants de la Mi-Mort” non è di Emilio Jona, come ho scritto ieri, ma di Alberto Jona. Qualche spunto l’ho preso da lì, lo ammetto.)

  239. Salve, ho letto il commento del Sig. Sozi, quello sul pessimismo, e devo dire di condividerlo in pieno, perchè in Italia scrivono tutti su tutto, ma francamente tanti hanno poco da dire e qualcuno quel poco che dice lo dice pure male! Spesso si confonde lo stile con un’ ortografia approssimativa, Gadda aveva uno stile personalissimo, ma dal punto di vista ortografico era ineccepibile. Attualmente degli scrittori che conosco (da lettore appassionato, ma non colto quale sono) che scrivono in buon italiano posso citare Saviano, Baricco e Veronesi. Proseguendo nel discorso sulla mancanza di una cultura diffusa, sempre più evidente in Italia e originata dalle varie riforme della scuola succedutesi dal 1968 in poi ieri ho ascoltato su rai tre un interessante trasmissione condatta da Loredana Lipperini dove l’autrice che credo si chiamasse Tonia Mastronardi ( mi scuso se non è così) parlava del suo libro che analizza proprio la perdita di cultura e di occasioni di crescita che affligge i trentenni italiani ed anche lei dichiarava che gran parte di questi problemi sono originati dalla sempre meno qualificante scuola italiana.
    A tal proposito vorrei indagare sull’età media dei fequentaori di questo post, quasi certamente sarà intorno ai quaranta.
    Saluti

  240. Salve, Luca, bentornato da queste parti. Non credo che la scuola sia all’origine del decadimento culturale che tu dici. Anzi, vedo nella scuola una vittima, piuttosto che un colpevole. Pur tra molti errori, la scuola è una delle poche istituzioni culturali che prova ancora a fare cultura, o almeno a trasmetterla, in Italia – lo dico da insegnante, e lo dico perché ci credo, e ci provo. Il guaio è che siamo, noi gente di scuola, sempre più soli in quest’opera di trasmissione.
    Bisognerebbe poi intendersi su cosa si intende per “scuola”: se si parla di ministero, be’, potrei anche darti ragione; se si parla invece del corpo vivo della scuola, di chi ci lavora, come insegnante o anche come studente, non mi pare che sia così come dici.
    Vedo altri colpevoli dell’imbarbarimento. Lo stesso Sozi ha indicato altre responsabilità, più diffuse, che in parte possono avere coinvolto anche la scuola, ma che sono espressione di un atteggiamento più generale. Il che rende il problema certamente più grave, e condivisibile il pessimismo (combattivo, non rassegnato) di Sergio Sozi.

  241. @ Luca: passo di palo in frasca: in un tuo commento precedente hai ricordato “il Grande Gatsby”, come esempio per eccellenza di romanzo musicale, e hai scritto che “a leggerlo sembra di essere ad una festa da ballo”.
    Suggerimento brillante: l’ho letto troppi anni fa, è davvero il caso di tornarci sopra per sentir risuonare ancora la musica del primo jazz!

  242. Rispondo a Claudio Morandini. Io intendevo dire che la scuola come percorso formativo, è stata via via svilita negli anni dalle varie riforme che si sono succedute dal 68 in poi e questa è una responsabilità politica non dei docenti che anzi credo che ogni giorno vedano il loro ruolo sempre più vilipeso dai fruitori del loro lavoro.

    Probabilmente le riforme fatte negli tendevano a far fruire la scuola a sempre più persone, operazione nobilissima, ma per far questo si è sempre abbassato il livello qualitativo dell’insegnamento e non migliorato quello dei cervelli!
    Quando io ho comiciato, il percorso scolastico obbligatorio prevedeva 3 esami: seconda elementare, quinta e terza media, i primi due costituivano delle tappe fondamentali nella formazione scolastica e l’ultimo la conclusione del percorso; adesso esiste un solo esame in tutta la scuola dell’obbligo e ci arrivano tutti anche se spesso qualcuno non sa leggere o non sa dove sia Udine.

    Questo intendo dire.

    Chiaro che il discorso sarebbe molto più lungo ed articolato, ma per ora mi fermo qui.

    Saluti e grazie per il Grande Gatsby. Pensi comunque che io prima ho visto il film (brutto) eppoi ho letto il libro.

  243. Vi porto i saluti di Cecilia Chailly. In questo momento è in giro per l’Italia impegnata con il tour, ma quando le sarà possibile interverrà con piacere…

  244. Quando mi interrogo sulla possibile associazione tra le arti, penso subito ai punti in comune tra poesia e musica. Penso soprattutto all’opera di Arthur Rimbaud. Anche Paul Verlaine ha una “musicalità” del verso, qualcosa che si afferra anche a prescindere dall’approccio razionale. Ma Rimbaud è scardinante rispetto ai canoni della tradizione poetica, apre la mente e certa musica è così. Più difficile se si parla di romanzo. Perché l’aderenza ad un senso, ad una trama possono condizionare. Tuttavia, è anche vero che la scrittura è innanzitutto ritmo. E ogni scrittore imprime il proprio nella pagina. E’ il respiro dell’autore, è il suo modo, rapido o lento, dolente o spumeggiante, di sentire il tempo che scorre, di reagire alla realtà. E’ quello che si percepisce al di là del significato delle parole. Ma la musica, forse, ha un’immediatezza che la parola scritta non ha. Restituisce perfettamente conservati lo stato d’animo o la serie di immagini che hanno ispirato l’autore. Marcel Proust lo descrive nei minimi dettagli quando parla della piccola frase musicale di Vinteuil, che cristallizza l’emozione di Swann. Ma anche Jean Paul Sartre fa capire qualcosa di simile nelle ultime pagine de La Nausea, riguardo le note di sassofono di “Some of these days”, che sembrano soffrire a tempo, mentre quella melodia, pur nel consumarsi dei giorni e delle persone che l’hanno suonata e cantata, resta “giovane e ferma, come un testimone spietato”.
    Tutta l’opera di Javier Marìas ha una struttura che potrebbe essere associata ad una partitura. Ha una prosa complessa, basata sulla reiterazione di alcuni temi, di alcune frasi, dei refrain potremmo dire, che tuttavia, nel corso della narrazione si modificano leggermente o si arricchiscono. La prosa di Jack Kerouac, il suo stream of consciousness, le sue divagazioni sul tema, che sembrano una serie di improvvisazioni, mi ricordano il jazz. Le Voci del mondo, di Schneider, è un romanzo pervaso di musica, di doloroso amore per la musica. Virginia Woolf ha avuto più di ogni altro la capacità di sondare l’attimo in profondità e di riportarne il dato ineffabile in superficie, cosa che secondo me è peculiare talento del musicista. Ma il suo modo di tradurlo in parole è cerebrale. E, per quanto eccelsa, non raggiunge l’efficacia immediata di un brano musicale. Se Orfeo si volta a guardare, il suo canto non riporta alla luce Euridice.
    A parte l’opera lirica e la musica colta che hanno attinto al patrimonio di saghe, miti e drammi teatrali, mi viene subito in mente la tradizione della musica cantautorale. Soprattutto americana. Lo stile e il genere del racconto alla Steinbeck o alla Faulkner entrano in molti testi. O è poesia pura il recitato in alcune canzoni di Jim Morrison. Ma penso anche a De André con l’Antologia di Spoon River. L’opera di Serge Gainsbourg e i suoi riferimenti poetici e letterari. I Beatles hanno saputo giocare bene con le parole, in modo surreale. Ma mi rendo conto che, non avendo io una conoscenza completa, le mie risposte possono risultare parziali o lacunose. E poi sto parlando unicamente dei testi. Non della struttura musicale. A mio parere, purtroppo, la cultura approssimativa e le scarse letture di molti autori, pur bravi, di musica extracolta, hanno impedito che ci fossero contaminazioni più produttive, sviluppi più interessanti. Forse, anche i condizionamenti del mercato hanno imposto una maggiore omologazione.
    Penso all’opera e personalità di Boris Vian. Un titolo? La schiuma dei giorni.

  245. Grazie, Paola!
    (Paola Baratto è una scrittrice veramente sensibile ai valori musicali della scrittura. E nei suoi romanzi la musica e i musicisti sono molto più di una presenza sullo sfondo. Penso in particolare a “Solo pioggia e jazz” e all’ultimo “Saluti dall’esilio”, entrambi pubblicati da Manni.)

  246. Caro Massimo, il discorso sulla scuola merita davvero di essere approfondito altrove, e il forum “Letteratitudine chiama scuola” sembra il luogo ideale. Anch’io invito Luca Nencioni a partecipare a quella discussione.

  247. Tirando in ballo le mie presunte competenze come “minologo” – nel senso di conoscitore del mondo musicale di Mina, della quale curo da decenni la rivista del fan club ufficiale – l’amico Claudio mi ha chiesto di intervenire in questo dibattito sul rapporto su musica (canzoni, nel mio caso) e letteratura. Lo farò scomodando un musicologo e saggista padovano, Roberto Favaro, docente di storia dello spettacolo in diverse università italiane, che all’argomento in oggetto ha dedicato un capitolo in “Mina, una forza incantatrice” (Euresis, 1998), libro-saggio firmato a più mani con nomi illustri quali Adriano Guarnieri, Edoardo Sanguineti, Luigi Pestalozza, Roberto Leydi e altri. Nel suo scritto, Favaro azzarda una serie di audaci parallelismi tra alcuni classici del repertorio di Mina e pagine famose della tradizione letteraria. Per vostra curiosità, se mai ve ne fosse, vi propongo un frammento della parte riguardante “Bugiardo e incosciente” di Limiti-Serrat:

    “… Nel testo, Mina canta parole rivolte non ad amante astratto e generico, ma ad un individuo lì presente in carne ed ossa, anche se addormentato. Questa presenza silenziosa cambia la forma di ricezione del canto, mostra Mina, ovvero la donna che lei interpreta, in un momento di crisi concreta, in un frammento di vita reale. La presenza maschile che si intuisce dal discorso, dà alle parole cantate il peso di un monologo interiore, o di una confessione cruda della donna che denuncia tutte le proprie insoddisfazioni. E’ un momento di intimità alla quale Mina ci introduce, una sorta di “Voix Humaine” della canzone leggera, dove al telefono di Francis Poulenc e di Jean Cocteau si sostituisce, a mascherarne l’identità, l’incoscienza dell’uomo addormentato. Ma il tutto, confessione e denuncia, avviene all’insaputa dell’amante che non sa di essere osservato e mal giudicato da lei che canta e da noi che la ascoltiamo…”.

  248. Ti ringrazio, Claudio. In effetti, quando scrivo un romanzo, l’elemento musicale è fondamentale. Scrivo ascoltando musica. Ogni romanzo ha avuto una colonna sonora ben definita, a seconda dell’ambientazione, dell’atmosfera… Posso dire che fa parte di un mio personale “cerimoniale” per rientrare ogni giorno nel “mood” del libro che sto scrivendo. Per riappropriarmene quando qualcosa di molto diverso mi ha allontanata o distratta. Mi aiuta a concentrarmi, a trovare le stesse suggestioni. Tuttavia, non so dire se questo, poi, abbia anche un effetto sul ritmo, sull’andamento delle mie pagine.

  249. @ Paola: E qual è stata la colonna sonora (per noi implicita) di “Saluti dall’esilio”?
    E la figura di Oreste, vecchio maetrso di musica presente nello stesso romanzo, da chi o da che cosa ti è stata ispirata?

  250. Loris, grazie per l’intervento dotto e brillante! Però, però… un esegeta di Mina, che su Mina riflette da una vita, chissà che avrebbe da aggiungere DI SUO alle parole di Favaro…

  251. Per la prima parte, gli aphrodite’s child. E non solo per l’ambientazione greca. Li ho usati per rappresentare un’epoca idealista, in cui si credeva che le cose potessero cambiare in meglio. E, forse, si era davvero ancora in tempo. Per la seconda, invece, una discreta selezione di tanghi.
    Per quanto riguarda Oreste, ho avuto solo dei vaghi spunti. Non posso dire di aver ritratto qualcuno in particolare. I soliti frammenti della realtà che poi rimetto insieme e completo. E’ una figura molto simbolica. Una metafora della letteratura (e, volendo, anche della musica) vista come ancora di salvezza.

  252. Sì, Claudio. Tu che dici? Non rischieremo il naufragio?
    non mi faccio grandi illusioni. non credo in assoluto al potere salvifico dell’arte in termini collettivi, ma relativamente parlando… aiuta a rendere tollerabili alcune realtà.

  253. Cari Luca Nencioni e Claudio Morandini,
    fa piacere ogni tanto sentirsi in armonia intellettual-spirituale con qualcuno. Per ulteriori approfondimenti sul mio modesto pensiero sull’Italia contemporaneo, rimanderei al mio romanzo ”Il menu”, uscito nel 2009 per i tipi di Castelvecchi…
    Salutoni Cari
    Sergio

  254. @ Paola: meglio non illudersi, già.
    Però, però… concede lampi di beatitudine e sussulti di conoscenza… e, più abbondantemente, carezze di consolazione. E, quando ci vuole, qualche strattone salutare.

  255. A tutti,
    sarei curioso di sapere cosa ne pensate del mio punto terzo del ”pessimismo creativo” che stava nell’intervento di sopra:
    ”3) Mancanza di passione per l’arte. Chi ha passione non si mette a gingillarsi con i mezzi tecnici – Michelangelo con lo scalpello attendendo ispirazione o Petrarca col calamaio mentre ha la testa vuota di emozioni? – no, no: l’appassionato crea con mezzi semplici ed immediati dei capolavori. Ne vedi molti, tu, di artisti fatti cosi’ oggi? Anzi e’ il contrario: l’artista italiano di oggi prima cerca qualcuno o qualche opera gia’ fatta a cui ispirarsi e insieme cerca la tecnologia, poi DOPO pensa a COSA VUOL DIRE. Dopo il mezzo oggi viene il motivo. Modus operandi ben poco rinascimentale, direi”.

  256. A Paola Baratto,
    ah, Lei mentre scrive ascolta della musica? Beata Lei! Io neanche quando avevo quindici anni riuscivo a conciliare note e studio di qualcosa, applicazione seria su qualcosa. Pero’, per spirito di contraddizione con mia madre che mi diceva appunto ”Sergio, spegni la musica, ma come fai a studiare il Greco soci’?!”, io la musica la tenevo accesa. Sempre accesa. E rock. Risultato: quattro a Greco e cinque a Latino. E recupero a fine anno sull’orlo del rinvio a settembre. Beata Lei, dunque!
    Salutoni
    Sozi

  257. In attesa che Paola Baratto risponda alla curiosità di Sergio Sozi, confesso io: ascolto spesso musica mentre scrivo. Anche mentre lavoro per la scuola. A volte ascolto musica mentre ascolto musica (altra musica, intendo: che dite, è preoccupante?).
    Anche Marta Morazzoni, nell’intervista iniziale di Nicolò Carnimeo, confidava di scrivere ascoltando musica.
    Sull’effetto che questo ascolto ha su ciò che facciamo (e scriviamo) e sulla qualità della nostra attenzione all’ascolto sarebbe interessante confrontarsi, vero?

  258. Il piccolo consiglio del giorno è un saggio che per me è stato fondamentale: “Il paesaggio sonoro” di R. Murray Schafer. Il libro, pubblicato una prima volta nel 1977 e tradotto in Italia per Unicopli/Ricordi nel 1985, traccia una storia del paesaggio sonoro (dai primordi al mondo post-industriale), delinea una teoria della percezione, pone le premesse di un’estetica acustica.
    Certo, la rapidissima evoluzione tecnologica degli ultimissimi decenni ha reso superate alcune parti, ma non la solidità teorica generale (e non è improbabile che siano uscite edizioni aggiornate di cui non ho notizia).

  259. Non credo di essere così fortunata. E’ solo uno dei molteplici modi in cui ritrovare la concentrazione. Niente di trascendentale. Quello che vale per me non deve valere necessariamente per tutti gli altri. Per carità… odio l’omologazione.
    Sarà che a me beatles e rolling stones hanno sempre portato buoni voti…
    saluti a Lei.

  260. Murray Shafer da qualche parte del suo saggio “Il paesaggio sonoro” parla proprio di questo, Paola: l’ascolto che favorisce la concentrazione su altro (lettura, studio), invece di distrarla o reclamarla tutta per sé. Ma, accidenti, non trovo più quella pagina che avrei citato dottamente facendo un figurone.

  261. Ha scritto Sergio Sozi dell’oggi nel già citato Terzo Punto: “Mancanza di passione per l’arte. Chi ha passione non si mette a gingillarsi con i mezzi tecnici – Michelangelo con lo scalpello attendendo ispirazione o Petrarca col calamaio mentre ha la testa vuota di emozioni? – no, no: l’appassionato crea con mezzi semplici ed immediati dei capolavori. Ne vedi molti, tu, di artisti fatti così oggi? Anzi è il contrario: l’artista italiano di oggi prima cerca qualcuno o qualche opera già fatta a cui ispirarsi e insieme cerca la tecnologia, poi DOPO pensa a COSA VUOL DIRE. Dopo il mezzo oggi viene il motivo. Modus operandi ben poco rinascimentale, direi”.
    La mia posizione sulla tecnologia al servizio dell’opera è più morbida. Il vero artista di sicuro non solo è a suo agio con i mezzi più umili (anzi a volte li ricerca, quadernetto e penna biro), perché con essi il pensiero si dipana megliodai suoi viluppi; ma sa anche godere dei vantaggi dei mezzi più sofisticati – e sa usarli senza esserne condizionato, perché, che so, a scrivere con il pc le dita seguono con minore affanno le correnti del pensiero.
    (Ma forse questo esempio non c’entra più, scrivere al pc è già diventato da anni un altro mezzo umile, come lo è stato la macchina per scrivere un po’ di decenni fa.)
    Il rischio che Sergio Sozi ha evidenziato sta nel ricorso a una tecnologia invasiva da parte di artisti che difettano di personalità. Anche qui mi pongo in una posizione più sfumata. Nel senso che vedo nella tecnologia (o semplicemente nella tecnica) una potente suggeritrice – nel migliore dei casi, una efficace levatrice di idee, a patto che queste ci siano.
    L’arte (e quindi anche la letteratura, la musica) di oggi raccontata da Sozi è fatta di epigoni scalpitanti, manieristi all’ultima moda che solo a posteriori attribuiscono o si fanno attribuire un senso ai loro prodottini: ho l’impressione che sia stato così sempre, e che solo la selezione impietosa operata dal Tempo (permettetemi la maiuscola, perché ho in mente i Trionfi di Petrarca) ci abbia conservato i migliori, e i decenti, e nemmeno tutti.
    Sul pensare “dopo” al significato di ciò che si è fatto scritto composto o dipinto, aggiungo una postilla. Sozi intende senza dubbio condannare il vuoto di idee, a cui si supplisce con giustificazioni posticce, a seconda del risultato ottenuto. E va bene, sono d’accordo. Il significato (Sozi lo chiama “motivo”) è bello invece vederlo formarsi con l’opera, chiarirsi pagina dopo pagina. È bello sorprendersi a lavorarlo via via. Meno interessante, credo – ma qui parlo per me –, è assumerlo come tesi precostituita, e partire da lì, e forzare l’opera ad adattarvisi.

  262. Sono pienamente d’accordo con quanto hai scritto, Claudio. Anche la precisazione della postilla è importante. Nella mia, seppur modesta, esperienza l’ho verificato spesso. Devo avere un “progetto” da cui partire, naturalmente, non mi affido all’estro del momento, ma non voglio che risulti vincolante. E soffochi sul nascere i possibili cambiamenti di rotta che la riflessione, la vita stessa o il caso ci suggeriscono. Sarà perché temo le certezze monilitiche. Ma trovo che il significato aprioristico e inappellabile rischi di condurre ad uno sgradevole dogmatismo, che tenda a piegare ai suoi fini qualunque decisione si debba prendere. Cancellando sfumature e ambiguità. E non è detto che questo chiarirsi pagina dopo pagina, come dici tu, porti necessariamente verso una verità univoca. A volte ti induce a correggere l’idea iniziale o a dare ad essa una maggiore profondità. Fa parte anche questo del piacere di scrivere. Il grande Saramago diceva che si scrive per capire. Non sarà, forse, l’unica motivazione, ma per quanto mi riguarda la sottoscrivo.

  263. Il consiglio del giorno è…
    il ponderoso “Canti di viaggio” di Hans Werner Henze, pubblicato da Il Saggiatore nel 2005 a cura di Lidia Bramani, un’autobiografia esuberante, dettagliatissima, scritta con lo spirito del poligrafo d’altri tempi, del viaggiatore da Grand Tour, dell’esploratore (di luoghi e di sé), del moralista (nel senso classico) e dell’ironista, oltre che del compositore. Musicista insieme eclettico e rigoroso, Henze rinuncia ben presto all’edificazione di una torre d’avorio attorno a sé e scende nel mondo a vivere e condividere e “combattere”.
    “Imparai a rinunciare a tutto ciò che era superfluo e a portare rigore e purezza nella mia vita. Tra me e la mia musica non vi era più difficoltà di identificazione. Avevo ben chiaro, ormai, come per tutta la vita avrei perseguito un ideale di bellezza in qualche modo legato a un principio di verità: una verità personale, interiore, che non avrebbe obbedito a nessun altro pensiero se non il mio e che avrebbe quindi abbracciato anche la disobbedienza sociale – che io rivendico per me stesso.”

  264. Ciao, Claudio e ciao Paola Baratto,
    interessante dibattito, il nostro.
    Cito Claudio e poi esprimo qualcosa a proposito:
    ”L’arte (e quindi anche la letteratura, la musica) di oggi raccontata da Sozi è fatta di epigoni scalpitanti, manieristi all’ultima moda che solo a posteriori attribuiscono o si fanno attribuire un senso ai loro prodottini: ho l’impressione che sia stato così sempre, e che solo la selezione impietosa operata dal Tempo (permettetemi la maiuscola, perché ho in mente i Trionfi di Petrarca) ci abbia conservato i migliori, e i decenti, e nemmeno tutti.
    Sul pensare “dopo” al significato di ciò che si è fatto scritto composto o dipinto, aggiungo una postilla. Sozi intende senza dubbio condannare il vuoto di idee, a cui si supplisce con giustificazioni posticce, a seconda del risultato ottenuto. E va bene, sono d’accordo. Il significato (Sozi lo chiama “motivo”) è bello invece vederlo formarsi con l’opera, chiarirsi pagina dopo pagina. È bello sorprendersi a lavorarlo via via. Meno interessante, credo – ma qui parlo per me –, è assumerlo come tesi precostituita, e partire da lì, e forzare l’opera ad adattarvisi”.

    Allora.
    Sugli ”epigoni scalpitanti” e i ”manieristi all’ultima moda”, ohibo’, va purtroppo notato che sono proprio questi gli autori che assorbono le piu’ ampie fette del mercato librario. Ed essere ”manierista”, poi, oggi vuol dire che per far successo si deve scrivere in ”maniera” semplice, scorrevole, efficace e soprattutto riproducendo i film e la lingua parlata… si tratta insomma dello strapotere del libro superficiale o almeno scritto seguendo l’egemonia delle storie per immagini (cioe’ il cinema) e della realta’ sociale quotidiana: una forma di neo-manierismo al contrario, rispetto a quella storica, cioe’ pittorica, che elaborava all’eccesso il soggetto da ritrarre. Il manierismo (letterario) di oggi e’ la moda imperante della superficialita’ e della parolaccia obbligatoria, e’ la dipendenza dall’immagine e dalla tivu’. Dimostrazione di questo: a confrontare un libro popolare di un secolo fa ed uno di oggi, e’ impossibile non notare che oggi l’uso letterario della parola ha subito un grande ridimensionamento: sono pochissimi gli scrittori in grado di sfruttare al massimo le potenzialita’ della lingua letteraria, senza dover ricorrere a contaminazioni con altri mezzi espressivi. Insomma, la letteratura si e’, nel suo insieme, immiserita e semplificata, nonche’ curvata a far da cavalier servente, da cicisbeo, della pellicola e della tecnologia – invece uno come Manzoni di tecnologia non sapeva magari nulla, ma di tecnica scrittoria era un maestro (cosa ammessa dal popolo ottocentesco, perche’ i ”Promessi sposi” furono un grandissimo successo popolare).
    —-
    Sui rapporti fra significato e genesi e svolgimento dell’opera narrativa, sono in parte d’accordo con te, Claudio, purche’ un senso profondo di partenza sia gia’ presente prima di metter penna sul foglio, per poi ampliarsi in itinere a seconda dell’ispirazione dei vari momenti di svolgimento del lavoro scrittorio. Penso, appunto, che si possa anche partire dalla descrizione di una mollica di pane sulla tovaglia per sviluppare un racconto superbo e grandiosamente latore di opinioni, sentimenti e concetti profondi pur senza mai uscire da quel tavolo da pranzo. L’opera a tesi, pero’, d’altro canto, se non realizzata freddamente, puo’ anche ben riuscire a comunicare quella tesi, quel preciso significato sotto il cappello del quale l’autore ha inquadrato e realizzato l’intero libro.

  265. Per quanto mi riguarda, non posso che condividere parola per parola con quanto scritto con grande precisione e lucidità da Sozi. Purtroppo. E dico purtroppo perché proprio a causa di questo panorama (per me desolante) ho sempre fatto molta fatica a trovare uno spazio. perchè se non ti adegui, sei fuori. A questo proposito segnalo due libri interessanti che ho letto in questi giorni: Le vie del vino di Jonathan Nossiter (autore del documentario mondovino) e Fare scene di Domenico Starnone. Quest’ultimo ci mostra come l’immagine cinematografica e il linguaggio delle sceneggiature (soprattutto americane) abbiano tragicamente modificato anche il nostro modo di guardare la realtà, anche la più terribile, e, quindi di raccontarla.
    Ma cosa c’entra il vino con la letteratura? c’entra… perché il processo di omologazione che è in corso in ambiente enologico (per avere vini dolci come bibite, facili al palato, che non disturbino, e che piacciano a tutti) si può estendere ad ogni ambito artistico (e l’autore Nossiter ne è ben consapevole). Si pubblicano libri che “devono” piacere a tutti. So che questo può sembrare un discorso elitario, ma per me il segno distintivo di un’opera d’arte è che possa “non piacere”. E, soprattutto, non compiacere…
    saluti a tutti
    paola

  266. Paola,
    libri che possano non piacere? Allora tu sei la mia lettrice ideale!
    (Scherzi a parte, stasera vi riscrivo con piu’ calma, ora ho un pochino da fare in famiglia).
    Ciao
    Sergio

  267. Claudio,
    aforismi, eh? Allora: ”Il peggio che puo’ capitare a un genio e’ di essere compreso” (Ennio Flaiano). Frasetta che cade a fagiuolo, perfetta perfetta per noi tre…? Ah ah ah! Meglio riderci sopra. E ricordarci le lacrime e il sangue gettati dagli scrittori di ogni epoca e lingua – compreso quel satiro del Foscolo, che comunque mori’ da esule. Ma dopo aver godu… ehm… aver creato molto!

    Paola,
    la tua similitudine vino-libro e’ proprio adatta, direi, e sarebbe addirittura sublime se non fosse purtroppo eguagliabile ad altre analogie: viviamo nell’era dei ”piacioni” privi di ”centro”, insomma ”eccentrici” in senso psicoanaliticamente negativo, spersonalizzati a dirla in breve, eccentrici, dicevo, tutti, ma anche convinti di dover impostare la propria vita all’americana: con la faccia da passaporto (direbbe De Gregori) sempre in linea con i gusti del poliziotto che la dovra’ verificare. Edonismo da catena di montaggio – montaggio dei conti in banca e smontaggio delle coscienze individuali e nazionali. Globalismo. Follia import-export e dopotutto omologata sia per l’importazione che per l’esportazione. ”Glocalismo”, anzi, forse… si’ si’… proprio quello. Glocalismo letterario ed artistico, cara Paola. Ed io che, fesso, ancora vado in giro con sentimentalismi alla Enea maniera: ”Italia! Italia! Italia!” Ma… ma dov’e’? Sono appena sbarcato che gia’ mi scompare davanti agli occhi. Meglio chiuderli e continuare a sognarla, l’Italia: magari vedi pure i capitelli compositi o qualche sesterzio con la faccia di Adriano. E buona scrittura, cara: com’e’ Manni come editore? Paga bene? Tre noccioline e due leccalecca? Se si’, il mio mi deve un leccalecca per contratto sindacale. Ehm.
    Ciao
    Sergio

  268. Dimenticavo la musica: Claudio si domanda cosa c’entra. Secondo me centra. Centra il bersaglio. Se il bersaglio e’ quello di riprodurre il ritmo della prima musica che le nostre orecchie, in genere, abbiano ascoltato: quello interno, magnifico, divino, della pancia della madre. Finalita’ esaustiva di qualsiasi scrittore e scrittrice, scrittura. Ma purtroppo inarrivabile.

  269. Torniamo a parlare di musica, che ne dite?
    Caro Sergio, ti andrebbe di illustrare il tuo rapporto con la musica (l’ascolto, la pratica…)?
    (Ti ho visto citare Renato Zero, e questo mi inquieta un po’…)
    La domanda – generale, riassuntiva, vaga se volete – ci permetterà di tornare sul punto da cui è partita questa lunga discussione. Ed è una domanda a cui potremmo rispondere tutti.

  270. Piccole annotazioni mattutine: su “Pulp” di luglio-agosto compare una bella intervista a Michele Mari di Umberto Rossi a proposito di “Rosso Floyd”; e Claudia Bonadonna si occupa de “I diari della bicicletta” di David Byrne.
    A proposito di Byrne e del suo libro: abbiamo parlato poco, in questo forum, dei musicisti che si danno alla letteratura. Qualcuno ha letto “I diari” di Byrne o altro che potrebbe contribuire a sviluppare il tema?

  271. Tranquillo, Claudio: da vent’anni ascolto solo musica classica e popolare (folcloristica intendo) italiana di ogni regione. Zero era una reminescenza adolescenziale… eh eh eh…

  272. Parlando seriamente, Claudio: secondo me l’importante e’ che uno scrittore abbia dentro di se’ la musica delle parole, che non e’ automatica ne’ intrinseca – infatti oggi molta letteratura e’ cacofonia pura – ma va posta in essere affinando la sensibilita’ per le parole stesse, pertanto capendo quali parole si legano bene fra loro e quali maluccio o male o malissimo. E’ un esercizio individuale, questo, che pero’ alla fine scaturisce in un’opera letteraria che, ovviamente, e’ pubblica. E se il ”pubblico” che la accoglie e’ un pubblico cacofonico, l’opera viene rifiutata, se e’ un un pubblico armonico e melodico, l’opera entra in sintonia con quel pubblico e riesce. Riesce almeno per coloro che ne sono affini interiormente. Unisono.

  273. Grazie, Sergio e Paola. In questi giorni d’estate siamo rimasti in pochi…
    In attesa di nuove voci, butto lì un altro consiglio.
    C’è un saggio, insieme documentatissimo e appassionato e divertente, che illumina molti lati inaspettati del rapporto tra pubblico e musica, dal collezionismo all’influsso che i mezzi di riproduzione hanno avuto (stanno avendo) sulla nostra percezione e la nostra fruizione della musica: è “L’angelo del fonografo”, di Evan Eisenberg, in Italia pubblicato da Instar nel 1997.

  274. Un ringraziamento a Claudio Morandini per l’animazione di questo spazio permanente dedicato al rapporto tra “letteratura e musica”.
    E grazie anche a tutti i nuovi intervenuti…

  275. Se si pensa che, oggi, molta musica viene scritta in maniera tale che sia ben riproducibile come suoneria dei cellulari…
    Che tristezza. Eppure è così… Certo, musica commerciale. Ma è quella che alla fine trova più spazio e possibilità di essere prodotta. Anche le radio private hanno il loro carico di responsabilità nell’aver affossato il rock.
    ma, a parte questo, che è segno dei tempi… secondo voi è vero che la musica si stia “esaurendo”? Ovvero, è credibile che le possibilità di comporre melodie nuove abbiano ormai raggiunto il limite?

  276. Già, Paola. Né Eisenberg né tanto meno Murray Shafer avevano previsto questa degenerazione nella riproduzione del suono e soprattutto nella capacità di ascolto.
    La musica si sta esaurendo? chiedi. Le possibilità combinatorie di suoni stanno raggiungendo il limite?
    Interessante questione, che deve avere già tolto il sonno a molti, negli ultimi due secoli. Ci devo pensare, però – e forse cercare qualche auctoritas a cui appoggiarmi.

  277. Il rapporto tra letteratura e musica … penso che non ci sia tema più affascinante.
    Proverò a rispondere a qualcuna delle tue domande, caro Massimo.

    Che cosa hanno in comune letteratura e musica? Secondo me, molto poco. Sostanzialmente, penso che abbiano in comune solo l’origine. Che è la sillaba, il fonema.
    Da questo comune punto d’origine, la sillaba, dove convergono suono, immagine, significato – la sillaba è il simbolo per eccellenza – si sono sviluppati due cammini sempre più divergenti, quello della musica e quello della letteratura.
    Che differiscono perciò in molti aspetti. Il più eclatante riguarda la semanticità. Mentre la letteratura agisce sostanzialmente attraverso i significati, dunque si rivolge alla mente concettuale per produrre i suoi effetti, la musica si rivolge direttamente alla mente emozionale, producendo effetti ben più diretti e profondi. La letteratura è un’arte molto mediata e simbolica, la musica molto più immediata, perciò anche più universale e comprensibile da tutti.
    Avrai già capito da quanto ho detto che io concordo con la celebre affermazione secondo cui “tutte le arti tendono alla condizione della musica”. Perciò io prediligo la letteratura che si sforza di imitare la musica. Quanto più un testo riesce ad essere musicale, tanto più ha valore per me. Un testo musicale, anche quando non è compreso dalla mente discorsiva, concettuale (ad esempio perchè scritto in una lingua sconosciuta), la mente emozionale, inconscia, sottile – chiamatela come volete – lo comprende. E di questa comprensione anche la mente concettuale beneficerà.
    Tuttavia, questa mancanza di significato è anche un limite della musica rispetto alla letteratura. Anche la mente concettuale ha bisogno di essere nutrita, e solo la letteratura può darle questo nutrimento. A volte la mente inconscia non può essere penetrata, se non attraverso quella concettuale, e qui si rivela il grande valore della letteratura. Ma di quella musicale, perchè se non si arriva alla mente sottile, ogni risultato è superficiale ed effimero, quando non ingannevole.
    Mi spingerei ad affermare che, nella letteratura, la parte concettuale può essere inganevole e menzognera – come lo è la mente cui si rivolge – ma la musica è sempre veritiera, perchè la mente cui si rivolge – perdonatemi questo gioco di parole, oltretutto non mio – non mente.
    La musica non può rappresentare propriamente nulla, secondo me, al di fuori di se stessa. La musica non è simbolo, non è rappresentazione, ma è un’azione, uno stimolo diretto e immediato, per quanto in certi casi estremamente sofisticato e complesso (si pensi a una sinfonia di Mahler). La musica è uno strumento per agire sulla mente e sulle emozioni. Non rappresenta le emozioni, le suscita. Quindi la letteratura non può in nessun caso, sempre secondo la mia visione, essere rappresentata nella musica.
    La letteratura invece può ben rappresentare la musica. Ma in quanti modi possa farlo, è una questione talmente complessa che non ho il coraggio neppure di addentrarmici. Sicuramente il più diretto ed efficace è quello di essere musicale, di pensarsi come musica. In questa ottica uno dei romanzi più musicali che abbia letto è senza dubbio Le onde di Virginia Woolf. Ancora mi emoziona ripensarci. Forse è proprio quel romanzo che mi ha fatto capire come dietro ogni pensiero si celi sempre la musica.

  278. @ Paola: be’, comincio a rispondere con le parole di Rafail Dvoinikov, che sull’argomento ha divagato per un po’ conversando con Ethan Prescott.
    «Ho una paura» racconta Dvoinikov, finito il piccolo concerto privato, «che condivido (l’ho scoperto da qualche anno) con alcuni amici scrittori. Più che una paura per qualcosa di reale, di concreto, è una forma sottile e scoraggiante di angoscia, che mi coglieva già anni fa, ogni volta che varcavo la soglia di una biblioteca musicale, mettevo le mani su una raccolta di spartiti e partiture o sfogliavo un’enciclopedia o un repertorio. È la percezione, opprimente, avviluppante come una bronza, che tutto sia stato già scritto – e suonato – almeno una volta, e che non vi sia nulla di quel che facciamo o scriviamo che sia davvero indispensabile.
    Pensi alle musiche d’occasione che onesti mestieranti hanno prodotto per secoli, e che sono vissute nel tempo esatto di una sola esecuzione, ascoltate distrattamente e dimenticate all’istante. Le possibilità combinatorie delle note sono davvero così vaste da permetterci di scrivere ancora musiche che aspirino a un minimo di originalità? Ogni volta che prendo coscienza della vastità confusa e litigiosa di quanto è stato scritto prima di me, dubito che sia così. So che non dovrebbe costituire un problema per un compositore di un secolo in cui l’arte vive di strappi dalla tradizione e ritorni ironicamente pentiti ad essa, e infatti
    non è mai un problema nel momento in cui compongo – ma, come dicevo, lo sgomento mi coglie in altre occasioni. Non penso solo ai minori, ai minimi: ma anche i grandi, anche i sommi geni non dovrebbero essere esclusi dal novero di chi ha scritto note vane, e non mi riferisco solo alle operine d’occasione che tutti, anche i massimi autori, si
    rassegnano a compilare.
    C’è un carattere transitorio, fragile, provvisorio, nell’arte, che se non soccombe al tempo e all’oblio o all’incuria finisce per soccombere all’incomprensione, al fraintendimento, al mutare del gusto, all’errore interpretativo. In sostanza, tutto ciò che scriviamo è destinato per sua natura a svanire nel nulla, ad essere sviato o storpiato o che so io – il che per fortuna stempera l’effetto negativo di quell’altro aspetto da cui ero partito e di cui, divagando come è proprio dei vecchi, mi stavo già dimenticando, cioè l’impossibilità di scrivere qualcosa che non sia già stato scritto. Dal suo sospiro di pazienza intuisco che cosa sta pensando, amico mio: che altri, e già da un pezzo, hanno detto questa cosa, e altri ancora hanno detto di averla sentita dire. So di arrivare
    ultimo, ma questo non rende meno vero il mio smarrimento ogni volta che torno a pensarci. Lei, che è un brillante figlio del suo tempo, sembra invece non provare alcun turbamento: lei, anzi, appartiene a un ambito della ricerca musicale che ha dato una solidità teorica all’assenza di originalità, e ne ha ricavato un’estetica che tutto sommato mi diverte, e che in parte ammiro, anche se non posso dire di condividerla. Se tutto è già stato scritto, reagisce lei, allora riscriviamolo, godendo delle piccole varianti che ancora possiamo introdurre nel combinare e ricombinare le note. Il suo approccio sorridente a tutta la faccenda è apprezzabile,
    ma forse, se io mi trovassi nei suoi panni, non mi sentirei esentato dal provare quell’angoscia che nasce dal sospetto che tutto sia ormai vano, in ciò che facciamo noi uomini d’intelletto.»

  279. Vorrei dire qualcosa a Claudio sulla questione dell’originalità: no, io non penso affatto che le possibilità combinatorie della musica si siano esaurite, per la semplice ragione che sono infinite.
    Ogni esecuzione musicale è unica e irripetibile. Anche se esistesse per paradosso un solo brano musicale, una sola combinazione di note possibile, una sola samba su una sola nota, ciò non toglierebbe nulla all’infinità delle combinazioni possibili: infatti, gli esecutori muterebbero, muterebbero gli ascoltatori, muterebbe lo stato mentale degli uni e degli altri nel momento in cui eseguono o ascoltano. Da quel che ho detto, intuirai che l’infinità rimarrebbe, imperturbabile, anche se per paradosso esistessero solo due intelletti su tutto il pianeta.
    La ripetizione è un rischio che si avvererebbe in un solo caso: se la mente umana si trasformasse in un disco magnetico, riproducibile in un numero a piacere di copie identiche. Ma una tale metamorfosi della mente, se pure l’era della prodzione seriale ce ne incute la paura, è ben lontana dal poter essere realizzata, almeno a mio parere.
    E pensare che per alcuni sarebbe proprio questa la soluzione a tutti i problemi! Omologare le menti, farne copie di un’unica matrice.
    Ma, oltre a non essere affatto la soluzione, è anche irrealizzabile.
    Un saluto!
    paolo

  280. Hai ragione anche in questo caso, Paolo: ma (il mio) Dvoinikov esprimeva un’angoscia tutta legata alla scrittura della musica, mentre tu metti in luce come siano altri elementi a rendere sempre diversa la (stessa) musica: esecuzione, ascolto, approccio (e memoria).
    In ogni caso, lo sgomento di Dvoinikov è anche il mio (con le parole, più che con le note). E rimuginare sul rischio di un esaurimento delle possibilità combinatorie mi sembra (lo è per me, almeno) un esercizio salutare in un’epoca di imitazioni, rifacimenti, manierismi, parafrasi, parodie e déjà-vu.

  281. Volevo aggiungere qualche osservazione sulla degenerazione dell’ascolto musicale.
    Ecco un pericolo reale: non saper più ascoltare la musica. Io sono un ottimista, ma non me la sento di sorvolare tranquillamente su questo problema.
    Il fatto è che oggi c’è troppa musica. E soprattutto, la musica ha invaso la nostra vita quotidiana, uscendo da un suo contesto specifico: una chiesa, una sala da concerto, una piazza anche. La musica ha bisogno di un luogo, uno spazio dove vivere.
    Ascoltando musica mentre facciamo la spesa al supermercato, o mentre disinfettiamo casa con la tv accesa, ci abituiamo a considerarla come un sottofondo. Ciò diminuisce la nostra attenzione, impedisce alla musica di trovare quello spazio dentro di noi dove essa vive e agisce. Senza quello spazio, l’effetto della musica si riduce praticamente a nulla.
    Per questo io raccomando sempre l’ascolto della musica in un contesto, in un luogo ben definito. Non è snobismo, ma un antidoto alla superficializzazione della musica.
    Ma soprattutto io raccomando l’esercizio della concentrazione come antidoto alla sovraesposizione mediatica che ci affligge e ci confonde, rendendoci incapaci di ascoltare – e non mi riferisco solo alla musica.
    La concentrazione è l’antidoto a quella che si potrebbe chiamare – non so se qualcuno l’abbia già fatto – la civiltà della distrazione.
    E la pratica della scrittura, letteraria o musicale, è uno dei mezzi più efficaci che io conosca per svilupparla. Ma soprattutto la pratica dell’esecuzione musicale.
    Se sviluppiamo questa capacità di ascolto concentrato, allora potremo ascoltare musica nella nostra casa senza pericolo di distrazione. E persino – difficilissimo! – con il PC.
    Ciao a tutti!
    Paolo

  282. Paolo, mi unisco al tuo elogio della concentrazione. Verissimo, la musica è usata ovunque e a sproposito, come carta da parati, come complemento d’arredo. Nelle mani e nelle intenzioni di Satie, e più tardi di Cage, la musica che si fa da parte, che arreda, poteva avere un suo spessore anche teorico, un valore nella reazione a certo accademismo. Ma non credo che chi oggi usa la musica come sfondo sonoro negli ascensori, nei supermercati o nelle pizzerie lo faccia in omaggio a Satie o a Cage (e nemmeno, che so, a Brian Eno). Al tuo breve elenco aggiungerei appunto anche i ristoranti (musica a volume troppo alto, musica che non ascolteresti mai, e che mette di malumore, e costringe a parlare a voce alta, o a tacere), le sale d’aspetto degli studi medici (dove però la musica “copre” parole e suoni che ci rimanderebbero alle intimità altrui) e i film (invasi da colonne sonore sempre più tronfie, rozze e indistinguibili le une dalle altre).

  283. La civiltà della distrazione, secondo la definizione di Paolo, ha questa specie di paura del vuoto, o del silenzio. Horror vacui, appunto. Intasa di stimoli gli spazi visivi, uditivi, sensoriali in genere. Impedisce di soffermarsi sul dettaglio, di scendere a scandagliare in profondità, anche di avere una visione di insieme.
    Il silenzio ci impressiona – e ci sgomenta. In montagna, se ci troviamo avvolti dal silenzio, cerchiamo di riempirlo subito concentrandoci su rumori lontani e familiari (passaggi di aerei, l’incessante brusio di auto e camion dalle strade del fondovalle…)
    L’ascolto concentrato (per tornare alla musica e all’intervento di Paolo) ce lo dobbiamo costruire attorno, con pazienza. La sala da concerto, certo. Ma quanti spazi nati per ospitare avvenimenti musicali in realtà sembrano fatti per distrarre dalla musica, per opprimere il suono con un’acustica mal studiata, ostacolare la postura, infastidire con rumori estranei…
    (Lo scrivo perché di recente mi sono trovato in uno spazio così, generatore di interferenze di ogni tipo, e la sofferenza di vedere la musica – un Mozart, uno Schubert – umiliata da ogni tipo di tonfo, boato, scroscio, schianto, mi ha fatto scappare – in punta di piedi – all’intervallo).

  284. Ricordo di aver visto più di una volta, da ragazzo, il buon Massimo Mila a concerto: arrivava con le partiture dei brani in programma, soprattutto dei brani più recenti e meno familiari, e il suo sguardo guizzava dall’orchestra alle pagine, dai gesti del direttore alle note. Ho sempre ammirato quel suo scrupolo, e ho sempre pensato che quello fosse l’ascolto più profondo e ricco. Quando potevo, e riuscivo a procurarmi qualche partitura, provavo a imitarlo – girando le pagine pian piano, per non disturbare con il fruscio.

  285. Però, caro Paolo, è anche vero che accanto a questo tipo di ascolto, un ascolto che esclude ogni altra attività e reclama ogni attenzione, può esserci anche un uso meno esclusivo della musica.
    La musica, quella che amiamo di più, che già conosciamo, ci erige attorno un paravento di bellezza dalle brutture (o più semplicemente dalle distrazioni). Se scriviamo, ci accompagna, ci suggerisce (sembra suggerici, d’accordo), ci impedisce di volare troppo basso… Il nostro ascolto in tal caso non è del tutto cosciente, e chissà quanto ci perdiamo di quella musica che sembra guidarci la mano: ma è una forma di conforto e di soccorso a cui non vorrei rinunciare.

  286. Caro Claudio,

    E’ vero quello che dici rigardo ai diversi tipi di ascolto della musica. Anche un ascolto meno consapevole può produrre effetti positivi.
    Quante volte ho ricorso a questa forma di conforto e di soccorso!
    E anch’io, che pure non sono uno scrittore di professione, chiedo sempre aiuto alla musica quando ho bisogno di scrivere.
    Hai nominato Brian Eno: penso che alludessi al suo Music for airports, ecco un’opera che davvero mi ha aiutato moltissimo.
    Certo che quella musica, che pure “si fa da parte”, ha valore! Questa musica è pensata per abbellire uno spazio, proprio nel senso che intendi tu. “Abbellire” uno spazio significa trasformarlo, ordinarlo e pacificarlo. Uno spazio esteriore, certo, ma anche e soprattutto uno spazio interiore.
    Senza rinunciare a contrapporsi all’horror vacui della civiltà della distrazione.
    Davvero, musica di grandissimo valore, che non ha nulla da spartire con le canzoni commerciali che abitualmente arredano quegli spazi, anzi, si pone come antidoto alla loro anarchica confusione, che si aggiunge a quella dei luoghi dove sono diffuse.
    E’ musica che conduce al silenzio, alla quiete, quegli spazi inquinati.
    Ecco, la musica che conduce al silenzio, che col silenzio confina, è un tesoro prezioso in questi tempi così rumorosi.
    Rumore che ha contagiato anche la musica: certe forme estreme di musica techno e metal sono insieme prodotto e denuncia di questo rumore che contagia le nostre menti. L’esatto contrario della musica di cui parlavo prima, dell’ambient, del chill out. Ma che nasce dallo stesso disagio.
    Come tutti sanno, gli estremi sempre si toccano.

  287. La musica (il suono pensato e organizzato) che interagisce con lo spazio (interiore o esterno), lo percorre, le saggia le dimensioni e le forme, lo dilata o lo restringe, lo organizza, lo abita come un organismo vivente, è un tema affascinante, Paolo. Siamo abituati a pensare la musica in relazione piuttosto con il tempo (anche qui, soggettivo e oggettivo). Le esperienze di Cage e Eno (e chissà quanti altri: la caccia è aperta!) meritano di trovare chi le racconti.
    (Io torno a raccomandare quel prezioso saggio di R. Murray Shafer su “Il paesaggio sonoro”, denso di intuizioni e spunti – ma chissà quanti contributi successivi esistono.)
    Buona giornata.

  288. A proposito di silenzio (a proposito, dico, di un accenno fatto qualche giorno fa)… C’è una miscellanea di saggi pubblicata da Interlinea (a cura di Fabrizio Filiberti) e intitolata non a caso “Il silenzio”, che indaga l’esperienza – appunto – del silenzio, con un taglio laicamente spirituale e sensibile ai valori poetici della parola.
    E ora taccio.
    (No, non ancora: devo prima salutare Massimo, Paolo, e ringraziare a mia volta.)

  289. Non posso non accennare, parlando di silenzio, al musicista che forse più di ogni altro lo ha esplorato, John Cage, e al suo brano più famoso, 4’33”. Su youtube si trovano alcune esecuzioni (non sono ironico, nell’usare questo termine) di 4’33”, estremamente significative. Quella che preferisco è http://www.youtube.com/watch?v=HypmW4Yd7SY&feature=related , con David Tudor al pianoforte. Guardate la lieve coreografia dei suoi gesti, come chiude, apre e richiude il coperchio della tastiera, come usa il cronometro, rendendolo strumento silente, come tocca e legge la partitura bianca.
    Una interpretazione impeccabile, la sua (ripeto, non sono ironico). Ci invita all’ascolto del silenzio, alla percezione di una dilatazione del tempo.
    Due esecuzioni strumentali degne di nota (dell’assenza di nota, va bene) si possono seguire in
    http://www.youtube.com/watch?v=hUJagb7hL0E
    e in http://www.youtube.com/watch?v=04F22C_u658&feature=related .
    Il gruppo strumentale “amplifica e radicalizza” l’effetto (mi sto citando, scusate; chissà che ne avrebbe pensato, il vecchio Dvoinikov di questa “Rapsodia senza temi”). Certo, l’effetto straniante è più evidente. Nel secondo caso, l’ensemble si accorda, in attesa del direttore. Nel primo caso, il direttore dotato di bacchetta è inappuntabile, ma non rinuncia alla piccola gag del detergersi il sudore dalla fronte: il pubblico, grato, si lascia andare a una risata liberatoria. Tra un movimento e l’altro (4’33” si compone, classicamente, di tre movimenti) il pubblico tossisce (un po’ troppo, come se anch’esso volesse lasciare testimonianza di una gag); e gli applausi finali, scroscianti, assieme ai ringraziamenti dei musicisti, coronano un’esecuzione un tantino sopra le righe.
    In ogni caso, un pubblico così, che sta al gioco, e applaude convinto, è espressione di una civiltà culturale che noi ci sogniamo.
    Ho pescato anche una curiosa lettura in duo, con Keith Jarrett e Chick Corea: i due si muovono, dondolano, ammiccano come se davvero suonassero, scrutano immaginari intrichi di note sulle pagine bianche. Jarrett però, a differenza di quello che fa quando davvero suona, non mugola. Anche in questo caso siamo dalle parti di una elegante interpretazione parodistica (anche Duffy Duck o Tom & Jerry eseguirebbero così 4’33”, non credete?). Guardatela su
    http://www.youtube.com/watch?v=i8IT0hSLkMI&feature=related .

  290. Si è discusso del romanzo di Michele Mari “Rosso Floyd” (Einaudi).
    Inserisco di seguito qualche notizia (in effetti questo libro è proprio in tema con la discussione).

  291. Su “Rosso Floyd” di Michel Mari (Einaudi)

    «Syd è impazzito perchè era sempre un passo più avanti, e non essere mai in sintonia con gli altri fa di te un naufrago su uno scoglio, o un astronauta perso nello spazio… Quasiasi cosa facesse o pensasse era sempre all’avanguardia, sempre: a un certo punto si trovò così in là che intorno a lui non c’era più nulla, e in quel vuoto precipitò».

    Un romanzo impetuoso e visionario, un viaggio nell’universo dei Pink Floyd, alla scoperta dell’«evento scarlatto» che ha fatto della band una leggenda. 30 confessioni, 53 testimonianze, 27 lamentazioni (di cui 11 oltremondane), 6 interrogazioni, 3 esortazioni, 15 referti, una rivelazione e una contemplazione. E al centro, la musica e l’estro creativo di un gruppo che ha rivoluzionato il rock.

    Dopo appena due album, Syd Barrett sprofonda in un delirio psichedelico che determinerà la rottura con Roger Waters e David Gilmour. Barrett perde il contatto con la realtà, non si presenta ai concerti, o decide di scordare la chitarra nel bel mezzo delle esibizioni e fissare il vuoto. Allontanato dai suoi stessi compagni, Barrett si rinchiuderà nello scantinato della casa di famiglia, a Cambridge, e rimarrà là sotto, con la sola compagnia dei suoi strumenti e delle sue visioni, mentre la musica che ha composto per i Pink Floyd continua a fare il giro del mondo. Nonostante non faccia più parte della band, le idee di Barrett e la sua inconfondibile impronta continueranno a influenzare i testi e il sound Pink Floyd in modo duraturo, in una sorta di collegamento onirico che non verrà mai interrotto.

    Michele Mari trasporta il lettore nel vortice del rock, riunendo tutti i personaggi che hanno incontrato Syd Barrett e anche quelli che hanno solo tangenzialmente avuto a che fare con i Pink Floyd, personaggi realmente esistiti – come Stanley Kubrick, David Bowie, Michelangelo Antonioni, i membri stessi della band, dalle coriste ai tecnici del suono – e personaggi immaginari – protagonisti delle canzoni o figure apparse nei film che hanno raccontato il gruppo. In un impareggiabile sforzo di catalogazione e documentazione, Michele Mari dà voce alla galassia Pink Floyd, in una sorta di tavola rotonda, di banco degli imputati in cui tutti raccontano un frammento della loro esperienza, in un puzzle di ricordi, testimonianze, fatti “storici” e invenzioni che si intrecciano o si perdono. A dirigere la requisitoria, sono «i siamesi»: due cervelli per un solo corpo, simbolo della parabola artistica del gruppo, uniti in un legame conflittuale come fu quello tra Roger Waters e David Gilmour.
    Rosso Floyd è un laboratorio narrativo che si spinge fino al cuore della musica dei Pink Floyd, una miniera di documenti e citazioni, un dialogo immaginario che è anche il racconto di un mito.


    Fonte: speciale sul sito della Einaudi

  292. Questa è la scheda del libro:
    «Mio padre si chiamava Eric Fletcher Waters. Morì ad Anzio il 18 febbraio 1944. Io sono nato 165 giorni prima della sua morte. La gente mi conosce come Roger Waters, voce, bassista e autore della maggior parte dei testi dei Pink Floyd». Inizia così una delle confessioni dell’immaginaria «istruttoria» che fa da spina dorsale a questo libro. Un romanzo che ricostruisce la parabola artistica dei Pink Floyd facendo coincidere i dati biografici con quelli fantastici, dando forma a un impasto unico modellato intorno a una delle band più celebrate del ventesimo secolo. A sovraintendere a questa febbrile requisitoria sono «i siamesi»: due cervelli per un solo corpo, un legame conflittuale come quello che unì Roger Waters e David Gilmour.
    Ma qual è stato l’originario «evento scarlatto» che ha fatto dei Pink Floyd la leggenda che sono diventati? Sappiamo che Syd «Diamante Pazzo» Barrett – dopo appena due dischi e un’esperienza psichedelica dalla quale non si riprenderà mai più – viene allontanato dai suoi stessi compagni. È allora che decide di rinchiudersi nello scantinato della casa di famiglia a Cambridge, in compagnia delle sue amate chitarre e di tutta la musica che ha in testa. La stessa musica che, grazie ai concerti tenuti dal gruppo, continua a fare il giro del mondo: come se il talento visionario di Barrett – tramite insondabili vie oniriche – avesse continuato a influenzare sotterraneamente ogni canzone composta dagli altri Pink Floyd dopo il suo esilio.
    L’estro catalogatore ed enciclopedico di Michele Mari si fa in questo libro vertiginoso: l’autore sembra schiudere le porte del suo laboratorio per interrogare in profondità la genesi del processo creativo. Il potere della letteratura si allea in queste pagine a quello della musica: solo così è possibile far dialogare i personaggi delle canzoni dei Pink Floyd con i membri stessi della band, Stanley Kubrick con le coriste, David Bowie con Michelangelo Antonioni… Come il prisma scompone un raggio di luce mostrando lo spettro di colori che lo costituisce, così l’autore disseziona il nucleo incandescente delle canzoni dei Pink Floyd fino a svelare come dietro ogni loro singolo verso si nasconda un messaggio rivolto all’altrove.

  293. Caro Claudio,

    anch’io ti ringrazio moltissimo per il tuo intervento su 4’33” e per le segnalazioni sulle sue esecuzioni.
    Certamente, l’ascolto del silenzio è il più difficile. Anche il silenzio ha un suono, un suono molto sottile e potente, che pochi riescono ad ascoltare per più di pochi secondi.
    La nostra civiltà ha infatti, tra i tanti terrori che la affliggono, anche quello del silenzio.
    Il brano di Cage è una sfida alla concentrazione dell’ascoltatore: e infatti, come tu hai squisistamente sottolineato, la tentazione della parodia è praticamente ineludibile, ma anch’essa liberatoria e dissacrante i monumenti sonori tardottocenteschi.
    Mi viene in mente la scena più geniale del film Amadeus di Milos Forman. L’imperatore Giuseppe II ha proibito i balletti nel suo teatro di corte. Per verificare che l’imperialregio ordine sia obbedito, si reca personalmente alle prove. Lì, vede i ballerini muoversi sulla scena come mimi, guidati solo dalle mani di Mozart, che disegnano la musica per loro. La musica non si sente, ma si vede. L’imperatore, terrorizzato dal fatto che possa esistere una musica non percepibile dalle orecchie, ma comunque presente (cos’è, dov’è questa musica? essa si beffa del mio ordine, come posso controllarla?), si affretta a revocare il divieto. Con gran suo sollievo, il balletto verrà eseguito con il sottofondo della musica galante di rito.
    Questa scena si appaia perfettamente con quest’altra. Shikaneder va a casa Mozart per sapere come procede la stesura della musica per il suo nuovo Singspiel. Mozart lo rassicura, il lavoro è quasi terminato. Il capocomico chiede allora di vedere le partiture, ma Mozart risponde che è impossibile. E ride. E alla domanda di Shikaneder, perchè sia impossibile vedere la musica, Mozart risponde, puntando il dito alla fronte: “Perchè è qui dentro”.
    Dunque, c’è una musica che non si può sentire, c’è una musica che non si può vedere, ma che comunque esiste. Ed è la musica più potente e sottile. Forse i teorici medievali non erano poi così gotici e astratti quando parlavano di musica delle sfere.
    Un caro saluto, e grazie per questo spazio!
    Paolo

  294. Paolo, mi hai fatto venire voglia di rivedere dopo tanti anni “Amadeus”, che non ricordo se non a grandi linee.
    Le teste dei musicisti devono essere piene di musiche che non sentiremo mai… Anche le nostre teste sono piene di musiche incredibilmente belle, quando le sogniamo…
    (Grazie, Paolo, per i tuoi contributi.)

  295. Ho finalmente iniziato la vera lettura di “Rosso Floyd”, con l’attenzione che ogni romanzo o racconto di Mari merita. Ritrovo da subito la voce che ho imparato ad amare (in “Tu, sanguinosa infanzia”, in “Verderame”, in “Filologia dell’anfibio”, in “Euridice aveva un cane”…). Il soggetto scelto questa volta, un soggetto che lo scrupolo catalogatorio e filologico di Mari rende con precisione maniacale di nomi e date, dà una piacevole coloritura vintage (come, che so, le copertine di “Urania”, o gli sceneggiati televisivi RAI degli anni sessanta-settanta in altre sue opere).
    Il tutto, curiosamente, mi ricorda certe vecchie cose di Ken Russell (“Lisztomania”, forse, più che “Tommy”); ma questa suggestione andrà verificata più avanti.
    Ammirevole la struttura polifonica del romanzo (“in 30 confessioni, 53 testimonianze, 27 lamentazioni di cui 11 oltremondane, 6 interrogazioni, 3 esortazioni, 15 referti, una rivelazione e una contemplazione”).
    Bene. Proseguo.

  296. (Mentre leggo, riporto due righe di Umberto Rossi dalla pluricitata – da me, et pour cause – conversazione con Mari su “Pulp”: “Come spesso accade in Mari… l’arte è stregoneria, è mistero, è un enigma minaccioso che può rivelarci cose discretamente spiacevoli se non paurose”. E più avanti: “Nella sua scrittura… il piacere della lettura sembra inseparabile dalla paura e dalla monomania. Per godere di un testo bisogna che ci spaventi e ci ossessioni”. Al che Mari risponde, tra l’altro: “Ossessione e paura sono per me inscindibili dall’esperienza estetica”. Bene, continuo.)

  297. Ecco gli appunti che sto prendendo mentre leggo “Rosso Floyd”(sono a pag. 65). Faccio copia-e-incolla senza articolarli secondo le buone regole dello stile, visto che siamo in piena estate…
    – Passione elencatoria, documentaristica.
    – Affollarsi di nomi, circostanze, date, dati, titoli, gesti.
    – Non sono un fan (cioè, lo sono di Mari, per così dire, mentre conosco poco i Pink Floyd) per cui non saprei quanti di questi dati corrispondono alla realtà e quanti sono nati da un’urgenza inventiva (non meno forte di quella filologica e storiografica). Ma non è importante.
    – La scrittura è piana, conversativa, quasi sempre beneducata e talvolta un po’ trasandata come nella trascrizione di testimonianze documentarie (abilissimo travestimento, mimesi studiatissima, in questo paragonabile allo stile leopardiano di “Io venìa” ecc.): e solo a volte, di striscio, l’autore si concede una deviazione verso la propria riconoscibilissima voce.

  298. Ancora impressioni (parziali) su “Rosso Floyd”.
    Mari dà voce a tutti coloro che si sono affaccendati attorno al progetto Pink Floyd: e in particolare tutti coloro che, in un modo o nell’altro, talvolta per caso o per equivoco, hanno avuto che fare con la figura inquietante di Syd Barrett. Barrett è un personaggio sfuggente, incatalogabile, episodico. Tutti ne parlano anche quando sembra che parlino d’altro – anche quando non vogliono proprio parlare di lui. Del suo genio (l’unico vero, disinteressato, inconsapevole anche) sembrano provare timore tutti. È una figura proteiforme: ora è un mingherlino, ora, per effetto di malattia e cure, un ciccione irriconoscibile. Le sue intuizioni restano impenetrabili, incidono segni fortissimi che si può solo tentare di imitare. L’origine della sua follia e dei suoi deliri rimane misteriosa (ma si sente che la sua musica e la sua follia hanno sintonie comuni). Non ha una voce sua (nell’intricata polifonia del romanzo non compare il suo nome: il Sid Barrett della Lamentazione undecima è un quasi omonimo). Eppure tutte le voci di questa vasta e labirintica enciclopedia parlano di lui.

  299. Se non appare stonato,
    io vorrei parlarvi del rapporto continuo, del mutuo feed-back, tra musica e letteratura, non solo nell’ascolto, ma anche nella produzione (la linea si fa quadrato, insomma).
    Nel 2003 ho fatto la comparsa nel “Don Giovanni” di Da Ponte-Mozart, diretto da Andrea de Rosa su regia originale di Mario Martone. Ascoltare il DG da dentro e da fuori, più volte, nelle prove, nelle repliche, mi ha fatto entrare sotto pelle musica e testo, a punto da spingermi a scrivere su, per, di Don Giovanni. Ne sono sortite 5 “variazioni sul tema”, tra cui il «Processo a Don Giovanni»: un libro, ma anche una sceneggiatura teatrale-lirica, uscito nell’ottobre 2009 per i tipi di Guida, editore storico napoletano, in una collana intitolata “Autentici Falsi d’Autore”.
    L’ho presentato a Trento, Genova e Napoli, nei primi due casi con la partecipazione amichevole del noto basso lirico Nicola Ulivieri e, a Genova, con l’altrettanto celebre pianista Massimiliano Damerini.
    Si sono letti brani del libro e, quando previsto dal testo dell’interrogatorio a Don Giovanni, il cantante ha accennato un paio di recitativi e l’aria della “Serenata”.
    Per chi fosse interessato a maggiori dettagli sul testo, rinvio a questi siti:

    http://www.teatrodinessuno.it/processo-don-giovanni-articolo-di-vittorio-caratozzolo

    http://www.arterotica.eu/3704-dongiovanni-caratozzolo-mozart.htm

    http://www.mozartitalia.org/ita/news/news.php?ID=46

    Per dirlo in breve, contribuendo, spero, al fiorito, fiorente e lussureggiante dibattito in corso sul rapporto tra musica e letteratura, si tratta di una lettura creativa, ibrida, del libretto e della critica letteraria sul mito di Don Giovanni:
    «Di solito libretto e partitura sono sacri e intangibili, per cui i registi si scatenano con la drammaturgia (Sellars, Bieito, per es.). Io ho decostruito libretto e partitura, ricostruendoli in forma di dibattimento processuale. La vicenda non è più vissuta in diretta da personaggi e pubblico, ma è narrata alla sbarra, in base a una dialettica domanda-risposta (non di rado cantata) di tipo processuale. E’ un lavoro di tipo semiotico: l’intreccio viene smembrato nelle singole storie e suddiviso in base ai diversi punti di vista, tramite una narrazione e una disamina “burocratica” dei fatti, con un vero e proprio interrogatorio nei confronti del Testo. The People vs Don Giovanni, insomma: il Pubblico “sta in scena” e, talora morbosamente, delega i due magistrati nell’accusa e nella difesa del Libertino. […]
    Il Processo a Don Giovanni, come si può evincere dal materiale documentario presente sui siti segnalati qui sopra, consiste nella decostruzione del libretto di Da Ponte, e nella sua ricostruzione in forma processuale, con l’utilizzo, ove possibile, di brani originali del libretto d’opera, durante le deposizioni dei personaggi, chiamati alla sbarra secondo una procedura di tipo processuale, inseriti in una struttura dibattimentale in lingua comune.
    Il dibattimento verte sulla storia dell’archetipo letterario di Don Giovanni e sulla sua sorte critico-morale nel corso dei secoli. I due magistrati che si affrontano nel foro disquisiscono sulle diverse valutazioni di critica e pubblico riguardo alla figura del celebre Libertino, ripescando concetti e citazioni dall’immaginario collettivo.
    Si tratta di una proposta alquanto insolita, che peraltro non danneggia l’impianto drammaturgico dell’opera, ma semplicemente riordina i punti di vista dei personaggi riguardo alle vicende dell’intreccio narrativo, suggerendo un’interpretazione giuridico-morale dell’ opera tramite un’originale prospettiva di lettura». (Non è alieno al testo il tema della giustizia “ad personam”, molto attuale in questi nostri tempi…)

    Un altro esperimento che suggerisco ai rari lectores è quello di lasciarsi ispirare dalla musica per scrivere un racconto dedicato a quella stessa musica: l’ho sperimentato di persona, con il mio racconto per musica «Attraverso i “Quadri di un’esposizione”», dedicato al celebre poema sinfonico di Mussorgsky, pubblicato in audiolibro bilingue dall’Istituto di Cultura Ladina nell’ottobre 2008 (con cd audio, e, ora, dvd; recensito su “Amadeus”, genn. 2009, e “Musica Domani”, sett. 2009), e l’ho praticato a scuola, con i miei alunni, con buoni e talora ottimi risultati.

    Cimentarsi nella scrittura a partire dalla musica può inoltre aiutare a riflettere e a rilanciare, metapoeticamente, tale riflessione al lettore-ascoltatore: nel mio testo si narra la vicenda di un bambino che, recatosi con la madre in visita all’Ermitage, si perde in una sala e inizia una serie di avventure all’interno dei quadri, con l’aiuto dello Gnomo mussorgskiano. Al termine delle peripezie (carrolliane, kurosawane) “attraverso i Quadri”, il bambino comprende l’importanza della cooperazione immaginativa tra il fruitore e l’opera d’arte.
    Ora, naturalmente il discorso ascolto-composizione-lettura-scrittura non si impone sempre e comunque; al di là della qualità dei risultati, sono però certo che la pratica attiva di musica e scrittura, anche non pubblica, aiuta a comprendere meglio ciò che si ascolta e si legge.
    Faccio un altro esempio: insegnando educazione civica, la Costituzione Italiana si suol leggere in modo anche ispirato e appassionato, ma non sempre con una risposta di eguale e armonica intensità da parte degli ascoltatori. Mi è bastato pensare a una “veste nuova”, musicale, per alcuni articoli, per comprendere almeno due cose: 1) la lingua può essere esteticamente godibile qualora se ne riescano a individuare le basi ritmiche, una sorta di cantabilità, persino in un testo giuridico e, per estensione, in ogni testo;
    2) un testo non concepito per essere musicato-cantato può ricevere nuova linfa e accendere una miglior intuizione del senso, se, reso cantabile, può ritornare in mente di tanto in tanto come “quel motivetto che mi piace tanto”, fino a ispirare – vogliaiddio – anche i nostri comportamenti etici.
    Un paio di esempi si trovano su
    http://vids.myspace.com/index.cfm?fuseaction=vids.individual&VideoID=35607815
    insieme ad un’altra traccia di riflessione, dedicata al rapporto sotterraneo, ma vivo ed efficace tra la poesia “antica” la musica “moderna”: senza alcuno spirito goliardico, ho provato a musicare classici poetici /dante, Leopardi, ecc.), con risultati forse interessanti, malgrado la scarsa competenza del musicista-cantante.
    Spero infine di non aver interrotto a sproposito il dibattito su Mari e i Pink Floyd: ho scoperto il blog solo oggi, al ritorno dalla vacanze, e ho letto solo parte (inizio, fine) delle centinaia di contributi pubblicati.
    Scusate la prolissità.
    Un caro saluto a tutti/e voi.
    Vittorio

  300. Vittorio, sei il benvenuto!
    E non preoccuparti, a noi piace procedere rapsodicamente, visto che tanti sono gli spunti sui contatti (e gli attriti) tra letteratura e musica. Quindi non hai interrotto niente, anzi il tuo denso intervento si riallaccia opportunamente a qualcosa che avevamo già sfiorato. Il rapporto Mozart-Da Ponte (e il Don Giovanni in particolare) meritava quelle precisazioni – così come i suggerimenti operativi che hai inanellato di seguito.
    Aspettiamo altri tuoi interventi!

  301. Ancora su “Rosso Floyd”.
    Ecco dov’è la musica, nel romanzo di Mari. Me lo chiedevo leggendo il primo centinaio di pagine. Non le vite dei musicisti, dei fan, dei produttori, dei tecnici; non le ipertrofiche scenografie dei concerti; o i personaggi che popolano i testi delle canzoni; o le invenzioni grafiche delle copertine. La musica, dico, le note, la creazione musicale. Leggevo di sessioni in sala di registrazione, di strumenti, di accordi, ma mi restava la curiosità di sapere come Mari avrebbe raccontato il fare musica, o meglio come lo avrebbe fatto raccontare ai suoi testimoni. Ed eccola, finalmente, la musica: l’invenzione inaspettata, le quattro note rivelatrici, la soluzione strabiliante. In “Rosso Floyd” è raccontata come un lascito (di Syd Barrett agli altri componenti) o come un’ispirazione metapsichica, un dono ricevuto o estorto attraverso un contatto spiritistico o quasi, una “visitazione”. Barrett (da vivo, ma come fosse morto) torna da lontano a ispirare come fosse un demone le soluzioni più impervie, le idee più folli (ça va sans dire) agli altri, indecisi se rinnegare quella dipendenza o confessarla, se piangerlo o maledirlo. È un’idea suggestiva e inquietante, questa dell’ispirazione barrettiana, subitanea e imprevedibile, che convive con quell’altra, più fisica, fatta del lavorio delle prove, del perfezionismo delle lunghe sedute.

  302. Buongiorno! Esco un attimo dal lato oscuro della luna per comunicare che sul sito della Manni è scaricabile da qualche giorno l’e-book in pdf dell’antologia “Dylan revisited – Racconti su Mr. Tambourine” del 2008, a cura di Gianluca Morozzi e Marco Rossari.
    Vi compaiono racconti di Ivano Bariani, Daniele Benati, Francesca Bonafini, Alessandro Carrera, Gabriele Dadati, Carlo Feltrinelli, Teo Lorini, Marco Missiroli, Gianluca Morozzi, Livio Romano, Marco Rossari, Angelina Rotolo, Francesco Savio, Fiammetta Scharf, Alice Suella.

    Andate su http://www.mannieditori.it/index_x.asp?contenuto=dettaglio_libri&ID=1197

    Copio dalla scheda del libro:
    “Sedici scrittori si cimentano con il tema più difficile: scrivere qualcosa su un ghigno sardonico al quale faceva un baffo – à la Duchamp – perfino quello ineffabile della Gioconda e che ha dato luogo a molteplici variazioni.
    È il sorriso di Robert Allen Zimmerman. Già, perché Bob Dylan è molto più di un cantante. È icona, rockstar, poeta, cialtrone, ebreo, cattolico, visionario, narciso, misantropo. Un uomo che ha avuto come unico Dio – e come grandissimo dono – l’elusività. E siamo noi a farne le spese.
    Avendo attraversato le generazioni come un politico della Prima Repubblica – elettrico e sballato, va detto – Dylan si è rispecchiato tanto nei coetanei quanto in chi è nato quando la sua vena si stava già (momentaneamente) inaridendo. Ha ballato con i nonnini e bevuto con i pischelli, ripudiato la luce e trovato il folk, perso la voce e acceso l’elettricità, ha sparato versi meravigliosi e ingoiato sonore cantonate. Eppure ancora non ha trovato il suo cantore.
    Raccolta la sfida, sedici autori si sono lanciati nell’impresa di restituire narrativamente un personaggio tanto ambiguo, prendendolo di petto o sfruttandolo come colonna sonora epocale e personale, ripudiandolo o ricamando sulle infinite suggestioni dylaniate.
    Ne è uscito questo libro, un diamante pieno di sfaccettature in cui ogni luccichio differisce dall’altro, eppure tutti contribuiscono ad abbagliare.
    How does it feel? Bene”.

  303. Comincio la giornata segnalando un paio di titoli dalla sterminata bibliografia sul jazz.
    Per prima cosa ricordo i saggi di Davide Sparti, per esempio “Suoni inauditi” (Il Mulino), che indaga il concetto e la pratica dell’improvvisazione jazzistica come composizione istantanea, come risultato di un equilibrio tra creazione e grammatica, tra disciplina e trasgressione. Il tema ritorna anche nell’ultimo “L’ identità incompiuta. Paradossi dell’improvvisazione musicale”, sempre de Il Mulino.
    Tra gli studiosi italiani del jazz è doveroso segnalare anche Guido Michelone, che ha esplorato (sta esplorando, anzi) non solo la musica, ma anche la letteratura critica (e la letteratura tout court) sul jazz, in una nutrita serie di contributi, a partire da “Mi ricordo il jazz. Guida bibliografica per “sfogliare” la musica afroamericana” della Marcos y Marcos. Il più recente, “Sincopato tricolore. C’era una volta il jazz italiano 1900-1960” è stato pubblicato da poco dalla Effequ. Michelone ha anche collaborato con alcuni dei maggiori jazzisti italiani, componendo testi poetici o drammaturgici per le loro musiche. Tenete d’occhio anche i suoi pezzi su “Stilos”, sono una miniera di suggerimenti sul tema che anima questo forum.

  304. Terminata la lettura di “Rosso Floyd”, voglio sottolineare due aspetti che ricorrono lungo tutto il romanzo di Mari (e che ho sentito forti forse perché lo sono per me, se è vero che si va a cercare nelle opere altrui le affinità con il proprio modo di vedere e di pensare):
    – lo sviluppo delle tensioni interne (interne al gruppo dei Pink Floyd, prima di tutto, poi all’entourage, poi ai familiari, poi a tutti quelli che, magari episodicamente, hanno avuto a che fare con i Pink Floyd): il romanzo rivela dissidi e contrasti tra personalità, tra concezioni (dell’arte, della vita), è composto da continui distinguo, da puntualizzazioni, da correzioni e smentite (la forma documentaristica, fatta di testimonianze in prima persona, esalta questo aspetto); e non è certo il caso di decidere dove sia la verità, dal momento che tutte le verità hanno un loro senso;
    – il continuo gioco di mascheramenti e sdoppiamenti e travestimenti e scambio di ruoli (alla fine, tutti sono, vogliono essere o non possono fare altro che essere Syd Barrett, tutti tranne il vero Syd Barrett, verrebbe da dire): un gioco di travestimenti e sdoppiamenti ecc. che coinvolge tutti, compresi, che so, le coriste, gli animaletti dei testi delle canzoni, le vittime di omonimie, i colleghi, le band fantasma, e che in talune occasioni (il film “The Wall”, l’enfasi scenografica e teatrale dei concerti) diventa vertiginoso, inestricabile (chi è chi? chi è Pink? e insomma, chi è Syd?).

  305. Tra le tensioni più interessanti (mi riallaccio al primo punto dell’intervento precedente) c’è senz’altro quella tra una concezione della musica frutto di un guizzo estemporaneo dell’ispirazione, imprevedibile e non ingabbiabile, inquietante anche e oscura per certi versi, non risolta e non risolvibile, legata all’incompiutezza, al brogliaccio, all’abbozzo – e un’altra concezione, più professionale se vogliamo, fatta di lunghe prove, tecnica, esercizio, metodo. Mari racconta la storia dei Pink Floyd anche attraverso l’attrito tra queste due concezioni – l’onda lunga dell’influsso della prima, ovviamente legata all’estro di Barrett, continua a interferire con il gruppo ancora dopo anni e anni.

  306. Gentile Claudio Morandini, sto leggendo anch’io Rosso Floyd di Mari e concordo con quanto lei dice.

  307. Rileggo, a distanza di anni, il racconto “Il musicista invidioso” di Dino Buzzati (compreso nei “Sessanta racconti”, che possiedo nei “Meridiani Mondadori”, i quali contengono anche due libretti per Luciano Chailly, “Ferrovia soprelevata” – sic – e “Procedura penale”, giusto per rimanere in tema).
    Bene: “Il musicista invidioso” del titolo è il compositore Augusto Gorgia, artista “già al colmo della fama e dell’età”, il quale una sera ascolta per caso “uscire da un grande casamento” una musica mai sentita prima, inclassificabile, anche triviale, ma giovanile, atletica, superba. Sorprende poi la moglie che la ascolta alla radio – la donna sembra imbarazzata, colta in fallo, come per un tradimento. Indaga, ostinato, fa ipotesi, finché non scopre che l’autore di quella musica che butta all’aria tutte le convezioni, una musica “libera e orgogliosa… potente e di volgarità selvaggia”, la musica che tutti aspettano da mezzo secolo, il parto di un genio atteso come un messia – l’autore, dicevo, è un suo collega anch’egli anziano, mai tenuto in considerazione, o considerato finora come un grigio accademico (Ribbenz, Max Ribbenz, secondo la fantasiosa onomastica buzzatiana). Ad Augusto Gorgia moglie e amici hanno tenuto nascosto finché hanno potuto quella musica, “per la pietà che avevano di lui”.
    La chiusa del racconto è splendida: Gorgia esce sotto la pioggia, disperato, borbottante, barcollante, quasi in agonia spirituale: “Né poteva, come liberazione, offrire a Dio questo suo dolore; perché a questi dolori Dio si indigna”.

  308. Un altro dei “Sessanta racconti” buzzatiani di particolare interesse per noi che ci occupiamo dei rapporti tra musica e letteratura è “La notizia”. Qui, mentre il maestro Arturo Saracino dirige l’immaginaria ottava Sinfonia op. 137 di Brahms (in la maggiore), sente provenire un brusio di allarme dal pubblico, che comincia ad abbandonare la sala. Il maestro, senza smettere di dirigere, colto dall’angoscia prova a fare supposizioni sulle ragioni di quell’abbandono, finché non riesce miracolosamente a riavere l’attenzione, a riconquistare quel pubblico allarmato.
    A interessare è la narrazione della musica, in particolare dell'”allegro appassionato” con cui si conclude la (immaginaria, ripeto) ottava Sinfonia: “Egli dunque filava via sull’iniziale esposizione del tema, quella specie di monologo liscio, ostinato e in verità un po’ lungo, col quale tuttavia si concentra a poco a poco la carica potente di ispirazione che esploderà verso la fine, e chi ascolta non lo sa ma lui, Saracino, e tutti quelli dell’orchestra lo sapevano e perciò stavano godendo, cullati sull’onda dei violini, quella lieta e ingannevole vigilia del prodigio che fra poco avrebbe trascinato loro, esecutori, e l’intero teatro, in un meraviglioso vortice di gioia”.
    E verso la fine, al momento del recupero: “Un tipico arpeggio discendente del clarino lo avvertì che erano ormai vicini: stava per cominciare lo stacco, la selvaggia impennata con cui la ottava Sinfonia, dalla pianura della mediocrità scatta verso l’alto e con gli accavallamenti tipici di Brahms, a potenti folate, si leva verticalmente, fino a torreggiare vittoriosa in una suprema luce, come nuvola”.
    Trovo sia un bell’esempio di come la letteratura, oscillando tra parchi tecnicismi e abbondanti metafore, possa rendere l’idea dinamica di una musica complessa.

  309. molto bello il rifierimento a Dino Buzzati, che fra l’altro è un autore che amo tanto.

  310. Grazie, Beatrice.
    Continuo con Buzzati, e accenno a “Paura alla Scala”, che per ampiezza e complessità ho sempre considerato più un romanzo breve che un racconto lungo. Lasciamo da parte lo sviluppo della trama, le insolite connotazioni sociopolitiche (insolite in Buzzati, intendo) e concentriamoci sulle prime pagine, quelle in cui la presenza della musica è più forte. Ci sono un vecchio direttore d’orchestra, Claudio Cottes; una controversa opera, “La strage degli innocenti”, definita all’autore, l’alsaziano Pierre Grossgemüth, “oratorio popolare, per coro e voci, in dodici quadri” (me la immagino come un sublime pastiche, un ibrido impossibile di generi e scuole, insomma come certi oratori di Honegger); lo stesso Pierre Grossgemüth, non collocabile in uno stile o in un movimento, insieme di modernità sconcertante e di nostalgie ottocentesche – desideroso comunque di fare i conti con certe sue ambiguità del passato, e con gli orrori della guerra; e Arduino Cottes, il figlio del direttore, un giovane compositore intento a una ricerca intransigente e indifferente a ogni tipo di condivisione.
    Il rapporto tra Cottes padre e Cottes figlio è descritto in una delle pagine più belle: “Quando il figlio componeva, Claudio Cottes entrava in uno stato di estrema agitazione interna. Da quegli accordi apparentemente inesplicabili di momento in momento egli aspettava, con una speranza quasi viscerale, che uscisse infine qualche cosa di simile alla musica. Capiva che era una debolezza da sorpassato, che non si poteva battere di nuovo le antiche scale. Si ripeteva che proprio il gradevole doveva essere evitato quale segno di impotenza, decrepitezza, marcia nostalgia. Sapeva che la nuova arte doveva soprattutto far soffrire gli ascoltatori e qui era il segno, dicevano, della sua vitalità”. E a proposito del comporre di Arduino Cottes: “Le note, faticando, si aggrovigliavano sempre di più, gli accordi assumevano suoni ancor più ostili, tutto restava lì sospeso o addirittura si rovesciava a piombo in più caparbi attriti”. Nell’altra stanza, il padre, ascoltando, “talora intrecciava le dita delle mani così forte da farle scricchiolare, come se con questo aiutasse il figlio a liberarsi”.
    Raramente la difficile convivenza delle due tendenze maggiori del Novecento musicale (l’avanguardia intransigente, lo sguardo nostalgico rivolto al passato) è stata resa tanto efficacemente.

  311. Ancora un hors d’oeuvre dedicato a Buzzati: è inserito in “Solitudini”, che a sua volta compare ne “Le notti difficili” (l’edizione che ho spulciato questo pomeriggio alla ricerca della paginetta che mi interessava è un Oscar Mondadori del 1971 – a quegli anni risale la mia lettura; e non mi pare di aver più vista ristampata la paginetta in questione in successive antologie).
    Dunque, la premessa un po’ faticosa voleva portare a questo: “Il registratore”, brevissimo apologo che racconta quanto la musica sia la nostra percezione della musica. Siamo in un’epoca in cui, per registrare dalla radio, si accostava il microfono all’apparecchio, sperando che attorno nessuno facesse rumore. Lui (un Lui indeterminato) sta registrando appunto “Re Arturo” di Purcell (io invece mi ricordavo “King Roger di Szymanowski: ah, gli inganni della memoria!), e Lei “dispettosa menefreghista carogna” e “miserabile pulce pidocchio angustia della vita” “su e giù con i tacchi secchi per il solo gusto di farlo imbestialire e poi si schiariva la voce e poi tossiva e poi ridacchiava da sola” mentre “Purcell Mozart Bach Palestrina i puri e divini cantavano inutilmente”. Pausa.
    Dopo tanto tempo, egli torna ad ascoltare quel vecchio nastro. Nel frattempo lei lo ha lasciato, scomparendo nel nulla. Ed “ecco Purcell Mozart Bach Palestrina suonano suonano stupidissimi maledetti nauseabondi.
    Quel ticchettìo su e giù, quei tacchi, quelle risatine (la seconda specialmente), quel raschio in gola, la tosse. Questa sì, musica divina”.
    Lui “pietrificato… siede ascoltando: quei rumori, quei versi, quella tosse, quei suoni adorati, supremi. Che non esistono più, non esisteranno mai più”.

  312. (Va bene, “Il registratore” è davvero una paginetta occasionale, il Buzzati migliore sta altrove: ma avevo questo vecchio ricordo impreciso, e ho voluto chiarirlo e rinfrescarlo per condividerlo).

  313. Gentile Morandini, le faccio i miei complimenti per i suoi post. Non conoscevo questi scritti di Buzzati. Sono particolarmente incuriosito da “Paura alla Scala”, che cercherò da qualche parte.
    Grazie di tutto.

  314. Caro Aurelio, sto riscoprendo anch’io Buzzati in questi giorni. L’interesse di Buzzati per la musica era profondo, le sue conoscenze certo non superficiali, eppure ha sempre dosato il tema della musica (del mondo della musica) con una certa parsimonia nei suoi scritti, e quando lo ha fatto è ricorso con prudenza alla terminologia più propriamente musicologica. A me pare una bella lezione di understatement.
    Evidentemente, nelle sue pagine la musica diventa il tramite (la metafora, il paradigma) di altro, dei suoi pensieri ricorrenti cioè, che a volte abbandonano le tipiche ambientazioni fiabesche o le ricostruzioni cronachistiche per inscenare appunto il dramma dell’esistenza nell’ambito musicale.

  315. Cambiando discorso: ieri mi è capitato tra le mani un libretto affascinante e ricco di spunti (narrativi). Si intitola “La paura del pubblico, Cause e rimedi – con particolare riferimento ai violinisti”, è stato scritto dall violinista Katò Havas (ci vorrebbe l’accento acuto sulla o) ed è stato pubblicato in Italian da Cremona Books nel 2002. Si presenta come un manuale per professionisti dello strumento, parla della paura e della vergogna che colgono un artista il quale si esibisca di fronte a un pubblico e dei modi con cui controllare paura, vergogna, ansia. Il terzo capitolo (“Gli aspetti fisici della paura del pubblico”) elenca le angosce principali del violinista:
    – La paura di far cadere il violino
    – La paura di far tremare l’arco
    – La paura di essere stonati
    – La paura delle posizioni alte e dei cambi di posizione.
    Anche il quarto capitolo (“Gli aspetti mentali della paura del pubblico”) presenta vari motivi di interesse:
    – La paura di non suonare abbastanza forte
    – La paura di non suonare abbastanza veloce
    – La paura del vuoto di memoria…
    Nel quarto capitolo (“Gli aspetti sociali…”) si fa riferimento alla sola
    – Paura di non essere abbastanza bravi.
    Ogni paura, ripeto, ha i suoi rimedi – e ogni rimedio consiste in un certo tipo di esercizi, legati soprattutto alla corretta posizione, alla diteggiatura, alla postura generale, alla padronanza della tecnica, al raggiungimento di una disinvoltura che l’autrice vede rappresentata alla perfezione in Kreisler e nei musicisti zigani ungheresi. L’approccio del manuale è ottimisticamente pratico, e a mio parere ricco di suggerimenti anche per chi si esibisce dinanzi a un pubblico senza essere violinista.
    Ma ciò che mi preme sottolineare è questo: ognuna di quelle paure, per come è individuata e descritta, meriterebbe di essere raccontata in un racconto.

  316. Dino Buzzati è un autore che andrebbe riscoperto. Bravo Claudio Morandini per aver messo in luce questo rapporto con la musica nella sua scrittura.

  317. Grazie, Marco. Sto spulciando ancora il Buzzati che ho in libreria in cerca di altri riferimenti significativi alla musica. Nel frattempo ricambio (ricambiamo, via, sperando che non suoni come un plurale maiestatico) gli auguri di una piacevole estate.

  318. Grazie, Massimo (mi prendo i tuoi ringraziamenti, anche se mi chiamo Claudio…). E continuo con le spulciature buzzatiane.

    In “Un amore” il rapporto di Buzzati con la musica si fa più complesso, spiazzante (il romanzo del 1963 è spiazzante per altri motivi, d’accordo, ma ora ci stiamo occupando di musica). Le giornate di Antonio e della giovanissima Laide (cioè Adelaide) sono stranamente quasi vuote di musica – della musica che ci si aspetterebbe di veder descritta e raccontata visto che Laide, oltre che prostituta, è anche pur sempre ballerina alla Scala. Certo, ci sono le canzonette che gracchiano dalle radioline (cap. I), i boogie-woogie e i rock-and-roll, gli slow e i blues delle balere (al “Due” Laide si esibisce la notte, dopo la Scala), ci sono i dischi, le rastrelliere dei dischi, i grammofoni (cap. XV, in casa di un amico), il Musichiere in televisione (cap. XXIV): ma il balletto alle cui prove Antonio assiste nel cap. VIII ha appena un titolo, di convenzionalità ironicamente definitiva, “L’étoile du soir”, di tal Lachenard. Nessun accenno alla natura e alla qualità della musica turba la visione delle prove in calzamaglia; Antonio è colpito da altro, dai corpi delle ballerine, dai movimenti, dal sudore, dalla sessualità ritualizzata che si fa evidente (“la danza… non era altro che uno sfogo lirico del sesso: per il resto non poteva essere altro che decorazione e idiozia”). La musica, se si escludono i colpi ritmati del coreografo Vassilievski e la presenza di un pianista, resta inascoltata (ma la possiamo immaginare educata, decorativa, artificiosa, esattamente come è il mondo di convenzioni e travestimenti in cui Antonio è impaniato, e come le moine e i rituali degli ambienti che frequenta, bordelli compresi).
    Altri nomi di balletti appaiono fuggevoli nel cap. XXII: anche in questo caso sono appena titoli, “Vecchia Milano” (questo si riferisce a una vera realizzazione, frutto della collaborazione di Massine, Adami e Vittadini, v. “Danza e balletto” di Pasi, Rigotti, Turnbull) e “Stella della sera” (che invece credo sia inventato da Buzzati).
    In “Un amore” la vera musica, verrebbe da dire, sta altrove, è una musica volgare e vitale, esplosiva e conturbante, e coincide con la vera natura di Laide, che se ne fa strumento: è il cha-cha-cha “Los Carinosos”, che lei cita “con la sicurezza di chi nomina il Tristano o il Rigoletto” (cap. XV). Su questa musica, mentre Laide balla da sola, Buzzati riflette così: “C’è, nel motivo popolaresco… semplice come uno stecco eppure carico di secoli, qualcosa che precisamente diceva addio, con potenza d’amore per quello che fu e mai ritornerà e nello stesso tempo un confuso presentimento di cose che un giorno verranno, forse, perché la musica vera è tutta qui nel rimpianto del passato e nella speranza del domani, la quale è altrettanto dolorosa. Poi c’è la disperazione dell’oggi, fatta dell’uno e dell’altra. E fuori di qui altra poesia non esiste”.
    Nel cap. XXV Buzzati inscena una situazione analoga, in cui invece della danza istintiva su un motivetto leggero è il canto (cioè sempre Laide) a prevalere. Laide canta, ma non canzoni alla moda: “attaccò il repertorio delle canzoni uscite dalle lontanissime profondità del popolo rozze e volgari forse senza nostalgie e languori, storie da caserma e da osteria cariche di doppi sensi ma secche e autentiche”. In Antonio quel canto risveglia il ricordo della canzone dello spazzacamino, “una cosa bellissima e potente una ballata piena di rabbia e rimpianto che sorgeva dalle viscere di Milano”. Laide nella scena sta cantando allo stesso modo degli uomini di quel lontano ricordo, “ritmo a martello, l’uguale impeto” che faceva risalire al “senso genuino della vita”.

  319. Buzzati è uno tra i masimi scrittori del ‘900. Io lo amo immensamente, ma confesso di non averlo letto tutto, e di non avere mai colto i suoi rapporti con la musica (molti dei passi qui riportati da Claudio Morandini sono tratti da pagine a me in effetti sconosciute).
    Grande occasione quindi per andarle a cercare e leggerle: trovo magnifica la chiusa del “Musicista invidioso”, magistrale l’idea di racchiudere la crisi della musica del novecento nei rapporti tra Cottes padre e Cottes figlio di “Paura alla Scala”, e con tale efficace sintesi.
    Tuttociò merita letture e riletture. Un grazie a Morandini per gli spunti interessanti, le citazioni e i commenti.

  320. Torno, dopo qualche giorno di assenza, da una vacanza in Normandia. A Honfleur ho visitato la Maison Satie, il piccolo museo-teatro sorto nelle stanze della casa natale del compositore. E mi è venuta subito voglia di scrivere qualcosa dei rapporti tra Satie (la sua musica, la sua idea di musica) e la parola. Chiunque abbia sfogliato le sue partiture per pianoforte avrà intuito dove vorrei andare a parare: quelle didascalie bislacche che si dilatano fino a diventare aforismi, apologhi…
    Di quello appunto vorrei parlare: ma i postumi del rientro mi privano della necessaria lucidità. Ci tornerò su nei prossimi giorni.
    Per ora, a tutti, ben ritrovati.

  321. Chissà se Erik Satie ha scritto davvero che si sarebbe vendicato con chi avesse osato leggere, o peggio recitare, le sue indicazioni agogiche ed espressive durante le esecuzioni delle sue musiche. È quello che ricordo io, e si sa, i ricordi spesso sono reinvenzioni. Fatto sta. In passato, dico più di trent’anni fa, quando esplose (riesplose, meglio) una sorta di moda Satie (o è un ricordo inventato anche questo?), ci furono concerti con voce recitante (il primo, e il migliore, è possibile sia stato Paolo Poli). E ricordo che quelle esecuzioni-letture lasciavano sempre un po’ di amaro in bocca, perché quelle didascalie così teneramente bizzarre sulla pagina diventavano, se lette o peggio recitate, un tantino insulse, come barzellette senza il finale.
    Con understatement da vero dandy, Satie non avrebbe voluto dunque quelle letture, e avrebbe desiderato che quelle parole rimanessero soltanto negli occhi dell’interprete, come linee guida, come provocatorie parodie delle indicazioni agogiche tutte sentimento del secondo Ottocento.
    Cominciamo da qualcosa di facile (di vicino, cioè, a normali indicazioni espressive). La prima delle Gnossiennes (1890), un Lent, così recita: “Très luisant – Questionnez – Du bout de la pensée – Postulez en vous-même – Pas à pas – Sur la langue” ; siamo dalle parti di un invito (garbato, sempre : Satie è un impeccabile gentleman, anche quando infila un proiettile in un cannone), un invito a un trattenersi, a un guardarsi e a un sentirsi dentro. Non importa se la musica sembra andare da tutt’altra parte. Anche la seconda Gnossienne esorta allo stesso esame di coscienza, con in più una sfumatura iniziale di stupore forse infantile: “Avec étonnement – Ne sortez pas – Dans une grande bonté – Plus intimement – Avec une légère intimité – Sans orgueil”.
    La terza Gnossienne si spinge più in là: “Conseillez-vous soigneusement – Munissez-vous de clairvoyance – Seul, pendant un instant – De manière à obtenir un creux – Très perdu – Portez cela plus loin – Ouvrez la tète – Enfuissez le son”. A modo suo, è un percorso di intima ricerca (del suono? Di una purezza originaria? Di distacco? Di un possibile spiraglio di verità?).
    Più narrativamente dense di spunti le pagine di “Embrions desséchés”, una sorta di versione striminzita e irridente della musica a programma. Nel primo brano, “D’Olothurie”, dopo una introduzione pseudoscientifica sull’oloturia, parte la musichetta, di affilata inconsistenza: e parte la storia. “Allez un peu – Sortie du matin – Il pleut – Le soleil est dans les nuages – Assez froid – Bien – Petit ronron – Quel joli rocher! – Il fait bon vivre – Comme un rossignol qui aurait mal aux dents – Rentrée du soir – il pleut – Le soleil n’est plus là – Pourvu qu’il ne revienne jamais – Assez froid – Bien – Petit ronron moqueur – C’était un bien joli rocher ! bien gluant ! – Ne me faites pas rire, brin de mousse : Vous ne chatouillez – Je n’ai pas de tabac – Heureusement que je ne fume pas – Grandiose – De votre mieux “.
    Va bene, non è una grande storia, è un miscuglio di consigli e incoraggiamenti all’esecutore (“Meglio che potete”), richieste insensate (“Come un usignolo che abbia mal di denti!”) lepidezze e battutine. Più che queste ultime, mi piacciono quei riferimenti alla vita piacevolmente abitudinaria dell’oloturia – o del dandy in riva al mare, è quasi lo stesso.

  322. Il secondo “Embrion desséché” di Erik Satie, “d’Edriophtalma”, presenta un quadretto quasi lafontainiano. Nella didascalia iniziale, si legge che “ces crustacés vivent, retirés du monde, dans des trous percés à travers les falaises”. Di conseguenza le indicazioni prevedono « Sombre – Il sont tous réunis – Que c’est triste ! – Un père de famille prend la parole – Ils se mettent tous à pleurer (Citation de la célèbre mazurka de Schubert) – Pauvres bêtes ! – comme il a bien parlé ! – Grand gémissement ».
    (Il fatto che non esista nessuna celebre mazurka di Schubert, e che la presunta citazione sia tutto meno che una mazurka, rende definitivamente comico il patetismo del pezzo).
    PS: la nota precedente rischia di apparire enigmatica (letteratura critica? aggiornatissima? pardon?), ma si riferisce a un mio commentino per ora in attesa di approvazione in quanto contenente un paio di link. Pazientate.

  323. Nei ventuno aforismi di “Sports et divertissements” Satie va più in là: nell’edizione del 1914 mescola disegni, scrittura, musica. I disegni, essenzialissimi, sono suoi: e sua è la grafia precisa, con qualche tentazione di fioritura. E la musica ha ormai raggiunto un’olimpica inconsistenza, che talvolta gli interpreti delle incisioni discografiche si ostinano a riempire di senso, con il risultato di stravolgerla. « Scaramouche explique les beautés de l’état militaire – On y est fortement malin, dit-il – On fait peur aux civils – Et les galantes aventures! Et le reste ! – Quel beau métier ! » si legge in « La Comédie italienne ». E « Le Flirt » : « Ils se disent de jolies choses, des choses modernes – Comment allez-vous ? – Ne suis-je pas aimable ? – Vous avez de gros yeux – Je voudrais être dans la lune – Il soupire – Il hoche la tête ». Un altro bozzetto stralunato, in « Le pique-nique » : « Ils ont tous apporté du veau très froid – Vous avez une belle robe blanche – Tiens ! Un aéroplane – Mais non : c’est un orage ».
    È un umorismo contemplativo, attento alle minuzie, simile a che ritrovo nelle scenette dei film di Tati.
    Qui siamo ben oltre l’espansione delle indicazioni agogiche verso i territori di un’espressività ironicamente estrema. Qui note e parole contribuiscono a imbastire frammenti compiuti (lo so, suona come un ossimoro). E mi rendo conto che gli aforismi di Satie, privati delle striminzite musiche di cui sono il controcanto ironico, suonano insensati. Nel Satie aforistico di queste raccolte musiche e parole hanno bisogno di risuonare insieme, anche se solo nella mente di chi esegue. È musica che andrebbe letta (in silenzio), forse, più che eseguita; e seguita con gli occhi, certo non interpretata.

  324. Buongiorno!
    In attesa di conoscere i nuovi ospiti del forum, segnalo un blog che legge (cioè racconta e analizza) con passione e vera competenza le opere musicali del Novecento, e non solo dei grandi, o dei grandissimi, ma anche di quei minori che forse più dei grandi esprimono fino in fondo il loro tempo: si chiama http://kaleidofono.blogspot.com/ ed è curato nientemeno che da Ludwig Wittelsbach – o meglio da colui che si cela dietro questo nom de plume.
    Il motto del blog è una frase attribuibile al violoncellista Raphaël Sommer: “L’un des plus grands plaisirs de la musique, c’est de la faire aimer aux autres” – frase che faccio subito mia.
    Accanto al blog, che purtroppo pare essersi fermato al 26 febbraio 2010, segnalo anche su youtube il prolifico canale “Wellesz” (occhio a questo nome, la cui scelta è già un’indicazione di metodo e di gusto): http://www.youtube.com/user/Wellesz . Anche qui, voglio rispettare la riservatezza giocosa dei curatori (Wellesz appunto, e puncupallinus) e non aggiungo altro, se non che questo canale è fonte di continue scoperte (e di qualche riscoperta).

  325. … E continuando con i consigli, invito all’ascolto delle puntate de “Le musiche della vita”, una trasmissione su Radio3 curata da Diana Vinci e condotta da Giosuè Calaciura. Nell’archivio, http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/archivio/ContentSet-a4bc008f-9e5f-4373-9376-8381d69751e3.html , si trovano le conversazioni con Cesare Segre, Luca Canali, Edoardo Sanguineti, Raffaele La Capria, Rosetta Loy e molti altri. Il programma è presentato come “il racconto della propria vita professionale e privata di personaggi della cultura italiana ed europea attraverso le passioni musicali. Con aneddoti, riflessioni e pensieri”.

  326. Molto interessante (come al solito) il discorso su Satie di Morandini. In effetti Satie ebbe un momento di “riscoperta” negli anni 70, credo dovuto al fatto che una rock band (o Jazz-Rock band) di successo (i Blood Sweat & Tears, che amavo molto) riesumarono un paio di sue gimnopedie. Quelle stesse gimnopedie (la I e la III, se non ricordo male) furono poi usate anche più volte come musica da film (forse, ma dopo, anche in spot di pubblicità?). Io Satie non lo conoscevo, e fu allora che cominciai a scoprirlo. E ad apprezzare il suo umorismo, che (credo) dovesse qualcosa anche al tardo Rossini, quello parigino delle composizioni per piano (Ouf! Les petits poise, Mon prelude hygenique du matin, Prelude pretentieux, Prelude inoffensif, …)

  327. Vero, Carlo, i “Péchés de vieillesse” di Rossini, le sue “semplici senili debolezze” costituiscono un precedente curioso (e vasto, raramente esplorato nella sua interezza: per dire, il progetto dell’integrale della Naxos con il pianista Alessandro Marangoni prevede ben 15 CD) dell’umorismo spiazzante di Satie.

  328. Ieri, sul programma di un eccellente concerto dedicato alle musiche di Michele Dall’Ongaro (Piccolo Regio, con l’Ex Novo Ensemble diretto da Marco Angius), ho letto alcune considerazioni dello stesso Dell’Ongaro che voglio condividere con voi, perché contribuiscono a vedere il tema a cui ci dedichiamo (rapporto letteratura-musica, anzi narrativa-musica) dal punto di vista del musicista. Confida il compositore: è da “Danni collaterali”, brano del 2003 per violoncello solista, clarinetto, violino, viola e pianoforte, che “dal punto di vista formale… sono stato più consapevole del fatto che comporre per me è raccontare (entrambi i verbi andrebbero al corsivo, ndr). Le figure sono personaggi, con le loro storie, i loro incontri: dalla culla alla tomba, dal primo giorno di scuola al servizio militare. La partitura narra lo svolgimento degli eventi, il loro intrecciarsi, il flusso musicale diventa flusso drammaturgico”. È una confidenza affabile, che aiuta l’ascoltatore a muoversi nella struttura di “Danni collaterali” (titolo spavaldamente narrativo, en passant), nell’intreccio di linee e nel gioco di scambio di ruoli tra strumenti.
    Nel presentare di questa composizione, scrive ancora Dall’Ongaro: “Fingiamo che sia una piccola scena lirica. Una persona ha subito un danno grave (un lutto, un torto, una malattia: fate voi). Racconta le sue ragioni (un po’ ossessivamente, come a volte capita), ma nessuno sembra preoccuparsene (…). Un po’ alla volta, però, la comunità, prima ostile e lontana, si accorge di questa inquietudine, la percepisce e in qualche modo la condivide. I gesti, gli atteggiamenti, le posture cominciano a confondersi e mescolarsi. L’amarezza si stempera, il tessuto – a fatica – si ricompone intorno alle ferite”. La musica di “Danni collaterali”, insomma, si muove come la narrazione (come un racconto, diciamo): non la riproduce, soprattutto non “descrive”, e racconta, sì, ma racconta fatti puramente musicali, che per analogia si possono accostare al flusso di azioni che anima una pagina di letteratura. Ed ecco che la cordiale esposizione di Dell’Ongaro può farci scoprire la familiarità di una musica che comunque non rinuncia ad esprimersi in un linguaggio avanzato.

  329. Dimenticavo: il concerto su musiche di Dall’Ongaro di cui parlo nell’intervento precedente si è tenuto a Torino, nell’ambito di Settembre Musica; è stato registrato, perciò tenete d’occhio la programmazione di Radio3, ne vale la pena.

  330. C’è uno spettacolo che gira in Italia in queste settimane, si intitola “Sconcerto” ed è nato dalla collaborazione tra uno scrittore, Franco Marcoaldi, un compositore, Giorgio Battistelli, e un attore, Toni Servillo. Lo vedo in cartellone a Milano il 19 settembre, nell’ambito di Mi-To, al Piccolo Teatro Strehler (con l’Orchestra del Teatro San Carlo di Napoli e la direzione di Marco Lena).
    Ho anche visto in libreria l’esile libretto dell’opera, pubblicato da Bompiani. Certo, il monologo del direttore d’orchestra (che sulla scena è appunto interpretato da Servillo) sembra richiedere a gran voce la musica, ma l’introduzione del volumetto ai versi di Marcoaldi consente di approfondire il tema della collaborazione (della conversazione, verrebbe da dire) tra letteratura e musica, tra note e parole – e interpretazione, anche, visto che il ruolo di Servillo nella creazione dell’opera sembra avere lo stesso peso di quello degli altri due.
    Si legge nella scheda del libro: “La recita sociale, il consumismo compulsivo, le morti sul lavoro, la sete di potere della classe dirigente, gli oscuri meccanismi della finanza, l’immigrazione, una lingua sempre più astratta e irrelata… Com’è possibile orientarsi in un mondo così confuso? Dov’è il senso? Da queste domande è travolto un direttore d’orchestra, che quasi dimentica di dirigere i suoi strumentisti. Fra pause, dubbi, incertezze, interrogativi enormi e piccole verità, il musicista riscopre come proprio la musica possa essere il mezzo per passare dal caos al cosmo, per ritornare al cuore semplice della vita.”
    Un bell’articolo sullo spettacolo appare, firmato da Mirella Armiero, sul Corriere del Mezzogiorno, http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/spettacoli/2010/8-settembre-2010/sconcerto-tre-esperimento-firmato-servillo-marcoaldi-battistelli-1703720134557.shtml
    Nell’articolo viene evocato anche il fantasma della vecchia “Prova d’orchestra” di Fellini, riferimento inevitabile quando si parla di direttore e di orchestra come metafore o sintomi di qualcos’altro – ma il riferimento serve a smentire ogni somiglianza. “Sconcerto” è altro; accostarlo a “Prova d’orchestra” significa soprattutto mostrarne le profondissime differenze. Il direttore di Marcoaldi Servillo e Battistelli, più che a quello felliniano, fa pensare, sia pure alla lontana, al maestro Arturo Saracino, quello del già ricordato racconto buzzatiano de “La notizia”.
    Se potete, andate a vedere lo spettacolo – in attesa che esca in DVD o in CD. Potremmo riparlarne, che ne dite?

  331. Leggo anche, sullo stesso programma del già citato Mi-To, del “melologo” in prima esecuzione assoluta “D’un tratto nel folto del bosco”, su testo di Michele Serra e con musiche di Carlo Boccadoro (e con la presenza, ovviamente, di Sentieri Selvaggi). La voce recitante è quella di Moni Ovadia. Il 12 settembre (oggi!) al Teatro Franco Parenti.
    Interessanti questi ibridi. Dicono tante cose. Raccontano di una musica che è ancora viva, e che non ha smesso di tentare strade; di una musica che cerca un contatto, un’espansione comunicativa, e che per farlo si fa aiutare dalla parola, si contamina con il testo e con il teatro – cosa che ha sempre fatto, certo, tirare in ballo il termine “melologo”, magari con un filo di ironia molto postmoderna, significa comunque collocarsi nell’alveo di una tradizione gloriosa.

  332. Caro Massimo, è un piacere, come sempre. Adesso speriamo che qualcuno tra gli spettatori (e ascoltatori) di “D’un tratto nel folto del bosco” e “Sconcerto” senta l’irrefrenabile impulso di scriverci le sue impressioni…

  333. Intanto, caro Claudio, preannuncio che uno degli obiettivi di questo spazio è quello di ospitare autori (e libri) connessi al tema “letteratura e musica”.
    Il prossimo ospite sarà… Massimiliano Nuzzolo.

  334. Ciao a tutti
    è molto interessante questo argomento. Sono un cantante ed ho sempre studiato e prestato attenzione al rapporto tra musica e letteratura.
    Vorrei condividere l’impressione che ho avuto leggendo la prima pagina di “Opinioni di un Clown” di H. Boll.
    La prima frase è:
    Era già buio quando arrivai a Bonn.
    Prima di continuare feci partire la Patetica di Beethoven e quando si dissolse il primo accordo continuai a leggere ascoltando la musica in maniera attiva…. Sembra una sciocchezza ma vi assicuro che quell’incipit ha lo stesso impianto della sonata!

    Perdonate l’intrusione!
    Buona musica e letteratura a tutti!
    Fabio

  335. Ciao Fabio,
    anch’io amo le sintonie inaspettate come quella che tu descrivi (e che voglio sperimentare anch’io, e presto). Continua a seguirci, e se vuoi raccontaci la tua esperienza di cantante (musica, parole…).
    A presto e grazie!

  336. Ciao Claudio
    la mia esperienza di cantante è molto variegata. Io faccio musica antica prevalentemente con lo Studio di Musica Antica Antonio Il Verso di Palermo.
    Tra le esperienze più significative che ho avuto nella mia carriera da cantante è stata quella dei madrigali siciliani. Un connubio indissolubile tra musica e poesia straordinario, non avevamo bisogno di imparare le note il testo dettava l’altezza dei suoni. E’ stato una tournée meravigliosa.
    Vi mando il link di una recensione che abbiamo avuto in Francia:http://www.resmusica.com/article_1352_musique_d_ensemble_seduction_baroque_de_palerme_nice_ensemble_antonio_il_verso.html

  337. Caro Fabio,
    quello che scrivi dei madrigali è estremamente interessante. Musica che nasce dal testo, ne accompagna o asseconda il senso, ne diventa un’espansione, un’estensione. Tu lo hai sentito, questo “connubio indissolubile”, sin dal momento dello studio della parte, oltre che nell’esecuzione.
    Le tue parole mi hanno ricordato certe pagine de “La nota segreta” della Morazzoni, in cui la musica e la parola, unite nel canto, diventano una presenza quasi tangibile e visibile che percorre lo spazio e giunge fino ai sensi di chi ascolta.
    Ci dici qualcosa di più del tuo repertorio vocale e del tuo “vivere” la musica? Sarebbe magnifico poter approfondire questi temi.

  338. caro Claudio,
    io mi sono diplomato in canto al Conservatorio di Palermo ed ho sempre amato, studiato e lavorato con la musica antica, musica medioevale (colta e popolare), musica rinascimentale, e musica Barocca.

    L’anno scorso ho esaudito uno dei miei più grandi desideri, cantare Il Combattimento di Tancredi e Clorinda, tratto dalla Gerusalemme Liberata, messo in musica da Monteverdi. Ho replicato anche quest’anno al festival di Villa Adriana a Roma, certo io facevo Tancredi e non il testo, non mi sento ancora pronto per quello. Volevo dire che, per chi ama come me la poesia, è stata una esperienza…sublime!
    non so se qualcuno conosce l’opera, questa non ha arie, tranne per un arioso all’inizio del “testo” (il testo è il racconto una sorta di Historicus dell’oratorio musicale ma attenzione che il Combattimento non è oratorio anche se può trarre in inganno); dicevo che l’opera in questione non ha arie e Monteverdi ha scritto la musica sul testo senza disturbare, quest’ultimo, ma accentuando la musicalità del verso ma ancor più della parola. Monteverdi ha una straordinaria capacità di attribuire significato al significante attraverso il suono ma senza artifici compositivi o evoluzioni canore ma cercando all’interno stesso del significato (la parola) di restituire il significante (ciò che essa rappresenta).

    Sotto questo punto di vista e con questa consapevolezza vi assicuro che cantare, Monteverdi o altro, credo sia naturale così come naturale è parlare o scrivere!

    sono aperto a ogni domanda sul mio repertorio o su altro.

    a presto
    Fabio

  339. Fabio, hai descritto perfettamente il senso del “Combattimento” di Monteverdi. Ancora oggi, ascoltare quest’opera permette di cogliere la straordinaria novità rappresentata dalla musica di Monteverdi. Ma certo cantarne una parte significa “vivere” pienamente la miracolosa naturalezza di questa musica.

  340. “Quella musica invece non aveva nulla di umano, soggiogava la mente con violenza scacciandone ogni altro pensiero, e quando si era impadronita di te non potevi più chiacchierare con le colleghe, sfogliare tranquillamente la tua rivista, percorrere l’affabile labirinto di un cruciverba: qualunque cosa tu stessi facendo, dovevi smettere e asciarti sballottare su e giù, come sulle montagne russe, oppure sprofondare
    a poco a poco in certi languori dai quali ti sembrava di non poter mai più riemergere.”
    Scopro (con un colpevole ritardo) un altro romanzo che indaga la complessa fascinazione che la musica esercita su di noi: “Il pianista muto” di Paola Capriolo, Bompiani, 2009.
    Si legge ancora sulla scheda ufficiale del libro:
    “In un imprecisato paese sul mare, in Inghilterra, l’infermiera di colore Nadine trova un giovane sui vent’anni in stato confusionale e lo porta nell’ospedale psichiatrico in cui lavora, dove viene assistito. Il misterioso giovane non parla, non scrive, non ha un’identità riconoscibile, ma disegna un pianoforte, e quando viene messo di fronte allo strumento reale, nel “giardino d’inverno” dell’istituto, comincia a suonare meravigliosamente, come non avesse mai fatto altro in vita sua. Tutti i pazienti, i medici e gli infermieri che assistono alla sua esibizione ne restano profondamente colpiti, a partire dallo psichiatra che dirige il centro, il quale ne parla a un collega più anziano e in breve trasforma questo insolito caso clinico in un fenomeno mediatico di massa. La musica suonata dal giovane ha infatti uno straordinario effetto terapeutico, è in grado di “sbloccare” i pazienti dell’istituto, di metterli a confronto con il bene e il male delle loro esperienze vissute; e fra essi, soprattutto il signor Rosenthal, ex deportato nei lager nazisti, che narra la sua vicenda in cui la musica svolge un ruolo essenziale quanto ambiguo e inquietante. Mentre il mondo si interroga sul mistero dell’uomo sorto dal nulla, Nadine cerca in ogni modo di restituirgli il senso della propria esistenza. Ma il segreto che il pianista muto cela in sé è evanescente come la musica in cui egli esprime la realtà insondabile del suo inconscio.”

    Per saperne di più rimando al bell’articolo firmato da Mario Andrea Rigoni e apparso sul “Corriere” il 5 febbraio 2009, http://archiviostorico.corriere.it/2009/febbraio/05/Paola_Capriolo_musica_seduttrice_del_co_9_090205005.shtml .
    Significativa è anche l’intervista che l’autrice rilascia a Claudio Toscani per http://www.stpauls.it/letture/0904let/0904le70.htm .