UN POCO LA NOTTE E UN POCO L’ALBA di Ilaria Tutti (Longanesi)
Abbiamo chiesto all’autrice di raccontarci la genesi di questo romanzo per la rubrica degli “Autoracconti d’Autore” di Letteratitudine
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di Ilaria Tuti
Mio zio ricorda bene la permanenza dei cosacchi in Friuli, anche se al tempo dell’occupazione era un bambino. Ricorda la violenza, il tramutarsi dei paesi in accampamenti barbari, ma quando gli chiedo di descriverli si sofferma con stupore sui loro canti, racconta di quando all’imbrunire si riunivano sul sagrato della chiesa. Canti sacri, magnifici.
«Avevano un organo nel petto. Quei bassi!» si meraviglia ancora oggi. In loro, pur nell’immanenza del pericolo e nel sovvertimento del suo mondo, scorgeva un mistero affascinante: la convivenza di oscurità e luce.
La storia dell’invasione cosacca durante gli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale è ben conosciuta qui in Friuli, dove il popolo delle steppe arrivò al servizio di Hitler per domare la Resistenza di montagna. Il Reich aveva promesso in cambio una Kosakenland in Italien.
Non c’è quasi famiglia che non li abbia avuti in casa o nei dintorni, dove si insediavano segnando gli usci con un gesso rosso. Le persone mi raccontano dei fori di proiettile ancora visibili sulle case, sparati dai cosacchi per sfidare gli abitanti a guardarli quando passavano, dei solchi incisi dai loro stivali sulle assi dei pavimenti e sulle scale, dove incitavano a salire anche i cavalli, da cui si separavano di rado.
La guerra permea questo romanzo, ma è presente con risvolti inaspettati, nei passi di un’invasione che per mesi ha sparso fuochi devastanti, ma anche il seme di una possibile convivenza tra due popoli nemici. Quando, dopo un lungo peregrinare, le carovane con le famiglie cosacche si riunirono all’orda delle prime avanguardie, i friulani si resero conto con sgomento che non si trattava delle invincibili “armate bianche”, ma per lo più di profughi, affamati e male in arnese. Impossibile non scorgere nell’invasore un riflesso della propria fatica.

In Ed è un poco la notte e un poco l’alba racconto l’incontro tra due popoli che sulla carta dovevano sottomettere e soccombere, ma che infine hanno imparato a conoscersi, trovando in ciascuno un riflesso dell’altro, l’essere umano. E per farlo ho attinto ai ricordi delle comunità. Piccoli fatti, eppure straordinari, che hanno reso il quotidiano eccezionale, che hanno disvelato la compassione nella barbarie, l’incontro nello scontro, l’esodo nell’invasione e, infine, la speranza nella tragedia.
Narro le carovane misere scendere dai convogli alle stazioni ferroviarie, i cavalieri delle steppe con colbacco e scimitarra guadare il grande fiume, il Tagliamento, che forse ricordava alle loro tribù il Don, il Kuban, il Terek; narro la presa delle case, i fuochi da campo appiccati sulle assi dei pavimenti lustri, gli animali riparati nelle cucine, il taglio delle sacre viti per farne legna da ardere, i saccheggi, le violenze. Ma restituisco anche la meraviglia dei cammelli che pascolavano nei campi della Carnia, lo stupore fanciullesco degli invasori nel salire su una bicicletta, le danze russe nelle piazze, alla luce di antichi fuochi, le loro donne guerriere, il Pope così somigliante al Nazareno, i canti liturgici ortodossi, lo splendore delle icone, davanti a cui anche il più spietato di loro si segnava con la croce.
Alla fine della guerra la ritirata cosacca fu tragica. Gli occupanti – 40.000, secondo alcune stime – dovettero lasciarsi alle spalle un’altra terra promessa. Varcarono il confine e furono catturati, rinchiusi dagli inglesi in un campo di concentramento fuori Lienz. Molti di loro scelsero di gettarsi nella Drava, con i loro figli e gli amati cavalli, pur di non finire nei Gulag di Stalin, che li considerava traditori della patria. Del loro destino i friulani ancora si rammaricano. Nonostante tutto.
Queste pagine portano in dote fatti di vita vissuta più di ottant’anni fa. Malgrado il grande dolore inferto e subìto, oggi ci dicono che è possibile superare ciò che sembra insuperabile, sopravvivere allo sconvolgimento del proprio mondo, perdere ogni cosa e ricominciare. Non lo ha fatto qualche eroe immaginario, lo hanno fatto i nostri anziani, continuando a cercare la vita dove sembrava essere rimasta solo cenere.

Per guidarmi in queste traversie umane mi è venuta incontro Serafina, un personaggio che richiama la forza ancestrale della terra, ma che sente dentro di sé una spinta portentosa verso la modernità. Quando ho pensato a lei mi trovavo al santuario della Madonna di Trava, nel verde prepotente della Carnia, luogo di miracoli fin dal basso Medioevo. I genitori che avevano perso un figlio subito dopo il parto affrontavano viaggi lunghi e pericolosi, sotto la scure dell’Inquisizione, per portarvi i loro piccoli e implorare la Madonna di donare loro un solo respiro, per poterli battezzare e salvare dal Limbo. Il rito era guidato da pie donne chiamate ministresse, evocatrici di respiri.
A Trava, luogo memore di miracoli almeno fino ai primi anni del Novecento, la figura delle donne che facevano da tramite tra il mondo terreno e quello celeste mi è parsa calzante per raccontare un territorio obliquo, mai così sospeso tra vita e morte, tra ferocia e pietà, usurpazione e comunione.
Un ruolo liminale che Serafina inizialmente rifugge, così proiettata al futuro nonostante le origini, ma che in seguito comprende e accetta nella sua profonda pietas.
Quel giorno, sulla salita boscosa che porta al santuario, un abitante del borgo montano mi ha messa in guardia: resta sui sentieri, che a Trava son tornati i lupi. L’avvertimento, che prometteva pericolo e fascino, ha dato origine all’incipit di questo romanzo.
(Riproduzione riservata)
© Ilaria Tuti
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La scheda del libro: “Ed è un poco la notte e un poco l’alba” di Ilaria Tuti (Longanesi, 2026)

Con Ed è un poco la notte e un poco l’alba, Ilaria Tuti disvela la compassione nella barbarie, l’incontro nello scontro, l’esodo nell’invasione e, infine, la speranza nella tragedia. Racconta l’incontro tra due popoli che sulla carta dovevano sottomettere e soccombere, e che infine hanno imparato a conoscersi, trovando in ciascuno un riflesso dell’altro. E ci mostra che è possibile superare ciò che sembra insuperabile, sopravvivere allo sconvolgimento del proprio mondo, perdere ogni cosa e ricominciare. È possibile perché non lo ha fatto qualche eroe immaginario, lo hanno fatto i nostri anziani, continuando a cercare la vita dove sembrava essere rimasta solo cenere.
«Scappa, Serafina.» È con queste parole che l’anziano Geremia, in un pomeriggio caldo di sole, mi mette in allarme. Ma ancora non posso immaginare che questa terra sta per mutare volto e temperamento, forse per sempre. Nella Zona libera della Carnia, finora, la guerra è stata una tempesta distante, che ha strappato gli uomini dai nostri paesi ma non ha ancora lacerato del tutto gli animi. Quello in arrivo è però un vento nuovo e spaventoso, che soffia da Est e porta sconvolgimenti. E da oltre il grande fiume giungono infine carovane di cavalieri delle steppe, con copricapi di pelliccia e lunghe spade ricurve, che entrano nelle nostre case prendendone possesso. La nostra terra è la loro terra promessa, questa non è un’invasione ma un insediamento. Io, che da sempre abito un luogo di confine, chiamata a custodire i respiri e a evocarli; io, che da sempre ho in me il cuore delle donne che mi hanno preceduto e il soffio della donna che voglio essere; io vivo con sgomento questi giorni fatti di fuochi da campo accesi sulle assi dei pavimenti lustri, di animali riparati nelle cucine, di saccheggi e violenze. Ma vedo anche la meraviglia dei cammelli che pascolano nei campi, lo stupore fanciullesco degli invasori nel salire su una bicicletta, le danze russe nelle piazze, alla luce di antichi fuochi, le loro donne guerriere, i canti liturgici ortodossi, lo splendore delle icone. Io, che sono ombra, non posso più stare al liminare: devo farmi luce, in questa lunga notte, per trovare l’alba.»
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Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Ha esordito nella narrativa con Fiori sopra l’inferno (Longanesi 2018). Il secondo romanzo, Ninfa dormiente, è del 2019. Entrambi vedono come protagonisti il commissario Teresa Battaglia, uno straordinario personaggio che ha conquistato editori e lettori in tutto il mondo, e soprattutto la terra natia dell’autrice, la sua storia, i suoi misteri. Con Fiore di roccia (2020), e attraverso la voce di Agata Primus, Ilaria Tuti celebra un vero e proprio atto d’amore per le sue montagne, dando vita a una storia profonda e autentica. Nel 2021, con Luce della notte e Figlia della cenere, torna alle storie di Teresa Battaglia. Del 2021 è anche la nomina di Ninfa dormiente agli Edgar Awards e il Premio letterario Rapallo per la donna scrittrice per Fiore di roccia. È inoltre autrice del romanzo Come vento cucito alla terra (2022), ispirato alla vera storia delle prime donne chirurgo durante la Grande Guerra. Nel 2023 esce Madre d’ossa, un nuovo caso per Teresa Battaglia, e nel 2024 Risplendo non brucio, una storia di coraggio e perdono tra Germania e Italia durante la Seconda guerra mondiale. I suoi romanzi sono pubblicati in 27 Paesi. Da Fiori sopra l’inferno e Ninfa dormiente sono state tratte le omonime serie tv con Elena Sofia Ricci, in onda su Rai1.
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