“L’immensa distrazione” di Marcello Fois (Einaudi) – recensione
Libro vincitore del Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba 2026
Libro incluso nella cinquina finalista del Premio Campiello 2026
Libro presentato da Helena Janeczek nell’ambito dei titoli proposti dagli Amici della domenica al Premio Strega 2026.
Libro vincitore del Premio Orbetello Book Prize – Maremma Tuscany Coast.
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“L’immensa distrazione” di Marcello Fois è uno di quei romanzi per il quale è facilissimo come diceva Giorgio Manganelli scrivere una recensione da “buffone del buffone”. Proviamoci e non ne voglia lo scrittore. Fois con questa sua ultima opera, inspiegabilmente esclusa dalla dozzina del Premio Strega 2026, scrive un romanzo di finzione, con il ritmo di una narrazione ottocentesca e il respiro di un romanzo della crisi del ’900, in cui Ettore Manfredini, fondatore di una famiglia impresa di schiatta borghese nell’Emilia Romagna virtuosa, nel mezzo tra il triangolo industriale e l’apatica economia centro-meridionale, è il protagonista. Vero, ma solo al primo livello della narrazione. Il secondo presenta una sorta di deuteragonista, benissimo camuffato da Fois in un meccanismo metaforico se non allegorico, per cui si può affermare, assumendo tutta la responsabilità della buffoneria, che Ettore Manfredini è il Novecento. Gli indizi sono tanti, basta citarne un paio. Ettore ha novantacinque anni nel 2017 e il 21 febbraio 2017 è morto, quasi morto. In quasi un secolo (è nato nel 1922) sono accaduti nell’ordine: la dittatura fascista, l’Olocausto, il boom economico, il Sessantotto, la stagione del terrorismo, l’avvento di una nuova borghesia capitalista proiettata verso il mercato globale e in mezzo la crisi della famiglia tradizionale, la psicoanalisi freudiana fecondatrice di tanta letteratura, la rivoluzione femminile, l’ambientalismo, la crisi delle religioni (Edvige la terzogenita si fa suora ed è una presenza quasi spettrale), l’incomunicabilità generazionale. Tutto dentro il romanzo di Fois, tutto dentro la vita del capofamiglia Ettore. Un personaggio che se lo avesse disegnato Philip Roth non ce ne saremmo affatto stupiti, tanta la magmatica forza si intreccia con un’assenza di dolente empatia emanata da questo uomo sanguigno, anaffettivo, compassionevole. Di Roth gli manca la pulsione erotica qui tutta volta a una sorta di simbolico voyerismo degli affari. Più volte il narratore, altra funzione di pregio del romanzo, insiste sulla carriera di Ettore costruita sul lavoro degli altri, sulla sua capacità a delegare il lavoro agli altri riservandosi il ruolo di burattinaio dalle mani intonse. Nello specifico di sangue, di cui si era macchiato abbastanza da piccolo nel mattatoio dei Teglio, luogo da cui tutto ha inizio.
Metafora del secolo più bellicista della storia umana? Anche perché c’è pure il Novecento letterario con le macerie della classificazione per generi. Il romanzo dell’io con il riscatto del self made man romagnolo. Il romanzo di formazione dei membri della sua famiglia (Carlo e la sua insipienza, Enrica e il suo arrivismo, Ester e il sogno della rivoluzione, Elio e il sogno di farsi scrittore). Il romanzo del reale con l’affresco di una società classista rappresentata nella scena di Ettore bambino con la madre Elda nel salotto della contessa. Il romanzo storico della caduta delle illusioni rispetto a chi stava dalla parte del bene. Elda si fa affidare Marida, la figlia più piccola degli ebrei Teglio, per sottrarre almeno lei dalla deportazione ad Auschwitz e appropriarsi del loro mattatoio e chissà poi chi li ha davvero fatti catturare dai nazifascisti: se non è Fenoglio della presa di Alba, poco ci manca. A questo proposito, se proprio appunti devono muoversi al romanzo di Fois, uno è il riverbero costante della tradizione letteraria precedente. Fin troppe sono le citazioni più o meno svelate, una su tutte Tolstoj e il suo arcinoto incipit sulle famiglie infelici impossibile da catalogare in una trovata ironica, o certi moravismi di interni borghesi e borghesissimi fallimenti personali (vedi la figura di Elio o lo stesso Carlo, nipote e figlio di Ettore) o ancora la fascinazione verso il romanzo di Elsa Morante da cui discende, con esiti diversi, tutto un filone di narrativa memoriale rispetto alla quale “L’immensa distrazione” si distacca per l’originalità di tenere in equilibrio il dentro e il fuori. Il romanzo si genera nella memoria di un vecchio quasi morto che passa da un flashback della sua vita all’altro, anche ritornando più volte sullo stesso episodio e straniando narratore e tempo, e nella memoria dei fatti storici rispetto ai quali sembra che Fois voglia di tanto in tanto fare spettatori dei suoi personaggi. In particolare, questo meccanismo si innesta nelle figure femminili, le più forti, le più complesse, le più sfaccettate, le più amate da Fois. Due su tutte: Enrica e Marida, la prima una sorta di Creonte orfano “Si era infilata nel cono d’ombra della virtù, della credibilità, della sicurezza. E questo era tutto. Comunque la mettesse, qualunque cosa facesse, qualunque decisione prendesse, la realtà non cambiava”, la seconda “impeccabile e triste”, la donna senza amore, la mater dolorosa, l’agnello sacrificale tanto quanto i suoi fratelli nel laboratorio di Josef Mengele.
Tutto questo, però, è solo la cornice. Il quadro è proprio l’immensa distrazione, l’invenzione che fa del romanzo di Fois un raro esempio di vita (e che si parli di morte è accidentale buffoneria) nel panorama della narrativa italiana con la sindrome del ciclostile. La morte è il convitato di pietra del romanzo, la vera protagonista che intrappola dentro una carcassa di là a venire l’uomo e il suo tempo, la finzione Ettore e l’allegoria della Storia. Il quadro non è tanto nel folgorante incipit “Ettore Manfredini, nonostante fosse appena morto, la mattina del 21 febbraio 2017 ebbe la netta sensazione di svegliarsi”, né nel quasi morto Ettore che non può vantare movenze archetipiche e a quelle altrove evidenziate – After Life (1998) di Hirokazu Kore’eda, “Amabili resti” di Alice Sebold “Mentre morivo” di William Faulkner – qui piace ricordare “Attraversando il bardo” di Franco Battiato con la sua visione del momento mediano tra la vita e la morte che è l’occasione per conoscerci. La lettura del romanzo di Fois sembra tradurre l’immaginifico quantistico e buddista di Battiato nell’ironica immensa distrazione. La morte come separazione, spostamento da un luogo all’altro, dove uno è l’immenso finito l’altro è l’immenso mistero. Ettore Manfredini non ha coscienza del mistero e Fois lo lascia ancorato nell’immenso finito, nella vita che ha vissuto rispetto alla quale non cerca perdono, né riparazione tantomeno indulgenza
“Nei libri si poteva ipotizzare, ed era stato fatto, che tra vita e morte ci fosse una terra di nessuno in cui adattarsi al passaggio tra uno stato e l’altro. Certo, nei libri non poteva esserci nemmeno un millesimo di quello che la realtà riservava, ma allo stesso tempo in ogni buon libro c’era qualche esperienza indispensabile per capire, o accettare, o analizzare, la propria vita”
I libri, appunto, quelli di cui si fa schizofrenico e dolente sacerdote Elio, il personaggio inaspettatamente smisurato di questo romanzo
“All’improvviso si era sentito infinitamente solo, come se la scrittura l’avesse abbandonato, come se nelle centinaia di fogli su cui aveva stilato i suoi appunti non ci fosse nulla a cui aggrapparsi per sopravvivere. Come se quelle cose che aveva appuntato con tanta pedanteria non fossero altro che un patrimonio estraneo da sé, qualcosa a cui chiunque poteva attingere senza rispetto […] Si convinse che se non riusciva più a interpretarle era perché qualcun altro le aveva lette e, in questo modo, neutralizzate”.
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La scheda del libro: “L’immensa distrazione” di Marcello Fois (Einaudi, 2025)

«Ettore Manfredini, nonostante fosse appena morto, la mattina del 21 febbraio 2017 ebbe la netta sensazione di svegliarsi». Inizia così il nuovo libro di Marcello Fois, che torna al grande romanzo familiare, questa volta in un’Emilia mitica e concretissima, fatta di campi, allevamenti, industrie, infinite pianure. Per un istante lungo quasi trecento pagine, Ettore ripercorre i momenti decisivi, le grandi gioie e i grandi dolori della sua stirpe. E finalmente vede tutti come sono stati davvero. I Manfredini hanno trasformato un semplice mattatoio in un impero, con l’accanimento di chi conosce la miseria e l’astuzia di chi ha capito come uscirne. Ma ogni cosa che li riguarda, il loro inesausto gioco di sentimenti, alleanze, silenzi e potere, si fonda su un inganno. Sono questo, i Manfredini: spietati, umanissimi. Venite a conoscerli. È un’alba uguale a tutte le altre, soltanto un po’ più lunga, quella in cui Ettore Manfredini si sveglia appena morto nella casa accanto al macello che è stato il centro della sua vita e di cui conosce ogni lamento, ogni cigolio. Nato troppo povero per permettersi un’istruzione regolare, impiegato da ragazzo nel mattatoio kosher di cui si impadronirà dopo le leggi razziali, Ettore è un uomo destinato al successo: diventerà uno dei più grandi imprenditori dell’Emilia in bilico tra grande industria e tradizioni contadine. E in quest’alba livida del 21 febbraio 2017, arrivato alla resa dei conti, Ettore capisce di dover percorrere fino in fondo il corridoio dei suoi ricordi. Parte da qui la vorticosa storia della famiglia Manfredini. Che è in primo luogo la storia di Ettore, ma anche di sua madre Elda, sulla cui spregiudicata opacità si fonda tutta la loro fortuna, e di sua moglie Marida, salvata dalla deportazione ma a carissimo prezzo, e di Carlo, il primogenito, figlio mai del tutto capito, e di Enrica, la vera mente dietro la crescita dell’Azienda, e di Elio, il nipotino amatissimo, e di Ester che rimane invischiata nella lotta armata, di Edvige, di Lucia…
Il nuovo romanzo di Marcello Fois è una straordinaria macchina della memoria, in cui il grande disegno della Storia si mescola a piccoli dettagli fondamentali: il sapore di una ciambella mangiata ottant’anni prima, la serranda perennemente guasta nella casa di famiglia, due vecchie poltrone su cui si sono decisi i destini di tutti loro. E poi la foto di due gemelli ad Auschwitz trovata per caso in un’enciclopedia. Dipingendo l’affresco di una dinastia del Novecento fondata sulla carne e sulla menzogna, Marcello Fois ci regala un romanzo semplicemente maestoso. Perché vivere, forse, non è nient’altro che un’immensa distrazione dal morire.
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Marcello Fois (Nuoro, 1960) vive e lavora a Bologna. I suoi libri sono tradotti in molte lingue. Presso Einaudi ha pubblicato Ferro Recente, Meglio morti, Dura madre, Piccole storie nere, Memoria del vuoto (premio Super Grinzane Cavour 2007 – Supervincitore Narrativa italiana e Premio Paolo Volponi 2007), Sheol, Sempre caro, Stirpe (premio Città di Vigevano e premio Frontino Montefeltro 2010), Sangue dal cielo, L’altro mondo, Nel tempo di mezzo (finalista al premio Campiello e al premio Strega 2012), L’importanza dei luoghi comuni (2013), Luce perfetta (premio Asti d’Appello 2016), Manuale di lettura creativa (2016), Quasi Grazia (2016), I Chironi (trilogia che raccoglie in un unico volume Stirpe, Nel tempo di mezzo, Luce perfetta), Del dirsi addio (2017 e 2018), Pietro e Paolo (2019 e 2020), L’invenzione degli italiani, Dove ci porta Cuore (2021), L’immensa distrazione (2025) e tre libri in versi: L’ultima volta che sono rinato (2006), L’infinito non finire (2018) e Ogni cosa di noi (2026).
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