Novembre 6, 2026

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  • L’inaugurazione di Lucca Comics 2026

    L’inaugurazione di Lucca Comics 2026

    I NOSTRI APPROFONDIMENTI DA LUCCA COMICS & GAMES 2026

    Logo Lucca 60

    Testi e foto di Furio Detti, nostro inviato a Lucca Comics & Games 2026

    60 anni “Barberistici” (con un Go Nagai dietro le quinte e una piccola Yellow Kid)

    Lucca Comics&Games inaugura con Castellini, Barbero e la piccola Louise Stéphant, pluripremiata a Angoulême, il suo Sessantennale

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    di Furio DETTI 

    LUCCA, Teatro del Giglio, 28 ottobre 2026, ore 11:30

    Foto Lucca Comics 2026
    Foto credit @ Furio Detti per Letteratitudine

    È Claudio CASTELLINI, autore del poster di questa edizione del Sessantennale, a aprire le danze, imprimendo – con un cambio rispetto alla tabella di marcia delle precedenti cerimonie di inaugurazione – le sue impronte sulla Walk of Fame di Lucca Comics, accompagnato da una videointervista. L’applauso è immediato. Come sempre presenta Emanuele Vietina:
    «Claudio Castellini incarna il passato e il presente: un autore seminale del fumetto che come Lucca ha scritto una storia giunta fino a oggi. Coincidenza vuole che Lucca Comics e il maestro siano coetanei. Claudio, che significa essere il primo “autografo” di Lucca Comics&Games?»
    Castellini: «Non vi nascondo che trovarmi qui è una gioia straordinaria. Da ragazzo, come autore, Lucca mi ha visto nascere e io ho dei ricordi indimenticabili dei giorni passati con voi e essere oggi la matita del primo “metaposter” della storia di Lucca Comics è un grande onore, che costituisce il coronamento della mia stessa carriera. Pensando al tema dell’eredità, la legacy, io stesso sto vivendo tutto con un trasporto artistico e emotivo molto grande.»
    Vietina ricorda il senso di questo traguardo per la community di artisti, la rinascita sotto il segno dell’edizione “Hope” dopo il Covid, la crescita delle proposte artistiche e dell’offerta ludica nei padiglioni, l’affetto del fandom, e tutto l’insieme di emozioni condivise che hanno permesso a questa manifestazione, dal passaggio di consegne da Bordighera fino a oggi, di crescere, approfondirsi, dipanarsi nel tessuto della città, fare la storia non solo della cultura pop ma di un intero paese che guarda al fumetto, al cinema, ai videogames e alle arti performative come a un patrimonio culturale, «perché, come il talento del maestro Castellini che ha portato il fumetto italiano negli USA, questa manifestazione, anche oggi, testimonierà quanto è importante e internazionale. Buon sessantesimo!»
    Sale sul palco il Presidente di LuccaCrea Nicola Lucchesi:
    «Il primo ringraziamento va a chi nel 1966 ha avuto il coraggio di portare questa manifestazione a Lucca, intuendone tutto il potenziale che la ha trasformata in un patrimonio culturale di tutta la città, ossia al sindaco Giovanni Martinelli. Il secondo “Grazie” va a tutti coloro che hanno sostenuto la manifestazione e coloro che vigilano ogni anno per la sua buona riuscita, a partire dalle forze dell’ordine, la Protezione Civile, i Vigili del Fuoco e il personale di sicurezza. Un grazie a chi crea i contenuti, a chi li divulga e anche agli uomini e donne di LuccaCrea che, vi assicuro, non mettono solo professionalità nel loro lavoro quotidiano, ma amore autentico per questo festival. Chi non ha mai provato, almeno una volta nella vita, a respirare l’aria di questi giorni, non può capire come la magia di Lucca Comics – magia che io ho provato da ragazzo e non ho mai smesso di sperimentare – faccia nascere e durare tuttora, dopo 60 anni, grandi amicizie e a mettere insieme persone così differenti, da ogni parte d’Italia e del mondo; un popolo che ci mostra come un mondo e una società migliori, con valori importanti, siano possibili. Speriamo che questa luce aumenti e ci dia ragione di sperare in un futuro luminoso. Secondo me è questa la vera, autentica, forza di Lucca Comics&Games!»
    Si passa all’annullo filatelico speciale, dedicato al Quarantennale di Dylan Dog, presentato da Giovanni Machetti, responsabile filatelia di Poste Italiane e, per la prima volta, sono presenti anche il rappresentante delle Poste Magistrali del Sovrano Ordine di Malta e la rappresentante delle Poste della Repubblica di San Marino, con un annullo speciale dedicato al Sessantennale di LCG, a Pinocchio e a Lucky Luke per i suoi 80 anni. Viene presentata anche una serie Pokemon realizzata per l’occasione. Le poste sammarinesi furono in effetti le prime a dedicare a un personaggio animato un annullo, con i personaggi Disney negli anni ’60. (altro…)

  • 60 anni di Lucca Comics in 4 mostre a Palazzo Guinigi

    60 anni di Lucca Comics in 4 mostre a Palazzo Guinigi

    I NOSTRI APPROFONDIMENTI DA LUCCA COMICS & GAMES 2026

    Logo Lucca 60

    Testi e foto di Furio Detti del nostro inviato a Lucca Comics & Games 2026

    Il Vault dell’Amarcord: 60 anni di Lucca Comics in 4 mostre a Palazzo Guinigi

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    Lucca, 3 ottobre 2026

    Quattro mostre e un Vault in cui lasciare qualcosa delle nostre “Lucca Comics”

    di Furio Detti

    Lucca avvia la macchina dei sogni con le mostre a Palazzo Guinigi. Un riscaldamento per spiccare il volo dalla Torre Guinigi, è quello che LCG2026 ha offerto ai fan di tutto il mondo, inaugurando le nostre nella sede di Palazzo Guinigi che va a sostituirsi alla storica location di Palazzo Ducale. Il baricentro degli eventi si diffonde ulteriormente così nel tessuto urbano.

    Lucca Comics - Foto
    Lucca Comics – Foto © Furio Detti

    Ben quattro esposizioni raccontano la Nona Arte e aprono delle finestre come sempre su miriadi di universi, dei quali il primo è la mostra Lucca Legacy. A Comics & Games story, che resterà visitabile fino al 30 settembre 2027, un intero anno. Le altre mostre, di cui una parte presso la Fondazione Banca del Monte, saranno visitabili fino alla chiusura dell’evento, il 1° novembre prossimo. Fra i personaggi a nuvolette ospitati al Guinigi abbiamo il pistolero Lucky Luke, e poi l’erotismo e la bellezza indomata di Valentina, creatura di Crepax, vero interprete del suo tempo, fino agli Stati Uniti di oggi, con le tavole originali della fumettista americana Tillie Walden, voce della GenZ, per arrivare fino all’orizzonte visionario del concept artist Daniel Dociu. Le altre esposizioni in programma, che saranno ospitate negli spazi della Fondazione Banca del Monte, apriranno le porte dal 28 ottobre fino al 1° novembre. Durante i giorni del festival, l’entrata a Palazzo Guinigi e alla Fondazione Banca del Monte sarà libera, con accesso prioritario per i possessori di un biglietto del festival e di un braccialetto valido per la giornata. Altre mostre, ospitate nell’area Japan Town e all’interno del Padiglione Carducci, saranno invece accessibili ai possessori di biglietto e braccialetto del festival validi per la giornata.
    Il catalogo in programma racchiude voci e visioni degli artisti e delle artiste in mostra: *Lucca Comics & Games 2026, Legacy, Artbook* (Lucca Crea Edizioni) sarà disponibile in esclusiva nel bookshop delle mostre e, in seguito, nelle librerie e negli store online.

    Si comincia quindi con LUCCA LEGACY, A COMICS & GAMES STORY, in mostra dal 4 ottobre 2026 al 30 settembre 2027. (altro…)

  • LUCCA COMICS & GAMES 2026

    LUCCA COMICS & GAMES 2026

    HA INIZIO LUCCA COMICS & GAMES 2026!

    IL FESTIVAL COMPIE 60 ANNI: CINQUE GIORNATE PER FESTEGGIARE INSIEME 
    ALL’INSEGNA DELLA CREATIVITÀ E DELL’IMMAGINAZIONE

    Logo Lucca 60

    AD INAUGURARE IL FESTIVAL ALESSANDRO BARBERO

     E CLAUDIO CASTELLINI

    L‘AMBASCIATRICE DI FRANCIA IN ITALIA ANNE-MARIE DESCÔTES,

     L’AMBASCIATRICE DEL GIAPPONE IN ITALIA HIKARIKO ONO,

    DAL MAESTRO CLAUDIO CASTELLINI 

    AL GIOVANE TALENTO LOUISE STÉPHANT: 

    AL TEATRO DEL GIGLIO GIACOMO PUCCINI SI SVELA LA VARIANT COVER DEL MANIFESTO DI QUEST’ANNO 

    LA LIVE DRAWING SESSION DEL SENSEI GO NAGAI

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    Lucca, 28 ottobre 2026 – Ha inizio Lucca Comics & Games 2026: da oggi 28 ottobre fino a domenica 1° novembre la città di Lucca accoglierà eventi, spettacoli, fumetti, giochi e videogiochi, manga, fantasy, musica, parate cosplay e festeggiamenti speciali per il suo 60° compleanno.

    Sei decadi di storia e di creatività, di inclusione, cambiamento, evoluzioni e metamorfosi, di arte e, soprattutto, di comunità. Sarà insieme alla sua community che il festival celebra il suo Anniversario Diamond, con cui condivide il patrimonio di valori, storie e sogni che compongono l’eredità da trasmettere alle nuove generazioni: la LEGACY di Lucca Comics & Games, tema di questa edizione speciale, con più stand e padiglioni di sempre. La storia ha radici lontane e ben salde, ma il domani è già cominciato. (altro…)

  • Carmen Gallo vince il Premio Strega Poesia 2026

    Carmen Gallo vince il Premio Strega Poesia 2026
    Carmen Gallo - foto
    Foto Credits: © MUSA / ufficio stampa Premio Strega

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    Roma, 13 ottobre 2026. Carmen Gallo vince la quarta edizione del Premio Strega Poesia con Procne Machine (Einaudi), ottenendo 33 voti su 83 espressi. Seguono in graduatoria: Isabella Leardini, Maniere nere (Mondadori) 18 voti; Vincenzo Ostuni, Faldone (Il Saggiatore) 17 voti; Federico Italiano, Godzilla e altre poesie (Guanda) 10 voti; Fabrizio Lombardo, La linea spezzata (Donzelli) 5 voti. La premiazione si è svolta alla Casa dell’Architettura di Roma presso il complesso monumentale dell’Acquario Romano e in diretta streaming su RaiPlay.

    L’opera vincitrice è stata scelta dagli Amici della poesia, cento donne e uomini di cultura residenti in Italia e all’Estero, tra i quali sono compresi i componenti del Comitato scientifico: Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa, Mario Desiati, Roberto Galaverni, Vivian Lamarque, Patricia Peterle, Stefano Petrocchi, Laura Pugno, Antonio Riccardi e Gian Mario Villalta.

    Approfondimenti su LetteratitudineNews.

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  • Premio Nobel per la Letteratura 2026 a Anne Carson

    Premio Nobel per la Letteratura 2026 a Anne Carson

    [ Link della foto di Anne Carson utilizzata in alto – CC BY-SA 4.0 ]

    ANNE CARSON, Premio Nobel per la Letteratura 2026

    Motivazione della giuria: «Per la sua opera audace e creativa che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha dato vita a nuove forme per la letteratura contemporanea».

    Per i tipi de La nave di Teseo, a fine novembre in uscita il nuovo libro RED DOC>, l’atteso seguito del suo libro più celebre, il romanzo in versi AUTOBIOGRAFIA DEL ROSSO (La nave di Teseo, 2020).

    Nel catalogo de La nave di Teseo anche LA BELLEZZA DEL MARITO. UN SAGGIO ROMANZO IN 29 TANGHI (La Tartaruga, 2022)

    “Crederci dagli anni novanta, amare Autobiografia del rosso, farlo tradurre da un poeta e grande traduttore, Sergio Claudio Perroni, riportarla alla Nave di Teseo. Siamo molto felici di annunciare che il seguito di questo magnifico libro, Red Doc>, sarà in libreria a fine novembre. Complimenti Anne Carson, Premio Nobel per la Letteratura”.
    – Elisabetta Sgarbi, direttore generale La nave di Teseo

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    [youtube https://www.youtube.com/watch?v=2VouH9q7FHE?si=1BPJuxu_shtBoxM6]

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    Anne Carson, celebre autrice canadese, si aggiudica il Premio Nobel per la Letteratura 2026 grazie alla sua capacità di reinventare le forme letterarie contemporanee attraverso un confronto vivo e ironico con i classici. La sua traiettoria artistica, indissolubilmente legata all’attività didattica e di traduttrice, si muove al confine tra rigore filologico e intuizione poetica: per la Carson, infatti, la ricerca del senso profondo di una parola e la sua storia etimologica rappresentano la vera genesi della creazione letteraria.

    Maggiori informazioni sul sito del Premio Nobel – La biografia su Wikipedia Italia.

    Approfondimenti su LetteratitudineNews (altro…)

  • TRADURRE UMBERTO ECO MENTRE SCOPPIANO LE RIVOLUZIONI di Elena Kostioukovitch (La nave di Teseo)

    TRADURRE UMBERTO ECO MENTRE SCOPPIANO LE RIVOLUZIONI di Elena Kostioukovitch (La nave di Teseo)

    “Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni” di Elena Kostioukovitch (La nave di Teseo, 2026)

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    di Massimo Maugeri

    Ci sono libri che prendono le mosse da uno scrittore e finiscono per condurre il lettore molto più lontano, verso questioni che riguardano le parole, le lingue, le culture e persino il modo in cui gli esseri umani continuano a comprendersi quando vengono meno i territori comuni. È il caso di Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni di Elena Kostioukovitch (La nave di Teseo, 2026), un libro che nasce da una frequentazione lunga e privilegiata con uno dei protagonisti più importanti della cultura italiana e internazionale dell’ultimo mezzo secolo, ma che sarebbe riduttivo considerare semplicemente un libro su Umberto Eco. Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni - copertinaEco ne costituisce, certo, il fulcro: attorno a lui si dispongono però riferimenti alla storia della traduzione, la responsabilità di chi riceve in consegna le parole di una così illustre personalità, i rapporti fra letteratura e storia, le trasformazioni dell’Europa e della Russia, le vicende della censura e della libertà, l’evoluzione degli strumenti con cui si traduce e, non ultima, la questione ormai ineludibile dell’intelligenza artificiale applicata alla parola. Il punto di osservazione è quello, singolare e privilegiato, di una donna straordinaria che Eco lo ha tradotto, studiato, frequentato, ascoltato e anche contraddetto; soprattutto, di una traduttrice che si è trovata a interrogarsi, ogni volta, non soltanto su ciò che lo scrittore aveva scritto, ma su ciò che dietro quelle parole prendeva forma: intenzioni, allusioni, sottintesi, riferimenti, ironie, risonanze. Elena Kostioukovitch sa dunque per esperienza (ed è un’esperienza fuori dal comune) che cosa significhi assumersi la responsabilità di trasferire un’opera da una lingua all’altra. Nata a Kyiv in una famiglia russa, cresciuta culturalmente a Mosca e poi approdata in Italia, dove è diventata cittadina italiana, ha tradotto in russo sette romanzi di Eco, da Il nome della rosa a Numero zero, oltre a numerosi suoi testi saggistici. Un percorso che le è valso, fra gli altri riconoscimenti, il Premio Grinzane Cavour per la traduzione nel 2003 e il Premio nazionale per la traduzione nel 2007.

    Elena Kostioukovitch, in verità è molto (ma molto) altro: è una scrittrice e saggista eccelsa, ha insegnato in varie università del mondo (dalla Russia al Giappone all’Argentina, e alla Statale di Milano dal 2001 al 2017), ha fondato un’agenzia letteraria di prestigio internazionale (Elkost Intl.: che ha portato nel mondo autori russi e non solo) e, da diverso tempo, dissociandosi dal regime che si è installato in Russia, preferisce scrivere in italiano (lingua in cui ha pubblicato il romanzo Sette notti del 2015). Ma nemmeno questo stupefacente curriculum spiega fino in fondo l’importanza e la natura del libro di cui stiamo scrivendo in queste righe. Per avvicinarsi al suo nucleo bisogna porsi, intanto, una domanda apparentemente banale ed elementare, ma che – a pensarci bene – non lo è affatto: che cosa vuol dire tradurre Umberto Eco?
    E, questa, è una delle domande che rivolgiamo all’autrice nell’ambito di questa chiacchierata…

    Elena Kostioukovitch
    Foto – © Elena Kostioukovitch / La nave di Teseo

    – Cara Elena, partiamo dall’inizio. Quando e come nasce Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni? Ti ricordi il momento, il periodo, in cui è nata l’esigenza di scriverlo?
    Il libro l’ho scritto velocemente, quando mi sono resa conto che erano trascorsi i dieci anni dalla morte di Eco che lui stesso aveva imposto a tutti noi come limite. Si trattava di quei dieci anni nel corso dei quali lui aveva chiesto che la sua figura fosse lasciata in pace, senza organizzare convegni né pubblicare testi dedicati a lui.
    Io, per conto mio, non ho quasi più pensato alla sua eredità culturale: lui mi mancava come un amico, come una persona importantissima per tutta la mia vita. Naturalmente, sapevo di avere accumulato molte riflessioni nel corso di più di trentacinque anni di lavoro sui testi di Umberto Eco, dal 1980 al 2016.
    E poi, ad un tratto, ho pensato: se non squaderno adesso tutto quello che porto dentro, allora quando? E se di tutti quei ricordi specifici non mi occuperò adesso io, allora chi?
    Il libro è nato così. Come racconto di un mestiere e, insieme, come libro di memorie. Volevo mostrare che cosa significhi vivere per decenni dentro l’opera di uno scrittore, accompagnandone l’evoluzione, e come il lavoro del traduttore venga trasformato dalla storia. Mentre traducevo Eco, cambiavano i regimi politici, cadeva l’Unione Sovietica, arrivavano il computer, Internet, la traduzione automatica e infine l’intelligenza artificiale. Cambiavamo noi traduttori e cambiava anche Eco.

    – Il titolo del libro è bellissimo e fortemente evocativo. Ti andrebbe di commentarlo?
    Scoppiavano davvero le rivoluzioni. La prima fu politica e mentale. Cominciai a tradurre Il nome della rosa nell’Unione Sovietica, in un mondo dove la circolazione dei libri e delle idee era controllata dallo Stato. Quel romanzo, con la sua biblioteca proibita e il sapere custodito da pochi, parlava in modo sorprendentemente diretto alla nostra esperienza.
    Poi vennero le rivoluzioni tecnologiche: il passaggio dalla matita alla macchina da scrivere, dalla dattilografia al computer, dai dizionari cartacei alle ricerche in rete. Cambiarono gli strumenti e perfino il modo di pensare sulla pagina.
    Infine si trasformò lo status del traduttore. Da figura quasi invisibile, il traduttore divenne sempre più spesso interlocutore dell’autore, promotore del libro, agente culturale, talvolta perfino suo “fiancheggiatore”.

    – In generale, cosa vuol dire tradurre? E, in particolare, cosa vuol dire tradurre Umberto Eco?
    Tradurre significa anzitutto capire quale approccio richieda un determinato testo. Nel libro propongo una distinzione tra due metodi: adattamento e trasformazione.
    Con l’adattamento si cerca di far entrare nella lingua d’arrivo l’enciclopedia culturale dell’originale: il lessico, gli oggetti, le istituzioni, le particolarità storiche.
    La trasformazione cerca invece di ricreare nella lingua d’arrivo il fascino singolare dell’autore, anche quando questo richiede di allontanarsi dal compito di riprodurre fedelmente qualche “item” del lessico. L’effetto che produce una storia in un diverso ambiente culturale deve sopravvivere e deve essere forte. Le fiabe ne sono un meraviglioso esempio; ma altrettanto “Romeo e Giulietta”. E molte parodie, e le miniature sperimentali di Raymond Queneau.
    È sempre il testo stesso a suggerire uno dei due approcci.
    Il traduttore di Eco lavora prevalentemente con il metodo di “adattamento” e deve essere un bravo filologo, detective, storico, attore e, in qualche giornata particolarmente difficile, anche acrobata. Deve soprattutto sentire le voci. Belbo, Salvatore, Jorge, Baudolino o Yambo non parlano tutti nello stesso italiano trasportato meccanicamente in un’altra lingua. Ognuno possiede un proprio lessico, i propri pregi e difetti retorici… ma si può parlare anche delle materie più sottili, come un respiro particolare, un timbro particolare, persino di una propria temperatura.

    – Il romanzo che ha reso Umberto Eco celebre in tutto il mondo è Il nome della rosa. Cosa significa per un traduttore “approcciarsi” a un testo del genere? E cosa ha significato per te?
    Era un libro proibito che parlava, con impressionante precisione, del mondo in cui vivevo.
    Trovai il romanzo nello specchran, il reparto di conservazione speciale della Biblioteca statale di Letteratura straniera di Mosca, dove lavoravo. Era una sorta di stanza segreta, accessibile soltanto a persone autorizzate e controllate. La somiglianza con la biblioteca del romanzo era quasi comica, se la situazione non fosse stata tanto grave: leggevo e cominciavo a tradurre un libro vietato proprio perché raccontava i meccanismi attraverso i quali il Potere vieta e nasconde i libri. Una costruzione en abyme, oppure, per dirla alla russa, una matrioska.
    Fin dall’incipit, con il ricordo dell’invasione sovietica di Praga nel 1968, compresi che il romanzo avrebbe incontrato enormi ostacoli. Eppure ero sicura anche che doveva arrivare ai lettori sovietici. Quella biblioteca chiusa, governata da censori convinti di poter decidere per altri, quale era il loro diritto di conoscere, era una metafora fin troppo spietata per non cercare di farla conosciuta e famosa.
    Dal punto di vista linguistico significò ricostruire in russo un intero Medioevo europeo, il cattolicesimo, l’Europa. Mancavano termini, tradizioni e riferimenti. La cultura religiosa nell’URSS era stata repressa per decenni e il lessico sopravvissuto apparteneva soprattutto alla tradizione ortodossa. Invece Eco lavorava con la tradizione cattolica occidentale. Ogni pagina richiedeva ricerche immense. Ho ribattuto quelle ottocento cartelle cinque volte. A pensarci oggi, mi dolgono ancora un po’ le dita.

    Elena Kostioukovitch
    Foto – © Elena Kostioukovitch

    – Cosa puoi dirci in merito al tuo rapporto personale con Umberto Eco? C’è qualche aneddoto in particolare che puoi condividere con chi sta leggendo questa intervista?
    Con il tempo Eco diventò un amico affettuoso, generoso, ironico, qualche volta imprevedibile. Cercavo tuttavia di conservare una certa distanza tra l’uomo reale, con la barba, la pancetta, gli occhiali, il Borsalino e le sciarpe colorate scelte da Renate, e l’Autore che avevo il compito di interpretare.
    Per una specie di orgoglio professionale, evitavo di chiedergli spiegazioni. Preferivo passare giorni tra dizionari ed enciclopedie. Mi sembrava che il traduttore dovesse arrivare da solo alla soluzione, senza trasformare l’autore in un distributore gratuito di risposte.
    Una volta, dopo avere sprecato non so quanto tempo su una parola misteriosa, mi arresi e gli domandai che cosa significasse. Eco rispose, imperturbabile: «È una svista tipografica. Dimenticavo di dirvi che questa parola non esiste».
    Ecco, il nostro rapporto conteneva anche questo: erudizione, amicizia, ostinazione e una certa quantità di tempo eroicamente perduto.

    – E cosa puoi dirci, in generale, sul rapporto di Umberto Eco con le sue traduttrici e i suoi traduttori (che tu, peraltro, ben conosci)?
    Era un rapporto molto particolare. Eco ci chiamava la “squadra Eco” oppure, con un gioco di parole, gli “ecografi”. In un messaggio al traduttore inglese Richard Dixon parlò addirittura della “setta dei miei traduttori”. In effetti eravamo una piccola comunità internazionale: Burkhart Kroeber per il tedesco, Jean-Noël Schifano per il francese, Imre Barna per l’ungherese, Helena Lozano Miralles per lo spagnolo, io per il russo e diversi altri colleghi.
    Ci incontravamo, ci scrivevamo e confrontavamo le soluzioni. Fra traduttori di lingue diverse esiste una generosità sorprendente: non siamo concorrenti, perché ciascuno lotta con una materia linguistica differente. Siamo piuttosto complici.
    Le celebri istruzioni di Eco ai traduttori, però, non erano sempre oracoli infallibili. Alcune risultavano preziose, altre ovvie, altre ancora impossibili da applicare. Le migliori erano quelle che ci autorizzavano a inventare (benvenuto il metodo della “trasformazione”!).

    – In che modo l’avvento del computer ha influito sul tuo lavoro di traduttrice?
    Il passaggio dalla macchina da scrivere al computer fu un vero cambio d’epoca. Uno dei ricordi formativi: la mia macchina da scrivere. Era un’Olympia del 1941, arrivata a mio nonno verso la fine della guerra. Richiedeva colpi secchi e robusti, quasi da cannoniere. Prima del computer ribattevo ogni testo quattro, cinque o sei volte. Correggevo a penna finché la pagina diventava un intrico illeggibile, poi ricominciavo da capo.
    Dal 1988 scrivo al computer. Le dita si stancano meno e la revisione è infinitamente più comoda. Questa facilità, tuttavia, contiene una trappola. Basta cambiare una parola e quella parola ne trascina con sé un’altra; in pochi minuti si può distruggere la fragile armonia di un paragrafo senza ricordare più dove sia cominciato il guaio.
    Il computer incoraggia una revisione potenzialmente infinita. In questo senso, il lavoro è diventato perfino più spossante.

    – Rimanendo in ambito tecnologico: in che modo, a tuo avviso, l’IA sta impattando (o impatterà) nell’ambito delle traduzioni? E cosa avrebbe detto Umberto Eco a riguardo?
    L’intelligenza artificiale sa già svolgere in modo dignitoso la trasposizione di molti testi di servizio e di una parte della narrativa scritta in un linguaggio piano e standardizzato. Può inoltre fornire al traduttore un punto di riferimento, una prima ipotesi da controllare. Sarebbe sciocco rifiutare per principio uno strumento utile.
    La difficoltà comincia quando il testo possiede una voce irripetibile. L’intelligenza artificiale può proporre una soluzione plausibile, però non assume la responsabilità artistica della scelta. Non sa decidere se, in quel determinato punto, occorra conservare l’enciclopedia culturale dell’originale oppure ricrearne l’effetto nella cultura d’arrivo. In altre parole, non sa scegliere consapevolmente tra “adattamento” e “trasformazione”.
    Un traduttore esperto che prova a rivedere una traduzione automatica sentirà presto il bisogno di cambiare tutto. Alla fine aprirà un file vuoto e comincerà a riscrivere il romanzo come se fosse il proprio, magari gettando ogni tanto uno sguardo al lavoro del collega elettronico. Perché no? Grazie al progresso, avrà ottenuto senza fatica un ulteriore strumento di controllo.
    Quanto a ciò che avrebbe detto Eco, posso soltanto formulare un’ipotesi. Era troppo curioso per respingere l’intelligenza artificiale e troppo consapevole dei meccanismi del linguaggio per scambiarla con un autore. Probabilmente l’avrebbe sperimentata, provocata e costretta a produrre risultati interessanti, per poi studiare con enorme divertimento le sue mostruosità. Nel Pendolo di Foucault aveva già intuito quanto fosse seducente attribuire alla macchina una personalità soggettiva.

    – So che sei appena rientrata da un viaggio in Ucraina per il book tour dedicato alla traduzione ucraina del tuo libro “Kyiv” (per saperne di più, cliccare qui). E so che durante le presentazioni, il pubblico ti ha posto molte domande anche su Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni.
    Ti andrebbe di parlarcene?

    In Ucraina mi ha colpito il modo in cui le domande su Eco confinavano con il drammatico presente. Per quel pubblico la letteratura non è un elegante esercizio separato dalla vita. Quando le città vengono bombardate, gli archivi distrutti e la verità storica aggredita quotidianamente dalla propaganda avversaria, – parlare della memoria, della censura, della costruzione del nemico e della manipolazione delle parole diventa un atto di resistenza concreta.
    Il nome della rosa è stato percepito come un libro sul controllo del sapere e sulla responsabilità di salvarlo. Il fascismo eterno e Costruire il nemico sono apparsi legati in modo quasi doloroso all’esperienza attuale degli ucraini. E infatti, mi sono resa conto ancora una volta che il mio libro racconta vicende avvenute nei tempi del crollo dell’Unione Sovietica, eppure molte di quelle vicende sembrano affacciarsi di nuovo davanti a noi. Quella ucraina è una lettura diversa da quella italiana, e proprio per questo straordinariamente viva.

    – In chiusura, qual è a tuo avviso l’eredità più importante che Umberto Eco ci ha lasciato? E il valore e gli effetti di questa eredità sono sempre uguali, o sono suscettibili di cambiamento anche con riferimento ai contesti spaziali e temporali in cui le opere di Eco vengono (e verranno) lette e rilette?
    Credo che la sua eredità più importante sia l’educazione alla complessità. Eco ci ha insegnato a diffidare delle spiegazioni troppo semplici, delle verità confezionate, delle parole d’ordine che pretendono di dispensarci dalla fatica del pensiero. Ci ha insegnato che interpretare è necessario, ma che l’interpretazione possiede dei limiti; che il sapere deve restare aperto, verificabile, discutibile; che il riso è una forma di libertà e, proprio per questo, fa paura a ogni potere dogmatico.
    Questa eredità cambia quando attraversa le frontiere. In Italia Il nome della rosa può essere letto attraverso la storia della Chiesa, il Medioevo, la tradizione filosofica europea. Nell’Unione Sovietica fu letto come un romanzo sulla censura e sui depositi segreti del sapere. Nell’Ucraina di oggi parla anche della difesa della memoria contro chi cerca di cancellarla, bruciarla con un vero fuoco, farla esplodere con i veri missili.
    In tempi come i nostri, è un’eredità ancora viva, scattante, bruciante e profondamente sovversiva. La mantiene così attiva la fiducia di Eco nel lettore intelligente, attivo, disposto a esplorare e capire.

     * * *

    La scheda del libro: “Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni” di Elena Kostioukovitch (La nave di Teseo, 2026)

    Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni - copertina

    Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni è insieme un’autobiografia collettiva, un saggio sulla traduzione, un viaggio nel cuore creativo di Umberto Eco e uno sguardo sulle trasformazioni culturali e politiche degli ultimi decenni.
    Elena Kostioukovitch intreccia la propria esperienza di traduttrice con quella dei colleghi che hanno portato nelle diverse lingue straniere le opere dell’autore del Nome della rosa, a partire proprio dall’avventurosa storia di quello straordinario romanzo d’esordio: pubblicato in tutto il mondo ma osteggiato dal Partito comunista sovietico per le sue idee “relativiste”, fu tradotto di nascosto e pubblicato in Russia soltanto nel 1988, dopo le riforme di Gorbacev. Attraverso episodi inediti, fotografie, riflessioni sulle scelte traduttive e un’attenta ricostruzione dell’evoluzione tecnologica che ha cambiato per sempre il lavoro editoriale, questo volume ricostruisce il dialogo dei suoi traduttori con un Eco ironico, a volte maniacale sui testi, sempre profondamente umano. Ma è anche il racconto del confronto tra culture diverse, della censura che non risparmia nessuno e di una Russia che cambia – dalla rigidità sovietica alla fragile libertà, fino alle tensioni del presente – osservata attraverso lo sguardo di chi traduce un convinto europeista.

    Un libro che è un omaggio e una testimonianza diretta dell’officina creativa di un grande autore, e si aggiunge alle riflessioni raccolte da Eco stesso nel suo saggio Dire quasi la stessa cosa: un’esperienza di traduzione raccontata in prima persona da chi ha la missione di restituire un universo letterario nella sua interezza.

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    Elena Kostioukovitch è una scrittrice e traduttrice in italiano e in russo, nata in Ucraina a Kiev, laureata a Mosca e dal 1996 naturalizzata italiana. Ha pubblicato o curato più di trenta libri, molti dei quali in Russia. Tra questi, ha tradotto sette romanzi di Umberto Eco, numerosi libri di non fiction dedicati alla storia della cultura europea, antologie di autori italiani, monografie sulla storia dell’arte, e raccolte di poesie. Da diverso tempo, dissociandosi dal regime che si è installato in Russia, preferisce scrivere in italiano, lingua in cui ha pubblicato il romanzo Sette notti (2015). Nel 2000 ha fondato un’agenzia letteraria, Elkost Intl., che ha portato nel mondo autori russi (come Ludmila Ulitskaya, Guzel Yachina, Boris Akunin, Jurij M. Lotman) e ha pubblicato e promosso, anche per conto della ONG “Memorial” (premio Nobel per la Pace 2022), diversi reperti d’archivio che raccontano i misfatti del regime sovietico o riguardano la difesa dei diritti umani nella Russia contemporanea (come le lettere di Mikhail Khodorkovsky dalla prigione, 2008-2009). Ha vinto il premio Bancarella Cucina 2007 per il libro Perché agli italiani piace parlare del cibo (tradotto in 20 paesi), il premio Grinzane Cavour per la traduzione 2003 e il premio nazionale per la traduzione 2007 del Ministero dei Beni Culturali italiano. Ha insegnato in varie università del mondo, dalla Russia al Giappone all’Argentina, e alla Statale di Milano dal 2001 al 2017. Vive a Milano dal 1988. Presso La nave di Teseo ha pubblicato Nella mente di Vladimir Putin (2022) e Kyiv. Una fortezza sopra l’abisso (2025).

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  • MARCELLO FOIS VINCE IL PREMIO CAMPIELLO 2026

    MARCELLO FOIS VINCE IL PREMIO CAMPIELLO 2026

    MARCELLO FOIS VINCE LA 64^ EDIZIONE DEL PREMIO CAMPIELLO

    Marcello Fois si è aggiudicato il premio con il libro “L’immensa distrazione” (Giulio Einaudi Editore), che ha ottenuto 83 voti sui 282 inviati dalla Giuria dei Trecento Lettori Anonimi.

    [Leggi la recensione di Letteratitudine di “L’immensa distrazione” di Marcello Fois (Einaudi)]

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    Venezia, 3 ottobre 2026 – Marcello Fois, con il romanzo “L’immensa distrazione” (Giulio Einaudi Editore), vince la 64^ edizione del Premio Campiello, concorso di narrativa italiana contemporanea organizzato dalla Fondazione Il Campiello – Confindustria Veneto. Il libro vincitore, annunciato questa sera dal palco del Palazzo del Cinema del Lido di Venezia, per la prima volta sede della cerimonia finale, ha ottenuto 83 voti sui 282 inviati dalla Giuria dei Trecento Lettori Anonimi. (altro…)

  • SARA RATTARO con “Il vestito di mia madre” (Piemme) in radio a Letteratitudine

    SARA RATTARO con “Il vestito di mia madre” (Piemme) in radio a Letteratitudine

    SARA RATTARO con “Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista” (Piemme) ospite del programma radiofonico Letteratitudine trasmesso su RADIO POLIS (la radio delle buone notizie e del dialogo)

    In streaming e in podcast su Radio Polis. Il programma è anche trasmesso dalla Syndacation di emittenti in onde medie “OMItaliane” tra cui: Radio Pantelleria, Viva La Radio, Voglia di Radio, This Is Radio, Radio Garda, Radio Lago Trasimeno.

    trasmissione curata e condotta da: Massimo Maugeri

    regia, postproduzione e consulenza musicale: Federico Marin

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    Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista - Sara Rattaro - copertinaOspite della puntata: la scrittrice Sara Rattaro.

    Con Sara Rattaro abbiamo discusso del suo nuovo romanzo intitolato “Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista” (Piemme), nonché del suo ruolo di direttrice della collana di narrativa italiana di Morellini Editore

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    La scheda del libro: “Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista” di Sara Rattaro (Piemme)

    Firenze, 1938. Teresa ha diciassette anni quando, tra i banchi di scuola, si alza in piedi per contraddire un professore che difende le leggi razziali. In un’Italia che pretende silenzio, la sua voce è troppo libera per restare muta. Il prezzo è l’espulsione da tutti gli istituti del Regno. Ma Teresa non ha mai saputo piegarsi. Cresciuta accanto a un padre apertamente antifascista, in una famiglia già impegnata nella militanza, sceglie presto la lotta clandestina. Nella Resistenza diventa “Chicchi”: staffetta ribelle tra viaggi in treno, documenti nascosti nell’orlo della gonna e notti passate a stampare volantini proibiti. È così che scopre che la libertà non si eredita: si conquista. Dopo la Liberazione sarà la più giovane eletta all’Assemblea Costituente, e porterà nella nuova Italia la voce delle donne e di una generazione che ha scelto di non restare in silenzio. Una storia di coraggio, dissenso e fedeltà alle proprie idee senza compromessi. Con una scrittura calda e coinvolgente, Sara Rattaro ripercorre la vita di Teresa Mattei dall’infanzia al fuoco dei primi anni dell’età adulta, restituendo con sensibilità e attenzione il ritratto di una donna straordinaria e trasformando la sua esistenza in un grande romanzo.

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    Sara Rattaro è nata a Genova. Laureata in Biologia e in Scienze della comunicazione, è autrice di molti romanzi di successo, tradotti in nove lingue: Sulla sedia sbagliata, Niente è come te (Premio Bancarella 2015), Splendi più che puoi (Premio Rapallo Carige 2016), nonché di libri per ragazzi, editi da Mondadori. Per Sperling & Kupfer ha pubblicato L’amore addosso (Premio Letteraria 2018), Uomini che restano (Premio Cimitile 2018), Andiamo a vedere il giorno, La giusta distanza, Una felicità semplice, Un uso qualunque di te, Non volare via (Premio Città di Rieti 2014), Io sono Marie Curie e Due cuori in tempesta. Dirige la collana di narrativa italiana di Morellini Editore e la scuola di scrittura «La fabbrica delle storie».

    Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista - Sara Rattaro - copertina

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    trasmissione curata e condotta da: Massimo Maugeri

    regia, post produzione e consulenza musicale: Federico Marin

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  • PREMIO CAMPIELLO 2026: sabato 3 ottobre la finale

    PREMIO CAMPIELLO 2026: sabato 3 ottobre la finale
    PREMIO CAMPIELLO 2026 – SABATO 3 OTTOBRE LA FINALE AL PALAZZO DEL CINEMA DEL LIDO DI VENEZIA
    La serata sarà condotta da Alessio Viola e Arianna Porcelli Safonov. Ospite musicale Margherita Vicario, letture di Matteo Caccia. La cerimonia finale è realizzata in collaborazione con Sky e sarà trasmessa il 10 ottobre su Sky Arte, Sky Documentaries, in streaming su NOW e in chiaro su Cielo.
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    Venezia, 29 settembre 2026 – Sarà il Palazzo del Cinema del Lido di Venezia a ospitare, sabato 3 ottobre 2026 alle ore 18, la cerimonia conclusiva della 64ª edizione del Premio Campiello, il concorso di narrativa italiana contemporanea promosso e gestito dalla Fondazione Il Campiello – Confindustria Veneto.
    Per la prima volta nella storia del Premio, la serata finale si svolgerà nella prestigiosa sede del Palazzo del Cinema, uno dei luoghi simbolo della cultura e dello spettacolo veneziani: un incontro ideale tra letteratura e grande schermo, due linguaggi che da sempre si parlano. Un appuntamento che quest’anno si arricchisce della collaborazione con Sky, al fianco del Premio per la serata finale.
    Foto della cinquina di libri del Premio Campiello 2026
    A contendersi la “vera da pozzo”, simbolo del Premio, sono Ermanno Cavazzoni con Storia di un’amicizia (Quodlibet), Marcello Fois con L’immensa distrazione (Giulio Einaudi Editore), Valeria Parrella con La ragazzina (Giangiacomo Feltrinelli), Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (Giulio Einaudi Editore) ed Elena Varvello con La vita sempre (Ugo Guanda Editore).
    La cinquina è stata votata lo scorso 29 maggio dalla Giuria dei Letterati della 64ª edizione, presieduta da Roberto Cicutto, nell’Aula Magna Galileo Galilei di Palazzo del Bo dell’Università degli Studi di Padova, tra i 62 libri ammessi al concorso dal Comitato Tecnico e selezionati dalla Giuria.

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