Ottobre 3, 2022

26 thoughts on “SULLA PUBBLICAZIONE DI OPERE TEATRALI IN LINGUA ITALIANA (di Isabella Rinaldi)

  1. Secondo me questo bell’articolo di Isabella Rinaldi si presta molto bene per un dibattito a largo raggio sul teatro in Italia.
    Davvero il teatro è moribondo e interessa a pochi?
    Oppure è il teatro d’autore, quello “distante” dai grandi cartelloni a essere in sofferenza?
    Voi che ne pensate?

    Ps. Ora me ne torno a letto visto che sono febbricitante.

  2. prima di tutto, tanti auguri di pronta guarigione, massimo!

    sul teatro: a quanto mi consta, nelle librerie più fornite quando va bene c’è una sola colonna di testi teatrali (e altrettanto di critica!)
    quando voglio leggere teatro, mi tocca andare per bancarelle
    il vantaggio è che con le librerie dell’usato e le bancarelle si conoscono anche autori meravigliosi, come la mia recente “scoperta”, il signor jean claude briseville (le cui opere denotano una cultura sconfinata eppure sono di lettura godibilissima anche per i non addetti ai lavori)

    cordialmente,
    LS

  3. Per “tentare” di rispondere a Massimo (rispondo io visto che non so se sono qui presenti al momento persone delle mie parti ben più ferrate di me).

    Io vivo in una località minore delle Marche dove c’è uno di quei meravigliosi gioiellini che sono i piccoli Teatri storici periferici spuntati come funghi durante l’età d’oro del melodramma italiano. Da noi attualmente le compagnie teatrali, spesso dilettantistiche e di ispirazione comico-dialettale prolificano e si stanno conquistando un loro pubblico di affezionati. Non solo tra il cosiddetto”popolino”, ma anche tra intellettuali, artisti, e persone di ottima cultura tra cui qualche “straniero” sceso dal nord Europa per venire a vivere nelle nostre piccole isole felici. Il maestro ucraino-tedesco di fama internazionale Woldemar Nelsson, recentemente scomparso (nov. 2006) viveva per una parte dell’anno, in una nostra stupenda frazioncina-castello.
    Non so se anche nell’Ottocento o nei primi del Novecento era così, ma oggi vediamo correre il teatro su due binari separati: quello delle piccole realtà e quello delle medio-grandi città. Separati in molti sensi. Non solo nel percorso culturale e nel livello artistico, ma anche nel senso della “salute” mi pare che ci siano nette differenze. Direi che è del tutto comprensibile in fondo. E dipende molto da chi i Teatri li gestisce.

    Qui da noi, ovviamente siamo lontani dal grande teatro, lirico-classico o moderno o d’avanguardia o d’autore ecc. che, non so in quali condizioni, si può vedere nelle città.
    In Ancona lo storico “LE MUSE”, completamente ristrutturato (era stato semidistrutto dai bombardamenti aerei nel 1941), ha superato bene il comprensibile entusiasmo della “post-riapertura”, dovuto a molti decenni di “astinenza”, e ha comunque conservato finora un buon numero di appassionati stabili e può contare nel sostegno degli abbonati.
    A Senigallia, città medio-piccola, la storia del nuovo “LA FENICE” è simile a quella del capoluogo, ma la situazione mi pare più incerta. E non escludo che la sua fama di città balneare, le nuoccia più che giovarle. La sopravvivenza della cultura teatrale, recentemente rianimata, la cui esistenza (resistenza) è spesso legata alla presenza e alla sensibilità di uno zoccolo duro di appassionati, mi pare precaria.
    Iesi e Fabriano hanno bellissimi teatri di grande prestigio storico e culturale che campicchiano confidando anche nel “soccorso” di un pubblico racimolato anche qua e là nell’entroterra della Provincia di Ancona.

    Tuttavia in qualche caso, purtroppo raro, anche nelle nostre piccole o piccolissime città possiamo assistere ad un teatro di grande livello (giudizio di un non intenditore). Però in queste realtà, come per i libri, Tv, Cinema ecc. più il livello è alto e più la partecipazione e il successo sono bassi. Vorrà pur dire qualcosa?!
    Insomma, in generale, come sta il Teatro da noi? Non saprei dire. Bene? Male? Così così? So per certo che abbiamo passato, spero per sempre, periodi di gran lunga peggiori. E’ passata da noi la stagione dei garages-oratori di cui accenna Isabella Rinaldi? Non lo so, non me ne sono accorto. Sarà perché allora vivevo altrove? Ma ho mantenuto sempre i contatti con questa mia terra.
    Tutto sommato la nostra scarsa cultura teatrale ha una sua ragione. Abbiamo risentito dell’analfabetismo in tal senso delle istituzioni locali per lunghissimi anni. Ci daranno modo, soprattutto ai giovani, di recuperare e colmare le nostre lacune?
    Speriamo. In fondo dipende solo da noi!

  4. Cara Isabella, intanto grazie per gli auguri di pronta guarigione (in effetti ne ho bisogno, dato che mi sento piuttosto a pezzi).

    Ringrazio gli altri amici per gli interventi e in particolare Irnerio. Grazie Irnerio, hai espresso il tuo punto di vista in maniera analitica e molto precisa.
    Il dibattito rimane aperto!

  5. Faccio i complimenti ad Isabella per l’articolo, che è davvero molto bello.
    Però mi verrebbe da fare una domanda provocatoria e la rivolgerei proprio ai frequentatori di questo blog.
    Chi di voi – Isabella a parte – ha di recente cercato in giro pubblicazioni di opere teatrali senza trovarne?
    Non è che di opere teatrali non se ne pubblicano per il semplice fatto che manca la richiesta da parte dei lettori?

  6. grazie, elekra 🙂

    però io ci provo lo steso a rispondere: il teatro ha un linguaggio particolare, insomma, è più affine alla poseia che al saggio o alla narrativa

    i pezzi di teatro hanno anche una “durata” particolare

    e dunque sì, posto che c’è già poca gente che legge “libri normali”, ce n’è ancora meno che chiede qualcosa che sta fuori dai canoni tradizionali del libro

    però c’è

    nelle librerie di usato, dove arrivano, come scrivevo sopra, intere biblioteche, le opere teatrali vanno a ruba
    prova a chiedere a qualcuno, qualcosa che sia fuori catalogo: i prezzi sono altissimi e devi attendere mesi (anni?) prima di trovare una copia

    dunque, purtroppo leggere teatro è qualcosa cui non siamo educati, a scuola non lo propongono e nei rari casi di un docente illuminato, di solito il docente è anche petulante e noioso e allo studente tocca la parafrasi del testo (passerebbe la voglia a chiunque)

    ma se le case editrici pubblicassero più testi e meno critica, lo spazio nelle librerie sarebbe meglio “abitato”

    per una grande casa editrice (prendiamo l’einaudi, che è quella che pubblica più teatro, in italia) stampare un testo che magari vende poco ha un costo marginale (ripagato con un qualsiasi best seller) e un immenso ritorno di immagine

    quello che mi piacerebbe è che noi lettori diventassimo più curiosi, e cominciassimo anche a chiedere una buona qualità (ecco, non troppo buona, altrimenti a me non mi pubblicano più!) e ampia scelta
    dopo i primi risultati, secondo me si potrebbe creare un circolo virtuoso

    cordialmente,
    Isabella Rinaldi

  7. Pienamente d’accordo con Isabella.
    In effetti credo sia piuttosto facile trovare testi teatrali classici, come quelli di Goldoni e Pirandello.
    Un po’ meno facile è riuscire a trovare testi “meno classici”, almeno secondo me.
    Inoltre Isabella ha proprio ragione: è anche una questione di educazione alla lettura. E credo che al teatro una educazione in tal senso possa giovare molto.

  8. Si’, certo, il teatro avra’ un problema di visibilita’ letteraria; ma e’ ovvio che prima di tutto ha un problema di visibilita’ sul palcoscenico, un problema economico.

    Nonostatante lo ami molto, non sono un grande frequentatore del teatro “vero”, quello recitato, perche’ i prezzi sono davvero proibitivi. Se stasera volessi andare a vedere Eduardo al Piccolo di Milano, dovrei spendere minimo 23 Euro e 50 a persona; se ci voglio andare con la fidanzata/moglie, farebbero 47 Euro. Se volessi anche introdurre un figlio/nipote adolescente alle commedie di De Filippo, dovrei spendere oltre 70 Euro.

    Scusate se abbasso il discorso a questo livello, ma tutti noi viviamo in questo mondo, abbiamo uno stipendio, paghiamo un affitto. Insomma, questi prezzi non hanno senso, rendono il Teatro una forma d’arte e di spettacolo d’elite, la letteratura teatrale di nicchia.

    Certe volte penso che aveva ragione Woody Allen quando in “Io e Annie” diceva ad un amico attore hollywoodiano: “tu sei un artista, dovresti recitare Shakespeare in calzamaglia nel parco”.

  9. Perché non si scrivono opere teatrali?
    Ciò, purtroppo, è dovuto al fatto che non vengono richieste.
    L’allestimento di uno spettacolo è un lavoro lungo e faticoso per cui i registi preferiscono operare con autori di chiara fama.
    La morte del Teatro sarebbe una gravissima perdita. In esso si realizza come una complessa somma di azioni in cui il pubblico acquista un ruolo primario, non foss’altro per il suo diritto di giudicare, di applaudire, di fischiare, cioè di entrare in rapporto diretto con gli attori e con il testo. Il pubblico ha quindi nel teatro un ruolo attivo che è completamente
    assente nelle rappresentazioni mediate come nel cinema e nella televisione.
    Se si volesse tracciare una sommaria storia del Teatro occorrerebbe scrivere un lungo saggio; partire cioè dal Teatro greco per arrivare ai giorni nostri.
    Limitandoci ai tempi più recenti si possono solo dare dei” campioni” diversi di linguaggio. Pirandello porta fino ai limiti dell’assurdo il Teatro “verosimile” della tradizione ottocentesca. Shaw ironizza sui temi classici; Brecht e Beckett rappresentano forme di Teatro d’avanguardia: Nel primo vi è la volontà di educare le masse in senso politico usando il Teatro come strumento di propaganda e riflessione sulla storia, il secondo scrive
    testi quasi rivoluzionari dove le parole vengono sostituite da gesti, da simboli. La comicità del grande Autore-Attore Eduardo De Filippo richiama modelli di Teatro popolare dialettale napoletano, e comunica facilmente con il pubblico grazie al realismo ereditato dalla commedia ottocentesca. Però, a differenza di molte farse popolari dibatte problemi seri legati alla condizione umana, ai rapporti familiari. De Filippo è un esempio di comunicazione chiara e globale, unita alla ricchezza culturale, dove molto spesso, nell’avanguardia c’è un messaggio culturale che non si riesce a trasmettere ad un vasto pubblico per eccesso di intellettualismo come nel caso di Ionesco.
    Purtroppo credo che oggi, l’unica via per chi vuole cimentarsi in questa importante e difficile arte, avvalendosi di giovani Autori, sia l’autofinanziamento.

    Cari saluti

    Maria Luisa Papini Pedroni

  10. Isabella Rinaldi:”leggere teatro è qualcosa cui non siamo educati”. Sì, questa è la ragione principale. Il teatro come l’arte contemporanea, sono completamente assenti dai “palinsesti” scolastici . Ma la colpa è un po’ di tutti, perché la scuola è vissuta da chi opera nel teatro come risorsa sicura per le proprie entrate; e così è per l’arte. Le scuole vengono coinvolte in programmi di sensibilizzazione che , sostanzialmente si traducono in partecipazione agli spettacoli e visite guidate alle mostre-evento, organizzate dalle amministrazioni. Le opere teatrali non si leggono e non si studiano… E poi, vogliamo parlare anche degli spettatori, di chi frequenta i teatri? sono in stragrande maggioranza donne. L’ottanta per cento del pubblico è femminile: soprattutto insegnanti. Sono migliaia, le persone che ogni anno, da noi, si spostano per visitare mostre e andare a teatro. Ma più che un’azione culturale , sembra una grande operazione turistica ben riuscita. Meglio che niente. Serve aiuto, ma non penso che un intervento degli editori, possa cambiare le cose. Io credo che la televisione sia il mezzo giusto per una campagna di sensibilizzazione. Considerando la predisposizione del pubblico ad ascolatre le parole ( penso ai molti programmi parlati),perché non proporre stagioni teatrali per il grande pubblico? Si aprirebbero nuove vie, nuovi interessi. Nascerebbero nuovi bisogni, un terreno fertile…

  11. Innazìtutto, cara Isabella, spicciati a pubblicare un altro libro, perché scrivi troppo bene!

    Per quanto riguarda il dibattito, io trovo che nelle librerie ci sia un esubero dei testi di critica teatrale rispetto alle opere in sé.
    Ritengo che questo atteggiamento sia profondamente sbagliato, perché toglie spazio proprio alle opere, che comunque comunicano benissimo da sé, e sgomentano chi, magari, vorrebbe appgrocciarsi a questo genere letterario.

    Sergio Rilletti

  12. Ho letto con grande interesse il post di Isabella Rinaldi, dal momento che anche io sono un’estimatrice di Tardieu, ingiustamente dimenticato.
    Invece non ho trovato molto carino il riferimento a Cento colpi di spazzola.
    Se l’Italia contemporanea è una nazione in crisi, cinica e senza valori, la colpa è di certe forze macroeconomiche che ne hanno smantellato gli equilibri sociali e culturali: il capitalismo anarcoide, la globalizzazione, la scomparsa dei vecchi partiti di massa a causa del crollo dell’Urss, l’immigrazione.
    La letteratura rispecchia il Paese, non lo fa. Anzichè chiamare in causa Melissa P, occupiamoci dei media-spazzatura, della crisi della famiglia tradizionale, della commercializzazione totalitaria e onnicomprensiva.
    Melissa P. ha venduto un milione di copie solo perchè c’è un milione di lettori che ha voluto leggere il suo romanzo. Non viceversa. La domanda piuttosto è:
    di chi è figlio questo milione di lettori ?
    Forse il terrificante appetito erotico della protagonista di “100 colpi…” è la spia di un cambiamento epocale della psiche e della sessualità delle nuove generazioni. Basta leggersi il Venerdì di questa settimana per averne la conferma: a pag. 72 un articolo molto interessante sulla Pubertà precoce.
    Non liquidiamo la letteratura cd bassa con troppa facilità.

  13. cara luana,
    sono felicissima di aver trovato un’altra amante di tardieu
    ne hai un’edizione?
    se sì, sei fortunata (e in questo momento, da me molto invidiata)

    sui cento colpi di spazzola: come tutti i grandi-immensi successi editoriali, ero diffidente
    (mi era successo anche con VA’ DOVE TI PORTA IL CUORE, poi però letto-divorato e anche apprezzato, molto)
    dopo diversi mesi che ne parlavano tutti, ho ceduto e l’ho letto
    e che ti devo dire? è di una pochezza spaventosa

    e non per i contenuti, al contrario
    per comeè scritto
    per la sciatteria, la superficialità

    i lettori sono figli dell’ignoranza
    chi riesce a leggere un libro così brutto difficilmente ama la propria lingua
    difficilmente ha mai letto altro

    mentre sfogliavo le paginette, che tutto sommato raccontavano di un’adolescenza come tante, cresceva dentro di me questa tristezza per gli altri lettori
    per chi lo ha comprato (io no, l’ho ricevuto in eredità)
    per chi l’ha apprezzato
    per chi l’ha usato per solleticare una fantasia erotica impigrita

    invece non ho capito che c’entra con la scarsa qualità di alcuni libri quello che chiami CAPITALISMO ANARCOIDE (urka, che parole difficili!), la globalizzazione (che c’entra con un libro che si svolge nella provincia italiana?), e ancora di più mi risulta ostica la comprensione della caduta del muro con una signorina che racconta le sue esperienze erotiche, senza aver prima studiato correttamente lo strumento espressivo (il linguaggio, insomma: grammatica, SINTASSI… le cose delle medie)

    chiedo lumi
    cordialmente,
    rinaldi

  14. E’ proprio vero, come scrive giustamente, Isabella Rinaldi che il teatro di prosa si legge poco.Sarebbe anche bello poterlo vedere in tivù assai di più e soprattutto ad orari non impossibili (per non dire, vergognosi). Stessa sorte per il teatro musicale che chi scrive adora sin da bambino. Una bella notizia però c’è, l’ho letta su “Repubblica” di oggi: pare davvero che i reality, tipo isola dei famosi, abbiano le ore contate. almeno in Rai. E allora diamoci dentro, proponendo magari al loro posto tanto bel teatro di prosa e musicale. “Palcoscenico” che va di solito in onda su Raidue a notte fonda può essere trasmesso anche alle 21.30 di un giorno feriale. Perchè no? Che ne dite? Un caro saluto a Isabella, Miriam e a Massimo: va meglio oggi con la febbre?

  15. quando ero piccola, il venerdì sera c’era sempre il teatro, in tv (è così che ho imparato ad amarlo, è così che ho imparato il napoletano, ingua della mia famiglia, ma mai parlata in casa, è coì che mi sono appassionata -e spaventata – per le storie di shakespeare: senza nessuna fatica, l’amore per il teator mi è venuto naturalmente…)
    ora non so come sia la situazione
    temo di no, che il teatro appaia poco
    ma mi rifiuto di trovare la conferma ai miei timori

    cordialmente,
    rinaldi

  16. Grazie Alessandro, va un po’ meglio ma l’influenza deve fare il suo decorso…

    Mi viene in mente un’altra considerazione che potrebbe contribuire al dibattito… ho l’impressione che ultimamente i grossi spettacoli teatrali, quelli che girano per il Paese con successo, per garantirsi il pienone, “assoldino” spesso attori resi celebri dalla televisione.

    I grossi problemi, a mio avviso, gravano sulle spalle del piccolo teatro d’autore (quello piccolo, ma di qualità) che spesso stenta a sopravvivere.

  17. Cara Isabella,
    innanzitutto mi spiace per la cripticità del precedente post.
    Il problema è: di chi sono figli i lettori dei tanti cattivi libri in circolazione ?
    Dell’ignoranza, rispondi tu, e giustamente.
    Ma dal momento che solo Dio è incausato, qual è la causa di tanta ignoranza ?
    A mio parere, più di una.
    Il capitalismo anarcoide, cioè un sistema economico senza freni, che cerca il profitto in tutte le cose, e che giustifica l’esistenza delle stesse proprio in ragione del profitto che
    esse generano. In altre parole: una cosa (può essere un libro, una canzone, un particolare formaggio) serve, ed è legittimata ad esistere, solo se fa guadagnare.
    Altrimenti è destinata a perire.
    Ecco perché Tardieu non viene ripubblicato, e tanti cattivi autori sì. Una persona normale che si avventura in una libreria ordinaria non troverà Tardieu, ma pile e pile di romanzetti, ampiamente reclamizzati e propagandati. Infatti la pubblicità costa, e dunque la si fa solo per i libri che venderanno. E i giornali e le televisioni, chissà perché, si occupano soprattutto di questi ultimi…
    Inoltre il capitalismo anarcoide ha un altro, tragico effetto: abitua all’appagamento immediato dei sensi e degli istinti. Invece per nutrire la mente è necessaria calma, concentrazione, tempo, istruzione.
    Il capitalismo anarcoide, in questo Paese, sta spazzando via la scuola e le università (a
    che serve studiare il greco o Tardieu ? meglio le tre i !), le industrie (occupiamoci tutti di finanza o marketing !), la piccola distribuzione (della serie: librerie vs bookstores e supermercati). Conta solo il business.
    Ma la cultura non è business. O almeno non è soltanto quello.
    E ci colleghiamo alla globalizzazione: essa diffonde un monopensiero interessato solo al business (perché altrimenti vieni delocalizzato) e impone una cultura a noi estranea.
    Nel dopoguerra la letteratura americana era Hemingway e Steinbeck, oggi siamo sommersi da thriller, spy-story, horror, fantasy ecc, spesso mediocri e superficiali.
    In molti casi il loro unico punto di forza è il cognome anglosassone dell’autore.
    Il crollo del Muro ha significato anche il crollo di un’ideologia (a mio avviso sbagliata) che però obbligava noi occidentali ad uno sforzo intellettuale e morale, oltre che economico e militare. Ci costringeva a fare i conti con noi stessi, con ciò che la nostra civiltà voleva essere (oggi, invece, il confronto è tra Guantanamo e l’11 settembre).
    Questi tre fattori, combinati tra loro, hanno condotto alla crisi della cultura italiana.
    I grandi partiti (Dc, Psi e Pci in primis) sono scomparsi, lasciando il posto a partiti di plastica, leader carismatici, gruppuscoli che si scindono come batteri.
    Il confronto Dc-Pci-Psi, per quanto aspro, produceva idee, dibattito, innovazione, cambiamento. Ha creato cultura.
    I partiti contemporanei, a destra come a sinistra, campano di sondaggi, immagine, spin-doctor (un altro parolone). Anziché cultura, generano marketing e spot.
    La grande industria scompare, o si affida al marchio (non a caso il settore che più tira è quello della moda, delle grandi griffe). La famiglia traballa, i genitori sono così impegnati a far schei (o sfondare il lunario) da trascurare i figli (non materialmente, sia chiaro, ma spiritualmente). I media, all’inseguimento di autidel e spot, trascurano i contenuti, e riempiono i palinsesti di scemenze che hanno il solo pregio di attirare autidel e spot.
    La scuola, senza fondi e ignorata (o vilipesa) dalla politica e dalla società, rovina.
    La Cultura si rifugia nei pochi fortilizi rimasti: qualche università, qualche editore, qualche giornale, qualche teatro, qualche blog, qualche individuo.
    Ecco perché ci sono tanti cattivi lettori: perché la scuola non riesce più a insegnare, la famiglia ad educare, i media a informare, i partiti ad orientare.
    Conta solo il profitto, l’immagine, l’affermazione sociale !!!
    E Melissa P., nonostante sintassi e grammatica, ci evidenzia il travaglio delle nuove generazioni.
    Il Venerdì di questa settimana, infatti, dedica un articolo alla Pubertà precoce. Panorama titola: Sesso a dodici anni, o qualcosa del genere.
    Ecco perché è utile leggere anche Melissa P. A suo modo, ha precorso i tempi.
    Un caro saluto

    Luana Modini

  18. cara Luana, la tua disamina è interessante. c’è del vero – purtroppo – in quello che dici. bisogna dartene atto.
    tuttavia occorre fare qualche precisazione.
    1) per quanto concerne la letteratura americana, se tra le due guerre e nel secondo dopoguerra (e anche allora, bada bene, si vendevano e si leggevano romanzetti scadenti) figuravano i signori Hemingway e Steinbeck, oggi figurano i signori Roth e DeLillo (e posso farti anche altri nomi).
    2) per quanto concerne “pubertà precoce” e “sesso a dodici anni” potrei avanzare la seguente considerazione: mai sentito parlare di Lolita? lì c’è sesso e pubertà precoce, ma anche un’altissima qualità letteraria.

  19. @luana: concordo sul fatto che un libro che non fa guadagnare sia destinato a rimanere inedito, ma le grandi case editrici si possono permettere di pubblicare anche autori che vendono poco, destinati a un pubblico ristretto, ma che tutto sommato è quello che bazzica le librerie

    non so da dove scrivi, cara luana, ma qui a milano le librerie sono sempre strapiene, se ci vai il sabato o la domenica è tutto un ‘permesso-scusi’ che nemmeno il primo fine settimana di saldi
    e se osservi alla cassa la gente in coda, vedi che non comprano solo spazzatura

    quello che tu chiami capitalismo anarcoide, è il sistema economico che ci garantisce di non fare le file nei negozi per il pane, che ci permette un’ampia scelta, che fa andare avanti la nostra vita sui binari tranquilli del benessere diffuso, quello che garantisce un’ampia libertà di scelta ai consumatori
    sinceramente, a me piace
    non vorrei vivere in un posto dove, per collegarmi all’articolo di oggi di gordiano lupi, non ci si possono permettere i libri e c’è una censura così forte

    la scuola va male, perché governare un popolo ignorante è più facile che governarne uno educato a pensare
    le tre I, te lo dico con cognizione di causa, perché ho un figlio che va ancora alla scuola dell’obbligo, non esistono proprio

    mio figlio internet ce l’ha qui a casa, e ha il permesso di navigare solo con me
    e ha imparato a usare il computer con me
    e se gli si chiede DID YOU SLEEP WELL?, risponde I’M TEN (è successo così con una signora tedesca, una mattina, in albergo, a colazione)

    dunque, le tre I non ci sono, e la cultura nemmeno

    tutto grava sulle famiglie, ma va bene anche così, fidati
    sembra triste, ma quando mai è stato meglio, sia per la cultura, sia per il resto?

    tornando a terdieu, giusto per chiudere in bellezza, io sia tu sia io lo abbiamo conosciuto, amato, e, almeno per quanto mi riguarda, sono entrata in posssso di una copia delle sue opere, in francese, e è magnifico che io possa leggere anche il francese (corsi comunali, quindici anni fa) e che io possa viaggiare abbastanza da oltrepassare il confine e spulciare anche le librerie di altri paesi

    e se ho voglia di shopping sfrenato, grazie al capitalismo anarcoide, ci sono i voli low cost, e con 80 euro tasse incluse, volo a londra A/R e mi compro tutti i libri che voglio nel fine settimana (usati, per carità, che lì hanno prezzi davvero troppo alti!)

    trovi davvero che oggi si stia così male?

    io parlavo male di melissa P, che è scritto pessimamente, a mio avviso, ma poi, a ripensarci… tra i tanti che l’hanno letto, ci deve essere un’alta percentuale di gente che altro non legge
    ehi, allora il signor elido fazi ha fatto il miracolo: ha fatto mettere piede a tanti analfabeti di ritorno in una libreria!
    è tutto merito del capitaliso anarcoide!
    lui l’ha fatto per fare soldi (e c’è riuscito) e noi, che stiamo qui a fare gli intellettuali, abbiamo tirato dalla nostra parte qualcuno, strappandolo alle ballerine di domenica in

    cordialmente,
    isabella rinaldi

  20. Cara Isabella,
    tutto è bene quel che finisce bene, dunque.
    Sia io che te frequentiamo assiduamente le librerie (io scrivo da vicenza) ma lasciamo la statistica agli esperti: presso il sito del ministero esteri (http://www.esteri.it/ita/7_43_98.asp) scopriamo che solo il 38% degli italiani leggono almeno un libro l’anno, contro il 70% degli altri paesi europei. E di questo 38%, quanti leggono solo il Codice o roba simile ?
    Riguardo al capitalismo anarcoide, non cadiamo nel qualunquismo per cortesia: tra l’ultraliberismo e il capitalismo sociale della Germania o dei paesi scandinavi c’è una bella differenza ! Lasciamo perdere Cuba, che è un gulag caraibico, e guardiamo alla Danimarca…
    Basta leggersi l’Economist (The rising sun leaves some Japanese in the shade, 15 giugno 06)
    per scoprire che secondo l’indice di Gini l’Italia è uno dei paesi con più diseguaglianza in Occidente (sopra di noi solo gli Stati Uniti), meglio di noi fanno Inghilterra, Giappone, Australia, Germania, Francia, Svizzera, Olanda, Svezia e Danimarca (e mi pare che in Olanda o in Francia non ci siano code per il pane…)
    La scuola funziona male, ma non tutte le famiglie hanno la fortuna di una mamma laureata che conosce Tardieu come te… Per molti ragazzi, e io ho ventidue anni quindi parlo con cognizione di causa, non è così. Le scuole sono purtroppo l’unico posto dove troveranno un po’ di cultura.
    Per quanto riguarda i voli lowcost, sono comodi certo, ma non esageriamo con le sperticate lodi: questi aerei inquinano, e molto. Negli ultimi anni i voli low cost hanno notevolmente accresciuto l’emissione di CO2 in Europa, e proprio in Inghilterra, dove c’è una maggiore sensibilità ecologica, stanno pensando a delle nuove tasse su questi voli.
    Riguardo allo sfrenato shopping, io mi ci dedico come te, ma a Padova, Venezia o Verona, che raggiungo con il treno, un regionale 🙂 Lì trovo un sacco di libri usati…
    Non confondere la tua situazione personale con quella della maggioranza degli italiani:
    stiamo peggio, non parlo solo dei pensionati o dei tanti giovani precari (come me), ma
    di operai, impiegati, perfino imprenditori.
    Il nostro potere d’acquisto è tra i più bassi d’Europa, e l’inflazione ci divora (www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/altrenotizie/visualizza_new.html_2135194198.html).
    I tanti analfabeti di ritorno sono figli di un Italia con molte diseguaglianze, molta incertezza, poca istruzione, poca tv di qualità, tanto materialismo.
    Quanto a Cento colpi, continui a ignorare il valore dell’opera in sé: essa ci segnala un cambiamento generazionale che, per quanto non apprezzabile, non è da sottovalutare.
    Un caro saluto

    Luana Modini

  21. Ho letto con molto interesse l’articolo di Isabella Rinaldi e trovo, finalmente, modo di poter digredire nuovamente su questo problema importante in ambito culturale. Sono un’estimatrice dell’Arte, (nelle sue varie forme e nei suoi vari generi: teatrale, figurativo etc.). Quando ne ho la possibilità mi dedico alla cura di mostre e collaboro nella creazione di vari eventi culturali. Da tempo, si dice, il Teatro italiano è in crisi; le cause di tale condizione sono di certo legate anche alla debole, se non assente, richiesta degli stessi fruitori (così come si è accennato nei post precedenti). Mi riferisco prima di tutto al vuoto di certe sale teatrali e al ristretto numero degli spettacoli che figurano sui cartelloni esposti presso le varie città. Il mio sguardo, innanzitutto, è rivolto alle realtà teatrali delle città siciliane, in particolar modo a Catania (dove vivo). Fino ad alcuni anni fa, nonostante, la mancanza di equità tra le varie strutture teatrali (supportate, o meno, dall’amministrazione comunale, provinciale, regionale), si poteva ancora effettuare una scelta: chi voleva andare a vedere un’opera teatrale sapeva di poter usufruire di un ampio ventaglio di scelte. Da qualche anno il cosiddetto “teatro d’élite” (e qui si dovrebbe aprire un dibattito lunghissimo) è stato sempre più oscurato, trascurato fino al punto da dover arrivare ad una scelta ‘auto-soppressiva’ (permettetemi l’uso di questo termine). Compagnie teatrali pluriennali, con anni di esperienze, competenze, confronti ed impegno, hanno dovuto chiudere la propria attività per mancanza di ‘sostentamento e, quindi di autonomia, nel proprio lavoro artistico. Gruppi teatrali con a capo rinomati nomi di autori di testi drammaturgici hanno dovuto appendere al chiodo il loro progetto culturale che non si limitava solo alla creazione di spettacoli da esporre negli appositi cartelloni annuali ma guardava molto più in là, nel momento in cui dava vita ad un elaborato lavoro comunicativo tra operatori teatrali, critici e spettatori. Si assisteva allo spettacolo (in genere messe in scene che prendevano spunto da testi legati ad eventi sociali come la strage di Genova, o la luttuosa processione politico-sociale de playa de majo in Argentina) e si poteva anche partecipare ad un laboratorio di critica teatrale, grazie alla collaborazione delle università e si attuavano dei confronti importanti tra le varie categorie presenti. E’ stato il caso del gruppo IARBA, costituito da Nino Romeo e Graziana Maniscalco, fautore di un ampio progetto che non si è poi più ripetuto in tutta la Sicilia. (a tal proposito ho anche effettuato un’intervista che può essere letta in http://www.astrattifurori.it , “Catania e l’opera da tre soldi”.). La giustificazione degli enti è quella della natura autonoma di tale iniziative, che essendo caratterizzate dall’elemento privato non sono necessariamente di competenza degli stessi. Su questo discorso si dovrebbe aprire un’altra parentesi, nel momento in cui ciò che è privato non è necessariamente estraneo a quelle istituzioni che dovrebbero garantire un certo tenore culturale nella città in cui operano.

    Per quanto riguarda la qualità del teatro oggi vigente nel nostro paese, anche qui bisogna considerare il termine “élite” e lo sottolineo con rammarico. Posso dire che nella città di Catania qualcosa ancora riesce a sopravvivere, in termini di qualità: il Piccolo Teatro, ad esempio , dove ancora è possibile vedere forme sperimentali e ‘rivisitazioni’ innovative e altamente professionali e intellettuali di testi teatrali classici. Così com’è anche la serie di spettacoli ideati e curati da altri registi che, purtroppo, non sistematicamente possono usufruire di ampi spazi e strutture per poter portare avanti il loro Teatro. Così come dice, con tono comprensibilmente risoluto, Gianni Salvo “Non esistono i vari tipi di teatro, esiste il TEATRO, uno solo. Possiamo poi solo trovare varie forme di mero e volgare “intrattenimento” (su http://www.loschiaffo.net si trova l’intervista a quest’altro regista)… In tal senso questo concetto si sposa con quello della cultura dei Cento colpi di spazzola, che purtroppo sta sempre più dilagando. Finiremo sommersi? Mi auguro di no.

  22. Gentile Isabella Rinaldi,prima credo di aver sbagliato ad inviare una richiesta di informazioni, in realtà apparso su un’altra sezione del sito. Conosco poco di Tardieu, mi riprometto di stusiarlo. In particolare, però, cerco un testo che ho ascoltato tanto tempo fa in versione radiofonica, divertentissimo, credo si chiamasse IL PAESE DEI LENTI E DEI VELOCI; se questo è il titolo tradotto originale (in italiano) potrebbe indicarmi in quale raccolta o pubblicazione trovarlo? grazie , Lucia Viglianti

  23. I testi, siano essi italiani o stranieri, generalmente, prima di essere rappresentati, dovrebbero essere conosciuti e letti; se essi rispondono a determinati requisiti, potrebbero essere rappresentati. Lo scrittore di cui stiamo parlando per molti di noi è un illustre sconosciuto non solo, e noi apparteniamo ad una compagnia amatoriale che per procurarsi un testo appetibile deve fare salti mortali barcamenandosi fra le varie compagnie che lo hanno rappresentato, figurarsi poi se il testo è francese. Se chi mi legge ha a disposizione dei testi di autori stranieri (Jean Tardieu) già tradotti in italiano e può inviarmeli a 1/2 e-mail noi (uso il noi intendendo gli appartenenti alla Compagnia9 saremmo ben lieti di rappresentarlo se esso risponde a determinati requisiti. Grazie e saluti Enzo

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