Settembre 27, 2022

22 thoughts on “OMAGGIO A BERGMAN E ANTONIONI (di Gabriele Montemagno)

  1. Accolgo con piacere l’invito di Gabriele Montemagno e lo rilancio.
    Lasciate un omaggio a Bergman e ad Antonioni… in qualunque forma (pensieri, citazioni, commenti sui loro film, film preferiti, ecc.),
    I Cicerone (ma non solo loro), se vogliono, sono invitati a segnalare e riportare articoli e altro materiale.
    Coraggio!!!

  2. Se riesci a raccontare un sogno, sei Bergman; se riesci a raccontare un’inquietudine sei Antonioni.

  3. Caro Massimo, la grande ammirazione per questi gloriosi personaggi
    scomparsi è ricordare i mezzi l’effetto di cui si sono artisticamente
    presentati con dei film distribuiti a tutte le categorie.

    applausi caterina

  4. caro Massimo, dedico un sogno a Bergman .

    appuntamento a Venezia

    Venezia
    soave mistero,
    quali dolci carezze e promesse
    regalasti a innamorati.

    naviga

    pensiero
    arriva a visitarti,
    sospira sul ponte:
    si commuove.

    Arte sollecita applausi;
    luoghi,
    fantasie
    si rinnovano in te
    Venezia, signora delle signore.

    Piazza San Marco,

    il tempo che si ferma,
    non descrivo niente,
    sembrerebbe finto.

    Rimani e la folla accogli:
    dei pellegrini in paradiso.

  5. Be’, quando muore un regista o uno scrittore la domanda è spontanea: chi c’è dopo?
    E la risposta è oggi sconfortante in entrambi i casi: nessuno che si conosca.

  6. Anch’io, sul mio blog, ho reso un piccolo omaggio ad Antonioni. Un omaggio fatto solo di immagini, senza testo. Perché Antonioni era il regista che con le immagini e il silenzio riusciva a comunicare l’incomunicabile.

  7. Bergman era un maestro inarrivabile. Ricordo con struggente emozione IL POSTO DELLE FRAGOLE e anche IL SETTIMO SIGILLO (che mi ispirò un raccontino intitolato GLI SCACCHI DELLA VITA). Antonioni ha alternato cose ottime ad altre meno. Ricordo come diresse TOMAS MILIAN nel bellissimo LA LUNA. Ho amato meno altri lavori come BLOW UP…
    Senza nulla togliere a due grandi registi, mi chiedo soltanto perchè quando ci lasciano uomini che hanno dato tanto al cinema popolare come LUCIO FULCI, ARISTIDE MASSACCESI, MARIO BAVA e pochi giorni fa pure BRUNO MATTEI (regista che non ho mai amato) nessuno ne parla. Non mi pare giusto. Tutto qui.

    Gordiano Lupi
    http://www.infol.it/lupi

  8. Saremo tutti un po’ più soli. Orfani di quell’immaginario unico, anzi doppio.

    Anche Gordiano ha ragione. C’è chi riesce a dare tantissimo a molti e chi riesce a dare moltissimo a pochi. Lo scarto di visuale di questi uomini e donne andrebbe comunque ricordato.
    un saluto
    Elisabetta Bucciarelli

  9. Non so se condividere tutti i vostri entusiasmi. Alcuni artisti sono baciati dalla fortuna con rumore. I film di Antonioni sono belli ma datati, molto datati. Oggi mi sono rivista Zabriskie point e tanto per restare negli anni, ho anche riguardato Teorema di Pasolini. Intenti comunicativi e didascalici così evidenti, oggi non li sopporteremmo più. Sono opere impure e prepotenti, come quegli anni. Sono lavori destinati all’oblio. Quando saremo molto vecchi, riguarderemo ancora con stupore Metropolis, che ci affascinerà per il suo arcaismo e sarà ancora capace di sorprenderci e intenerirci perché il linguaggio è poetico; l’uomo e le macchine, l’amore e la follia. Questi, eppur importanti film, ci ricorderanno solo un periodo della nostra vita.
    Su Bergman invece, non riesco a dimenticare un pomeriggio di molti anni fa…quando a 16 anni, e per la prima volta, vidi un suo film: La vergogna, film sulla guerra. Tremendo, assurdo, lungo, lunghissimo …mi addormentai. In seguito vidi tutti gli altri, partecipando, alla fine di ogni visione, al dibattito. Il Cineforum non era un blog, ma un luogo con molte persone attente (più o meno) e preparate da giorni a disquisire su ogni singolo fotogramma. Bisognava intervenire, una sottomissione indispensabile per entrare nel circuito culturale dei sapienti del paese. Fu in una di quelle sere che anch’io parlai, per la prima volta in pubblico. Si commentava Il settimo sigillo, dissi delle stupidate tremende, ma tenni il microfono per più di dieci minuti.

  10. Due grandi registi, indubbiamente, ma da tempo non più in attività. Per loro, il ciclo artistico si è chiuso molto tempo fa, perchè non avevano più nulla da dire, perchè il cinema come arte e spettacolo è cambiato e sembra che non cia più posto per le grandi pellicole esistenziali, che si interrogano sui fondamenti e sui misteri della vita. Antonioni, in perenne sperimentazione, ha alternato eccellenti pellicole ad altre meno riuscite. In Bergmam c’è più continuità e penso che film come Il settimo sigillo, Il posto delle fragole, La fontana della vergine e il volto resteranno esempi di alta cinematografia.
    Per una stranezza del destino ci hanno lasciato lo stesso giorno e la loro morte ha il sapore di un commiato della spiritualità, che entrambi, ma soprattutto Bergman, sapevano così bene esprimere.

  11. Grazie per i vostri splendidi commenti (un grazie particolare a Caterina, per la poesia).
    Sono d’accordo con l’annotazione di Gordiano che però vale non solo per il cinema. In qualunque campo dell’arte – dalla musica alla scrittura, dalla pittura alla scultura, dal cinema al teatro, dalla televisione allo sport e così via – (ma direi, più in generale, in qualunque campo dell’attività umana) ci sono stati, ci sono e ci saranno i divi, gli antidivi e i carneadi. A parità di bravura… i divi sono osannati e supercelebrati, degli antidivi se ne parla con moderazione, ai carneadi non si dedica una parola. È ovvio che in una società come la nostra – moderna, globalizzata e massmediatica – il “gap” che separa il divo dal carneade è molto “significativo”.
    Ma così è. E c’è poco da fare, se non – nel nostro piccolo – sforzarci di dar spazio agli antidivi (per es. Gordiano ha parlato di Bava nella sua rubrica “Controstorie”) e tentare di rendere meno ignoti i carneadi talentuosi.

  12. Ho integrato il post con due video pescati da youtube. Il primo è dedicato a Ingmar Bergman, il secondo a Michelangelo Antonioni. Vi consiglio di vederli, sono piuttosto interessanti (fatemi sapere!).

  13. Non posso dire di conoscere benissimo né Bergman, né Antonioni. In ogni caso credo sia stato giusto ricordarli. Sulla questione “divi, antidivi, carneadi” ci sarebbe tanto da dire e da scrivere. Forse poteva costituire un occasione di dibattito in un apposito post. In generale sono d’accordo con Massimo. I divi, gli antidivi e i carneadi ci sono sempre stati e sempre ci saranno.
    Smile

  14. caro Massimo, ringrazio per la tua ospitalità ….avvenimento speciale
    la poesia appuntamento a Venezia a Bergman coincide con il nome
    caterina e nel frattempo a Locarno si fa omaggio a Bergman e a Antonioni
    durante il festival del film.

    Vorrei leggere un tuo parere, cari saluti. caterina

  15. Motivi familiari mi hanno costretta, per qualche tempo, lontana dal computer.
    Rieccomi con:”IN RICORDO DI IGMAN BERGMAN”.
    Regista svedese, uno dei massimi della storia del cinema. Iniziò come regista teatrale, attività che non abbandonò mai anche se la sua fama internazionale è legata soprattutto al cinema.

    Non è esatto, come comunemente si crede, che BERGMAN abbia creato soltanto film cupi e di difficile comprensione: alcuni sono fantastici e satirici pieni di ironia come SORRISI DI UNA NOTTE D’ESTATE 1955; A
    PROPOSITO DI TUTTE QUESTE SIGNORE 1964.

    Tuttavia i temi affrontati (l’esistenza di Dio, la solitudine dell’uomo, l’incertezza del nostro mondo su cui grava spesso l’ombra di una guerra sterminatrice) sono tali da portare spesso i film di BERGMAN verso atmosfere e amienti tragici descritti con grande arte e attraverso un uso di simboli. Perciò per capire BERGMAN occorre una non comune maturità. I tre capolavori: IL SETTIMO SIGILLO, IL POSTO DELLE FRAGOLE, IL SILENZIO,
    affascinano per il loro sfondo un po’ misterioso.

    Maria Luisa Papini Pedroni

  16. IN RICORDO DI MICHELANGELO ANTONIONI

    E’ stato uno dei registi più importanti del cinema; considerato uno dei maestri del cinema europeo del dopoguerra per aver saputo esprimere attraverso immagini il senso di solitudine e di isolamento dell’uomo moderno, ridotto a non poter comunicare con i suoi simili o in crisi perché i suoi simili non lo capiscono.

    E’ stato un autore spesso difficile e oscuro perché si esprimeva con simboli e raccontava in modo distaccato mai emozionante.

    Tra i suoi film vanno ricordati, oltre ai primissimi CRONACA DI UN AMORE 195O; LE AMICHE 1955 tratto da un romnzo di Cesare Pavese; IL GRIDO storia di un operaio sullo sfondo del delta padano.

    La trilogia: L’AVVENTURA; LA NOTTE; L’ECLISSE 1960/1962.

    BLOW-UP 1967 ambientato a Londra nel mondo dei fotografi, storia “gialla” in cui si narra il contrasto tra ciò che è e ciò che sembra.

    BLOW-UP è considerato con la NOTTE il suo miglior film.

  17. 29/8/2007 – POLEMICHE IN SVEZIA
    Bergman ammirava Hitler
    =
    La cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Berlino del 1936.
    =

    Arte e politica il passato che non passa
    FRANCESCO SAVERIO ALONZO
    =
    (STOCCOLMA) – All’indomani della morte del regista Ingmar Bergman, alcune donne coraggiose sono partite all’attacco dell’intellighenzia svedese per l’omaggio al grande scomparso. «Piú vigliacchi dello stesso Bergman – dichiara in un grande articolo sullo Svenska Dagbladet la scrittrice Maria Pia Boethius – così servili da squalificare la nazione. Hanno taciuto le sue colpe».

    Ma in cosa consisterebbero le colpe di Bergman? Nell’aver nutrito per ben dieci anni una smisurata ammirazione per Adolf Hitler. Di questo periodo, segnato da un’esaltazione quasi mistica per un Ordnung perfetto capace di elettrizzare un’intera nazione, lo stesso Bergman parla ampiamente nel libro autobiografico Lanterna Magica e non fa mistero del modo in cui, assistendo a una parata in occasione delle Olimpiadi di Berlino del 1936, si sentisse trascinato dall’entusiasmo unanime per il «salvatore della Germania».

    Io stesso ebbi a domandargli, alla presentazione della prima del film Le uova del serpente se egli conservasse alcun ricordo di quell’epoca ed egli mi rispose su per giú cosí: «Allora c’erano soltanto due strade: il bolscevismo e il fascismo. Io avevo soltanto 18 anni la prima volta che vidi Hitler. In lui noi giovani vedevamo un uomo capace di ristabilire l’ordine e il benessere in una nazione sconvolta dai disordini e assediata dal pericolo comunista. È vero, tornai in Svezia con un’immagine quasi ieratica di quel condottiero».

    Ricordo che mi guardò a lungo, con quegli occhi magnetici, ma abbozzando un sorriso molto affabile e mi dette un buffetto sulla nuca: «Anche voi, in Italia…» disse infine, allontandosi.

    La Boethhius non intende tanto attaccare Bergman quanto coloro che, nel tesserne il curriculum artistico, hanno saltato il periodo in cui il regista era influenzato dalle teorie naziste e che coincideva con la sua formazione di regista teatrale e, in seguito, cinematografico. In una lunga intervista, che la Boethius usò nella seconda edizione del proprio libro sulla seconda guerra mondiale, Ingmar Bergman le fece delle confessioni talmente scottanti che, rileggendo le bozze, egli si vide costretto a cancellare in gran parte per non esporsi troppo.

    Dice la scrittrice: «Nel libro ci sono i passi approvati dell’intervista, ma in qualche ricettacolo in soffitta, conservo l’intervista integrale. Gli piaceva parlare con me perché ero ben documentata sull’argomento e potevo fargli delle domande spregiudicate, provocanti, ma prima della pubblicazione si risvegliò in lui l’istinto del regista e dovetti rispettare la promessa che gli avevo fatto di cancellare ciò che non gli andava a genio. Un bel giorno però consegnerò tutto il materiale a qualche studioso coraggioso».

    La Boethius non critica tanto l’entusiasmo giovanile di Bergman per Hitler quanto il modo in cui fra gli osanna universali si sia tralasciato di parlarne. Da uno stralcio dell’intervista si legge: «Quando furono aperti i campi di sterminio, non riuscivo a credere ai miei occhi. Credevo che si trattasse di propaganda alleata. Ma quando appresi tutta la verità, subii uno shock terribile. In un modo violento e brutale venni strappato alla mia ingenuità. L’uomo è una voragine e provo terrore a scrutare nel suo fondo, come dice George Büchner nel suo Woyzcek».

    Ingmar Bergman ha parlato spesso dell sua giovanile ammirazione per Hitler come della piú grande truffa che egli avesse commesso ai danni del proprio io. Ma la giornalista Cornelia Edwardsson aggiunge altri dettagli sul pentimento tardivo di Bergman. «Nella sua autobiografia, Bergman descrive il pianto dirotto in cui scoppiò apprendendo la notizia della morte del Führer e questa confessione, per quanto sorprendente, gli fa onore. Ma quando egli spiega come già da lungo tempo avesse perdonato a se stesso gli errori di gioventú, sbaglia di grosso. Chi si era lasciato incantare da un’ideologia che assegnava a certi esseri umani la qualifica di “untermenschen” non aveva il diritto di perdonare se stesso. Sono infatti le vittime, caso mai, ad avere il diritto di perdonare e questa legge del pentimento vale anche per gli artisti».
    =
    Fonte: La Stampa.it del 29/8/07
    http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200708articoli/25213girata.asp

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