Gennaio 27, 2022

734 thoughts on “DIBATTITO SUL ROMANZO STORICO

  1. Come avete già letto sul post stavolta ho deciso di invitare ben quattro autori: due scrittrici e due scrittori, per la precisione.
    Li ri-presento, sempre in rigoroso ordine alfabetico: Andrea Ballarini (foto in alto a sinistra, nel quadrante), Rita Charbonnier (in alto a destra), Marco Salvador (in basso a sinistra), Cinzia Tani (in basso a destra).

  2. Come dicevo, l’occasione è ghiotta.
    Avremo la possibilità di discutere, con i quattro ospiti, del romanzo storico in generale e delle loro opere più recenti.
    Nel farlo mi avvarrò anche dei contributi di Salvo Zappulla e Renzo Montagnoli (ne approfitto per ringraziarli) che hanno recensito, rispettivamente, i libri di Rita Charbonnier e Marco Salvador.

  3. Ecco… provate a rispondere alle domande!
    L’invito è rivolto a tutti… e, in particolare, ai protagonisti di questo post (che invito a interagire tra loro).
    Sono certo che ne verrà fuori una discussione molto interessante.

  4. Ci tengo a ricordare lo slogan di questo blog: La libertà individuale, anche di espressione, trova argini nel rispetto altrui.
    E quanto indicato nella netiquette del sito:
    Letteratitudine nasce fondamentalmente come luogo di incontro. Per tale motivo si basa sui principii dell’accoglienza e della cordialità. Il creatore e gestore del blog ringrazia anticipatamente tutti coloro che, con i loro interventi, daranno un contributo a mantenere un clima di accoglienza e serenità.
    http://letteratitudine.blog.kataweb.it/category/aaa-nota-legale/

    Ne segue l’ovvio invito a un confronto rispettoso.
    Vi ringrazio anticipatamente.
    😉

  5. Accipicchia, siamo già in onda! Grazie, Massimo, per questo splendido post. Provo a rispondere alle tue domande.

    1) Mi sembra che un romanzo, per essere definito storico, debba obbedire a un semplice criterio: quello di essere stato scritto da qualcuno che all’epoca dei fatti narrati non era ancora nato. Oppure, deve essere stato scritto un minimo di cinquant’anni dopo i fatti narrati. La definizione (giustamente elastica) non è mia, ma è presa a prestito dalla “Historical Novel Society”: la trovate qui. http://www.historicalnovelsociety.org/definition.htm

    2) La funzione del romanzo storico non mi sembra debba essere troppo diversa da quella del romanzo puro: raccontare una storia nella quale diverse persone possano riconoscere qualcosa di sé o del proprio mondo.

    3) Il romanzo storico dovrebbe soprattutto evitare di essere un pedante sfoggio della cultura storica dell’autore!

    4) Di solito si sente affermare che l’interesse per questo genere sta crescendo. A livello personale posso dire che quando è uscito il mio primo romanzo, 3 anni fa, mi capitava di sentirmi fare domande del tipo: ma scusa, che razza di libro è? Cioè, parla di Mozart, ma non è un saggio su di lui o sulla sua musica… e poi ci sono dei personaggi realmente esistiti, ma scusa, Mozart quel giorno è veramente andato in quel posto a quell’ora? Eccetera. Ecco, per il nuovo romanzo queste domande non vengono più poste. Quindi forse è vero che c’è una maggior consapevolezza del genere. Provo a fare a mia volta una domanda: secondo voi si è più portati a guardare al passato in tempi di crisi e incertezza sul futuro?

    5) Nel mondo anglosassone il romanzo storico è sempre andato fortissimo e continua a farlo. Non a caso esiste addirittura una società dedicata a promuoverlo (la Historical Novel Society che citavo prima).

    6) Il più grande romanzo storico di tutti i tempi… mmm… che ne dite de I PROMESSI SPOSI?

    Un grande abbraccio a tutti, e in particolare a Cinzia Tani che è una scrittrice fantastica e ha presentato il mio nuovo romanzo a Roma con parole lusinghiere. Spero davvero che Cinzia abbia la possibilità di partecipare attivamente alla discussione. So che ha molte cose da dirci!

    Rita

  6. Caspita Massimo,post impegnativo,interessante assai.
    1.Oltre al fatto di essere scritto da qualcuno che segue all’epoca dei fatti narrati,come sopra detto da R.Charbonnier,la storia narrata dovrebbe avere verosimiglianza con l’epoca passata in oggetto,resituire al lettore riferimenti reali e certi entro cui far muovere l’immaginazione di storie frutto dell’invenzione dello scrittore.Ritengo però che un certo allargamento del genere sia lecito oggi,dopo tanti dibattiti illustri riguardo alle definizioni formalistiche di genere letterario,in quanto il riferimento al genere romanzo storico dipende anche dal contesto sociologico in cui viviamo e da cui trae sounto e punto di vista ogni critica.
    2.Riconoscere qualcosa di sè e del mondo,aggiungerei ricordare qualcosa del passato che in qualche modo potrebbe andare disperso,anche se attualmente fatto con minore pressione ideologica.
    3.Evitare di essere un manifesto più o meno velato di ideologie estreme, e di essere noioso.
    4.Secondo me sta indubbiamente crescendo l’interesse,forse perchè in un’epoca di tante incertezze l’immaginario colletivo ha necessità di cercare conferme nella certezza del passato.
    5.Come sopra credo.
    6.indubbiamente I promessi sposi,forse I Vicerè di De Roberto,non mi viene altro in mente,magari qualcuno aiuterà la memoria.
    Che bello tutti questi autori bravissimi insieme,un benvenuto anche da parte mia e tanti complimenti a loro!

  7. Che ne pensate anche de Il Gattopardo che sa coniugare ricostruzione storica e indagine raffinata della psicologia dei personaggi?
    Complimenti a Massimo, Salvo, Renzo per i bellissimi articoli,domani mi riservo di fare qualche domandina sui libri in oggetto.
    Abbracci

  8. Una domanda per tutti i quattro autori se possibile.
    Pensate voi che oggi il genere storico stia un pò stretto nelle definizioni,appunto di genere,formali e oggettive?Come e quanto è cambiato il genere del romanzo storico,che a vedere i vostri libri,di genere storico tutti,ma diversi per i temi toccati,allarga molto le possibilità del narrare pur restando nell’ambito del genere in questione?
    Vi ringrazio anticipatamente per la vostra disponiblità.
    A domani

  9. Eh, ma che bella combriccola!!! Onorato di farne parte. Un caro saluto a Rita Charbonnier, che ho avuto modo di conoscere in circostanze particolari, drammatiche direi. Magari più avanti lo racconto.
    Il romanzo storico, a mio parere, affinché non venga confuso per un saggio (come accennava Rita nel post precedente) deve far leva soprattutto su vicende inventate, che devono costituire il fulcro dello stesso romanzo. Ad esse l’autore deve saper inserire un contesto storico reale, attraverso documentazioni serie, frutto di ricerche e studi approfonditi. In fondo è anche una maniera per ristabilire verità su persone e fatti spesso sconosciuti o distorti. Ha un ruolo educativo il romanzo storico. D’accordo ancora con Rita sul Manzoni. Aggiungerei Walter Scott e i drammi di Shakespeare.

  10. Grazie delle vostre risposte! Ragazzi, qui si entra nel vivo della questione: a me sembra di poter dire che la “verosimiglianza” e i riferimenti “reali” siano difficilmente definibili e soprattutto soggettivi… gli storici hanno opinioni differenti quasi su tutto. E’ molto, molto difficile stabilire un confine tra il dato reale e il dato inventato. Se ne avete voglia date un’occhiata qui: http://ritacharbonnier.blogspot.com/2006/05/gli-scrittori-bugiardi-e-sfruttatori.html

    Ora devo scappare. Buona serata a tutti e a domani!

    P.S. Salvo, facce sogna’. Portace ner dramma.

  11. @Rita non mi provocare. Qui si tratta di raccontare cose scabrose. Un complotto, un tentativo di omicidio addirittura, che coinvolge anche Andrea Ballarini…ci fanno chiudere il blog.

  12. Proverò a rispondere alle domande, a modo mio s’intende…

    1 Romanzo storico perché unisce coscienze, azioni e pensieri individuali di protagonisti immaginari o no al movimento eterno di un periodo storico determinato, più o meno lontano nel tempo, con le sue belle figure tipiche, i suoi costumi, la mentalità, l’agitarsi di eventuali guerre, etc.etc.

    2 La funzione del romanzo storico è quella di qualsiasi altro romanzo, raccontare istruendo inconsapevolmente e se possibile senza la precisa volontà di farlo, ma per il puro piacere di narrare, il che non è poco…

    3 Dovrebbe evitare l’intento didascalico, il voler insegnare o ammaestrare per forza, la morale dall’alto, l’impartire una lezione scolastica. Operazione che andava bene ai tempi del Manzoni e della sua Divina Provvidenza, ma che oggi forse risulterebbe stucchevole.

    4 Il romanzo storico oggi in Italia sta poco bene, anche perché c’è un sacco di roba scadente in giro. I grossi editori aborrono le novità e puntano sul commerciale che ha una vita breve sul mercato, come un fuoco fatuo, destinato a non lasciare segni letterari di rilievo nella maggior parte dei casi. Molti autori sfornano romanzi tutti uguali come i biscotti di Nonna Papera. Si rischia di fare indigestione.

    5 Come sopra.

    6 La parola “di tutti i tempi” è troppo impegnativa. Esistono espressioni vuote di senso del tipo: “la donna più bella del mondo”. Si possono conoscere tutte le donne per giudicare quale sia la più bella? E chi giudica può essere poi all’altezza? Chi ha mai letto tutti i romanzi storici di tutti i tempi?
    Chi mai e da quale pulpito stabilisce che un romanzo è rappresentativo di un genere? E chi mai può dire quali sono le esatte caratteristiche di quel genere stesso? L’innovazione può consistere proprio nel rompere regole cristallizzate, rovesciandole, dimostrando che in fondo, l’arte regole non ha, almeno per l’artista puro.
    La letteratura per fortuna non è un’esatta operazione algebrica…
    Personalmente amo molto La chimera di Sebastiano Vassalli. L’ho letto qualche anno fa e ancora me lo ricordo…
    Leggetelo, se volete…

    Maria Antonietta Pinna

  13. Secondo me il romanzo storico italiano sta vivendo un buon periodo. Certo non è tutto oro quello che luccica. Conoscono bene il libri della brava Cinzia Tani, ma anche quelli degli altri autori presentati qui sembrano buoni.
    Interverrò dopo sulle altre domande.

  14. Maria Antonietta, grazie mille per le tue risposte.
    Sulla domanda 6) hai assolutamente ragione. E’ ovvio che è impossibile stabilire, in maniera soggettiva, “qual è il più grande romanzo storico di tutti tempi”. Bisognerebbe averli letti tutti, certo. E la risposta sarebbe comunque soggettiva (appunto). Però è una “domanda-sondaggio”, la mia: chi vuole può esprimere il proprio parere (limitato, sì, per i motivi che abbiamo detto). Dalla “somma” dei pareri potremmo trarre, forse, un’indicazione.
    Ma l’intento ultimo di quella domanda è, ovviamente, giocoso (il “di tutti i tempi” bisogna leggerlo soprattutto in quest’ottica).
    Grazie per la tua risposta. “La chimera” di Vassalli è un ottimo libro.

  15. Rita Charbonnier e io abbiamo presentato il romanzo di Andrea Ballarini al Salone del libro di Torino.
    Salvo Zappulla, che era tra i presenti, ha conosciuto Rita (e Andrea) in quell’occasione (li ho presentati io).
    Non mi risultano tentativi di omicidio, ma mi piacerebbe saperne di più.
    😉

  16. Per il momento vi saluto. Non so se sarò in grado di tornare a intervenire più tardi.
    Intanto, sarà mia cura notificare agli altri autori “protagonisti” di questo dibattito l’avvenuta pubblicazione del post.
    Buona domenica sera a tutti.

  17. Non so definire cronologicamente il “Romanzo Storico”. Io scrivo solo romanzi storici. Anche i miei libri sui delitti sono storici. Ma ultimamente alla Mondadori mi hanno detto che il romanzo storico si ferma alla Rivoluzione Francese!!! Ovviamente non sono d’accordo. Secondo me è storico anche un romanzo ambientato negli anni trenta e quaranta, cioè quando io ancora non c’ero. tutto ciò che comporta lo studio di un periodo che non è il nostro secondo me è storico. come per il cinema. Se si pensa a un film negli anni cinquanta lo si definisce “in costume”, quindi storico perché bisogna ricostruire gli ambienti, i costumi ecc.
    Amo leggere i romanzi storici più degli altri romanzi perché mi offrono qualcosa in più, qualcosa che spesso non conosco e quindi mi sollecitano maggiormente a capire, confrontare, andare a cercare, studiare ecc.
    Gli italiani non hanno una grande tradizione romanzesca. Di solito sono più bravi a scrivere poesie e racconti. Ma se penso a due romanzi italiani del passato mi rendo conto che sono proprio storici: I promessi Sposi e Il Gattopardo. Per quanto riguarda i miei preferiti non ce n’è uno in particolare. Posso citare Il dottor Zivago, Guerra e Pace. Ma un meraviglioso romanzo storico è anche Il vangelo secondo Gesù di Saramago se vogliamo parlare di scrittori contemporanei. Temo però chi sotto il cappello di “romanzo storico” fa passare romanzetti approssimativi, privi di una ricerca accurata, inverosimili. Avventurette. E ce ne sono tanti. Mentre per quanto riguarda i romanzi seri come quello della Charbonnier che ho presentato in un’occasione ma anche l’ultimo di Melania Mazzucco, io li consiglierei alle scuole. Sarebbe molto più facile e appassionante studiare la scuola se magari durante le vacanze si potesse leggere un romanzo di questo genere.
    Oggi penso che il romanzo storico in Italia goda di buona salute, credo però che siamo solo all’inizio. Ma forse è un modo per recuperare una tradizione romanzesca molto carente nel nostro paese.
    Con questo saluto tutti gli amici che partecipano a questa discussione.

  18. Esiste un romanzo che si dice abbia inaugurato questo genere, mi riferisco a La principessa di Clèves, di Madame de Lafayette. E’ un’opera del 1678 che, fra l’altro, anticipa altre tematiche, fra cui la psicologia e il femminismo. Naturalmente anch’io non posso fare a meno di ricordare Ivanhoe, I promessi sposi, ecc., ma vorrei pure aggiungere Notre-Dame de Paris di Hugo. La funzione di questo genere di romanzo dovrebbe essere a mio avviso quella di recuperare frammenti di memoria, di farli rivivere affinché le generazioni successive possano far tesoro di esperienze e vicende a loro sconosciute (mi viene in mente lo “scrivere per educare” di don Lisander). Ecco, adesso che ho detto la mia, me ne vado a letto, l’età comincia a farsi sentire: buonanotte a tutt* e a domani.

  19. @Caro Massimo, visto che proprio mi tirate per i capelli, racconto l’episodio. Tu non ti sei accorto di nulla impegnato com’eri a firmare autografi alle tue fan.
    Mi trovavo a vagare in stato confusionale al Salone del Libro di Torino. Stavo malissimo, tremavo nonostante ci fosse un gran caldo. Ero appena sfuggito a un tentativo di avvelenamento da parte di Juliane Roderer e Caterina Schimdt, che mi avevano invitato a pranzo nel ristorante riservato agli agenti letterari stranieri. Cucina tedesca, naturalmente. Dio, ne liberi!!! Mi ero ritrovato seduto a un tavolo intento a districarmi tra salsine gialle, verdi, arancione; maionese color cane randagio, senape appiccicose, gelati mollicci come schiuma da barba. E intanto guardavo l’intonaco di fronte, dello stesso colore delle salse. E pensavo che sicuramente avevano rapporti di parentela. Alla mia sinistra Andrea Ballarini continuava a passarmi sottobanco le sue porzioni, forse coinvolto nel complotto. Insomma, sta di fatto che al termine del pranzo mi era venuta la febbre. Senonché mentre mi appresto a uscire dal Salone per rientrare in albergo, mi capita una visione, un sogno scaturito dal secolo scorso, una fata venuta fuori dalla lampada di Aladino: una dama in costume ottocentesco che mi mostra il suo romanzo. Leggo: “La strana giornata di Alexander Dumas” Titolo affascinante senza dubbio, se non altro perché fa riferimento al grande scrittore. Mi incuriosiva molto. Solo che in quel momento io stavo male e avevo un gran desiderio di vomitare. I bagni non sarei riuscito mai a trovarli. Il dècolleté della signora mi si parava di fronte, invitante. Resistetti alla tentazione. Va be’, decisi, compro il libro e torno in albergo. Alla cassa, tirai fuori il portafoglio e mi resi conto di possedere solo 50 centesimi (solita figura di merda) “Quante pagine mi vengono con cinquanta centesimi?” chiesi sconsolato. La commessa mi guardò storto. Per fortuna la dama intervenne a salvarmi e mi regalò il libro. Mi fece pure la dedica. “Buona lettura da parte di Rita Charbonnier”. In albergo mi piazzai subito a letto tremando per il freddo, cominciai a leggere il libro e fu la folgorazione, l’incanto, la resurrezione. Mi ritrovai proiettato dentro una storia bellissima, le pagine scorrevano una dopo l’altra senza sosta, i dialoghi affascinanti, la trama coinvolgente, i personaggi sembrava fossero lì, con me, nella stanza. In due ore divorai il romanzo. Mi era passata pure la febbre e mi sentivo già meglio. Potenza della scrittura.

  20. Il romanzo storico è malinconia per voci perdute, che nessuno saprebbe riportare in vita se non con la forza dell’immaginazione e della visione. E’ una frattura risanata dalla parola. Una feritoia lasciata aperta, che il narratore colma con pietà e nostalgia.
    Il romanzo è – sempre – un collaboratore di chi non può o non sa dire, un gran resuscitatore di ricordi e memorie. Può partire da piccole cose – oggetti, frasi, finanche una sola parola – e procedere a ritroso, ricostruire e ricrerare, ma sempre con l’intento di salvare ciò che , altrimenti, andrebbe perduto.
    Lo scrittore è un antagonista delle ombre e della morte, ma chi affonda nella storia con l’intento di incastonarvi la narrazione, raggela il tempo due volte…sia perchè restituisce un’epoca (e una lingua, e atmosfere, abiti, abitudini), sia perchè di quell’epoca raccoglie il dimenticato, le piccole storie oppure, nell’ambito delle grandi storie, le verità mai affiorate, o sussurrate, o covate.
    Questo restituire è un atto di pietà e di commiato, o di umiltà , anche, quando a rivivere sono gli ultimi.
    Ma è sempre capacità di commuoversi e vedere nella storia non un inesausto fluire senza ragioni, non una somma di date e momenti, ma noi e i noi che eravamo, i dubbi e le lacerazioni, gi appuntamenti mancati, gli amori perduti, i sogni sgranati e rincorsi.
    Il romanzo storico è – come dice Consolo – ciò che è la letteratura quando trasforma la vita ( ed è quindi vera letteratura): resti, archelogia. Ma un’archeologia che ricorda l’uomo e il suo destino, che lo interroga inessantemente sui suoi passi, e che di quei passi – deboli, fragili, addomesticati – vuole lasciare traccia.

    Bellissimo post. Bravissimo Massi. Complimenti a tutti gli autori!

  21. Ciao, Massimo.
    Un saluto a Rita, Marco, Cinzia e a tutti gli altri partecipanti.
    Provo a rispondere alle domande un po’ come mi viene. Per dire cose più intelligenti ho bisogno di molto più tempo.

    1. Quali caratteristiche dovrebbe necessariamente possedere il romanzo storico?

    Credo che si possa definire storico un romanzo ambientato in un’epoca anteriore a quella in cui viene scritto, che narri di avvenimenti almeno in parte inventati e per cui sia necessario reperire una documentazione in fonti disperse (altri libri, documenti, filmati, persone eccetera); insomma, un romanzo per scrivere il quale ci si debba procurare un certo numero di informazioni specifiche perché i caratteri del periodo trattato o gli avvenimenti narrati non sono universalmente noti; altrimenti forse si tratta di attualità.

    2. Quale dovrebbe essere la sua funzione?

    Credo che la funzione di un romanzo storico sia la stessa di un romanzo tout court, cioè raccontare una storia in modo coerente e coinvolgere il lettore nel particolare universo narrativo creato. Anzi, forse il massimo sarebbe che il lettore pensasse di essere un contemporaneo dei personaggi.
    E’ vero che, a volte, il racconto storico consente di parlare di costanti dell’animo umano che si ritrovano quindi anche nella contemporaneità quotidiana, senza doversi impelagare in schieramenti ideologici. In altre parole, il romanzo storico può mandare un messaggio, purché non lo faccia apposta. Altrimenti è meglio mandare una mail.

    3. Che cosa – viceversa – dovrebbe evitare?

    Peccato numero uno: annoiare il lettore che ha tirato fuori dei soldi per leggerti con supermuscolari esibizioni narcisistiche. In altre parole: se uno dovesse scrivere una storia in cui a un certo punto, tra le tante cose che accadono, passa il camion che raccoglie l’immondizia, forse per questo dedicherebbe due pagine a spiegare i minuti dettagli tecnici della raccolta, dello stoccaggio e dello smaltimento dei rifiuti? Può darsi, ma poi perché meravigliarsi se il lettore sbadiglia? Come diceva Voltaire, il segreto per annoiare è dire tutto.
    Peccato numero due (più grave del primo): trasformare il periodo storico in oggetto in un fondale teatrale dipinto, usandolo essenzialmente per i suoi aspetti pittoreschi e scenografici, senza curarsi della pertinenza dei pensieri e delle azioni dei personaggi, con il risultato di far assomigliare il romanzo ai mobili in stile, in tutto uguali a quelli antichi, tranne per il fatto che si vede che sono finti. Fuor di metafora, un complotto di magia politica trovo abbia senso nell’Europa del Seicento, ma che rischi di essere un tantino anacronistico nel 1960. Oddio, in letteratura si può fare tutto, però…

    4. Qual è, a vostro giudizio, lo stato di salute del romanzo storico, oggi, in Italia?

    Anche se non sono un esperto di romanzi storici, ne ricordo alcuni che negli ultimi anni mi sono piaciuti, tipo “Q” di Luther Blissett o “Manituana” di Wu Ming, giusto per citarne due degli stessi autori. Molto interessanti ho trovato quelli di Luca Masali incentrati sulla figura dell’aviatore Matteo Campini, dove a un impianto storico inappuntabile si accoppiano contenuti fantascientifici: ne risultano dei libri assolutamente originali che mi pare schiudano interessanti prospettive al futuro del genere.

    5. E nel resto del mondo?

    Nel resto del mondo mi sembra che il romanzo storico sia sempre stato piuttosto bene. Basta fare un giro in libreria per rendersi conto di quale straripante salute goda il genere. Fosse anche solo per la statistica, quella mole roba non potrà essere tutto ciarpame, no?

    6. Domanda-sondaggio: qual è il più grande romanzo storico di tutti tempi (quello che potrebbe essere eletto come “rappresentativo” del genere)?

    Anche se non lo è, perché ce ne sono di migliori dal punto di vista letterario e della pregnanza dei contenuti, nella mia mente – e nelle mie prime esperienze di lettore – romanzo storico vuol dire “I tre moschettieri”: il miglior plot mai scritto.
    Tra quelli più recenti, sicuramente “American tabloid” di James Ellroy: un misto di realtà e fiction di incredibile potenza sostenuto da un rigore stilistico unico.

  22. Il romanzo storico dovrebbe evitare che la storia assurga a mero ruolo secondario e, al tempo stesso, che venga sciorinata come un libro di testo.
    Deve essere nei personaggi, viverli e lasciarsene vivere, ma come un mostro che è dentro (oltre che fuori di loro).
    Mi viene in mente “Il sentiero dei nidi di ragno” di Calvino, dove l’azione è tutta incentrata sulle azioni dei partigiani, sulla lotta di confine tra le montagne, ma la visuale della storia, del nascente comunismo, della resistenza, è affidata a un bambino.
    E’ una prospettiva talmente inusuale che molti esitano a definire storico questo romanzo.
    Eppure lì la storia è tutto. Pervade come un’ombra. Solo, la sua voce si trasforma. Diventa incomprensibile, segreta, fatta di parole da decifrare.Di adulti da scrutare. Di mondi da attraversare.
    Ecco.
    Credo che quando la storia pervade la narrazione, dovrebbe interrogarci come un bambino, ma per il solo fatto di dipanarsi ai nostri occhi, simile a un mistero.
    Come un vento da afferrare solo a tratti. Per il resto, sfuggente. Assordante.Vivo.

  23. un post molto interessante. tutto da seguire. davvero complimenti.
    non sono un gran lettore di romanzi storici, ma i libri qui presentati mi hanno incuriosito parecchio.

  24. Sulla definizione di romanzo storico wikipedia si esprime in questi termini.
    – Il romanzo storico è un genere letterario nato nel 1819 dalla mente di Walter Scott, autore del primo libro di questo genere, chiamato Ivanhoe.

    Walter Scott creò un nuovo genere, il romanzo storico: Waverley, pubblicato nel 1814, ne è generalmente considerato il capostipite. Ciò nonostante, tematiche storiche erano già state trattate in passato: basti pensare, ad esempio, ai drammi di Shakespeare, che analizzavano la crisi del sistema feudale e l’autodistruzione cui si stava votando l’aristocrazia. –

  25. Dunque, secondo wikipedia il romanzo storico nasce nel 1819 grazie a Walter Scott. Gli scrittori invitati sono d’accordo?

  26. L’enciclopedia Encarta, invece, si esprime così
    – Alle origini del romanzo storico in Italia stanno le opere dello scrittore scozzese Walter Scott, che lanciò la moda di questo genere letterario in Europa. All’influenza ben documentabile di Scott vanno però aggiunti due elementi: la fortuna dei drammi di Shakespeare, che è il lontano archetipo del romanzo storico e del melodramma romantico, e l’opera lirica, che contribuì alla costruzione schematica di vicende e sentimenti. Numerosi furono infatti i libretti d’opera tratti dai romanzi di Scott, e uno venne perfino tratto dal Marco Visconti di Tommaso Grossi, musicato nel 1838 da Nicola Vaccai e nel 1854 da Errico Petrella. Di Scott, Gaetano Donizetti musicò Kenilworth nel 1829 (Elisabetta al castello di Kenilworth) e La sposa di Lammermoor fu musicata da Michele Carafa nel 1828, da Alberto Mazzucato nel 1834 e da Donizetti nel 1835 (Lucia di Lammermoor); nel 1832 venne presentato sulle scene l’Ivanhoe con la musica di Giovanni Pacini. –

  27. Prima di tutto, buona giornata. Poi vedo di rispondere ai quesiti di Massimo. Mi sembra però doverosa una premessa: purtroppo degli autori di cui si parla conosco bene solo le opere di Marco Salvador e quindi mi sarà impossibile interagire con gli altri tre per chiedere magari chiarimenti sui loro romanzi.
    1.Quali caratteristiche dovrebbe necessariamente possedere il romanzo storico?
    Dovrebbe ricreare, oltre a un’epoca, anche dei personaggi realmente esistiti, cosa quest’ultima assai difficile, perché sui comportamenti e sulle motivazioni degli stessi da parte di protagonisti della storia si possono fare solo ipotesi; quindi rimanere aderenti alla realtà è quanto mai difficile. Del resto il lavoro dello storico, non del romanziere, è quello di tendere ad appurare la verità, ben sapendo a priori che ciò non avverrà mai. Più semplice è invece il romanzo di ambientazione storica, in cui ferme restando le caratteristiche di un’epoca, i personaggi sono di pura inventiva. In ogni caso, il romanzo storico non deve essere un testo di storia e deve presentare dei protagonisti esistiti realmente, ma che appaiano plausibili nella struttura narrativa.
    2. Quale dovrebbe essere la sua funzione?
    Deve avere la capacità, come in qualsiasi altro genere narrativo, di avvincere e coinvolgere il lettore, tentando di indurlo a immedesimarsi con uno dei protagonisti.

    3. Che cosa – viceversa – dovrebbe evitare?
    Beh che si riduca a un saggio storico.

    4. Qual è, a vostro giudizio, lo stato di salute del romanzo storico, oggi, in Italia?
    Da noi non ha mai avuto molto fortuna, a differenza che nei paesi anglosassoni (del resto il capostipite del genere è l’inglese Scott). In Italia, inoltre, si legge poco e male e non tragga in inganno il rilevante successo di vendite dei lavori di Manfredi, perché è proprio questa dato che conferma che lì non ci troviamo di fronte a romanzi storici, bensì a una narrativa di sola ambientazione storica e che mira a esclusivi fini commerciali, così che i protagonisti sono descritti più secondo il gusto del pubblico che secondo quanto invece erano effettivamente.
    Diciamo una cosa chiara: il romanzo storico, non solo per essere scritto, ma anche per essere letto presuppone un livello di cultura medio-alto e da noi invece la massa ne ha uno medio-basso, a essere ottimisti, visto che ci sono quasi 5 milioni di analfabeti e ben 20 milioni di analfabetizzati, cioè di persone che hanno concluso la scuola dell’obbligo e che poi hanno disimparato le nozioni che erano state loro insegnate.

    5. E nel resto del mondo?
    Non è che conosca la situazione mondiale, ma nei paesi anglosassoni è un genere che va ancora molto.

    6. Domanda-sondaggio: qual è il più grande romanzo storico di tutti tempi (quello che potrebbe essere eletto come “rappresentativo” del genere)?
    Se non fosse che si tratta di poemi, mi verrebbe spontaneo di dire Iliade e Odissea; poiché invece la domanda specifica che deve essere un romanzo, devo dire che non mi è facile trovare una risposta, perché non sono pochi quelli di particolare valore. I Promessi Sposi sì ha una sua valenza, ma è più d’ambientazione storica, in quanto i protagonisti principali, Renzo e Lucia, sono di fantasia o quasi.
    Il problema è che ogni eccellente romanzo storico è relativo a uno specifico argomento e di quello tratta; di conseguenza un paragone non è possibile per esempio fra Ultimo parallelo, di Filippo Tuena, e La chimera, di Sebastiano Vassalli, oppure fra La palude degli eroi di Marco Salvador, e 1504-Notte all’Hostaria La Guercia, di Valentino Rocchi. Si tratta di personaggi troppo diversi l’uno dall’altro e anche di epoche differenti, pur restando quattro opere tutte di grandissimo valore.

  28. Per Aurelio. Il primo vero romanzo storico italiano è “I Promessi Sposi”. L’indicazione delle ultime lettere di Jacopo Ortis come riferimento delle origine del genere in Italia secondo me è una forzatura. Ciao

  29. Un saluto a tutti e scusate il ritardo, ma io qui sono il nonno. I miei ritmi sono lenti.
    Un abbraccio a Massimo, ad Andrea, a Rita e a Cinzia (ordine alfabetico per cognome).

    1. Le caratteristiche, in realtà, sono riducibili a una sola: la credibilità. I personaggi di fantasia devono essere inseriti nell’epoca storica nella quale “vivono” in modo “possibile e probabile”. Le loro azioni, i sentimenti e i pensieri devono essere compatibili con la cultura, con le situazioni politiche, religiose, morali, e con la mentalità del tempo. In altre parole rimangono validi i dettami del Manzoni esposti in “Del romanzo e, in genere, de’ comportamenti misti di storia e invenzione”.
    2. Raccontare del passato per parlare del presente è una. (mica vero che la Storia è maestra.) L’altra è il poter essere un primo passo per approfondire un personaggio o un’epoca. In sintesi, un non noioso ma intrigante approccio alla storia.
    3. La falsificazione. Faccio un esempio per quanto riguarda il medioevo: con trenta chili di ferro addosso, con altri due in una mano e sei nell’altra (spada e scudo), le capriole, i duelli acrobatici, i movimenti felini, sono una incongruenza come le patate e il mais in una zuppa del duecento. Senza parlare dei castelli hollywoodiani e disneyani, dei principi azzurri e delle principesse del pisello. In particolare, sempre per il medioevo e in particolare per la condizione femminile dell’epoca, consiglio a tutti il trecentesco “De costumi e de’ reggimento delle donne” di Francesco da Barberino.
    4. A parte gli amici qui presenti (complimenti per la scelta, Massimo) e pochi altri, c’è un mucchio di “autoracci” in giro, e questo sta ghettizzando il romanzo storico. E dico “autoracci” non perché non siano degli ottimi scrittori, ma perché fanno soprattutto fantasy . Oddio, buon genere il fantasy se non lo si spaccia per realtà. Uno dei maggiori colpevoli del decadimento è il malefico “Codice da Vinci”, con la scarica di templari e Graal che a provocato. Una vera dissenteria. Ancora un po’ si dirà che la teoria della relatività era già scritta in aramaico in qualche cripta d’oriente! Non ci sono misteri nella storia, solo angoli oscuri ancora da esplorare.
    5. Vale quanto detto per l’Italia.
    6. Difficile citare un solo titolo. Comunque, oltre al capostipite Scott, a Guerra e pace, all’ottimo Gattopardo, mi tocca proprio votare “I promessi sposi”. Però da leggere almeno dopo i venticinque anni (quando l’odio scolastico si è affievolito) e saltando tutte le “dotterie” storiche.

  30. Simpaticissimo Marco Salvador,concordo sull’invadente scarica di templari e graal,mi ha fatto sorridere,purtroppo il mercato funziona anche così.una moda tira l’altra,e non sempre di qualità.Perciò per noi tutti è prezioso uno spazio come questo per confrontarci e parlare di letteratura,Letteratitudine diventa la nostra bussola.

  31. @Marco Salvador: in verità il nonno sono io, perchè sono più vecchio anche di te (di poco, circa 18 mesi, ma è così).
    Ecco, la falsificazione è stata posta da te in giusto risalto, e rendere plausibile vuol dire anche che l’autore di un romanzo storico deve ampiamente documentarsi, nel senso che prima deve fare lo storico e poi il romanziere. Quindi, il lavoro di preparazione diventa basilare, tanto che a un certo punto è preponderante rispetto alla stesura vera e propria del romanzo.

  32. da semplice lettore faccio tanti complimenti per l’organizzazione di questo dibattito per le cose dette dagli autori invitati.
    leggo ed imparo.
    grazie a tutti.

  33. mi convince il punto di vista di rita charbonnier. aggiungerei, forse, che il romanzo storico potrebbe (o dovrebbe) contenere un elemento saggistico che possa in qualche modo descrivere il periodo storico nel quale il romanzo è ambientato. senza esagerare, ovviamente, per non cadere nella ricostruzione storica vera e propria. in questo senso anche a me, per ora, viene in mente l’esempio lampante de “I promessi sposi”.

  34. di Antonella Roncarolo
    E’ stato un gradito ritorno nella nostra città quello di Cinzia Tani che, allo Chalet “da Federico” ha presentato il suo ultimo libro “Lo stupore del mondo” edito da Mondadori.
    Il romanzo racconta la vita di due fratelli gemelli dell’aristocrazia romana del tredicesimo secolo, uno con una grave deformazione al viso, e la storia d’amore tra Flora e Rashid due giovani siciliani la prima cattolica il secondo musulmano nella profumata e ricca Sicilia di quegli anni.

    La loro vita, le passioni, gli amori, i tradimenti si svolgono attorno ad un’ imponente figura storica, Federico II, nipote del Barbarossa, che tentò di unificare l’Italia.
    “Sono rimasta affascinata dalla figura dell’imperatore”, racconta la scrittrice, “dopo un viaggio in Puglia, nei luoghi dove Federico II è vissuto, è morto e che ha tanto amato. E’ un uomo di una modernità sconvolgente, studioso, amante dello sport e della vita nella natura, legislatore, diplomatico, un esempio da seguire”.

    Il pubblico, subito appassionato alle vicende del romanzo, ha posto numerose domande alle quali la scrittrice ha risposto con verve ed entusiasmo come ci ha abituati dai suoi programmi radiofonici e televisivi.

    Il prossimo libro che scriverà in tandem con il dottor Sorrentino, dopo il successo di “Panico”, sarà “La rabbia” e la promessa è stata quella di tornare a San Benedetto per la presentazione.

    17/07/2009
    ilquotidiano.it

  35. @ Cinzia Tani
    Cara Cinzia, grazie per essere intervenuta in maniera tempestiva. So bene che in questi giorni sei “itinerante” per le presentazioni del tuo romanzo.
    Hai scritto: “ultimamente alla Mondadori mi hanno detto che il romanzo storico si ferma alla Rivoluzione Francese!!!”
    Giustamente non sei d’accordo. E nemmeno io.
    E un romanzo ambientato – per esempio – nel corso della prima guerra mondiale, non potrebbe essere considerato un romanzo storico?
    Eppure la prima guerra mondiale si studia a scuola nei testi di storia.
    Chissà, poi, perché il riferimento – la linea di demarcazione “storica” – dovrebbe essere proprio la Rivoluzione Francese…

  36. Un saluto e un benvenuto a Letteratitudine anche ad Andrea Ballarini!
    Andrea – tra le altre cose – ha un senso dell’umorismo spiccatissimo… dal vivo fa proprio divertire.
    Metto in risalto questa sua frase che fa sorridere: “il romanzo storico può mandare un messaggio, purché non lo faccia apposta. Altrimenti è meglio mandare una mail”.
    Freddura!:-)

  37. @ Marco Salvador
    Caro Marco, benvenuto anche a te!
    Interessanti i tuoi consigli di lettura per chi volesse cimentarsi con la scrittura di un romanzo storico:
    – “Del romanzo e, in genere, de’ comportamenti misti di storia e invenzione” di Alessandro Manzoni
    – “De costumi e de’ reggimento delle donne” di Francesco da Barberino

  38. @ Rita Charbonnier
    Che cosa si prova a circolare nelle vesti di una dama dell’Ottocento in piena Fiera del libro di Torino?
    Raccontaci qualche aneddoto (a parte quello di Salvo che ti estorce una copia del libro ricorrendo a una banalissima scusa):-))

  39. Il dibattito si arricchisce e si infittisce! Rispondo prima a Massimo – che ringrazio ancora per la bellissima idea e la straordinaria ospitalità. Ovviamente leggendo l’episodio raccontato da Salvo mi sono ammazzata dalle risate. Che oltretutto lui attribuisca un valore taumaturgico al mio romanzo, beh… come dire… non ho parole per ringraziarlo!
    L’idea di presentarmi in Fiera in abito d’epoca mi è venuta una domenica guidando su una strada trafficata, e più ci pensavo e più mi veniva da ridere. Il giorno dopo ho chiamato in Piemme e si sono create due scuole di pensiero: chi si sganasciava esclamando: sììì! Grande idea! E chi avanzava qualche dubbio sul pericolo che la credibilità dell’autrice ne fosse compromessa. Ha vinto la prima scuola. Donne, devo dirvi una cosa: Dio strabenedica gli abiti moderni. Per mettersi quella roba ci vuole una buona mezz’ora e bisogna per forza farsi aiutare (nel mio caso dall’amica Ludovica de Caris e da Arianna Malacrida di Piemme), idem per togliersela di dosso. E poi PESA. E’ stata una fatica notevole e mi ha riportata ai tempi della mia attività teatrale. Ma è stato divertentissimo. L’abito scelto poi era perfetto. Non doveva essere una cosa sexy (Massimo, perdona Salvo, il cibo tedesco gli ha forse creato qualche allucinazione – e grazie per aver postato il video!) ma una cosa spiritosa, e forse ci siamo riusciti. Nel delirio della Fiera bloccavo i passanti parlando con un eloquio improbabile, che sapeva lontanamente di Ottocento, e firmavo le copie del romanzo con una pennaccia Bic rubata alla cassa dello stand, chiedendo umilmente perdono e dolendomi per l’assenza di una vera penna d’oca…

  40. @ Cinzia Tani: ancora molte grazie! E naturalmente sono d’accordissimo sulla tua definizione del genere.

    @ Simona Lo Iacono: ti ringrazio per aver introdotto una questione di grande interesse. Mi sembra di capire che, a tuo avviso, un romanzo per essere definito storico dovrebbe raccontare eventi fondanti del nostro passato (i cui effetti naturalmente viviamo nel presente), indipendentemente dalla data di nascita dell’autore. “Il sentiero dei nidi di ragno” (non smetto mai di stupirmi che Calvino lo scrisse a soli 24 anni) sarebbe storico in questo senso, nonostante racconti eventi dei quali l’autore fu testimone. E questo varrebbe anche per “La Storia” della Morante. Io però continuo a propendere per una definizione secca, asettica e nello stesso tempo elastica: un romanzo per essere definito storico deve essere stato scritto da qualcuno che all’epoca dei fatti narrati non era ancora nato. In questo senso, i due classici appena citati sarebbero “soltanto” due magnifici, grandissimi romanzi.

    @ Margherita: grazie per aver condiviso la voce di Wikipedia. Curioso che non contenga affatto una definizione del genere. Magari quando ho un po’ di tempo ce la metto io.

    @ Renzo Montagnoli e tutti gli altri: il tuo intervento ritorna alla questione della cosiddetta verità: “sui comportamenti e sulle motivazioni degli stessi da parte di protagonisti della storia si possono fare solo ipotesi”. Sono d’accordo. E forse sono un po’ troppo pirandelliana, ma non credo che esista una verità storica oggettiva.
    La questione della linea di demarcazione tra ‘vero’ e ‘falso’ è centrale nel romanzo storico. L’autore deve decidere fin dall’inizio quanta parte di invenzione inserirà nel suo racconto, e di quale natura; ma deve anche riuscire a non dare troppo ascolto alle voci dei paladini della verità. Sospetto che questi paladini tendano a inalberarsi (questo non è mai accaduto! Il tale personaggio storico non era veramente così!) non tanto per difendere i personaggi storici, quanto la loro visione dei medesimi, alla quale sono comprensibilmente affezionati. Non vedo un effettivo conflitto tra “vero” e “falso” e credo che l’opera di finzione sia semplicemente un altro tipo di realtà, che non è meno reale della vita reale, e ha pari dignità. Basata o meno che sia su fatti storici, l’opera di finzione, nel momento in cui riesce nell’intento di comunicare, entra nella realtà del fruitore e diviene così reale a tutti gli effetti.
    Inoltre, per tornare alle parole di Renzo, credo esista una differenza fondamentale tra il dato documentato e il significato (cause ed effetti) del dato stesso: il primo è un punto fermo, il secondo è inevitabilmente soggetto all’interpretazione. Nessuno dubita, ad esempio, che Mozart e suo padre abbiano compiuto tre viaggi in Italia tra il 1769 e il 1773, ma dell’impatto che tali viaggi ebbero sul carattere e la formazione musicale del compositore giovinetto gli storici della musica, giustamente, discutono. Il lavoro dell’autore di romanzi ambientati nel passato si esplica soprattutto all’interno dei significati, e poiché essi sono soggetti all’interpretazione anche degli storici, io rivendico la totale libertà dell’autore.

    Ora scappo. Ciao a tutti!

  41. Ho perso tutto il commento e devo ricominciare dai complimenti a Marco Salvador per il suo intervento. Da scrittrice anch’io (con Loredana Falcone) di due romanzi storici (Cinzia Tani fore ricorda New York 1920, venne anche alla presentazione) ambientati nel XX secolo (con buon pace degli esperti della Mondadori) posso dire che il romanzo storico è uno strumento come nessun altro per consentire al lettore un viaggio nel tempo. A patto che la documentazione sia rigorosa ma invisibile, che la vicenda sia credibile e ben inserita nel contesto. Scrivere un romanzo storico è soprattutto studio studio studio (laureata in storia moderna e contemporanea con una passione per la seconda guerra mondiale, so che lo studio e la documentazione sono tutto). Poi si passa alla creazione vera e propria e lì ci si deve dimenticare tutto ci che si è studiato, via nozioni, via date, via didascalie. Deve restare il SAPORE dell’epoca. E’ quello a fare la differenza.
    Adoro Valerio Massimo Manfredi e direi che il ciclo di *Alexandros* è assolutamente da leggere. Non me ne vogliano i Promessi sposi che a me hanno annoiato anche dopo i 25 anni 😉

  42. @Rita: è indubbio che lo storico può solo cercare di avvicinarsi alla verità, ma è consapevole che quella assoluta è impossibile da raggiungere. L’importante, perciò, per chi scrive un romanzo storico è di osservare scrupolosamente il rispetto degli elementi oggettivi, quali date e fatti. Poi, come lo storico tende a dare un’interpretazione delle cause, anche il romanziere ha giustamente questa possibilità.

    @Marco: Puoi dirci se hai impiegato di più a reperire la documentazione sulla famiglia da Romano o a scrivere il romanzo, che peraltro non è breve?

  43. @ Renzo Montagnoli: non solo la verità assoluta è impossibile da raggiungere, ma non mi sembra che esista. E chi l’ha detto che bisogna “osservare scrupolosamente il rispetto degli elementi oggettivi, quindi date e fatti”? Il tuo è un punto di vista. Condivisibile, naturalmente, o meno. A me sembra che il rispetto o il non-rispetto di date e fatti sia una libera scelta dell’autore. E da autrice, mi sentirei di affermare che è molto più complesso creare e onorare una verità psicologica che non attenersi a un rispetto scrupoloso delle date. Per ragioni di costruzione narrativa un autore può decidere di spostare leggermente una data, di concentrare in un arco temporale breve eventi che si sono dipanati per anni, o magari di aggiungere di sana pianta un personaggio. E’ una sua scelta. E nel momento in cui la compie, è consapevole che i paladini della verità, molto probabilmente, lanceranno i loro strali.
    Io proverei a conciliare le posizioni ponendo la questione in altro modo. Cito qui un articolo dell’autrice di romanzi storici Susanne Dunlap (che non è pubblicata in italiano) sulla Historical Novel Review:
    “Ed ecco la difficoltà principale che hanno gli scrittori con le figure storiche celebri: quella di superare le immagini consolidate e il forte attaccamento emotivo dei lettori rispetto a individui che essi sentono di conoscere già bene. Gli amanti di Mozart potrebbero trovare sgradevole vederlo dipinto come un ragazzino ambizioso ed egocentrico che, pur comprendendo i sentimenti di sua sorella, non riesce a distogliere lo sguardo dalla propria carriera. La Charbonnier ha risolto il problema (come fanno molti) nel concentrarsi non tanto sul personaggio famoso, quanto sui meno famosi individui che lo circondano. Mozart emerge come una personalità decisa e sanguigna nel romanzo, ma le nostre simpatie si dirigono senza dubbio sulla sorella repressa.”
    Quindi, forse, per lo scrittore non è tanto questione di attenersi a regole che prevedano il rispetto dei fatti, quanto di risolvere un problema narrativo: nel momento in cui mi occupo di, che so, Napoleone, devo fare i conti con il fatto che il lettore sente di conoscere già bene il personaggio.

    @ Laura Costantini: mi è molto piaciuto il tuo intervento. Studiare e poi dimenticare tutto, affinché resti il sapore di un’epoca!

  44. @cinzia, rita e laura.
    trovo assurdo porre un limite temporale per la definizione di romanzo storico. già parlare di ‘romanzo storico’ è una forzatura. come dice la’mico genna il romanzo è romanzo e basta, non importa in

  45. c….o! ho premuto un pulsante ed è saltato tutto. continuo qui.
    …quale epoca sia ambientato. tanto più che oggi il marchio ‘storico’ è quasi marchio infamante che spinge molti a riporre il libro nello scaffale della libreria appena lo nota. ma, accogliendo qui la marchiatura, il detto limite mondadoriano è prettamente politico. ambientare una storia nell’ottocento o nel novecento vuol dire toccare punti ancora senibili. la rivoluzione francese crea l’dea di uno sato etico e ha prodotto napoleone e la sua strutturazione burocratica dello stato, che ha prodotto la restaurazione madre del risorgimento, a sua volta padre della prima guerra mondiale (semplifico). la prima guerra mondiale ha dato la stura alle ideologie che hanno provocato la seconda ecc.
    insomma, c’è il rischio di impantarsi persino nella partitocrazia. ma è visione ristretta e un po’ ignorantella. faccio un esempio parlando del mio ultimo romanzo. la crociata contro ezzelino da romano e poi contro suo fratello alberico sono, pari pari, la rappresentazione nel mondo cristiano del fanatismo islamico con le sue al qaeda e le fatawa. analizzarne le conseguenze di allora dovrebbe essere indispensabile per comprendere cause e trovare soluzioni in grado di porre qualche rimedio oggi. ma, come dicevo, la storia non è maestra, soprattutto a causa dei molti allievi idioti.
    @amico renzo
    tenendo poresente che ho quasi quarant’anni di ricerca storica alle spalle, solitamente mi ci vogliono sei mesi per raccogliere i documenti e altrettanti per scrivere.
    @rita
    concordo con te in gran parte, ma spostare le date non mi sembra giusto. la scansione temporale, secondo me, deve essere rispettata il più possibile.

  46. @Rita e Marco: le date sono le uniche certezze; se modifichiamo quelle, nel romanzo di storico non c’è più niente. E giustamente come dice Marco la scansione temporale, cioè l’ordine logico è indispensabile, altrimenti si corre il rischio di stravolgere il personaggio.

    @Marco: sei mesi anche per quello che hai in cantiere ora? Per il ciclo dei Longobardi probabilmente non sono occorsi sei mesi ognuno, perchè una volta impostato il programma la ricerca è valsa per tutti, vero?

  47. @Marco Salvador. Sono d’accordo con lei. Voler a tutti i costi comprimere dentro un genere un’opera di narrativa è sempre limitativo e restrittivo, tuttavia ai lettori bisogna indicare il mezzo per identificare un libro, anche solo per sapere dove andarlo a cercare negli scaffali delle librerie. Mi pare di capire che le difficoltà maggiori per chi si cimenta a scrivere tali romanzi consista nel fatto di dover sempre mantenersi in bilico tra verità e finzione, tra ricerca e immaginazione. Basta poco a far pendere la bilancia dalla parte del saggio o della narrativa Non lo trova un po’ penalizzante nei confronti della libera espressione artistica?

  48. @ Marco Salvador: noto con molto piacere che ti stai appassionando alla discussione. Per comodità internettesca ti do del tu, sperando che non ti dispiaccia. Sulla definizione del genere sfondi una porta aperta. Chi mi conosce sa quanto il bollino “romanzo storico” mi dia fastidio. Nel mio caso, poi, è facile che si parli di “romanzo storico femminile”, il che mi fa venire potentemente voglia di dare un cazzotto in faccia al definitore. D’altra parte, qui ci è stato chiesto (giustamente) di dare una definizione, e anche se a uno spirito latino la definizione angloamericana da me citata può sembrare assurda, mi sembra anche (paradossalmente) la meno costrittiva e la più qualificante. In tale definizione si fanno rientrare anche “L’isola del giorno prima” di Eco e “Le ore” di Cunningham.
    Riguardo al rispetto delle date, bisogna vedere caso per caso. E’ ovvio che rendere coevi, che so, Napoleone e Mussolini è una scelta un po’ azzardata. Ma se invece ne venisse fuori un’allegoria fantastica sul potere assoluto, magari anche ben riuscita, ci sarebbe forse qualcosa di male? E soprattutto, non sarebbe un romanzo storico? E qui torniamo alla vituperata definizione: io credo che lo sarebbe.

  49. @Rita. Hai scritto due romanzi ed entrambi coinvolgono personaggi storici di primissimo piano. So che ne è nata anche qualche polemica con qualcuno dei loro amatori. Quanto c’è di rischio calcolato in te nel lasciare libera interpretazione alla tua fantasia quando descrivi i loro dialoghi, gli aspetti poco conosciuti del loro carattere, le debolezze?

  50. A mio parere il romanzo storico dovrebbe avere un piede ben saldo nella ricostruzione di un ambiente e/o di fatti del passato (qualunque passato, senza limiti particolari di date: odio gli steccati) e l’altro nell’invenzione e nella fantasia. Suo unico fine dovrebbe essere quello di attrarre il lettore grazie a quella ambientazione, a quella ricostruzione, magari arricchendola per farla scorgere anche sotto una luce diversa o per fare emergere gli agganci con la realtà odierna; ma popi farsi apprezzare per l’invenzione, un po’ come per tutti i romanzi.
    Tra quelli che ho particolarmente apprezzato ci sono sicuramente “I pilastri della terra” di Ken Follett (non che ami particolarmente quell’autore, ma quel libro fu capace di inchiodarmi per nottate intere, nelle quali non riuscivo a posarlo sul comodino), “La quarta verità” di Ian Pears, “La mirabolante avventura di John Lempriere, erudito nel secolo dei lumi” di Lawrence Norfolk (bisogna ammettere che la letteratura anglosassone primeggia ancora nel genere inventato da W. Scott), ma anche un delizioso “La vera storia del pirata Long John Silver” dello svedese Bjorn Larsson, capace di reinventare in quel romanzo sia la storia che la letteratura.
    In Italia ho visto qui citare Tomasi di Lampedusa, ma aggiungerei anche Sciascia, Bufalino e oggi Camilleri (i romanzi storici non “montalbaneschi” come “La stagione della caccia”, “La concessione del telefono”, ecc.).
    Si può parlare di una scuola siciliana di romanzo storico?
    Infine tra i grandi classici non dimenticherei “L’isola del tesoro” di Stevenson, “I tre moschettieri” di Dumas, e, prima di parlare di romanzi in senso moderno, le già citate “Iliade”e “odissea” e le tragedie storiche di Shakespeare (forse la massima espressione nel genere).

  51. @ Salvo: che bella domanda! Molte grazie. Farò un esempio pratico. Il mio nuovo romanzo, come ben sai, prende origine da uno scambio di neonati che avvenne a Modigliana, in Romagna, nel tardo ‘700. La prima presentazione si è svolta nella Biblioteca Comunale di quel graziosissimo paese. Lo scambio di neonati e la figura di Maria Stella Chiappini (la bimba scambiata) è una delle glorie locali, quindi puoi immaginare il dibattito che si è levato in una platea composta da persone che il baratto di neonati ce l’hanno nel sangue. Peraltro, in quel caso, la realtà storica è davvero un’opinione, poiché il baratto è rimasto un mistero irrisolto, e tra i testi antichi che ho consultato sulla faccenda vi sono diverse incongruenze. Alla fine della serata viene da me un signore di Bologna e mi fa: “Io la ammiro per il coraggio che ha nel sottoporsi alla tirannide della realtà storica… e mi chiedo chi glielo faccia fare.” Ecco, mi sembrerebbe di poter essere d’accordo con questo signore: la realtà storica per l’autore può anche rappresentare una tirannide. Perché è arbitraria, almeno in parte.
    Quando ho scritto il primo romanzo non avevo ancora incontrato i paladini della verità, quindi non sentivo di correre alcun rischio. Nel nuovo romanzo l’unico grande personaggio noto è Alexandre Dumas padre, le cui vicende biografiche sono però ignote ai più. Qui i paladini si sono palesati solo a Modigliana. E hanno fatto bene a palesarsi, ed io li ringrazio ancora per averlo fatto. Ma credo che nessuno al mondo potrebbe aver scritto un romanzo sul baratto di neonati che non violasse, almeno in parte, le aspettative di qualcuno di essi. E’ questo il rischio calcolato di cui parli: muoversi nel terreno indefinito che sta tra la propria visione e quella degli altri, tra cautela e libertà.

    Colgo l’occasione per ringraziare tutti quanti stanno dando un prezioso apporto alla discussione, con i loro interventi, e suggerendo titoli di grandi classici.

  52. Mi pare che non si sia compresa la distinzione fra romanzo storico e romanzo di ambientazione storica. Il secondo è molto più frequente del primo e consente alla creatività di avere libero corso, senza vincoli particolarmente ferrei, e probabilmente è quello che è più gradito ai lettori.

  53. Quello che dice Renzo è vero, c’è una sostanziale differenza.
    Ma allora il romanzo storico non nasce neanche con Ivanhoe, personaggio di pura fantasia, e dovremmo escludere pure i Promessi sposi, dove i personaggi storici non sono certo i protagonisti.

  54. A mio modesto parere è sufficiente che vi sia un “aggancio” con una qualsiasi realtà storica documentata. A prescindere dai protagonisti.

  55. Vi cito un esempio di romanzo storico: Ettore Fieramosca di D’Azeglio.
    Ma anche il romanzo di Salvador La palude degli eroi e, per quanto non l’abbia letto, penso anche La strana giornata di Alexandre Dumas. Ora lì ci sono come protagonisti personaggi realmente esistiti e quindi per forza di cose ci sono dei paletti che limitano un po’ le possibilità dell’autore. Altra cosa invece è se prendo un romanzo, bellissimo, come I pilastri della terra, dove i protagonisti sono inventati, ma non l’epoca, non il fenonemo della costruzione delle cattedrali, e quindi assistiamo a una vicenda di pura fantasia inserita in un preciso contesto storico.

  56. Noto che il dibattito si è lievemente infiammato… e di questo sono contento. 🙂
    Ho sempre creduto – e continuo a credere – nella possibilità di scambiarsi opinioni (persino opposte, talvolta) mantenendo intatto il rispetto reciproco. È possibile – anzi, probabile – che alla fine dello “scambio” ciascuno rimanga delle proprie idee. Oppure è possibile che qualcuno cambi il proprio punto di vista.
    Ma ciò che importa, ciò che conta, è che il confronto sano e rispettoso è sempre occasione di crescita.
    Ed è quello che sta accadendo qui.
    Da questo confronto sto imparando molto.
    Per questo vi ringrazio tutti di vero cuore.

  57. @Rita. Che vor di’ “in una platea composta da persone che il baratto di neonati ce l’hanno nel sangue” ? Se li scambiano per gioco? tu dai un neonato a me, io do tre vecchietti a te? Io per esempio ho sempre avuto questa fisima: di essere stato scambiato nella culla. Troppo fine ed elegante per essere figlio di contadini siciliani, sicuramente appartengo a qualche famiglia di imprenditori lombardi. Magari sarò stato scambiato con Renzo, lui sì che ha carattere siculo.

  58. Quel che intendo dire che anche nella definizione generica di romanzo storico sarebbe opportuno fare questa doverosa distinzione. Del resto, per quanto concerne il fantastico, lo stesso comprende numerose branchie, dalla fantascienza al gotico e così via, proprio perchè diversi sono gli aspetti tipici. E alloia perchè non farla per il romanzo storico?

  59. Sulla questione dei generi e delle etichette…
    In linea di massima sono d’accordo con voi. “Rinchiudere” un’opera dentro un genere è sempre una forzatura.
    Il mio romanzo “Identità distorte”, per esempio, (ormai estinto perché fuori commercio… ma lo cito perché qualcuno di voi lo ha letto) è stato definito: giallo, noir, thriller, romanzo sociale, romanzo filosofico, ecc.
    Tuttavia la necessità di “catalogare” un libro dipende da esigenze di mercato (a volte deprecabili, sì) e dalla necessità di fornire un’indicazione al lettore.

  60. @Minchia Renzo. Se io per leggere un romanzo devo fare tutte queste distinzioni, me ne passa la voglia. E’ un romanzo storico? O d’ambientazione storica? E i protagonisti sono reali al cento per cento? O solo in parte? L’autrice si è mantenuta fedele all’epoca? O ha trasgredito. Meglio leggere un romanzo d’evasione, almeno se mi piace lo posso consigliare ai detenuti. In più mi fai indispettire la Charbonnier. Compra 10 copie de “La strana giornata di Alexander Dumas” e diffondilo, avrai reso un grande servizio alla Letteratura.

  61. Tornando al “romanzo storico”, il buon Carlo – qui sopra – cita “L’isola del tesoro” e “I tre moschettieri”.
    Sono romanzi storici o di avventura?
    E un romanzo storico che contenga, al suo interno, un enigma che deve essere risolto… deve definirsi “giallo storico”?
    “Il nome della rosa” di Umberto Eco è un giallo storico?
    È ovvio che con le definizioni possiamo giocarci all’infinito, anche se ogni tanto ci aiutano… semplificando (a volte anche troppo, lo so).

  62. @ Marco Salvador
    Hai scritto: “qualcuno mi ha fatto notare un mio strafalcione. non ‘de’ comportamenti’ ma ‘de’ componimenti’ ”

    Il tuo è stato un semplice lapsus. Io, invece, non ho giustificazioni… ho copiato pedissequamente il titolo dello scritto di Manzoni da te citato.
    Ricapitolando, il titolo corretto è “Del romanzo e, in genere, de’ componimenti misti di storia e invenzione” di Alessandro Manzoni.

    Per farmi perdonare vi indico un link dove, se non sbaglio, è possibile scaricare il testo: http://www.letturelibere.net/download.php?id=391

  63. @Salvo: Rita Charbonnier è “in parte” mantovana e mai, dico mai, andrei contro una virgiliana.

    @Massimo: ritengo che le definizioni dei generi debbano prescindere dall’opera. Tanto per farti un esempio, Italo Calvino, nei suoi romanzi, mescola sapientemente diversi generi, con risultati di straordinaria qualità, e quindi come potremmo definirli? La definizione di un genere, a parte i soliti concetti di dottima dei letterati, è più una scelta e una necessità degli editori.

  64. Ne approfitto per segnalare che domani, a Roma, alle 20.00 allo spazio Rinascita del Democratic Party – Terme di Caracalla – Andrea Ballarina presenta “Il trionfo dell’Asino”.
    Amici romani… accorrete!

  65. Caro Massi,
    io distinguerei anche il romanzo storico da quello storico metaforico ( a cui alludevo citando Calvino e che ha un rappresentante meraviglioso in Consolo).Il padre di questo genere nella letteratura italiana moderna è stato Alessandro Manzoni, lui ci ha insegnato cos’è il romanzo storico metaforico. Naturalmente c’è un’assoluta diversità tra i romanzi di Walter Scott da cui sembra che Manzoni abbia preso l’idea e I promessi sposi del Manzoni. In Scott non c’è metafora, sono delle storie romanzate, mentre il romanzo storico è un romanzo immediatamente metaforico perché parla del passato per illuminare il presente. Infatti quel passato che si è scelto di raccontare dice i fatti della nostra contingenza, del nostro presente: Manzoni parlava del ‘600 per parlare dell’800 perché nell’800 viveva gli stessi rischi. I rischi delle stesse follie, degli stessi marasmi sociali, degli stessi fanatismi, delle stesse pesti, delle stesse condanne, delle stesse torture. Il romanzo storico deve porsi il problema dei rapporti di frza, degli ultimi e dei primi. Deve sapere che la storia si gioca sul piano delle ideologie e delle apparenze.
    Quindi, credo che il romanzo storico – indipendentemente dal distacco temporale che l’autore ha dal periodo che racconta – sia quello in cui l’esame del tempo scruta comunque il presente e ci interroga.
    A mio avviso il romanzo storico deve giocare questa critica alle ideologie del Potere sul piano della lingua.
    La lingua deve accompagnare l’attraversamento nel tempo, dirlo ed evocarlo. Scardinarlo. Rivelarlo.

    Complimenti a tutte le voci in campo. Veramente interessantissime. Bravi!

  66. @Massimo: Calvino è uno dei pochi scrittori italiani non siciliani che mi piace. Sta a vedere che questa mia mania per gli autori siciliani sembrerebbe convalidare l’ipotesi di Salvo di uno scambio di neonati. E in effetti Salvo alto, biondo, occhi azzurri ha poco del siciliano…

  67. Allora, nel merito del romanzo storico e di ambientazione storica… è chiaro che tra l’uno e l’altro c’è differenza, nessuno lo può negare. Al momento, pensa, Renzo, io sto scrivendo proprio un romanzo di ambientazione storica. I protagonisti sono personaggi di invenzione e lo sfondo storico, reale, è quello della Roma durante l’era fascista. Olé! Ci sono anche dei personaggi realmente esistiti e famosissimi, peraltro in un’epoca diversa, ma sono sullo sfondo e sono evocati dai personaggi principali che vivono nel Ventennio. Ma proviamo un po’ a immaginare uno di noi lettori in giro per una libreria qualunque, una grossa, di quelle che hanno i generi sugli scaffali. Dove cercherà un romanzo del genere? Nello scaffale dei “romanzi di ambientazione storica”, distinto da quello dei “romanzi storici”? L’edotto commesso gli spiegherà la differenza, e lui se ne andrà a casa col cervello che fuma, dopo aver comprato l’ultimo libro della saga di Harry Potter. Inoltre, quello che mi infastidisce (e ti prego di scusarmi davvero, Renzo, è un mio problema) è lo stabilire delle regole che portano ad affermare quel che è giusto fare e quel che non è giusto fare. Sono d’accordo con Massimo che implicitamente afferma qualcosa tipo: l’unica cosa ingiusta da fare è un romanzo brutto. Per questo rimango così caparbiamente affezionata alla definizione degli angloamericani: per essere definito storico un romanzo deve raccontare fatti accaduti prima della nascita del suo autore. Mi sembra semplice e perfetto. Racchiude in sé lo storico e l’ambientato nella storia, e soprattutto tutti i bellissimi romanzi che i nostri amici hanno citato fino a qui. Racchiude in sé anche libri assai particolari, multitemporali, come “Le ore” di Cunningham… magari “La Storia” di Morante no, perché lei durante la Seconda Guerra era ampiamente nata… ma chissenefrega! E’ forse il romanzo più bello, profondo, terribile e catartico che abbia mai letto in vita mia! Leggere “La Storia” è un’autentica esperienza!
    Il seguito alla prossima puntata…

  68. No, mi sa che passo e chiudo. Avete detto tutto voi. E in realtà io ho commesso un errore logico. La distinzione tra romanzo storico e di ambientazione ha poco a che fare col posizionamento negli scaffali nelle librerie. Se ci attenessimo esclusivamente alle regole della vendita saremmo tutti fregati. Per il resto, viva gli scambi di neonati tra la Lombardia e la Sicilia e viva Letteratitudine e buonanotte!

    P.S. @ Salvo: “Che vor di’ ‘in una platea composta da persone che il baratto di neonati ce l’hanno nel sangue’? Se li scambiano per gioco? tu dai un neonato a me, io do tre vecchietti a te?” Non riesco a smettere di ridere…

  69. @Rita: qui si sta semplicemente a discutere, a portare avanti delle opinioni. Se tutti la pensassimo allo stesso modo, che vantaggi avrebbe la discussione? Del resto, proprio ritornando a Calvino, autore emblematico, lui è inclassificabile, e non è che abbia scritto della robetta, ma dei capolavori. L’importante è che uno scriva con il piacere di scrivere, perchè poi questo il lettore non superficiale lo avverte. Personalmente, se dovessi scrivere un romanzo storico, preferirei uno di ambientazione storica, un po’ come tutti i miei racconti sul tema della guerra, in cui i personaggi sono inventati, ma inseriti in un contesto preciso e documentato.

  70. @Rita: aggiungo che Simona, molto opportunamente, ha introdotto un’ulteriore distinzione, aggiungendo il concetto di romanzo storico metaforico, di cui esistono non pochi esempi e quasi sempre di elevato valore.

  71. P.P.S. Renzo, vedo che ami molto le distinzioni… va bene. A me dell’intervento di Simona è piaciuta moltissimo questa frase: “il romanzo storico è un romanzo immediatamente metaforico perché parla del passato per illuminare il presente”. Condivido e sottoscrivo. Grazie, Simona, per questa affermazione. Il romanzo storico ha senso soprattutto quando riesce a parlare del presente due volte.

    Grazie, ari-abbracci a tutti e ari-buonanotte!

  72. E allora ritorniamo a quanto detto dall’amico Marco Salvador, e cioè che l’uomo dalla storia non impara nulla, perchè finisce con l’essere una serie di eventi ripetitivi, un po’ come la moda, che un anno si ripresenta con modelli ispirati magari a una trentina di anni prima.

  73. Ecco la sorpresa…
    Ho appena aggiornato il post inserendo un video dove Cinzia Tani, Rita Charbonnier e Leda Melluso discutono del rinnovato interesse per il romanzo storico. L’intervista è condotta dall’amica Elisabetta Bucciarelli. Il video è stato registrato il 16 maggio 2009 per Booksweb.tv in uno studio all’interno della XXII Fiera Internazionale del Libro di Torino.
    Andate a guardare sopra, in alto, sul post…

  74. Auguro la buonanotte a Renzo… e ringrazio Carlo per aver segnalato il video che ha appena messo in rete booksweb.tv su “Letteratitudine, il libro”. Ringrazio booksweb.tv ed Elisabetta Bucciarelli (sempre lei) 🙂

    Colgo l’occasione per dirvi che molto probabilmente questo dibattito, che è ancora in corso, finirà su “Letteratitudine, il libro” (vol. II).

  75. Forse può valere la pena – almeno sotto il profilo culturale e letterario – riascoltare dalla viva voce di Benedetto Croce (una straordinaria conferenza tenuta nel 1936 alla Radio Svizzera) la sua distinzione tra romanzo storico (creato senza distorcere le fonti documentali) e le “vite romanzate” – “dove spesso si alteravano i documenti e si mescolavano spiritose invenzioni” – nonchè il suo affrettato vaticinio in relazione ad una rapida decadenza (che purtroppo non c’è stata) delle biografie e/o vite romanzate. Questo è il link della Radio Svizzera dove in un elenco di registrazioni (Voci) si trova il rarissimo audioclip della conferenza:
    http://www.rsi.ch/navigaletteratura/static.html

  76. Le opinioni sono assai interessanti; le distinzioni sono millimetriche; le teorie sono molte e quasi tutte plausibili. L’unico problema è che mi succede la stessa cosa che succede a George in Tre uomini in barca: ho tutti i sintomi e “l’unica cosa che mi parve di poter concludere di non avere era il ginocchio della lavandaia”.
    Non per svalutare i sagaci distinguo e i doverosi puntini sulle “i”, ma forse vale anche per il romanzo storico il principio di indeterminazione di Heinsenberg secondo il quale non si può misurare un fenomeno senza alterarlo. Per non rinunciare del tutto a tentare una definizione, da oggi comincerò a dire che scrivo dei non-istant books; peccato che assomigli un po’ alla non sfiducia.

  77. @rita
    contivido, io ho provato ad oppormi alla catalogazione. sia con francesca sia con mariagiulia. nulla da fare, cara scrittice al “femminile” (sana incazzatura la tua!). ma toglimi una curiosità: renzo ti fa mantovana; ma non sei una magnagatti?
    @tutti.
    cerco di spostare il problema dalle problematiche tecniche del romanzo storico alla sua funzione, con una domanda: il romanzo “storico” può o no servire a interpretare il presente? l’essere umano non è sempre lo stesso, stessa la corruzione dell’animo insita nel potere, anche il più piccolo?
    uno spunto: il mio maestro, il compianto ptof. c.g. mor, il più grande studioso di diritto intermedio della seconda metà del novecento, ai miei dubbi d’interpretazione di certi comportamenti e vicende medievali mi suggeriva: chiudi gli occhi, sposta personaggi e situazioni ad oggi e giudica con parametri moderni. troverai la soluzione, perché la principale motivazione dell’uomo, non importa l’epoca, è sempre la stessa: la sopravvivenza a se stesso. e per ottenerla, e diceva proprio così, fica, denaro e potere aiutano molto; e la donna, aggiungerva, tende a premiare chi li ottiene, per salvaguardare la propria discendenza.
    troppo maschilista, il buon mor?

  78. se dovessi indicare il romanzo storico per eccellenza non avrei dubbi. sceglierei ‘guerra e pace’. per quanto mi riguarda non solo è il più importante romanzo storico, ma è il più importante romanzo.

  79. caro salvador, sono d’accordo con lei. il romanzo storico può servire a interpretare il presente. certo che sì. secondo me, anzi, è una delle sue funzioni principali.

  80. e aggiungo un’altra cosa. un romanzo che aiuta a interpretare il presente, partendo dal presupposto che l’uomo è sempre lo stesso, ha una sua precisa ragion d’essere. altrimenti è destinato a perdersi, a essere dimenticato. sono troppo drastico?

  81. @giorgio amato.
    ti sei fatto un amico. però i lettori premiano i maneggiatori di “codici”, templari e simili amenità degne di voyager (se scrive cussì?). vuol dire che la maggioranza degli amanti del genere è composta da idioti?
    il mio target di lettori ha una cultura medio-alta ed è tra i 30 e i 40 anni. be’, capisco che il giovane deve sognare, imedesimarsi in un eroe invincibile e senza macchia che conquista la nobile e bellissima pulzella. ma gli ultraquarantenni? che sia l’andropausa che li riporta all’adolescenza?
    io sono tra i finalisti dell’acqui storia, ma so già che probabilmente non vincerò: la giuria dei lettori, quella che ha l’ultima parola, è composta da miei fuori target. amen.

  82. caro salvador, intanto mi affretterò ad acquistare il suo libro. mi ha proprio convinto.
    su camilleri farei un distinguo tra la saga di montalbano, che è ormai tirata un po’ troppo per le lunghe, e altri libri. il birraio di preston, per esempio, mi è piaciuto parecchio.

  83. @massimo
    su di me non troverai nulla, neppure una foto con banfi che pure ha utilizzato, per la sua ultima fatica rai, un mio romanzo (non storico, ovvio). sono un pessimo pr di me stesso, lo dice anche mia moglie.

  84. I primi romanzi di Camilleri sono bellissimi: ironici, scoppiettanti, pregni di quella sicilianità che in pochi sanno descrivere. Poi si è un po’ appiattito con la serie di Montalbano, come le telenovelle che cominci a seguirle col biberon e sei ancora lì a vederle con la barba bianca. Camilleri potrebbe pubblicare i necrologi di Agrigento e continuerebbe a vendere ugualmente. E’ uno di quei fenomeni commerciali che sfuggono alle regole. Ogni tanto si verificano. Come Letteratitudine, del resto. Chissà quali sono le componenti che ne hanno fatto un fenomeno della comunicazione virtuale. Probabilmente Camilleri non passerà alla storia della letteratura, nonostante il grande successo di pubblico. D’altra parte neanche Bufalino viene più ricordato, ma dire che è solo una moda mi sembra molto riduttivo.
    @Un caro saluto ad Andrea Ballarini.

  85. @salvo
    sarà che io sono rimasto a tomasi, brancati, patti ecc
    e a proposito, anche se non quaglia con l’argomento del dibattito: l’eleganza è la nobiltà sono proprie dei lombi contadini; qui in friuli, dove il matrimonio morganatico era norma fino a tutto il ‘400,
    cioè prima che venezia minacciasse la perdita dei feudi, sposare una villica era garanzia di miglioramento genetico. e poi, salvo, pensa a torino: me le ricordo le torinesi elegantissime e signorili, ma racchie da far piangere; poi sono arrivati i siciliani e finalmente le grandi gnocche sono comparse in via po.

  86. Interesante, vivace e istruttivo seguire questo dibattito.
    “Le memorie di Adriano” (yourcenar), questa è la mia scelta. Non so se sia il romanzo dei romanzi ma certemente è il mio preferito. Mi ha commosso la vicenda umana, mi ha interessato, incuriosito, stimolato a saperne di più, la vicenda storica.
    E, come dice giustamente Simona, ha acceso una lucetta sul presente.
    Il romanzo storico può essere ambientato anche nell’ieri più prossimo, ciò che lo distingue è l’ambientazione che assurge al ruolo di protagonista, così come il protagonista stesso.
    Un romanzo storico deve appassionare e coinvolgere come qualunque vicenda che non abbia luogo nè tempo, ma allo stesso momento deve essere supportato da riferimenti rigorosi e da una ricerca attenta su luoghi, linguaggi e modi di sentire.

  87. @Marco:il mio target di lettori ha una cultura medio-alta ed è tra i 30 e i 40 anni. be’, capisco che il giovane deve sognare, imedesimarsi in un eroe invincibile e senza macchia che conquista la nobile e bellissima pulzella. ma gli ultraquarantenni? che sia l’andropausa che li riporta all’adolescenza?

    Allora io sono l’eccezione che conferma la regola…

  88. @Marco carissimo. Mi piace questa tua presa di posizione in favore dei contadini. Io ogni tanto amo sparare le mie battute e come si sul dire “chi ci capita ci capita”. Pensa, se qualcuno mi chiede cosa ho imparato a fare di buono nella vita, rispondo: “Scrivere romanzi? ma quando mai. Fiabe? Peggio che andar di notte. Articoli di critica letteraria? ho rovinato involontariamente più d’uno scrittore (povera Rita). La ricotta! la cosa che più mi riesce meglio di fare è la ricotta. Densa, schiumosa, tenera. Così come mi ha insegnato mio padre. Le gnocche sono dappertutto, basta saperle trovare, anche aiutandosi con l’immaginazione. E se ti capita di incontrare a Torino una dama in costume ottocentesco, con una cuffia in testa, ingolfata come un furgone a nafta, con la fantasia cerchi di immaginarla in dècolletè, se no ti prende un colpo e schiatti all’istante.

  89. rispondo brevemente alle prime due domande: il romanzo storico, ovvero il genere letterario che preferisco in assoluto, per catturarmi deve innanzitutto essere veritiero, rispecchiare dati, fatti, luoghi e personaggi, svelarmisi come un film. Deve esserci coerenza, moltissima coerenza con la realtà del periodo in cui il romanzo viene ambientato… e proprio grazie a questa coerenza, spingermi ad approfondire una volta terminato il libro. Ecco, un romanzo storico ben scritto, deve sapermi incuriosire al di là del libro stesso.
    Ciao

  90. Prima di tutto rivolgo i miei complimenti agli autori di questi romanzi , così come ai recensori. Dei tre autori conosco Cinzia Tani che ho spesso seguito nei suoi interessanti programmi culturali.

    Gli altri comincerò a conoscerli leggendo i lorto libri 🙂

    A proposito del romanzo storico mi viene da pensare agli studi del critico Petrocchi sul romanzo dell’800; in particolare il critico rileva alcuni elementi necessari affinché si possa parlare di romanzo storico:

    – l’esplodere delle passioni civili
    – il gusto degli ampi affreschi storici
    – la necessità di rendersi conto del modo di vita delle classi popolari.

    Se mancano questi, o se non sono messi in primo piano, non si può parlare di romanzo storico.

    A tal proposito ad esempio c’è stato chi ha ritenuto I Vicerè di De Roberto ‘romanzo storico imperfetto’ perché alcuni di questi elementi passa in secondo piano, mentre in opere come quella manzoniania (più volte citata) questi elementi si trovano fortemente accentuati fin da principio.

    Non è facile etichettare un romanzo come storico, soprattutto nel momento in cui ci sono varie sfumature e, ribadisco anche in questa sede, i generi sono un parametro puramente convenzionale.

    P.S. scusate la brevità di questo intervento ma dovevo essere celere… approfondirò prestissimo.

    Un caro saluto a tutti i letteratitudiniani e ai brillanti autori.

  91. Saluti a tutti, scrittori e lettori. Un breve commento sul ‘romanzo storico’ che è pane per i miei denti. Concordo pienamente col primo intervento di Simona Loiacono. Il romanzo storico per me è quello che nasce dallo struggimento per voci perdute, storie dimenticate… Non inserisco personaggi di fantasia, non invento situazioni. Semplicemente cerco di analizzare gli eventi e, se ci riesco, scendere in profondità. Grande attenzione alla documentazione e cura nella scrittura. E anche un certo lavoro sullo stile. Ma queste sono cose essenziali per ogni romanzo.
    Per riassumere, le mie tre regole auree per il romanzo (storico o no) sono:
    1) non inventare nomi
    2) raccontare storie vere
    3) lavorare sullo stile

  92. Arrivo tardi il tempo sfugge il pipik scalpita e non posso leggere tutti i commenti.
    Ciao a tutti uguaglio però.

    ho sbirciato delle cose che dieca Simona Lo Iacono e sono d’accordo. Ma mi preme dire e chiedere a chi vuole rispondere, è la connotazione storica qualcosa che deve venire prima? Devo io scrivere un romanzo in quanto che storico, o la storia l’ambientazione sono degli attributi per quanto importanti di un qualcosa che è più importante o anteriore? COsa questa che riguarda sempre il genere: il genere è la direzione di una strada o il suo arredo (l’alberi, il numero di corsie etc.)?
    Io adolescenzialmente odio i promessi sposi, lo ammetto.

  93. Non amo i romanzi storici. LI ADORO.
    Sono felicissima che Massi dedichi questo post ad un genere – ma esistono ancora i generi? – che è parte della mia vita. Datemi il tempo di leggere tutti gli interventi e scriverò qualcosa di sensato.

  94. Concordo pienamente con Tuena, anche se io credo – sono manzoniana in questo – che storia e invenzione sapientemente mixate ci diano un buon romanzo storico. Invenzione non significa stravolgere la storia. Vuol dire inventare, TROVARE dal latino. Trovare in un periodo storico lontanissimo la storia che vogliamo raccontare. Nel rispetto massimo delle fonti, della domìcumentazione. La saggistica è altro. Il romanzo storico deve darci lo spirito di un’epoca: lo spirito vivifica, la lettera uccide (diceva un certo libro di genere indefinito… 🙂 ).
    Ciao Sabina!
    🙂
    Io amo tantissimo “I Vicerè” e non credo di sbagliarmi quando affermo che ritengo quel libro uno dei pochi a poter stare a pari con i contemporanei francesi o russi, per il suo senso profondo del trapasso da un’epoca all’altra, per il sentore di decadenza che li pervade, per l’attenzione al particulare – in ogni senso. Italianissimo, prima ancora sicilianissimo ma molto europeo, un affresco di ampio respiro che farebbe bene rileggere contro l’ombelicalismo…

  95. Un caro saluto a Mavie… cara, concordo con te. MEMORIE DI ADRIANO è uno dei miei libri preferiti in assoluto. Ambientazione – lo spirito, il Geist detto alla tedesca… dell’epoca è ricostruito con un fare che ha del miracoloso dalla Yourcenar, di cui amo tanto anche L’OPERA AL NERO e IL COLPO DI GRAZIA – , documentazione ai limiti del maniacale, scrittura geniale.
    A proposito: il cinema e la letteratura sono fratelli in questo. Visconti quando girava IL GATTOPARDO voleva che nei mobili ci fossero lenzuola asciugamani… perché, anche se non si sarebbero visti, lui per fare quel film aveva bisogno di sentire che ci fossero. Non so se è una leggenda metropolitana ma la posto perché mi sembra indicativa: quando uno scrittore di romanzi storici si documenta, ha bisogno di sapere molte più cose di quelle che scriverà. Non serve documentarsi per dire quanto si è stati bravi a rapinare archivi: le fonti sono come le lenzuola nei cassetti, poi parte il valzer e il Gattopardo balla con Angelica.

  96. Di Camilleri amo molto i romanzi storici: IL BIRRAIO DI PRESTON, frizzante storia postunitaria, bellissima, un fuoco di fila di invenzioni linguistiche. Anche UN FILO DI FUMO, oppure IL RE DI GIRGENTI, poetico e struggente. La saga di Montalbano è intrattenimento intelligente: diciamo la verita. Chi ha saputo ricreare un mondo? Personaggi seriali, sì, ma che si evolvono, in un’ambientazione insieme realistica e memoriale? Ironia, la Sicilia splendida e terribile…
    Di Simenon i romanzi non-Maigret sono meravigliosi, ma i Maigret sono classici ormai.
    Chi legge i romanzi storici di Conan Doyle? Solo Holmes è rimasto. Un mito.

  97. fatto riposino e poca voglia di scrivere, ma felice sorpresa per l’arrivo qui di un maestro: tuena.
    è un pezzo che non ci si sente, filippo. tutto bene?
    la tua idea di romanzo storico rispecchia la tua scrittura, visto che anche essa è struggente, profonda e complessa, ma non concordo con te se non sul terzo punto, e modificherei il secondo in “raccontare storie possibili”. altrimenti la mistificazione evitata nell’agire di personaggi inventati potrebbe esplodere nella psicologia di persinaggi reali. un abbraccio.
    @salvo
    a te la charbonnier ha segnato la vita. immagino quali erotici sogni hanno suscitato le sue vesti ottocentesche. prova inviarle un ups con ricotta, si sa mai che cada ai tuoi piedi. in quanto alla cultura contadina è una mia picca: cerco di infilarla in tutti i mie romanzi, per darle pari dignità di quella cittadina. la stessa battaglia che feci quasi trent’anni fa per l’archeologia. e ora, scavare necropoli rurali, fornisce un’enormità di informazioni sulla vita quotidiana. vedi gli ultimi strati scavati a poggibonsi (quelli longobardi).

  98. @ Elio Capriati: grazie per aver postato la MERAVIGLIOSA pagina web della radio svizzera nella quale si possono ASCOLTARE le voci di… ommioddio… Buzzati, Calvino, Moravia… sto ascoltando Moravia proprio adesso… viva la Radio Svizzera!!!
    @ Andrea Ballarini: in bocca al lupo per la presentazione di stasera a Roma.
    @ Marco Salvador: grazie della tua risposta. Lo scambio di battute tra te e Salvo è una delle cose più simpatiche e frizzanti di questa discussione! In effetti sono nata a Vicenza, ma la mia famiglia ci si trovava di passaggio; da piccola, per via del lavoro di mio padre, ho girato la penisola in lungo e in largo, Mantova compresa. Riguardo all’affermazione che citi… ehm… “la principale motivazione dell’uomo, non importa l’epoca, è sempre la stessa: la sopravvivenza a se stesso. e per ottenerla, fica, denaro e potere aiutano molto; e la donna tende a premiare chi li ottiene, per salvaguardare la propria discendenza.” Chiedi se l’affermazione sia troppo maschilista? Oh, qui toccherebbe aprire un post apposito… Riguardo a Camilleri, un po’ di tempo fa ho letto la sua biografia di Pirandello, “Biografia del figlio cambiato”. Mi è piaciuta molto. Peraltro mi sembra che lui preferisca definirsi un ‘narratore’, più che uno ‘scrittore’. Il che può significare molto.
    @ Salvo Zappulla: “E se ti capita di incontrare a Torino una dama in costume ottocentesco, con una cuffia in testa, ingolfata come un furgone a nafta, con la fantasia cerchi di immaginarla in dècolletè, se no ti prende un colpo e schiatti all’istante…” Ha ha haaaaaa!
    @ Valerio: grazie per aver postato la definizione di romanzo storico della Britannica: “un romanzo ambientato in un periodo storico e che intende trasmettere lo spirito, i costumi e le condizioni sociali di un’epoca passata con dettagli realistici e fedeltà (in alcuni casi solo apparente) ai fatti storici”. Insomma, la fedeltà ai fatti è qualcosa di assai importante per molti di noi…
    @ zauberilla: “la storia e l’ambientazione sono degli attributi per quanto importanti di un qualcosa che è più importante o anteriore”. Personalmente sposo questa ipotesi.
    @ Maria Luisa Riccioli: “Invenzione non significa stravolgere la storia. Vuol dire inventare, TROVARE dal latino. Trovare in un periodo storico lontanissimo la storia che vogliamo raccontare.” Sottoscrivo. E che bello il tuo blog letterario!
    Adesso scappo che devo finire di leggere un libro che mi hanno prestato e stasera dovrò restituire al legittimo proprietario. Guarda un po’, un romanzo storico… almeno così mi sembra di poter dire: è uno dei polizieschi di Lucarelli ambientati tra la fine del fascismo e il dopoguerra. Sono veramente dei bei romanzi. Quando leggo un libro bello mi sento così felice! Immagino anche voi…

  99. @marco, è ovvio che quelle regolette valgono per me, nel senso che non mi sogno di stabilire regole per altri. Te e molti altri scrittori scrivono benissimo secondo le loro. Proprio in questi giorni ho finito di leggere un bellissimo romanzo Cavallo nero carbone di Robert Olmstead (Einaudi) che stravolge le mie regolette, salvo la terza che è poi quella che conta: lavorare sullo stile.
    Se hai stile, ogni cosa che scrivi risulta credibile, efficace, reale.

    Una seconda osservazione sui termini cronologici del romanzo storico. Penso che non esistano. Nel senso che si può scrivere un romanzo storico anche scrivendo del presente. E’ il rapporto che l’autore stabilisce con il contesto a determinare la sua dimensione storica.

  100. @filippo
    vale altrettanto per me e la seconda parte è magistrale. resta un problema e per non farla lunga ti racconto un fatto. a caldeggiare entusiaticamente la pubblicazione del mio primo romanzo è stato un noto critico letterario. gli ho chiesto se poteva scrivere qualcosa su ‘il longobardo’ e la sua risposta è stata secca: non recensisco romanzi storici, l’altro, se vuole, sì (il riferimento era a quello sugli anziani pubblicato da fernandel). e la sua espressione aggiungeva: non perdo tempo con generi minori. l’ho mandato in mona. perciò, e non parlo solo per me, hai voglia a lavorare sul testo, rimani sempre un ‘plebeo’ della letteratura quanto scrivi romanzi storici, non importa quante copie vendi.
    questo sta peraltro provocando un fuggi fuggi, tanto che due autori piemme, cercando riconoscimenti, usciranno con romanzi sulla prima e seconda guerra mondiale. e uno dei dei due, ottime vendite, mi ha confessato: parlando di fascismo, qualcuno dovrà pure prendermi in considerazione. non mi interessa se ciò accadrà: io continuo per la mia strada.
    @renzo.
    e menomale che si sono persone come te.

  101. Grazie, Rita! Ti dò del tu… sei brava e anche spiritosa…
    Verissimo, come dice Tuena, che l’autore stabilisce un rapporto con il contesto narrato – adesione, opposizione… – e determina la funzione storica del romanzo che scrive.
    Penso a Sciascia: la storia gli serve per interrogare il passato ponendogli domande del presente. Ho letto quest’estate IL SORRISO DELL’IGNOTO MARINAIO: bellissimo, pieno di passione civile, spazia da Antonello da Messina al 1860 e all’oggi. Intelligenza, ottima scrittura, senso della denuncia del male perpetrato oggi come ieri.

  102. @marco, sai che da un po’ di tempo mi punge vaghezza di scrivere un western? poi mi mandi l’indirizzo di quel recensore…

    @maria lucia, io penso sempre che quello che sappiamo su Napoleone e la campagna di Russia lo dobbiamo a Tolstoi. Chi si ricorda un cronista d’allora? Guerra e pace è così vivo che sembra scritto in presa diretta. Erano passati quarant’anni dalla guerra…

  103. Che emozione sentire Benedetto Croce! Grazie del suggerimento… ecco. Il romanzo storico ci fa sentire la voce del passato, quando non c’erano magnetofoni a registrarla. Ma per il principio di indeterminazione di Heisenberg, studiare qualcosa significa già modificarla. E certo, con la nostra sensibilità, cultura, mentalità. Dura spogliarsi dei filtri. Immedesimarsi.

  104. Devo dire che tutti i romanzi di Filippo Tuena sono storici, forse tranne quello fantastico ambientato a Milano. Anche Salvador ha una naturale propensione per il romanzo storico (la trilogia dei longobardi docet), ma scrive anche del mainstream e con esiti egualmente soddisfacenti.
    Insomma, se uno è uno scrittore, che cura al massimo il suo stile e ovviamente ha anche talento, è in grado di scrivere più generi, spesso e volentieri mescolandoli in un’unica opera. Al riguardo basta leggere uno dei romanzi di Calvino, dove sovente c’è il fantastico in più declinazioni, tranne il primo che scrisse, Il sentiero dei nidi di ragno, un’opera sull’esperienza partigiana di grande valore e dove c’è già qualche accenno a voli di fantasia.

  105. Una volta chiesi a un intellettuale siciliano cosa ne pensasse di una tale scrittrice che pubblica per Mondadori. Una che ha vinto anche premi prestigiosi. La risposta fu: “Ha una scrittura molto forte, peccato si limiti a scrivere romanzi storici, non si impegna più di tanto, si limita a svolgere il compitino da 6”. Mi chiedo a cosa sia dovuta questa scarsa considerazione per il romanzo storico. Forse perchè esige soprattutto un lavoro di ricerca, tecnico, in cui la creatività ha un ruolo secondario?

  106. Sposo in pieno tutto ciò che dice Maria Lucia. Quando anche io ho parlato di “invenzione” nel mio intervento di ieri mi riferivo esattamente a ciò. E concordo in pieno su ciò che dice dei Vicerè, di Yourcenar, di Camilleri.
    E mi vanno benissimo anche le regole che suggerisce Filippo Tuena (che bello il suo “Ultimo parallelo”, a mio parere il più bel libro italiano del 2007, almeno tra quelli che ho letto), purchè, come lui stesso ammette, si possano liberamente infrangere: che altro ci stanno a fare le regole sennò?

  107. Personalmente credo che ogni buon romanzo che si rispetti debba avere alle spalle una accurata ricerca,come dice Salvo, un lavoro tecnico,anche se parliamo di un dato campo di fiori,poi magari scopriamo che in quel periodo non esiste tale fioritura.Insomma il talento è sì fatto di creatività e capacità immaginativa,ma deve necessariamente avere dietro una accuratezza dei dettagli che ,se uno è bravo, non deve lasciar trasparire ,lasciando al lettore solo un senso di stupore nella magia della storia raccontata.Credo che il romanzo storico,fatto bene,come gli ospiti qui,sia una prova difficilissima,dura in cui quel mistero di unione tra tecnica lavorativa e immaginazione raggiunge il suo apice.In bocca al lupo agli autori per queste avventure di scrittura!

  108. A Salvo rispondo che la classificazione delle cose in “generi” porta troppo spesso a perversioni quale quella da lui stesso riportata, peraltro simile a quella già citata da Marco Salvador.
    Nella vita credo ci siano perversioni di altro genere, che danno ben maggiori soddisfazioni. Anche la pratica del sado-maso, per esempio, credo possa essere per taluni ben più soddisfacente che lo stabilire maggiore o minore valore ad un “genere” piuttosto che a un altro.

  109. @Carlo S sono d’accordo con te.Penso inoltre che sia poco attuale parlare di generei con parametri così rigidi come quelli adottati dal critico di cui accennava Salvo.La letteratura attuale ha dimostrato di creare opere interessantissime che si pongono a cavallo fra più generi,creando a loro volta nuovi generi letterari,insomma è un ciclo in evoluzione,rispecchia anche un pò i tempi .Qualche riferimento fondamentale tuttavia resta,ma non regole vere e proprie.

  110. @Carlo, ti prego, non parlare di perversioni, che poi si equivoca e mi accusano di pensare sempre a una cosa. A me, che ormai vado in giro col pannolone.

  111. Notevole la provocazione di Salvo: il romanzo storico “esige soprattutto un lavoro di ricerca, tecnico, in cui la creatività ha un ruolo secondario”. La creatività avrebbe un ruolo secondario?! Accipicchia! E’ ovvio che non è così. Da parte mia non so dire per quale ragione la considerazione dei critici nei confronti dello storico sia così scarsa. Mi sembra che generalmente sia molto più considerato il noir – o sbaglio? Ed è quantomeno curioso. Forse su questo aspetto potrebbero illuminarci coloro che di romanzi storici ne hanno scritti e pubblicati più di due (come la sottoscritta) e quindi hanno idee più chiare e più fondate.
    Adesso vi saluto e vado a restituire lo storico di Lucarelli all’amico che me l’ha prestato (“Via delle Oche”. Mmm… mi era piaciuto molto di più “Carta bianca”).
    Un abbraccio e buona serata a tutti!
    P.S. Massimo ci ha gentilmente invitati a parlare dei nostri ultimi romanzi, belli evidenti in cima al post, con tanto di copertina e presentazione/critica, e nessuno ancora l’ha fatto… come mai? Chi comincia di bello?

  112. @Fg. Non è che conosci dalle tue parti un buon centro di riposo per anziani? Io e Renzo stiamo cercando un luogo lontano da tentazioni dove scrivere un romanzo storico a quattro mani. Si intitola: “Il ricordo della gnocca”. Dopo 50 anni dalla sua scomparsa (soprattutto per Renzo), penso che possiamo inserire il testo in questo genere.

  113. @Rita. Brava. Finalmente riporti la conversazione su argomenti seri. Allora scrivo seriamente. Io quando ho finito di leggere “La strana giornata di Alexander Dumas” l’ho apprezzato per quello che era: un’opera letteraria capace di trasmettermi emozioni e sensazioni piacevolissime. E ci tengo a precisare che io sono un lettore molto esigente, non sempre riesco a portare a conclusione le mie letture. Non mi sono chiesto se Maria Stella Chiappini fosse realmente esistita, se il padre adottivo fosse realmente un balordo appartenuto a questo mondo. Non me ne fregava nulla. Semplicemente mi ero gustato una storia intrigante, conversazioni piacevolissime tra Dumas e la chiromante, situazioni che mi tenevano incollato alle pagine. Ecco, credo che quando un autore è in grado di offrire questo al lettore, ha raggiunto il suo scopo. Il resto lascia il tempo che trova.

  114. Crado che si debba riflettere anche sul rapporto tra storia e lingua. Tra ricerca di verità, nella storia, e ricerca di libertà nella parola.
    Ce ne offre un esempio splendido Vincenzo Consolo, che del rapporto parola-storia ( e recupero della parola per non perdere la memoria) ha fatto il suo segno distintivo.
    Al punto che dove cambia la sua visione della storia, muta anche l’espressione linguistica.
    Tra il primo romanzo, La ferita dell’aprile (Mondadori, 1963) e l’ultimo,
    Lo spasimo di Palermo (Mondadori, 1999),infatti, il rapporto tra storia e parola — e quindi il senso della metafora del viaggio nel tempo— si modifica profondamente.
    Se fino a Retablo il viaggio è avventura conoscitiva e utopia, che dilatano il tempo, ingannano la morte ( la causa vera del viaggio, per Fabrizio Clerici, il protagonista di questo libro, “è lo scontento del tempo che viviamo, della nostra vita, di noi, e il bisogno di staccarsene, morirne, e vivere nel sogno dell’ere passate, antiche, che nella lontananza ci figuriamo d’oro, poetiche, come sempre è nell’irrealtà dei sogni, sogni intendo come sostanza de’ nostri desideri”) , nella produzione successiva perde ogni connotazione conoscitiva, diventa
    nostos, amara verifica in un «paese piombato nella notte», «nell’Europa
    deserta di ragione»; Chino Martinez, il protagonista de Lo Spasimo di Palermo, ha infatti la consapevolezza che ogni viaggio è «tempesta, tremito, perdita, dolore, incontro e oblio, degrado, colpa sepolta rimorso, assillo senza posa».
    La modificazione del senso della storia modifica anche quello della parola,con un’accentuazione sempre più espressiva ed espressionista del suo linguaggio, e con un utilizzo in funzione narrativamente destrutturante, rispetto a un tradizionale concetto di romanzo.

    Volevo quindi chiedere ai quattro bravissimi autori in che modo concepiscono, nei loro romanzi, il rapporto tra lingua e storia, tra ricerca e parola.

  115. @Salvo e Rita: Brecht diceva che la prima funzione sociale di un’opera teatrale era il diverimento e questo concetto può essere esteso al romanzo. Quindi, al di là di ogni considerazione, è importantissimo, se non vitale, che un’opera letteraria avvinca, coinvolga il lettore, rendendo così possibile anche il sotteso invito alla riflessione su tematiche che possono essere anche complesse. Del resto è più facile far funzionare la mente se questa è stimolata adeguatamente. Una scrittura scorrevole, una trama interessante sono le basi per poter approfondire un discorso.

  116. @Renzo. D’accordissimo. Alla base di ogni opera frutto della creatività, sia essa un’opera letteraria, artistica, musicale, ci deve essere la capacità di trasmettere emozioni, non necessariamente divertimento, perché se quell’opera mi commuove fino alle lacrime ha raggiunto ugualmente il suo scopo. Ma lo scrittore (o l’artista) ha anche un ruolo più impegnativo, si può rendere portatore di messaggi, attraverso metafore o in maniera diretta, ribellarsi alle tirannie, educare il suo popolo, contribuire a spezzare catene, ristabilire verità. (Quanti vivono in esilio. Quanti sono stati censurati). Questo e altro ha il dovere di fare chi si considera un letterato.

  117. A proposito di censure: ne ho letta una nel sito di Rita Charbonnier, che davvero non si sa se ridere o piangere. La dice lunga su come siamo ridotti in Italia.

  118. Intanto un saluto e un ringraziamento personalizzato ai nuovi intervenuti: Elio Capriati (bellissimo il link che ci hai fornito), Marina, Giorgio Amato, Mavie Parisi, Paola, Valerio, Sabina Corsaro (che – tra le altre cose – è Dottore di Ricerca in Storia Moderna… con una tesi di dottorato sulla Sicilia Post-Risorgimentale attraverso un percorso tra Storia e Letteratura).

  119. @ Salvo: è quel che ho detto io. Quanto al divertire, non significa solo far ridere, ma anche commuovere, e infatti deriva da “devertere”, letteralmente volgere altrove, e poi per estensione ricreare.

  120. Un saluto e un ringraziamento speciale per i suoi interventi all’amico scrittore Filippo Tuena.
    Abbiamo avuto modo di discutere, qui a Letteratitudine, su due libri di Filippo:
    – “L’ultimo parallelo” (Rizzoli): http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2008/03/13/maurizio-de-giovanni-filippo-tuena/
    – “Michelangelo, la grande ombra” (Fazi): http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2008/12/09/michelangelo-la-grande-ombra-incontro-con-filippo-tuena/

  121. @Renzo. Bene. Vedi che siamo in sintonia! Speriamo che FG trovi il posto giusto, sono sicuro che scriveremo un capolavoro.

  122. Rinnovo a Marco Salvador gli auguri e i complimenti (ne avevamo già “parlato” per mail) per essere arrivato alla finale dell’ambitissimo premio acqui storia.

    Marco, non essere pessimista. Se vinci offri da bere a tutti, eh…

  123. Torno alle domande iniziali del post.
    Vorrei riproporle e inserire, in sequenza, le risposte dei quattro protagonisti di questo post… in modo da consentire un miglior raffronto tra le opinioni espresse.

  124. 1. QUALI CARATTERISTICHE DOVREBBE NECESSARIAMENTE POSSEDERE IL ROMANZO STORICO?
    ANDREA BALLARINI: Credo che si possa definire storico un romanzo ambientato in un’epoca anteriore a quella in cui viene scritto, che narri di avvenimenti almeno in parte inventati e per cui sia necessario reperire una documentazione in fonti disperse (altri libri, documenti, filmati, persone eccetera); insomma, un romanzo per scrivere il quale ci si debba procurare un certo numero di informazioni specifiche perché i caratteri del periodo trattato o gli avvenimenti narrati non sono universalmente noti; altrimenti forse si tratta di attualità.

    RITA CHARBONNIER: Mi sembra che un romanzo, per essere definito storico, debba obbedire a un semplice criterio: quello di essere stato scritto da qualcuno che all’epoca dei fatti narrati non era ancora nato. Oppure, deve essere stato scritto un minimo di cinquant’anni dopo i fatti narrati. La definizione (giustamente elastica) non è mia, ma è presa a prestito dalla “Historical Novel Society”: la trovate qui. http://www.historicalnovelsociety.org/definition.htm

    MARCO SALVADOR: Le caratteristiche, in realtà, sono riducibili a una sola: la credibilità. I personaggi di fantasia devono essere inseriti nell’epoca storica nella quale “vivono” in modo “possibile e probabile”. Le loro azioni, i sentimenti e i pensieri devono essere compatibili con la cultura, con le situazioni politiche, religiose, morali, e con la mentalità del tempo. In altre parole rimangono validi i dettami del Manzoni esposti in “Del romanzo e, in genere, de’ componimenti misti di storia e invenzione”.

    CINZIA TANI: Non so definire cronologicamente il “Romanzo Storico”. Io scrivo solo romanzi storici. Anche i miei libri sui delitti sono storici. Ma ultimamente alla Mondadori mi hanno detto che il romanzo storico si ferma alla Rivoluzione Francese!!! Ovviamente non sono d’accordo. Secondo me è storico anche un romanzo ambientato negli anni trenta e quaranta, cioè quando io ancora non c’ero. Tutto ciò che comporta lo studio di un periodo che non è il nostro, secondo me è storico. come per il cinema. Se si pensa a un film negli anni cinquanta lo si definisce “in costume”, quindi storico perché bisogna ricostruire gli ambienti, i costumi ecc.

  125. 2. QUALE DOVREBBE ESSERE LA SUA FUNZIONE?
    ANDREA BALLARINI: Credo che la funzione di un romanzo storico sia la stessa di un romanzo tout court, cioè raccontare una storia in modo coerente e coinvolgere il lettore nel particolare universo narrativo creato. Anzi, forse il massimo sarebbe che il lettore pensasse di essere un contemporaneo dei personaggi.
    E’ vero che, a volte, il racconto storico consente di parlare di costanti dell’animo umano che si ritrovano quindi anche nella contemporaneità quotidiana, senza doversi impelagare in schieramenti ideologici. In altre parole, il romanzo storico può mandare un messaggio, purché non lo faccia apposta. Altrimenti è meglio mandare una mail.

    RITA CHARBONNIER: La funzione del romanzo storico non mi sembra debba essere troppo diversa da quella del romanzo puro: raccontare una storia nella quale diverse persone possano riconoscere qualcosa di sé o del proprio mondo.

    MARCO SALVADOR: Raccontare del passato per parlare del presente è una. (mica vero che la Storia è maestra.) L’altra è il poter essere un primo passo per approfondire un personaggio o un’epoca. In sintesi, un non noioso ma intrigante approccio alla storia.

    CINZIA TANI: Amo leggere i romanzi storici più degli altri romanzi perché mi offrono qualcosa in più, qualcosa che spesso non conosco e quindi mi sollecitano maggiormente a capire, confrontare, andare a cercare, studiare ecc.

  126. 3. CHE COSA – VICEVERSA – DOVREBBE EVITARE?

    ANDREA BALLARINI: Peccato numero uno: annoiare il lettore che ha tirato fuori dei soldi per leggerti con supermuscolari esibizioni narcisistiche. In altre parole: se uno dovesse scrivere una storia in cui a un certo punto, tra le tante cose che accadono, passa il camion che raccoglie l’immondizia, forse per questo dedicherebbe due pagine a spiegare i minuti dettagli tecnici della raccolta, dello stoccaggio e dello smaltimento dei rifiuti? Può darsi, ma poi perché meravigliarsi se il lettore sbadiglia? Come diceva Voltaire, il segreto per annoiare è dire tutto.
    Peccato numero due (più grave del primo): trasformare il periodo storico in oggetto in un fondale teatrale dipinto, usandolo essenzialmente per i suoi aspetti pittoreschi e scenografici, senza curarsi della pertinenza dei pensieri e delle azioni dei personaggi, con il risultato di far assomigliare il romanzo ai mobili in stile, in tutto uguali a quelli antichi, tranne per il fatto che si vede che sono finti. Fuor di metafora, un complotto di magia politica trovo abbia senso nell’Europa del Seicento, ma che rischi di essere un tantino anacronistico nel 1960. Oddio, in letteratura si può fare tutto, però…


    RITA CHARBONNIER: Il romanzo storico dovrebbe soprattutto evitare di essere un pedante sfoggio della cultura storica dell’autore!

    MARCO SALVADOR: La falsificazione. Faccio un esempio per quanto riguarda il medioevo: con trenta chili di ferro addosso, con altri due in una mano e sei nell’altra (spada e scudo), le capriole, i duelli acrobatici, i movimenti felini, sono una incongruenza come le patate e il mais in una zuppa del duecento. Senza parlare dei castelli hollywoodiani e disneyani, dei principi azzurri e delle principesse del pisello. In particolare, sempre per il medioevo e in particolare per la condizione femminile dell’epoca, consiglio a tutti il trecentesco “De costumi e de’ reggimento delle donne” di Francesco da Barberino.

    CINZIA TANI: Temo chi sotto il cappello di “romanzo storico” fa passare romanzetti approssimativi, privi di una ricerca accurata, inverosimili. Avventurette. E ce ne sono tanti. Mentre per quanto riguarda i romanzi seri come quello della Charbonnier che ho presentato in un’occasione ma anche l’ultimo di Melania Mazzucco, io li consiglierei alle scuole. Sarebbe molto più facile e appassionante studiare la scuola se magari durante le vacanze si potesse leggere un romanzo di questo genere.

  127. 4. QUAL È, A VOSTRO GIUDIZIO, LO STATO DI SALUTE DEL ROMANZO STORICO, OGGI, IN ITALIA?

    ANDREA BALLARINI: Anche se non sono un esperto di romanzi storici, ne ricordo alcuni che negli ultimi anni mi sono piaciuti, tipo “Q” di Luther Blissett o “Manituana” di Wu Ming, giusto per citarne due degli stessi autori. Molto interessanti ho trovato quelli di Luca Masali incentrati sulla figura dell’aviatore Matteo Campini, dove a un impianto storico inappuntabile si accoppiano contenuti fantascientifici: ne risultano dei libri assolutamente originali che mi pare schiudano interessanti prospettive al futuro del genere.

    RITA CHARBONNIER: Di solito si sente affermare che l’interesse per questo genere sta crescendo. A livello personale posso dire che quando è uscito il mio primo romanzo, 3 anni fa, mi capitava di sentirmi fare domande del tipo: ma scusa, che razza di libro è? Cioè, parla di Mozart, ma non è un saggio su di lui o sulla sua musica… e poi ci sono dei personaggi realmente esistiti, ma scusa, Mozart quel giorno è veramente andato in quel posto a quell’ora? Eccetera. Ecco, per il nuovo romanzo queste domande non vengono più poste. Quindi forse è vero che c’è una maggior consapevolezza del genere.

    MARCO SALVADOR: A parte gli amici qui presenti (complimenti per la scelta, Massimo) e pochi altri, c’è un mucchio di “autoracci” in giro, e questo sta ghettizzando il romanzo storico. E dico “autoracci” non perché non siano degli ottimi scrittori, ma perché fanno soprattutto fantasy . Oddio, buon genere il fantasy se non lo si spaccia per realtà. Uno dei maggiori colpevoli del decadimento è il malefico “Codice da Vinci”, con la scarica di templari e Graal che a provocato. Una vera dissenteria. Ancora un po’ si dirà che la teoria della relatività era già scritta in aramaico in qualche cripta d’oriente! Non ci sono misteri nella storia, solo angoli oscuri ancora da esplorare.

    CINZIA TANI: Gli italiani non hanno una grande tradizione romanzesca. Di solito sono più bravi a scrivere poesie e racconti. Ma se penso a due romanzi italiani del passato mi rendo conto che sono proprio storici: I promessi Sposi e Il Gattopardo.
    Oggi penso che il romanzo storico in Italia goda di buona salute, credo però che siamo solo all’inizio. Ma forse è un modo per recuperare una tradizione romanzesca molto carente nel nostro paese.

  128. 5. E NEL RESTO DEL MONDO?

    ANDREA BALLARINI: Nel resto del mondo mi sembra che il romanzo storico sia sempre stato piuttosto bene. Basta fare un giro in libreria per rendersi conto di quale straripante salute goda il genere. Fosse anche solo per la statistica, quella mole roba non potrà essere tutto ciarpame, no?

    RITA CHARBONNIER: Nel mondo anglosassone il romanzo storico è sempre andato fortissimo e continua a farlo. Non a caso esiste addirittura una società dedicata a promuoverlo (la Historical Novel Society che citavo prima)

    MARCO SALVADOR: Vale quanto detto per l’Italia.

  129. 6. DOMANDA-SONDAGGIO: QUAL È IL PIÙ GRANDE ROMANZO STORICO DI TUTTI TEMPI (QUELLO CHE POTREBBE ESSERE ELETTO COME “RAPPRESENTATIVO” DEL GENERE)? ha detto:

    6. DOMANDA-SONDAGGIO: QUAL È IL PIÙ GRANDE ROMANZO STORICO DI TUTTI TEMPI (QUELLO CHE POTREBBE ESSERE ELETTO COME “RAPPRESENTATIVO” DEL GENERE)?

    ANDREA BALLARINI: Anche se non lo è, perché ce ne sono di migliori dal punto di vista letterario e della pregnanza dei contenuti, nella mia mente – e nelle mie prime esperienze di lettore – romanzo storico vuol dire “I tre moschettieri”: il miglior plot mai scritto.
    Tra quelli più recenti, sicuramente “American tabloid” di James Ellroy: un misto di realtà e fiction di incredibile potenza sostenuto da un rigore stilistico unico.

    RITA CHARBONNIER: Il più grande romanzo storico di tutti i tempi… mmm… che ne dite de I PROMESSI SPOSI?

    MARCO SALVADOR: Difficile citare un solo titolo. Comunque, oltre al capostipite Scott, a Guerra e pace, all’ottimo Gattopardo, mi tocca proprio votare “I promessi sposi”. Però da leggere almeno dopo i venticinque anni (quando l’odio scolastico si è affievolito) e saltando tutte le “dotterie” storiche.


    CINZIA TANI: Per quanto riguarda i miei preferiti non ce n’è uno in particolare. Posso citare Il dottor Zivago, Guerra e Pace. Ma un meraviglioso romanzo storico è anche Il vangelo secondo Gesù di Saramago se vogliamo parlare di scrittori contemporanei.

  130. Ecco… mi sembrava interessante e utile riproporre le domande (e le risposte fornite) raffrontandole in questo modo.
    Naturalmente se qualcun altro ha voglia di fornire la propria risposta è il benvenuto…

  131. Adesso vorrei cominciare ad approfondire la conoscenza dei quattro libri presentati.
    Comincerei con quello di Cinzia Tani…
    So che Cinzia tra breve partirà all’estero e potrebbe avere problemi di connessione.

  132. Le frasi inserite come epigrafe mi hanno sempre incuriosito.
    L’epigrafe scelta da Cinzia Tani per il suo “Lo stupore del mondo” è la seguente (l’ho trovata molto bella):

    La distanza che separa l’incredulità dalla fede
    [è un soffio;
    quella che separa il dubbio dalla certezza è del pari
    [un soffio;
    passiamo dunque serenamente questo prezioso
    [spazio di un soffio
    perché anche la nostra vita è separata dalla morte
    [da un soffio.

    Omar Khayyam

  133. Bene. Nei prossimi giorni porrò domande simili (ma anche differenti) agli altri tre “protagonisti” di questo post.
    Ciascuno di voi, naturalmente, può porre domande.
    E la discussione sul romanzo storico in generale… continua!!!

  134. Cari amici, per il momento chiudo qui e vi auguro una serena notte.
    Perdonatemi se vi ho inondato con i miei commenti… ma purtroppo (tranne qualche eccezione) posso intervenire solo la sera.
    Ancora grazie a tutti e… buona prosecuzione.

  135. Avrei una curiosità per la gentilissima Cinzia Tani- a parte i complimenti per la sua attività ricchissima di spunti-.Quando si scrive di un personaggio storico così conosciuto e di cui è stato abbastanza scritto,quanta parte relativa all’invenzione lo scrittore si può concedere senza sentirsi un pò traditore di una figura storica già in parte disegnata?
    p.s.Cinzia Tani mi sarebbe tanto piaciuto seguirla in uno stage quest’anno a Roma da Perrone ,ma purtroppo non mi è stato possibile,spero che lei si renda nuovamente disponibile.( per il racconto noir).cari saluti

  136. una curiosità. pongo una domanda a tutti, scrittori e lettori.
    tempo fa, da qualche parte, avevo sentito dire che all’estero alessandro manzoni non è preso in grandissima considerazione come, per es., walter scott. è vero? vi risulta?

  137. @Simona. In che modo concepiscono nei miei romanzi storici il rapporto tra lingua e storia, tra ricerca e parola?
    Credo che nello scrivere un romanzo ambientato in un’altra epoca, soprattutto se è un’epoca lontana, sia necessario inventarsi una lingua. Nessuno ha idea di come parlassero veramente due locandieri nel Seicento; certo, ci si può fare un’idea sui testi dell’epoca, ma la lingua scritta è quasi sempre abbastanza lontana dalla quella di tutti i giorni. E allora non resta che cercare una soluzione che evochi il sapore di altri tempi, cercando tanto di evitare anacronismi ridicoli (difficilmente un locandiere del Seicento dirà “Bbella regà!” per esprimere approvazione), quanto di ammorbare il lettore con una lingua ricalcata sullo stile dell’epoca (quello delle fonti scritte, ovviamente, che è tutto quel che abbiamo): scelta quest’ultima che magari soddisferà l’ego dell’autore e i pruriti di qualche filologo pazzo, ma che inevitabilmente romperà le balle ai lettori.

  138. Discussione più che stimolante. Complimenti a tutti. Anche io sceglierei i Promessi Sposi come esempio eccellente di romanzo storico italiano. In assoluto opterei per Guerra e Pace.
    Sandra però non ha tutti i torti. se i Promessi Sposi, che è anche un romanzo storico, è il più grande romanzo italiano, è anche vero che impallidisce di fronte ai più grandi romanzi di altri paesi. Da questo punto di vista ha ragione Cinzia Tani quando sostiene che non abbiamo una grande ‘tradizione romanziera’.

  139. @Andrea Ballarini: è la soluzione che anche io prediligo. Proprio perchè nell’inventare la lingua si fa un ulteriore viaggio. E nel viaggio (nel penetrare i segreti di un neologismo, di una percezione, di una traccia) ci si imbatte nella stupefacente capacità creativa della parola. La parola che crea (o ricrea) e la storia che rivive.
    Credo che sia una delle avventure più stimolanti per uno scrittore.
    Le soluzioni, naturalmente , possono essere tante ( e legate al gusto dell’autore).
    Ma credo molto nella pietas della parola, nel suo sapersi adattare alla voce che interpreta, alla sua miracolosa assonanza con un destino.
    Trovato quel destino ( e i suoi segreti, i suoi lamenti, i suoi misteri), penso che l’approdo della ricerca linguistica sia avvenuto. Che la parola restituisca al lettore e allo scrittore il suo scopo originario. Saper vedere. Oltrepassarci. Tagliare la nostra carnalità con uno sguardo obliquo, calante, impresso di un guizzo (forse imprendibile, ma per un attimo nostro) di conoscenza.

  140. non è vero che a noi manca una ‘tradizione romanziera’. forse ci mancherà una tradizione di romanzi d’avventura (ci rimane salgàri) o epici. ma se la prima deriva dalla caremza di stimoli (colonie inesistenti ed emigrazioni di massa tardive), la seconda era quasi impossibile in un ottocento paralizzato da risorgimentalismo e clericalismo. poi, da poveri sudditi di potenze estere com’eravano, vergognosi dell’essere servi (franza o spagna pur che se magna), c’era la tendenza a mimetizzarsi fra i padroni e di conseguenza ad ammalarci di esterofilia. anche noi abbiamo il nostro ‘delitto e castigo’, quel grande romanzo di emilio de marchi intitolato ‘il cappello del prete’, ma vuoi mettere riempirsi la bocca di un cognome quasi impronunciabile come dostowyeski (che pure è un capolavoro)? chi ha letto de marchi fra di voi?
    invece, per la poca considerazione odierna del romanzo ‘storico’, a parte la colpa degli editori che marchiano con detta dicitura merdate terrificanti, anche qui, in parte, la questione è politica. i maestri del pensiero a lungo hanno asserito: il nostro paese, l’italietta, è stato un disatro per gran parte della sua storia; la monarchia ridicola, la prima guerra mondiale un crimine, il fascimo e il colonialismo tragiche buffonate ecc ( il neoralismo ci ha messo del suo nel mostrare i lati più miseri e degradati e sordi ha consolidato l’immagine di un italiano buffone e inaffidabile). potrei continaure per ore, ma giungo al punto: chi afferma il contrario è un idiota reazionario, probabilmente un fascista o, al limite, un amerikano che vuol creare un’epica tipo la loro che l’hanno fondata su dei bovari criminali e massacratori di indiani. l’ho provato sulla mia pelle. dopo l’uscita de ‘il longobardo’, una domanda mi ha perseguitato pure nelle paludate interviste rai: ma hai scritto un romanzo leghista? e pensare che l’avevo scritto proprio per combattere il montante celtsmo della mia regione!

  141. ‘il cappello del prete’ è un buon libro, ma paragonarlo a ‘delitto e castigo’ è un po’ ambizioso.
    insisto. la tradizione del romanzo italiano, che pure c’è, non è lontanamente paragonabile a quella francese, inglese o russa.
    dostowyeski è più difficile da scrivere che da pronunciare. infatti si scrive dostoevskij.

  142. @rino.
    intanto grazie per leggermi. risponderti è dura. sarà banale dirlo, ma son tutti ‘figli’. però ‘la vedentta del longobardo’ (orribile titolo voluto fa piemme) mi è particolarmente caro perché sono stati pochi coloro che hanno indivudato ‘la seconda lettura’ (c’è sempre nei miei romanzi), una alchemica trasmutazione del mercurio applicata all’animo umano.

    @andrea.
    inventare una lingua può essere un espediente interessante, ma testi in volgare d’epoca (magari solo gli interrogatori del sant’uffizio presenti in ogni diocesi), a partire dal ruzzante, non mancano. insomma, si sa come parlavano due tavernieri del seicento.

  143. comunque faccio tanti complimenti a lei, salvador, che ammiro e di certo la leggerò. la parte finale del suo precedente commento mi ha fatto sorridere.
    e mi scusi per il mio di prima, non volevo sembrare presuntuoso od arrogante.

  144. @ Simo. Tu ne hai scritto uno solo di romanzo, ma non dimentichiamo che al primo colpo ti sei aggiudicata il Vittorini Opera Prima (oltre al grande successo di pubblico che stai ottenendo, anche conseguenza del premio ma è ancora più importante del premio). Insomma, come dire, hai tutta l’autorevolezza necessaria per lasciare un segno importante in questo dibattito. La parola, l’uso del linguaggio che hai fatto tu nel tuo romanzo, a mio parere va oltre la ricerca, l’approfondimento, il calarsi nell’epoca in cui è ambientato il testo. Io parlerei, nel tuo caso, di sperimentazione linguistica. La parola come panacea contri i soprusi, l’arroganza dei potenti, la parola portatrice di un mistero arcano, magia e incanto, bestemmia e purezza. Ci ricordi che la comunicazione è la condizione primaria dell’essere umano. Ritornando a parlare degli odiati generi, ritengo che “Tu non dici parole” si colloca solo parzialmente tra i romanzi storici, è un romanzo sospeso tra misticismo e superstizione, tra reale e fantastico, tra verità e leggenda, tra mistero ed esoterismo ha una scrittura lirica e visionaria, uno stile personalissimo e inconfondibile.

    @ Marco. Credo che ben presto diventerò un tuo fan sfegatato.

  145. @Annalisa. Boh, che ne so. Io non ne ho mai scritti, non ne sarei neanche capace, al massimo riesco a mettere insieme componimenti poetici di basso pregio.

  146. E allora, di riflesso, come fai a dire che “Tu non dici parole” di Simona Lo Iacono si colloca solo parzialmente tra i romanzi storici?
    🙂

  147. A Filippo Tuena: sono d’accordissimo… anzi, se c’è un metodo per comprendere meglio un personaggio o un’epoca storica è proprio leggerne la trasfigurazione letteraria, anzi LE trasfigurazioni letterarie…
    Io credo che la letteratura sia come i sogni: trae i suoi elementi dal reale ma poi li trasfigura. Nonostante l’apparente deformazione un sogno può rivelarci a noi stessi più di quello che traspare dalla nostra vita conscia.
    Un romanzo è un sogno ad occhi aperti, un sogno fatto in presenza della ragione. Tramite le maschere – le PERSONAE – dei personaggi, tramite le loro azioni, l’ambientazione storica o contemporanea, i romanzi sono rivelatori di una cultura, di un’epoca, una spiritualità, una poetica individuale e storica…

  148. @avviso ai futuri scrittori.
    come membro della giuria di un importante premio letterario, ho appena gettato dalla finestra l’ennesimo romanzo con scrittura sincopata. quasi più punteggiatura che parole, frasi di una o due parole. inoltre anacoluti, anafore e anadiplosi a iosa. stale alla larga da certe pessime scuole di scrittura.

  149. Anacoluti,anafore e anadiplosi………mammamia,solo a nominarle mi pare di evocare la mummia di Tutankamon, sono anche peggio della febbre suina secondo me.Evitare,evitare,se le eviti non ti uccidono.
    (Ha ragione Marco Salvador……..).

  150. In attesa delle risposte di Cinzia Tani (credo che rientrerà in sede, a Roma, stasera… per poi ripartire) passerei ad approfondire la conoscenza proprio del libro di Marco Salvador: “La palude degli eroi”.
    Ma intanto vorrei approfondire la conoscenza dell’autore del libro…

  151. Sul sito della Piemme leggiamo questa scheda su Marco Salvador:

    È nato a San Lorenzo, in provincia di Pordenone, nella casa in cui vive tutt’oggi. Ricercatore e storico con un interesse particolare per il Medioevo, è autore di numerosi saggi. Per Piemme ha pubblicato una trilogia ambientata in epoca longobarda: Il longobardo, che ha vinto il premio “Città di Cuneo per il Primo Romanzo-Festival du Premier Roman de Chambéry” ed è in corso di traduzione in varie lingue, La vendetta del longobardo e L’ultimo longobardo. Per Fernandel ha pubblicato due romanzi d’impegno civile: La casa del quarto comandamento, che ha avuto due diverse trasposizioni teatrali e del quale sono stati opzionati i diritti cinematografici, dedicato alla condizione degli anziani nelle case di riposo, e Il maestro di giustizia sul problema dell’eutanasia.

    http://www.edizpiemme.it/pm/pmauthor.view?id=6328

  152. Invece, caro Marco, l’autobiografia che hai scritto sul tuo sito ha un taglio diverso:

    AUTOBIOGRAFIA
    (comunque e sempre provvisoria)
      Sono nato a San Lorenzo, un piccolo paese contadino del Friuli occidentale, il 10 novembre. Sul finire di una fredda notte, anticipatrice di una gelida brinata. L´anno era il 1948, memorabile per le frequenti e disastrose grandinate. Diciannove giorni dopo mio padre morì. Stava per commemorare la morte di mia sorella (1947) e festeggiare l´anniversario di matrimonio (1946). Ora, visto che pure mia figlia è nata a novembre e che l´incidente fatale di mia madre è accaduto a novembre, nessuno si stupirà se questo mese mi dà una certa agitazione. Nel bene e nel male.
      Ho frequentato i primi quattro anni delle elementari nel mio paese, in due pluriclassi. I, II e III con una maestra; la IV con un´altra, assieme a quelli di V che, ormai al giogo nei campi, potevano sfasciarti la faccia con una semplice manata. Ma nonostante mia madre pretendesse da me abiti puliti, una chioma piuttosto lunga e qualche goccia di colonia, la mia vita scorreva felicemente. E i miei coetanei profumati di stalla, rattoppati e liberi come fringuelli non mi coglionavano. Neppure per i bottoni rossi della mia tunica da chierichetto (tutti li avevano neri) e la cotta con pizzo rinascimentale da monsignore.
      Poi si misero in mezzo i parenti e amici. A nove anni lasciai la grande casa dove ero nato, e dove vivevamo da soli io e mia madre, e finii come interno dai Salesiani del collegio di Pordenone. Ricordo il primo dettato. Fin lì, avendo le maestre per casa, risplendevo per media dei voti. Al primo dettato salesiano (dieci righe con la regola che, partendo da dieci, ad ogni errore di ortografia si perdeva un punto) presi un bel -15. Ripetei la quinta elementare e odiai i salesiani. La vita era dura. Ci si alzava alle sei e mezza e si andava a dormire alle nove: circa quindici ore di lezioni e studio interrotte da una messa, una funzione religiosa e sole due vere ricreazioni, il tutto regolato dal suono della campanella o dal fischietto del Consigliere. Una severità da scuola militare, con regole ferree su comportamento, modo di stare a tavola, parlare, muoversi, rifare il letto, pulizia personale e così via. Però, oggi lo ammetto: devo ai salesiani gran parte di quello che so e che so fare. Mi hanno insegnato i ´metodi´. Come apprendere, come affrontare i problemi, come cavare il massimo dalle poche doti in possesso. Il tutto a suon di esercizi spirituali, analisi logica e versioni dal/al latino e greco.
      Ci stetti fino in quarta ginnasio. Alle soglie della quinta, dopo una vacanza estiva durante la quale rimasi fulminato dalla meraviglia del femminino, puntai i piedi e mi rifiutai di tornare in ´carcere´. Mia madre m´impose una scelta: o il classico in collegio o un diploma fuori. Scelsi la seconda opzione, con suo enorme dispiacere. Immeritatamente, e solo grazie ai miei nove in italiano e storia, divenni perito chimico. Furono anni goderecci, un´anticipazione del ´68, curiosi, ribelli, allegri, ideologici eppure senza odio e violenza. Quindi il tentativo di raddrizzare le cose, di tornare agli interessi veri con l´iscrizione a filosofia a Trieste prima e il trasferimento alla facoltà di psicologia a Padova poi.
      Le mie esperienze lavorative sono state varie e non tutte soddisfacenti. Sono partito come responsabile del settore AIL in un grande compagnia assicurativa e ho finito con l´occuparmi dei problemi degli anziani nelle case di riposo e di altri in istituti per umanità ´in sofferenza´. In realtà, ogni mia scelta è stata frutto di un compromesso o del mescolarsi di caso e necessità.
       Nell´insieme il tutto non è stato granché gratificante. Ma ho avuto una grande fortuna: una famiglia stupenda, sempre accanto a me, a partire da mia madre. Nel 1969 conobbi quella che è mia moglie da trentatré anni. Una donna splendida, in tutti i sensi. Da essa ho avuto due figli. Un maschio nel 1977 e una femmina nel 1986, dei quali vado orgoglioso. Ancora oggi viviamo tutti assieme nella grande casa dove sono nato.
    (tornate, troverete aggiornamenti…forse)


    http://www.marcosalvador.com/biografia.html

  153. @ Marco Salvador
    Pongo anche a te alcune delle domande rivolte a Cinzia:

    Come nasce “La palude degli eroi”? Da quale idea? Da quale esigenza?

    Ci racconteresti qualche aneddoto su come hai svolto le attività di ricerca?

    una domanda sulle tue abitudini di scrittura.
    Scrivi preferibilmente in un determinato momento della giornata (la mattina, la sera) o ti è indifferente?

  154. la nota biografica è un po’ datata, ma va bene così. mi dà fastidio l’incipit, del quale non riesco a liberarmi. sembra quasi sia straordinario vivere nella casa dove si è nati. ma per noi, nobili contadini in là con gli anni, è la norma. di più: sono stato partorito nel medesimo letto dov’è nato e spirato mio padre. quel letto è ancora là, ci dorme mia figlia: è convinta che sia un suo diritto ereditario. glielo confischerò solo per un attimo che spero sia lontanissimo: per spirarci anch’io.

  155. @Salvador:”invece, per la poca considerazione odierna del romanzo ’storico’, a parte la colpa degli editori che marchiano con detta dicitura merdate terrificanti, anche qui, in parte, la questione è politica. i maestri del pensiero a lungo hanno asserito: il nostro paese, l’italietta, è stato un disatro per gran parte della sua storia; la monarchia ridicola, la prima guerra mondiale un crimine, il fascimo e il colonialismo tragiche buffonate ecc ( il neoralismo ci ha messo del suo nel mostrare i lati più miseri e degradati e sordi ha consolidato l’immagine di un italiano buffone e inaffidabile). potrei continaure per ore, ma giungo al punto: chi afferma il contrario è un idiota reazionario, probabilmente un fascista o, al limite, un amerikano che vuol creare un’epica tipo la loro che l’hanno fondata su dei bovari criminali e massacratori di indiani. l’ho provato sulla mia pelle. dopo l’uscita de ‘il longobardo’, una domanda mi ha perseguitato pure nelle paludate interviste rai: ma hai scritto un romanzo leghista? e pensare che l’avevo scritto proprio per combattere il montante celtismo della mia regione!”.
    Concordo in tutto, ma non cominciare anche tu, visto che pure a me qualcuno chiede se il mio “Canti celtici” è un’opera che parla delle origini della lega. So anche che qualche leghista l’ha letto e, per fortuna, è rimasto deluso.
    Da noi non si può parlare di qualche cosa di un passato lontano (vedi il tuo caso con la trilogia dei longobardi) senza essere tacciati di leghismo, e pensare che come la lega si è inventata la padania, si è pure sognata, e del tutto a capocchia, le origini celtiche e riti relativi.

  156. @Paola. Fatti spiegare pure queste, così abbandoniamo il campo per sfinimento.

    allitterazione, anadiplosi, anafora, anastrofe, asindeto, chiasmo, climax, enallage, endiadi, epanadiplosi, figura etimologica, ipallage, iperbato, onomatopea, paronomasia, poliptoto, polisindeto, zeugma
    antitesi, eufemismo, ironia, ossimoro

  157. Ma come sei rugnusu, Salvo… Ho trovato molto interessanti le ultime considerazioni di Renzo, mi hanno fatto tornare a mente la beckettiana (si dice così?) “supinazione cerebrale” della nostra cara italietta…

  158. @Salvo: hai dimenticato:
    analogo, antonomasia, catacresi, iperbole, sineddoche, sinestesia, episinalefe, diafele, sineresi, pròstesi, anaptissi, paragoge, aferesi, apocope, tmesi.
    Per darti un aiuto, ti dico che, tranne la prima, le altre sono figure metriche di vocale, licenze poetiche e figure retoriche.
    @Rita: dai, un ultimo sforzo.

  159. @Rita, Renzo, barbara X

    Io ho poca dimestichezza col computer e non so come si fa a cercare. Fino a poco fa non sapevo cosa significassero quei nomi ma ho telefonato a Massimo Maugeri per avere informazioni, il quale mi ha assicurato che sono tutti nomi di antichi guerrieri longobardi caduti in battaglia. E se lo dice Massimo, non ho dubbi.

  160. @Salvo: prova a chiedere conferma a Salvador, che di longobardi se ne intende. Guarda, io sapevo appena chi fossero, ma dopo aver letto i libri di Salvador ho le idee chiare: non erano di certo gli antenati di Bossi e di Calderoli.

  161. “Anacoluto!”
    “Anacoluto a chi? Ma sta’ zitta, brutta anafora…”
    “Anafora? Ma come si permette? Lo dirò a mio marito. Se la vedrà con lui. E’ un esperto in anadiplosi. E se lo fa andare in endiadi è capace di spaccarle l’ossimoro… e le finirebbe con una pròstesi.”
    “Oh, tremo tutto. Una vera anastrofe. Ma sarebbe una minaccia o un asindeto?”
    “Faccia lei. In ogni caso le consiglio di imparare un po’ di allitterazione.”
    “Ma bene… ci diamo una calmata?”
    “Ha ragione, mi scusi. E’ che oggi sono un po’ stressata. Non so nemmeno come mi chiasmo.”
    “Tutta colpa del climax. Troppo caldo.”

  162. Dopo la parentesi scherzosa, passerei a qualche cosa di serio. La storia in Italia non piace molto agli scolari, un po’ come la geografia. Direi anzi che il popolo italiano presenta gravi lacune nella conoscenza della storia, imputabili anche a una materia bistrattata, sebbene così importante. Visto che non mi pare ci sia la possibilità di una riforma scolastica di tale portata che consenta agli allievi di amare questa materia e di apprenderla con spirito critico, pensate che il romanzo storico possa contribuire, almeno in parte, a risolvere questo problema?

  163. Secondo me sì, Renzo. Mi sembra un’ottima idea. Si potrebbe associare un romanzo a un periodo storico. Potrebbe essere più stimolante per i ragazzi.

  164. @renzo e altri.
    no, la padania non l’ha inventata la lega. il termine lo si ritrova già in documenti dei secoli VII-X come sinonimo di pianura padana e monti limitrofi. soprattutto in occasione di sinodi.
    i longobardi sono antenati anche di calderoli, ma di più lo sono dei beneventani, salernitani, di acuni pugliesi, marchigiani ecc. quando al nord si erano già estinti o meticciati, al sud risplendevano. quel ladrone di carlo magno si è fatta mezza bilbioteca palatina rapinando pavia e ricattando salerno.

    RISPOSTA ALLA PRIMA DOMANDA
    fin da bambino sono stato un lettore feroce, inevitabile tentare di imitare o miei idoli. però la svolta è avvenuta verso il 17-18 anni (1965-66). prima giovanni arpino ha accettato un mio racconto per la rivista da lui fondata “il racconto” (che però ha avuto vita brevissima). poi, in mia assenza, un giorno pier paolo pasolini ha accompagnato a casa mia sua madre (era amica della mia e lui ci frequentava) e ha visto su di un tavolo il dattiloscritto del mio primo romanzetto. se lo è preso, lo ha letto e mi ha fatto i complimenti. poi è arrivata un’offerta di pubblicazione da un importante editore. però, sia lui sia l’editore, asserivano di dover fare un editing piuttosto corposo. io (il mona!) ho rifiutato sdegnosamente, ma ho capito che potevo farcela. be’, ho scribacchiato per trent’anni senza proporre a nessuno i miei lavori; così, come un passatempo, prefrendo i saggi e il lavoro. infine, nel 2002-2003, temporaneamente immobilizzato da un banale malattia non diagnosticata (artrosi gottosa), tra un voltaren e l’altro ho scritto due romanzi, li ho inviati agli editori e nel giro di poche settimane ho firmato i contratti. il resto è sotto gliocchi di tutti.

  165. @marco.
    E’ vero, hai ragione, qualche indizio su come parlava la gente secoli fa, da certi testi volgari si può ricavare. E a volte anche ben più di qualche indizio. Però resta il fatto che un testo, soprattutto se filtrato dalla sensibilità di un artista come, per esempio, il Ruzante, anche se ha indubbiamente a che fare con la lingua parlata, ha di certo molto più a che fare con lo stile del Ruzante.
    Non credo che sarei in grado di sostenere una singolar tenzone sul seguente concetto, ma ho l’impressione che la lingua parlata appena viene messa su carta cambi, si cristallizzi in una forma che nella realtà non esiste (sempre il principio di Heisenberg). Una discussione tra amici, per dirne una, è irriproducibile su carta: non ci saranno le stesse sgrammaticature, le stesse esitazioni, le stesse ripetizioni: a meno di non voler ammazzare i lettori (E questo, per la verità, è un problema che non riguarda solo il romanzo storico, bensì tutta la letteratura). E, allora, trovo che sia meglio inventarsi un modo di evocare il sapore di quella discussione sulla base del criterio della funzionalità: se funziona, va bene, anche a scapito della verità, ma mai della verosimiglianza. Non ricordo quale famoso uomo politico, forse era Disraeli, diceva “Se la versione è più divertente dell’originale, si racconti pure la versione.” Sono d’accordo.

  166. rispondo, in ritardo, alla domanda “che cosa dovrebbe evitare il romanzo storico”
    secondo me il romanzo storico dovrebbe evitare di trasformare il passato deformandolo a nostro uso e consumo. un rispetto e una ricostruzione filologicamente corretta mi sembra doverosa. anche perché dal confronto tra mentalità diverse avremmo occasione di crescere mentalmente. altrimenti ci bamboleggeremo sempre con l’idea che tutti abbiano avuto i punti di riferimento che noi riteniamo imprescindibili
    un caro saluto a tutti
    marina torossi

  167. – Bellissima l’epigrafe a firma di Omar Khayyam. C’è un motivo particolare per cui l’hai scelta? Che connessioni ha (se ne ha) con il romanzo?

    Ho scelto quei versi di Khayyam, grande poeta e filosofo e scienziato persiano. In qualche modo mi ricordava Federico per la sua grande erudizione. Poi ho voluto mettere i versi di un arabo, visto il grande interesse e amore di Federico per la cultura araba. Infine quei versi sono molto significativi per il mio libro che ha come uno dei temi principali il dubbio religioso, la ricerca di una fede. E la distanza fra credere e non credere, a volte, è proprio un soffio.
    Come quello tra la vita e la morte.

  168. – Ci racconteresti qualche aneddoto su come hai svolto le attività di ricerca?

    Sono una maniaca dei sopralluoghi, degli studi, dei documenti che riguardano i miei romanzi storici. Vado a cercare le case dove avrebbero potuto abitare i miei personaggi. Ho scelto un luogo di Trastevere per i gemelli e due quartieri di Mazara del Vallo per Flora e Rashid. Ho visitato i monasteri, i castelli federiciani, i luoghi in cui Federico andava a caccia. Sono stata a Parma a cercare il luogo in cui poteva essere stata costruita Victoria, ecc.
    Poiché non ero sicura che i colombi viaggiatori avrebbero potuto portare il peso di una pagina di pergamena, mi sono informata presso le società colombofile in Italia; e poi sono andata a Fabriano dove mi hanno spiegato che nel periodo che mi interessava, in Italia, era arrivata la carta di stracci, quella leggera che i colombi potevano facilmente portare per salvare il manoscritto sull’ornitologia di Federico.

  169. – Come nasce questo tuo romanzo? Da quale idea? Da quale esigenza?

    “Lo Stupore del mondo” è un romanzo storico con un forte intreccio di passioni e gelosie, di vendette e amori forti e disperati che si snoda durante il periodo di vita di un grande sovrano: Federico II di Svevia.
    Federico viene raccontato soprattutto attraverso le emozioni che suscita nei vari personaggi.
    La bella Flora, siciliana, curiosa, che cerca disperatamente la religione ideale e che ama la libertà sopra ogni cosa e per ottenerla è disposta a combattere i pregiudizi dell’epoca nei confronti delle donne che erano spesso oggetto di scambio nei matrimoni combinati. Flora arriva alla corte di Federico per il suo immenso talento nel ricamo e sposerà uno dei cavalieri dell’imperatore. Ma il suo grande amore è Rashid.
    Rashid è arabo, è il grande amore impossibile di Flora, anche lui siciliano addestra gli uccelli, viene salvato da Federico che lo fa educare nel monastero di Montecassino e lo prende a corte perché si occupi dei suoi uccelli. Soprattutto dei colombi viaggiatori che costituivano il modo più veloce di comunicare di quei tempi. Anche Rashid, che poi prende il nome cristiano di Gabriele, ama Flora; ma ama di più Federico che lo ha incantato da bambino.
    Pietro e Matteo sono due gemelli nobili, romani, che vengono separati alla nascita da destini opposti. Pietro sfugge alle mani della nutrice alla nascita e rimarrà segnato per la vita da una deformità al viso. Diventerà un cavaliere mercenario, crudele, cinico, un grande campione, si macchierà di delitti orribili e nasconderà quasi a tutti la sua vera identità. Sarà l’amore a riscattarlo, quello per una donna disposta ad amarlo appassionatamente nonostante la sua deformità. Ma anche l’amicizia per l’uomo che lo ha fatto cavaliere e l’amore fraterno tardivo. Il gemello, Matteo, apparentemente molto più fortunato di lui, diventato cavaliere di Federico, si innamora di Flora e la sposa ma non conquisterà mai del tutto il suo cuore.
    Ho voluto raccontare un medioevo un po’ inusuale, diverso da come viene descritto di solito, cupo e violento. Certo, era un periodo travagliato dalle lotte fra i comuni, fra impero e papato, periodo in cui nasce l’inquisizione contro le eresie, periodo di crociate ma anche di San Francesco e della vita nei monasteri. Ho privilegiato la descrizione degli uomini, dei loro sentimenti, dei conflitti familiari, delle grandi ambizioni, degli atti di eroismo, delle gelosie e dei tradimenti, delle grandi passioni d’amore. Un medioevo luminoso e affascinante ambientato tra la Puglia e la Sicilia. Tutto si conclude con l’assedio di Parma, punto finale e cruciale nella vita di Federico e di tutti i miei personaggi.

  170. – Cosa ti ha affascinato di più nella figura di Federico II (che emerge dalle pagine del romanzo)?

    Federico aveva una personalità affascinante e poliedrica, era fautore della libertà di pensiero e di uno Stato laico contrapposto all’egemonia del Papato romano. Letterato, statista, condottiero, legislatore. Amava la cultura profondamente come dimostra l’università di Napoli, gli eruditi di tutto il mondo che ospitava a corte, il grande trattato che scrisse sugli uccelli, i numerosissimi castelli che fece costruire soprattutto in Puglia, ultimo dei quali è quel capolavoro di Castel del Monte. Uomo estremamente virile cavalcava meglio dei suoi cavalieri, era più esperto di loro nell’uso delle armi, eccellente nella caccia al volo ed era anche un grande statista visto che riuscì a vincere una crociata con la sola diplomazia, senza spargimento di sangue. Importantissime le sue leggi, le costituzioni Melfitane, fra cui ce n’è una contro lo stupro e contro la prostituzione. Quindi Federico si interessava profondamente alla realtà femminile.
    Fece di Lucera una città saracena da cui venivano le sue guardie del corpo e le donne del suo harem. Si muoveva come un principe orientale seguito da tutta la sua corte, dal caravanserraglio degli animali, dai falconi imperiali, dai suoi consiglieri, primo fra tutti Pier delle Vigne. E spesso, vedendolo arrivare, le città si arrendevano senza neppure cominciare a combattere.
    Le opinioni su Federico sono spesso discordanti ma non si può negare che la sua grandezza, un esempio da seguire nella nostra epoca divisa e arrabbiata, sta soprattutto nella grande tolleranza dimostrata verso le altre religioni e culture, la musulmana e l’ebraica, nell’aver voluto applicare il precetto della fratellanza e dell’integrazione razziale, nella volontà di unificare l’Italia dal punto di vista territoriale e legislativo ma anche culturale, linquistico, letterario. Un uomo in anticipo sui tempi che può essere considerato molto vicino alla concezione della moderna Europa.

  171. – Scrivi preferibilmente in un determinato momento della giornata (la mattina, la sera) o ti è indifferente?


    Scrivo sempre, appena ho un minuto di tempo. Magari cambio una parola, aggiusto una frase. Ma preferibilmente scrivo durante le vacanze e tutti i week end. Mi piace avere molto tempo davanti per concentrarmi, distrarmi, farmi prendere dai personaggi, sfogliare libri, rivedere le foto che ho fatto durante i sopralluoghi.
    Posso dire di non smettere mai di scrivere. Porto con me il computerino anche nei brevi viaggi per la presentazione dei libri.

  172. @ Maria Lucia: Ciao!! ci ritroviamo in più contesti adesso e ne sono contenta! (off topic) 🙂
    Il Gattopardo, sono d’accordo con te, è tra i grandi romanzi del ‘900 che si sono basati sulla descrizione di una decisiva fase storica: basta sempre aver presente, però, che siamo in presenza del punto di vista dell’esponente di una specifica classe, quella della nobiltà in decadenza, protesa all’estinzione, quindi bisognerebbe sempre ‘fidarsi’ limitatamente (e non incondizianatamente) del quadro generale che egli offre della Sicilia e dei suoi avvenimenti, considerandone l’univocità della visuale.
    Ma credo che nessuno cerchi interamente e oggettivamente la storia solo attraverso un romanzo, per quanto questo possa essere pieno di riferimenti storici e possa, senza dubbi, rendere comprensibile in modo più immediato il corso di certi eventi e processi.

    @ tutti:

    Il romanzo storico offre al lettore molti più spunti e di certo è molto più coinvolgente del semplice fatto descritto in un manuale di storia perché c’è la suggestiva visione soggettiva del mondo (quella del protagonista o dell’autore), resa con una scrittura impeccabile, e ciò si fonde con la resa di dati potenzialmente oggettivi (ciò che fa di un un romanzo un romanzo storico è, come hanno detto gli autori stessi con cui abbiamo il grande piacere di conversare, il rigore della documentazione, delle ricerche di dati, fonti etc.).

    Cosa dire ad esempio de I miserabili di Hugo? Rientra tra i grandi romanzi storici:
    la descrizione del modo di vivere delle classi popolari, la denuncia dell’incapacità delle istituzioni sociali del tempo di evitare la dispersione del vivere nella legalità per chi nasce nella miseria.
    Ma non è da meno Dickens con la sua acuta osservazione della condizione dei bambini e del loro sfruttamento in una grande città come Londra (negli anni in cui circolava Rosso Malpelo di Verga del resto, ma è la campagna qui lo spazio descritto, non più la città).

    Potremmo includere inoltre, senza dubbio, Stendhal che col suo capolavoro riesce a renderci in pieno i caratteri dell’identità ecclesiastica di quegli anni e il buio dentro cui compiva i suoi atti e misfatti.
    Così come Gogol con Le anime morte, che oltre ad essere un romanzo ha anche i caratteri di una vera inchiesta del tempo, nel momento in cui recupera documenti e dati oggettivi delle modalità di tassazione degli appezzamenti di terra dei servi della gleba russi (si faceva pagare la terra, come si sa, anche di chi in realtà era defunto).

    Ai nostri giorni non so, sono rimasta (per motivi di ricerca e ‘affettivi’) più legata alla realtà tra ‘800 e ‘900 , ma ad esempio (pur non mostrando i caratteri rigorosi del romanzo storico) credo che lo stesso Stefano D’arrigo con la sua Horcynus Orca abbia realizzato un incantevole affresco storico:
    dietro quel linguaggio allusivo, metaforico c’è la descrizione di un momento storico, la denuncia del fascismo, le condizioni di vita di chi ritorna dalla guerra e vede tutto cambiato, stravolto.

  173. Ai tre autori in particolare chiedo:

    1) Il tratto distintivo è allora quello del linguaggio?

    Quindi, credo che una domanda vicina a questa l’abbia rivolta anche Simona Lo Iacono (che saluto affettuosamente), loro a quale tipo di linguaggio si ispirano per poter scrivere un romanzo storico, e soprattutto se si pongono il problema del linguaggio.

    Si può realizzare, secondo loro, un romanzo storico con un linguaggio ad esempio surrealista? La forma, dunque, è più determinante rispetto al contenuto?

    2) Come nasce l’idea di scrivere un romanzo storico? A cosa è legata l’esigenza di narrare, in parte o in un certo senso, la storia?

    @ Massimo:
    grazie, perché offri sempre le occasioni per confrontarci su grandi e interessanti questioni: Letteratitudine è una linfa per gli amanti della scrittura (per chi la crea e/o per chi la legge).

  174. 1. Quali caratteristiche dovrebbe necessariamente possedere il romanzo storico?
    Accuratezza della ricostruzione storica, capacità di avvincere il lettore con i fatti narrati.

    2. Quale dovrebbe essere la sua funzione?
    Far evadere, istruire senza annoiare, far nascere curiosità per il periodo storico trattato.

    3. Che cosa – viceversa – dovrebbe evitare?
    Stereotipi e semplificazioni sull’epoca trattata.

    4. Qual è, a vostro giudizio, lo stato di salute del romanzo storico, oggi, in Italia?
    Si importa molto, si produce poco di indigeno. Peccato.

    5. E nel resto del mondo?
    Decisamente migliore, sia come numero di libri che come incoraggiamento della produzione autoctona.

    6. Domanda-sondaggio: qual è il più grande romanzo storico di tutti tempi (quello che potrebbe essere eletto come “rappresentativo” del genere)?
    Ah, ardua domanda. Ce ne sono talmente tanti… ho adorato I tre moschettieri, la serie di Angelica, la serie de La straniera, persino Lady Oscar, i romanzi di Philippa Gregory, ultimamente i romanzi fanta storici di Gemma Doyle.. non saprei!

  175. SECONDA DOMANDA
    sulla faccenda della società (ormai ceduta) è presto detto. le genealogie erano di varia natura: da brevi per successioni, interdizioni e tutele (i legulei mi capiscono), a complicatissime per case farmaceutiche su famiglie dove una certa malattia era ricorrente, a quelle dell’industrialotto che sperava in nobili antenati (mai trovati, ma conti e baroni si davano da fare nei loro feudi e perciò….)
    le ricerche storiche erano invece richieste da enti vari e università su particolari personaggi o territori.

  176. @elena
    “Ah, ardua domanda. Ce ne sono talmente tanti… ho adorato I tre moschettieri, la serie di Angelica, la serie de La straniera, persino Lady Oscar, i romanzi di Philippa Gregory, ultimamente i romanzi fanta storici di Gemma Doyle.. non saprei!”

    ci stai prendendo per il c.?

  177. @ Marco Salvador: e se così non fosse?
    Alle interessanti domande sullo stile di Sabina Corsaro risponderò domani. Adesso devo occuparmi di imprescindibili questioni stilistiche: i dialoghi di una serie tivù. Buon anacoluto a tutti.

  178. @Marco”@renzo e altri.
    no, la padania non l’ha inventata la lega. il termine lo si ritrova già in documenti dei secoli VII-X come sinonimo di pianura padana e monti limitrofi. soprattutto in occasione di sinodi.
    i longobardi sono antenati anche di calderoli, ma di più lo sono dei beneventani, salernitani, di acuni pugliesi, marchigiani ecc. quando al nord si erano già estinti o meticciati, al sud risplendevano. quel ladrone di carlo magno si è fatta mezza bilbioteca palatina rapinando pavia e ricattando salerno.”
    E adesso chi ferma più Bossi e Lombardo…

  179. Cara Sabina, grazie a te. E grazie per il tuo dotto intervento. Per quanto riguarda il linguaggio ne hanno già in parte discusso Andrea Ballarini e Marco Salvador nei precedenti commenti.

    P.s. Prima o poi dovremmo deciderci a parlare di Stefano D’Arrigo in maniera adeguata.;-)

  180. Parliamo di Rita Charbonnier…
    Questa è l’autobiografia che troviamo sul suo sito:

    Sono nata a Vicenza, ma presto mi sono trasferita a Roma, dove vivo. Ho iniziato a leggere a quattro anni e a cinque ho ricevuto in dono la mia prima copia di Pinocchio; a otto scrivevo a macchina un giornalino di quartiere, anzi del caseggiato, che poi avevo il coraggio di vendere e che qualcuno aveva persino il coraggio di comprare. Suonavo anche il pianoforte, fin dalla più tenera età, con l’impeccabile tecnica che puoi ammirare nella foto a fianco.

    Dopo il liceo ho frequentato la scuola per attori dell’ Istituto Nazionale del Dramma Antico, a Siracusa. In realtà, quando mi presentai al concorso di ammissione, non desideravo fare l’attrice; pensavo piuttosto alla drammaturgia. Qualcuno però mi aveva detto che calcare le tavole del palcoscenico per un breve periodo mi sarebbe stato utile. Il breve periodo è durato quasi quindici anni.

    Ho debuttato con Lucia Poli, ho lavorato con il Teatro della Tosse di Genova, con La Contrada di Trieste e con il Teatro Stabile dell’Aquila; sono stata diretta, tra gli altri, da Antonio Calenda, Aldo Trionfo e Tonino Conte. Sulla scena recitavo, cantavo e talvolta ho suonato il pianoforte. Inoltre ho lavorato in televisione, con alcune apparizioni nella nota trasmissione Avanzi e nella meno nota Avanspettacolo (ma che aveva tra i protagonisti Franco Franchi e Ciccio Ingrassia).

    Poi ho avuto la fortuna di conoscere Nino Manfredi e di interpretare un ruolo importante nella sua commedia Parole d’amore… parole, nella stagione 1992/93. A lui sono legati i più bei ricordi della mia esperienza di attrice. Manfredi era straordinariamente generoso sulla scena. Al contrario di molti primi attori, che tendono a concentrare l’attenzione del pubblico su di sé, lui cercava di mettere tutti a proprio agio, e di valorizzarli. Era davvero un grande artista.

    A me però fare le tournées non piaceva. Grazie al teatro sono stata nelle più belle città d’Italia, ma il nomadismo forzato mi irritava e vivevo nella scomoda sensazione che alla mia attività mancasse qualcosa di importante. Allora presi a ficcare in valigia un computer portatile (eravamo negli anni ’90, quando i portatili sembravano portaerei) e ad annotare pensieri e inseguire progetti di scrittura ancora piuttosto vaghi.

    Iniziai a collaborare con una rivista di spettacolo. Il primo articolo che scrissi riguardava le donne registe, drammaturghe e compositrici: hanno dovuto lottare più degli uomini per esprimersi? Provai un intenso desiderio di raccontare la storia di Nannerl Mozart. Di lei sapevo solo che era stata una bambina prodigio, come suo fratello, e che ad un certo punto era caduta nel dimenticatoio.

    Era il 1996. Dieci anni dopo, La sorella di Mozart (Corbaccio) è uscito in dodici Paesi. Il mio secondo romanzo, La strana giornata di Alexandre Dumas, è stato pubblicato da Edizioni Piemme; adesso sto lavorando al terzo.

    http://www.ritacharbonnier.com/about

  181. Ci racconteresti qualche aneddoto su come hai svolto le attività di ricerca?

    Scrivi preferibilmente in un determinato momento della giornata (la mattina, la sera) o ti è indifferente?

  182. @ Marco: stupendo Principe Valiant; confesso che non lo conoscevo. Lo adoro. Ho guardato la sigla 2 volte.
    @ Massimo, grazie, che bello, siamo alle domande per me! Risponderò in nottata… o al massimo domani.
    Un abbraccio e un auguro di trovare un Principe Azzurro Valiant a tutte le donne in linea (sempre che già non l’abbiano sotto mano).

  183. Bellissima questa discussione.Un dibattito fiume. Stupefacente.
    i commenti sono così tanti che forse si farebbe prima a leggere i libri presntati.

  184. COME È NATO “LA PALUDE DEGLI EROI”.

    Ezzelino da Romano’avevo studiato molti anni fa, con quello che allora era disponibile. Lo studio settecentesco di Giovanbattista Verci, le cronache dei contemporanei Gherardo Maurisio, Albertino da Padova e Salimbene de Adam, e tutta una serie di commenti alla nota citazione dantesca. Già allora un’idea me l’ero fatta: il personaggi, né migliore né peggiore dei signori suoi contemporanei, aveva subito, dopo la sua morte, una demonizzazione da parte guelfa ed ecclesiastica. Fino a punte di ridicolo con descrizioni fisiche assurde, attribuendogli origini demoniache e mistificando ogni sua azione. Non gli si riconosceva neppure il merito di aver contribuito a rendere Federico di Svevia lo ‘stupor mundi’ facendo per lui il ‘lavoro sporco’. Ovviamente mi divenne simpatico, ma lo accantonai.
    Arrivarono poi gli sgozzamenti e le guerre sante dei fondamentalisti islamici e,mentre borbottavo insulti nei confronti di questi, avevo continue sensazioni di deja vu. Mi ci volle un po’ per ricordare le crociate contro Ezzelino e suo fratello Alberico, ma una volta tornatemi alla mente e riletto il de Adam il parallelismo mi fu chiaro: quello che stavo vedendo accadere nel mondo islamico era esattamente la ripetizione di quanto avvenuto circa settecento anni fa nel mondo cattolico. E ho ripresto in mano i vecchi testi, ho cercato i nuovi (dove Ezzelino viene rivalutato), decidendo infine di scrivere qualcosa. Con una speranza: che l’islam non impiegasse, come è accaduto ai cristiani, quasi quattrocento anni per uscire dall’orrore.
    Attorno a questo nocciolo si è andato infine addensando il romanzo vero e proprio, con la sua ambientazione rigorosamente storica e i personaggi di fantasia a renderlo, almeno così dicono, avvincente.

  185. Aneddoti inerenti la ricerca? Di particolari non ve ne sono. Tanta polvere sulle scarpe (per visitare luoghi oggi impervi) se sulle mani nello scartabellare documenti originali. E una buona dose di starnuti, per una piccola allergia alla carta di tracci resa friabile dal tempo.

  186. Ultima.
    Io scrivo i romanzi in modo strano. Prima me li scrivo in testa in ore e ore di solitudine guardando le querce e gli olmi di casa mia, poi, ovunque mi trovi. in dozzine e dozzine di foglietti, scatole di sigarette, perfino pezzi di carta igienica. A quel punto, rigorosamente nel pomeriggio, scrivo al computer la prima stesura e la stampo. (Solitamente perdo giorni e giorni per l’incipit, che se non mi convince non riesco ad andare avanti.) Nelle mattinate correggo il cartaceo e riporto le correzioni sul testo word al pomeriggio.
    Poi ristampo, ricorreggo, e così via per almeno quattro stesure. A quel punto, e son passati mesi, metto via per qualche settimana. Riprendo l’ultimo cartaceo, rileggo faccio gli ultimi interventi, e invio il file a tre o quattro miei lettori di fiducia e all’editore. Attendo i consigli, valuto, modifico, correggo e finalmente siamo alla stesura definitiva. Che poi non è definitiva. Tra la consegna all’editore e le bozze continuo a ritoccare, per fare in modo che nelle bozze gli interventi siano veramente minimi.

  187. Salvo, sentiremo la tua mancanza!
    @ Marco Salvador, Cinzia Tani e tutti coloro che hanno fornito una definizione del genere “romanzo storico”.
    Cinzia ci riferiva, un po’ più su, che in Mondadori le era stato detto: il romanzo storico si ferma alla Rivoluzione Francese. Io ieri parlo col direttore editoriale di Piemme che mi dice: un romanzo ambientato nel Novecento, anche ai primi del secolo, non lo definirei storico. Quindi, per quanto noi possiamo divertirci a cercare una definizione univoca del genere, e arrovellarci sui significati della parola “storico”, sembra che dal punto di vista degli editori la definizione sia: romanzo ambientato parecchio tempo fa. Definizione, naturalmente, che riguarda l’inserimento in una certa “collana” e il posizionamento in una certa sezione in libreria. Ovvero, la comunicazione.

  188. @ Sabina Corsaro, Marco Salvador, Andrea Ballarini: LINGUAGGIO.
    E’ naturalmente una questione importante da affrontare, quando ci si accinge a scrivere un libro – storico o meno. Mi riferirei soprattutto ai dialoghi, poiché se n’è già parlato. Più, su Marco affermava che possiamo ben sapere quale fosse l’eloquio nei secoli passati, poiché le testimonianze dirette esistono; e Andrea rispondeva che il linguaggio parlato, antico o moderno che sia, non è mai riproducibile fedelmente. Da sceneggiatrice non posso essere del tutto d’accordo. Inoltre, la questione secondo me andrebbe posta in altri termini. Nulla di quanto appare nella realtà può essere interessante “così com’è” nell’arte (ovviamente). Se chiunque di noi si mette una videocamera in spalla e riprende due ore della propria giornata, non ne viene fuori un film, ma una gran rottura di palle. Inoltre, la questione non è se sia possibile o meno riprodurre fedelmente un linguaggio d’altri tempi, ma se sia UTILE. Per l’autore è una fatica improba e il risultato sarà probabilmente imperfetto; per il lettore la roba scritta nel Settecento è probabilmente indigeribile, a meno che l’autore non fosse, che so, Carlo Goldoni o altri geni in grado di travalicare i secoli.
    Nel mio nuovo romanzo, “La strana giornata di Alexandre Dumas”, è riportata una lettera del primo Ottocento: l’uomo che scrive comunica alla figlia di non essere il suo vero padre. Quella lettera esiste; sul mio sito ce n’è anche una riproduzione fotografica. Ma io non l’ho riportata nel libro così com’era. Era atroce. Qualche paroletta l’ho dovuta cambiare per forza. Allo stesso modo, vi sfiderei a dare un’occhiata all’autobiografia autentica della protagonista del mio romanzo, pubblicata per la prima volta in Francia nel 1830 (libro molto raro, poiché il Re dei Francesi fece distruggere tutte le copie che riuscì a trovare). Molto probabilmente non fu neanche lei a scriverla, ma qualcuno che lei pagò e rimase nell’ombra. È di una ridondanza agghiacciante. Altro che la scrittura sincopata della quale Salvador giustamente è stufo. I periodi durano una pagina e sono tutti una subordinata; a metà strada non sai più dove diavolo ti trovi. Inoltre la versione italiana è doppiamente atroce, perché fu tradotta frettolosamente.
    Già conosco le possibili obiezioni. 1: applichi lo stile moderno alle epoche passate, quindi stai violando la realtà. 2: “Il conte di Montecristo” è stato pubblicato nel 1844; se è vero quello che dici, perché è una lettura ancora valida?
    1: applicare lo stile moderno alle epoche passate è senz’altro una cosa da evitare. Ma non è utile tentare di riprodurre fedelmente gli stili del passato. L’operazione creativa dell’autore si attua nel territorio intermedio.
    2: vale quanto detto per Goldoni.

  189. Più tardi risponderò alle domande di Massimo. Grazie a tutti coloro che apprezzano la discussione e la definiscono interessante!
    @ Antonio Molfetta: “i commenti sono così tanti che forse si farebbe prima a leggere i libri presentati”. Divertente!

  190. Ecco, intanto, una breve nota biografica di Andrea Ballarini (dalla quale si evince il suo umorismo):

    Andrea Ballarini nasce a Milano il 13 agosto 1961. Dopo il liceo scientifico si iscrive inutilmente a Giurisprudenza e giunge alle soglie della laurea in Lettere Moderne, che non consegue perché dal 1989, dopo aver conosciuto il pubblicitario Enzo Baldoni si dedica all’advertising. Per vivere, da allora fa il copywriter, prima per una mezza dozzina di agenzie di pubblicità internazionali e poi come freelance. Per non morire scrive delle storie. Nel 2003 appare il suo primo romanzo “Giallo Viola – Casanova, il cinema e l’amore” da cui viene tratta una lettura teatrale a tre voci, rappresentata al Teatro dell’Archivolto di Genova nel dicembre dello stesso anno. Dal 2001 vive a Roma, ma continua a lavorare come copy freelance a Milano.

  191. Ti pongo le stesse domande rivolte agli altri tre autori:

    Come nasce il tuo romanzo “Il trionfo dell’asino”? Da quale idea? Da quale esigenza?

    Ci racconteresti qualche aneddoto su come hai svolto le attività di ricerca?

    Scrivi preferibilmente in un determinato momento della giornata (la mattina, la sera) o ti è indifferente?

  192. Intanto il dibattito sul “romanzo storico” si allarga.
    Ho aggiornato il post segnalando la partecipazione, nell’ambito della chiacchierata, di Filippo Tuena.
    Inoltre ho invitato a partecipare altri due scrittori di “romanzi storici” che pubblicano con la Newton Compton: Andrea Frediani e Giulio Castelli.

  193. Andrea Frediani vive e lavora a Roma, dove è nato nel 1963. Laureato in Storia medievale, pubblicista, è stato collaboratore di numerose riviste di carattere storico, tra cui «Storia e Dossier», «Medioevo» e «Focus Storia». Tra i suoi libri ricordiamo: “Il sacco di Roma”, “Costantinopoli, l’ultimo assedio e Attila”. Con la Newton Compton ha pubblicato “Gli assedi di Roma”, vincitore nel 1998 del premio «Orient Express» quale miglior opera di Romanistica, “Le guerre dell’Italia unita”, “Gli ultimi condottieri di Roma”, “Le grandi battaglie di Roma antica”, “Le grandi battaglie di Napoleone”, “Guerre e battaglie del Medioriente nel xx secolo”, “I grandi generali di Roma antica”, “Le grandi battaglie di Giulio Cesare”, “Le grandi battaglie di Alessandro Magno”, “Le grandi battaglie dell’antica Grecia”, “I grandi condottieri che hanno cambiato la storia”, “Le grandi battaglie del Medioevo” e i due romanzi di grande successo “300 guerrieri” e “Jerusalem”.

  194. Giulio Castelli, romano, narratore e saggista, è cultore e studioso di storia medievale e tardoantica. Giornalista professionista, ha coordinato i servizi culturali di due quotidiani e ha condotto trasmissioni radiofoniche. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo il romanzo “Il fascisti bile” e il pamphlet “Il leviatano negligente”.

  195. A settembre usciranno due loro nuovi libri: “I 101 segreti che hanno fatto grande l’impero romano” di Andrea Frediani e “Gli ultimi fuochi dell’impero romano” di Giulio Castelli (trovate le immagini di copertina in in alto, sul post).
    Avremo modo di parlare dei suddetti libri nel corso della discussione.

  196. @ Andrea Frediani e Giulio Castelli

    1. Quali caratteristiche dovrebbe necessariamente possedere il romanzo storico?

    2. Quale dovrebbe essere la sua funzione?

    3. Che cosa – viceversa – dovrebbe evitare?

    4. Qual è, a vostro giudizio, lo stato di salute del romanzo storico, oggi, in Italia?

    5. E nel resto del mondo?

    6. Domanda-sondaggio: qual è il più grande romanzo storico di tutti tempi (quello che potrebbe essere eletto come “rappresentativo” del genere)?

  197. Forse può valere la pena – almeno sotto il profilo culturale e storico/letterario – riascoltare dalla viva voce di Benedetto Croce (in una straordinaria conferenza tenuta nel 1936 alla Radio Svizzera) la sua distinzione tra romanzo storico (creato senza distorcere le fonti documentali pur ricorrendo all’immaginazione ) e le “vite romanzate” – “dove spesso si alteravano i documenti e si mescolavano spiritose invenzioni” – nonché il suo affrettato vaticinio in relazione ad una rapida decadenza (che purtroppo non c’è stata) delle biografie e/o vite romanzate. Questo è il link della Radio Svizzera dove in un elenco di registrazioni (Voci) si trova il rarissimo audioclip della conferenza:
    http://www.rsi.ch/navigaletteratura/static.html
    Quanto a me, da qualche anno mi dedico ad indagini mirate sulle principali famiglie straniere vissute a Napoli tra la seconda metà del XVIII secolo e l’inizio del XX (come ad es. la famiglia partenopea del pittore Edgar Degas) spesso dimenticate nella memoria collettiva della città pur avendo svolto ruoli di prestigio nel contesto storico dell’epoca oltre che ricche di avventure, passioni e segreti. Dopo averle studiate in termini scientifici, alla fine ho scritto due romanzi storici ricorrendo ad epistolari, carteggi e documenti familiari ed aziendali, che ritengo le fonti principali per “costruire” questo tipo di opere. Quindi, considerato il periodo storico affrontato, sono romanzi storici sia nell’ottica della Mondadori che in quella della Piemme anche se mi sembrano convincenti, in linea di massima, le obiezioni – sulla rigidità (strumentale) delle periodizzazioni – sollevate da Marco Salvador.
    La mia ispirazione letteraria è alquanto vicina a quella di Enzo Striano del quale condivido questa fondamentale riflessione: “(…) Il mio romanzo [Il resto di niente] vuol essere (oltre che memoriale di tempi irrimediabilmente perduti) ricerca delle cause remote del progressivo vanificarsi del ruolo di Napoli, intesa come uno dei luoghi canonici dello spirito e del mondo…ma anche ricerca del lento farsi, dalle ideologie d’epoca (illuminismo, arcadia, romanticismo), di talune convinzioni del nostro tempo che non paiono ultima causa del malessere in cui attualmente vivono e Napoli e l’Europa e il mondo.” Peraltro condivido l’opinione espressa in questo blog da Marina Torossi sul cosa deve evitare un “vero” romanzo storico.

    http://www.eliocapriati.it

  198. Complimenti a Salvo per il premio e grazie a Massimo per la notizia e per il link! Nonché per aver aggiornato il post invitando altri autori. Viaggiamo verso i 400 commenti…

    @ Maria Lucia: sì, ho fatto la scuola dell’INDA. Ho recitato al teatro greco e anche a Segesta. C’era ancora il professor Giusto Monaco. Bei tempi, ricordi meravigliosi. Massimo mi chiede gentilmente di raccontare qualcosa dell’esperienza siracusana. Beh, il biennio della scuola di teatro non poté che essere fantastico: avevo appena finito il liceo e iniziavo un’avventura artistica insieme a tanti altri ragazzi. Eravamo una ventina, alloggiati al Grand Hotel – prima che lo ristrutturassero. Anni dopo, passandoci davanti, non mi è sembrato più lo stesso luogo. Ai nostri occhi la struttura era affascinante proprio perché fatiscente: ci sembrava di stare in una sorta di castello alla “Frankestein Junior”. E per tutti i lavoranti dell’albergo avevamo crudelmente trovato un soprannome ispirato al film… mentre degli insegnanti di recitazione, canto, danza avevamo un’opportuna soggezione. Insomma, è stato un momento straordinario di crescita per me e per tutti gli allievi, fatto di vita comune, scorpacciate di pesce, trasgressioni, bagni di mare quando il clima lo consentiva, ma anche di lavoro duro e formante. Grazie per avermi riportata a quei tempi con il pensiero.

  199. @elio: ciao, ci ritroviamo!

    volevo tornare solo per un attimo sul discorso del linguaggio. al di là delle varie scelte stilistiche, esso deve rispettare le stese regole del romanzo storico: essere probabile o, almeno, possibile. per esempio io uso la finzione della cronaca in prima persona, come se fossi solo un trascrittore in lingua corrente di un testo antico. viene da sé, in questo caso, che non posso scrivere, in una ambientazione longobarda, “scattò come una molla” non sapendo assolutamente i longobardi cosa una molla fosse. oppure “chiese per l’ennesima volta”, essendo l’esponenziale altrettanto ignoto. ne deriva la necessità di una pulizia, nel testo, di tutti gli anacronismi anche linguistici.

  200. “Questa battaglia” disse Napoleone Bonaparte “è una vera pizza. Dovremmo vedere le schiere di fanti rincorrersi come Formula Uno sulla pista, e invece esse sono lente a guisa di risciò trainati da zoppi con protesi al titanio logorate. Oh, diavolo! Ci sono delle scie chimiche nel cielo! Ma lo spazio aereo non era stato interdetto?” 🙂

  201. Dopo le facezie (qualcuno vuol proseguire…?) inizio a rispondere alle DOMANDE DI MASSIMO

    “L’aver fatto teatro, aver recitato su importanti palcoscenici in giro per l’Italia, pensi che abbia qualche influenza sulla tua scrittura?”
    Immagino di sì. La musica e il teatro hanno uno spazio rilevante nelle storie che mi accingo a raccontare – quando si scrive bisogna parlare di ciò che si conosce, come si suol dire. La protagonista del mio primo romanzo (la sorella di Wolfgang Amadeus Mozart) è una musicista; la protagonista del secondo fece la cantante d’opera. Inoltre, l’aver avuto a che fare con attori (anche grandissimi, come Nino Manfredi) e musicisti di valore, mi ha dato un’immagine naturalmente positiva della “tecnica”, applicabile anche alla scrittura. Sul palco immagino di aver imparato a cogliere, e in qualche modo a prevedere, la reazione positiva che ha il pubblico di fronte a una drammaturgia ben costruita; quindi ho sviluppato una qualche consapevolezza dell’andamento, o della scena, o della battuta che potrebbero prevedibilmente “funzionare” (la certezza ovviamente non c’è mai).

    “Come nasce il tuo romanzo “La strana giornata di Alexandre Dumas”? Da quale idea? Da quale esigenza?”
    Stavo ancora facendo ricerche in biblioteca per il primo romanzo quando, sfogliando una vecchia enciclopedia, incontrai con lo sguardo una voce su una certa Maria Stella Chiappini (1773-1843) – cantante d’opera che scoprì di essere stata scambiata nella culla, lei di nobili origini, con un neonato di vile condizione; che poi divenne re di Francia! Presi subito un appunto su un quadernino. Mi piacque sia l’idea dei destini scambiati, sia il fatto che la protagonista fosse una cantante. Poi scoprii che Alexandre Dumas padre aveva raccontato la strana storia di Maria Stella nelle sue Memorie, parlando anche del proprio coinvolgimento nel grande scandalo che lei sollevò (se vi interessa, il capitolo incriminato è online qui: http://dumaspere.com/pages/bibliotheque/chapitre.php?lid=m3&cid=82). Quindi pensai di accostare queste due figure, una donna e un uomo, diversi per età, condizione, temperamento, convincimenti personali, ma in fondo assai simili…

  202. Continuo a rispondere alle DOMANDE DI MASSIMO
    “Ci racconteresti qualche aneddoto su come hai svolto le attività di ricerca?”
    La prima parte della ricerca si è svolta in rete: cercavo di raccogliere la maggior quantità possibile di informazioni sullo scambio nella culla (tra Maria Stella e il neonato vile che poi divenne re di Francia), e sui luoghi nei quali avrei dovuto recarmi per ricercare “sul campo”. Da qualche parte trovai notizia dell’autobiografia che Maria Stella pubblicò in francese e contattai la Biblioteca Nazionale parigina, immaginando di andare fin lì per leggere il prezioso testo (che adesso è su Google Books! http://books.google.com/books?id=x9THYdrFwtcC&printsec=titlepage&hl=it&source=gbs_navlinks_s#v=onepage&q=&f=false).
    Contattai anche i discendenti di Maria Stella, che vivono in Inghilterra, e stavo già programmando un viaggio franco-inglese quando scoprii che nella Biblioteca Comunale di Modigliana (il paese nel quale avvenne lo scambio di neonati) c’era una copia dell’autobiografia tradotta in italiano. Cancellai il viaggio oltralpe e mi recai in Romagna. Mi bastò. Oltre a poter finalmente leggere il prezioso testo (che mi fu addirittura prestato) ho incontrato una straordinaria disponibilità da parte degli abitanti del paese, per i quali Maria Stella Chiappini è una vera e propria gloria; chi mi ha accompagnata a visitare i luoghi nei quali si svolse il baratto di neonati, chi mi ha mostrato la sua collezione di libri antichi sull’argomento, chi mi ha esposto il suo punto di vista…

    “Scrivi preferibilmente in un determinato momento della giornata (la mattina, la sera) o ti è indifferente?”
    Quando sono nel vivo, scrivo dalla mattina a tarda sera, con brevi pause-pasto. Mi chiudo in casa, spengo il cellulare e la connessione Internet, stacco il telefono fisso e via. Non voglio vedere né sentire nessuno. Chi mi è vicino lo sa e per fortuna rispetta questo isolamento. Fino a questo momento il mio lavoro sui romanzi è sempre stato molto diluito nel tempo per quel che riguarda la ricerca – non solo storica, ma anche e soprattutto psicologica – e molto concentrato ed esclusivo per quel che riguarda la stesura del romanzo vera e propria. Magari in futuro, crescendo e sperabilmente migliorando, cambierà.

    Mi sembra sia tutto. Passo. Abbracci.

  203. Buonasera a tutti
    Chiamato in causa da Massimo Maugeri, che ringrazio, mi cimento anch’io nelle risposte ai quesiti. D’altronde, dopo aver pubblicato una quindicina di saggi storici, mi sono tuffato nella finction, scoprendo, durante la stesura dei miei primi tre romanzi, che è molto più esaltante “creare” storie che raccontare i fatti degli altri…
    1) Un romanzo storico, secondo me, deve rispettare le boe rappresentate da ciò che conosciamo dalle fonti storiche, e riempire gli spazi tra l’una e l’altra con la propria immaginazione (al contrario della cinematografia, che quelle boe le “stupra” con estrema disinvoltura). Nel romanzo “Un eroe per l’impero romano”, uscito tre mesi fa, ho ambientato la storia durante le campagne daciche di Traiano, delle quali non si sa quasi nulla, a dispetto della loro importanza nella storia di Roma. Di boe ne avevo poche, pertanto ho dato ampio spazio all’immaginazione, senza mai allontanarmi, tuttavia, dal verosimile. Adesso, al contrario, sto scrivendo una trilogia su un personaggio di cui si sa molto; di boe ce n’è una ad ogni pagina, e renderlo avvincente è molto più difficile: il bello di un romanzo, di solito, è che puoi portarlo nella direzione che preferisci; se una via non ti porta da nessuna parte, ne scegli un’altra. In un romanzo storico, non sempre puoi fare così!
    Inoltre, il romanzo storico deve deve essere un romanzo vero e proprio, con una cadenza, un ritmo e un’intensità pari a qualsiasi altro thriller o storia intimistica. Il rischio, spesso, è di eccedere in descrizioni per mostrare che ci si è ben documentati sull’epoca storica, perdendo di vista però la trama, la caratterizzazione dei personaggi e il ritmo. Mi è capitato di mollare parecchie letture per questo motivo: se voglio conoscere a fondo usi e costumi degli antichi egizi, mi compro un saggio, ma se voglio divertirmi leggo un romanzo!
    2) La sua funzione, credo di poter dire in base alla mia esperienza con i lettori, è anche quella di portare la storia anche a chi non ne mastica o non se ne interessa particolarmente. Ciò rende molto difficile la stesura di un romanzo storico: bisogna scriverlo circostanziato, per non farsi accusare dagli appassionati di superficialità, ma non troppo approfondito, per non annoiare i profani….Invidio chi scrive i romanzi rosa, talvolta!
    3) Come ho già scritto, vanno evitate le descrizioni prolisse e gli “stupri alla storia”. Qualche forzatura cronologica è ammissibile, per rendere più coinvolgente la vicenda; talvolta, per esempio, mi capita di dovervi ricorrere per creare un montaggio parallelo degli eventi descritti secondo una prospettiva bi/trifocale. Mi sento un po’ in colpa, sul momento, ma poi mi dico che è a fin di bene….
    4) In Italia il romanzo storico era pressoché scomparso. Adesso, complice l’incremento di divulgazione storica promosso dai media negli ultimi anni, sta proliferando, mi pare.
    5) All’estero è sempre andato forte. Esistono certi autori, come Bernard Cornwell, per esempio, che vendono milioni di copie in tutto il mondo e ben poco da noi. Perfino su Roma, c’è grande abbondanza di autori stranieri, ed è davvero un paradosso. Ma d’altronde, anche la produzione di studi e monografie in ambito saggistico sull’Urbe è più ampia all’estero che in Italia…
    6) Io vorrei andare in controtendenza e considerare un’autrice più recente rispetto ai grandi classici. Considero il ciclo su Roma della McCullough un esempio perfetto di romanzo storico: documentato come nessun altro, avvincente, con personaggi stupendamente caratterizzati…
    Andrea Frediani

  204. @Andrea Frediani ( e a tutti gli altri bravissimi autori):
    Marguerite Yourcenar definiva il romanzo storico “la presa di possesso di un mondo interiore”…E’ d’accordo?
    Un abbraccio a tutti (buon viaggio, Salvo!)

  205. Più che altro, si viene “risucchiati” da quel mondo interiore…ci si cade dentro.
    Quando ho scritto Jerusalem, avevo previsto che i miei personaggi percorressero i tunnel sotto la città e, in ottemperanza alla fonte che ne parlava, che l’esercito crociato facesse il giro delle mura per espiare i propri peccati prima dell’assalto finale. Ebbene, sono andato a Gerusalemme e ho fatto le stesse identiche cose, non solo per capire tempi e distanze, ma anche il punto di vista dei miei protagonisti.
    Per certi aspetti, quando crei o descrivi un personaggio di un’altra epoca, dopo un po’ non fai altro che seguirlo nel suo percorso. Ed è difficile uscire dal suo mondo, prima che il romanzo sia concluso. Per questo, io non riuscirei mai a scrivere un romanzo a pezzi e bocconi; tutto di seguito, piuttosto. Entrare e uscire dal quel mondo è molto più faticoso che rimanerci per tutto il tempo necessario…

  206. Concordo… scrivere un romanzo storico è entrare in un mondo, mettere i nostri piedi sulle impronte del nostro personaggio. All’inizio è faticoso, poi diventa una full immersion e ti sorprendi a pensare: COSA FAREBBE O DIREBBE LUI/LEI?
    E immergersi nei luoghi è fondamentale, non come fondale da trovarobato, ma per capire meglio il nostro personaggio…

  207. Gentile Maugeri,
    ecco le mie risposte alle domande poste:
    1. Quali caratteristiche dovrebbe necessariamente possedere il romanzo storico?
    Credo che il romanzo storico debba essere anzitutto un romanzo. Spesso i critici letterari amano inserire questo tipo di narrativa tra le specialità “minori” come il giallo, la fantascienza, l’horror, ecc. Io sono convinto che non esistono letterature di serie B. Se un romanzo è un romanzo, sia erotico o thriller, è sempre e soprattutto un romanzo. “I promessi sposi” è un romanzo storico? O non è piuttosto il romanzo più importante del nostro Ottocento? E “Guerra e pace”? E, ancora in tempi più recenti, “Le memorie di Adriano” non è forse un capolavoro indipendentemente dal fatto di essere ambientato venti secoli or sono? Di conseguenza la mia opinione è che non debbano esserci caratteristiche particolari.

  208. 2. Quale dovrebbe essere la sua funzione?
    Un romanzo storico può enfatizzare più la parte avventurosa o quella psicologica oppure l’ambientazione. Comunque è importante che non si concentri sul solo plot, ma che i suoi personaggi possano fornire emozioni e che l’autore voglia trasmettere qualche cosa al lettore senza limitarsi a raccontare una storia più o meno interessante. Per esempio, con “Imperator” e “Gli ultimi fuochi dell’impero romano” ho tentato di narrare i meccanismi del potere e della decadenza, due fenomeni che, secondo me, sono strettamente connessi.

  209. 3. Che cosa – viceversa – dovrebbe evitare?
    Di stravolgere gli eventi. Un conto è colmare i moltissimi vuoti di conoscenza grazie all’ausilio della fantasia e dell’invenzione romanzesca. Un conto è inventarsi fatti mai accaduti. Spesso ci si trova di fronte a fonti lacunose, ma quanto è noto va rispettato.

  210. 4. Qual è, a vostro giudizio, lo stato di salute del romanzo storico, oggi, in Italia?
    Abbastanza buono. Mi pare ci sia un risveglio di interesse. Soprattutto per l’antica Roma e per il Medio Evo, grazie all’epica dei Templari. Ma, in quest’ultimo caso, c’è sempre il rischio di slittare nel fantasy.

  211. 5. E nel resto del mondo?
    Mi pare che anche all’estero ci sia una generale attenzione. Questo è un paradosso. Tanto più il pubblico ignora la storia, tanto più ci sono molti che si interessano. Però non so dire se questo sia veramente un bene. Appunto perché ciò che soprattutto appassiona non è la realtà, ma il mistero. Personalmente non amo molto i misteri.

  212. 6. Domanda-sondaggio: qual è il più grande romanzo storico di tutti tempi (quello che potrebbe essere eletto come “rappresentativo” del genere)?
    Il premio qual è? Un milione di dollari? Per la letteratura italiana direi senz’altro “Il Gattopardo”.
    Spero di essere stato esauriente e avere risposto a tono. Grazie e cordialità,
    Giulio Castelli

  213. @ ciao marco, piacere di ritrovarti.
    Mi aggancio alla tua considerazione sul lessico del romanzo storico e sulla sua necessaria contestualizzazione. Certo per chi affronta periodi di ardua documentazione, come quello dei longobardi nel tuo caso, è ancor più importante scegliere attentamente il linguaggio dei protagonisti oltre che ben calibrare la struttura dei dialoghi contenuti nel testo. Resta peraltro un pilastro imprenscindibile del R.S. il rispetto del “verosimile”, come dici tu unitamente ad Andrea Frediani.
    Quanto a me l’osservanza di tale “canone” è stata resa più facile sia per le ambientazioni dei miei romanzi (800 napoletano) sia perchè mi attengo, per quanto possibile, ad un utilizzo “filologico” degli epistolari dell’epoca, veri e propri “motori narrativi”, ovvero autentiche miniere letterarie ricche di appassionanti vicende ed intensi sentimenti.
    Facendo un esempio ne “I segreti di Degas”, in termini di scrittura ho cercato di osservare un’ intonazione stilistica piuttosto sostenuta e fedele, per quanto possibile, alle atmosfere tipiche degli ambienti socio-familiari dell’epoca, anche quando ho scelto di ravvivare il racconto con espressioni in lingua francese o in dialetto napoletano. La terminologia, inoltre, risente alquanto dello studio documentale dei carteggi che sta alla base dello scritto: un esempio lampante è l’impiego dei riferimenti temporali tipici del calendario rivoluzionario francese. Comunque, laddove il documento e la lettera tacevano o facevano solo balenare gli aspetti più intimi della vita quotidiana è intervenuta la fantasia.
    Nel caso del Degas “napoletano” ho anche tenuto conto che molti degli avvenimenti erano scanditi dai ritratti di famiglia eseguiti dal pittore in varie circostanze.

  214. Con un po’ di ritardo, ma rispondo alle domande di Massimo.
    -Andrea, nella tua biografia leggiamo che “per non morire” scrivi storie. Al di là della battuta, cosa intendi? Vorresti parlarcene?

    Da vent’anni a questa parte faccio il copywriter, cioè creo campagne pubblicitarie per i clienti delle agenzie per cui lavoro; per la precisione curo le parole che vengono utilizzate in quelle campagne. Il che, in pratica, significa che qualunque idea, per non dire qualunque parola (e quando dico qualunque intendo veramente qualunque, dalla “e” congiunzione in su), viene anatomizzata, sindacata, discussa, criticata, modificata, eliminata, diminuita, aumentata, deformata da almeno una decina di persone. E, in una buona metà dei casi, si tratta di persone che non hanno preclare cognizioni di comunicazione. Spesso, quindi, il ruolo principale lo gioca l’irrazionalità: “No, la parola ineguagliato non mi piace; troppe vocali.” (Giuro, me l’hanno detta!).
    Non che la cosa mi scuota più di tanto, perché fa parte del gioco e, del resto, la deontologia si ferma dove comincia l’accanimento terapeutico, per cui dopo un ragionevole numero di permutazioni cabalistiche dello stesso vocabolo vale la massima “attacca l’asino dove vuole il medesimo”. Peraltro, non sempre i prodotti per cui profondo coppie di aggettivi rientrano nella sfera dei miei interessi prioritari: per esempio, gli assorbenti igienici (pratici e sicuri) o le motofalciatrici da giardino (potenti e veloci) mi lasciano piuttosto tiepido.
    Ecco allora che, dopo anni di questo trattamento, il rischio del cinismo si fa più presente. Ma se una certa quota di cinismo è indispensabile per lavorare in pubblicità, una dose eccessiva può avere esiti letali sulla credibilità professionale, perché non si può proprio digitare qualunque cosa ti venga richiesta solo perché ti è stata richiesta. Da ciò nasce la necessità di compensare scrivendo qualcosa di tuo, la cui necessità venga da te e non da una committenza troppo spesso devastata dal marketing. Insomma, è una forma di legittima difesa per evitare il rincoglionimento precoce e l’indigenza.

  215. – Come nasce il tuo romanzo “Il trionfo dell’asino”? Da quale idea? Da quale esigenza?

    Volevo scrivere una storia sul teatro, che è un soggetto molto fotogenico. Prendete una qualunque storia e metteteci un teatro, poi prendete dei teatranti e fateli muovere e parlare e, a meno che non siate proprio negati, è probabile che ne verrà fuori qualcosa di interessante.
    E’ una cosa nota da tempo: perfino Shakespeare nell’Amleto ha messo in scena del teatro nel teatro e l’esito non è stato così male; e La comedia in Comedia è il titolo di una delle più famose commedie dell’Arte del Cinquecento. Per citare qualcosa di più recente, in campi limitrofi mi vengono in mente L’ultimo metrò di Truffaut o Nel mezzo di un gelido inverno, un piccolo e delizioso film di Kenneth Branagh del 1995: ovviamente ce ne sono infiniti esempi.
    Il mondo del teatro è divertente, interessante, colorato e, come altri microcosmi che riproducono in piccolo la varietà del macrocosmo (hotel, navi, squadre di calcio, classi scolastiche) è una specie di lente di ingrandimento attraverso cui le passioni e i pensieri dei personaggi risultano evidenziati. In più, il teatro ha in sé quell’elemento magico, quasi miracoloso, che si materializza ad ogni “su il sipario”, per cui gente adulta e magari serissima nella vita, paga un biglietto e sceglie di farsi raccontare da altre persone adulte una storia buffa, triste, paurosa o avventurosa, proprio come si faceva da bambini. E mentre al cinema il racconto è fatto una volta per tutte ed è rivolto a un pubblico indefinito, qui ci si rivolge ad personam a ciascun spettatore, qui e ora.
    Tra tutte le forme teatrali la Commedia dell’Arte è tra le più magiche, quasi una sorta di spettacolo quintessenziale, giacché esiste solo nel momento in cui va in scena, perché le parti non sono scritte, ma improvvisate (anche se non proprio create dal nulla) dal talento degli attori. Aggiungete che gli scavalca montagne dell’Arte facevano una vita molto movimentata, che spaziava tra bettole e postriboli, corti nobiliari e palcoscenici improvvisati, piazze in tumulto e ville patrizie, viaggi da tregenda e alcove regali… mi sembra che ce ne sia più che a sufficienza per evitare di scrivere uno di quei micidiali romanzi autobiografici di certe brillanti promesse.

  216. – Ci racconteresti qualche aneddoto su come hai svolto le attività di ricerca?

    Una volta ho provato a fare una lista dei libri utilizzati nel corso della scrittura dell’Asino e sono arrivato a 52 o 53. Alcuni li avevo già, molti me li sono procurati qui e là, setacciando le librerie milanesi alla ricerca di volumi fuori catalogo di cui era rimasta una copia coperta dallo smog dei secoli dietro gli scaffali dei best sellers.
    A Venezia ho esasperato un libraio di Campo San Luca affinché mi facesse avere il terzo volume di un libro sui teatri veneziani del Seicento prima della fine del mio weekend lungo in laguna: lui mi aveva proposto di spedirmelo entro una decina di giorni, ma ormai ero entrato in una tale frenesia molesta che per liberarsi di me me lo ha procurato a tempo di record.
    Alla libreria del Castello Sforzesco di Milano ci ho messo un mese a ottenere la copia fotografica (80×60) di una carta topografica di Parigi degli anni ’70 del Seicento, dopo aver passato un pomeriggio rantolando per la polvere e sfogliando un album più grande di me di piante di Parigi sotto gli sguardi severi di due studiosi che, a giudicare dall’età, dovevano essere seduti là dentro dai tempi della Giovine Italia.
    Ho letto più cattivi romanzi e saggi di nessun interesse in quegli anni che nel resto della mia vita, perché ogni volta che trovavo un accenno, che spesso poi si rivelava superficialissimo o inutile, a qualcosa che avrebbe potuto servirmi mi sciroppavo il malloppo, quasi sempre fino in fondo, nella speranza che almeno un particolare interessante si annidasse in quel mare di superfluità.
    Poi, grazie al cielo, a casa mia è arrivata Internet.

  217. – Scrivi preferibilmente in un determinato momento della giornata (la mattina, la sera) o ti è indifferente?

    Alla mattina non riesco a fare niente. Prima delle undici fatico ad articolare concetti elementari e il centro del linguaggio non si attiva mai veramente prima di pranzo. Non vi dico quando mi tocca fare qualche presentazione a un cliente: invecchio tre anni al colpo.
    Il Mac è comunque acceso dall’alba, più per scaramanzia che per altro, poiché se è acceso è sicuro che non mi viene da scrivere. Anche se è spento, ma se è spento ho i sensi di colpa.
    Dopo il pranzo comincio a mettermi al lavoro, ma tra internet, tv, cd e telefono cazzeggio fin verso le cinque. Tra le cinque e le otto ho un fugace momento di lucidità e di produttività per cui, se mi deve venire un’idea, è probabile che mi venga allora.
    Poi, nuovo cazzeggio tra pre-cena, cena, post-cena, uscite serali eccetera.
    Tra mezzanotte e le quattro del mattino sono al meglio e scrivo abbastanza bene, anche perché a quell’ora, con tutto quel silenzio, il cazzeggio sembra fuori luogo. Quando la temperatura scende fisiologicamente vado a dormire.
    Ovviamente va così quando non lavoro. Quando lavoro, restano comunque delle ore di scrittura tra mezzanotte e le due o le tre. Per fortuna dormo poco e in pubblicità non si comincia quasi mai prima delle dieci.

  218. The historical novel is a literary genre characterized by the attempt to fuse strong dramatic plot lines and credible human psychology, within a setting constituted from specific historical detail (typically based upon diligent research into actual events, locations, and characters, as well as cultural customs, costume, and speech).

    Nathan Uglow, Trinity and All Saints College, Leeds

  219. Tra i romanzi storici utili alla comprensione del nostro paese bisognerebbe ricordare almeno I Vicerè e non trascurerei neppure il pocoi noto I Vecchi e i Giovani di Pirandello. Il capolavoro? Accanto ai Promessi Sposi, romanzo storico per antonomasia, metterei sicuramente La Certosa di Parma, che forse romanzo storico in senso stretto non è, visto che ama dilatarsi nelle forme dell’immaginario, ma che è comunque, se non altro per intensità amorosa, capace di penetrare miserie e grandezze dell’essere italiani. Che poi, a ragionarci su, nel difficile equilibrio tra tensione immaginativa e scrupolo della documentazione, è forse la forma di romanzo storico più moderna: vedi le tanto citate Memorie di Adriano.

  220. Arrivo qui da un motore di ricerca. Curiosavo sul romanzo storico. Sono rimasto affascinato dal dibattito. Complimenti.Bellissimo sito.

  221. Concordo con Bianchessi, che ha citato alcuni tra i miei libri preferiti… durante questa estate sto facendo scorpacciate di Ottocento: I VECCHI E I GIOVANI è meraviglioso. Racconta la delusione postrisorgimentale. Attualissimo nella sua analisi della bancarotta del patriottismo.
    IL GATTOPARDO e I VICERE’ non hanno bisogno di presentazioni: il Risorgimento visto attraverso la caduta degli dei, i nobili Salina e Uzeda. Il secondo è una vera e propria saga familiare che non ci fa sfigurare nel panorama europeo coevo.

  222. Intanto ringrazio Rita Charbonnier e Andrea Ballarini per le loro splendide risposte.
    Unite a quelle già fornite da Cinzia Tani e Marco Salvador credo che forniscano indicazioni fondamentali su ciò che significa scrivere un romanzo storico… anche in termini di serietà, impegno e abnegazione.

  223. @ Marco Salvador
    Grazie mille per la definizione di romanzo storico di Nathan Uglow (Trinity and All Saints College, Leeds) inserita nel tuo precedente commento.
    C’è qualche benemerito/a che ha voglia di tradurre in italiano?

  224. Comincio con il romanzo di Giulio Castelli:

    “Gli ultimi fuochi dell’impero romano” è il seguito ideale di “Imperator”, una saga che narra la dissoluzione della civiltà antica ormai avviata verso il Medioevo
    È l’anno del Signore 458 e l’imperatore Maggioriano tenta di restaurare l’impero d’Occidente ormai sull’orlo del collasso. Il giovane Ascanio, affascinato dal mito della gloria e delle armi, decide di seguire suo zio, il ministro Pietro, nella spedizione che dovrà riconquistare gran parte della Gallia, della Spagna e dell’Africa romana. Ma, una volta raggiunto il quartier generale di Maggiorano, Ascanio scopre che qualcuno sta complottando contro di loro. In un susseguirsi di avventure, tradimenti e scontri sanguinosi, attraverso gran parte dell’Europa e del Mediterraneo, Ascanio diverrà sempre più consapevole della fine di un grande impero.
    “Gli ultimi fuochi dell’impero romano” è l’affresco di un’epoca: nell’atmosfera torbida e conturbante del V secolo il lettore si ritroverà a camminare tra le strade di una Roma decadente, ma ancora piena di fascino e mistero, con i suoi templi abbandonati, le sue chiese grandiose, i fedeli intransigenti, gli ultimi filosofi pagani e i ricchi nobili sempre più chiusi nel loro mondo dorato oramai giunto alla fine.

    (dalla nota dell’ufficio stampa Newton Compton)

  225. Il libro in uscita a settembre di Andrea Frediani – “I 101 segreti che hanno fatto grande l’impero romano” – non è un romanzo, ma una via di mezzo fra un manuale e un saggio.

    I soldati romani non portavano sempre uno scopettone in testa. Cesare non disse mai: «Il dado è tratto». Le matrone facevano mettere le parrucche perfino alle statue. L’irreprensibile Catone il Censore era un abile chef, soprattutto di dolci. Alcuni dei più grandi generali dell’esercito romano erano barbari. Roma aveva delle zone a traffico limitato, già a quei tempi. Le donne si mettevano sterco di coccodrillo come fondotinta. La morale sessuale romana era molto rigida. Le catacombe non erano rifugi per i cristiani perseguitati…
    Ecco alcuni dei “segreti” della civiltà romana, qualche picconata ai luoghi comuni che, alimentati da film, documentari e testi giornalistici spesso superficiali e frettolosi, da troppo tempo si trascinano nell’immaginario popolare. E poi ci sono i segreti del successo di Roma antica. Quelli che hanno fatto di un piccolo villaggio sorto su un monticello l’impero più potente della storia. Sono le formule magiche che hanno permesso all’Urbe di superare qualsiasi nemico od ostacolo: la forza delle legioni, l’ambizione e le intuizioni di certi grandi uomini, la bontà del modello confederativo, la tolleranza religiosa e il rispetto per gli dèi, i legami clientelari, le straordinarie opere di alta ingegneria. Un campionario istruttivo di curiosità su Roma antica, su ciò che è andato perduto e su quanto ci è rimasto, nei costumi e nelle abitudini di una società, quella contemporanea, che deve a quella antica molto più di quanto si pensi. Ignorarlo sarebbe imperdonabile.


    (dalla nota dell’ufficio stampa Newton Compton)

  226. Appena tre mesi fa, invece, è uscito il nuovo romanzo di Andrea Frediani: “Un eroe per l’impero romano”.
    Un romanzo che è stato per il primo mese tra i primi venti libri di narrativa italiana più venduti.
    Mi piacerebbe parlarne perché è più “in tema” rispetto all’altro libro in uscita a settembre.
    Ecco alcune informazioni:
    È il 101 d.C., l’anno in cui Roma, all’apice della sua potenza ed espansione, intraprende forse la sua più grande e meno conosciuta guerra: la campagna per la conquista della Dacia, l’odierna Romania. Il carismatico imperatore Traiano guida l’impresa, ossessionato dall’idea di emulare le gesta di Alessandro Magno. Ma se i romani possono mettere in campo la disciplina, la strategia e la collaudata forza delle legioni, i daci, condotti dal re Decebalo, hanno fama leggendaria di essere uomini dal sovrumano coraggio, guerrieri pronti a tutto. E a contrastare la minaccia dell’invasore appaiono anche alcune misteriose creature, assetate di sangue romano. All’ombra delle operazioni dirette da Traiano si intrecciano i destini di due fratelli romani: Tiberio Claudio Massimo, valoroso cavaliere, soldato ambizioso e determinato, e Marco, indolente e refrattario alle responsabilità. Tiberio passerà alla storia come colui che catturò il temibile Decebalo: la colonna traiana e la sua stele ritrovata nel secolo scorso lo raffigurano mentre tenta di impedire al sovrano nemico di suicidarsi. Marco invece è un frumentarius, una spia, un infiltrato nelle file daciche, eppure per la vittoria finale anche le sue mosse sotterranee risulteranno decisive. In un incalzare di scontri, missioni segrete, assedi e inseguimenti, mentre la polvere dei campi di battaglia fa da contrasto alle viscide dispute di potere all’interno dello stato maggiore romano, Andrea Frediani dipinge un affresco potente della formidabile macchina da guerra romana, nella quale l’efficienza e la disciplina regnavano in misura pari alla corruzione e al privilegio di ceto, e scolpisce la storia di due uomini alla ricerca di un’identità.

    Qui, potete visionare il bel booktrailer:
    http://www.youtube.com/watch?v=hlTsp5SrZUk

    E qui trovate altre informazioni e la rassegna stampa del libro:
    http://www.newtoncompton.com/index.php?lnk=101&ISBN=978-88-541-1444-9&idaut=61;&idcur=

  227. Adesso vorrei porre le “solite” domande ad Andrea Frediani (in seguito le porrò anche a Giulio Castelli)…

    Andrea, da dove deriva la tua passione per la storia e per l’impero romano?

    Come nasce il tuo nuovo romanzo “Un eroe per l’impero romano”? Da quale idea? Da quale esigenza?

    Ci racconteresti qualche aneddoto su come hai svolto le attività di ricerca?

    Scrivi preferibilmente in un determinato momento della giornata (la mattina, la sera) o ti è indifferente?

  228. The historical novel is a literary genre characterized by the attempt to fuse strong dramatic plot lines and credible human psychology, within a setting constituted from specific historical detail (typically based upon diligent research into actual events, locations, and characters, as well as cultural customs, costume, and speech).

    Nathan Uglow, Trinity and All Saints College, Leeds

    Il romanzo storico è un genere letterario caratterizzato dall’intento di fondere una forte trama drammatica con tratti psicologici credibili, all’interno di un’ambientazione costituita da dettagli storici specifici (solitamente basati su una diligente ricerca su fatti realmente accaduti, luoghi e personaggi, come pure sui costumi, l’abbigliamento e il linguaggio).

    Concordate?

  229. Ringrazio molto Rita Charbonnier per la sua esaustiva risposta, gli interventi sono tutti interessanti e i post si moltiplicano così velocemente (già a distanza di mezza giornata dall’ultimo collegamento ne trovo decine in più) che non è facile poi leggerne tutti i contenuti, ci vuole del tempo…. 😉

    Riguardo quanto riportato da te Maria Lucia, concordo pienamente, soprattutto sull’aspetto legato ai costumi del tempo, lo stesso De Roberto definiva il suo capolavoro un grande romanzo di costume contemporaneo.
    Notte a tutti!

  230. – Andrea, da dove deriva la tua passione per la storia e per l’impero romano?
    Chi ha quarant’anni o poco più, come me, ricorderà che oltre un trentennio fa i bambini non disponevano di videogiochi, nintendo vari e tante stazioni tv. Si leggeva, si giocava con i soldatini o con le automobiline. Ecco, io leggevo e giocavo con i soldatini. E leggevo molta storia, perché mio padre, militare, era un appassionato e aveva molti libri storici a casa. Ricordo che i primi film che ho visto al cinema, prima ancora dei dieci anni, sono stati “Lawrence d’Arabia” e “La battaglia di Midway”. Poi, a nove anni ho letto “La storia di Roma” di Indro Montanelli e sono rimasto folgorato. Ho deciso che da grande avrei fatto la stessa cosa: divulgazione storica, e subito ho scritto un volumetto sulla pirateria, copiando dall’Enciclopedia Disney perché, come dice Stephen King, l’emulazione precede sempre la creazione.
    Come nasce il tuo nuovo romanzo “Un eroe per l’impero romano”? Da quale idea? Da quale esigenza?
    L’idea, in realtà, l’ha avuta l’editore. Un giorno mi ha detto: “Frediani, perché non scriviamo un romanzo su Traiano? Non l’ha mai fatto nessuno” Ho risposto: “Se non l’ha mai fatto nessuno, ci sarà una ragione. E la ragione è che non ci sono fonti. Più che un romanzo storico, rischierebbe di essere un fantasy”. Ma le sfide mi piacciono, e ho accettato. C’era questa faccenda del ritrovamento della stele del cavaliere, raffigurato sulla colonna traiana, che ha portato all’imperatore la testa di Decebalo. Era un ottimo spunto di partenza. Ho immaginato che avesse un fratello e che i due modificassero negli anni il loro carattere sotto la pressione della guerra. E ho giocato con la loro identità, immaginando una resa dei conti proprio nella colonna traiana. Questo ciò che avevo in mente prima di iniziare. Il resto mi è venuto mentre scrivevo.
    Ci racconteresti qualche aneddoto su come hai svolto le attività di ricerca?
    Per la prima volta, non sono andato sul posto (nei due romanzi precedenti, ero andato alle Termopili e a Gerusalemme). Questo perché non ambiento il romanzo in un posto specifico ma, oltre che a Roma, nell’intera Romania, e sarebbe stato molto dispersivo. Ma mi sono valso di consulenti molto ferrati in materia, un’archeologa rumena, per esempio, e di specialisti in ricostruzione storica. E’ un romanzo molto crudo, nel quale volevo che emergesse il significato della massima di Tacito “Fanno un deserto e lo chiamano pace”. Avendo già pubblicato in passato “I grandi generali di Roma antica”, avevo già approfondito la figura di Traiano e delle sue campagne, e ho riversato nel romanzo le mie conoscenze.
    Scrivi preferibilmente in un determinato momento della giornata (la mattina, la sera) o ti è indifferente?
    Fino a poco tempo fa, scrivevo solo quando avevano termine le rogne quotidiane, ovvero quando la gran parte della gente di abbandona sul divano a guardare la TV o si addormenta con un libro sulla pancia, distesa lungo il letto. Ciò vuol dire dalle 22. E non finivo finché non avessi scritto almeno 5 pagine (in genere dopo 2/3 ore). Adesso i tempi si sono ulteriormente ristretti, e poi ci ho preso la mano; quindi scrivo in qualunque momento mi venga offerta l’opportunità di farlo. Se ho un’ora a disposizione, ciò vuol dire che ho la possibilità di scrivere almeno due pagine. Sono un convinto assertore della massima di Stephen King: se si vuole che un libro risulti avvincente, non andrebbe scritto in più di tre mesi. Naturalmente, nel caso di un romanzo storico, un periodo altrettanto lungo dovrebbe precedere per lo studio della documentazione, la preparazione di una trama efficace e la caratterizzazione dei personaggi… Talvolta restringo i tempi di questa fase perché, dopo 15 saggi storici pubblicati, qualcosa ho immagazzinato. Ma devo pur sempre approfondire ulteriormente: se in un saggio sulle battaglie scrivo che, prima dello scontro, un comandante romano compiva un sacrificio per ingraziarsi gli dèi, in un romanzo devo descriverlo, questo sacrificio: devo far recitare al personaggio le formule, devo scrivere come era vestito e cosa accadeva. Una volta ho letto una discussione su un forum, nella quale si affermava che scrivere un saggio storico è più difficile che scrivere un romanzo storico. Be’, non ne ho mai sentita una più grossa… ecco, questo potrebbe essere un ulteriore motivo di dibattito in questa sede!

  231. “scrivere un saggio storico è più difficile che scrivere un romanzo storico. Be’, non ne ho mai sentita una più grossa… ecco, questo potrebbe essere un ulteriore motivo di dibattito in questa sede!”

    Concordo pienamente con lei Andrea Frediani, potrei scrivere un saggio storico (impiegando anni tra carte, documenti, fonti etc.), ma non credo che saprei scrivere un romanzo storico: lì oltre alla conoscenza della storia ci vuole la componente artistico-formale che fa sì, appunto, che un asettico saggio storico diventi poi un romanzo.

    Complimenti per i suoi saggi, sarò curiosa di leggerne alcuni 😉

  232. Un po’ di vanteria.

    Marco Salvador, La palude degli eroi, Edizioni Piemme.
    L’autore ricostruisce in maniera puntuale e minuziosa il suo scenario storico inserendo personaggi e invenzione credibil e vivi e proponendo al lettore una scrittura scorrevole, intensa, mai banale. Felice l’idea di raccontare la storia attraverso le tavole di un percorso iconografico (pp. 373, 73). La trovata facilita la ricostruzione dell’epoca medievale in cui il romanzo si svolge, e fa rivivere pittorescamente la vita di corte come l’ha immaginata un Norbert Elias. Guido da Romano è al centro di una vicenda viva, emozionante, anche attuale, il cui significato è la scelta fra pietà e giustizia, conflitto radicale dell’epoca rispecchiata.

    (Motivazione della giuria della Sezione Romanzo Storico, presieduta da Camilla Salvago Raggi (moglie di Marcello Venturi, fondatore del Premio Acqui Storia, recentemente scomparso) e composta da Mario Bernardi Guardi, Gianfranco De Turris, Elio Gioanola, Alberto Papuzzi e Francesco Perfetti.)

  233. “Nella sua lettera a Monsieur Chauvet, Manzoni diceva che i poeti non hanno il dovere di ‘inventare i fatti’, bensì quello di colmare gli spazi tra essi, le lacune della Storia, e di raccontare ciò ch’essa sottace, i sentimenti e i pensieri degli uomini, la loro speranza, la loro rabbia o la loro malinconia di cui si sono perdute le tracce. Lo storico accerta e racconta gli eventi e lo scrittore cerca di immaginare e di raccontare come gli uomini li hanno vissuti………L’originalità non consiste nei fatti, bensì nel significato che il racconto conferisce ad essi: nelle ‘Memorie di Adriano’ Yourcenar non inventa nessun dettaglio e nessuna figura,ma reinventa e ricrea tutto, e si potrebbero fare altri esempi…”
    (Claudio Magris: “Là dove muoiono le metafore” in “Alfabeti” – riediz. di un precedente articolo su Jacomuzzi)
    …e io un altro lo farei con “Giuliano” (l’apostata) di Gore Vidal, del 1962, un altro magnifico esempio di ‘romanzo storico’ denso di significati per l’uomo di oggi.
    Come si può non essere d’accordo con il Manzoni e con Magris?
    Personalmente ritengo che poi il valore del romanzo diventi imperituro se quel significato (o altri significati ancora più nuovi) resteranno nel tempo, anche per il lettore di domani o di dopodomani.
    Questo è quello che dà valore ad un’opera letteraria, storica o non storica che sia, questo è quello che mi interessa e credo interesserà sempre un lettore, bando a tutti le regole e paletti (fedeltà o infedeltà alla realtà, epoca di cui si parla, ecc.)

  234. Do ragione naturalmente anche a Sabina Corsaro, ma dipende da quale genere di romanzo storico si voglia narrare e faccio due esempi contrastanti.
    Pur non trattandosi di romanzo storico (ma l’esempio secondo me calza a pennello lo stesso) ma semmai di fantascienza, per scrivere ‘Il quinto giorno’ l’autore Frank Schatzing si è documentato per diversi anni sulla biologia, specialmente marina (il libro, che peraltro mi ha inchiodato alle sue mille pagine per giorni e notti, quasi come ‘I pilastri della terra di Follett’, verte sulla vita -a noi sconosciuta per il 95%- negli abissi), tanto che con tutto il materiale preparatorio raccolto è riuscito a pubblicare anche un bel libro di divulgazione scientifica: “Il mondo d’acqua – alla scoperta della vita attraverso il mare” che mi sentirei di consigliare a qualsiasi interessato all’argomento.
    Credo un lavoro preparatorio non dissimile sia alla base del magnifico libro di Filippo Tuena, di cui qui si è già parlato.
    Ma come contraltare (e qui ritorno a Magris) non bisogna dimenticare anche gli autori che ‘… a pieno titolo, si prendono il diritto di inventare i fatti o di deformarli anche nel modo più grottesco e surreale, sfuggendo così alla prigione del reale come il barone di Munchhausen a cavalcioni della sua palla di cannone.”
    Alla fine è il risultato quello che conta, ci sono libri belli e libri brutti, indipendentemente dall’impegno profuso dall’autore.
    E quel risultato dipende dal significato dell’opera.

  235. Aggiungo, nel ringraziare Sabina Corsaro per i complimenti, che mentre un saggio deve dare soprattutto informazioni, un romanzo deve suscitare EMOZIONI. E vi sembra facile suscitare emozioni nel mare di indifferenza che ci circonda?
    Suppongo che, a sostenere tesi tanto balzane siano quelle stesse persone che leggono i romanzi storici solo per giocare alla “caccia all’errore”. Sono talmente impegnati a scovare strafalcioni storici che leggono il romanzo come correttori di bozze, senza farsene coinvolgere emozionalmente e senza quindi poter capire il messaggio che l’autore intende dare.
    Lo dico con una certa cognizione di causa perché anch’io, da ragazzo, avevo un po’ questa tendenza, nei romanzi come nei film. Ma poi sono cresciuto…

  236. Nella prima riga del mio intervento sovrastante mi accorgo di un refuso: leggasi “Do ragione naturalmente anche a Sabina Corsaro, ma dipende da quale genere di STORIA si voglia narrare e ….”
    Sorry

  237. La ‘caccia all’errore’ di cui dice Frediani è sì ampiamente praticata. Ma di semplice sport di poco conto si tratta, e come tale a mio parere va preso.

  238. @ Giulio Castelli

    Da dove deriva la sua passione per la storia e per l’impero romano?

    Come nasce il suo nuovo romanzo “Gli ultimi fuochi dell’impero romano”? Da quale idea? Da quale esigenza?

    Ci racconterebbe qualche aneddoto su come ha svolto le attività di ricerca?

    Scrive preferibilmente in un determinato momento della giornata (la mattina, la sera) o ti è indifferente?

  239. Buona domenica a tutti! Conoscevate questo sito?
    http://romanzistorici.wordpress.com/
    L’autore afferma: “Questo blog nasce da un mio malessere quando mi accingo ad entrare in una libreria: la quasi certezza che nella libreria non sarà presente un reparto dedicato al genere del romanzo storico.Di solito, questa tipologia di romanzi è annegata all’interno di gialli, thriller, fantasy ( e qui spesso piango..), romanzi d’avventura.
    L’intenzione è di dare dignità a un genere, quello del romanzo storico, e di dedicargli un piccolo spazio virtuale.”
    C’è anche un’intervista con Marco Salvador!

  240. Grazie a te, Massimo, per l’ottimo post. Siamo alla soglia dei 400 commenti e questo testimonia quanto l’argomento sia stimolante e “tiri” l’interesse. Ma poi questo interesse si riscontra anche in libreria (nel mondo anglosassone sì, ed è cosa nota, ma qui in italia?) ?

  241. Recentemente un libraio mi ha detto: “Ormai la gente non vuole più thriller, vuole romanzi storici”. Non ne sono ancora tanto convinto. E’ vero: in Italia, in libreria spazi appositi non sono previsti, e i romanzi storici di successo non fanno certo i grandi numeri di vendita dei thriller di successo (a meno che non vi si cimenti un Ken Follett, beninteso). Sono anche un po’ ignorati dalla critica, che ancora li considera un sottogenere trattandolo come è sempre stata trattata la fantascienza.
    Ma voglio essere ottimista. Magari ci troviamo nella classica fase di transizione, nella quale l’interesse del pubblico precede quello delle “istituzioni editoriali”, che alla fine si adegueranno…

  242. Concordo con Frediani e la cara Sabina… certo che chi scrive o dice certe cose non le ha mai sperimentate!
    Penso a Citati, che scrive saggi romanzati o romanzi saggistici, non saprei definirli. Anche un saggista può raccontare in maniera godibile, ma un romanzo è un’altra cosa. Non migliore o peggiore ma diversa.
    I romanzi storici spesso non vengono letti in Italia perché c’è una scarsa cultura di base: la gente spesso non comprende i riferimenti più semplici. Mi duole dirlo ma credo che sia proprio così.
    Molti pretendono di studiare la storia leggendo Dan Brown.

  243. Gentile Massimo Maugeri,
    le rispondo subito domanda per domanda.
    ——————
    – Da dove deriva la sua passione per la storia e per l’impero romano?
    E’ una passione che scoprii da ragazzino trovando un volumone di storia romana con tante belle illustrazioni nella libreria di mio nonno. Quindi un caso. Ma in realtà, a parte un esame universitario, da allora non me ne ero più occupato. E non sono un giovane!

  244. – Come nasce il suo nuovo romanzo “Gli ultimi fuochi dell’impero romano”? Da quale idea? Da quale esigenza?
    In realtà si tratta della stessa esigenza che mi ha spinto a scrivere “Imperator”. Infatti “Gli ultimi fuochi”, pur essendo un romanzo del tutto autonomo, è anche il seguito di “Imperator”. L’esigenza è quella di esaltare lo spirito civico, l’intransigenza nei confronti della corruzione, il disprezzo per la gestione del potere fine a se stessa, la visione della decadenza. Si tratta di spinte forti e del tutto attuali. Quando mi sono imbattuto nella figura di Maggioriano, un imperatore quasi sconosciuto (tranne a Voghera – sic! – dove gli hanno dedicato un viale), ho scoperto che aveva lo stesso desiderio di lottare contro questo degrado con grande senso dello stato. Di battersi contro l’intolleranza, il fondamentalismo (allora cristiano, ma vale oggi per quello musulmano), l’arroganza della ricchezza. Insomma un uomo estremamente moderno, ovviamente nei limiti del suo tempo. Da queste mie parole capirà che non sono affatto un anarcoide. Sono convinto che l’anarchia e il mancato rispetto delle leggi favoriscono soltanto i prepotenti.

  245. – Ci racconterebbe qualche aneddoto su come ha svolto le attività di ricerca?
    Beh, aneddoti veri e propri non ne ho. Ma la cosa più dura è stata cimentarsi con il latino dopo decenni. Poi il latino del 5° secolo! Gli autori di quell’epoca, per il nostro gusto, sono grandi seccatori e scrivono in modo insopportabile. Se vuole divertirsi (si fa per dire), legga Sidonio Apollinare (che è anche uno dei protagonisti de “Gli ultimi fuochi”).

  246. – Scrive preferibilmente in un determinato momento della giornata (la mattina, la sera) o le è indifferente?
    Mi è indifferente. Scrivo in modo disordinato. Vengo preso da abulie che possono durare settimane e da improvvisi furori narrativi.

  247. Saluto il caro Giulio. Il suo precedente, istruttivo e intenso romanzo è l’ultimo che ho letto, prima di arenarmi, da oltre sei mesi a questa parte, su “Le benevole” di Littell, che è un capolavoro assoluto ma faticosissimo da leggere.
    Per riallacciarmi a quanto ha detto Maria Lucia Riccioli, è probabilmente vero che la gente, spesso, non è in grado di comprendere i più semplici riferimenti storici. Eppure, “I pilastri della terra” se lo sono letto a milioni, perché “rassicurati” dal nome dell’autore. Credo si possa aggiungere che sono anche prevenuti, e quindi si accostano con estremo sospetto al genere storico. La storia? Che palle…sarà come quella che ci insegnavano a scuola! Ecco cosa senti dire in giro…

  248. @ Carlo e a tutti
    È vero. Questo post sta riscuotendo molto interesse. Infatti a breve lo inserirò nella lista dei “post permanenti”. E credo finirà anche nell’elenco dei “più commentati”.

    Mi sto accingendo a pubblicare un nuovo post, ma spero (e auspico) che qui il dibattito continui.

  249. il “cuore” del blog romanzi storici è luigi corazza, ci trovate pure inerviste a valeria montaldo, carlo grande e carla maria russo. non ha certo la visibilità di massimo, ma cerca di dare una mano al romanzo storico.

  250. @andrea.
    “Recentemente un libraio mi ha detto: “Ormai la gente non vuole più thriller, vuole romanzi storici”. Non ne sono ancora tanto convinto.”
    Neppure io ne sono convinto, Andrea. Ma il direttore editoriale di Rita e mio, un pilastro dell’editoria detta “signora bestseller”, però ci conta.

  251. Sì Marco, anche i miei editori ne sono convinti. E ho imparato a rispettare il loro intuito. D’altronde, ho imparato da tempo che l’autore, tra tutti quelli che si occupano di editoria, è quello che ne capisce di meno… Infatti, da un po’ mi limito a scrivere e basta, senza avventurarmi in strategie di previsione che, anche sui miei lavori, si rivelano immancabilmente erronee…

  252. Adesso chiedo a tutti e sei gli autori protagonisti di questo post (Andrea Ballarini, Rita Charbonnier, Marco Salvador, Cinzia Tani, Andrea Frediani e Giulio Castelli di fornirci (se possibile) un “assaggio” delle loro opere che abbiamo qui presentato.

  253. da “Lo stupore del mondo”, romanzo di Cinzia Tani (Mondadori, 2009)
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    PRIMO BRANO: INCIPIT DEL LIBRO E ALTRO BRANO. SUI GEMELLI

    Pag: 9
    Nacque per primo e la nutrice se lo lasciò sfuggire dalle mani. La madre, che spingeva il secondo bambino, trattenne il respiro; le donne che la assistevano rimasero in attesa. In basso, sul pavimento, il neonato giaceva immobile. Fu un lunghissimo doloroso attimo di silenzio. Poi il piccolo mosse le gambe ed emise un lamento.
    Più tardi la nutrice si gettò ai piedi della sua signora chiedendo perdono, scongiurandola di non cacciarla via. Aveva aiutato tanti bambini a nascere senza commettere mai uno sbaglio, una disattenzione. Li aveva allattati, cresciuti e nessuna famiglia si era lamentata di lei. «Ma quel tuono improvviso mi ha spaventata a morte» cercò di giustificarsi. Il boato inatteso aveva scosso tutti e la donna aveva perso la presa sul neonato. Giulia Graziani, ancora stordita dai dolori del parto, acconsentì a tenerla. Poi, quando fu sola, ripensò al tuono. Un sole limpido aveva illuminato la mattinata di maggio, niente faceva prevedere un temporale in arrivo, niente giustificava quel tuono. Allora tremò perché credeva ai presagi.
    I migliori medici di Roma si susseguirono per due interi giorni nel palazzo di Trastevere, ma tutti convennero che non c’era niente da fare per il piccolo. Il viso era irrimediabilmente rovinato dallo spostamento della mandibola e dall’affossamento che la caduta aveva provocato nella guancia sinistra. Il bambino, battezzato Pietro, pianse continuamente, per mesi. E poiché piangendo obbligava suo fratello Matteo a fare altrettanto, fu ben presto alloggiato in un’altra stanza. Soltanto in braccio a Luisa, la nutrice, sembrava trovare un po’ di pace; lei allattava entrambi ma il senso di colpa per l’accaduto la rendeva più generosa verso il gemello sfortunato e lasciava che Pietro rimanesse più a lungo attaccato alla mammella. Dei due era il più vorace, la sua fame sembrava inestinguibile. Matteo invece succhiava dolcemente e non protestava quando veniva allontanato dal seno della balia per far posto al fratello.
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    Pag. 14
    Pietro vagabondava per le strade semideserte del quartiere, i primi tempi guardingo, sfiorando i muri, tentennando a ogni passo, poi, mano a mano che cresceva, più sicuro, intenzionato ad assorbire nello sguardo il comportamento delle poche persone che incrociava, osservando, registrando tutto. A ogni passeggiata si spingeva più lontano, costringendo il servo a camminate estenuanti. Pietro gioiva della desolazione della città, andava alla scoperta di ruderi e rovine, esplorava palazzi esteriormente impeccabili ma vuoti al loro interno, poiché tutto era crollato durante le grandi piogge o in una delle numerose piene del Tevere che in poco tempo sommergevano intere zone della città. Posava lo sguardo su edifici avvolti dai rovi, si inoltrava in quartie¬ri invasi da erba e sterpaglia. Le torri difensive che sempre più numerose sorgevano nei quartieri benestanti svettavano lugubri nell’oscurità. Le statue, gli archi trionfali, i portici ricoperti di marmo, le colonne e i monumenti che alla luce del sole parlavano dello splendore della città imperiale, di sera sembravano macabri fantasmi. La notte Roma brulicava di criminali e debosciati, di ubriachi che crollavano fuori dalle taverne, di tagliagole che aspettavano nei vicoli bui chi osava avventurarvisi. Lui non li temeva: questa atmosfera di decadenza e disfacimento si confaceva al suo stato d’animo e avrebbe prolungato le sue escursioni fino a notte fonda se il servo non l’avesse convinto a tornare.
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    Copyright Mondadori e Cinzia Tani
    (diritti riservati)

  254. SECONDO BRANO: SU RASHID e FEDERICO
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    Pag. 98
    Mentre si prolungavano i combattimenti sulle montagne contro i musulmani irriducibili che, venuti a conoscenza della tragica fine del loro capo, lottavano con maggiore furia, l’imperatore lasciò il campo di battaglia con una piccola scorta. Seguiva con lo sguardo alcuni uccelli in volo che appartenevano a una specie che non conosceva.
    L’ornitologia era la sua più grande passione. Non solo studiava il comportamento dei falconi che utilizzava per la caccia, era interessato ai volatili in generale e sull’argomento manteneva una fitta corrispondenza con diversi studiosi che vivevano nei paesi arabi. Leggeva anche molti libri, ma soprattutto amava osservare gli uccelli direttamente. Stava tornando al proprio accampamento quando, attraversando una piccola radura circondata da cespugli spinosi e qualche rado albero, si accorse della presenza di un ragazzo seduto in terra, circondato da merli, fringuelli, passeri. Rimase a contemplare la scena per qualche minuto. Il ragazzo distribuiva agli uccelli le bacche che teneva nelle mani raccolte a scodella e contemporaneamente emetteva certi fischi e gorgheggi che sembravano ipnotizzare i pennuti.
    Rashid alzò lo sguardo perché la figura di un cavaliere si era messa tra lui e il sole. Fu come abbagliato dalla visione del purosangue sontuosamente bardato e dall’uomo che lo montava. I capelli rossi, lo sguardo acuto, il portamento regale, i colori accesi del suo mantello e gli stivali lucidi formavano una visione fiabesca.
    «Chi sei?» gli chiese il cavaliere.
    «Sono Rashid Mughaviz…» rispose il ragazzo mettendosi in piedi. Solo allora si accorse che intorno a quel cavaliere ce n’erano altri quattro. Si tenevano qualche passo indietro, in silenzio.
    «Mughaviz… vuol dire guerriero. Non hai l’aria del guerriero…» gli disse notando il pallore del viso e l’estrema magrezza del corpo.
    «Tu parli l’arabo?» chiese, stupito.
    «Certo» proseguì l’uomo in arabo. «Allora? Come mai sei qui da solo?»
    «Non mi piacciono i combattimenti…»
    «Eppure a pochi metri da qui si sta combattendo… perché sei venuto sul monte?»
    «Mi hanno portato i miei genitori…»
    «E dove sono i tuoi genitori?»
    «Li hanno presi prigionieri…»
    «Quando?»
    «Giorni fa… non me lo ricordo…»
    I primi guerriglieri catturati erano stati convinti a salire sulle navi che avrebbero dovuto portarli in Tunisia ma in realtà erano stati gettati in mare chiusi in sacchi di juta. Le donne, i bambini e i guerriglieri che avevano ceduto le armi successivamente cominciarono a essere trasferiti nella città di Lucera, in Puglia, perché formassero una comunità araba agli ordini dell’imperatore.
    «Ti piacciono gli uccelli?» chiese il cavaliere.
    «Sì… li addomestico…»
    «Anch’io li amo. Soprattutto i falchi. Vieni… monta sul mio cavallo… ti porto via da qui…»
    Rashid provò qualcosa che negli anni seguenti avrebbe cercato invano di spiegarsi. Una specie di innamoramento fulmineo, un incantamento che lo rapì a se stesso. Non si chiese niente, dimenticò la battaglia, i suoi genitori e tese le mani al cavaliere.
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    Copyright Mondadori e Cinzia Tani
    (diritti riservati)

  255. TERZO BRANO: SU FLORA E GABRIELE
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    Pag: 206
    Flora addolcì l’espressione fredda che aveva assunto all’inizio del colloquio e baciò Gabriele sulle labbra. «Come può finire una cosa così? Non pensi che il destino ci abbia fatti incontrare da bambini perché costruissimo qualcosa insieme?»
    «No, non credo nel destino. Credo nella volontà degli uomini.»
    Lei lo abbracciò e gli sussurrò dolcemente: «Siamo ancora in tempo. Non c’è stato niente tra me e Matteo. Se tu vuoi io non lo sposerò».
    Lui le prese il viso fra le mani e lo guardò con calma, lasciando che il desiderio lo invadesse completamente. Lo sentiva nelle viscere, nello stomaco, all’inguine, nelle gambe, nei polpastrelli che percorrevano le labbra della donna che amava, gli occhi, la fronte. Quando non ne poté più, quando non riuscì più a resistere alla tentazione di stringerla ancora una volta e portarla sul letto, spogliarla, guardarla, amarla, la allontanò bruscamente.
    «Non ti posso amare» le disse. «Semplicemente non posso. Non riesco a darti tutto. C’è una parte di me che non ti apparterrebbe mai e tu non lo sopporteresti.»
    «Sì, lo so. Ti hanno strappato la tua religione e hai fatto dell’imperatore il tuo dio» disse in tono duro, addolorata per essere stata respinta. «Io non ti potrei mai dare quello che ti dà lui.»
    «Non è questo, Flora. Sono io che non potrei mai darti quello di cui hai bisogno.»
    Non riuscì a controllare un lieve tono di sfida. «Come puoi sapere di che cosa ho bisogno?»
    Gabriele pensò che non avrebbe retto all’urto dirompente delle sue domande. Prima o poi l’avrebbe presa fra le braccia e ne avrebbe distrutto l’avvenire. Fece uno sforzo e, senza guardarla negli occhi, provò a ferirla.
    «Hai bisogno di un uomo come Matteo. Lui ti ama molto più di me.»
    «Bene. Sposerò Matteo visto che ho anche la tua benedizione.» Si voltò e se ne andò.
    Gabriele la guardò mentre si allontanava e sentì che qualcosa gli si strappava dentro. Poteva fermarla ma Flora era il sogno della sua vita e doveva rimanere tale, non voleva niente di più. Gli era appartenuta totalmente solo prima di possederla. Nel dormitorio del monastero di Montecassino pensava a lei ogni notte. La introduceva di nascosto negli scriptoria per farle vedere i libri illustrati, la portava nei boschi a scoprire i nidi degli uccelli mimetizzati fra gli alberi, rispondeva alle sue domande strampalate senza mai ridere di lei. Da quando l’amore li aveva uniti a Mazara, sentiva di averla perduta. Il ricordo del suo corpo l’aveva torturato durante i mesi passati in Terra Santa e poi ancora in Puglia. Il desiderio di rivederla era un sentimento feroce che non aveva niente di poetico e lui aveva cercato di combatterlo. In seguito, ogni volta che erano stati insieme, nella sua stanza, in mezzo ai prati, all’ombra delle querce nei giorni più caldi, aveva sentito che lei non gli apparteneva più di quando era solo un sogno. Gabriele aveva venduto l’anima all’imperatore per un suo sguardo, per la sua benevolenza, e Flora doveva proseguire la sua vita con qualcun altro. Era stata la sua amante segreta quando ogni ragazza faceva progetti per un giusto matrimonio, non poteva trattenerla di più. Lei avrebbe attribuito la fine al suo amore debole, senza sapere che era la forza del suo amore che la respingeva. E Gabriele era consapevole, in quel momento più che mai, che l’avrebbe rimpianta ogni istante della sua vita. Eccola, ancora la vedeva, attraversare il giardino col suo passo spedito di piccola guerriera.


    Copyright Mondadori e Cinzia Tani
    (diritti riservati)

  256. Ringrazio Chiara Ferrero dell’ufficio stampa Mondadori per avermi autorizzato a pubblicare i suddetti brani.
    Auguro a tutti una buona serata e una buona prosecuzione.

  257. Caro Massimo,
    io credo che questo sia uno tra gli argomenti più propensi ad aprire prospettive infinite, soprattutto perché ci pone di fronte ad una querelle secolare e esistenziale se vogliamo: da una parte la verità e dall’altra l’immaginazione; dove e come porre un confine?
    Ogni autore imprimerà il suo stile (linguaggio, forma, coscienza) facendo la sua scelta.

    @ Carlo S.:
    siamo d’accordo in linea generale, nello specifico intendevo proprio i romanzi storici in senso comune, in senso noto, secondo i canoni tradizionali.
    Di certo non è la meticolosità a fare di un romanzo storico un bel romanzo, ma non esiste romanzo storico senza meticolosità nella ricerca delle informazioni.

    @ Maria Lucia:

    nomini Citati e vai al cuore della questione: i suoi sono anche per me saggi romanzati, ma del resto anche Debenedetti è più un narratore che un mero critico. La differenza la fa allora la scrittura, le immagini e le emozioni che un romanzo è in grado di suscitare

    E a questo punto mi rivolgo a Marco Salvador:

    Norbert Elias è un altro esempio di sociologo-storico narratore, con la sua meravigliosa concezione del tempo esistenziale: il tempo non come percezione innata dell’uomo ma come risultato di un rapporto con la società, col mondo: se viene meno questo anche il tempo si frantuma e diviene qualcosa di non più percepibile.

    Uno scrittore di un romanzo storico deve fare necessariamente i conti col concetto di tempo.

    Con calma leggerò con piacere i brani estratti dai vostri libri.

    Buona serata a tutti voi.

  258. Ho letto il romanzo di Cinzia Tani. Bellissimo.
    Per me le pagine più interessanti sono quelle che descrivono Roma ed i personaggi mentre si sta per celebrare l’incoronazione di Federico II

  259. Forse sono un po” in ritardo ma intervengo lo stesso, il dibattito è davvero importante. Il romanzo storico affascinerà sempre e ben venga questo! Provo a rispondere alle domande dichiarando prima di tutto il mio stupore rispetto alla definizione di romanzo storico ripresa da molti. Non è una ploemica stratta contro le definizioni che sono utili sempre se le si prende con intelligenza, ma quando una definizione è talmente restrittiva da tenere fuori per esempio un romanzo come I miserabili (il suo autore nasce nel 1802 e parla di eventi comnpresi fra il 1815 e il 30 e lo scrive nel 62 e quindi a una distanza che l’istituto inglese citato considera troppo breve) allora penso che ci si trovi di fronte a una definizione troppo povera per essere presa in considerazione. Ma anche romanzi formalmente in linea con la definizione per quanto attiene i tempi in cui sono stati scritti, in realtà lo sono di meno si si considerano altri aspetti. Considero il romanzo di Arpaia di cui ora mi sfugge il titolo su terrorismo e camorra negli anni ’70, un romanzo più che dignitoso e pienamente storico, anche se Arpaia c’era proprio e quegli anni li ha vissuti. E che dire de La storia di Elsa Morante? Secondo me quella definizione dice davvero poco.

    2) Secondo me un buon romanzo storico, se parliamo di funzione non squisitamente letteraria, è un’opera che attraverso il passato ci fa comprendere meglio il presente. Può farlo in diversi modi; a me dicono molto quei romanzi storici che cominciano dove lo storico finisce perchè rimane un’ombra di mistero in ciò che è accaduto e che lo storico con suoi mezzi non può più chiarire ulteriormente. La letteratura può ricercare una verità diversa da quella dello storico e farci in quel modo intravedere un altro volto di quegli eventi: diciamo in sintesi che lo scrittore è legittimato a riscrivere un avento con i “se”.

    3) Dovrebbe evitare per me di essere una semplice fuga, anche intelligente e letterariamente sontuosa nel passato e basta. A parte il fatto che non vedo, in questi casi come si possa evitare di fare sfoggio dell’erudizione dell’autore, una semplice immersione nel passato senza nessuna connesisone almeno accennata con i problemi del presente, mi sembra una fuga. Ce ne sono di scritte benissimo, intendiamoci, ma mi lasciano freddo, oppure possono costituire un ottimo intrattenimento ma non di più. Faccio una sola eccezione per i romanzi che ricostruiscono la storia delle donne: ne sappiamo così poco ed è stata così sommersa che c’è sempre qualcosa da imparare. Del resto in tutti i romanzi che sono stati citati, il presente c’è tanto quanto il passato. Nei Promessi sposi Manzoni non parla dei ‘600 e Tolstoi in Guerra e pace, tira le somme di un’epoca e mette in evidenza che il vero vincitore della guerra non è lo zar (se lo avessero ascoltato sarebbero fintii nel disastro), e nemmeno i principi e nobili più o meno galantouomini o avventurieri. I vincitori sono il generale Kutuzov e l’eroe vero è Pierre Besuchov, il borghese onesto che peraltro aveva più di un trasposto nei confronti degli ideali della Rivoluzione Francese; e poi le masse russe contadine. In sostanza Tolstoi riflette sulla fne dello zarismo e su una forma di eroismo che non appartiene più alla nobiltà ma all’uomo comune e alle masse. E la fine dello zarismo che sarevbbe avvenuta a cento anni di distanza dalla vittoria, più o meno, un tempo che per un impero, vale quanto due settimane di vita per un individuo.

    4) Dipende da che arco temporale partiamo. Vincenzo Consolo ha scritto dei romanzi storici importanti, se andiamo indietro ovviamente troviamo De Roberto e Tomasi di Lampedusa, ma anche la Storia di Morante. Arpaia, Scurati. Per me anche Petrolio era nelle intenzioni di Pasolini un grande romanzo storico in presa diretta con ciò che accadeva. Ne dimentico sicuramente altri, non mi sembra si stia poi tanto male e anche nel mondo ce ne sono stati di ottimi: Cani neri di McEwan, sul dopo la caduta del muro di Berlino (e siamo di nuovo fuori dalla definizione), e lo stesso per Gunther Grass e Cees Nooteboom. Diverso il discorso per il mondo anglosassone che rpeferisce la distopia o la fiction proiettata nel futuro, tutte cose che ahnno a ache fare ocn la storia ma in un modo e prospettiva completamente diverse.

    6) Se consideriamo la narrativa mondiale, diciamo almeno occidentale e russa perchè non so nulla di Asia profonda ecc. direi che Guerra e pace è una summa difficilmente superabile almen fino ad ora. Nel suo sapere intrecciare storia, narrazione, riflessione politica e sociale, immaginazione e realtà, non me ne vengono in mente altri; anche se I Miserabili, Vanity Fair e altri costituoscono un corpus di grandi opere che si avvicinano. Anche i Promessi sposi, importanti certamente per noi italianii ma da vedere nel contesto euroeo: ho sempre in mente Silvio Orlando nei panni di insegnante che dice ai suo studenti”I promessi sposi sono un grande romanzo ma Balzac ne ha scritti almeno dieci che sono capolavori…” Nel ‘900 prevale la trasfigurazione piuttosto che l’intreccio fra storia, memoria e narrazione e questo per me non è necessariamente un bene.

  260. Ringrazio Andrea Frediani. Di lui posso dire che è un fantastico creatore di emozioni e di scene “visive”. Il suo ultimo romanzo, “Un eroe per l’impero romano” meriterebbe l’attenzione di Ridley Scott.

  261. @ Franco Romanò
    La definizione completa della Historical Novel Society (disponibile sul link postato in precedenza ben 3 volte) recita:
    “Definire il romanzo storico presenta diversi problemi, come definire qualunque altro genere. Dove finisce il ‘contemporaneo’ e inizia lo ‘storico’? Che cosa dire di romanzi che sono in parte storici e in parte contemporanei? E quanta distorsione dei fatti è lecita, prima che un romanzo si avvicini più al fantasy che allo storico? Non si troverà mai una risposta soddisfacente a queste domande. Queste sono, dunque, le decisioni – arbitrarie – che abbiamo preso.
    Per essere ritenuto storico (nella nostra accezione), un romanzo deve essere stato scritto almeno cinquanta anni dopo gli eventi descritti, o deve essere stato scritto da qualcuno che all’epoca di tali eventi non era ancora nato (e che quindi si è accostato ad essi solo attraverso ricerche).
    Consideriamo storici anche i seguenti stili di romanzo: ‘alternate histories’ (come ‘Fatherland’ di Robert Harris), pseudo-storici (come ‘L’isola del giorno prima’ di Eco), ‘time-slip’ (come ‘La signora di Hay’ di Barbara Erskine), fantasie storiche (come la trilogia di re Artù di Bernard Cornwell) e romanzi multitemporali (come ‘Le ore’ di Michael Cunningham).”
    Quindi, come può vedere, con un minimo di elasticità “I Miserabili” ci potrebbe rientrare. “La Storia” di Morante no, ma ne abbiamo già parlato in precedenza. D’altra parte, forse chiedere di leggere TUTTI gli interventi che precedono è chiedere troppo.
    Inoltre: “non vedo, in questi casi come si possa evitare di fare sfoggio dell’erudizione dell’autore”. Beh, ognuno è libero di fare sfoggio di quel che più gli piace.
    Grazie di aver citato “Cani neri” di McEwan. Grandissimo romanzo.
    @ Massimo Maugeri
    Mi associo a Salvo: sei un grande.

  262. Anch’io sostengo quanto detto da Rita Charbonnier a proposito dei cosiddetti parametri per stabilire quali testi possono rientrare nel genere di romanzo storico.

    @ Franco Romanò:

    “I miserabili” senza dubbio rientrano nel genere, lo avevo scritto in un mio intervento precedente (ma capita anche a me di ripetere domande fatte o altro, perché è davvero impossibile leggere circa 400 commenti per intero!!!).

    Le epoche cambiano certi aspetti di dare vita a dei romanzi storici, se Gogol ad esempio fosse nato in questi anni ( o De Roberto ed altri) avrebbero dato vita ad opere totalmente differenti, legate ad esigenze differenti.

    Si pensi a Il Gattopardo ad esempio:
    Tomasi lo scrive tra il ’40 e il ’50 del ‘900 (e lo concepisce ancor prima), ma è proprio l’Europa (e quindi la Sicilia) tra le due guerre o subito dopo la guerra che fa nascere in lui l’esigenza di creare un tempo quasi parallelo con quello del secolo precedente.

    Se Tomasi fosse appartenuto ai nostri giorni forse avrebbe sentito l’esigenza di scrivere un romanzo realista o forse di un periodo storico differente.

    Non è un caso che la crisi culturale intellettuale ed economica degli anni ’30 abbia per certi versi proiettato in lui la crisi identitaria di una classe nel passaggio di potere durante l’unificazione italiana.

    E’ importante capire anche il periodo storico a cui appartiene un autore di romanzi storici per poterne definire dei caratteri, lemotivazioni non vanno trascurate.

    Se i nostri tre autori fossero vissuti in un altro periodo (nel ‘500 o altro) avrebbero trattato altri periodi e magari in altre forme.
    I romanzi storici del ‘900 (paradossalmente) sono figli del loro tempo, credo.

  263. Grazie a questo sito ho capito cosa leggerò quest’estate: stamperò tutti gli interventi e me li leggerò sorseggiando una birra gelata, sempre che Miriam, la mia piccola peste di undici mesi, non mi strappi tutte le pagine succhiandole avidamente.
    Spero di fare cosa gradita segnalando ai tanti scrittori e appassionati qui presenti, oltre che il mio blog, ultimamente poco aggiornato causa impegni lavorativi e ricerca casa, un indirizzo web che ormai ha più di due anni alle spalle, il gruppo di Anobii dedicato ai romanzi storici.
    Link: http://www.anobii.com/groups/0135adaed7ad4988bc/

    Complimenti per il post!!!
    saluti
    Luigi Corazza, alias Conte Mascetti

  264. @ Luigi Corazza
    Benvenuto a Letteratitudine!
    Hai ragione… ho provato a ricopiare il post (completo dei commenti) in un file di word (A4, times new roman 12). Ne viene fuori un testo di circa 130 pagine (suscettibile di crescere ancora).
    In bocca al lupo per il tuo gruppo su Anobii. E torna a trovarci, magari partecipando alle altre discussioni.

  265. “Gli ultimi fuochi dell’impero romano” di Giulio Castelli, invece, uscirà a settembre. Chiederò a Fiammetta Biancatelli dell’ufficio stampa della Newton Compton se è possibile leggere una piccola anticipazione.

  266. Massimo, grazie… in effetti per inserire il mio estratto aspettavo che lo facesse prima Marco Salvador… ma tu ci hai preceduti! 🙂
    Ancora grazie di cuore e buona giornata (immagino ti ri-collegherai domani).

  267. @Riiiiita. Bhe, a questo punto la vogliamo fare una pausa? Vogliamo tributare il giusto riconoscimento a questo ragazzo che è riuscito a creare qualcosa di straordinario. Oggi Letteratitudine è diventato uno dei salotto letterarii più esclusivi d’Italia. A cosa è dovuto tale successo? Io la penso così:
    Maugeri, il fenomeno

    Internet è destinato a diventare l’invenzione del secolo, ha rivoluzionato il sistema della comunicazione. E’ una finestra sul mondo. Ha dato libero accesso a tutti, visibilità a quanti desiderano esercitare il loro diritto all’esistenza, dalla casalinga al poeta locale cui nessuno voleva dare credito letterario. Un oceano popolato da pesci multiformi che si muovono sconnessi alla ricerca di luce. Nel bene e nel male ha sovvertito certi strumenti di potere, egemonia della stampa e della televisione. Una rivoluzione in piena regola. Fioriscono i siti on-line, proliferano i blog. Una miriade di stelle dove la gente sbarca per avere diritto al proprio piccolo raggio di luce. Il 18 Settembre 2006, un ragazzo della provincia di Catania, dai modi raffinati e dai toni garbati, decide di aggiungere la sua stellina in questo sconfinato firmamento: apre un litblog (blog letterario) per il semplice desiderio di comunicare e condividere il suo amore per la letteratura con altre persone. Nasce Letteratitudine. E nasce Maugeri, il fenomeno. L’uomo con la camicia celeste. Sarà proprio il garbo, la signorilità, la professionalità che faranno di questo ragazzo un personaggio di fama nazionale. Ben presto il blog entra a far parte della famiglia dei blog d’autore di Kataweb-Gruppo Espresso. Letteratitudine diventa uno dei salotti letterari più esclusivi d’Italia. Un punto di incontro virtuale dove potersi confrontare, dibattere su argomenti culturali, interagire, polemizzare anche, ma in maniera costruttiva ed evitando risse e sterili polemiche. Tutto ciò a Massimo Maugeri costa energie, impegno costante e duro lavoro. Ma è propria questa la capacità che lo contraddistingue: la buona educazione, l’affabilità che il padrone di casa usa con gli stessi riguardi nei confronti dei suoi ospiti, siano essi personaggi famosi o persone qualsiasi. E se qualcuno insiste a fare il troll, viene invitato con le buone maniere ad andare a farlo da un’altra parte. Che già di troll è pieno il mondo e non c’è bisogno di riempire anche i siti. Numeri da capogiro, dibattiti culturali di altissimo livello, rubriche affidate ad esperti). Quasi tutti i più famosi scrittori italiani accettano di presentare i loro libri su Letteratitudine. Qualche nome: Dacia Maraini, Paolo Di Stefano, Roberto Alajmo, Beatrice Masini, Catena Fiorello, Antonella Cilento, Ferdinando Camon, Rita Charbonnier e tanti altri ancora. Camon gli dedica un articolo su Tuttolibri, a cui fa seguito quello di Loredana Lipperini su Venerdi di Repubblica. Gli addetti stampa delle maggiori Case Editrici gli inviano le novità (una media di 60 libri al mese) sperando in un passaggio su Letteratitudine. Insomma, Maugeri rischia di passare alla Storia come l’uomo che ha dato ufficialità e identità alla cultura diffusa attraverso il virtuale

  268. QUADRO II

    Un’esecuzione è un evento spiacevole da sopportare con
    rassegnazione. Alla fin fine ogni giorno qualcuno muore.
    Per le cause più diverse e nei luoghi più disparati, per volontà
    di Dio o degli uomini. Quotidianità di un mondo
    imperfetto da accettare senza troppi perché. Certo, allora i
    patiboli erano tanti e fin troppo affollati. Ma anche la Storia
    ha le sue stagioni, alle volte buone e alle volte cattive, e
    quella sembrava fra le peggiori.
    La piazza era una caldaia bollente. Sentivo rivoli di sudore
    scorrermi tra i capelli sciolti, bagnarmi le spalle; l’acciottolato
    nuovo, ancora puntuto e disunito, mi martoriava
    i piedi. Rimpiangevo le scarpe dalla spessa suola di cuoio e
    lo zucchetto di lino; maledicevo la berretta di broccato appesantita
    da una grossa spilla e i calzari ricamati, con le
    suole sottili e le punte lunghe curvate all’insù da dei legacci
    stretti alle caviglie. Non sopportavo neppure la seta verde
    delle calze e della tunica dall’alta bordatura ricamata
    d’oro. Ma in quella occasione erano d’obbligo, al pari della
    cintura d’argento e della lunga spada da parata. Dovevo
    apparire il più possibile elegante e inavvicinabile per marcare
    le distanze fra chi comandava e chi ubbidiva. Perciò
    facevo finta di nulla e continuavo ad avanzare impettito e
    fiero, nascondendo come meglio potevo il dispetto per la
    lentezza dei tamburini davanti a noi, per le lunghe pause
    tra un colpo di mazza e l’altro che ne regolavano l’andatura
    marziale.
    Per alleviare la sofferenza cercai di concentrarmi sulla
    24
    comoda tunica in cotone di Ezzelino e sulla fresca guarnacca
    in lino di Alberico, del tipo usato per ripararsi dalla
    polvere e dal sole. Mi precedevano di pochi passi, disarmati
    e senza insegne, il primo a testa nuda e il secondo
    con una modesta cuffia da casa neppure allacciata sotto il
    mento. Erano i padroni di Treviso, della Marca e di molte
    altre terre, non avevano bisogno di orpelli per ostentare
    potenza. A loro bastavano i visi impassibili, gli sguardi impenetrabili
    e le mascelle serrate.
    Finalmente il pesante e rumoroso marciare dei militi di
    scorta si interruppe e giungemmo al palco coperto da un
    luttuoso panno nero. Ezzelino e Alberico sedettero severi
    sugli scranni e io andai a pormi alle loro spalle. Solo allora
    volsi lo sguardo oltre la barriera di lance che ci circondava.
    Alla nostra sinistra c’era la folla dei borghesi, artigiani,
    bottegai e popolani assiepati dietro le transenne.
    L’atmosfera non era la solita. Non acclamavano i loro signori
    come erano soliti fare, e nel silenzio si percepiva
    ostilità. Inoltre, a parte qualche vecchia sdentata e alcune
    laide prostitute da strada, non c’erano donne. La cosa non
    mi stupì. Pure noi le avevamo lasciate nel castello di Romano,
    con i figli di Alberico pronti a gettarsi su Treviso se
    ci fosse stato anche solo un accenno di sommossa.
    Davanti a me, a ridosso del palazzo comunale, la forca.
    Un traliccio simile a un nudo pergolato di vite. Quattro
    grosse travi piantate a terra ne reggevano altre più sottili, e
    da ognuna delle cinque poste a far da tetto pendevano cinque
    capestri con sotto altrettanti panchetti. A destra, nei
    pressi del palco dell’araldo e dei pennoni con gli stendardi
    dell’impero, dei da Romano e della città, erano raggruppati
    i nobili e i maggiorenti del comune. Alle loro spalle,
    all’imbocco della via che conduce alla chiesa di San Pietro,
    c’era fra Stefano attorniato da una dozzina di altri monaci,
    in attesa dei condannati.
    Alzai gli occhi al cielo in cerca di uno squarcio d’azzurro
    o del bagliore lontano di un lampo. Nulla, solo l’im-
    25
    mobilità del grigio. Riabbassando lo sguardo vidi le trenta
    giovani donne ammassate nel loggiato superiore del pretorio.
    Il cuore accelerò i battiti e provai una sottile angoscia.
    Di lì a poco il loro destino sarebbe stato nelle mie mani,
    non avrei goduto della comoda posizione di chi semplicemente
    assiste approvando o disapprovando in cuor suo
    decisioni prese da altri. Mi sentii al centro della scena e la
    cosa non mi piacque.
    I sensi acuirono rendendo insopportabile il rullare mesto
    dei tamburi, i rintocchi lenti delle campane del duomo
    annuncianti l’agonia, l’odore speziato dell’olio con il quale
    Alberico era stato unto al mattino, quello acidulo e un po’
    animalesco di Ezzelino, i colori sgargianti delle uniformi
    dei soldati allineati attorno al palco. Il sudore aumentò e
    sentii gli abiti appiccicarsi fastidiosamente alla pelle. Alcuni
    chierici messisi dietro il palco intonarono il De profundis,
    recitarono salmi e un diacono lesse la Passione secondo
    Giovanni. Un’ora se n’era già andata. Tornai ad
    alzare lo sguardo al cielo. Stava incupendo e il mezzogiorno
    mutava rapidamente in crepuscolo, senza però scurire
    a tal punto da far sperare in un temporale o almeno in
    un acquazzone in grado di spazzare via la sporcizia dalle
    strade e donare ristoro alla gente e alla campagna riarsa.
    In cancelleria avevo udito molti lamentarsi di essere
    nati in una masseria, nella bottega di un fabbro o di un falegname,
    in una casupola dei suburbi. Ma quel giorno, sul
    palco, mentre mi tormentavo per lo stupido timore di apparire
    incerto e goffo, di far trapelare la mia inquietudine,
    iniziai a invidiarli. Non fossi nato in un palazzo e cresciuto
    in un castello, la mia vita sarebbe stata faticosa, probabilmente
    misera, ma sicuramente più serena. Avrei seguito i
    ritmi del sole e della luna con la consolante rassegnazione
    di chi attribuisce il bene e il male, le gioie e i dolori, a un
    immutabile destino. E intuii anche che il potere, qualsiasi
    esso sia, ha un ordine diverso da ogni altro e quasi sempre
    in conflitto con quello naturale.
    26
    A scuotermi da tali pensieri fu un nuovo rullare di tamburi,
    così forte e rapido da rimbombarmi dolorosamente
    fin dentro il cuore. Quando s’interruppe, udii un cigolare
    di ruote, lo stridere dei loro ferri sull’acciottolato. Un
    carro trainato da due buoi sbucò da dietro la torre comunale
    conducendo i condannati alle forche. Per alcuni attimi
    nella piazza si udì solo la voce del bifolco, alta e forte
    nell’impartire rudi comandi ai suoi animali.
    Il carro si fermò davanti all’araldo e gli occhi dei prigionieri
    si volsero tutti e subito alle forche. Con disappunto
    notai unicamente visi terrei e sguardi impauriti. Se uno, almeno
    uno, avesse riso sfrontato davanti al supplizio, se
    avesse urlato il proprio odio contro di noi o cercato di arringare
    la folla, avrei perso ogni scrupolo nel proclamare
    la mia decisione. Invece erano solo terrorizzati. Peggio,
    qualcuno iniziò a singhiozzare scorgendo la moglie, la figlia
    o la sorella rinchiusa nel loggiato.
    Non ascoltai l’araldo riassumere cantilenando gli eventi,
    scandire le accuse, leggere lento e puntiglioso i nomi e la
    sentenza. Continuavo a fissare i miei “doni” a uno a uno,
    faccia dopo faccia. Fra di loro c’erano uomini con i quali
    avevo riso, duellato, partecipato a feste, eppure mi parevano
    estranei. Li vidi buttare giù dal carro, le mani legate dietro
    la schiena con strisce di cuoio; li osservai venire spintonati,
    barcollare e incespicare durante gli ultimi venti passi
    per poi salire docili i tre scalini dei panchetti e accogliere il
    cappio senza un gesto di ribellione. Mentre i frati li assolvevano,
    alcuni iniziarono a tremare. Un alito di vento caldo
    e appiccicoso mi portò il loro odore, un misto di carne
    sporca, fiato fetido, sudore, orina e feci mal trattenute. Di
    nuovo i tamburi, il silenzio, e le campane che suonavano a
    morto.
    Le donne, scomparse dal loggiato, riapparvero nella
    piazza. C’era stupore nei loro occhi mentre le spingevano
    verso il patibolo, quasi non si rendessero ancora conto di
    cosa stava accadendo realmente. Agnelli dall’espressione
    27
    smarrita, incapaci perfino di belare. I militi le obbligarono
    a porsi in mezzo ai morenti, picchiandole con le aste delle
    lance; ed eccole senza una parola, spaurite e sgomente, chi
    davanti al padre, chi al marito, chi al fratello.
    Arrivarono i musici. Evitando di guardarsi attorno si sistemarono
    su un palchetto là vicino e imbracciarono gli
    strumenti. Dopo essersi scambiati delle occhiate e dei cenni
    d’intesa iniziarono a suonare una ronda e l’araldo ordinò
    alle donne di danzare. Esse rimasero immobili e tremanti.
    L’ordine fu ripetuto per tre volte e i musici, stupidamente,
    cambiarono ritmo. Infine, pungolate con i ferri delle lance,
    alzarono le braccia, cercarono le mani delle vicine e iniziarono
    a muoversi incerte e sgraziate. A quel punto accadde
    l’impensabile. Alcuni dei condannati, forse credendo quello
    il vero supplizio e l’impiccagione una macabra burla, iniziarono
    a implorarle di danzare bene. Sotto lo sguardo sbigottito
    di tutti le donne ubbidirono e incitandosi l’un
    l’altra ballarono la stampita battendo il piede al giusto ritmo,
    leggiadre come a una festa.
    Vedendo ciò, Alberico s’impietosì. Fece anticipatamente
    ai maestri di giustizia il gesto convenuto ed essi presero
    rapidi a togliere i panchetti da sotto i piedi dei condannati.
    Le donne si arrestarono impietrite e poi si gettarono a terra
    con urla e gemiti, afferrandosi disperate alle gambe dei
    familiari. Ma con il loro aggrapparsi ne aumentavano il
    soffocamento, e gli appesi cercavano di liberarsene scalciandole
    via. Quando i calci si fecero violenti e dolorosi, esse
    si rialzarono come a un tacito ordine e incredibilmente
    ricominciarono a danzare.
    Ormai erano in preda alla follia del terrore, la stessa capace
    di mutare in leone un pavido soldato prossimo a soccombere
    in battaglia. Non per morire da eroe, solo nella
    speranza di rubare alla morte almeno qualche altro respiro.
    Danzando tentavano di esorcizzare l’ineluttabilità
    della fine, l’orrore di quanto stavano vivendo. Infatti, a
    mano a mano che gli impiccati si immobilizzavano, esse
    28
    crollavano a terra come morte. Il tutto durò il tempo di
    una carola.
    Le fecero alzare a pedate e a colpi d’asta, togliendo loro
    i veli dalla testa con gesti bruschi e irrispettosi. Ad alcune
    li strappavano con rabbia, come se gli aguzzini provassero
    vero odio nei loro confronti. Violenze inutili, pensai, invidie
    e rancori da poter finalmente scatenare. Nulla dà maggiore
    appagamento dell’umiliare i padroni caduti in disgrazia,
    del tirare giù dai piedistalli coloro davanti ai quali
    ci si è dovuti umilmente inchinare.
    Con delle roncole tagliarono loro le vesti nella parte superiore,
    denudandole fino alla cintola. Dovevano porsi innanzi
    a noi, per udire il loro destino. Alcune vi furono trascinate,
    altre avanzarono barcollando come ubriache, altre
    carponi. Tutte e trenta cercavano di coprirsi il seno con le
    mani e le braccia e quando furono a pochi passi dal palco
    si allacciarono l’una all’altra come un groviglio di vermi.
    In un silenzio irreale, Alberico si alzò e annunciò il dono
    che mi aveva fatto. Quindi mi prese per un braccio e sospingendomi
    davanti a lui concluse: «Guido, figlio mio al
    pari dei miei figli naturali, ora proclamerà la sua decisione».
    Avevo la bocca secca e cercai affannosamente con la lingua
    un po’ di saliva. Inutile, faticavo persino a deglutire.
    Tutti gli occhi erano puntati su di me, l’intera piazza
    aspettava di ascoltare la mia voce. Ero furioso con me
    stesso, eppure non riuscivo a parlare. Non avevo avuto
    mai un attimo di titubanza nell’eseguire un mandato anche
    sgradito, nello svolgere le mansioni giudiziarie assegnatemi,
    nell’uccidere un nemico in battaglia. Scoprirmi
    improvvisamente incerto, insicuro, incapace perfino di ripetere
    un ordine già deciso, mi sconvolgeva.
    Dal gruppo dei nobili uscì Marco Badoer, uno degli uomini
    più potenti del comune. Tra le donne c’era una sua
    nipote acquisita, il cui marito pendeva dalla forca. Venne
    verso il palco fermandosi a venti passi da noi, e per essere
    29
    udito dall’intera piazza gridò: «Nobile Guido, vi supplico
    a nome di tutti i miseri che hanno qui un familiare. Consegnateci
    i corpi per una degna e cristiana sepoltura e lasciate
    libere le donne».
    Non risposi subito: avevo paura di udire la voce tremare.
    Il mio mutismo venne frainteso, credettero volessi allungare
    il momento di potere. Marco Badoer non riuscì a trattenere
    un’esclamazione e un gesto rabbiosi e dalla folla si sollevò
    un brusio di disapprovazione nei miei confronti. Sentivo
    piovermi addosso il biasimo persino da dietro le imposte
    serrate, da dietro le facciate dipinte dei palazzi che chiudevano
    con un semicerchio la piazza. Solamente fra Stefano
    capì il mio malessere, e ne approfittò.
    Lasciò i confratelli intenti a benedire i cadaveri e venne
    a porsi fra il palco e le donne, come a fare da baluardo fra
    me e loro. Una voce dentro di me urlava: “Deciditi, dai l’ordine”.
    Ma un’altra, altrettanto forte, ripeteva: “Attento!
    Per tutti i secoli a venire questo giorno avrà scritto sopra il
    tuo nome”.
    Nel tempo di pochi respiri lo sguardo colse l’espressione
    e l’agire di tre persone. Una ragazza di neppure
    quindici anni, con grandi occhi azzurri arrossati dal
    pianto, capelli biondi intrecciati attorno alla fronte, il seno
    minuscolo e un viso tanto dolce che neppure la sporcizia e
    la disperazione riuscivano ad abbruttire, mi fissava terrorizzata
    e incapace di fare anche il più piccolo movimento.
    Sfilatosi il saio e ricoperte con quello le nudità di alcune
    donne, fra Stefano si era gettato prono a terra, le braccia
    aperte, come un crocefisso ribaltato. Era rimasto con le
    misere e corte brache di canapa e dove i nodi del cilicio gli
    tormentavano i fianchi si vedeva il violaceo della carne
    martoriata. A uno dei maestri di giustizia scivolò di mano
    il coltello, lo raccolse, ne tastò rapido il filo, e scoprendolo
    ammaccato corse alla mola per riaffilarlo.
    «Non il saio ma la mia carne di uomo v’implora, Guido.
    Abbiate pietà e un giorno riceverete pietà» disse fra Stefano.
    30
    «Siete stato sempre un amico della città, non traditela
    ora e mostrate la grandezza del vostro cuore» ripeterono
    quasi in coro i nobili e i maggiorenti del comune.
    «Clemenza! Clemenza!» urlò la folla.
    Sentii Ezzelino borbottare irritato qualcosa, muoversi
    nervosamente alle mie spalle, e una mano di Alberico toccarmi
    la schiena come a dirmi di fare in fretta. E finalmente
    decisi. Non volevo il terrore di una fanciulla dai
    grandi occhi azzurri; non l’umiliazione di un uomo di Dio;
    e neppure essere peggiore di un maestro di giustizia
    odiato e disprezzato da tutti, ma capace di preoccuparsi
    dell’affilatura di un coltello ben sapendo quanto le ammaccature
    decuplicassero il dolore della mutilazione. No,
    io volevo essere giusto e punire duramente senza infierire.
    La paura si sciolse, il cuore rallentò i battiti.
    Avrei dovuto ripetere: “I corpi vengano lasciati là per
    tutta la notte, quindi impeciati e appesi lungo le strade a
    trecento passi dalle porte della città; alle donne siano recisi
    il naso e le mammelle, e questo ad ammonimento di
    chi avesse anche solo l’ardire di pensare al tradimento”. Al
    massimo potevo spingermi a concedere quanto mi aveva
    consigliato Alberico. Invece dissi, con voce forte e sicura:
    «Dopo il tramonto ognuno potrà prendere il corpo del familiare
    o dell’amico. A me sono stati donati e io li dono
    alla città. In quanto alle donne, le si conduca al campo
    detto della carestia e là siano denudate e obbligate ad attraversarlo
    affinché conoscano almeno un settantesimo del
    dolore inflitto dai loro uomini a degli innocenti. Poi siano
    riportate nude, ma in pace e intoccabili, alle case che le
    vorranno accogliere».
    Mi girai verso Alberico ed Ezzelino, in attesa delle loro
    reazioni. Ero convinto di avere fatto la cosa giusta e
    pronto a difendere la mia decisione, con timore ma senza
    paura. Alberico mi fissò in un modo strano, fra il perplesso
    e il sollevato; quindi si guardò in giro, vide l’entusiasmo
    della folla e mormorò: «Sbagliando alle volte si
    31
    fa la cosa giusta. Noi torniamo a palazzo. Pensa tu al resto
    ».
    Invece Ezzelino era furibondo. Mi si avvicinò con le
    mani strette a pugno e uno sguardo così duro e violento
    da far piegare le ginocchia. Iniziò a dire: «No, tu non puoi
    essere…».
    «Taci, fratello!» lo interruppe Alberico con una tale
    forza nella voce da stupirmi.
    L’altro serrò le labbra, mi volse le spalle e scese rabbioso
    dal palco.
    Caricarono le donne sul carro usato per i condannati e
    condussero dei cavalli per me e la scorta. Uscimmo dalla
    città, passammo il fiume Sile e giungemmo al campo detto
    della carestia. Era un grande appezzamento di pessima
    terra comunale, incolto da anni perché si faticava persino
    a cavarne un taglio di fieno decente. Ci crescevano solo
    rovi, luppolo, ortiche, cardi selvatici, triboli, e soprattutto
    grandi cespugli di marruca dalle spine lunghe un dito. Passarci
    in mezzo senza vesti e a piedi nudi, dovendo aprirsi
    con le mani un varco in quell’intrico spinoso e urticante,
    non era pena da poco. L’avevo vista applicare solo due
    volte, nei confronti di donne colte dai mariti in flagrante e
    incestuoso adulterio, e ancora oggi non capisco perché
    scelsi quell’atroce pena.
    Assistetti alla spoliazione delle donne e al loro ingresso
    nel campo, quindi andai dall’altra parte ad attenderne
    l’uscita. In quel momento non provavo pietà, ero solo
    preoccupato per la rabbia di Ezzelino e le sue reazioni nei
    miei confronti. Si udirono pianti, grida di dolore e disperazione,
    ma io rimasi sordo alla sofferenza. Continuavo a
    fare supposizioni sulle accuse cui avrei dovuto ribattere,
    su come spiegare con parole sensate le emozioni provate
    sul palco. Probabilmente chi mi circondava mi considerò
    un uomo spietato, anche perché cercavo di conservare
    l’impassibilità del volto per non mostrare il mio intimo
    tormento.
    32
    Quando alfine le donne uscirono come in processione,
    le raggrupparono davanti a me. Erano ricoperte di sangue,
    le carni torturate come se fossero state selvaggiamente fustigate.
    Quasi non distinguevo l’una dall’altra perché avevano
    i visi gonfi, la pelle ancor bianca solo dove le lacrime
    l’avevano lavata, i lineamenti deformati da un’eguale
    smorfia di sofferenza e umiliazione. Avevano impiegato
    l’intero pomeriggio ad attraversare il campo, e almeno la
    loro martirizzata nudità fu presto velata dal crepuscolo.
    Incrociai per un sol attimo lo sguardo della giovane che mi
    aveva turbato. Fu come un colpo di pugnale: gli occhi avevano
    perso la purezza, erano colmi d’odio.
    Finalmente riemerse la pietà e smisi di pensare alle conseguenze
    del mio agire. Avrei dovuto ammonirle, obbligarle
    a tornare a casa nude e ritte sul carro in modo da essere
    esposte a ludibrio dell’intera città. Invece, evitando
    accuratamente di guardarle, mi volsi ai parenti raggruppati
    poco lontano e ordinai brusco e severo: «Copritele e
    portatele a casa. In fretta!».
    Quindi girai il cavallo e, seguito dalla scorta, ritornai il
    più velocemente possibile a palazzo con la morte nel cuore
    e assurdamente a disagio per il potere concessomi.
    33
    da “La palude degli eroi”,

    © Marco Salvador ed Edizioni Piemme

  269. QUADRO III (seconda parte)
    La Giudea è una strada e un confine. Si stacca dall’Ungaresca
    a settentrione, nei pressi del guado sul Meduna;
    scende verso meridione separando tre diverse pievi da
    quella di Cosa, e perciò dal feudo di Corrado; incrocia la
    via di Concordia presso il Majerhof e infine raggiunge la
    Stradalta al guado di Rosa sul Tagliamento. Dunque era, e
    ancora è, un raccordo fra due guadi e tre strade. La usano
    gli abitanti dei villaggi a essa vicini, che per altro mai attraversa,
    e soprattutto i mercanti ebrei ai quali deve il nome.
    Inoltre, nei pressi della sega sulla roggia Roja, inizia la
    nuova via di collegamento tra la corte antica di Valvasone
    detta Majerhof e il castello.
    Ogni mattina mi alzavo di buonora e montavo a cavallo.
    Percorrevo la poca strada fra il castello e la Giudea,
    e solo a quel punto decidevo se dirigermi a est o a
    ovest. Non perché ci fosse una qualche differenza, essendo
    la mia destinazione comunque un grumo di capanne
    abitate da poveracci in speranzosa attesa di vendere
    un boccale di vino, cambiare un ferro a un cavallo
    o riparare una ruota. A spingermi da una parte o dall’altra
    erano piuttosto l’umore e il clima. Se l’umore era
    buono andavo a meridione per godermi il sole in faccia,
    altrimenti gli volgevo le spalle e puntavo ai monti. Se
    pioveva, tirava vento forte o nevicava era inevitabile l’occidente
    perché là ero certo di trovare una taverna con il
    fuoco sempre acceso e alla bisogna del vino caldo servito
    in una ciotola abbastanza pulita.
    213
    Nel giro di poche settimane mi ero fissato nella mente
    tutto quanto stava oltre i bordi di ognuna delle sei miglia
    del mio percorso e mi accorgevo anche se era stato tagliato
    un ramo o falciato un passo d’erba. I problemi li avevo
    solo a meridione dove confluivano più giurisdizioni e
    spesso scoprivo armenti e greggi pascolare in terra valvasonese,
    con pastori e bovari pronti a nascondersi dietro i
    confini incerti e segnati male. Cercai di usare buonsenso e
    mano leggera, feci piantare pali e costruire cumuli di sassi
    per rendere più chiari i confini e raramente mi spinsi oltre
    le minacce, le intimazioni e qualche multa. Solo in due occasioni
    fui costretto a infliggere pene corporali: trascinai a
    Valvasone e feci fustigare un bracconiere di Casarsa, perché
    era la terza volta che lo coglievo a mettere trappole ed
    ero stufo del suo piagnucolare su mogli malate e figli affamati;
    misi alla berlina una donna di Arzene, usa a offrire
    sulla strada le sue sudicie grazie ai pochi viandanti: dovette
    fare sette volte il percorso dal suo villaggio alla porta
    del castello e viceversa, reggendo tra le mani una grossa
    pietra legata al collo con una corda.
    A metà maggio tutti gli abitanti dei paesi vicini alla
    strada sapevano della mia presenza. Molti venivano a
    spiarmi da dietro i cespugli e altri fingevano di andare da
    qualche parte per incrociarmi, potermi guardare bene in
    faccia e scambiare una parola. Di solito li ignoravo oppure
    facevo il burbero per intimorirli, ma alle volte mi divertivo
    a stuzzicarne la curiosità spingendoli a porre domande cui
    non rispondevo mai.
    Ottolino Vicentino fu il primo a diventare un appuntamento
    fisso, all’incrocio con la via di Concordia. Era un
    notaio itinerante e veniva a Valvasone il secondo giovedì di
    ogni mese. Se ne partiva da Cinto, dove abitava e teneva
    l’archivio, e percorreva in una ventina di giorni tutta la gastaldia
    del Waldo, dal mare fino all’Ungaresca. Sulla cinquantina,
    piccolo e grassottello, faccia larga e naso rincagnato,
    capelli grigi fittamente ondulati, montava una
    214
    mansueta e panciuta cavalla. Lo accompagnavano uno scrivano
    foruncoloso dalle mani sempre sporche d’inchiostro e
    un corpulento nipote con appeso alla sella e ben in vista un
    grosso randello; l’uno o l’altro teneva per le briglie un’asina
    carica delle loro cose e del necessario per scrivere. Ci salutavamo,
    lui s’informava sulla mia salute e su quella dei
    miei amici e io gli chiedevo quali novità aveva udito nel suo
    peregrinare.
    Mensile era anche l’incontro con Stefano di Zoppola.
    Walterpertoldo lo inviava con un paio di armati a tenere
    placito nel castello di Sbrojavacca o, come diceva Stefano
    scherzando, a “dirimere liti da due uova e mezzo pollastro”.
    Per non fare torto alla sua gentilezza, dovevo pazientemente
    rispondere alle domande su trovatori, musici
    e pittori e fu Stefano, a luglio, ad annunciarmi mestamente
    l’ennesimo aborto di Gisla e a narrarmi di un Walterpertoldo
    dilaniato dal dolore.
    Ansoaldo di San Lorenzo invece non aveva regole.
    Certe settimane l’incontravo anche due volte, altre mai.
    Lo riconoscevo da lontano, per i lunghi capelli canuti e il
    caracollare del cavallo; se poi camminava tenendo l’animale
    per le briglie, era ancora più inconfondibile: le sue
    gambe lunghe e secche erano tanto arcuate da sembrare
    sagomate dalla pancia del cavallo, e avanzava a passi lenti
    e circospetti dondolando le spalle. La sua nobiltà era antica
    quanto gli abiti e la lunga spada, un tempo forse nota
    in molti luoghi ma ormai limitata al villaggio dove abitava
    e del quale peraltro non era neppure signore. Mi fissava
    con gli occhi pallidi, si lisciava la folta barba bianca striata
    di giallo che nascondeva gran parte del volto incartapecorito
    e rugoso, e diceva: «Grazie a Dio ci si vede».
    Io rispondevo: «Speriamo ci sia concesso di farlo ancora
    una volta».
    Allora lui batteva un indice sullo stemma un po’ sbiadito
    dipinto sulla vecchia e consunta sella, un argentea zampa
    d’aquila su campo nero, e sentenziava: «Voi siete giova-
    215
    ne e io sono come questa qui, rugosa ma forte. Certo, almeno
    per un’altra volta ci si rivede». Poi se ne andava facendo
    con la mano un gesto di saluto.
    Quel vecchio m’incuriosiva e affascinava. Non si era
    mai presentato e mai aveva chiesto il mio nome. Il poco
    che sapevo me lo aveva detto Corrado, aggiungendo: «Ci
    sono leggende su di lui. Dicono sia uno degli ultimi discendenti
    dei longobardi friulani, a suo tempo un grande
    maestro d’arme. Però le uniche cose certe sono l’orgoglio
    e il caratteraccio. Lo stesso vale per la gente del suo villaggio,
    un piccolo comune di liberi contadini. Si amministrano
    e giudicano da soli e rispondono unicamente al patriarca
    o al gastaldo patriarcale del Waldo. Non toccano
    un filo d’erba degli altri, non violano confini, ma non azzardarti
    a strappare neppure una foglia da un loro albero».
    Di altri non serve dire, ma non posso tacere il mio
    primo incontro con Aurora. Era la festività dei santi Pietro
    e Paolo, poco dopo il mezzogiorno. Faceva caldo e l’aria
    era pregna dei profumi del fieno sparso a seccare sui prati.
    Ospite di mastro Bruno, avevo mangiato anguilla arrostita
    e bevuto un paio di bicchieri di troppo e mi sentivo assonnato.
    Giunto dove la Roja separa per un breve tratto il
    feudo valvasonese dal territorio di San Lorenzo, decisi di
    riposare per un po’ all’ombra di un grande acero al limitare
    della strada.
    Legai il cavallo a un cespuglio di sanguinella, tolsi la spada
    dalla cintura e sedetti sull’erba appoggiandomi al tronco
    con le spalle. Mi appisolai cullato dal frinire delle cicale,
    le mani strette sull’impugnatura della spada e la lama fra le
    gambe. Dormii per circa un’ora e a svegliarmi furono un
    muoversi di frasche, un brusio, un ridere sommesso tra la
    fitta vegetazione del fosso dall’altra parte della strada. Socchiusi
    gli occhi. Il sole riluceva sulle foglie degli ontani e
    s’insinuava fra i sambuchi rompendo l’oscurità nel fitto dei
    cespugli. Due ragazze, le facce comuni e simili a quelle di
    216
    dozzine di altre, mi spiavano. Sorrisi appena, fingendo di
    continuare a dormire e di non essermi accorto di loro. Poi
    un mano candida, dalle dita lunghe e affusolate, scostò un
    ramo d’ontano. Un raggio di sole illuminò un viso perfetto,
    facendo scintillare d’oro i capelli e brillare di zaffiro lo
    sguardo. Spalancai gli occhi con un tuffo al cuore. Lei subito
    si ritrasse spaventata, scomparendo nel verde. Poi un
    frusciare di rami, un ridere forte e sempre più lontano.
    Quella prima apparizione è ancora impressa nella mia mente
    come il ferro rovente nella carne, e mi tolse il sonno per
    più notti spingendomi a sedere molte volte sotto l’acero. In
    vana attesa, perché Aurora non venne più a spiarmi fra gli
    ontani e i sambuchi.
    Durante l’estate e fino al principiare dell’autunno, i dolori
    dell’animo si assopirono. Pur non raggiungendo mai
    pace e felicità, imparai a godere della solitudine, degli animali
    dei prati e del bosco, della maestosità delle querce e
    degli olmi, della frescura delle sorgive e degli stagni dove
    le rane gracidavano nascoste fra le canne e i giaggioli blu e
    gialli. Inselvatichii quel tanto da provare fastidio nell’incontrare
    i viandanti e riservavo qualche attenzione solo ai
    mercanti ebrei, costretti su quella strada secondaria per
    evitare le angherie e le violenze dei cristiani. Li sentivo fratelli,
    reietti al pari di me.
    Ma soprattutto imparai ad amare il Tagliamento, il
    grande fiume che taglia in due la Patria dai monti al mare
    e ingigantisce fra le strettorie di Pinzano e Latisana. All’altezza
    di Valvasone è largo quasi un miglio, e prima della
    riva si preannuncia con un progressivo diradarsi degli alberi
    quasi a permettere allo sguardo d’intuirne da lontano
    la maestosità. Questa prateria dalla vegetazione rada e
    stentata, al massimo buona per pascolare le pecore e le capre,
    noi la chiamiamo grava, e se non nutre il corpo certamente
    delizia l’anima perché non vi è posto migliore di
    essa per passeggiare in solitudine, riposare all’ombra di
    una quercia solitaria, o lanciare il cavallo al galoppo e cac-
    217
    ciare con il falco. A un tratto, raggiunta la riva del fiume,
    ci si trova davanti a un vasto ghiaieto percorso da rivoli e
    canali, a una distesa sassosa interrotta da profumate macchie
    dove si addensano le ginestre, i rosolacci e i ginepri;
    dove, pochi passi oltre la desolazione di un ramo abbandonato
    del fiume o il gorgogliare fresco e dolce sui ciottoli
    colorati di uno nuovo, vi è lo stupore verdeggiante di un
    maestoso e solitario pioppo o di un boschetto cresciuto su
    di un isolotto di buona terra erbosa emersa chissà come e
    chissà quando dalla ghiaia e dalla sabbia; dove, dietro le
    piccole dune sabbiose create dal vento e all’ombra dei salici
    argentei e dei vimini dorati presso le sponde, crescono
    il saporito asparago, i benefici cardi, le dissetanti acetose e
    la maligna belladonna; dove, non importa se sotto il sole o
    la pioggia, il cuore, l’animo e la mente sono spinti a fondersi
    nella meditazione. A chi non li conosce sembrano
    luoghi aridi e inabitati sui quali volteggiano rapaci l’aquila,
    la poiana, il nibbio e il gheppio all’inutile ricerca di una
    preda; invece è tutto un brulicare di vita, e si deve camminare
    cauti per non calpestare i nidi dell’occhione color dei
    sassi e dell’erba secca, e lo scricchiolare di un passo sulla
    ghiaia provoca tutto un fuggire di allodole, calandri, pernici,
    e uno spiare timido di caprioli, volpi, tassi e lepri.
    Però anche qui si apposta il Maligno, sempre pronto a
    rendere tragica ogni bellezza. Bastano alcuni giorni di
    pioggia battente, con il vento a soffiare da mezzogiorno
    contro i nevai dei monti, e in un attimo le acque dei vari
    rami, rigagnoli o canali che siano, si uniscono trasformandosi
    da placidi, inoffensivi e argentei orbettini in un
    enorme e furioso drago color della terra. In breve il mostro
    invade tutto, schiumando e ribollendo da una riva all’altra
    sconvolge, massacra e distrugge ogni cosa. Il furore
    può durare una sola notte oppure una settimana. Poi si
    consuma con la stessa rapidità con la quale è iniziato. Le
    acque calano, si ritraggono, si ridividono, per acquietarsi
    in nuovi e vecchi percorsi. Per qualche giorno si cerca
    218
    l’annegato colto dal rotolare improvviso delle onde in
    qualche guado più a nord, si notano intricati grovigli di
    rami secchi spinti a marcire contro una riva, qualche albero
    sradicato e trascinato nel mezzo del fiume, dei pesci
    morti in un’ansa prosciugata dall’improvvisarsi di una
    diga di ghiaia. A chi non conosce il fiume sembra non sia
    accaduto nulla, invece tutto è mutato; i punti di riferimento
    sopravvissuti sono ben pochi, e si rimane sgomenti.
    La prima volta che vissi un tale evento mi parve di guardare
    la mia vita riflessa in uno specchio, una vita schiacciata
    tra un passato perduto e un futuro ignoto, ridotta a
    un’incertezza continua vissuta faticosamente e dolorosamente
    giorno dopo giorno. Ma oggi, notando negli altri lo
    stesso mio smarrimento davanti a quegli sterili letti di
    ghiaia, orgogliosi di mostrare da una parte i monti che li
    hanno generati e dall’altra la misteriosa profondità del
    mare dove andranno a morire ridotti a granelli di sabbia,
    io sorrido. Ormai lo so: le grave e il fiume non sussurravano
    solo a me parole dolorose; da sempre e a tutti indicano
    la spietata realtà della vita, con le sue magre e le sue
    piene, ne sono la più tragica e fedele rappresentazione.
    Venne ottobre, e poi novembre. Tutto si spense e ingrigì,
    e io intristii fino a odiare il pallido e freddo sole del
    mattino. Probabilmente in uno dei tanti e gelidi giorni dell’inverno
    tra il 1261 e il 1262, nonostante l’amicizia di
    Corrado e Ottone, solo e senza ancora alcuna ipotesi di
    futuro, sotto un cielo plumbeo e basso, con addosso i vestiti
    di un morto, circondato dal biancore della neve capace
    di mutare i rami in artigli e i tronchi in cadaveri impeciati,
    con l’unico tepore del mio cavallo costretto a
    sbuffare faticose nuvole di vapore per poter avanzare dove
    il manto ghiacciato si faceva alto e cancellava la strada, sarei
    potuto scomparire. Forse galoppando a occidente, per
    sfracellarmi contro le rocce dei monti; oppure lasciandomi
    scivolare nel fiume, per farmi trascinare fino alla verdastra
    oscurità del mare. Ma Dio, nella sua imperscrutabile sa-
    219
    pienza, vide il giorno in cui ciò sarebbe potuto accadere e
    mi anticipò inviando su quella strada, che a me ormai appariva
    una prigione con un’unica via d’uscita, un mercante
    ebreo.
    Accadde il sedicesimo giorno di febbraio, credo un
    paio di ore dopo il mezzogiorno. Non lo posso dire con sicurezza
    perché era una giornata uggiosa, di quelle dove il
    piovigginare è tutt’uno con una foschia pronta a mutare in
    nebbia. Stavo per arrivare al guado del Meduna, quando
    intravidi davanti a me delle sagome scure ingombrare l’intera
    carreggiata. Non era normale, e mi fermai. La mano
    cercò istintivamente l’impugnatura della spada sotto il
    mantello zuppo e gocciolante. Giunto a trenta passi vidi
    una carretta coperta trainata da due grossi cavalli, scortata
    da quattro uomini armati di lancia. “No, non è normale”
    mi ripetei, e gridai: «Fermatevi!».
    Subito gli uomini arrestarono i cavalli e mi puntarono
    contro le lance.
    «Chi siete?» chiesi.
    Uno dei due uomini seduti sul davanti del carretta alzò
    una mano in segno di saluto e rispose: «Amici, signore.
    Sono Amos, ebreo di Venezia e mercante».
    «Non conosco ebrei autorizzati a girare con cavalli e
    scorte armate, ma solo a piedi o con asini.»
    «Oh, Signore! Questi sono lussi temporanei concessi a
    chi porta sete e altri tessuti preziosi al reverendissimo signore
    il patriarca di Aquileia.»
    «Allora avete sbagliato strada. Dovevate procedere dritti,
    non volgere a oriente.»
    «Lo so, signore, ma non abbiamo sbagliato. Dobbiamo
    consegnare qualcosa anche a Valvasone e questa dovrebbe
    essere la strada più breve per arrivarci».
    Era sceso dalla carretta e dopo aver fatto cenno agli armati
    di restare dov’erano mi venne incontro a passi piccoli
    e rapidi.
    «Con chi ho l’onore di parlare, signore?»
    220
    «Il mio nome non vi riguarda. Comunque allora siete
    sulla via giusta. A chi dovete consegnare la vostra mercanzia?
    »
    Era un uomo piuttosto basso di statura, dal viso tondo e
    dalle mani paffute, avvolto in un pesante mantello di lana
    verdolina con cucita su una spalla la “O” gialla che contrassegna
    gli ebrei. Sorrideva, ma lo sguardo era vigile e l’espressione
    tesa. Si tolse il cappello a cono, di feltro verde,
    mostrando un cranio quasi calvo a parte due lunghi ciuffi
    sopra le orecchie a sventola. Usò il tempo di un inchino per
    studiarmi, poi disse: «Voi siete Guido da Treviso, vero?».
    Rimasi sconcertato, con un’improvvisa sensazione di
    pericolo.
    «Cosa ve lo fa credere?»
    «Signore, molti del mio popolo vi conoscono e vi sono
    grato per non aver mai recato loro alcun danno. Anzi, alcuni
    li avete aiutati. Sapete come vi chiamano? Il “giusto”
    dei due fiumi. Divertente, vero?»
    «E se fossi chi dite, cosa vorreste da me?»
    «Consegnarvi della merce e chiedervi ospitalità per la
    notte.»
    «La prima non l’ho ordinata e la seconda non ve la
    posso dare, essendo anch’io ospite.»
    Amos si grattò il mento e continuò: «Non l’avete ordinata,
    questo lo so bene. Mi è stata consegnata da degli sconosciuti
    e deve essere merce di non poco valore viste le garanzie
    richieste. È una cassa, sigillata al pari della lettera
    che l’accompagna. Ho dovuto per forza attendere questa
    occasione e questa scorta per portarvela. Più di un mese
    ho aspettato. Comunque, per la notte, ci basta anche una
    modesta taverna».
    La curiosità per quella strana vicenda e il timore di una
    qualche brutta sorpresa si mescolavano assieme rendendomi
    incerto. Chi poteva inviare un regalo a un “morto”
    sperduto nella campagna friulana? Scesi da cavallo, borbottando:
    «Non ci sono ancora taverne a Valvasone».
    221
    «Forse un ospizio di carità» insistette il mercante.
    «Potete consegnarmi la merce e proseguire. Al guado
    un giaciglio lo trovate.»
    «Oh no, signore, a costo di dormire nel fango sotto il
    carro. Sono luoghi da briganti, quelli. Inoltre devo rispettare
    gli impegni, consegnarvi la merce in un luogo sicuro.
    E da solo.»
    «Datemi la lettera, allora.»
    «Quella sì, quella ve la posso dare… anche se la pioggia…»
    «Non vi preoccupate. Datemela.»
    «Come volete.»
    Armeggiò sotto il mantello e da una qualche tasca segreta
    tirò fuori una lettera sigillata con della ceralacca
    verde, senza segni o scritte. L’aprii con il batticuore e riconobbi
    subito la grafia minuta e ordinata di Augusta. C’era
    scritto:
    Questo è ciò che ti doveva essere dato al momento giusto.
    Altro, e di diversa natura, avrai quando i tempi saranno maturi.
    Da me se sarò viva, o da altri. Tra molto, molto tempo,
    tanto da esserti dimenticato di me. Fai un buon uso del dono
    di chi giace a Soncino.
    Ebbi un sussulto. Un altro della famiglia e del mio passato
    era sopravvissuto, qualcuno che mi aveva amato viveva.
    Solo rileggendo una seconda volta ricordai le parole
    di Ezzelino sul letto di morte, il suo parlare di qualcosa
    che mi aspettava. Ripiegai la lettera e me la infilai nella
    cintura, chiedendo: «Che aspetto aveva chi ve l’ha consegnata?».
    Il mercante agitò una mano davanti al viso come a scacciare
    un ricordo non proprio piacevole.
    «Montanari, signore. Con accento alemanno e facce
    truci. Gente dura che è meglio non stuzzicare. Sono già
    tornati da me tre volte e li ritroverò per certo ad attendermi
    al ritorno, a pretendere una vostra ricevuta.»
    222
    Pedemontani, pensai, perciò Augusta doveva aver trovato
    rifugio in un qualche villaggio dell’Altopiano.
    «Risalite sul vostro carro e seguitemi. Chiederò ai miei
    amici di sistemarvi da qualche parte.»
    Trasse un sospiro di sollievo, sorrise spalancando gli occhi
    e disse: «Voi mi salvate, mi togliete un grande peso. E
    mi sentirò ancora meglio dopo la consegna e con la ricevuta
    nella borsa».
    223
    © Marco Salvador ed Edizioni Piemme

  270. QUADRO XII
    Se Gherardo da Camino non fosse stato a Treviso, probabilmente
    non sarei uscito vivo da palazzo Tempesta. Anche
    perché Pietro Calza, l’altro ostaggio, appena udito
    dell’assassinio aveva approfittato della confusione per fuggire
    da palazzo Giustinian. Gherardo aveva con sé trenta
    padovani e furono loro a scortarmi attraverso la piazza del
    comune affollata di bianchi rabbiosi e in cerca di vendetta.
    Mi accompagnarono fino all’inizio della via del duomo,
    dove si erano raggruppati i rossi a protezione dei loro capi
    radunati sul sagrato e pronti a entrare in chiesa per chiedere
    asilo.
    Appena ebbi davanti Bonifacio de Castellis, lo aggredii
    pieno d’ira: «Cosa vi è saltato in mente? Chi è stato tanto
    idiota da provocare tutto questo a tre giorni dall’incontro
    per la nuova tregua?».
    «La sciocchezza di un ragazzo, Guido. Lo hanno provocato
    e sapete bene com’è la gioventù.»
    Era pacioso come sempre e la sua calma mi fece imbufalire
    ancora di più.
    «Dov’è vostro fratello Gherardo? Dov’è quello stupido
    ragazzo?»
    Gli stavo gridando in faccia. Arretrò di un passo e infastidito
    m’indicò l’ingresso del palazzo. Intanto anche gli
    animi dei rossi si stavano scaldando udendo gli insulti e le
    minacce provenienti dalla vicina piazza del comune.
    «Teneteli calmi, vado a vedere se si può sistemare questa
    pazzia» gli ordinai.
    396
    Gherardo de Castellis era nella corte, vicino al loggiato.
    Con lui un giovane pallido in viso, dal parlare e gesticolare
    agitato. Non ricordavo di averlo mai visto, però doveva essere
    di una famiglia non da poco se aveva accanto a lui,
    con aria protettiva, Guglielmo Florio e Marino Giustinian.
    Come mi scorse, Gherardo mi venne incontro mostrando
    sollievo.
    «Sono felice di vedervi, Guido. Temevamo per la vostra
    vita!»
    «La devo a un nemico, non certo a voi. È quello?»
    chiesi indicando il giovane.
    «È Bono Malvolta. Lo hanno aggredito. Stava passeggiando
    con la sua promessa sposa e la dama di compagnia
    lungo il Cagnan e dei bianchi hanno iniziato a insultare le
    donne. Quando quel prepotente di Giacomo Tempesta ha
    osato sfiorare la sua fidanzata, ha reagito. Cos’altro poteva
    fare?»
    «Bisogna consegnarlo ai bianchi. C’è Gherardo da Camino
    a palazzo Tempesta, garantirà lui per la vita di quell’idiota
    e per un processo equo.»
    «Non se ne parla neppure. Il ragazzo non ha colpe e fate
    male a fidarvi del caminese. Si crede già signore di Treviso
    ed è falso di cuore e di bocca.»
    «Bisogna salvare la tregua, Gherardo. Metteremo la libertà
    del ragazzo fra le condizioni per finire questa faida.
    Accetteranno.»
    «Non ci sarà nessun incontro. La tregua è finita, per
    sempre. Quasi ringrazio Bono di averla rotta visto che serviva
    solo a garantire ai bianchi il tempo necessario per organizzare
    un esercito e attaccarci.»
    «Cosa state dicendo?»
    «Sto dicendo che Rambaldo di Collalto e Tolberto da
    Camino stanno radunando almeno trecento tra fanti e cavalieri
    per attaccare Treviso e in loro aiuto sta venendo a
    dar manforte pure Artico di Castello con i vostri friulani.
    Ma se credono di giocarci hanno sbagliato i loro conti! A
    397
    Fonte ci sono duecento fanti e a Cornuda centocinquanta
    cavalieri in attesa di un mio cenno. Questa notte manderò
    dei messi con l’ordine di prepararsi a muovere sulla città.»
    Ero frastornato. Entrambe le parti erano pronte alla
    guerra e io non ne sapevo nulla, non me ne ero neppure
    accorto. Fissai dritto negli occhi Gherardo e borbottai:
    «Voi siete dei folli. Perché nessuno mi ha avvisato?».
    Mi afferrò per un braccio e mi trascinò dietro una colonna
    del porticato.
    «Eravate troppo impegnato con la musica e le poesie.
    Vi hanno circuito, Guido. Possibile non abbiate udito
    nulla dei movimenti dei bianchi? Neppure la bella Gaia si
    è lasciata sfuggire qualcosa? Certo che no, era lei a dovervi
    distrarre da quanto stava accadendo alle vostre spalle. Per
    Dio, Guido, come può uno della vostra età pensare che
    una simile ragazza stia con lui per motivi diversi dall’interesse?
    »
    Fu peggio di uno schiaffo. Prima provai mortificazione,
    poi ebbi una gran voglia di aggredirlo e faticai a trattenermi.
    Lui mi sfidava, non c’erano più rispetto e sottomissione nei
    suoi occhi.
    «Io preparavo la pace, con ogni mezzo. Anche con Gaia.
    Comunque mi avete eletto vostro capo e sarò io, e io solo a
    decidere come agire» ringhiai furibondo.
    Abbassò lo sguardo e scosse la testa.
    «Certo, siete il nostro capo e ci guiderete. Però, per
    come si sono messe le cose, ormai dovrete guidarci sul
    campo di battaglia.» Tornò umile e rispettoso come al solito,
    l’espressione dispiaciuta. «Noi, Guido, desideravamo
    l’ordine e la pace tanto quanto voi, ma non vi può essere
    ordine dove ci si serve di una tregua giurata sui Vangeli
    per preparare un attacco. E credetemi, dietro tutto questo
    c’è Gherardo da Camino, non chi vi sta davanti. Avrà tentato
    di portare pure voi dalla sua parte, ne sono sicuro, e
    con ogni mezzo e inganno. È un uomo scaltro, senza morale.
    Usa tutti, anche la sua bella figlia.»
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    Le idee mi si stavano confondendo, le certezze ancora
    una volta si sfaldavano. E se fossi stato raggirato come un<