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Sardegna

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Sardegna
regione a statuto speciale
(IT) Regione Autonoma della Sardegna
(SC) Regione Autònoma de Sardigna
Sardegna – Stemma Sardegna – Bandiera
(dettagli) (dettagli)
Sardegna – Veduta
La Sardegna vista dalla Stazione Spaziale Internazionale
Localizzazione
StatoItalia Italia
Amministrazione
CapoluogoCagliari
PresidenteChristian Solinas (PSd'Az) dal 20-3-2019
Lingue ufficialiitaliano, sardo[1]
Data di istituzione1948
Territorio
Coordinate
del capoluogo
40°N 9°E / 40°N 9°E40; 9 (Sardegna)
Altitudine384 m s.l.m.
Superficie24 100,02[2] km²
Abitanti1 592 730[3] (31-5-2021)
Densità66,09 ab./km²
ProvinceCagliari (città metropolitana), Nuoro, Oristano, Sassari, Sud Sardegna
Comuni377
Regioni confinantinessuna (regione insulare)
Altre informazioni
Fuso orarioUTC+1
ISO 3166-2IT-88
Codice ISTAT20
Nome abitanti(IT) Sardo -a pl. Sardi -e
(SC) Sardu -a pl. Sardos -as
(CA) Saldu -a
(LIJ) Sordu -a
PatronoMadonna di Bonaria[4];

sant'Agostino (patrono secondario[5][6])

PIL(nominale) 33.965 mln [7]
PIL procapite(nominale) 20 600 [7](2017)
(PPA) 20 900 [7](2017)
Rappresentanza parlamentare17 deputati
8 senatori
InnoSu patriotu sardu a sos feudatarios
(Il patriota sardo ai feudatari)
Cartografia
Sardegna – Localizzazione
Sardegna – Mappa
La Sardegna e le sue province dopo la L.R. 2/2016
Sito istituzionale

La Sardegna (AFI: /sarˈdeɲɲa/[8]; Sardìgna o Sardìnnia in sardo) è una regione italiana a statuto speciale di 1 592 730 abitanti con capoluogo Cagliari, la cui denominazione bilingue utilizzata nella comunicazione ufficiale è Regione Autonoma della Sardegna / Regione Autònoma de Sardigna[9].

Istituita nel 1948, è divisa amministrativamente in quattro province, una città metropolitana e 377 comuni, ha un popolazione di 1 592 730 abitanti, che con un territorio di 24 100 km2 ne fa' la terza regione d'Italia per superficie[10] e terzultima per densità (66 ab./km2) .

È situata nel Mediterraneo occidentale e il suo territorio coincide con l'arcipelago sardo, costituito quasi interamente dall'isola di Sardegna e da un considerevole numero di piccole isole e arcipelaghi circostanti. La sua posizione strategica[11] e la sua ricchezza di minerali hanno favorito nell'antichità il suo popolamento e lo svilupparsi di traffici commerciali e scambi culturali tra i suoi abitanti e i popoli rivieraschi[12].

Ricca di montagne, boschi, pianure, territori in gran parte disabitati, corsi d'acqua, coste rocciose e lunghe spiagge sabbiose, per la varietà dei suoi ecosistemi l'isola è stata definita metaforicamente come un micro-continente[13]. In epoca moderna molti viaggiatori e scrittori hanno esaltato la sua bellezza, rimasta incontaminata almeno fino all'età contemporanea[14], nonché immersa in un paesaggio che ospita le vestigia della civiltà nuragica[15].

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Geografia della Sardegna.
Altimetrie della Sardegna

La Sardegna ha una superficie complessiva di 24 100 km2[2] ed è per estensione la seconda isola del Mediterraneo[16] (dopo la Sicilia) e la terza regione italiana, sempre dopo la Sicilia e il Piemonte[17]. La lunghezza tra i suoi punti più estremi (punta Falcone a nord e capo Teulada a sud) è di 270 km[18], mentre 145 sono i km di larghezza (da capo dell'Argentiera a ovest, a capo Comino a est)[18]. Gli abitanti sono 1 628 384[3] per una densità demografica di 69 abitanti per km2. Dista 188 km (capo Ferro - monte Argentario) dalle coste della penisola italiana[19], dalla quale è separata dal mar Tirreno, mentre il Canale di Sardegna la divide dalle coste tunisine del continente africano che si trovano 178 km più a sud (capo Spartivento - Cap Serrat)[19]. A nord, per 11 km[20], le Bocche di Bonifacio la separano dalla Corsica e il mar di Sardegna, a ovest, dalla penisola iberica e dalle isole Baleari. Si situa tra il 41º e il 39º parallelo, mentre il 40º la divide quasi a metà.

Geologia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Geologia della Sardegna e Vulcani della Sardegna.
Struttura del basamento metamorfico-granitico della Sardegna nel Paleozoico.

La storia geologica della Sardegna risulta essere nettamente separata da quella della penisola italiana (che si formò nel Cenozoico), essendo legata invece (assieme a quella della Corsica) a quella dell'Europa continentale, di cui fece parte fino alla fine dell'Eocene. Si può far iniziare con la cosiddetta fase sarda dell'orogenesi caledoniana all'inizio del Paleozoico[21], in cui si formò il primo nucleo dell'attuale Sulcis[21], per poi emergere completamente, insieme alla Corsica, durante l'orogenesi ercinica (Carbonifero). Attraverso gli spostamenti e gli scontri tra la grande placca africana, quella eurasiatica e quella nord-atlantica, tra i trentacinque e i tredici milioni di anni fa lungo la costa che va dalla Catalogna alla Liguria, si creò una profonda frattura da cui, circa venti milioni di anni fa, si originò a nord-est il distacco di una micro-placca che comprendeva le attuali Sardegna e Corsica[22].

Le due isole raggiunsero la loro posizione attuale circa sei o sette milioni di anni fa e al fenomeno della migrazione si aggiunse più tardi la tensione di apertura del mar Tirreno[23], che creò conseguentemente la conformazione orientale tra le due isole e la penisola italiana. Benché nel passato siano stati documentati dei terremoti, la Sardegna è ritenuta una zona non sismica e tutti i comuni che la compongono sono classificati in zona sismica 4[24][25]. Sul suo territorio infatti non passano faglie che possano generare terremoti di rilievo. Gli unici risentimenti macrosismici appartengono a scosse che sono avvenute e potranno avvenire nel Tirreno centrale e meridionale.

Montagne e colline[modifica | modifica wikitesto]

Più dell'80% del territorio è montuoso e collinare; il 68% è formato da colline e da altopiani rocciosi[20] per un'estensione complessiva di 16 352 km2[26]. Alcuni di questi sono assai caratteristici e vengono chiamati giare o tacchi. L'altimetria media è di 334 m s.l.m[27]. Le montagne costituiscono il 14% del territorio[20] per un'estensione complessiva di 3 287 km2[26].

Culminano nel centro dell'isola i monti di Punta La Marmora, a 1 834 m, Bruncu Spina (1 829 m) e monte Spada (1 595 m), situati nel Massiccio del Gennargentu[28], nonché il monte Albo e il Supramonte che comprende il monte Corrasi di Oliena (1 463 m). A nord, emergono i monti di Limbara (1 362 m), i monti di Alà (1 090 m), il monte Rasu (1 259 m). In Ogliastra svettano i tacchi con Punta Seccu alta circa 1 000 m in territorio di Ulassai mentre nel Montiferru (che è il massiccio vulcanico più grande dell'isola) si innalzano il Monte Urtigu (1 050 m) e il Monte Entu (1 024 m) e nel Marghine la Punta Palai (1 264 m). A sud il monte Serpeddì (1 069 m), il Massiccio dei Sette Fratelli, (1 023 m), il monte Linas (1 236 m), i monti dell'Iglesiente, che raggiungono i 1091 m con Monte Lisone, e del Sulcis che raggiungono 1116 m con Monte Is Caravius finendo per digradare verso il mare[29].

Il lago Omodeo, visto dalle campagne di Sedilo

Pianure, fiumi e laghi[modifica | modifica wikitesto]

Le zone pianeggianti occupano il 18% del territorio[20] (per 4 451 km2[26]); la pianura più estesa è il Campidano[27] che separa i rilievi centro settentrionali dai monti dell'Iglesiente, mentre la piana della Nurra si trova nella parte nord-occidentale tra Sassari, Alghero e Porto Torres. I fiumi più importanti sono il Tirso, il Flumendosa, il Coghinas, il Cedrino, il Temo e il Flumini Mannu[30]. I maggiori sono sbarrati da imponenti dighe che formano ampi laghi artificiali[27] utilizzati principalmente per irrigare i campi, tra questi il bacino del lago Omodeo, il più vasto lago artificiale d'Italia[31]. Seguono poi il bacino del Flumendosa, del Coghinas e del Posada. L'unico lago naturale è il lago di Baratz, situato a nord di Alghero.

Isole e coste[modifica | modifica wikitesto]

Le coste si articolano nei golfi dell'Asinara a nord, di Orosei a est, di Olbia a nord-est, di Cagliari a sud e di Alghero e Oristano a ovest. Per complessivi 1 897 km[32], sono alte, rocciose e con piccole insenature che a nord-est diventano profonde e s'incuneano nelle valli (ría)[33]. Litorali bassi e sabbiosi, talvolta paludosi, si trovano nelle zone meridionali e occidentali: sono gli stagni costieri, zone umide importanti dal punto di vista ecologico, la più estesa delle quali è quella dello stagno di Cabras e delle zone paludose adiacenti[34].

Molte isole e isolette la circondano e tra queste la più grande è l'isola di Sant'Antioco (109 km2), seguono poi l'Asinara (52 km2[35]), l'isola di San Pietro (50 km2[36]), La Maddalena (20 km2) e Caprera (16 km2). I quattro punti estremi sono: capo Falcone (a nord), capo Teulada (a sud), capo Comino (a est) e capo dell'Argentiera (a ovest)[18].

Clima[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Clima della Sardegna e Stazioni meteorologiche della Sardegna.
Li Cossi - Costa Paradiso, Trinità d'Agultu e Vignola (SS)

Il clima mediterraneo è tipico della Sardegna[37]. Lungo le zone costiere, dove risiede la gran parte della popolazione, grazie alla presenza del mare[38] si hanno inverni miti mentre le estati sono calde e secche[37], caratterizzate da una notevole ventilazione. Le brezze marine e la costante ventilazione permettono di sopportare le elevate temperature estive che superano normalmente i 30 °C e raggiungono anche i 35 °C[38]. Nelle zone interne pianeggianti e collinari, a causa della maggior lontananza dal mare, si registrano temperature invernali più basse ed estive più alte[38] rispetto alle aree costiere. Il clima è nel complesso abbastanza mite, ma durante l'arco dell'anno si possono avere valori minimi invernali di alcuni gradi al di sotto dello zero[39] e massimi estivi anche superiori ai 40 °C[40].

Sui massicci montuosi nei mesi invernali nevica frequentemente e le temperature scendono sotto lo zero, mentre nella stagione estiva il clima si mantiene fresco e raramente fa caldo per molti giorni consecutivi. La Sardegna inoltre è una regione molto ventosa: i venti dominanti sono il maestrale e il ponente[41].

Ambiente naturale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Aree naturali protette della Sardegna, Foreste demaniali della Sardegna e Conservatoria delle coste della Sardegna.

Il paesaggio naturale della Sardegna alterna profili montuosi dalla morfologia complessa a macchie e foreste, stagni e lagune, torrenti tumultuosi che formano gole e cascate, lunghe spiagge sabbiose e scogliere frastagliate e falesie a strapiombo[42]. Le formazioni calcaree costituiscono il 10% della sua superficie e sono frequenti i fenomeni carsici nei settori centro-orientale e sud-occidentale, con la formazione di grotte, voragini, doline, laghi sotterranei, sorgenti carsiche, come quelle di Su Gologone di Oliena e di Su Marmuri di Ulassai. Notevoli sono le formazioni rocciose granitiche, caratterizzate da guglie frastagliate modellate dall'erosione degli agenti atmosferici, creando delle singolari sculture sparse su tutta l'isola, come l'Orso di Palau, l'Elefante di Castelsardo, il Fungo di Arzachena, i dicchi del Montiferru e sa Conca a Nuoro sul monte Ortobene[43].

Sono sotto tutela come parchi naturali alcuni dei più importanti tratti della costa e ampi territori dell'interno. Questo patrimonio naturale si integra con quello storico e culturale, rappresentato dagli antichi siti d'interesse archeologico e dai resti dei più recenti complessi dell'attività mineraria. La Regione Autonoma per conservare e valorizzare questo patrimonio unico, ha definito con la legge n. 31 del 7 giugno 1989 le aree protette sottoposte a tutela. Complessivamente si contano: due parchi nazionali, due parchi regionali, 60 riserve naturali, 19 monumenti naturali, 16 aree di rilevante interesse naturalistico, cinque oasi del WWF[44]. Dal 1985 la Sardegna è dotata di un corpo forestale proprio, denominato Corpo forestale e di vigilanza ambientale della Regione Sardegna.

Muflone, uno dei simboli della fauna sarda

Fauna terrestre[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Fauna della Sardegna e Mammofauna della Sardegna.
Scheletro di Cynotherium sardous, un canino estinto indigeno della Sardegna

Il patrimonio faunistico annovera diversi esempi di specie di grande interesse. La fauna dei vertebrati superiori mostra analogie e differenziazioni rispetto a quella dell'Europa continentale: le analogie si devono alla migrazione nel corso delle glaciazioni oppure all'introduzione da parte dell'uomo nel Neolitico o in epoche più recenti, mentre le differenziazioni si devono al lungo isolamento geografico che ha originato neo-endemismi a livello di sottospecie o, più raramente, di specie[45].

Le popolazioni dei grandi mammiferi erbivori (cervidi e muflone) hanno subito una drastica contrazione, arrivando a vere e proprie emergenze fino agli anni settanta, ma negli ultimi decenni hanno ripreso una sensibile crescita grazie alle azioni di tutela. Il cinghiale sardo, invece, è ampiamente diffuso, così pure diverse specie di roditori e lagomorfi. I predatori più grandi sono la comune volpe sarda e il raro gatto selvatico sardo, ai quali si affiancano i piccoli carnivori come i mustelidi. Tra i mammiferi, a parte la capra sarda, razza caprina, particolare curiosità desta una variante dell'asino domestico, ossia l'asinello bianco, presente solo sull'isola dell'Asinara (se ne contano circa 90 esemplari), ma anche il caratteristico cavallino della Giara (Equus caballus Giarae), una specie di cavallo endemica[46], di origine incerta o molto probabilmente importati dai naviganti Fenici o Greci nel V-IV secolo a.C.

Asinelli bianchi sull'isola dell'Asinara

L'interesse per l'avifauna si articola in tre contesti: i rapaci, l'avifauna delle aree umide e quella delle scogliere. I rapaci sono rappresentati da quasi tutte le specie europee, fra le quali ci sono alcune sottospecie endemiche; si sono estinte due specie di avvoltoi e sopravvivono solo nei territori di Bosa e Alghero alcune colonie di grifoni. L'avifauna delle zone umide vanta un lungo elenco di specie, molte minacciate dalla forte contrazione dell'habitat. L'elevato numero di stagni costieri e lagune (circa 12 000 ettari, pari al 10% del patrimonio italiano) fa sì che questa regione annoveri ben otto siti di Ramsar (secondo posto in Italia, dopo l'Emilia-Romagna). Il simbolo di questa fauna è il fenicottero rosa, che in alcuni stagni forma colonie di migliaia di esemplari.

Questa specie, storicamente svernante negli stagni sardi, da diversi anni è anche nidificante[47]. Dei 1 897 km di coste, il 76% è costituito da scogliere e da un grande numero di isole e scogli. È questo il regno degli uccelli marini, che possono formare colonie di migliaia di individui. Fra le specie di maggiore interesse c'è il rarissimo gabbiano corso. Ci sono, infine, quattro sottospecie endemiche di uccelli che sono il fringuello (f.c. sarda), il picchio rosso maggiore (d. m. ssp. harterti), la cinciallegra (P. m. ssp. ecki) e la ghiandaia (g.g. ssp ichnusae). I vertebrati terrestri minori comprendono rettili e anfibi fra i quali si annoverano molti importanti endemismi tirrenici, sardo-corsi o sardi; di questi, alcuni hanno una marcata ed esclusiva localizzazione geografica.

Flora terrestre[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Flora della Sardegna e Specie botaniche in Sardegna.

Pur derivando da un substrato comune mediterraneo, la flora in Sardegna è caratterizzata da specificità ed endemismi. Le zone fitoclimatiche presenti si limitano al Lauretum e alla sottozona calda del Castanetum, quest'ultima limitata alle aree interne e montuose più fredde: la vegetazione boschiva è, perciò, rappresentata in gran parte da macchia mediterranea e foresta sempreverde e solo oltre i 1 000 metri è significativa la frequenza delle specie caducifoglie del Castanetum[48].

La specie arborea prevalente è il leccio, accompagnato e in parte sostituito dalla roverella nelle stazioni più fredde e dalla sughera in quelle più calde. Nelle stazioni fredde persistono, inoltre, relitti di un'antica flora del Cenozoico (tasso, agrifoglio, acero trilobo). Sulla sommità dei rilievi metamorfici del Paleozoico, a 1 000-1 900 metri, si sviluppano steppe e garighe assimilabili alla flora alpina che, nelle altre regioni, occupa quote di 2 500-3 500 metri. La copertura boschiva è ciò che resta di intensi disboscamenti che hanno raggiunto il suo culmine nella seconda metà del XIX secolo[49].

Il passaggio di vasti territori dalla Cassa ademprivile al demanio dello Stato e, in seguito, all'ex EFDRS, ha permesso la salvaguardia e la lenta ricostituzione del patrimonio boschivo residuo, nonostante la minaccia annuale degli incendi. Il grave degrado di vaste aree espone l'isola alla desertificazione, ma il patrimonio boschivo vanta alcune peculiarità, come la macchia-foresta del Sulcis, ritenuta la più vasta d'Europa, e la foresta demaniale di Montes, una delle ultime leccete primarie del Mediterraneo. L'opera di tutela e recupero del patrimonio residuo pone la Sardegna come la regione italiana con maggiore superficie forestale, con 1 213 250 ettari di boschi (secondo i dati dell'Inventario nazionale foreste e carbonio del Corpo forestale dello Stato, pubblicati nel maggio 2007)[50]. Di grande interesse botanico, per gli endemismi e la rarità, sono anche le associazioni floristiche minori che popolano gli stagni costieri, i litorali sabbiosi e le scogliere.

Flora e fauna acquatiche[modifica | modifica wikitesto]

I paesaggi sommersi sono complessi e ricchi di colori e di varietà di pesci, spugne e coralli e sono caratterizzati dalla straordinaria limpidezza dell'acqua[51]; questa limpidezza favorisce il prosperare di numerose colonie di posidonia[52]. Il segno inequivocabile della presenza delle praterie di posidonia è la presenza di mucchi di alghe che talvolta si trovano abbondanti sulle spiagge[53]. Un cenno particolare va fatto alla foca monaca: a lungo perseguitata dai pescatori e disturbata dai vacanzieri, è una specie a forte rischio d'estinzione[54]: l'ultima riproduzione documentata risale agli inizi degli anni ottanta[55].

Plecotus sardus, l'unico pipistrello endemico presente in Italia

Endemismi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Plecotus sardus, Euproctus platycephalus e Centaurea horrida.

L'ambiente naturale sardo è caratterizzato da un elevato numero di endemismi. Alcuni di questi sono paleoendemismi, ossia relitti della fauna e della flora ancestrale risalente al Cenozoico prima del distacco della placca sardo-corsa dal continente europeo; queste specie, veri e propri fossili viventi, si sono anticamente estinte nelle terre continentali mentre sono sopravvissute in condizioni particolari in Sardegna.

La maggior parte delle specie endemiche sono invece neoendemismi, prodotti da un'evoluzione differenziale a partire dal Neozoico o da epoche più recenti, grazie all'isolamento geografico. Gli endemismi botanici accertati sono oltre 220 e rappresentano circa il 10% di tutta la flora sarda. Alcuni di questi sono delle vere rarità anche per il basso numero di esemplari e per la limitatissima estensione dell'areale, in alcuni casi ridotto a pochi ettari. Nel 2002 nelle grotte del Gennargentu è stato scoperto il Plecotus sardus, una specie endemica di pipistrello[56], mentre nel 2014 è stata annunciata la scoperta dell'Amblyocarenum nuragicus, un ragno endemico dell'isola[57].

Grotte naturali[modifica | modifica wikitesto]

Arrows-folder-categorize.svg Le singole voci sono elencate nella Categoria:Grotte della Sardegna

Le rocce della Sardegna sono ritenute tra le più antiche d'Italia[58]. Le formazioni carsiche coprono un'area abbastanza ristretta in rapporto a quelle granitiche o metallifere e costituiscono il 6% della superficie totale, ossia 1 500 km2. Le formazioni geologiche più antiche risalgono al Paleozoico, ma altre formazioni sono apparse in periodi successivi, nel Mesozoico, nel Terziario e nel Quaternario, contribuendo alla creazione di una notevole varietà di formazioni rocciose.

Il patrimonio speleologico sardo comprende più di 1 500 grotte[59]. L'area del Supramonte è quella più ricca, insieme alla zona del Sulcis-Iglesiente e al promontorio di capo Caccia. Tra quelle sommerse, la grotta di Nereo è ritenuta la più vasta in tutto il Mediterraneo. Le grotte litoranee più conosciute sono le grotte di Nettuno ad Alghero e le grotte del Bue Marino a Cala Gonone. Fra quelle terrestri, alcune di rilievo sono quelle di Sa Oche-Su Bentu a Oliena, Is Zuddas a Santadi, Su Mannau a Fluminimaggiore, la grotta di Su Marmuri a Ulassai, quella di Ispinigoli[60] presso Dorgali, di San Giovanni presso Domusnovas, nell'Iglesiente, e la grotta di Santa Maria nel Sulcis[61].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sardegna.

La Sardegna è stata sin dagli albori della civiltà un attracco frequentato da quanti navigavano da una sponda all'altra del mar Mediterraneo in cerca di terre e sbocchi commerciali. Fu così che nella sua storia millenaria ha saputo trarre vantaggio sia dalla propria insularità sia dalla propria posizione strategica, in quanto luogo imprescindibile nella rete degli antichi percorsi.

Nel suo patrimonio storico e culturale sono abbondanti le testimonianze delle culture indigene ma anche gli influssi e le presenze delle maggiori potenze coloniali antiche[63]. Con riferimento alle esperienze storiche che hanno coinvolto l'isola, lo storico americano John Day ebbe a definire la Sardegna come "una delle più vecchie dipendenze coloniali del mondo"[64].

Sardegna prenuragica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Sardegna preistorica, Sardegna prenuragica e Sardegna megalitica.

Il periodo prenuragico è caratterizzato dal susseguirsi di diverse culture archeologiche: la cultura della ceramica cardiale (6000-4000 a.C.), la cultura di Bonu Ighinu (4000-3400 a.C.), la cultura di San Ciriaco (3400-3200 a.C.), la cultura di Ozieri e Sub-Ozieri (3200-2700 a.C.), la cultura di Abealzu-Filigosa (2700-2400 a.C.), la cultura di Monte Claro (2400-2100 a.C.), la cultura del vaso campaniforme (2100-1800 a.C.) e la cultura di Bonnanaro (1800-1600 a.C.)[65].

Vestigia più eloquenti di quel periodo sono i megaliti (comparsi per la prima volta nell'ambito della cultura di Arzachena, IV millennio a.C.), le domus de janas e il tempio a gradoni di Monte d'Accoddi.

Sardegna nuragica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Civiltà nuragica e Protosardi.
Nuraghe Su Nuraxi presso Barumini, sullo sfondo il colle su cui sorge il castello di Las Plassas

La civiltà nuragica nacque e si sviluppò nell'isola in un periodo di tempo che va dall'età del bronzo (2300-1800 a.C.) al II secolo d.C. e, in Barbagia, fino al VI secolo d.C. in epoca altomedioevale[66]. Circa ottomila nuraghi[67], numerosi villaggi, le tombe dei giganti, i pozzi sacri, i bronzetti sono la testimonianza di questa civiltà.

Gli antichi Sardi, o Nuragici, erano un popolo di guerrieri e navigatori, di pastori e di contadini, suddiviso in tante tribù che abitavano nei cosiddetti "cantoni". Commerciavano con i Micenei e i Minoici, con i popoli Iberici, i Fenici e gli Etruschi, lungo rotte che attraversavano il mar Mediterraneo dalla Spagna al Libano.

Sardegna fenicio-punica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sardegna fenicio-punica.
Maschera punica da San Sperate

Intorno al IX secolo a.C. i Fenici, provenienti dall'odierno Libano, cominciarono a frequentare le coste della Sardegna dove fondarono nuovi approdi, spesso su preesistenti insediamenti nuragici, come Caralis, Nora, Bithia, Sulki e Tharros[68] che presto diventarono veri e propri centri urbani da cui partivano i commerci sia interni, con le popolazioni native di cultura nuragica, che verso altre terre d'oltremare.

Nel 509 a.C. i Punici, attraverso una campagna militare, conquistarono gran parte della Sardegna meridionale e centro-occidentale[69], comprese le città stato fenicie della costa, tra cui Olbia nel nord-est. Per circa 271 anni la civiltà cartaginese si confrontò, non sempre pacificamente, con le popolazioni sarde dell'interno.

Sardegna romana[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sardegna romana.

La Sardegna entrò nella sfera d'influenza romana dal 238 a.C.[70], all'indomani della prima guerra punica, diventando assieme alla Corsica una Provincia (Sardegna e Corsica), la seconda dopo la Sicilia.

I romani ampliarono le città della costa e ne fondarono di nuove, come la Colonia Iulia Turris Libisonis (Porto Torres) e Usellus; costruirono inoltre nuove strade, acquedotti e ponti. Nonostante le numerose rivolte delle tribù dell' interno (le più famose furono quella capeggiata da Ampsicora nel 215 a.C.[71] e quella dei Balari e degli Iliensi nel 178/174 a.C.[72]), la lingua e la civiltà latina si radicarono infine capillarmente in tutto il territorio isolano.

Il dominio romano durò 694 anni fino all'arrivo dei Vandali nel 456.

Sardegna vandala[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sardegna vandala.

La storia della Sardegna vandala ebbe inizio alla metà V secolo, dopo l'epilogo della dominazione romana, quando l'isola venne conquistata dai Vandali, popolazione germanica che da tempo si era stabilita nel Nord Africa.

La conquista dell'isola si concretizzò tra il 456 e il 476 circa. La prima occupazione avvenuta nel 456 d.C. fu un'occupazione parziale e limitata alle città costiere[73], mentre fra il 474 e il 482 l'isola cadde sotto il dominio delle armate vandaliche, guidate forse da Genserico o dal figlio Unerico. Nel 533 un certo Goda, che era un governatore vandalo dell'isola di origine gotica, dopo essersi ribellato al potere centrale resistette per un certo periodo ai Vandali assumendo il titolo di "Rex"[74].

La Sardegna rimase vandala per circa ottant'anni, dal 456 al 534.

Sardegna bizantina[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sardegna bizantina.

L'età bizantina iniziò con la riconquista di Giustiniano nel 534, nel contesto della guerra vandalica combattuta contro i Vandali per il possesso dell'Africa: la nuova provincia di Sardegna avrebbe fatto parte della prefettura del pretorio d'Africa[75]. Tra il 551 e il 552, mentre la guerra gotica infuriava sulla penisola italiana, contingenti Ostrogoti occuparono l'isola, stappandola per un breve periodo a Bisanzio[76].

L'Impero bizantino era uno stato autocratico e intorno alla figura dell'imperatore ruotava tutta l'amministrazione. Molte delle istituzioni bizantine furono utilizzate per la costruzione dei regni giudicali. Durante il pontificato di papa Gregorio I (590-604) la Sardegna rientrò nella una sfera romana. A seguito dell'intensificarsi della presenza araba nel mediterraneo occidentale, dopo la conquista islamica della Sicilia (827) i contatti fra Bisanzio e l'isola si diradarono: nei secoli IX e X si consolidò l'autonomia politica che sarà propria della Sardegna giudicale.

Sardegna giudicale[modifica | modifica wikitesto]

L'incipit nell'incunabolo della Carta de logu arborense in una versione del 1480
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sardegna Giudicale, Condaghe e Carta de Logu.

Tra la fine del X secolo e i primi decenni dell'XI le istituzioni locali si riformarono rendendosi autonome da Bisanzio. Ebbe così inizio il periodo dei giudicati, una forma originale di governo che durò per i successivi seicento anni.

Le fonti scritte del periodo sono scarse ma si suppone che nell'isola si fosse formata inizialmente un'unica entità statuale autonoma, sulla quale Bisanzio esercitava un'autorità unicamente nominale. Solo dopo il tentativo di conquista musulmana da parte di Mujāhid al-ʿĀmirī, sventato dai Sardi per terra e dalle flotte di Pisa e Genova per mare[77], si formarono i quattro regni indipendenti di Torres, di Gallura, di Arborea e di Calari che diedero vita a una efficace organizzazione politica e amministrativa caratterizzata da elementi di modernità rispetto ai regni coevi continentali. Il territorio era diviso in curatorie[78]; dopo l'anno 1000 quella di Torres ne comprendeva 20, quello di Arborea 13, quello di Cagliari 14 e quello di Gallura 10. Alcuni degli antichi nomi sopravvivono ancora, anche se, in molti casi, non corrispondono ad alcuna entità amministrativa.[79]

Il sistema giuridico locale raggiunse il suo apice con la promulgazione della Carta de Logu arborense nel XIV secolo «considerata una delle più importanti Costituzioni di princìpi del Medioevo»[80].

Regno di Sardegna[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Regno di Sardegna, Stato sardo, Regno di Sardegna (1324-1720) e Regno di Sardegna (1720-1861).
Un alfiere portabandiera e un cavallo bardato rappresentano il Regno di Sardegna al solenne corteo funebre dell'imperatore Carlo V d'Asburgo

Il Regno di Sardegna fu istituito nel 1297 da papa Bonifacio VIII, in ottemperanza al trattato di Anagni del 24 giugno 1295, per risolvere la crisi politica e diplomatica, sorta tra la Corona d'Aragona e il ducato d'Angiò, a seguito della guerra del Vespro per il controllo della Sicilia. L'atto di infeudazione, datato 5 aprile 1297, affermava che il regno apparteneva alla Chiesa e veniva dato in perpetuo ai re d'Aragona in cambio di un giuramento di vassallaggio e del pagamento di un censo annuo. Fu conquistato territorialmente a partire dal 1324 con la guerra mossa dagli aragonesi, in alleanza con i sardi arborensi, contro i pisani. La conquista fu successivamente a lungo contrastata dalla resistenza opposta sull'isola dallo stesso regno di Arborea e poté considerarsi parzialmente conclusa solo nel 1420, con l'acquisto dei rimanenti territori dall'ultimo giudice per centomila fiorini d'oro[81].

Le istituzioni del Regno (aventi sede a Cagliari, oltre al viceré, di nomina reale, erano le Cortes e la Real Udiencia: le Cortes erano un parlamento pattizio, in cui erano rappresentate le città regie, la chiesa e la nobiltà feudale; la Real Udiencia, istituita nel 1564, era il supremo tribunale del Regno, da cui deriva l'attuale Corte d'appello e, in assenza del viceré, ne assumeva i compiti di governo. Con l'acuirsi delle scorrerie dei pirati barbareschi, a partire dal XVI secolo fu impiantato un efficiente sistema di difesa con numerose torri litoranee e le piazzeforti di Alghero e Cagliari[82].

Il Regno di Sardegna fece parte della Corona d'Aragona e del suo Supremo e Reale Consiglio fino al 1713, anche dopo il matrimonio di Ferdinando II con Isabella di Castiglia, allorquando l'Aragona si legò prima alla Castiglia, e poi dal 1516, in epoca già asburgica, anche alle altre entità statuali da loro governate.

Subito dopo la guerra di successione spagnola entrò a far parte dei domini degli Asburgo d'Austria, ma già nel 1720, con il trattato dell'Aia, la Sardegna venne ceduta, dopo una breve parentesi spagnola, al duca di Savoia Vittorio Amedeo II; in cambio di quanto fu percepito come uno scambio ineguale, all'Austria fu assegnata la Sicilia[83].

Nel 1847, con la cosiddetta fusione perfetta, tutti i possedimenti della casa reale sabauda confluirono nel Regno. Per mezzo di tale controverso atto giuridico, venne completamente meno la soggettività statuale dell'isola prima conservata, e scomparvero conseguentemente tutte le vestigia acquisite in periodo iberico (carica vicereale, parlamento degli Stamenti[84], suprema corte della Reale Udienza); l'isola divenne così una regione di uno Stato più ampio, dalla configurazione non più composta come lo era stato dopo il 1720, bensì unitaria[84]. Benché la fusione avesse definitivamente sancito il baricentro politico del Regno, eminentemente peninsulare, la residuale denominazione di "Regno di Sardegna" venne formalmente mantenuta finché, una volta raggiunta l'unificazione politica della penisola italiana, non assunse infine la denominazione di Regno d'Italia[85]; così pure l'inno del regno sabaudo s'hymnu sardu nationale ("l'inno nazionale sardo"), dapprima affiancato alla Marcia Reale e da questa sostituito de facto nel 1861[86].

Sardegna contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Minatori di Carbonia (Federico Patellani, 1950)
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sardegna contemporanea.

La Sardegna era una delle regioni meno sviluppate del nuovo regno d'Italia. Nei primi decenni dell'Unità d'Italia anche sull'isola imperversava il fenomeno del banditismo, duramente represso dallo stato.

Il 26 aprile 1868 nel Nuorese scoppiò la rivolta de Su Connottu[87]. Furono molte le miniere attive in Sardegna a cavallo tra Ottocento e del Novecento, localizzate principalmente nell'Iglesiente. Il 4 settembre del 1904 si verifica l'Eccidio di Buggerru, dove tre manifestanti in sciopero persero la vita[88].

Nella prima guerra mondiale si distinse sui campi di battaglia la Brigata Sassari, nella quale furono richiamati 100.000 soldati sardi, di cui 13.602 caddero al fronte [89].

Nel ventennio furono avviate le bonifiche nella piana di Terralba, nella Nurra e in altre zone. Diversi centri sorsero dal nulla, il più popoloso fu quello di Carbonia, fondato nel 1938[90].

Durante la seconda guerra mondiale l'isola venne pressoché risparmiata dai combattimenti terrestri ma Cagliari fu pesantemente bombardata dagli Alleati e 2000 cittadini persero la vita.

Nel 1948 la Sardegna divenne regione autonoma e si amministra da allora con uno statuto speciale.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola, della cultura e dell'arte - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola, della cultura e dell'arte
— 2 giugno 1972[91]
Attestato e medaglia di bronzo dorata di eccellenza di I classe di pubblica benemerenza del Dipartimento della Protezione civile - nastrino per uniforme ordinaria Attestato e medaglia di bronzo dorata di eccellenza di I classe di pubblica benemerenza del Dipartimento della Protezione civile
«Per la partecipazione all'evento sismico del 6 aprile 2009 in Abruzzo, in ragione dello straordinario contributo reso con l'impiego di risorse umane e strumentali per il superamento dell'emergenza.»
— D.P.C.M. 11 ottobre 2010, ai sensi dell'art.5, comma 5, del D.P.C.M. 19 dicembre 2008.

Toponimo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Stele di Nora.
Particolare dell'iscrizione de La Stele di Nora

Ben conosciuta nell'antichità sia dai Fenici sia dai Greci, fu da questi ultimi chiamata Ichnussa (in greco Ιχνούσσα) o Sandàlion (Σανδάλιον) per la somiglianza della conformazione costiera all'impronta di un piede (sandalo)[92]. Sempre i Greci la chiamarono anche Argyróphleps Nèsos (ἀργυρόφλεψ νῆσος) ossia l'isola dalle vene d'argento, per via della ricchezza argentifera del suo sottosuolo[93]. Per Erodoto la Sardegna era l'isola più grande di tutto il mar Mediterraneo[94] e tale rimase nella conoscenza degli antichi navigatori per lungo tempo, in quanto la lunghezza delle coste sarde (1 232 km escluse le isole) è effettivamente maggiore di quelle siciliane o cretesi.

Secondo recenti studi linguistici, l'appellativo latino Sardinia deriverebbe da un'altra denominazione greca conosciuta come Sardò (Σαρδώ con l'accento sulla ω - omega - ossia la o, come i nomi sardi Buddusò e Gonnosnò), nome di una leggendaria donna anatolica della quale si ha notizia nel Timeo di Platone e le cui origini venivano da Sàrdeis (Σάρδεις), capitale della Lidia. In tale regione Erodoto rintraccia l'origine etnica delle genti etrusche e di quelle sarde[95].

Sallustio nel I secolo d.C. sosteneva che: «Sardus, generato da Ercole, insieme a una grande moltitudine di uomini partito dalla Libia occupò la Sardegna e dal suo nome denominò l'isola», e Pausania nel II secolo d.C. confermava quanto detto da Sallustio aggiungendo che: «Sardo venne dalla Libia con un gruppo di coloni e occupò l'Isola il cui antico nome, Ichnusa, mutò in Sardò (...)»[96]. In una stele in pietra risalente all'VIII / IX secolo a.C. ritrovata nell'odierna Pula appare scritto in fenicio la parola b-šrdn che significa "in Sardegna", a testimonianza che tale toponimo era già presente sull'Isola all'arrivo dei mercanti fenici.

Bandiera dei quattro mori o Croce di Alcoraz, 1536

Stemma, bandiera e inno[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Stemma della Sardegna, Bandiera della Sardegna e Su patriotu sardu a sos feudatarios.

Con il decreto del presidente della Repubblica del 5 luglio 1952 la Regione autonoma ha prodotto uno stemma e un gonfalone. La legge regionale 15 aprile 1999, n. 10 all'art. 1 decreta: «La Regione adotta quale sua bandiera quella tradizionale della Sardegna: campo bianco crociato di rosso con in ciascun quarto una testa di moro bendata sulla fronte rivolta in direzione opposta all'inferitura». Di origine incerta, l'emblema dei quattro mori rappresenta un forte elemento identitario e il suo uso è documentato costantemente a partire dalla costituzione del regno di Sardegna e Corsica (1324) fino alla nascita della Regione Autonoma.

Lo stemma dei quattro mori comparve nei sigilli in piombo della Cancelleria reale aragonese sotto il regno di Pietro il Grande d'Aragona, l'esemplare più antico risale al 1281. La forma grafica attuale riproduce quella consolidatasi nel secolo XVIII ai fini istituzionali.

Nel 2018, in memoria dei vespri sardi, il canto "Su patriotu sardu a sos feudatarios", da tempo ritenuto inno regionale nella cultura popolare, è stato ufficialmente riconosciuto come inno ufficiale della Sardegna[97]. Il testo era stato composto nel 1794 dal magistrato Francesco Ignazio Mannu in un contesto di fermento politico nutrito degli ideali dell'Illuminismo diffusi in Europa.

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Attraverso un lungo ed elaborato percorso storico, alle iniziali culture indigene si aggregarono molteplici apporti di civiltà provenienti dal mondo mediterraneo, contribuendo a formare un'eterogeneità culturale dai tratti fortemente originali. L'archeologia ha evidenziato chiaramente questa lunga evoluzione, ritrovandone tracce nel variare dell'architettura delle costruzioni attraverso i secoli, ma questo lungo cammino si riscontra anche nelle tradizioni legate intimamente all'arte delle produzioni artigianali[98], alle variegate espressioni musicali, alle regole interne del mondo agro-pastorale e alla cultura sarda in generale.

I ritrovamenti e le preziose testimonianze del passato sono raccolte e custodite in numerosi musei e nei parchi archeologici sparsi sul territorio. Da diversi anni è in vigore una legge emanata dalla Regione autonoma della Sardegna che ha dato nuovo impulso alla riorganizzazione dei luoghi preposti alla custodia delle testimonianze del passato. Oltre ai musei, alle biblioteche e agli archivi storici, sono stati riorganizzati anche i parchi archeologici e gli ecomusei, espressione viva della memoria storica del territorio[99].

Lingue[modifica | modifica wikitesto]

Lingue dall'antichità all'età moderna
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Lingua protosarda e Lingua punica.

Le prime testimonianze scritte in Sardegna risalgono al periodo fenicio-punico con reperti come la stele di Nora. Secondo alcune interpretazioni, gli antichi Sardi del periodo prenuragico e nuragico conservarono senza rilevanti alterazioni lingua e costumi pre-indoeuropei dell'Europa Antica. In base ad alcune teorie, la lingua sardiana o protosarda sarebbe stata affine a quelle basco-iberiche[100][101][102], mentre secondo Massimo Pittau lo sarebbe stata con quella etrusca[103]; un'altra ipotesi ancora suppone che nell'isola fossero presenti popolazioni contraddistinte da parlate sia indoeuropee sia preindoeuropee.

La conquista romana della Corsica e della Sardegna, incorporate in una specifica provincia, avrebbe contrassegnato il declino dei preesistenti idiomi indigeni in favore di quello politicamente dominante, il latino. Il latino sarebbe stato a sua volta soppiantato nell'uso ufficiale solo dal greco durante il periodo bizantino, ma ritornò in auge nella variante medievale come "lingua colta", affiancando il sardo, lingua neolatina utilizzata in vari documenti ufficiali come condaghes e Carta de Logu[104]. Altri documenti furono redatti in più lingue, come gli Statuti Sassaresi in latino e sardo, o ancora in toscano, come il Breve di Villa di Chiesa a Iglesias.

L'istituzione del Regno di Sardegna portò prima all'utilizzo del catalano e dello spagnolo, permaso fino a metà Settecento, e poi dell'italiano con le riforme savoiarde di Giovanni Battista Lorenzo Bogino, il quale introdusse tale lingua per la prima volta nell'isola con un atto potestativo nel mese di luglio del 1760[105][106].

Carta delle lingue e dei dialetti parlati in Sardegna
Lingue attuali e dialetti
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Lingua sarda, Lingua sassarese, Lingua gallurese, Dialetto algherese, Dialetto tabarchino e Italiano regionale della Sardegna.

In Sardegna coesistono oggi diverse lingue romanze, perlopiù appartenenti al sistema linguistico sardo e a quello italiano[107]. Il sardo è la lingua storica delle genti sarde succeduta al nuragico e ritenuta, assieme all'italiano[108], come quella più conservativa tra le lingue romanze. Il sardo è stato utilizzato in diverse epoche come lingua ufficiale delle istituzioni sarde; tra i documenti più importanti vi sono i condaghi (condaghes), gli Statuti Sassaresi[109] (Istatutos Tataresos) e le Cartas (fra le quali spicca la celebre Carta de Logu del Giudicato di Arborea[110], rimasta in vigore fino alla sua sostituzione con l'italiano Codice Feliciano nel 1827).

A partire dal diciottesimo secolo, cui rimonta l'introduzione ufficiale dell'italiano in Sardegna per legge (1760, 1764)[111][112], si è prodotto un lento ma pervasivo fenomeno di italianizzazione culturale delle strutture sociali[113], nonché di deriva linguistica verso l'italiano, in stadio ora avanzato: l'ISTAT, nel 2006, rivelava che solo il 29,3% della popolazione sarda alternava italiano e sardo in ambito familiare, e solo il 16,6% parlava prevalentemente il sardo o altre parlate linguisticamente non italiane[114]; dati più recenti suggeriscono che a oggi solo il 10% della popolazione in età giovanile abbia dichiarato una qual certa competenza nella lingua[115][116]. L'italiano, correntemente espresso dalla gran parte dei locutori nella sua variante regionale, è così oggigiorno la lingua più diffusa nell'isola: sulla base dei dati ISTAT del 2006, l'italiano era impiegato abitualmente dal 52,5% della popolazione sarda anche in ambito familiare[114].

La lingua sarda, tradizionalmente parlata in larga parte dell'isola[117][118], è convenzionalmente ripartita in varianti rappresentate da due modelli ortografici fondamentali e standardizzati[119][120]:

  • il sardo logudorese (sardu logudoresu) rappresenta le varianti centro-settentrionali, rimaste più simili al latino in desinenze e pronuncia; in tale ortografia furono scritte poesie e componimenti come, per esempio, No potho reposare, l'inno patriottico Procurad'e moderare, barones, sa tirannia, il canto religioso Deus ti salvet Maria e l'inno del Regno sabaudo. Nel logudorese vengono generalmente comprese anche le varianti nuoresi e barbaricine (sardu nugoresu e sardu barbaritzinu), che si caratterizza per una ancor maggiore conservazione e fedeltà al latino ma con frequenti elementi arcaici del sostrato protosardo.
  • il sardo campidanese (sardu campidanesu) rappresenta le varianti centro-meridionali, relativamente più innovative rispetto al latino classico ma anche più diffuse. Nell'Ogliastra la parlata ha una matrice campidanese arcaica con molti vocaboli barbaricini, da cui il nome di "barbaricino orientale". Nella regione del Guilcer, infine, sono diffuse parlate di transizione tra i due modelli, la cosiddetta limba de mesania cui si sono ispirati gli studiosi che, in seguito, avrebbero elaborato la variante scritta della Limba Sarda Comuna, adottata dalla Regione nel 2006.

Nel complesso, il sistema linguistico sardo presenta una sostanziale omogeneità sintattica e morfologica, organizzata in un continuum in cui è difficile tracciare un confine dialettale netto per via dell'esistenza di numerose parlate con caratteri mediani (es. arborense, barbaricino meridionale, ogliastrino, ecc.)[121][122]; la ripartizione del sardo nei due modelli ortografici seguirebbe confini psicologici piuttosto che linguistici, giacché sono ricollegati non a specifiche isoglosse, bensì alle due aree amministrative in cui l'isola era stata politicamente suddivisa nel plurisecolare periodo iberico: il "capo di sopra", cui sarebbero ascritte le parlate sarde logudoresi, e il "capo di sotto", cui sarebbero ascritte quelle sarde campidanesi[123].

Accanto alla lingua sarda propriamente detta, nel nord dell'isola sono parlati due idiomi romanzi di derivazione prevalentemente corso-toscana ma sovente associati al sardo:

Vi sono infine delle isole linguistiche non sarde, presenti nel versante occidentale dell'isola:

Con l'approvazione della legge n. 482 del 1999, che per la prima volta ha dato attuazione all'articolo 6 della Costituzione italiana, il sardo e il catalano sono stati riconosciuti e tutelati a livello statale come minoranze linguistiche storiche, mentre la tutela di sassarese, gallurese e tabarchino è riconosciuta sia dalla legge regionale n. 26 del 1997[124] sia dalla legge, anch'essa regionale, n. 22 del 2018[125]. Nell'ambito delle iniziative per la lingua sarda, la Regione ha avviato dei progetti denominati LSU (Limba Sarda Unificada) e LSC (Limba Sarda Comuna) al fine di definire e normalizzare trascrizione e grammatica di una lingua unificata che comprenda le caratteristiche comuni di tutte le varianti. Nell'aprile del 2006 la Limba Sarda Comuna è diventata lingua ufficiale per le comunicazioni in sardo dell'amministrazione regionale. Nel 2012 la giunta Cappellacci[9] introduce la dicitura «Regione Autònoma de Sardigna» in sardo, con la stessa evidenza grafica dell'italiano, nei documenti, nello stemma della Regione e in tutte le produzioni grafiche legate alla propria comunicazione istituzionale[126].

Archeologia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Musei della Sardegna, Pozzo sacro nuragico e Domus de janas.

I primi insediamenti preistorici del genere Homo (nello specifico Homo erectus) della Sardegna risalgono al Paleolitico inferiore (450.000-150.000 a.C.) secondo gli archeologi che nel 1979-1980 scoprirono un'industria litica presso il rio Altana a Perfugas, in Anglona[127][128]. All'interno della grotta Corbeddu, nel Supramonte di Oliena, sono state invece scoperte le più antiche attestazioni della presenza dell'Homo sapiens sull'isola, databili a circa 20 000 anni fa[129].

Statua di guerriero dal sito di Mont'e Prama, presso Cabras, Museo archeologico nazionale di Cagliari
Tharros, colonne di epoca romana

Nella seconda metà del IV millennio a.C. si sviluppò la prima espressione culturale di cui si trovano tracce in tutto il territorio isolano, la Cultura di Ozieri[130]. I ritrovamenti archeologici conservati nei più importanti musei isolani hanno messo in risalto quale progresso sociale e culturale conseguirono le popolazioni preistoriche sarde.

Le testimonianze archeologiche della civiltà nuragica, originatasi nell'età del bronzo, sono innumerevoli. Frammentata in cantoni e al centro di intensi scambi commerciali con i popoli che abitavano le coste del Mediterraneo, ha lasciato sull'isola importanti e numerose vestigia. I Fenici frequentarono assiduamente la Sardegna introducendovi le prime forme di urbanesimo[131]. Cartagine e Roma se la contesero lasciandovi tracce indelebili.

Pavimentazione a mosaico da Nora

Studi archeologici nell'isola[modifica | modifica wikitesto]

Nel XIX secolo il canonico Giovanni Spano diede inizio a diverse esplorazioni nei maggiori siti, pubblicando notazioni e descrizioni nel Bullettino archeologico sardo. Dal 1903 al 1936 l'archeologo Antonio Taramelli svolse una preziosa attività di recupero e catalogazione di siti nell'isola. Nel dopoguerra Giovanni Lilliu portò alla luce il villaggio nuragico di Su Nuraxi a Barumini, concorrendo ad aprire nuove prospettive e conoscenze sulla storia degli antichi Sardi[132].

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Architettura in Sardegna, Nuraghe, Architettura romanica in Sardegna e L'architettura del medioevo in Sardegna.

Dell'architettura preistorica in Sardegna sono presenti numerose testimonianze come le domus de janas (tombe ipogeiche), le tombe dei giganti, i circoli megalitici, i menhir, i dolmen e i templi a pozzo[133]; tuttavia, l'elemento che più di ogni altro caratterizza il paesaggio preistorico sardo sono i nuraghi[134]; ancora oggi sono visibili i resti di migliaia di queste costruzioni di varia tipologia (semplice e complessa). Numerose sono anche le tracce lasciate dai Fenici che introdussero sulle coste nuove forme urbane.

Particolare della facciata della chiesa di Nostra Signora di Tergu (SS)

I Romani diedero un nuovo assetto amministrativo all'intera isola attraverso la ristrutturazione di diverse città, la creazione di nuovi centri e la realizzazione di molteplici infrastrutture di cui rimangono le rovine, come il palazzo di Re Barbaro a Porto Torres o l'anfiteatro romano di Cagliari. Anche dell'epoca paleocristiana e bizantina rimangono diverse testimonianze in tutto il territorio sia sulle coste che all'interno, soprattutto legate ad edifici di culto.

Un particolare sviluppo ebbe nel periodo giudicale l'architettura romanica. A partire dal 1063 i giudici (judikes), attraverso cospicue donazioni, avevano favorito l'arrivo nell'isola di monaci di diversi ordini da varie regioni della penisola italiana e della Francia. Queste circostanze portarono a operare nell'isola maestranze di diversa provenienza: pisani, lombardi e provenzali, ma anche di cultura araba, provenienti dalla penisola iberica, dando luogo a manifestazioni artistiche inedite.

La basilica di San Gavino a Porto Torres è considerato il testo architettonico di riferimento per lo sviluppo dell'architettura romanica in Sardegna[135]. Fra gli esempi più rilevanti si possono citare le cattedrali di Sant'Antioco di Bisarcio (Ozieri), San Pietro di Sorres a Borutta, san Nicola di Ottana, la cappella palatina di Santa Maria del Regno di Ardara e la basilica di santa Giusta e la Chiesa di San Nicola di Silanis. Oltre alle chiese di Nostra signora di Tergu, la basilica di Saccargia a Codrongianos e Santa Maria di Uta e, relativamente al XIII secolo, le chiese di santa Maria di Monserrato (Tratalias) e San Pantaleo (Dolianova).

Dopo il loro arrivo nel 1324, gli Aragonesi concentrarono le prime realizzazioni a Cagliari; la più antica chiesa gotico-catalana della Sardegna è il santuario di Nostra Signora di Bonaria[136]. Sempre a Cagliari negli stessi anni fu realizzata la cappella aragonese all'interno della cattedrale. Nella prima metà del XV secolo venne edificato un vero gioiello gotico, il complesso di san Domenico, che comprendeva la chiesa e il convento, quasi completamente distrutto durante i bombardamenti aerei del 1943, e di cui rimane solo il chiostro. Altre realizzazioni furono le chiese di san Francesco di Stampace (di cui rimane solo una parte del chiostro), sant'Eulalia e san Giacomo. Ad Alghero nella seconda metà del XV secolo fu iniziata la costruzione della chiesa di San Francesco e nel XVI secolo della cattedrale.

Portale gotico della cattedrale di Santa Maria di Alghero

L'architettura rinascimentale è scarsamente rappresentata e, in genere, si è manifestata in epoca tarda, spesso come interventi parziali su architetture preesistenti, come nel caso della cattedrale di San Nicola di Sassari o la Concattedrale di Sant'Antonio Abate a Castelsardo. La chiesa di Sant'Agostino di Cagliari è uno degli esempi più identificabile negli stilemi rinascimentali.

L'architettura barocca ha avuto un discreto sviluppo: esempi interessanti sono la facciata della cattedrale di San Nicola a Sassari e la Collegiata di Sant'Anna a Cagliari, la chiesa di San Michele a Cagliari, la chiesa di Santa Caterina a Sassari, la cattedrale di Ales e quella di Oristano, ricostruite tra Seicento e Settecento.

A partire dal XIX secolo, grazie alle nuove idee ed esperienze importate da alcuni architetti sardi formatisi a Torino, si diffondono nell'isola nuove forme architettoniche di ispirazione neoclassica[137]. Tra le figure più rappresentative di questa fase architettonica spicca l'architetto cagliaritano Gaetano Cima, progettista dell'Ospedale di San Giovanni di Dio a Cagliari e del santuario della Beata Vergine Assunta a Guasila. Altri da citare quelle di Giuseppe Cominotti autore del Teatro Civico di Sassari e Antonio Cano (cupola di S. Maria di Betlem a Sassari e la cattedrale di Santa Maria della Neve a Nuoro). Nella seconda metà dell'Ottocento a Sassari fu realizzato il neogotico palazzo Giordano (1878) che rappresenta uno dei primi esempi di revivalismo nell'Isola, mentre risale al 1933 la facciata neoromanica della cattedrale di Cagliari.

Un'interessante realizzazione di gusto eclettico, derivato dal connubio fra ispirazioni a modelli revivalisti e liberty, risulta essere il palazzo Civico di Cagliari, completato nei primi anni del XX secolo. L'avvento del fascismo ha influenzato fortemente negli anni venti e trenta l'architettura anche in Sardegna[138]: interessanti realizzazioni di quel periodo sono i nuovi centri di Fertilia, Arborea e la città di Carbonia, esempi di architettura razionalista[139].

Lo sviluppo turistico iniziato negli anni sessanta ha fatto sì che in Costa Smeralda si procedesse alla costruzione di edifici di notevole pregio architettonico unitamente al villaggio di Porto Cervo, più recente la sede della Banca di Credito Sardo a Cagliari opera di Renzo Piano.

Numerose manifestazioni di architettura spontanea con diverse tipologie abitative tradizionali, sono presenti in diverse parti dell'isola: fra queste la casa alta delle zone collinari e montane, costruite in pietra e legno, e le case a corte in ladiri (mattone in terra cruda) del Campidano e diverse tipologie insediative, come gli stazzi in Gallura, i furriadroxius e i medaus nel Sulcis[140].

Arte[modifica | modifica wikitesto]

Il Neolitico fu il periodo in cui si rilevano le prime manifestazioni artistiche. Numerosi ritrovamenti delle tipiche statuine della Dea Madre e di ceramiche incise con disegni geometrici testimoniano le espressioni artistiche della preistoria sarda. Successivamente la Cultura nuragica produrrà centinaia di statuine in bronzo e l'enigmatica statuaria in pietra dei Giganti di Mont'e Prama.

Il connubio tra le popolazioni nuragiche e i mercanti provenienti da ogni parte del Mediterraneo portò a una raffinata produzione di gioielli in oro, anelli, orecchini e monili di ogni genere, ma anche ceramiche, stele votive e decorazioni parietali[141]. I Romani oltre all'architettura legata alle opere pubbliche, introdussero i mosaici e ornarono con sculture e pitture le ricche ville dei patrizi[142]. Nel Medioevo, durante il periodo giudicale, le architetture delle chiese furono arricchite di capitelli, di sarcofagi, di affreschi, di altari in marmo e impreziosite successivamente da retabli, dipinti da importanti pittori come il Maestro di Castelsardo, Pietro Cavaro, Andrea Lusso, e la scuola del cosiddetto Maestro di Ozieri a cui facevano capo Giovanni del Giglio e Pietro Giovanni Calvano.

Nel XIX secolo, per poi proseguire nel Novecento, si affermano nell'immaginario collettivo degli isolani i miti della genuinità del popolo sardo, di un'isola incontaminata e fuori dal tempo. Raccontata dai tanti viaggiatori che visitarono la Sardegna in quel periodo, tali miti verranno celebrati prevalentemente da artisti sardi quali Giuseppe Biasi, Francesco Ciusa, Filippo Figari, Mario Delitala e Stanis Dessy. Nelle loro opere racconteranno i valori autoctoni del mondo agro pastorale, non ancora omologati alla modernità che premeva dall'esterno[143]. Altri artisti importanti della seconda metà del Novecento sardo sono stati Costantino Nivola, Salvatore Fancello, Giovanni Pintori, Maria Lai e Pinuccio Sciola.

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Letteratura della Sardegna, Poesia estemporanea sarda e Nuova letteratura sarda.

La prima opera letteraria in sardo risale alla seconda metà del Quattrocento: un poemetto ispirato alla vita dei santi martiri turritani per opera dall'arcivescovo di Sassari Antonio Cano. La produzione letteraria ebbe un notevole sviluppo nel Cinquecento, il protagonista fu Antonio Lo Frasso, la sua Los diez libros de Fortuna de Amor è citata nel Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes. L'opera è scritta principalmente in spagnolo, ma ci sono parti scritte in catalano e in lingua sarda. Quello del plurilinguismo è stato un tratto caratteristico degli scrittori isolani di quell'epoca fra questi si distinsero Sigismondo Arquer, Giovanni Francesco Fara e Pietro Delitala. Delitala scrisse in italiano, allora toscano, e Gerolamo Araolla nelle tre lingue[144]. Ma già nel Seicento si ha una totale integrazione nel mondo iberico come dimostrato dalle opere in spagnolo dei poeti José Delitala y Castelvì, Josè Zatrilla e gli scrittori Francesco Angelo de Vico e Salvatore Vidal.

Dal 1720, con il passasggio del Regno di Sardegna alla Casa Savoia, gradualmente l'italiano divenne lingua ufficiale. Nell'Ottocento si ha un rinnovato interesse degli autori sardi per la storia e la cultura della Sardegna: Giovanni Spano intraprende i primi scavi archeologici, Giuseppe Manno scrive la prima grande storia generale dell'isola, Pasquale Tola pubblica importanti documenti del passato e scrive biografie di sardi illustri. Alberto La Marmora percorre l'isola in lungo in largo, studiandola nei particolari e scrivendo un'imponente opera in quattro parti intitolata Voyage en Sardaigne.

Nei primi del Novecento la società sarda viene raccontata da Grazia Deledda, da Enrico Costa e dal poeta Sebastiano Satta. In questo secolo accanto alla produzione letteraria va ricordata l'esperienza politica di personaggi di grande valore come Antonio Gramsci ed Emilio Lussu. Nel secondo dopoguerra emerse Giuseppe Dessì noto principalmente per il suo romanzo Paese d'ombre. In anni più recenti vasta eco ebbero i romanzi autobiografici di Gavino Ledda Padre padrone e di Salvatore Satta Il giorno del giudizio, oltre alle opere di Sergio Atzeni e dei viventi attivi negli ultimi decenni (Nuova letteratura sarda)[144].

Musica e danza[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Musica della Sardegna, Cantu a chiterra, Canto a tenore e Ballo sardo.
Suonatori di launeddas

La musica tradizionale sarda, sia cantata sia strumentale, è molto antica. In un vaso risalente alla cultura di Ozieri, circa 3.000 anni a.C., sono raffigurate delle scene di danza[145]. La caratteristica danza sarda chiamata su ballu tundu viene accompagnata dal suono delle launeddas, un antico strumento che viene fatta risalire a un'epoca antecedente all'VIII secolo a.C. Su questo strumento sono stati eseguiti diversi studi fra la fine degli anni 1950 e i primi anni 1960 dal musicologo Andreas F. Weis Bentzon. Le launeddas sono tradizionalmente diffuse soprattutto nel Sarrabus, nel Campidano, nel Sinis e in Ogliastra.

Il canto a tenore è tipico della Barbagia ed è ritenuto un'espressione artistica peculiare e unica al mondo. La prima testimonianza potrebbe risalire a un bronzetto del VII secolo a.C. dove è raffigurato un cantore nella tipica posa dei tenores. Nel 2005 questo canto è stato riconosciuto dall'Unesco come patrimonio orale e immateriale dell'Umanità[146]. Il cantu a chiterra è un canto nato in Logudoro e diffusosi successivamente anche in Gallura e Planargia. Questo canto ha avuto una gran diffusione a partire dal XX secolo grazie alle numerose feste paesane durante le quali si svolgono delle vere e proprie competizioni tra cantadores, accompagnati da un chitarrista e spesso anche da un fisarmonicista[147], e ha avuto popolarità a livello internazionale grazie all'attività di Maria Carta. In ambito colto, la Sardegna ha dato i natali a diversi compositori tra i quali si ricordano Luigi Canepa, Gavino Gabriel, Lao Silesu ed Ennio Porrino.

Donne in costume tradizionale

Costumi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Berritta.

Dai colori vivaci e dalle forme più svariate e originali, i costumi tradizionali rappresentano un chiaro simbolo di appartenenza a specifiche identità collettive. Sono considerati uno scrigno di tradizioni etnografiche e culturali dalle caratteristiche molto peculiari, frutto di secolari stratificazioni storiche[148]. Sebbene il modello base sia omogeneo e comune in tutta l'isola, ogni paese ha un proprio abbigliamento tradizionale, maschile e femminile.

Nel passato gli abiti si diversificavano anche all'interno delle comunità, svolgendo una precisa funzione di comunicazione in quanto rendevano immediatamente palese lo stato anagrafico e il ruolo di ciascun membro in ambito sociale, la regione storica o il paese di appartenenza, un particolare stato civile (baghiàna/u, gathìa/u). Ancora oggi in varie parti dell'isola si possono incontrare persone anziane vestite in costumene, ma sino a metà Novecento il costume rappresentava il vestiario quotidiano in buona parte della Sardegna[149].

I materiali usati per la loro confezione sono tra i più vari: si va dall'orbace alla seta, al lino, dal bisso al cuoio. I vari componenti dell'abito femminile sono: il copricapo (mucadore), la camicia (camisa), il corpetto (palas, cossu), il giubbetto (coritu, gipone), la gonna (unnedda, sauciu), il grembiule (farda, antalena, defentale), in Ogliastra le donne di alcuni paesi hanno dei particolari ganci angancerias de prata sul copricapo. Quelli dell'abito maschile sono: il copricapo (berritta), la camicia (bentone o camisa), il giubbetto (gipone), i calzoni (cartzones o bragas), il gonnellino (ragas o bragotis), il soprabito (gabbanu, colletu), la mastruca, una sorta di giacca in pelle di agnello o di pecora priva di maniche (mastrucati latrones ovvero "briganti coperti di pelli" era l'appellativo con il quale Cicerone denigrava i Sardi ribelli al potere romano).

Oristano, Su cumponidori della Sartiglia

Feste[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Sagre principali in Sardegna.

Le feste scandiscono da sempre la vita delle comunità isolane e in epoca moderna, soprattutto con la rivalutazione di molte sagre minori, sono legate al desiderio (e alla necessità) di riaffermare la propria unica identità culturale[150]. In Sardegna, andare per feste significa immergersi in una cultura antica alla scoperta di suoni e di armonie sconosciute, di balli ritmici con ricchi costumi tradizionali, di gare poetiche fuori dal tempo, di sfrenate corse di cavalli, di sfilate folcloristiche - a piedi o a cavallo - con preziosi e coloratissimi abiti d'altri tempi[151].

Spesso le feste durano diversi giorni e coinvolgono tutta la comunità; molte volte, per l'occasione, vengono preparati dolci speciali e organizzati banchetti con pietanze tradizionali a cui tutti possono partecipare. Le feste popolari più conosciute sono: sant'Efisio a Cagliari, la Faradda di li candareri (proclamato patrimonio orale e immateriale dall'UNESCO nel 2013) a Sassari, S'Ardia a Sedilo, Sa Sartiglia a Oristano, la Cavalcata sarda a Sassari, il carnevale allegorico di Tempio Pausania e i riti della settimana santa in varie parti dell'isola.

Tenores di Bitti "Mialinu Pira". Per la sua unicità, il canto a tenore è stato inserito dall'UNESCO tra i patrimoni orali e immateriali dell'umanità

Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO[modifica | modifica wikitesto]

Eventi e manifestazioni[modifica | modifica wikitesto]

Sa die de sa Sardigna è una giornata di festività istituita dal Consiglio regionale della Sardegna con la Legge Regionale 14 settembre 1993 e si festeggia nella data istituzionalizzata del 28 aprile [152]. La festività fu istituita in memoria della ribellione popolare contro il sistema feudale e i soprusi baronali.

Università[modifica | modifica wikitesto]

La Sardegna è sede di due università statali: l'Università di Sassari, fondata nel 1562 e a cui il re Filippo III concesse lo statuto di prima Università regia nel 1617, e l'Università di Cagliari, fondata nel 1607 ed entrata ufficialmente in funzione nel 1626[153].

Enogastronomia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Cucina sarda e Prodotti agroalimentari tradizionali sardi.

La cucina sarda è molto varia ed è basata su ingredienti semplici e originali, derivati sia dalla tradizione pastorale e contadina, sia da quella marinara. Varia da zona a zona non solo nel nome delle pietanze ma anche nei componenti utilizzati[154]. Come antipasti sono diffusi i prosciutti di cinghiale e di maiale, le salsicce, accompagnati da olive e funghi, mentre per i piatti a base di pesce sono svariati gli antipasti di mare. Alcuni primi piatti tipici sono i malloreddus, i culurgiones, i cui ingredienti cambiano da paese a paese, il pane frattau, la fregula, la zuppa gallurese e le lorighittas. Come secondi piatti, gli arrosti costituiscono una peculiare caratteristica, tanto che quello del maialetto è considerato l'emblema della cucina sarda.

Pane di Villaurbana (OR)

Il pane[modifica | modifica wikitesto]

Diverse tecniche, trasmesse di generazione in generazione per lavorare la pasta, insieme ai molteplici procedimenti per farla lievitare, contribuiscono a offrire una vasta scelta di originali forme di pane in ogni regione dell'isola[155]. Alcuni tipi di pane più diffusi sono: il pane carasau, tipico pane della Barbagia, composto da una sfoglia croccante, rotonda e piatta, il nome deriva da carasare che in sardo significa tostare, cosparso d'olio, salato e scaldato al forno viene chiamato pane gutiau[156]; il pistocu (tipico ogliastrino), di spessore maggiore della sfoglia di pane carasau; la spianada, conosciuta anche come cogones o cogoneddas, pagnotta di semola di grano duro, dalla forma rotonda e non molto spessa[157]; in Ogliastra è tipico il pani pintau, i prodotti più significativi provengono da Tertenia e Ulassai, in quest'ultimo paese si realizza anche un pane unico nel suo genere il pani de binu cotu, per le feste. Il civraxiu, tipico del Campidano, è una grande pagnotta che si consuma a fette; il coccoi a pitzus, pagnotta decorata di semola di grano duro; il pane 'e poddine, tipico del Logudoro e dell'Anglona, dal diametro di circa 40 cm, e noto anche con il nome di pane di Ozieri o anche pane ladu, è molto simile al pane che i Greci, gli Arabi e gli Ebrei chiamano pita.

Quartucciu (CA), torta nuziale

Dolci e pani votivi[modifica | modifica wikitesto]

Legata a particolari ricorrenze, la lavorazione dei pani votivi e la preparazione dei dolci in certe regioni dell'isola può diventare un'arte. Gli ingredienti sono semplici e vanno dalla farina di grano duro alle mandorle, al miele. In alcuni dolci si usa come ingrediente anche il formaggio o la ricotta[158]. A gennaio in alcune regioni, per i falò di sant'Antonio, vengono preparati come dolci le cotzuleddas, i pirichitos e il pistiddu. Per carnevale si preparano le frisolas, le catas, le orilletas e le tzìpulas.

Per la festa di san Marco sono tipici i pani votivi artistici, gialli per la presenza dello zafferano, decorati con delle particolari fantasie floreali viste come delle vere e proprie effimere opere d'arte. Per la Pasqua si preparano le pitzinnas de ou, le casadinas, le tzilicas e la pischedda. Per Ognissanti dolci caratteristici sono il pane de saba e i vari pabassinos. Per i matrimoni si preparano dolci molto variegati e ricchi di decorazioni come i singolari gatò, sos coros, s'arantzada. In altre occasioni sono comunemente diffusi il torrone, le seadas, i rujolos, i mostaccioli, i sospiri, particolarmente delicate e pregiate le copulette (tiriccas) di Ozieri.

I formaggi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Formaggi sardi.

La Sardegna ha un'antica tradizione pastorale e offre una vasta produzione di formaggi pecorini esportati e apprezzati ovunque, soprattutto in Nord America. Sono tre i formaggi DOP: il Fiore Sardo, il Pecorino Sardo e il Pecorino Romano che, a dispetto del nome, è prodotto per il 90% nell'isola.

Vini e liquori[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Vini della Sardegna, Filu 'e ferru e Liquore di mirto.

Come evidenziato da alcune ricerche archeologiche, la coltura della vite in Sardegna risale all'epoca della civiltà nuragica[159]. Tale tradizione è continuata con i Romani e poi attraverso le varie occupazioni straniere si è ancora arricchita. Tra i vini rossi si annoverano il Cannonau, il Monica, il Carignano del Sulcis, il Girò, mentre tra i bianchi vi sono quelli previsti dal disciplinare Vermentino di Gallura DOCG, la Malvasia di Bosa, il Nasco, il Torbato di Alghero, il Nuragus di Cagliari, il Moscato, la Vernaccia di Oristano[160]. A fine Novecento diversi vitigni minori sono stati riscoperti e sono oggetto di un'importante valorizzazione da parte di diversi produttori sardi.

È il caso di vitigni come il Cagnulari (che era in via di estinzione), del Caddiu (valle del Tirso), del Semidano[160] e altri. Vista la lunga tradizione, molti vini sono DOC, e variano di gusto e di gradazione a seconda delle regioni in cui vengono prodotti. Si produce l'acquavite che è nota con il nome di filu 'e ferru o abbardente. Tra i liquori, il liquore di mirto (sia bianco sia rosso) e il Villacidro sono tra i più diffusi.

Prime 10 città per numero di abitanti
(gennaio 2021)[161]
Città Abitanti
1 Cagliari 149 474
2 Sassari 124 111
3 Quartu Sant'Elena 67 823
4 Olbia 60 491
5 Alghero 42 295
6 Nuoro 34 536
7 Oristano 30 383
8 Selargius 28 631
9 Carbonia 26 472
10 Assemini 26 121

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Demografia della Sardegna.

Nonostante una civilizzazione plurimillenaria e una popolazione residente quasi triplicatasi nell'arco di circa 140 anni, la Sardegna è una delle poche regioni europee in cui un'economia moderna e diversificata convive con un ecosistema naturale ancora intatto, se non vergine, in vaste aree del territorio; questo fatto è spiegabile demograficamente grazie alla bassa densità abitativa, pari a 69 ab./km2, dato al terzultimo posto fra le regioni italiane, preceduto solo dalla Valle d'Aosta con 39 ab./km2 e dalla Basilicata con 60 ab./km2.

Questa densità si ritrova equamente distribuita in maniera diversa in base ai territori, con un minimo nella provincia di Nuoro con 37,69 ab./km2, passando per i 52,84 ab./km2 della provincia di Oristano, i 54,68 ab./km2 della provincia del Sud Sardegna, i 64,22 ab./km2 della provincia di Sassari per finire con i 345,87 ab./km2 della città metropolitana di Cagliari. Lo scostamento di tali valori è dovuto sostanzialmente alla dislocazione della popolazione sul territorio dell'isola: alte densità si ritrovano infatti attorno ai maggiori centri urbani (Cagliari e area metropolitana, Sassari, Olbia, Alghero, Nuoro e Oristano), mentre densità scarse sono tipiche delle zone dell'entroterra caratterizzate da centri abitati di piccole dimensioni e vaste zone non urbanizzate.

Panoramica delle più importanti città sarde (dall'alto a sinistra: Cagliari, Alghero, Sassari, Nuoro, Oristano, Olbia)

Città e aree urbane[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Città metropolitana di Cagliari e Rete metropolitana del Nord Sardegna.

I centri urbani più importanti sono il capoluogo Cagliari e Sassari secondo polo di rilevanza regionale.

Cagliari (149 474 ab.[161]) è a capo dell'omonima città metropolitana di 420 000 abitanti circa, i cui centri principali sono Quartu Sant'Elena (67 823 ab.), Selargius (28 631 ab.), Assemini (26 121 ab.), Capoterra (22 435 ab.), Sestu (20 837 ab.), Monserrato (19 289 ab.), Sinnai (17 000 ab.) e Quartucciu (13 084 ab.).

Sassari (124 111 ab.) e Alghero (42 295 ab.) sono le città che costituiscono la rete metropolitana del Nord Sardegna (col capoluogo sassarese come centro catalizzatore) che si espande soprattutto verso la Nurra e il golfo dell'Asinara che include anche cittadine come Porto Torres (21 443 ab.), Sorso (14 421 ab.) e altri centri minori quali Sennori, Castelsardo, Valledoria e Stintino per un totale di poco più di 225 000 abitanti.

I centri urbani rimanenti fungono da riferimento socio-economico per i relativi circondari e hanno tutti una popolazione compresa tra 10 000 e 60 000 abitanti: Olbia (60 491 ab.), Nuoro (34 536 ab.), Oristano (30 383 ab.), Carbonia (26 472 ab.), Iglesias (25 602 ab.), Arzachena (13 452 ab.), Tempio Pausania (13 447 ab.), Villacidro (13 306 ab.), Siniscola (11 425 ab.), Guspini (11 385 ab.), La Maddalena (10 825 ab.), Sant'Antioco (10 814 ab.), Tortolì (10 787 ab.) e Ozieri (10 271 ab.).

Dei 377 comuni sardi, 22 possono fregiarsi ufficialmente del titolo di città e alcuni di 'città regia': Alghero (città regia), Bosa (città regia), Cagliari (città regia), Carbonia, Castelsardo (città regia), Iglesias (città regia), Ittiri, La Maddalena, Lanusei, Macomer, Nuoro, Olbia, Oristano (città regia), Ozieri, Porto Torres, Quartu Sant'Elena, Sanluri, Sassari (città regia), Siniscola, Sorso, Tempio Pausania e Tortolì.

Immigrazione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Flussi migratori in Sardegna.

La presenza dell'uomo moderno sull'isola risale al paleolitico superiore (grotta Corbeddu)[162], ma è solo a partire dal neolitico che si ha una capillare occupazione del territorio grazie all'arrivo di nuove popolazioni dall'Europa continentale che introdussero la cosiddetta rivoluzione neolitica, originatasi nel Vicino Oriente. Durante l'età dei metalli altre genti, provenienti da varie regioni europee, si spinsero sull'isola, sovrapponendosi o mischiandosi con chi le precedeva[163].

La particolare posizione geografica, inserita al centro del Mediterraneo occidentale, le ricchezze minerarie e le fertili pianure, hanno fatto della Sardegna, sin dall'antichità, un'isola molto ambita dalle potenze coloniali antiche. Dal VIII secolo a.C. circa, i Fenici si insediarono in alcune località costiere dove edificarono le prime città. Sempre in guerra con i nuragici, mai assoggettati del tutto, sia i Cartaginesi sia i Romani fondarono nuovi insediamenti e deportarono nell'isola un vasto numero di schiavi, utilizzati per lavorare nelle miniere e nelle pianure come agricoltori, per la produzione intensiva di cereali[164].

Importante, nel Medioevo, fu anche l'afflusso di genti toscane, liguri e còrse e successivamente iberiche durante la dominazione aragonese e spagnola, mentre in epoca moderna, nel XVIII secolo, ci fu l'insediamento dei tabarchini nell'isola di San Pietro (Carloforte) e nell'estremità settentrionale dell'isola di Sant'Antioco (Calasetta). Nella prima metà del XX secolo arrivarono alcune popolazioni venete, chiamate da Mussolini a insediarsi nelle bonifiche dell'oristanese e che nel 1928 fondarono Mussolinia, in seguito rinominata Arborea. Molti minatori peninsulari giunsero da diverse parti d'Italia per popolare il grosso centro minerario di Carbonia, nel Sulcis (1938). Nel 1946 arrivarono gli esuli istriano-giuliano-dalmati scampati all'epurazione etnica perpetrata in Dalmazia e nell'Istria, che si stabilirono a Fertilia, nella Nurra di Alghero[165][166]. Tra la fine del XX secolo è l'inizio del XXI si è registrato un discreto flusso immigratorio di cittadini provenienti da altri paesi europei ed extra-europei. La popolazione straniera al 31-12-2020 ammontava a 51 976 persone, il 3,3% della popolazione totale sarda[167][168].

Emigrazione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Emigrazione sarda.

I primi flussi emigratori considerevoli si registrano verso la fine dell'Ottocento, in seguito all'interruzione del trattato commerciale con la Francia nel 1888 [169][170]. Il picco massimo fu raggiunto nel biennio 1896-1897 allorché partirono oltre 5.200 persone dirette principalmente in America[171].

Considerando il periodo che va dal 1876 al 1903 gli espatri sardi furono verso il bacino del Mediterraneo e l'Europa (complessivamente il 61,9%), mentre il resto dei flussi emigratori era quasi interamente destinato verso le Americhe (di cui oltre il 92% con meta il Brasile)[172]. Dai primi anni del Novecento il flusso divenne costante[170], dal 1901 al 1905 la destinazione principale fu l'Africa. Dal 1906 al 1914 la media annuale crebbe in maniera considerevole e anche le destinazioni cambiarono infatti l'America divenne la meta più ambita seguita dall'Europa, mentre in Africa si indirizzò il flusso minore[172].

Dopo l'intervallo della prima guerra mondiale il flusso riprese e nell'intervallo fra il 1919 e il 1925 l'Europa assorbì la maggioranza degli emigranti[172]. In totale considerando l'intervallo dal 1876 al 1925 si contano 44 619 emigrati verso l'Europa[172], 44 169 verso l'America[172] e 34 190 verso l'Africa[172]. Dal 1987 al 1999, secondo le statistiche, sono emigrati 15 647 isolani[170] (82% in Europa, 16% nelle Americhe), mentre ne sono rientrati 12 869[170], con una differenza di 2 598 unità. La situazione all'inizio del XXI secolo vede la popolazione sarda emigrata all'estero stabilita nell'81% dei casi in alcuni dei maggiori paesi europei (Francia, Belgio, Paesi Bassi, Germania e Svizzera)[170], altre mete sono nazioni come Inghilterra, Spagna, Argentina e Venezuela. Fra questi un numero cospicuo è costituito da giovani laureati[173]. Una caratteristica particolare del movimento migratorio sardo fu quello dell'emigrazione femminile che in alcuni periodi, come negli anni sessanta era comparabile come numero a quella maschile[174].

Economia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Economia della Sardegna.
Fondo europeo di sviluppo regionale 2014-2020

     Regioni meno sviluppate (PIL pro capite < 75 % media UE)

     Regioni di transizione (PIL pro capite 75÷90 % media UE)

     Regioni più sviluppate (PIL pro capite > 90 % media UE)

Secondo Eurostat nel 2009[175] la Sardegna aveva un reddito pro capite a parità di potere di acquisto pari all'80% della media dell'Unione europea[175]; le regioni italiane più povere erano la Sicilia e la Calabria con il 68%, la suddivisione più ricca era la Provincia Autonoma di Bolzano con il 148%[175]. Tra le altre regioni insulari europee della fascia mediterranea la più ricca era la piccola regione greca dell'Egeo Meridionale col 114%; seguivano la Sardegna l'Egeo Settentrionale col 76%, le Azzorre col 75% e la Sicilia[175].

Questi pochi dati parrebbero indicare che, all'interno di un Paese con differenze regionali rilevanti rispetto ad altri Stati dell'Unione Europea, il livello di benessere dei sardi sia tra i più elevati del Mezzogiorno, tenendo in conto solo le medie regionali. Facendo invece il paragone con le altre regioni insulari della fascia mediterranea, pur non essendoci particolari differenze, e tenendo conto della estensione territoriale e della consistenza demografica (solo la Sicilia e le Canarie sono più popolose, tutte le altre hanno meno di un milione di abitanti), la situazione della Sardegna non appare particolarmente rosea. Le ragioni del ritardo sono antiche e complesse: l'insularità è di per sé una diseconomia,[176] la zona mediterranea è complessivamente in ritardo rispetto all'Europa centro-settentrionale, e le scelte di politica economica da parte sia del governo italiano sia dell'amministrazione regionale sarda non hanno permesso la sostanziale diminuzione del divario con l'Italia centro-settentrionale, nonostante ingenti investimenti pubblici nel corso degli ultimi decenni.

I limiti principali allo sviluppo economico della Sardegna sono quindi legati soprattutto alla carenza di infrastrutture, in particolare nei trasporti sia esterni che interni, al costo complessivo del lavoro, del denaro e alla pressione fiscale, che gravano in egual modo sulle regioni geograficamente più favorite, e che non permettono alle imprese sarde in qualsiasi settore di essere competitive in un mercato sempre più aperto.

Percentuale occupati sardi ripartiti nei tre settori economici

██ Terziario (67,8%)

██ Secondario (23,5%)

██ Primario (8,7%)

Dati economici[modifica | modifica wikitesto]

Oltre al commercio, al pubblico impiego e alle nuove tecnologie, l'attività trainante dell'economia è il turismo, sviluppatosi inizialmente lungo le coste settentrionali dell'isola. Il terziario è il settore che occupa il maggior numero di addetti; gli occupati sono ripartiti nei tre settori nelle seguenti percentuali:

Il tasso di disoccupazione nel 2019, secondo l'ISTAT, si attestava sul 19,8% [177].

Polo petrolchimico di Porto Torres (SS)

Industria[modifica | modifica wikitesto]

La nascita del settore industriale sardo contemporaneo (escludendo quindi il settore minerario) è principalmente dovuta all'apporto dei finanziamenti statali al Piano di Rinascita[178] negli anni sessanta-settanta, che portò alla formazione dei cosiddetti poli di sviluppo industriali nei settori chimico, petrolifero e metallurgico[179][180] in varie aree dell'isola. Oltre ad essi sono attive imprese industriali nel settore alimentare, manifatturiero, metalmeccanico[181], edile e legato alla lavorazione del sughero[182].

L'energia viene prodotta da centrali termoelettriche (a carbone), idroelettriche (nei bacini artificiali) e da varie centrali eoliche[183].

Miniere[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia mineraria della Sardegna.

La Sardegna è la regione italiana con il sottosuolo più ricco di minerali[18]. Prima l'ossidiana[18][184], poi l'argento, lo zinco e il rame[18][184] sono stati fin dall'antichità una vera ricchezza per l'isola, posizionandola al centro di intensi traffici commerciali. Molti centri minerari erano sfruttati per l'estrazione di piombo, zinco, rame e argento, e dall'Ottocento in poi furono aperte miniere di carbone, antimonio e bauxite e oro[185].

Dopo il secolare sfruttamento, dalla seconda metà degli anni sessanta[184] molti siti minerari hanno cessato l'attività e le zone minerarie si stanno convertendo sempre di più al turismo legato all'archeologia industriale[186][187].

Gregge nelle campagne di Lula (NU)

Agricoltura e allevamento[modifica | modifica wikitesto]

Il 47,9% della superficie della Sardegna è sfruttata per pascoli e agricoltura[188]: di questo per il 60,1% per l'allevamento, il 34,1% per l'agricoltura e il resto è occupato da coltivazioni legnose[188]. In Sardegna vivono oltre 3 milioni di ovini[188], quasi la metà dell'intero patrimonio nazionale[189], a fronte di circa 12 600 pastori[190]. La Sardegna si è specializzata da millenni nell'allevamento ovino e, in minor misura, caprino e bovino[188]. Nell'isola si contavano nel 2012 126 000 capi appartenenti alla razza "capra sarda". Oltre alla carne, dal latte ricavato si produce anche una grande varietà di formaggi[191].

Anche l'agricoltura ha avuto un ruolo molto importante nella storia economica della Sardegna, soprattutto nella grande piana campidanese, nel centro-sud dell'isola, particolarmente adatta alla cerealicoltura[191]. Nel XXI secolo il settore agricolo è legato soprattutto a produzioni specializzate come quelle cerealicola, vinicola, dell'olivicoltura, degli agrumi e del carciofo. Le bonifiche hanno aiutato ad estendere le colture e di introdurre alcune coltivazioni specializzate quali ortaggi e frutta, accanto a quelle storiche dell'ulivo e della vite che sono presenti nelle zone collinari.

Nel patrimonio boschivo è presente la quercia da sughero, la quale cresce spontanea favorita dall'aridità del terreno e che viene esportata; la Sardegna produce infatti circa l'80% del sughero italiano[192].

Pesca[modifica | modifica wikitesto]

Resa insicura in passato dalle frequenti scorrerie saracene e barbaresche[193], la pesca è un'attività affermatasi tra il Settecento e l'Ottocento[193], grazie alla pescosità dei mari circostanti e alla notevole estensione costiera dell'isola[194]. È molto sviluppata a Cagliari, ad Alghero e nelle coste del Sulcis[194], oltre ad avere rilevanza anche in Gallura e nell'Oristanese (anguille[195] e muggini[194]). Ottima è la produzione di mitili, specialmente a Olbia[194].

Nelle zone di Alghero, Bosa e Santa Teresa è molto attiva la pesca alle aragoste[196] insieme alla raccolta del corallo[194]. Di antica tradizione e mai abbandonata è la pesca del tonno[197] specie nei dintorni di Carloforte[198].

Nell’antichità e nell’Alto Medioevo la Sardegna era isola molto conosciuta anche per la sua produzione di speciali tinte purpuree dovuta alla pesca di un’ottima qualità di murice, un gasteropodo che ancora si può trovare nei mari di quell’isola, per esempio tra le scogliere di Costa Paradiso. Così ne leggiamo infatti nel Lexicon del Suida (X sec.): Sardinia. Insula maxima juxta Italiam, in qua insignes & intensi admodum coloris purpuræ nascuntur. Et proverbium: ‘Tinctura Sardonica’. Id est, rubra & purpurea[199].

Artigianato[modifica | modifica wikitesto]

Gioielli sardi in filigrana

L'artigianato tradizionale sardo è un insieme di arti popolari estremamente vario, sviluppato in campi molto diversi, ricco di gusto e originalità. Alcune di queste forme artistiche sono di origine antica ed hanno subito l'influenza delle diverse culture che hanno segnato la storia dell'isola[200].

La tessitura in lana, cotone e lino di tappeti, arazzi, cuscini e tende è in larga parte ancora praticata a mano con telai di concezione molto antica. I gioielli tradizionali sono in filigrana[201]. Tra essi la corbula, ossia il bottone sardo. La lavorazione del legno è caratterizzata da prodotti originali come le cassapanche intagliate, le sedie impagliate di Assemini, le biseras dei Mamuthones,(le maschere tradizionali mamoiadine), e le produzioni in sughero di Calangianus[202].

L'artigianato della cestineria in asfodelo è molto diffuso, specie nell'oristanese, nei paesi di Flussio e Tinnura. Le ceramiche hanno una forma semplice e lineare. Altra antica tradizione artigianale sarda è quella legata alla coltelleria artigianale, con la produzione della arresoja, resolza o resorza[203] nella cui lavorazione si distinguono gli artigiani di Pattada e Arbus.

Tecnologia[modifica | modifica wikitesto]

La sede del CRS4

In Sardegna dai primi anni 1990 si è consolidata una forte competenza sulle tecnologie digitali. A Pula sorge il CRS4 (Centro di Ricerca, Sviluppo e Studi Superiori in Sardegna) che, sotto la guida del premio Nobel per la Fisica Carlo Rubbia[204], ha permesso di portare avanti progetti di respiro nazionale e internazionale, come il primo sito web italiano (1993)[205], il primo giornale on-line europeo curato dall'Unione Sarda (1994)[206], uno dei primi Internet service provider italiani, Video On Line[204], e propiziato la nascita di Tiscali, la cui sede è sita nell'omonimo campus in località Sa Illetta a Cagliari, e diverse altre iniziative. Presso il CRS4 sono presenti inoltre centri di sviluppo e laboratori di innovazione della multinazionale cinese Huawei[207]. Nel novembre del 2016 presso il comune di Codrongianos il Gruppo Terna crea il suo polo tecnologico più avanzato in Europa a supporto e protezione delle reti elettriche nazionali con 250.000 metri quadrati di ricerca e innovazione hi-tech. L'anno successivo sempre a novembre presso il Blocco A della Cittadella Universitaria di Cagliari nasce il C.E.S.A.R (Centro Servizi Ateneo per la Ricerca) che ospita diversi ambienti multidisciplinari di ricerca polivalente con attrezzature di altissimo livello tecnologico, uniche in Sardegna. Nel 2018 presso gli impianti delle miniere di carbone di Seruci, nel territorio di Gonnesa è in attivo il "Progetto Aria", con il quale si utilizza uno dei diversi pozzi della miniera come torre di distillazione criogenica, cioè un moderno e tecnologico impianto di Frazionamento dell'aria per la produzione di Argon, necessario per lo studio sulla Materia oscura, in collaborazione con gli apparati dei Laboratori nazionali del Gran Sasso e diversi altri isotopi necessari per la farmaceutica. Il Distretto aerospaziale della Sardegna (DASS) collabora con gli apparati del CRS4 e attraverso quest'ultimo nel comune di San Basilio (SU) è nato il Sardinia Radio Telescope che nel 2017 ha permesso una collaborazione proficua con la NASA. Nel luglio del 2018 presso il comune di Assemini l'Eni ha realizzato un laboratorio tecnologico permanente per risolvere problematiche in campo ambientale ed energetico per la realizzazione di impianti tecnologicamente avanzati quali il CSP (Concentrated Solar Power) già sviluppati con il Politecnico di Milano; in regione è presente anche il poligono sperimentale e di addestramento interforze di Salto di Quirra, nel quale è in fase di sperimentazione dal 2021 lo Space Propulsion Test Facility di Perdasdefogu. Dal 2008 è in fase di studio il Telescopio Einstein, il sito sardo candidato ad ospitare questo progetto di terza generazione è la Miniera di Sos Enattos a Lula.

Turismo[modifica | modifica wikitesto]

Scorcio di Porto Cervo
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Turismo in Sardegna.

Grazie al clima mite, ai paesaggi incontaminati, alla purezza delle acque marine, la Sardegna attira ogni anno un gran numero di vacanzieri (nel 2007 le presenze turistiche per la prima volta hanno superato i 10 milioni di visitatori)[208]. I primi investimenti ed i primi piani di sviluppo risalgono al 1948 e furono attuati attraverso l'ESIT (Ente Sardo Industrie Turistiche). Il primo boom turistico si sviluppò a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, soprattutto ad Alghero e nella sua riviera del Corallo. Pochi anni dopo nacque la Costa Smeralda che ben presto si affermò tra il jet set internazionale, divenendo la località turistica sarda per eccellenza grazie al turismo indotto dalla cultura di massa.

Dagli anni novanta, con la diffusione delle compagnie aeree low cost ha preso piede il fenomeno dei viaggi di breve durata in ogni periodo dell'anno; questa nuova tipologia di turismo ha avuto nell'isola un notevole sviluppo, favorendo la diversificazione, la destagionalizzazione ed interessando anche le zone interne ed il turismo culturale[209], oltre che il turismo equestre, l'escursionismo, il birdwatching, la vela e il free climbing.

Trasporti e comunicazioni[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Trasporti in Sardegna.

Per contrastare efficacemente gli effetti dell'insularità, è stata sviluppata nel tempo una buona rete di servizi e di impianti portuali ed aeroportuali. Ben distribuiti nel territorio queste strutture collegano l'isola al continente italiano ed europeo per mezzo di linee aeree e tramite navi che partono dai porti più importanti. Durante la stagione turistica, il traffico lungo tutte le vie di comunicazione e nelle stazioni marittime, aumenta in modo considerevole e gli spostamenti nelle località interne richiedono tempo. Le strade sono spesso ricche di tornanti e panoramiche (a parte le principali direttrici), con curve e saliscendi a secondo l'orografia del territorio: andare piano è d'obbligo.

Il servizio regionale di trasporti pubblico ARST (Azienda regionale sarda trasporti) collega tramite autobus la totalità dei comuni con almeno una corsa giornaliera, ed è presente negli aeroporti e nei porti in coincidenza con l'arrivo degli aerei e dei traghetti. Le località più isolate sono invece servite da compagnie private. Nelle città di Alghero, Cagliari (con tutta l'area metropolitana), Carbonia, Iglesias, Macomer, Nuoro, Olbia, Oristano, Ozieri, Porto Torres, Quartu Sant'Elena, Sassari, Selargius e Tortolì sono presenti sistemi di trasporto pubblico urbano[210][211].

Traghetto in arrivo al porto di Arbatax

Trasporti marittimi[modifica | modifica wikitesto]

Tramite moderne stazioni marittime e traghetti, la Sardegna è collegata con i più importanti porti italiani del mar Tirreno e del mar Ligure[212], ma anche con la Francia e la Spagna[213]. I porti di partenza dal resto d'Italia sono: Civitavecchia, Genova, Livorno, Piombino, Napoli e Palermo[212]. I porti di collegamento con la Corsica sono: Ajaccio, Porto Vecchio, Bastia, Bonifacio e Propriano[213]. La Francia continentale è collegata tramite i porti di Tolone e Marsiglia[213], la Spagna con lo scalo di Barcellona[213]. I porti di arrivo sono: Arbatax, Cagliari, Golfo Aranci, Olbia, Porto Torres[212] e Santa Teresa di Gallura. Le compagnie di navigazione che garantiscono i servizi verso l'isola sono[212][213]: Tirrenia, Moby Lines, Corsica Ferries - Sardinia Ferries, Grandi Navi Veloci, Grimaldi Lines e le francesi Corsica Linea e CMN. Caronte & Tourist e Delcomar collegano infine la Sardegna con alcune delle sue isole minori[214].

Trasporti aerei[modifica | modifica wikitesto]

Tre aeroporti internazionali (Alghero-Fertilia, Olbia-Costa Smeralda, Cagliari-Elmas) smistano il traffico in arrivo e in partenza verso le principali città italiane e svariate destinazioni europee, quali il Regno Unito, la Scandinavia, la Spagna e la Germania, mentre due sono gli aeroporti regionali[215]. Le principali compagnie sono Volotea, Ryanair, EasyJet, TUI fly e Wizz Air.

Autotreno diesel pendolante ATR365

Trasporti su rotaia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Rete ferroviaria della Sardegna.

La rete ferroviaria, costruita in buona parte sul finire del XIX secolo, si sviluppa per circa 600 km e si limita a congiungere le città principali e i porti. L'intera rete ferroviaria non è elettrificata e si compone delle linee a scartamento ordinario del gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, con la principale linea sarda Cagliari-Golfo Aranci e altre 3 linee che diramandosi da questa permettono di raggiungere Sassari e Porto Torres a nord, attraverso lo snodo di Ozieri-Chlivani[216] e Iglesias e Carbonia a sud-ovest[216]. I collegamenti locali sono garantiti da quattro ferrovie a scartamento ridotto dell'ARST, a cui se ne sommano altrettante (per circa 440 km di sviluppo) impiegate per il servizio turistico Trenino Verde[217].

Rete stradale[modifica | modifica wikitesto]

Arrows-folder-categorize.svg Le singole voci sono elencate nella Categoria:Strade della Sardegna

La Sardegna è l'unica regione italiana priva di autostrade, ne fa le veci la rete di superstrade costruite fra i principali centri, completamente pubbliche e gratuite, arterie da cui si diramano poi strade secondarie verso tutte le località. La superstrada SS 131 Carlo Felice attraversa l'isola da nord a sud collegando Cagliari con Porto Torres, passando per Oristano, Macomer e Sassari, mentre una sua deviazione, la SS 131 DCN - Diramazione Centrale Nuorese, raggiunge Olbia passando per Nuoro e Siniscola. Nella zona settentrionale dell'isola, la superstrada SS 291 della Nurra e la SS 597 di Logudoro collegano Alghero e Olbia via Sassari. Nel meridione la SS 130 Iglesiente collega il capoluogo con Iglesias, mentre ad est la strada a scorrimento veloce "nuova SS 125 Orientale Sarda", collega Cagliari con Tortolì. Le dorsali Cagliari-Oristano-Sassari-Porto Torres e Alghero-Sassari-Olbia-Golfo Aranci fanno parte dello SNIT - Sistema Nazionale Integrato dei Trasporti[218].

Amministrazione e politica[modifica | modifica wikitesto]

Lo Statuto speciale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Statuto speciale della Sardegna.

Lo Statuto speciale sardo, approvato con legge costituzionale nel 1948, è previsto dall'ordinamento costituzionale italiano, laddove l'art. 116, c. 1, sancisce forme e condizioni particolari d'autonomia per cinque regioni, fra cui la Sardegna.

Per quanti si occupano di studi sardi, le speciali condizioni di autonomia sono il riconoscimento di una situazione storica, geografica, sociale, etnica e linguistica fortemente caratterizzata[219][220]. Nel quadro della situazione statale, secondo l'allora Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, lo Statuto speciale rappresenterebbe in Italia un unicum in risposta a impegni, mai rispettati completamente, presi in precedenza verso i sardi dal governo centrale[221].

Il percorso verso le condizioni di relativa autonomia statutaria, dopo la sua rinuncia offerta dalla classe dirigente isolana attraverso la Fusione perfetta con gli Stati sardi di terraferma nel 1847, fu lungo e travagliato ed è passato attraverso un difficile processo di integrazione entro il contesto di una forma di Stato unitaria, richiedendo anche un pesante sacrificio di sangue durante la Grande guerra[222]. A detta di alcuni storici, davanti al sacrificio delle fanterie sassarine sui fronti del Carso l'Italia avrebbe contratto un debito verso l'Isola[222]. Il Presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando, visitando il fronte in uno dei momenti più critici promise ricompense alla fine del conflitto; Di ritorno a Roma ebbe a dire in Parlamento: «quando vidi i fanti della Brigata Sassari ebbi l'impulso di inginocchiarmi. La Nazione ha contratto un debito di riconoscenza per i sacrifici ed il valore dei Sardi in guerra, e questo debito pagherà»[222][223]. Al ritorno dal fronte gli ex-combattenti si organizzarono politicamente dando vita al Partito Sardo d'Azione la cui principale rivendicazione fu l'autonomia, riconosciuta con lo Statuto speciale - dopo la parentesi fascista - dall'Italia repubblicana il 22 dicembre 1947, cent'anni dopo la fusione perfetta del 1847[222].

Al contrario dell'Alto Adige, il cui statuto si basava per rispondere alle esigenze delle minoranze linguistiche, in quello sardo non si rinviene alcun riferimento all'identità geografica e culturale dell'isola: al contrario, la "specialità" fu ricondotta a misure di contrasto nei confronti della "arretratezza" economico-sociale della regione, e delle istanze indipendentiste finora presenti[224].

Lo Statuto, così redatto, fu infine approvato il 26 febbraio 1948.

Organizzazione della Regione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Presidenti della Sardegna, Giunta regionale della Sardegna e Consiglio regionale della Sardegna.

Le funzioni attribuite dallo Statuto alla Regione sono riconducibili a tre: funzione legislativa, funzione amministrativa, funzione politica e sono esercitate dai seguenti organi, istituiti nel 1948[225]:

  • il presidente, dal 2004 votato direttamente dagli elettori sardi[226], guida la Giunta regionale composta da assessori da lui nominati e su cui ha potere di revoca delle deleghe[227]. Oltre a organizzare il lavoro dell'organo esecutivo regionale, il Presidente è la figura di rappresentanza della regione nei vari ambiti nazionali e internazionali, oltre che garante dell'autonomia della stessa[227]. Inoltre è colui che indice le votazioni riguardanti gli organi elettivi regionali nonché i referendum regionali. Dal 20 marzo 2019 il ruolo è ricoperto da Christian Solinas, a capo della coalizione di centrodestra risultata vincente nelle elezioni regionali del 24 febbraio dello stesso anno.
  • La Giunta regionale, scelta dal presidente della Regione (che ne è a capo), è dal 1949[228] l'organo di governo dell'Isola e detiene il potere esecutivo in ambito regionale[226]. Oltre al presidente della Regione, fanno parte della Giunta 12 assessori[226], aventi delega su un settore specifico di attività e a capo di altrettanti assessorati[226].
  • Il Consiglio regionale corrisponde al parlamento locale[229], essendo l'assemblea dotata di potere legislativo nell'ordinamento della Regione. Dal 2013 si compone di 60 consiglieri[230], ed ogni legislatura ha una durata quinquennale.

Partiti politici[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Indipendentismo sardo.

Oltre ai partiti politici nazionali, sono presenti nell'Isola diversi partiti regionali, fra cui movimenti di ispirazione autonomista o indipendentista. Tra di essi il partito di più lunga tradizione sardista è il Partito Sardo d'Azione, fondato da Emilio Lussu e Camillo Bellieni[231], che nella persona di Mario Melis negli anni ottanta espresse il presidente della Giunta regionale, fatto ripetutosi con Christian Solinas nel 2019. Altri partiti locali, fra cui diversi movimenti e gruppi politici indipendentisti, esprimono qualche rappresentante nei Comuni e in Consiglio regionale.

Suddivisione amministrativa[modifica | modifica wikitesto]

Suddivisioni territoriali storiche[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Curatoria, Storia della Sardegna giudicale e Storiche suddivisioni amministrative in Sardegna.

La Sardegna ha avuto nel tempo diverse suddivisioni amministrative e territoriali. Inizialmente, già in periodo romano, il territorio sardo era stato suddiviso in diocesi ecclesiastiche, successivamente, nel periodo medioevale, la Sardegna era ripartita in giudicati e in curatorie, con dei brevi intermezzi signorili e comunali. Poi durante il dominio aragonese e spagnolo, l'isola venne divisa in vari feudi con marchesati, baronie e contee, che lasciarono tracce profonde come nel caso della regione storica delle Baronie. Nel XIX secolo la Regione era già organizzata con prefetture, province, tribunali, mandamenti e comuni.

La Sardegna è suddivisa in regioni storiche che derivano direttamente, sia nella denominazione che nell'estensione, dai distretti amministrativi, giudiziari ed elettorali dei regni giudicali, le curatorie (in sardo curadorias o partes) che probabilmente ricalcavano una suddivisione territoriale ben più antica operata dalle tribù nuragiche.

Suddivisione territoriale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Istituzione di nuove province in Sardegna.
Province sarde dal 2016

Nel 1848, durante il Regno sabaudo di Sardegna, l'isola fu suddivisa in 3 divisioni (Cagliari, Nuoro e Sassari), 11 province (Alghero, Cagliari, Cuglieri, Iglesias, Isili, Lanusei, Nuoro, Oristano, Ozieri, Sassari e Tempio Pausania), 84 mandamenti e 363 comuni. Nel 1859 la Sardegna fu suddivisa in 2 province (Cagliari e Sassari), 9 circondari (corrispondenti alle 11 ex province precedenti, meno Cuglieri e Isili), 91 mandamenti e 371 comuni: questo assetto perdurò anche dopo l'unificazione italiana e permase intatto per quasi settant'anni. Dal gennaio 1927 la Sardegna fu suddivisa in 3 province: Cagliari, Nuoro e Sassari, alle quali nel luglio 1974 si aggiunse Oristano.

Nel 2001 il consiglio regionale istituì quattro nuove province sarde, divenute operative nel 2005: Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra e Olbia-Tempio, contestualmente ridefinendo i confini delle province esistenti; per la prima volta in Italia la creazione di nuove province fu attuata con legge regionale e non dal Parlamento italiano, dando luogo a un non facile coordinamento con la legislazione nazionale che non le riconosceva. Le nuove province non ebbero comunque lunga vita: in seguito all'esito favorevole dei referendum regionali del 2012 fu avviato un processo di riorganizzazione amministrativa, concluso nel febbraio 2016: con la Legge Regionale 2 di quell'anno le 4 province di più recente istituzione furono abrogate[232]. Sempre nel 2016 divenne operativa la città metropolitana di Cagliari, composta dal capoluogo e da altri sedici comuni, per una popolazione di oltre 432 000 abitanti e una superficie di 1 248 km2: di conseguenza il restante territorio della provincia di Cagliari e l'intero territorio del Medio Campidano e di Carbonia-Iglesias furono fusi nella nuova provincia del Sud Sardegna, che si aggiungeva a quelle di Oristano, Nuoro e Sassari.

Stemma Città metropolitana e Province Comuni Superficie (km2) Abitanti[233]
Logo Città Metropolitana di Cagliari.png Città metropolitana di Cagliari 17 1 248 431 819
Provincia di Sassari-Stemma.svg Provincia di Sassari 92 7 692 493 331
Provincia di Oristano-Stemma.svg Provincia di Oristano 87 3 034 159 667
Provincia di Nuoro-Stemma.png Provincia di Nuoro 74 5 786 211 605
Provincia del Sud Sardegna 107 6 339 355 371
Sardegna-Stemma.svg Regione Autonoma della Sardegna 377 24 100 1 651 793

Nel 2021, una nuova legge regionale ha varato un'ulteriore riorganizzazione amministrativa: sono stati previsti l'assorbimento della provincia del Sud Sardegna nella città metropolitana di Cagliari, la trasformazione della provincia di Sassari in città metropolitana, e la re-istituzione delle quattro province abolite nel 2016 a seguito del referendum del 2012 (con Carbonia-Iglesias ribattezzata Sulcis Iglesiente e Olbia-Tempio Nord-Est Sardegna), tornando così a una situazione simile a quella del periodo 2005-2016, annullando de facto il risultato referendario[234]. La legge è stata però impugnata dal Governo Italiano il 23 giugno 2021 [235]. La riorganizzazione delle province è di fatto sospesa in attesa di sentenza da parte della Corte Costituzionale.

Circoscrizioni giudiziarie e sedi di tribunale (circondari)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Ordinamento della giustizia in Italia.

L'intero territorio regionale della Sardegna costituisce il distretto della Corte d'appello di Cagliari[236] (con sezione staccata di Sassari), all'interno del quale si trovano i sei Tribunali (Cagliari, Lanusei, Nuoro, Oristano, Sassari e Tempio Pausania[237]), la cui circoscrizione territoriale di ciascuno viene definita circondario.

Installazioni militari[modifica | modifica wikitesto]

Esercitazione dell'artiglieria statunitense a Capo Teulada durante l'operazione Trident Juncture

In Sardegna sono presenti varie installazioni militari (basi, poligoni, aeroporti, depositi). In totale esse occupano oltre 350 km2, corrispondenti a circa l'1,5% della superficie dell'isola[238] e circa il 61% del totale delle servitù militari italiane, rendendo la Sardegna l'area più militarizzata d'Italia e tra le più militarizzate d'Europa[239]. Alle aree militari a terra si affiancano aree a mare per una superficie totale di 20 000 km2 (poco meno della superficie regionale), che vengono interdette alle attività civili durante le operazioni di esercitazione[238]. Particolarmente significativi sono i poligoni di Quirra, di Capo Teulada e di Capo Frasca, presso i quali prendono parte alle esercitazioni non solo truppe italiane ma anche di altri paesi NATO. Presso La Maddalena fu operativa dal 1972 al 2008 una base navale statunitense, in cui operavano sommergibili a propulsione atomica[238][240].

Sport[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Sport in Sardegna.

Diffusosi in Sardegna dalla seconda metà dell'Ottocento in poi (in particolare da secondo dopoguerra), lo sport fu praticato inizialmente nelle città, per poi diffondersi nelle periferie e nei centri minori. Le prime società sportive furono fondate a Cagliari, a Sassari e nel Sulcis dove era alta la concentrazione di operai che lavoravano nelle miniere.

Con riferimento ai dati ISTAT 2009 lo sport coinvolge circa il 28% della popolazione sopra i 3 anni con circa 460 000 praticanti[241] (cifra che raddoppia considerando anche coloro che praticano semplice attività fisica[241]), divenendo un fenomeno di massa, sostenuto anche da iniziative della Regione Sardegna (legge n. 17/1999)[241], che favoriscono l'organizzazione di eventi sportivi anche a livello internazionale. L'isola è rappresentata a livello nazionale con una o più squadre nelle massime serie, A o B, in vari sport di squadra; a livello internazionale, la Sardegna è riconosciuta dalla ConIFA, associazione calcistica che rappresenta selezioni non affiliate alla FIFA[242][243][244].

Sport tradizionali[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Istrumpa.

Uno sport in particolare, s'istrumpa, o lotta sarda, disciplina riconosciuta dal CONI e dalla Federazione internazionale lotte celtiche (FILC), è una pratica sportiva tipica della Sardegna le cui origini sono antichissime. Rivalutata di recente e praticata soprattutto nella Sardegna centrale, i campioni sardi sono conosciuti a livello internazionale[245].

Calcio[modifica | modifica wikitesto]

Il Cagliari campione d'Italia nella stagione 1969-70

Cagliari Calcio[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Cagliari Calcio.

Nel capoluogo dell'isola ha sede il Cagliari Calcio, società fondata nel 1920[246] e che nella stagione 2021-2022 milita nella Serie A del campionato italiano[247]. Gli incontri casalinghi vengono disputati alla Unipol Domus di Cagliari. La squadra vinse lo scudetto nella stagione 1969-1970[248].

Lo storico titolo fu per la città di Cagliari un'occasione di orgoglio portando all'attenzione nazionale e internazionale tutti i sardi e la Sardegna stessa[249].

Nazionale di calcio[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2019 è stata rifondata la Nazionale di calcio della Sardegna, che già nel 1990 e nel 1997 aveva avuto due estemporanee uscite. La Federatzione Isport Natzionale Sardu, la federazione calcistica dell'Isola, è affiliata alla CONIFA e la Natzionale partecipa agli appuntamenti europei e mondiali delle nazioni senza Stato da essa organizzata.

Calcio femminile[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Associazione Sportiva Dilettantistica Torres Calcio.

L'A.S.D. Torres Calcio è una società di calcio femminile di Sassari ed è la principale della regione, nonché la più titolata d'Italia. Detiene infatti il record di scudetti, coppe Italia e supercoppe italiane[250].

Il PalaSerradimigni a Sassari

Pallacanestro[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Dinamo Basket Sassari, Brill Cagliari, Mercede Basket Alghero, Virtus Cagliari e CUS Cagliari.

La massima espressione del basket sardo è la Polisportiva Dinamo Sassari, che dopo una ventennale militanza nel Campionato di Legadue, ha raggiunto nella stagione 2009/2010 la promozione nella massima serie del campionato italiano maschile di pallacanestro, laureandosi campione d'Italia nella stagione 2014-2015 e qualificandosi in più occasioni ai play-off scudetto e nelle competizioni europee[251]. La Dinamo Sassari ha inoltre vinto una FIBA Europe Cup, due Coppa Italia e una Supercoppa italiana.

Nel passato la Brill Cagliari ha militato nella Serie A dal 1968 al 1978. Nel basket femminile le principali società sono la Mercede Basket Alghero, la Virtus Cagliari e il CUS Cagliari.

Nell'ambito del basket in carrozzina figurano l'Anmic Dinamo Sassari, facente parte della Polisportiva omonima, e il GSD Porto Torres.

Hockey su prato[modifica | modifica wikitesto]

Società ginnastica Amsicora[modifica | modifica wikitesto]

Fondata nel 1897, la Società Ginnastica Amsicora, con sede a Cagliari, è la società più titolata d'Italia, potendo vantare 24 campionati italiani e 5 Coppe Italia a livello maschile e a livello femminile: 8 scudetti, 2 Coppa Italia e 2 Scudetti indoor.

Manifestazioni sportive internazionali[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Rally Costa Smeralda, Rally di Sardegna, Giro di Sardegna e Trofeo Alasport.
Partecipanti del Campionato del Mondo di Aquabike che scortano il veliero Amerigo Vespucci nelle acque antistanti Olbia [252]

Automobilismo In campo velico, le competizioni internazionali che si disputano nell'isola sono molteplici e di grande prestigio (tra di esse la Veteran Boat rally, considerata una delle più grandi regate di barche d'epoca[253], e la Sardinia Rolex Cup, ritenuta dagli appassionati l'equivalente mediterranea dell'Admiral's Cup[254]). Anche il rally ha lunga tradizione sugli sterrati sardi, con il Rally Costa Smeralda[255] e dal 2004 con la tappa italiana del Campionato Mondiale Rally[256].

Ciclismo

Il Giro di Sardegna di ciclismo è stato vinto da importanti campioni[257], mentre per la corsa campestre vede ogni anno ad Alà dei Sardi il trofeo Alasport, anch'esso con la partecipazione di campioni internazionali della specialità[258].

Motonautica

La motonautica a livello internazionale é stata presente per diversi anni nelle acque della Sardegna a partire dal primo mondiale di formula 1 del mare F1h2o a Porto Cervo e successivamente spostato a Cagliari nei primi anni 2000[259][260]. Dal 2018 si disputa il Campionato del Mondo Aquabike nella città di Olbia. [261]


Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La normativa regionale e la legge 482/99 sulle minoranze linguistiche storiche riconoscono ufficialmente, in qualità di lingue minoritarie, pari dignità al sardo e, a livello locale, il sassarese, gallurese, catalano di Alghero e tabarchino.
  2. ^ a b Carta d'identità, su sardegnastatistiche.it, Regione Autonoma della Sardegna. URL consultato il 26 gennaio 2015.
  3. ^ a b Dato Istat - Popolazione residente al 31 maggio 2021 (dato provvisorio).
  4. ^ Sul presunto titolo di di patrono attribuito a Sant'Antioco cfr Marcello Derudas, Note riguardo il titolo di “Patrono della Sardegna” attribuito a Sant’Antioco di Sulci. Uso e abuso., su sardiniatridentina.blogspot.com. URL consultato il 18 settembre 2021.
  5. ^ La Traslazione delle Reliquie di Sant'Agostino in Sardegna, su sardiniatridentina.blogspot.com. URL consultato il 30 aprile 2020 (archiviato il 2 agosto 2021).
  6. ^ Sant'Agostino Vescovo, Confessore e Dottore della Chiesa, Patrono secondario di Sardegna, su sardiniatridentina.blogspot.com. URL consultato il 30 aprile 2020 (archiviato il 2 agosto 2021).
  7. ^ a b c Eurostat – Regional gross domestic product (PPS per inhabitant) by NUTS 2 regionse, su ec.europa.eu, Eurostat 2016, 18 febbraio 2018. URL consultato il 9 settembre 2018 (archiviato il 2 ottobre 2018).
  8. ^ Luciano Canepari, Sardegna, in Il DiPI – Dizionario di pronuncia italiana, Zanichelli, 2009, ISBN 978-88-08-10511-0.
  9. ^ a b Delibera della Giunta regionale del 26 giugno 2012 (PDF), su regione.sardegna.it. URL consultato il 14 marzo 2019 (archiviato il 24 settembre 2015).
  10. ^ Regioni d'Italia in ordine di superficie., su tuttitalia.it. URL consultato il 14 marzo 2019 (archiviato il 15 febbraio 2019).
  11. ^ Erika Bonacucina, Francesca Bua, Sonia Borsato, Cristian Cannaos, Alessandra Cappai, Paola Idini, Miriam Mastinu, Giuseppe Onni, Sabrina Scalas e Valentina Talu, Sardegna. La nuova e l'antica felicità, Franco Angeli Edizioni, 2013, p. 242, ISBN 978-88-204-3100-6.
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