Wanda Marasco vince la 63^ edizione del Premio Campiello

Venezia, 13 settembre 2025 – Wanda Marasco, con il romanzo Di spalle a questo mondo (Neri Pozza), vince la 63^ edizione del Premio Campiello, concorso di narrativa italiana contemporanea organizzato dalla Fondazione Il Campiello – Confindustria Veneto. Il libro vincitore, annunciato questa sera dal palco del Gran Teatro La Fenice, ha ottenuto 86 voti sui 282 inviati dalla Giuria dei Trecento Lettori Anonimi.



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Come nasce un romanzo? Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: WANDA MARASCO racconta il suo romanzo “Di spalle a questo mondo” (Neri Pozza)
Libro presentato da Giulia Ciarapica nell’ambito dei titoli proposti dagli Amici della domenica al Premio Strega 2025.
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Sono una bambina mentre la guardo. Mi è toccato in sorte di nascere qui, sul ciglione orientale della collina del Moiariello. Abito all’ultimo piano di un palazzo settecentesco. La torre del Palasciano è davanti ai miei occhi. Merli e bifore si incastrano nella cornice dei balconi di casa. Queste pietre color argilla a volte mi fanno paura: svettano in una forma esile, toccano le nuvole, assorbono il vento, le radiazioni dei tramonti e i miei stati d’animo. Quanti anni ho di preciso? Sette, nove, dodici… Quelli che scorrono dietro un vetro che ricuce l’esistenza come un tempo ricreato. É difficile. É una germinazione che prevede l’incontro con l’oscurità, la finzione e le luci estreme.
Ancora non so niente di Ferdinando Palasciano, il grande chirurgo dell’Ottocento che proclamò per primo il principio di neutralità dei feriti in guerra e fece innalzare qui la torre inventandosi la struttura di un luogo come regno ed esilio. Tantomeno so che un giorno scriverò romanzi. Al momento sono una bambina ventriloqua. Eludo la sorveglianza di una feroce portiera, vado a nascondermi nel giardino della torre dietro agli alberi e parlo, senza muovere le labbra, con i colori e le marcescenze. Sono fatta di vibrazioni, di api, di ragni, di caprifogli, di piccole grotte in cui trovo il silenzio animato e la parola cruda, primitiva, che mi unisce ai nodi della terra.
Passano gli anni. La torre non cessa di essere un magnete. Raccolgo le leggende che circolano nel quartiere. I vecchi parlano dell’amicizia tra Ferdinando Palasciano e Antonio Ranieri. Dicono che i due seppellirono i resti di Leopardi in un punto del giardino. Accolgo la fabula. É una potente suggestione che sviluppo nel 2021, in piena pandemia, quando ho finalmente raccolto una serie di notizie su Ferdinando e sua moglie, la nobildonna russa Olga Vavilova. Scrivo usando il principio di immedesimazione per inventare l’interiorità dei due. Apro il teatro della mente e i teatrini della Storia dalle cui iniquità Palasciano avrebbe voluto liberarsi. Ho l’ambizione di ricostruire successi e fallimenti, persecuzioni e cadute che generarono in quell’uomo profondamente etico il dolore e la follia. Le pagine si avviano a dire che “ogni malattia può essere definita una malattia dell’anima” e che molti guasti della creatura umana provengono dal male del mondo. La follia in Ferdinando diventa gnosi, percorso che condurrà a un più alto grado di conoscenza. Un cammino compiuto attraverso il sentimento della perdita e della “caduta”, condiviso con Olga, la cui zoppia allude alla claudicanza universale, al ritmo storto e incrinato della fragilità umana. Intanto, mentre scrivo, la Storia è dilaniata da epidemie e guerre, la povertà dilaga, la “cura” è pressoché assente in molte parti del globo. Sono le esperienze e le delusioni vissute da Ferdinando. E si crea una terribile osmosi tra le pagine del romanzo e la realtà. La lotta di Ferdinando Palasciano assume i toni di una rivolta permanente e di un impegno morale. Richiama alla mente quella di un Semmelweis o di un Gino Strada. E la visione leopardiana del mondo è lì, scorre come una linfa nel terreno del giardino, dentro le stanze della torre e nei pensieri di Olga e Ferdinando. Ancora una volta è un guadagno di sapienza. Se i due danno le spalle al mondo lo fanno dopo aver vissuto e rivissuto con coraggio le atrocità della Storia. E il morire avviene in un rinnovato innamoramento: scelgono entrambi la poesia come metodo di conoscenza si tramutano in “atto poetico” contro ogni insignificanza, ogni vuoto.
Ecco. Spero che il lettore venga coinvolto in un’alchimia di corpi, di storie, di introspezioni e spero che riconosca come volevo coniugare pietas e scrittura.
(Riproduzione riservata)
© Wanda Marasco
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[Leggi la recensione firmata da Carmen Pellegrino]
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La scheda del libro: “Di spalle a questo mondo” di Wanda Marasco (Neri Pozza, 2025)

Se è vero che ogni esistenza viene al mondo per incarnare un dramma, quello di Ferdinando Palasciano e di sua moglie Olga Pavlova Vavilova è tra i più dolenti e irriducibili: è il dramma dell’imperfezione. Fin da bambino Ferdinando ha odiato la morte al punto da fare della salvezza la sua ossessione di medico. Ma una vocazione così grande, scontrandosi con le iniquità subite, non può che fallire e trovare casa nella follia. Olga, nella sua infanzia a Rostov, ha dovuto misurarsi proprio con l’alienazione materna, quintessenza di Storia e fragilità. Unico scampo da essa la fuga, frenata da una radice nascosta sotto la neve e dalla zoppia, che diventa destino e comunione con l’imperfetto. Ma si può vivere a un passo dall’ideale? Ferdinando, dal buio della sua ratio opacizzata, continuerà a salvare asini e pupi; mentre Olga, pur guarita dalla scienza e dall’amore di Ferdinando, tornerà a claudicare. Voi non credete che quando ci spezziamo è per sempre? La domanda che Olga rivolge al pittore Edoardo Dalbono è sintesi di una irreparabilità e di una caduta che restano perenni.
Il pendolo è muto. Ferdinando e io studiamo le grandezze del tempo sprofondate in un orologio fermo. C’è una gioia selvatica in questa stanza. Facciamo gli amanti in ginocchio, uno di fronte all’altra, con l’impulso a prenderci. Ma ci siamo intimiditi nella morte. Io gli dico che sento intorno a me una luce cieca. È uguale a quella delle primavere russe.
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Wanda Marasco è nata a Napoli, dove vive. Ha ricevuto il Premio Bagutta Opera Prima per il romanzo L’arciere d’infanzia (Manni 2003) e il Premio Montale per la poesia con la raccolta Voc e Poè (Campanotto 1997). I suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, tedesco e greco. Il genio dell’abbandono (Neri Pozza 2015) è stato selezionato per il Premio Strega 2015 e portato in scena dal Teatro Stabile di Napoli per la regia di Claudio Di Palma. Nel 2017, sempre per Neri Pozza, è uscito il romanzo La compagnia delle anime finte, arrivato finalista al Premio Strega.
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