Ottobre 3, 2022

16 thoughts on “QUANDO UN “DIVERSAMENTE ABILE” È… “SOLO”

  1. So cosa voglia dire essere “diversamente abili” anche se nè questa definizione nè altre non mi piacciono. Ho adottato un bambino così, che non aveva problemi fisici ma psichici e ho raccontato alcune cose sul mio blog perchè si discuta di questo problema. Una delle cose importanti è proprio il comportamento di tante persone: a volte piccole cose possono fare la differenza. Se me lo permetterete inserirò anche questa testimonianza nel mio blog. Ciao Giulia

  2. Conosco molto bene i problemi di chi, oltre le normali complicazioni che la vita offre a tutti, deve anche fare i conti con la disabilità. Termine ipocrita, come è ipocrita la legge che stabilisce le norme di accessibilità. Io cammino, e anche bene, ma devo sempre fare un calcolo su quante scale posso salire e scendere durante il giorno, con quante ore posso trascorrere nella stessa posizione (computer, scrivania o tavolo da disegno), con quanti metri mi separano da un parcheggio alla meta, che di volta in volta devo raggiungere e, cosa di non poco conto, con lo stare in piedi “non troppo a lungo”. Sono regole di vita che mi accompagnano da una vita intera, eppure, anch’io non sono più sensibile degli altri. Dal mio diario:“La prima volta che vidi Clara sono stata malissimo. Non sapevo come comportarmi; se rivolgermi alla classe, ignorando la sua presenza, o parlare agli altri, ma guardando soprattutto lei. Un fagotto di coperte, distese su una carrozzina, da cui sbucavano due piccole mani, due zampettine d’uccello e un viso con la bocca aperta e due occhi severi, sempre uguali.“Non sappiamo se capisce, ma per due ore il giorno, sta con noi”. Per bambini, maestre e bidelle era normale toccarla, farle una carezza, stringerle la mano; lo facevano con naturalezza e in continuazione, per farle capire che in quel momento era lì, con loro, in classe; io non l’ho mai toccata. Non riuscivo a scacciare dalla mente le immagini che la sua vista evocava; pensavo, e nel raccontarlo provo una vergogna tremenda, a Kafka, a Gregorio, alla sua mente imprigionata in un corpo mostruoso. Provavo sollievo quando la classe si trasferiva nell’aula d’immagine e Clara in quella di motoria con la fisioterapista; mi sentivo libera di continuare la lezione senza pormi il problema se capisse o no. Mi avevano detto che il suo era un handicap gravissimo; la madre mi aveva spiegato che niente avrebbe migliorato la sua condizione e che le speranze che Clara potesse comprendere erano ridottissime, e che, proprio per questo, lei avrebbe fatto di tutto per non privare la figlia anche della più remota possibilità di comunicazione con il resto del mondo. Per evitare le piaghe da decubito, ogni mezz’ora occorreva riposizionarla, e il compito era assolto indifferentemente da tutti, bidelle, insegnanti, ma anche dagli stessi bambini. Un rituale normale, come la campanella dell’intervallo, e dopo, a volte, Clara emetteva un sordo lamento, come un brontolio delicato, forse era un grazie, oppure, come sosteneva la mamma, un’imprecazione perché non era sistemata a dovere.
    I bambini della classe avevano redatto un giornale, Quinta informa, e fra i numerosi articoli e servizi, un’intervista di due pagine alla mamma di Clara: Clara vede, sente, ha un suo giocattolo preferito, cosa la rende felice, è difficile prendersi cura di lei, come comunichi con lei, come si comporta suo fratello nei suoi confronti, sei soddisfatta di averla portata in questa scuola, dopo cosa farà, dove hai trovato il coraggio e la forza per andare avanti in tutti questi anni, che cosa ti ha insegnato Clara, ci sono degli atteggiamenti che ti feriscono?
    “Tante cose mi hanno fatto molto male. Mi ferisce che qualcuno pensi che bambini come Clara non abbiano il diritto di venire a scuola, o che non sia giusto spendere dei soldi per loro, o addirittura che non abbiano il diritto a vivere…” parole intense cui ogni commento sarebbe superfluo. Non so se dalla piccola, e forse non lo sapremo mai, l’esperienza scolastica, sia stata capita e vissuta con qualche consapevolezza; sicuramente, la sua presenza nelle classi ha costituito per i bambini e per noi una materia di studio in più, e forse la più importante: l’educazione dei sentimenti.”

    Ciao, Miriam

  3. Giulia,
    certo che puoi inserire questa testimonianza sul tuo blog!
    Intanto comunico che più tardi dovrebbero pervenire i contributi di Isabella Rinaldi e del diretto interessato: Sergio Rilletti.

  4. Caspita, Miriam!
    Soltanto ora ho letto il tuo intervento.
    Bellissimo!
    Ti ringrazio di cuore.
    C’è molto, molto da riflettere…
    Avevo deciso di inserire un nuovo post (perché, sapete, più post inserisci più il blog è frequentato). Ma ho cambiato idea. Lascerò in primo piano questo post per tutto il week end.
    Ciao a tutti.

  5. la prima volta che ho conosciuto sergio, ero con un amico comune, che lo ha salutato cordialmente e poi mi ha rimproverato che non avessi fatto altrettanto ma io… io ero turbata mi vergogno ad ammetterlo, ma ero turbata, come tutti noi un po’ pavidi di fronte al “diverso” (e, per giulia, sì, non ci sono
    termini adatti per definire chi ha problemi di qualche tipo, e forse i termini più politically correct sono anche quelli che possono
    maggiormente ferire, ma è la convenzione sociale che ci impone di considerare “normale” la maggioranza e “diverso” chi ha doti differenti (sia in più, sia in meno) conoscendolo meglio e parlandogli, in seguito sia via email sia nei rari incontri letterari che ci hanno visto insieme in questi sette anni, ho capito che forse la vergogna era data dal mio senso di inadeguatezza io, normodotata, facevo fatica ad accettare lui, che, secondo una logica normale, ma che nessuno applica, dovrebbe essere colui che
    viene compreso e aiutato e con me (e con molti) sergio fa il contrario sorride, saluta, accetta anche le espressioni ebeti che ci capitano quando qualche volta non capiamo…
    l’eccezionalità di sergio, credo stia in questa sua capacità di venire LUI incontro agli altri.
    leggere il suo racconto SOLO! è un modo per ricambiare almeno una volta.
    ci vuole coraggio, per leggerlo
    ma ce ne è voluto molto di più, io immagino, per scriverlo
    perché sergio ha dovuto mettere da parte l’istintivo pudore che lo contraddistingue e che fa di lui una persona tanto squisita e
    piacevole, per comunicare qualcosa di forte

    ringrazio ancora massimo per l’ospitalità anche sul suo sito, e per la calorosa accoglienza che ha riservato a me e, soprattutto, a sergio rilletti

    isabella rinaldi

  6. Che bello questo post! E che bei commenti!
    Credo che letteratitudine sia uno dei blog più aperti di tutta la rete. Bravo Massimo!
    Unisco la mia richiesta a quella di Rosa: non si potrebbe leggere il racconto “SOLO!” qui?

  7. Leggo ora questo post, proprio stamattina ho visto Cappi e se avessi saputo avrei avuto un argomento serio e interessante di cui parlare con lui. In più si poteva utilizzare l’occasione della presentazione del libro di Carlo Oliva, per lanciare il messaggio.
    Farò la mia parte caro Massimo, e tra oggi e domani, ti linko. In più voglio assolutamente leggere il racconto di Sergio Rilletti!
    elisabetta

  8. GASP! and GULP!…
    Scusate il linguaggio fumettistico, ma è l’unico modo per esprimere sinteticamente la grandissima emozione che sto provando nel vedere tutto questo interesse e affetto nei miei confronti.
    In effetti, penso che nessun autore di thriller ambisca a scrivere racconti autobiografici senza doversi discostare dal proprio genere. Io stesso, nonostante parli spesso di handicap (in modo allegorico, umoristico, o drammatico), non so se mi sarebbe mai venuta in mente una storia come quella che ho raccontato, e vissuto, in “SOLO!”. E soprattutto non so se l’avrei raccontata così, con tutte le paure e le insicurezze che ho provato, e con tutte le conseguenti espressioni da “educanda infuriata” che, inevitabilmente, mi sono uscite durante quella situazione.
    A questo proposito ringrazio di cuore Isabella Rinaldi, perché ha saputo comprendere e apprezzare il mio sforzo e la mia “onestà narrativa”. Sarebbe stato molto più comodo per me omettere certi particolari, in modo da non intaccare la mia immagine di perenne spavaldo e bontempone, ma solo raccontando la vicenda “onestamente” in soggettiva, esattamente com’è avvenuta mentre la stavo vivendo, senza omissioni né considerazioni a posteriori, potevo far vivere al lettore quel che avevo vissuto io.

    Le parole della Rinaldi mi hanno emozionato tantissimo, tutte. Io non mi ricordo che lei abbia mai fatto gaffe nei miei confronti, anzi tutt’altro!, ma sapere che col mio naturale comportamento sono stato di “esempio” a qualcuno, è un vero arcobaleno di emozioni.
    Il fatto è che il diverso, il marziano, ci inquieta. Io stesso quando incontro qualcuno con una patologia chiaramente diversa dalla mia (io sono un “normodotato”… affetto da tetraparesi spastica sin dalla nascita) provo un certo imbarazzo. Non è bello, ma penso sia naturale.
    Viceversa, a volte mi ritrovo con certi conoscenti, realmente normodotati, che, considerandomi evidentemente più normodotato di loro, mi propinano delle richieste assurde… che mi lusingano e mi indispettiscono al tempo stesso.
    Siamo alieni in un mondo di alieni, suddivisi in tante specie, questa è la verità. E i due ragazzi che Domenica 9 Aprile 2006 mi hanno soccorso al Parco di Monza, aiutandomi in maniera encomiabile, appartengono alla stessa razza, HyperSensible, della Rinaldi.

    Io li incontrai dopo oltre un’ora e mezza di assidui ed estenuanti tentativi di cercare la strada che mi avevano indicato i miei amici che erano andati avanti in risciò (perdendomi di vista!), chiedendo aiuto alle persone, che però, se capivano, mi davano delle indicazioni che non potevo seguire. I tentativi di aiuto vanno comunque riconosciuti, e a queste persone (due per l’esattezza, un giovane pattinatore e un anziano contadino) va comunque un mio ringraziamento.
    Dopo oltre un’ora e mezza di alta tensione, quindi, incontrai quei due ragazzi. Vedendomi solo e spaventato a bordo della mia piccola carrozzina elettrica, capirono subito che c’era qualcosa che non andava; si guardarono intorno e, con enorme stupore, notarono che non c’era proprio nessuno che mi stava seguendo.
    Da quel momento in poi non mi hanno più mollato; io non li conoscevo, ma sapevo di poter contare su di loro.
    Quello che mi ha più colpito è che volessero assolutamente aiutarmi, senza ledere in alcun modo la mia privacy: soprattutto lui. Lei era più pratica, e voleva vedere se avessi qualche numero telefonico in borsa, ma lui si faceva molti scrupoli a guardarvi dentro; anche a fin di bene. Alla fine, dopo ampi cenni di consenso da parte mia, decisero di guardare nella borsa, presero la mia rubrica, e si misero in contatto con i miei amici.
    Quei due ragazzi mi hanno proprio colpito, lasciando un ricordo indelebile nel mio cuore.
    E da quel giorno io sto cercando di rintracciarli per ringraziarli. Assolutamente! Per ringraziarli e, magari, per conoscerci meglio.

    Lei si chiama Lisa, fa la maestra, ed è bionda (forse tinta), con un viso tondo pieno di nei ma “pulito”; lui si chiama, mi pare, Mauro o Maurizio (nel racconto opto per Mauro), è bruno, e ha il viso tendente al tondo (non allungato, per intenderci) ma dai lineamenti più marcati.

    La vicenda che qui ho narrato in così poche righe, nel racconto “SOLO!” occupa più di 10 pagine.
    Ringrazio tutti coloro che hanno dimostrato interesse per questa storia, chiederò “a chi di dovere” se si può pubblicare su questo sito, e vi farò sapere al più presto.
    Nel frattempo, se volete chiedermi qualcosa, fatelo pure. Magari impiegherò un po’ di tempo, dato che non sono proprio velocissimo a digitare, ma vi risponderò. Con piacere!

    Infine, uno speciale ringraziamento a Massimo Maugeri, per avermi dedicato questo spazio, a Isabella Rinaldi, che è stata una meravigliosa sorpresa, e ad Andrea Carlo Cappi, il mio mentore, che, durante la serata di presentazione, mi ha dedicato molto tempo, regalandomi dei lunghissimi mimuti di grande emozione e di autentica solidarietà.

  9. che bel commento, sergio!
    grazie!
    (mi sono emozionata!)
    Isabella
    p.s. come vedi, è difficile anche per quelli che cercano di essere sensibili (io) comprendere “i tuoi tempi” (con tutti i tuoi impegni!) per scrivere

  10. Ok! Cappi mi ha dato il permesso di pubblicare “SOLO!” su questo blog.
    Attendete fiduciosi!!!!!!!!!

    A presto!

  11. Mi ha fatto molto piacere leggere la tua storia, Sergio. Complimenti per la tua attività di scrittore.

  12. Grazie mille, Amalia!… Come dico sempre, questa è una storia che non avrei mai voluto raccontare ma che mi ha portato fortuna. E ogni anno, in questa giornata, la ricordo!

Comments are closed.