“Il custode” di Niccolò Ammaniti (Einaudi, 2026): la nostra recensione
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Nemmeno il tempo di uscire dalla canna fumaria del camino in cui si era cacciata Maria Cristina Palma in “La vita intima”, che Niccolò Ammaniti spinge il lettore dentro un bagno e ne fa un ripiano di marmo per cucina. Il fatto è che, come in quel romanzo e in tutti gli altri prima, il lettore di Ammaniti viene scaraventato dentro una storia che non sa nemmeno definire ma che lo centrifuga con una tal potenza da fargli esclamare “Evviva!”. Perché Niccolò Ammaniti è uno di quegli scrittori capaci di essere sempre se stessi e contemporaneamente di superarsi. “Il custode” è il suo ultimo romanzo e dire che è il più bello non serve, forse perché non lo è o forse perché dirlo è inutile, visto che basta, al romanzo, essere un romanzo di Ammaniti. Per complicarsi la vita ci si potrebbe avventurare a incasellarlo dentro un genere. Allora favola dark è, se non la soluzione, almeno il miglior compromesso tra romanzo gotico, romanzo fantasy horror, mitologia e romanzo criminale.
La storia può essere così sintetizzata. Il tredicenne Nilo Vasciaveo vive a Triscina, frazione di Castelvetrano in provincia di Trapani, insieme alla mamma Agata e alla zia Rosi che gestiscono un laboratorio di marmi, copertura per far sparire vittime della mafia locale. Un giorno a Triscina càpitano Arianna, eroina di Onlyfans, e la figlia Saiska, perché hanno un appuntamento col padre della bambina, che nel frattempo è sparito. L’amicizia tra di loro porta a una serie di tragici eventi. Insomma, una storia di criminalità con uso abbondante di effetti gore, salvo che il romanzo racconta il mito di Medusa, riletta in chiave fantasy horror. Ovvero Ammaniti compie un’operazione di lettura contemporanea del mito classico. Il mito della Gorgone Medusa viene raccontato in due pagine di straniante bellezza. La prima referenziale “Medusa era l’ultima figlia di Ceto e Forco… Durante una processione la sua bellezza colpì Poseidone… il dio l’afferrò per i capelli e la violentò… Atena però li colse sul fatto e tramutò Medusa in un mostro”: fin qui il mito, al netto delle domande di Nilo sulla giustezza dell’intervento di Atena la cui risposta sta in una frase di Agata di qualche pagina prima e degna di diventare un aforisma universale: “Perché l’ingiustizia è il pane della vita”. La seconda pagina è Ammaniti in purezza, dunque una miscela esplosiva di ironia, realismo e surrealismo insieme, oltre a feroce denuncia dell’etica rovesciata della mafia e della mafiosità di cui la famiglia Vasciaveo è esempio. Infatti, Agata, una sorta di esegeta del mito, smentisce Esiodo e collega Medusa a Fidia (pietra e marmo pari son) “che apparteneva alla nobile famiglia dei Vascaibeos, da cui noi Vasciaveo discendiamo…”. Da qui comincia la stratificazione dei temi di questo romanzo che ha il pregio di racchiudere in centosessantacinque pagine di prosa veloce e folgorante una materia narrativa ricchissima. Ammaniti ancora una volta presta l’analisi delle storture e della volgarità del nostro tempo ai suoi estro e abilità di narratore. Più calca sul surreale, più il reale si manifesta in tutta la sua forza sconcertante e mostruosa. “Il custode” è un libro che va metabolizzato perché alla prima lettura appare, e in effetti è anche, una fantasmagoria di trovate comiche e dark, molto cinematografiche (Guillermo del Toro, Manetti Brothers e Tim Burton potrebbero litigare per accaparrarsi i diritti) ed esteticamente ammiccanti: nel libro si manifestano animaletti ripugnanti, corpi di serpente, il mostro mitologico, inseguimenti rocamboleschi, cadaveri marmorizzati, sesso ruvido, volgarità patinata, iperboli di linguaggio e di corpi. Poi, il lettore attento capisce che Ammaniti lo conduce per mano in uno spazio geografico ben preciso. Lì tutto prende forma e il romanzo svela pian piano le sue intenzioni. Triscina, Castelvetrano e Campobello di Mazara con il loro spoglio paesaggio urbano, Mazara del Vallo che con la bronzea bellezza del suo Satiro può diventare l’alternativa orrifica ad altro orrore “la statua cava lasciava all’anima lo spazio per non spegnersi nella pietra” sono indizi che ci portano all’indicibile orrore di un bambino sciolto nell’acido, di un pezzo di mondo connivente con quell’orrore e quella latitanza. È un romanzo di mafia? No, ma è un romanzo che mette in scena i brutti, sporchi e cattivi di una società che vive tra la deprivazione e la depravazione, incapace di fare iato tra desideri e possibilità, tra destino e volontà, tra bellezza e bruttezza. Non è un mondo senza etica, quello narrato ancora una volta da Ammaniti: è un mondo che ha lasciato ai margini una parte di sé, lo ha relegato nella narrazione trash e negli ossimori onomastici ed esistenziali (Sharon Ferlito, per intenderci), e gli ha dato l’illusione che tutto è possibile. L’illusione o il sonnifero che Agata somministra a Nilo perché non vada a spifferare l’orrore ma si educhi all’orrore e sappia un giorno onorare il codice. Non solo. Il romanzo non può nemmeno esaurirsi in questa grande metafora. La sua forza estetica è pari a quella etica. “Il custode” è una rete suggestiva di rimandi mitologici che valgono di per sé. Il racconto di Medusa, che qui inconsapevole e vorace mostro pietrifica per conto della mafia, non solo rovescia in terribile profondità l’alata leggerezza della lezione calviniana, ma strizza l’occhio al pietoso Minotauro di Dürrenmatt. Nilo è un Pegaso senza ali con un nome che è un enigma (consonanza o riferimento all’Egitto e quindi alla mitologia mediterranea?). Agata e zia Rosi sono delle disperate Gorgoni. E i personaggi minori sono repellenti e poveracci semidei. Arianna, infine, è il personaggio di Ammaniti, quello su cui condensa la sua pietà, come tipici personaggi di Ammaniti sono i due adolescenti. “Il custode” è tutto questo ed è anche un trionfo di comicità, quella comicità che mette al centro un’umanità degradata risolta in un linguaggio espressionista e grottesco. Su tutto c’è la penna di Ammaniti che compie un’operazione di anticlimax dal riso al dramma senza che la tensione narrativa ceda una frazione di secondo dal momento in cui Jacques, testimone per caso, piscia ai piedi di un eucalipto e ‘U Scunsulatu, il sicario di Triscina, lo uccide in perfetto francese. Sono le prime pagine ed è già e solo Nicolò Ammaniti.
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La scheda del libro: “Il custode” di Niccolò Ammaniti (Einaudi, 2026)

«Mamma mi aveva avvertito, scordati gli amici, scordati i viaggi, il mondo inizia e finisce a Triscina, noi abbiamo un compito, occuparci della cosa nel bagno».
Niccolò Ammaniti scrive il suo romanzo d’amore piú pauroso, scavando nei desideri nascosti di un adolescente, Nilo Vasciaveo, che con la sua famiglia custodisce un segreto antico e letale.
In uno sperduto borgo della Sicilia, una striscia di case gettate alla rinfusa su una grande spiaggia, vive la famiglia Vasciaveo. Il tredicenne Nilo, la madre Agata e la zia Rosi. Ufficialmente si occupano di lavorare e rivendere marmo, ma è solo una copertura. I Vasciaveo sono da secoli, anzi da millenni, i custodi di qualcosa di indicibile. L’arrivo in paese di Arianna – giovane donna bella e alla deriva – e della figlia Saskia rompe gli equilibri che tengono in piedi le loro esistenze. Essere custodi della cosa nel bagno equivale anche a esserne prigionieri. Un sacrificio che Nilo, dopo aver conosciuto l’amore, non potrà piú sopportare.
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Niccolò Ammaniti è nato a Roma. Presso Einaudi sono usciti un suo racconto nell’antologia Gioventú cannibale (1996), i romanzi Branchie (1997), Io non ho paura (2001, 2011 e 2014), Che la festa cominci (2009, 2011, 2015), Io e te (2010), la raccolta di racconti Il momento è delicato (2012) e la raccolta di storie a fumetti Fa un po’ male (2004), sceneggiata da Daniele Brolli e disegnata da Davide Fabbri. Nel 2014, Stile Libero ha ripubblicato Ti prendo e ti porto via e Fango e, nel 2015 , Come Dio Comanda. Sempre per Einaudi ha curato l’antologia Figuracce (2014), e pubblicato Anna (2015 e 2017), La vita intima (2023 e 2025) e Il custode (2026). Per la Tv ha scritto e diretto le serie Il miracolo (2018) e Anna (2021). È tradotto in tutto il mondo.
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