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venerdì, 13 dicembre 2013

LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE, di Pierfrancesco Diliberto

LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE, di Pierfrancesco Diliberto

con Pierfrancesco Diliberto (in arte, Pif), Cristiana Capotondi, Alex Bisconti, Ginevra Antona, Ninni Bruschetta, Claudio Gioè

Recensione di Ornella Sgroi

La mafia ci uccide tutti, un pochino, ogni giorno. E così la politica corrotta che ne è diventata la principale alleata.
Questo, il film di esordio di Pif, “La mafia uccide solo d’estate”, lo racconta benissimo. E fino in fondo. Sempre con il sorriso sulle labbra, ma con una forza emotiva che cresce, travolge e commuove. Mostrando come ogni singolo agguato mafioso abbia provocato una battuta d’arresto non solo nella vita del piccolo Arturo (Alex Bisconti) e nel suo sogno d’amore che si chiama Flora (Ginevra Antona), ma nella vita di ognuno di noi. Anche quando non ce ne siamo accorti.
Sì, perché il film di Pierfrancesco Diliberto non riguarda soltanto la sua formazione sentimentale e civile nella Palermo degli ultimi trent’anni, ma quella dei siciliani suoi coetanei formati da una nuova coscienza e da una nuova identità. Figli tutti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di quanti li hanno preceduti. Figli tutti delle loro idee, che continuano a camminare sulle nostre gambe.
Il film di Pif, peraltro, non riguarda solo la Sicilia, ma l’Italia intera come Paese e come Stato. Che troppe volte ha chiuso gli occhi davanti a ciò che accadeva e che accade ancora. E la figura ingombrante di Giulio Andreotti, cui il piccolo Arturo guarda come modello dando per scontata l’onestà di cui ogni Presidente del Consiglio dovrebbe essere portatore, ne è l’emblema. Prova anche del fatto che Pierfrancesco Diliberto è riuscito a costruire un film coraggioso e intelligente, che denuncia i legami tra politica e mafia e chiama i boss con il loro nome, Totò Riina su tutti, delineando ritratti che – pur conservando la ferocia dei gesti di cui sono stati capaci – ne ridimensionano l’aurea granitica di potere forte, al punto da renderli persino ridicoli.
Ecco allora che, un po’ come accadeva a Forrest Gump, testimone ingenuo e inconsapevole dei grandi fatti della storia americana, anche Arturo vede coincidere molti degli eventi più importanti della sua vita con quelli più spaventosi della storia italiana, mentre sin dalle elementari insegue la donna che ama e il sogno di diventare giornalista. Al centro di un intreccio in cui il pubblico diventa privato e viceversa, costruito con consapevolezza graffiante e orgogliosa.
Un’idea semplice, matura e potente. Che Pif – mettendo a frutto il suo “tirocinio” da aiuto regista sul set de “I cento passi” di Marco Tullio Giordana (2000) e l’esperienza di autore televisivo scomodo come “iena” e come “testimone” – è riuscito a sviluppare in una sceneggiatura originale e divertente che fa tanto ridere ma anche tanto riflettere, toccando il cuore dello spettatore più sensibile e attento. In equilibrio perfetto tra la leggerezza dei sogni e delle speranze (i bambini) e l’amarezza della presa di coscienza (da adulti) che fa crollare i falsi miti e crescere il senso critico e il bisogno di memoria. Soprattutto in un’Italia che, invece, dimentica sempre troppo in fretta.
Per compiere questo viaggio Pierfrancesco Diliberto fa rivivere uomini di spessore come Boris Giuliano, Pio La Torre, Rocco Chinnici e Carlo Alberto Dalla Chiesa, tutti vittime di mafia, e individui ambigui come Salvo Lima e Vito Ciancimino. Ma crea anche personaggi di fantasia esilaranti, come il direttore della piccola emittente televisiva in cui Arturo muove i primi passi professionali, e altri pieni di ispirazione, come il giornalista interpretato da Claudio Gioè. Mentre sullo schermo la finzione scenica si fonde con filmati di repertorio, a tal punto da farvi entrare dentro persino i due protagonisti, Arturo e Flora (che, ventenni, hanno i volti dello stesso Pif e di Cristiana Capotondi). In un costante movimento tra commedia e dramma, che subisce un’impennata emotiva sulle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Una vera e propria svolta, storica per il cambiamento che la morte dei due giudici ha innescato nella società civile, filmica per la variazione di tono che assume la pellicola accompagnando lo spettatore verso un finale potentissimo, senza alcuna retorica. Dedicato al ricordo, al sacrificio e all’esempio di coloro che si sono battuti per cambiare le cose e che, dopo tutto, non erano supereroi ma esseri umani come noi.

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Leggi l’introduzione di Massimo Maugeri

Il trailer del film


© Letteratitudine

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Scritto venerdì, 13 dicembre 2013 alle 15:30 nella categoria LETTERATITUDINE CINEMA. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. I commenti e i pings sono disabilitati.

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